lunedì, aprile 14, 2008
Mentre tutti noi ci preoccupiamo di quale cialtrone guiderà la propria consorteria di clienti e puttane al saccheggio di una piccola penisola nel Mediterraneo, eventi effettivamente importanti stanno avvenendo in una regione poco nota ai più.
Sto parlando dello Himalaya e delle zone circostanti, divise tra India, Pakistan, Tibet cinese, Nepal e Bhutan. Quest'area vede l'incontro di quattro grandi culture religiose: quella dei monoteismi semitici (l'Islam), quella del buddhismo centro-asiatico (nella sua forma tibetana), quella dell'India hinduista e quella delle tradizioni religiose cinesi, taoista e confuciana.
In quest'area si stanno avendo importanti cambiamenti politici. Anzitutto, si tratta di una regione strategica per i suoi... ghiacciai, che alimentano i principali fiumi dell'Asia, dall'Indo al Fiume Giallo. E che si stanno sciogliendo ad un ritmo inquietante, mentre i pendii più bassi hanno seri problemi di erosione. Già questo rende la zona interessante, perché se cose come il Mekong e la Gange riducono la portata d'acqua o cambiano regime, in Cina, India, Viet Nam e Birmania un bel po' di gente avrà dei seri problemi a mandare avanti la risaia.
Ad ogni modo, negli ultimi mesi ci sono state elezioni quasi decenti in Pakistan, disordini in Tibet con risonanza mondiale, elezioni (le prime nella storia) in quell bizzarro misto di arcaismo e modernità  à la carte che è il Bhutan  (l'ultima monarchia assoluta a de-assolutizzarsi, Vaticano escluso). Ed infine, elezioni in Nepal, il cui esito, per come sta emergendo in questi giorni, candida il paese Himalayano (che ha circa la popolazione dell'Olanda, ripartita in una discreta varietà di etnie, lingue e religioni) al ruolo di Stato Canaglia prossimo venturo: le elezioni infatti, le stanno stravincendo i comunisti, e per comunisti lì non si intende la cosina moderata tipo il nostro Ferrando, o folklore come Lotta Comunista.
Questi sono guerriglieri maoisti, animati da un sogno di riscatto dei contadini e di rovesciare il vecchio sistema castale nepalese. Il secondo partito, invece è un partito leninista; non mi è chiaro quali siano i loro rapporti, ma sta accadendo una cosa piuttosto notevole: a mia conoscenza, è praticamente la prima volta che dei comunisti vincono onestamente una libera elezione invece di fare la rivoluzione.
Ora, ci avevano detto per quindici anni che il comunismo era morto, o quantomeno non si sentiva molto bene. E in Occidente, in effetti, sta maluccio. Non che in Asia abbia dato risultati esaltanti; almeno, laddove si prenda come metro di giudizio il benessere, la vita e la dignità degli esseri umani, direi che Pol Pot, Mao, Kim Il Sung e Le Duc Tho abbiano generalmente dato pessime prove.
Specialmente Pol Pot.
Comunque, movimenti almeno nominalmente comunisti sono ancora al potere in Cina, Vietnam, Laos e Corea del Nord, e sono accomunati dall' essere autoritari, dal disprezzare completamente diritti e dignità umani, e dall'adottare una logica capitalista nell'approccio alla crescita e nelle strategie di accumulazione. Ricordiamo che il comunismo realizzato del Novecento, e che nel complesso è stato un sanguinoso fallimento, era in realtà un capitalismo di Stato, cioè in definitiva una forma periferica, meno efficiente e meno sviluppata di capitalismo.
Al pari del capitalismo centrale e privatistico, il comunismo realizzato tratta l'essere umano come un mezzo e non come un fine.
Questi maoisti nepalesi sembrano diversi, e, coi tempi che corrono, non avrebbero vinto le elezioni se non lo fossero. Intanto hanno accettato di partecipare alle elezioni (e, pare senza nemmeno aspettarsi di vincerle come invece stanno facendo) e di deporre le armi, e questo un maoista della Cina degli anni Quaranta credo non l'avrebbe fatto.
In secondo luogo, se i contadini diseredati del Nepal li votano, è perché vedono in questi compagni una speranza di riscatto e liberazione da una monarchia arcaica e da pastoie sociali medievali, senza che, apparentemente, questo possa essere letto come un abbandono della propria identità culturale e delle proprie tradizioni. I comunisti che volevano eliminare la tradizione e la cultura contadina e avevano il mito della modernità tecnologica non vincevano libere elezioni tra i contadini analfabeti, né in Russia né in Cina. I contadini in genere non votano chi vuole scalare il cielo, abbattere i templi e collettivizzare la terra, votano gli offre dignità, trattori e riforma agraria.
Il sol dell'avvenire sorge sul tetto del mondo.
Si annunciano tempi interessanti.
venerdì, aprile 04, 2008

Credo che questo commento meriti una risposta:

finalmente qualcheduno che ragiona come si deve.
Era ora di trovarlo.
Io mi domando,non diceva forse Napoleone:la mano che dà è al di sopra della mano che prende?
Non siamo noi industrialmente dipendenti dalla Cina?
Possibile che nonostante la crisi enorme che sta attraversando l'America,la sua deindustrializzazione,la sua incapacità a scegliere una strategia imperiale sensata,la gente che scrive sul 90% dei siti di controinformazione continua a vedere solo l'imperialismo made in u.s.a.?
In tutto il dopoguerra i prodotti made in u.s.a. sono stati la stragrande maggioranza,ora il made in u.s.a. sta venendo sostituito dal made in China,possibile che nessuno veda nella perdita del know how industriale dell'occidente un segno di decadenza e di dipendenza?
Mi domando come si fa a farlo capire a tutti quelli che oggi salutano il nuovo imperialismo cinese come ''una sfida all'imperialismo''?
Non è che per caso finirà come la presa di Singapore,in cui la superfortezza inglese con i cannoni puntati verso il mare fu presa dai giapponesi che arrivarono in bicicletta?
Non stiamo forse sottovalutando i popoli orientali,attribuendogli sempre il ruolo di vittime e mai quello di carnefici?
E soprattutto,come si fa a spiegare questo a quelli della controinformazione?

Anzitutto, grazie.
Io credo che la tendenza a vedere principalmente l'imperialismo americano dipende dal fatto, ovvio, che si tratta dell'imperialismo a noi più visibile. Ci sono bombe atomiche americane, non cinesi, a poche decine di kilometri da casa mia.
Sono gli Stati Uniti, non la Cina, che hanno tentato (senza di fatto riuscirci) di ridisegnare gli equilibri medio-orientali con un atto di forza imperialistico estremamente violento.
Indubbiamente, gli Stati Uniti non sembrano disposti a rinunciare tranquillamente al
potere mondiale di cui dispongono.
Quanto alla dipendenza dalla Cina, c'è, ma in un quadro che rende la Cina ugualmente dipendente dalla domanda globale; tant'è che continua a finanziare quel buco nero che è il debito americano, ovvero il tenore di vita e consumi al disopra delle proprie possibilità degli americani, perché questo tenore di vita manda avanti la stessa economia cinese.
Io
non vedo, invece, una perdita di know-how industriale in genere nei paesi occidentali. La vedo, questo sì, in Italia, a causa di scelte politiche idiote.

