giovedì, febbraio 14, 2008
Quanto prima serve ad introdurre il fatto che esistono delle persone che testimoniano la propria fede in Cristo a costo della vita.
Queste persone sono ufficialmente ammirate e venerate dalla Chiesa. Sono i Santi Martiri, e non c'è niente di meglio di un martirio per il cristianesimo per ottenere un posto nel calendario.

Dunque, un trentina di anni fa, un vescovo di una città dell'America Centrale comincia a fare delle osservazioni riguardo il fatto che Cristo non aveva molta simpatia per i ricchi e i potenti, e che di conseguenza la Chiesa dovrebbe stare dalla parte dei poveri e degli oppressi quando i ricchi e i potenti si mettono a tiranneggiare.
Non era un'idea nuova, dato che essenzialmente era una conseguenza piuttosto elementare del Vangelo, ma andava contro una tradizione consolidata dei religiosi dell'America Centrale, che non amavano farsi scotennare dagli sgherri dei proprietari terrieri e quindi avevano lasciato stare questi ammennicoli come il Vangelo e Gesù Cristo. Sostenevano che il cristianesimo significasse che i ricchi e potenti facessero il cazzo volevano.
Questo vescovo, che si chiamava Romero, aveva idee leggermente diverse, e pensava che il cristianesimo si basasse sui Vangeli e richiedesse ai cristiani di comportarsi con giustizia, ad esempio c'è quella storia delle due tuniche...
In questo paese dell'America Centrale era in corso una guerra spietata tra i poveri e gli oppressi da una parte e i ricchi e potenti dall'altra, anche se parlare di "guerra" può essere fuorviante.
In realtà alcuni poveri ed oppressi, incoraggiati anche da religiosi che la pensavano come Romero (e da qualche prete di un'altra religione, che venerava un altro ebreo con la barba vissuto in Germania) avevano cercato di alzare la testa, al che i ricchi e i potenti avevano lanciato una strage a senso unico contro chiunque gli chiedesse un minimo di giustizia, umanità e moderazione nello sfruttare il prossimo.
Non è molto evangelico, sfruttare il prossimo e tantomeno ammazzarlo se obietta allo sfruttamento.
Romero diceva questa cosa, cioè professava il cristianesimo. Di conseguenza, gli spararono nella cattedrale della capitale (lui era vescovo della capitale).
C'è un precedente, un arcivescovo di Canterbury fatto assassinare dal ricco e potente di turno perché aveva obiettato a certi comportamenti del ricco e potente che non erano proprio evangelici.
Quello lì è una santo martire venerato, giustamente. E Romero?
E Romero NO. A ventotto anni di distanza dal suo martirio (quando in media un martire si santifica di corsa corsissima), il più alto esempio di martire cristiano del Ventesimo secolo NON è ancora un Santo della Chiesa.

Ecco perché Ratzinger mi sta sui coglioni.

sabato, gennaio 26, 2008
Dicevo che Ratzinger mi sta sulle balle. Uriel ne spiega il motivo meglio di quanto avrei saputo fare io.
postato da: falecius alle ore 13:25 | Permalink | commenti
categoria:religione
martedì, gennaio 15, 2008
Si parla abbastanza spesso di una cosa che si chiamerebbe "islamo-fascismo" o "islamo-nazismo" a seconda di quanto Terrore™ si vuole instillare.
L'idea, sospetto, è quella di collegare l'attuale guerra all'errorismo alla Seconda Guerra mondiale, stabilendo una continuità nella "lotta per la libertà" e ottenere il consenso dei settori della Sinistra™ a questa guerra.

Questo è possibile se si assume il "fascismo" come entità meta-storica, astraendo dalla concreta esperienza del regime fascista italiano. E' una prospettiva che in sé ha un senso, ma che non basta. Se si definisce "fascismo" qualsiasi cosa non piaccia alla Casa Bianca, naturalmente Saddam Hussein, Bin Laden, Ahmadinejad e Ismail Haniyeh saranno fascisti, ma avremo anche una nozione di "fascismo" che non ci aiuta a capire nulla, tranne quello che sapevamo già.

Pochi post fa, avevo proposto tre caratteristiche principali del fascismo, cioè dell'ideologia e della prassi politica fascista. Se individuiamo una prassi ed una ideologia che presentano in modo rilevante queste caratteristiche, potremo certamente chiamarla "fascista" e questa definizione avrà un valore, cioè aiuterà a capire di che cosa stiamo parlando.