Per quanto riguarda le vittime e i carnefici, è indubbio che l'occidente abbia prodotto e raffinato per secoli un
progetto di dominio mondiale asservendo e rendendo dipendente il resto del mondo, saccheggiando e imponendo la propria superiorità tecnica ed organizzativa.
Questo non dipende da una qualche malvagità intrinseca dell'uomo europeo occidentale rispetto ai buoni e pacifici "orientali", tanto per cominciare gli "orientali" come entità concreta non esistono. La Cina ha avuto il suo imperialismo storico per secoli, e ha distrutto o assimilato o emarginato, grazie alla propria superiorità tecnica ed organizzativa, molte popolazioni non cinesi che vivevano in quello che oggi è il Sud della Cina stessa.
I Mongoli erano imperialisti e radevano al suolo le città conquistate. Gli Assiri devastavano le province conquistate. I giapponesi commisero crimini di guerra spaventosi contro i cinesi ed i coreani. Menelik d'Etiopia ordiva complotti e faceva giustiziare gli avversari, e Rabah, il leader della resistenza antifrancese nel Ciad, trafficava in schiavi. Gli Aztechi avevano trasformato il sacrificio umano in una specie di industria. L'India tradizionale aveva un sistema di oppressione castale che teneva milioni di persone in condizioni di vita tremende "perché sì".
I popoli colonizzati non avevano nessuna superiorità
morale intrinseca sui loro conquistatori, e a volte avevano delle proprie strategie imperialiste (l'Etiopia, ad esempio, nei confronti degli Oromo).
Questo
non rende più accettabili le aggressioni imperialiste, né l'ideologia che le giustifica adducendo una superiorità morale (in passato, anche razziale o religiosa) del conquistatore. Superiorità morale che non esiste.
Storicamente, negli ultimi due secoli, i popoli asiatici hanno prevalentemente subito la propria storia (con la rilevante eccezione del Giappone) e sono stati sistematicamente saccheggiati; il colonialismo inglese in India e il regime di semicolonia internazionale in Cina danneggiarono pesantemente le condizioni di vita di quei popoli,
a vantaggio di Europei, Nordamericani e in seguito giapponesi.
Per una serie di vicende che in Cina hanno molto a che fare con la fase maoista, mentre mi sono meno chiare per quel riguarda l'India, e soprattutto a causa dello sviluppo del capitalismo come integrazione globale dei mercati, questi due paesi sono riusciti a passare da periferie a centri dello sviluppo capitalistico,
senza che i centri pre-esistenti siano diventati per questo periferie.
Il punto è che nel capitalismo attuale, probabilmente, non esiste più uno sviluppo autocentrico, cioè, i diversi centri (pur essendo in competizione anche aspra) sono anche interdipendenti, e mi sembra ragionevole credere che necessitino di periferie dipendenti.
Per cui sì, l'Occidente dipende dalla Cina, ma non nel senso in cui il Mali dipende dalla Francia.

Io non penso che i "popoli orientali" (che, come tali, non rappresentano un'unità neppure ipotetica) siano da sottovalutare: è anzi evidente che non dovrebbero essere sottovalutati.
Ma nemmeno penso che esista una minaccia "orientale" da cui un non meglio definito "Occidente" o magari un'entità comunque vaga come "l'Europa" (lasciamo stare l'Italia; la scala di uno stato nazionale come l'Italia, in questa fase di sviluppo del capitalismo globalmente integrato, è semplicemente inservibile) dovrebbe difendersi. Teniamo infatti presenti che le fabbriche cinesi ed i loro bassi salari
sono necessarie al nostro tenore di vita.

mercoledì, aprile 02, 2008
Si discute(va) assai, specialmente nel mondo dei blog antimperialisti e canagliosi che frequento, di quanto sta accadendo in Tibet.
Le posizioni sono diverse, per un semplice motivo: la potenza che opprime il Tibet non è la Grande Potenza Imperiale Satanica DOC, ovvero gli USA, ma un imperialismo "minore", ovvero la Cina.
La questione è abbastanza complessa. Intanto, sulla "minorità" dell'imperialismo cinese si può discutere, a partire da un semplice fatto: a Pechino basta un'operazione finanziaria relativamente semplice come la conversione delle riserve in euro per mettere in ginocchio l'economia USA. In altri termini, la Cina controlla una parte del debito estero americano, tramite le sue riserve in dollari, da minacciare la stabilità economica americana.

Io non so molto di economia e finanza, ma questa faccenda mi è abbastanza chiara, anche se la terminologia che ho usato per descriverla potrebbe essere imprecisa.
Dunque, la Cina E' una grande potenza imperiale.
Negli anni Novanta, ci si trovava di fronte ad un mondo capitalista essenzialmente monocentrico, ed il centro principale erano gli Stati Uniti.
Oggi non è più così: siamo in una situazione simile per certi versi a quella che precedeva la Prima Guerra Mondiale, in cui, pur permanendo senza dubbio un centro dominante (all'epoca, la Gran Bretagna) la situazione era marcata dalla competizione di diversi capitalismi centrali, più o meno evoluti (più avanzati quelli inglese, americano, e un po' meno quelli francese e tedesco, ancora meno quelli italiano, giapponese e russo, tanto per fare un'approssimazione) ognuno dei quali coltivava una propria strategia imperialista. Oggi abbiamo in prima approssimazione almeno tre o quattro centri più avanzati (USA, Europa e Cina, eventualmente Giappone) e altri meno (India, Russia e Brasile) a cui vanno aggiunti dei capitalismi centrali a livello economico ma subalterni a livello politico (Canada, Australia, Nuova Zelanda, Israele).
La particolarità del centro europeo è la presenza di strategie nazionali di competizione interne ad esso in termini nazionali, cosa che non mi risulta accadere tra gli Stati americani o le province cinesi. Inoltre, e a differenza di quello che accadeva nella Belle Epoque, i centri hanno specializzazioni diverse: così come le tre piazze finanziarie principali (New York, Londra e Tokyo, cui  si sta aggiungendo Shanghai) hanno ruoli diversi (agevolati dai fusi orari) nelle transizioni, il centro cinese ha una caratterizzazione industriale, quello americano finanziaria e militare, quello europeo ancora finanziaria ma legata al soft power, mentre la Russia ha importanza anche come fornitore di materie prime.
Anche questo, beninteso, come approssimazione.
Nel nuovo capitalismo policentrico in via di formazione, gli Stati Uniti stanno cercando di conservare un passato ruolo egemone sempre più messo in discussione, mentre la Cina cerca di affermarsi come grandi potenza in prevalente collaborazione con la Russia, che anch'essa punta al recupero di una sfera di egemonia; l'Europa infine è impegnata nel processo di integrazione da un lato, e nella ridefinizione dei rapporti gerarchici interni (tra le varie componenti nazionali) ridefinizioni che sembra andare a scapito dell'Italia, non per una qualche malvagità dell'Unione Europea ma proprio per colpa dell'inettitudine nostrana e del carattere originariamente arretrato del capitalismo italico, che ben più di altri si è appoggiato al clientelismo e alle stampelle statali, e che presenta uno squilibrio a favore della piccola e media impresa incapace di competere in un mercato allargato oltre le frontiere nazionali.
Nel frattempo si assiste ad una imponente ripresa del ruolo della Spagna, mai così importante dal 1763, ed un attivismo della Francia che va più nel solco della vecchia tradizione imperialista nazionale (in questo particolare momento più appoggiata agli USA, a differenza di quanto accadeva durante la presidenza Chirac) che in quello di una politica europea realmente integrata.
Possiamo senza dubbio definire Russia, USA, Europa ( e i suoi maggiori costituenti quali Francia, Gran Bretagna, Germania, Italia e in parte Spagna) e Cina come grandi centri imperialistici competitivi, con un alleanze operative orientate su assi contrapposti USA-Europa (NATO, integrata da altre alleanze strategiche con Israele, Australia e Nuova Zelanda) contro Russia-Cina (Organizzazione di Shanghai), fermo restando che questo quadro è ancora fluido e che la posizione della Russia e di altri paesi importanti come il Giappone (oggi allineato agli USA) potrebbe cambiare.
Un problema interessante è posto dal ruolo dell'India, strettamente legata a entrambi gli schieramenti; l'India è quello che potremmo definire un "centro in formazione" cioè un caso gigantesco, e accademicamente interessante, di passaggio dal capitalismo periferico a quello centrale.
L'India conserva buone relazioni con entrambi i gruppi di centri già costituiti; il suo principale problema strategico si chiama Pakistan, e il Pakistan è alleato storico degli Stati Uniti ma anche della Cina.
Detto questo, cioè stabilito che non esiste un imperialismo ma vari imperialismi in competizione, tra i quali non è più scontata la dominanza di quello americano, la questione del Tibet può essere inquadrata in modo meno banale.
Cosa che farò in un altro post.



domenica, febbraio 03, 2008
Temo che il lapidario commento a questa roba qui, non sia stato sufficientemente capito.
L'Idiota Ignorante si è espresso molto chiaramente. Io, che che invece ho il blogz Serio & Colto, dico ha ragione, ed adesso ci metto la parte Seria & Colta.
"Devilman" è un cazzo di capolavoro, e Go Nagai è un fottuto genio.
Se i giornalisti del TG5 sono dei parruconi idioti che ci vedono Sessssso & Viuleeeenzza che Corrompono i Nostri Teneri Pargoli™, è perché sono, per l'appunto, dei patetici cazzari parrucconi idioti.

Se parliamo di contenuto morale, Devilman è infinitamente superiore a qualsiasi cosa sia stata prodotta nel fumetto occidentale. Vuoi mettere una storia di quella potenza tragica, immagini con quella forza, con, non dico le Winx, (che è come mettere sullo stesso piano Moccia e Dostoevskij) ma anche, che so, una cosa stupenda come Fantastic Four: l'Arrivo di Galactus?

Quando il sottoscritto ha letto il fumetto di Devilman, o meglio, ha divorato il fumetto di Devilman, arrivato alla fine è rimasto, semplicemente, ammutolito.
Non credevo che fosse possibile aggiungere qualcosa a Dostoevskij, e Go Nagai l'aveva fatto.
Go Nagai, peraltro, si ispirò a Dante. Sì, al nostro Dante.
Benché per i nostri Gggeenitori, ovviamente, Devilman sarebbe un concentrato di sesso e violAnza diseducative & estranee alla Nostra Cultura ed ai Veri Valori dell'Occidente che Lavora.
Trascuriamo il fatto che la cultura Occidentale che Lavora è quella che produce più Sesso & Violenza espliciti e gratuiti nella storia, e che comunque il Giappone ne fa ormai parte a  pieno titolo.

Devilman è une cosa semplicemente sconvolgente, per forza e bellezza artistiche; certo, come ogni capolavoro, è inquietante, è problematico. Le vere opere d'arte dovrebbero colpire il cuore ed il cervello; Devilman lo fa, ma la Cul-tura Itagliana è talmente anestetizzata che non riconoscerebbe un capolavoro neanche se gli uscisse fuori dalla tazza del cesso con un cartello facendo "Bau!".

Perché appena un prodotto dell'ingegno umano arriva a produrre qualche dubbio sulla validità di qualche patetica certezza provinciale, subito arriverà un idiota, di solito un Genitore™ custode dei Veri Valori, (leggasi un ignorante cialtrone tronfio della propria ignoranza e meschinità), ad urlare che è Viuleeeeento e DiSSeducativo, va censurato prima che corrompa i Nostri BaNbini! Salviamo i BaNbini!
Dobbiamo assolutamente impedire che i BaNbini pensino, che in BaNbini provino una qualsiasi cazzo di emozione che non sia di plastica, che i BaNbini si facciano domande, che i BaNbini abbiano dei dubbi, che i BaNbini si accorgano di vivere in un mare di merda!
Salviamo i BaNbini!

Ecco. In questa palude mefitica che è la Cul-tura Itagliana, è possibile mettere il fumetto di Devilman tra le armi di un delitto. Come se uno uccide una donna anziana, trovano "Delitto e Castigo" nella sua libreria e allora dicono che colpa di Dostoevskij... Censuriamo Dostoevskij, presto, salviamo i BaNbini! Ma volete mettere... Dostoevskij, uno che dice che la Chiesa Cattolica (la custode dei Valori Cristiani dell'Occidente) ha tradito Gesù... presto, bruciamo i libri di Dostoevskij!!!

Vi dico solo una cosa: "Devilman" secondo me è artisticamente superiore a "Delitto e Castigo".
mercoledì, gennaio 09, 2008

Экзамены кончатся скоро,

Последний звонок прозвенит.

Простимся со школой, жизнью веселой

Прощайте, школьные дни.
Что ждет впереди неизвестно,
И нам никогда не забыть
Те добрые песни, что пели мы вместе,
Их будем беречь и любить.
Те добрые песни, что пели мы вместе,
Их будем беречь и любить

Сложные задания,
Первые признания,
Озорной и очень дружный класс,
Длинные уроки
И учитель строгий
Не забудем никогда мы вас.

Недавно совсем нам казалось,
Что так этот вечер далек.
Но время промчалось, немного осталось.
Нас ждет последний звонок.
Но время промчалось, немного осталось.
Нас ждет последний звонок.

Стать бы первоклашкой,
День вернуть вчерашний,
Взять бы и сначала все начать.
Теплый вечер летний
И звонок последний
Будем мы с любовью вспоминать

Экзамены кончатся скоро,
Последний звонок прозвенит.
Простимся со школой, жизнью веселой
Прощайте, школьные дни.
Простимся со школой, жизнью веселой
Прощайте, школьные дни.
Прощайте, школьные дни.
Прощайте, школьные дни.

postato da: falecius alle ore 22:14 | Permalink | commenti (11)
categoria:cazzate, affetti, russia, malessere interiore, s ljubovju vspominat
mercoledì, novembre 07, 2007
E adesso provate a ripeterlo, che si portava la democrazia nell'ex-URSS...

Allora. Potrei spararmi delle pose come profondo conoscitore dei conflitti del Caucaso.
Cosa che naturalmente non sono, però, ne so più di voialtri, laddove per "voialtri" s'intende "italiano dotato di cultura storico-geografica non specialistica sul mondo ex-sovietico e/o islamico".  Naturalmente non tutti i miei lettori sono "voialtri". Comunque non importa.

Posso dire che l'avevo detto, non su questo blog, che non c'era, ma al bar, sì, e che lo sapevo, come sapevo che andare in Afghanistan era un cazzata, che andare in Iraq era un casino e che Saddam le armi distruzione di massa non ce le aveva e non fiancheggiava al-Qa'ida. Così come l'avevo detto, ai tempi delle rivoluzioni colorate del piffero, che, per quanto potessi tifare contro le corrotte e marce dittature più o meno mascherate che stavano crollando, non è che adesso stava arrivando la democrazia con l'aiuto dell'Occidente. Al massimo stavano arrivando un capitalismo meglio organizzato e più rapace, deciso a fagocitare anche gli ultimi pezzettini di sistema sovietico, ed una ristrutturazione geopolitica più favorevole agli USA e meno alla Russia, che però, notare prego, non ha funzionato, perché la Russia ha reagito e soprattutto ha reagito Karimov, il dittatore uzbeko per nulla disposto a farsi destituire da un qualsiasi colore o fiore, e nel frattempo gli Stati Uniti non potevano giocare troppo duro perché inguaiati, appunto, in Afghanistan, in Iraq, e perfino in Somalia.
Dunque. Non è democrazia contro barbarie asiatica, dispotismo orientale o sarcazzo cosa. E' che la Russia ci tiene, scusate il francese, per le palle con la storia del metano, sapete, quello che vi tiene calde le case d'inverno e che, essendo probabilmente il picco del petrolio raggiunto e superato, tra un po'  farà andare anche la vostra automobile. E quel giorno l'Arabia Saudita conterà un due di briscola, mentre l'Iran continuerà ad essere importante, perché l'Iran ha molte più riserve di gas. La esagero, perché il petrolio continuerà a servire, e parecchio. E il metano servirà soprattutto per attutire l'atterraggio dalla fase discendente della curva di Hubbert, lungo la quale ci avviamo a scivolare. Diciamo che comunque dipenderemo dal metano russo per un tempo sufficiente a permettere a Putin o a chiunque gli succederà  di farci passare parecchi inverni al freddo, se lo infastidiamo ancora con sciocchezze come i diritti umani in Uzbekistan, di cui del resto a noi (s'intenda  "noi" come Rappresentanza Democratica dell'Occidente che Lavora) importa 'na sega, tantopiù che i poveracci che stanno in galera in Uzbekistan sono terroristi.
Cioè, sono persone che pensano che la religione musulmana dovrebbe avere un ruolo nella definizione dello spazio pubblico uzbeko. E' utile notare che nell'Islam, tra le altre cose, ci sono dei generici richiami alla giustizia sociale che probabilmente attitano molto di più le vessate ed impoverite popolazioni dell'Asia Centrale di quanto non facciano i discorsi, a mio avviso abbastanza cosmetici, sul velo.
La Russia e la Cina e gli Stati Uniti stanno giocando a Risiko, o al Grande Gioco, se preferite termini più vittoriani, ed uno dei nostri problemi, nostri di noi come Europa, è lo sgradevole difetto di trovarci tra Stati Uniti e Russia, essere alleati degli Stati Uniti e dipendere per il nostro benessere (che in definitiva è ciò a cui teniamo di più) dalla rusiia, e anche, in modo più sottile, dalla Cina. E di avere quest'idea, o meglio ideologia, che la democrazia è gran figa, purché sia il nostro saggio demos ad avere la crazia, ben indottrinato sulla direzione da dare al proprio destino da i giornali che scrivono in Neolingua.
Perché se il demos palestinese vota il partito sbagliato, la democrazia i riassume nel fatto che gli verrà tagliata l'acqua e la luce, anche i palestinesi pagano la bolletta (sto semplificando in modo grossolano. Sì sto semplificando in modo grossolano).
Se il demos uzbeko chiede che il brutale satrapo che lo affligge si tolga cortesemente dalle scatole, e lui schiaccia nel sangue il demos uzbeko, noi possiamo provare una vaga simpatia per gli uzbeki (ammesso e non concesso che noi, inteso come "voialtri", si sappia cos'è un uzbeko) in quanto la democrazia è figa e lo sappiamo, ma dovremmo ricordarci che, liberi di scegliere, gli uzbeki manderebbero probabilmente al governo un partito islamista. E quindi è meglio per noi che il brutale  starapo continui ad imperversare  a spese del popolo uzbeko in nome della  guerra al terrorismo. 
Insomma, nel 2004, la rivoluzione delle rose, dei tulipani, quella arancione e anche quella dei cedri benché non fosse nello spazio ex-sovietico, erano fuffa. Non perché non ci fossero reali cambiamenti (per quanto si siano rivelati minori di quello che si pensava, tranne che in Georgia) nei sistemi di potere; ed in Kirgyzystan c'è stato apparentemente un piccolo miglioramento negli standard democratici. Non perché non fossero dei movimenti di popoli sinceri, i cui partecipanti volevano onestamente partecipare al destino politico dei rispettivi paesi, nonché al benessere dell'Occidente che li sosteneva.

Ma come ce l'hanno venduta. Le rivoluzioni colorate, dal punto di vista della democrazia e del rinnovamento, sono tutte fallite, e hanno modificato molto meno di quanto apparisse all'inizio l'equilibrio geopolitico a sfavore della Russia. Hanno cambiato del tutto o in parte la classe dirigente (dove ci sono riuscite; in Uzbekistan ed Azerbaican, non l'hanno fatto, perché lì non c'era l'Occidente a sostenere l'opposizione, e gli interessi russi ed occidentali coincidevano nel mantenere lo status quo) ma l'unico vero spostamento è stata la Georgia: da "moderatamente antirussa" a "violentemente antirussa". Il guaio è che questo non l'ha resa di una virgola più democratica, anche se adesso ci piace di più perché è filo-occidentale. Solo che, essendo adesso in preda ad un delirio nazionalistico, ed instabile, può darsi che il "salvatore della Georgia", Saakashvili, che per quanto possa essere filo-occidentale è principalmente un ultra-nazionalista di destra, decida di fare qualche cazzata. Per "qualche cazzata" intendo qualcosa di equivalente alle cose che faceva la Serbia intorno al 1914.
Potrebbe ad esmepio tentare di invadere l'Ossezia del Sud (se vi stavate chiedendo che diavolo di titolo ho messo a questo post, Tskhinvali è la capitale dell'Ossezia del Sud). Probabilmente non lo farà. E' utile ricordare che quest'uomo è stato dipinto dai nostri giornali orwelliani, nel 2004, come il campione della democrazia contro il lugubre tiranno postsovietico Eduard Shevardnadze (che a sua volta era stato descritto così quando aveva cacciato il suo predecessore, il fanatico nazionalista e antisovietico Zviad Gamsakhurdia). Shevardnadze era così antioccidentale da volere la Georgia nella NATO. Solo che Saakashvili ce la vuole di più, e soprattutto vorrebbe riprendersi le due repubbliche ribelli dell'Ossezia e dell'Abkhazia, cosa non facile, essendo le due repubbliche protette dall'esercito russo.
Ora Saakashvili sta facendo quello che faceva Shevardnadze, cioè tenersi stretto al potere (che lì, è quasi sempre di natura para-mafiosa): Ma avrà l'appoggio dell'Occidente. Dunque, stavolta niente rivoluzione floreale, né a colori né in bianco e nero.
La democrazia variabile.
giovedì, ottobre 18, 2007
Quasi tutte le società umane tendono a creare una suddivisione del tipo "noi" e "gli altri".
Normalmente, questo accade in termini per cui "noi siamo meglio degli altri".
Ad esempio, gli Assiri si consideravano il centro del mondo, eletti dal loro dio nazionale ed ordinatori della periferira barbara ed incivile. Gli antichi Greci e, in un'epoca successiva, i Cinesi ritenevano gli altri popoli "barbari". Anche gli Egiziani avevano un spiccato senso di superiorità sui popoli vicini, e nel caso specifico, possediamo anch i testi di uno di questi popoli, gli Ebrei, che riflettono un sentimento simile. Le grandi religioni storiche della tradizione abramitica hanno distinto tra "fedeli" e "infedeli".

In generale, il Cristianesimo e l'Islam riconoscono l'uguale dignità di tutti gli esseri umani; se non in questa vita (entrambe le fedi ammettevano in linea di principio la schiavitù) di fronte a Dio tutti i credenti saranno uguali. Quanto ai non credenti, essi sono esseri umani che non conoscono la Verità; compito del credente sarà quello di esortarli ad accettare la Rivelazione, per la loro stessa salvezza.
Ma laddove gli "infedeli" rappresentino una minaccia, i "credenti" hanno il diritto-dovere di combatterli. Questo è il "jihad al-asghar" nella tradizione musulmana, ed uno dei casi di "bellum justum" in quella cristiana latina.
Quindi, in queste (e altre) religioni, si poteva passare da "gli altri" a "noi" semplicemente tramite la conversione. Altre tradizioni, come quelle hinduiste in India, quella greca classica, quelle shintoiste in Giappone, ed in parte quella ebraica, attribuivano maggiore importanza alla nascita nella collocazione di gruppo di un individuo. La conversione era un fatto non semplice ed il convertito poteva essere considerato comunque come non pienamente integrato (questo si verificò in modo non sistematico anche nell'Islam e nel Cristianesimo). Nel sistema castale indiano, in teoria era generalmente impossibile passare da un gruppo ad un altro (tra i quali vi erano differenze religiose e rituali) se non uscendo dal sistema nel suo insieme (ad esempio abbracciando il buddhismo, o in seguito l'Islam e il sikh-panth).
Il Cristianesimo era dunque un'ideologia essenzialmente inclusiva.

Fin qui, per quanto a noi questo discorso possa dare vagamente fastidio (nella cultura europea attuale, tende a scivolare nel rimosso), è dunque tutto abbastanza normale.
Andò tutto benissimo finché i cristiani dell'Europa occidentale non invasero il resto del mondo. Questo fenomeno ebbe due grandi momenti di svolta: uno attorno al 1500, l'altro verso il 1800.
La conquista delle Americhe da parte degli Europei e l'avvio del commercio triangolare schiavistico misero in contatto ravvicinato la civiltà europea e cristiana con ambienti umani molto diversi. "Gli altri" avevano aspetti somatici visibilmente diversi, parlavano lingue sconsciute e possedevano culture sviluppate in modo indipendente (almeno, per la grandissima parte) dal continuum eurasiatico e mediterraneo.
Gli Europei, forti della loro superiorità tecnica, trattarono quelle genti con disprezzo e violenza estreme, e giunsero in alcuni casi a dubitare della loro umanità, imitando senza saperlo antichi popoli della Mesopotamia: ma nella cultura europea, permeata di cristianesimo, restava l'idea che lo scopo ultimo fosse la loro salvezza attraverso l'evangelizzazione.
Fu solo nella fase successiva che un'idea della superiorità intrinseca degli Europei si affermò, coincidendo col momento in cui gli essi diventarono abbastanza forti da assoggettare o almeno sconfiggere gli altri popoli eurasiatici. Questo accadde in un periodo che può essere grosso modo collocato tra la vittoria inglese a Plassey, che assicurò alla Gran Bretagna il dominio del Bengala nel 1756, e la spedizione di Napoleone in Egitto nel 1798. Il secolo successivo vide la distruzione di quanto restava delle civiltà native dell'America e di praticamente tutta la cultura nativa dell'Oceania, la conquista europea di tutta l'Africa  l'assoggetamento  economico dei pochi popoli asiatici rimasti autonomi (con la vistosa eccezione del Giappone), mentre l'Europa Orientale entrava nell'orbita culturale di quella occidentale e la prendeva sostanzialmente a modello (sottomettendo a sua volta i popoli nativi dell'Artico, dell'Asia centrale e della Siberia).
Occoreva un'ideologia che giustificasse questa colossale rapina, e non la si poteva trovare nel Cristianesimo, se non a costo di gravi forzature (che ci furono). Si ricorse dunque alla scienza. Nella seconda metà del Settecento, cominciò a delinearsi quella particolare branca della "scienza" occidentale chiamata antropologia razziale.
martedì, settembre 18, 2007
Quando, un anno e sei mesi fa, decisi di aprire questo blog, lo feci soprattutto per l'insistenza dei miei coinquilini nella RSB. L'idea era che scrivendo le mie cose qui, avrei smesso di frantumare le balle a loro sulla Costituzione in pericolo, e sulla necessità di portare Berlusconi e D'Alema davanti ad una corte marziale. (Uno che autorizza un azione militare incostituzionale in intelligenza e nell'interesse di una potenza straniera non merita di meno, in nessun paese al mondo. Si chiama alto tradimento e in molti paesi è punito con la morte, in Italia è previsto l'ergastolo).

L'invasione dell'Iraq, nello specifico, indipendentemente dai risultati, dalle motivazioni strategiche e dalla deprecabilità del regime ba'thista di Saddam, è stata un crimine internazionale di vasta portata, per il semplice motivo che ha riportato il diritto delle genti indietro di qualche decennio, affermando la possibilità per una grande potenza di procurarsi risorse e potere con la forza bruta, l'aggressione ed il saccheggio.
Per questo sono arrivato alla conclusione (piuttosto faticosa) che nessuna idea o esigenza strategica poteva o può legittimare l'occupazione dell'Iraq.
Si tratta di una ferita aperta, e finché gli Stati Uniti non avranno lasciato il suolo iracheno con tante scuse (cosa che non faranno mai) la cosiddetta comunità internazionale dovrebbe considerarli per quello che sono: canaglie internazionali, che hanno infranto il più sacro principio della convivenza internazionale, il divieto d'aggressione. Tra il criminale Bush che invade l'Iraq, il criminale Musssolini che invade l'Etiopia, il criminale Stalin che invade la Finlandia, il criminale Giolitti che invade ciò che oggi chiamiamo Libia, non c'è nessuna differenza. O meglio, una c'è. Dopo che, aggredendo l'Etiopia in un atto di puro brigantaggio internazionale a base razzista, Mussolini mise in moto la catena di eventi che avrebbero distrutto la Società delle Nazioni e portato alla Seconda Guerra Mondiale, successero due cose: la prima fu la quasi universale riprovazione della "comunità internazionale" che fece almeno finta di preoccuparsi della sorte e dei diritti dei negri. La seconda fu che di lì a poco altri banditi internazionali si sentirono, dalla debole reazione della "comunità" autorizzati a comportarsi nello stesso modo: si trattava della Germania nazista, dell'Ungheria di Horthy, della giunta militare polacca (questi paesi parteciparono alla spartizione della Cecoslovacchia) e del Giappone fascista che nel 1937 aggredì la Cina. Nel 1939 si unì al gruppo dei banditi l'Unione Sovietica.
Quando l'arroganza di uno dei banditi principali ebbe esaurito la pazienza della "comunità internazionale" (cioè della Francia e della Gran Bretagna. Così come oggi, dicendo "comunità internazionale" i giornali ci dicono essenzialmente "gli Stati Uniti e i loro alleati". Queste cose si chiamano eufemismi, se a piccoli dosi, e Neolingua, se a grandi dosi) scoppiò la Guerra mondiale, al termine della quale venne solennemente sancito che il banditismo internazionale non sarebbe mai più stato ammesso. Il principio fu posto a fondamento del diritto internazionale, e scolpito nel marmo delle Costituzioni di molti paesi, in particolare di quelli che avevano perso la guerra: Italia, Germania, Giappone, Finlandia, (non so se esistano disposizioni simili nella costituzioni di altri paesi sconfitti, come l'Ungheria o la Bulgaria).
Da allora in poi, invadere un paese divenne una specie di fumoso tabù. Non che non si facesse, ed in particolare le quattro principali canaglie vincitrici del conflitto si dedicarono a quest'attività, direttamente o per procura, così come avevano fatto prima. Per esempio, nel 1956 Francia ed Inghilterra (assieme ad Israele) invasero l'Egitto, mentre l'Unione Sovietica invadeva l'Ungheria. Ma Francia ed Inghilterra non la passarono liscia, mentre l'Unione Sovietica dovette arrampicarsi parecchio sugli specchi per giustificare la sua porcata, e la sfangò solo perché l'Ungheria era considerata da tutti parte della sua sfera d'Influenza.
Come al solito, alla comunità internazionale, della sorte degli ungheresi fregava quanto gli era fregato degli etiopi o dei cecoslovacchi e quanto gli sarebbe fregato degli afghani, dei vietnamiti e degli iracheni.
Diciamo non più di due, su una scala da uno a ventitré (ho scelto il numero ventitré per complottosi motivi cabalistici che non vi starò a spiegare).
In generale, l'affermazione di principio che il perseguimento dei propri interessi non giustificava mai l'aggressione internazionale a freddo tenne duro fino al marzo del 2003, seppure le grandi potenze si sforzassero di tirare la corda, e più di una volta questa parve sul punto di spezzarsi. L'invasione irachena dell'Iran nel 1980, voluta da Stati Uniti ed Arabia Saudita, fu un duro colpo, ma quando Saddam ci riprovò (Kuwayt, 1990) fu richiamato all'ordine, e per quanto discutibile e pretestuosa fosse quella guerra, secondo me andava fermato.
Il disastro cominciò a profilarsi quando Clinton, forse per indurre il popolo americano a preoccuparsi meno della sua vita sessuale, decise all'improvviso che il movimento terrorista kosovaro Uck stava combattendo per la libertà e che i serbi stavano sterminando gli albanesi kosovari (cosa avrebbero cominciato a fare dopo l'attacco americano) quindi convocò una conferenza in cui presentò un ultimatum alla Serbia (che si chiamava ancora Jugoslavia) fatto per essere respinto.
Quando inizò la guerra, il Presidente della Repubblica Italiana, Garante dela Costituzione, Oscar Luigi Scalfaro, disse: pacta sunt servanda, occorre rispettare i patti. Intendeva il Patto Atlantico.
Questa asserzione gli merita un posto speciale tra i fraudolenti nel Nono Cerchio dell'Inferno, anche se forse la misericordia infinita di Dio potrà perdobarlo. La coscienza civica degli italiani non dovrebbe, comunque, perché mettere il Patto Atlantico davanti ad un principio costituzionale e di diritto internazionale, fondamentale ed universalmente riconosciuto, è un insulto alla ragione, alla Resistenza, al diritto, alla dignità, alla morale, all'Italia e al mondo. In una parola, è la rottura del Patto civile costituzionale.
Secondo la dottrina cattolica in materia, a questo punto gli italiani avevano il diritto di insorgere ina rmi e pretendere il rispetto della Costituzione.
Comunque quella guerra, della cui partecipazione italiana i dirigenti d'allora dovrebbero essere chiamati a rispondere (le accuse sono alto tradimento ed attentato alla Costituzione) terminò con la Serbia che concesse qualcosa di meno di ciò che le si era chiesto con l'ultimatum, e fu legittimata da un concetto giuridico moralmente sostenibile, ma logicamente difficile da gestire, chiamato "guerra umanitaria". Fu rubricata perciò come fatto eccezionale, alla stregua della invasione vietnamita della Cambogia che la liberò dall'incubo degli Khmer Rossi o dell'intervento indiano nella guerra d'indipendenza del Bangladesh.
L'invasione americana dell'Iraq fu puro e semplice bullismo internazionale.
E naturalmente, le altre canaglie internazionali (Cina e Russia in testa) rivendicano la facoltà di comportarsi allo stesso modo.
Si tratta di un assalto imperdonabile al diritto, analogo all'invasione fascista dell'Etiopia. La partecipazione italiana ad una cosa del genere è, da ergastolo. (avete presente quella città che si chiama Nasiriyya? vi svelo un segreto. Si trova in Iraq, e noi la stavamo occupando illegalmente. I nostri governanti dei allora dovranno rispondere delle vite dei soldati italiani morti laggiù, le cui vite sono state volutamente esposte, coinvolgendoli in una missione incostituzionale, e senza neanche degnarsi di dirgli che li si mandava in guerra ad occupare un territorio).

Insomma, la differenza* tra Mussolini in Etiopia e Bush in Iraq è che Mussolini era un brigante circondato dal disprezzo internazionale che fu punito con delle sanzioni.
Bush ha trovato alleati e sostegno, e perfino una specie di resa incondizonata dell'ONU che accettava il fatto compiuto. In sostanza, il comportamento americano è stato molto più tollerato. Permettete che trovi la cosa inquietante.

Questo blog è nato per affermare questi, e altri concetti, e frantumare la balle a voi anziché ai miei coinquilini. C'era anche un po' l''idea di trovare l'Ammore, ma quella, finora, non è andata bene.

Tutto questo riepilogo palloso di cose che grosso modo avevo già scritto, ma insomma, giusto per ricordarselo, prima di dirvi di andare leggere questo. Aria fresca.


*Oggi pensiamo che Saddam era cattivo, mentre il Negus, poveretto. Nella realtà, erano entrambì brutali e cinici despoti, anche se tra i due, anche io preferisco di gran lunga Haylè Sellasé.
Per capirci, nell'Etiopia degli anni Trenta l'aristocrazia ed il clero spadroneggiavano con arbitrio assoluto su una popolazione povera ed asservita, le mutilazioni genitali femminili erano la norma e la schiavitù diffusa. Mussolini giustificò l'aggressione, tra le altre cose, con la lotta alla schiavitù (vecchio e falsissimo leitmotiv colonialista) e la liberazione di "faccetta nera" (purché si facesse violentare dalle truppe italiane).
Si trattava di problemi reali, ma appena conquistato il paese, fu subito chiaro che l'Italia non avrebbe fatto nulla di serio per risolverli, a parte una serie di disposizioni razziste per impedire a "faccetta nera" di contaminare la Razza Italiota. E in effetti, non lo fece.
domenica, settembre 16, 2007
Vi dicevo che sono andato a Cattolica ad un festival di musica, o più esattamente ad un contest, di "batterie elettroniche" anche se poi di batterie non ho viste. Il tizio che ha vinto suonava un Game Boy, per capirci. Ho anche suonato (insomma, più o meno), ma non è di questo che voglio parlarvi.
Il punto è che a Cattolica ci sono arrivato, e ne sono tornato, in treno.

Andata: Il'ja Stogoff, "mASIAfucker"


"Compresi allora il segreto del Benessere Occidentale. I bianchi vivono bene non perché sanno lavorare - e gli altri no - o perché la loro economia è particolarmente efficiente.
La realtà è più semplice: i bianchi portano pantaloni alla moda soltanto perché, in luoghi che non compaiono neanche sulle carte geografiche, gente di colore, con macchine manuali, ha cucito per loro quei pantaloni"

"Avvertivo un odore familiare, ma in parte dimenticato: era la civiltà, e aveva i denti marci"


Ritorno: Alexander Key, "Conan, ragazzo del futuro"


Ve la ricordate quella stupenda serie televisiva animata di Miyazaki Hayao? Se non ve la ricordate, mi dispiace per voi.
E' molto bella, e del resto ci sarà un motivo se Miyazaki è considerato il più grande regista d'animazione del Giappone.
Non mi metterò a discettare di anime e manga, argomenti che mi interessano ma di cui so davvero pochino, ma già che ci sono vi segnalo un ottimo blog che lo fa. Io vi parlerò del libro.
Non sapevo che esistesse. Fino a stamattina, il nome di Alexander Key non mi diceva nulla, pur essendo lui uno scrittore di fantascienza.
E invece lo trovo, stamattina, nella casa dove ero ospitato, e comincio a leggerlo. Titolo originale, "The incredible Tide" ("la  marea incredibile", anche se in realtà si tratterebbe di uno tsunami); il titolo italiano è ripreso dalla serie TV (un po' come quando "Ma gli androidi sognano le pecore elettriche?" di Philip Dick fu pubblicato qui da noi col titolo di "Blade Runner"). E già questo la dice lunga. Il libro è tradotto ed edito in Italia solo a causa del cartone, e quindici anni dopo di quello.
In sostanza, degli appassionati di animazione, trovandosi a gestire una piccola casa editrice indipendente, si sono messi a cercare il riferimento a questo libro, scomparso da anni anche dai cataloghi degli Stati Uniti, di procurarsene una copia, e alla fine l'hanno fatto tradurre. Io coi sono capitato sopra per il più assurdo dei casi ( enon credo che ci sia stata, anchein Italia, 'sta gra tiratura) e naturalmente me lo sono subito fatto prestare: dove mi ricapita più un gioiellino della fantascienza così?
Facendo una rapida ricerca, scopro che esistono voci di Wikipedia in italiano sia sull'autore che sul romanzo, e scopro quindi che il libro è del 1970. Però ci sono diverse imprecisioni sulla pagina di Wiki (magari le correggo io se ho tempo). Il romanzo è una distopia del dopo-Olocausto, sottogenere diffuso nella fantascienza americana dell'epoca della Guerra Fredda, ma presenta alcune originalità, di cui la principale (a differenza di quello che scrive Wikipedia) è che la causa dell'Olocausto non è l'uso di armi atomiche, ma magnetiche, che causano uno spostamento dell'asse terrestre con devastanti conseguenze geologiche e climatiche.
Il messaggio "ambientalista" nella contrapposizione tra la cupa, tecnologica, totalitaria, classista e delatoria Industria (che ricorda l'URSS staliniana) e la vita semplice e dura dei "buoni" ad High Harbor, è chiaro, e probabilmente è stato quello che ha fatto presa su Miyazaki.
In sé il libro non è che sia sto capolavoro. E' molto, come dire, "americano" nel senso, il giovane eroe forte e figo, nato per comandare, destinato a superare le avversità e a vincere i pericoli, e strada facendo redime anche la (inizialmente) odiosa dottoressa Manski, rappresentante del becero potere totalitario e tecnocratico di Industria.
Però, visto che tra poco tornerò a parlarvi di "Rihla ilà al-Ghad", cominciamo a mettere mattoncini, coi casi che capitano.
 


martedì, agosto 21, 2007

Questo post è dedicato a Tupaia.

Avevo segnalato a suo tempo il suo blog, che trovo davvero affascinante. E’ uno dei pochi a cui ho scelto di dedicare il poco tempo di connessione internet che ho qui.

Da piccolo, ero appassionato di scienza. Me ne interesso anche ora, sia chiaro, e un blog come il suo non fa che ravvivare la mia curiosità e darmi stimoli. Ma ho preso un’altra strada, e non ho molto tempo. In prima superiore, cominciai a trovare noiosa ed insopportabile la matematica, del che adesso mi pento, e capii che non sarei stato io a risolvere il problema della fusione fredda; e che ero invece assai più portato per le lettere e le lingue; in particolare, in quel periodo scoprii Baudelaire, che potevo già leggere in originale, e passai dal liceo scientifico al linguistico.

Non starò a spiegarvi qui perché sono laureato in arabo anziché in francese o nell’altra lingua che avrei amato, il russo; non sono sicuro di saperlo nemmeno io.

Comunque, nelle scienze naturali la matematica è pochina, e continuai ad interessarmene, e ad avere ottimi voti in scienze della terra e biologia. Inoltre, ero e sono appassionato di fantascienza… il che ha salvato almeno una parte della mia cultura scientifica. E’ grazie a Douglas Adams, l’autore di quel libro celeberrimo e meraviglioso che è la “Guida Galattica per Autostoppisti”, per esempio, che ho letto “l’orologiaio cieco” di Dawkins, e quindi posso seguire una discussione sull’evoluzionismo e l’Intelligent Design sapendo perlomeno di che cosa si sta parlando. Visto che l’orologiaio di Tupaia è miope, mi sembra giusto accennare alla cosa.

Questo, sia chiaro, non fa di me un esperto in materia. Le mie cognizioni naturalistiche sono raccolte più o meno come capita e hanno delle serie lacune; dico solo che cose come i post di Tupaia sugli animaletti (o animaloni, tipo il basilosauro) bizzarri e le la loro enorme, affascinante varietà riaccendono una vecchia scintilla.

Ho letto ieri il suo post sui tardigradi, esserini tanto diffusi quanto ignoti ai più, benché siano decisamente affascinanti, anche dal punto di vista della fantascienza.

A loro riguardo, ho un aneddoto personale. Non sono mai stato forte come un leone, né agile come una lince. Anzi, sono sempre stato fondamentalmente goffo, lento di riflessi e un po’ imbranato, e anche sanamente pigro; ballare è sempre stato, ed è ancora, qualcosa che difficilmente mi arrischio a fare prima del secondo cocktail. Negli sport sono sempre stato scarso, e la ginnastica artistica a cui andavo da bambino era una specie di tortura settimanale, perché la mia incapacità di fare alcunché di più complicato di una mediocre ruota rendeva vittima di compagni ed istruttore.

Insomma, quando avevo circa cinque o sei anni, in famiglia mi chiamavano affettuosamente “tardigrado”, nel senso etimologico di “lento a muoversi” identificando tuttavia la creatura in questione con qualcosa di completamente diverso dalle prodigiose bestiole acquatiche di Tupaia.

I miei parenti erano convinti che tardigrado fosse in zoologia, un mammifero arboricolo di medie dimensioni, e più precisamente quello un creatura che si trovava tra i miei pupazzetti di plastica e non si riusciva ad identificare altrimenti. Trattatavasi di un’entità dall’aspetto scimmiesco, quadrupede, ma con l’aria di essere in effetti pensato per la stazione eretta: con gambe e braccia sproporzionatamente lunghe, la schiena curva e senza coda, che pareva camminare sulle nocche. Quando imparai a leggere i vari “libro degli animali” e “grande libro degli animali” riccamente illustrati, decisi che il “tardigrado” dovesse essere in effetti un bradipo, benché il pupazzetto-modello gli somigliasse solo vagamente: e sospetto (ma naturalmente non posso controllarlo da qui) si tratti un vecchio nome di quest’ultimo.

In linea di massima, fino a ieri, ho creduto che i bradipi si potessero chiamare anche tardigradi.

Dato che più tardi sono stato associato al bradipo come animale-totem, (e non ridete, perché io ne vado fiero) la cosa ha per me una certa rilevanza. Scoprire che i tardigradi sono non solo tutt’altra cosa, ma qualcosa che meriterebbe l’attenzione della fantascienza, è per me una rivelazione significativo.

 

Tutte queste riflessioni sono state suscitate in me da una cosa che mi è successa ieri, dopo aver letto il post di Tupaia.

Pioveva, a Tunisi, cosa di per sé eccezionale in questo mese, mentre tornavo a casa. Il mio istituto è in centro, ma io abito a 15 km e sceso dall’autobus devo rischiare la vita attraversando una superstrada, dopo averla seguita per un tratto. C’è un semaforo, ma è bene non contarci troppo. Finora comunque ne sono uscito incolume.

E mentre cammino con le macchine che sfrecciano su sei corsie, ecco che spunta una ranocchia. Un piccola rana gialla. La guardo. Lei salta, sul ciglio della strada, poi in mezzo. Sta ferma a guardare l’universo… “Ciao strada, ciao asfalto” sembra dire, come nella barzelletta “Io sono la rana dalla bocca larga, e tu chi sei?” E in quel momento passa un taxi e io mi preparo ad assistere al peggio. Il semaforo rosso ed un salto tempestivo sull’altra corsia salvano l’anfibio.

Guardo i suoi salti temerari che sfiorano i copertoni delle macchine. Una donna velata con due bambini, sul taxi, guarda me con aria interrogativa. Cioè, sto fermo, assorto a guardare verso di loro dal ciglio di una superstrada senza fare niente, non è normalissimo. Le sorrido, lei mi fa un cenno di saluto, forse rassicurata.

Come faccio a dirgli attraverso l’altra corsia piena di macchine, che sto ponderando se partire in un folle soccorso dell’intrepida ranetta?

Lo scatto del verde risponde per me: attraversare due corsie di auto in moto per salvare l’esserino sarebbe suicida. Per me. Mi limito ad osservare la sua traversata, facendo mentalmente il tifo per la creatura vivente e così fragile che sfida gomme e asfalto e acciaio. Ad un certo punto si ferma, arriva una macchina; le passa sopra, di nuovo mi aspetto la catastrofe; ma passata la macchina, la rana è ancora lì, viva e vegeta, e con due ultimi salti raggiunge la salvezza dello spartitraffico ornato di oleandri. Le gomme l’hanno mancata per un soffio. Esulto, mentre mi riavvio verso casa.

 

Concludo rispondendo ad un commento al post dei tardigradi: è vero, la fantascienza non ha una gran ricchezza di buone storie basate sulla biologia, e in particolare su cose come la zoologia e la botanica (molto di più sulla genetica, ma di solito è quella umana). Un po’ perché, diciamolo: grosso modo, la chimica la conosciamo bene, le basi della fisica sono ben definite da un bel po’ (per ora, almeno: lo pensavano anche ai tempi della fisica newtoniana) e anche quelle dell’astronomia, insomma, grosso modo un’idea chiara ce l’abbiamo.

Quanto alle scienze biologiche, stanno facendo in questi anni progressi straordinari, ma per quanto sono aggiornato io, e anche in base a cosa scrive Tupaia, sembra che ci sia ancora molta più roba da scoprire e capire di quella che si sia scoperta e capita. Ne riparlerò in un post che sto pensando su darwinismo e lamarckismo, (eh, si farò un’incursione in un campo assolutamente non mio, ma in realtà ero partito da una riflessione sul concordismo tra scienza e religione nell’Islam). Quindi forse di gran materiale per scrivere della fantascienza che duri non ce n’è. Questo però non spiega tutto.

I principi generali delle scienze geologiche sono piuttosto chiari da decenni, ma queste hanno attirato l’attenzione degli scrittori di Sci-Fi anche meno della biologia. (mi vengono in mente pochi esempi: un racconto di U.K. LeGuin ispirato all’idea di deriva dei continenti. C’è n’è anche uno di Doris Lessing sul grande terremoto previsto in California, ma si concentra sugli aspetti sociologici. Li potete trovare entrambi nella antologia “Catastrofi!” a cura di Asimov e Greenberg, Mondatori. Un terzo, degli anni Novanta, si occupa in modo divertente della geologia di Venere, ma autore e titolo mi sfuggono).

Non conosco nessuna opera che affronti, che so, l’idea di “intelligenza minerale”. O che per esempio parli di un pianeta la cui geologia si basi sull’isostasia di Pratt anziché sulla tettonica a placche.

Il campo della biologia è relativamente più arato dagli scrittori: basti pensare alla geniale anticipazione di Aldous Huxley, nel “Mondo Nuovo”, del concetto di clonazione. Ci sono parecchi racconti, tra i più belli mi vengono in mente “Scritto nel Sangue” di C. Lawson, che avevo già citato, ed è stato l’unico testo dopo i “fratelli Karamazov” a farmi salire le lacrime; però tratta di genetica umana. E “L’evoluzione non dorme mai” che invece affronta un animaletto che non ci aspetterebbe interessante per la Sci-Fi: il chipmunk, un piccolo roditore comune in Nordamerica e reso celebre dal cartone animato di Alvin. Poi c’è un bel raccon