Il principale aspetto del fascismo, dal mio punto di vista, è la statolatria, ovvero la subordinazione della felicità individuale agli scopi definiti (in maniera autoritaria) dallo Stato (nazionale).

Se esaminiamo le ideologie fondamentaliste islamiche (che è ovviamente un'ideologia politica, distinta dall'Islam in quanto religione) notiamo intanto che esse, al momento, sono all'opposizione in tutti i paesi musulmani eccetto l'Iran (l'Arabia Saudita è un caso particolare) e che rifiutano teoricamente il concetto stesso di stato nazionale, almeno in origine.
Notiamo anche che in termini teorici tutto il fondamentalismo islamico afferma, in linea col pensiero liberale, che lo stato sia un mezzo per la felicità individuale e non un fine in sé, come invece affermerebbe il fascismo.
Il fondamentalismo si stacca però dal liberalismo, e si avvicina alle nozioni fasciste, in quanto pretende che lo stato islamico sappia quale sia il bene e la felicità dei suoi cittadini meglio di quanto lo sappiano loro stessi. Ed in effetti in Iran ed Arabia Saudita le leggi puniscono alcuni comportamenti individuali che la religione musulmana considera peccati.
Sia lo stato islamico che lo stato fascista sono quindi degli stati etici che impongono una morale privata ai loro cittadini. Però la visione del potere statale che li sostiene è piuttosto diversa.

Veniamo ora alle tre caratteristiche principali e specifiche del fascismo:
Corporativismo, Nazionalismo ed Autoritarismo.
Corporativismo: l'islamismo politico non conosce nulla del genere. Assume elementi di socialismo e redistribuzione del reddito, ma che io sappia non esiste, in Iran, niente che si possa avvicinare alle Corporazioni fasciste.
La maggior parte dell'Islam politico contiene un messaggio di classe ed un discorso sulle classi oppresse, anche se non è da intendersi in senso marxista. Del resto il regime iraniano ha consistentemente appoggiato la borghesia locale; esiste l'idea che l'Islam (come il fascismo) contenga la soluzione generale per i conflitti di classe. In effetti il discorso fondamentalista non è unitario su questo punto; se Hizbullah ad esempio porta avanti una politica sociale e redistributiva di grandi proporzioni e si appoggia in buona parte sul proletariato sciita, il fondamentalismo di Zia'ul Haq in Pakistan era invece liberista e capitalista in campo economico.

Nazionalismo: in teoria l'Islamismo politico non conosce affiliazione fuori della Umma dei credenti. Nella pratica quasi tutti i movimenti islamisti hanno una componente nazionalista, con la rilevante eccezione dell'area jihadista legata ad al-Qa'ida (che sta al fondamentalismo islamico circa come le Brigate Rosse stavano al comunismo). Il discorso nazionale è usato di solito in chiave anti-imperialista, cioè per opporsi alla presenza e all'ingerenza americana, o israeliana, o russa. Perfino in Hezbollah ed Hamas, probabilmente i movimenti col carattere nazionalista più accentuato, l'idea della nazione tende a passare in secondo piano rispetto ai principi dell'Islam e del benessere individuale ( a cui l'Islam conduce). La mistica patriottica del fascismo è assente o embrionale, e quando appare sembra più una strategia per aumentare il consenso e legittimarsi nel contesto politico nazionale.

Autoritarismo: l'Islam politico respinge decisamente l'idea di democrazia come sovranità popolare, in quanto l'unico Sovrano e Legislatore è Dio.
Dio, però, notoriamente non presiede i consigli dei ministri, ed in generale il fondamentalismo sostiene la necessità della partecipazione popolare e della consultazione come metodi di gestione della cosa pubblica. Scagliandosi contro la corruzione dei regimi laici, afferma spesso l'importanza della trasparenza delle istituzioni statali. Tuttavia, non esiste un'idea di organizzazione dello Stato dettagliata e comune al fondamentalismo islamico, all'infuori del rifiuto del dispotismo di autorità terrene come le monarchie o i partiti unici e dell'invito alla consultazione e alla collegialità. Generalmente parlando, si può affermare che il fondamentalismo sia ideologicamente anti-autoritario. Tuttavia nel caso del khomeynismo sciita, l'esistenza di una gerarchia religiosa strutturata a cui si deve obbedienza, ha reso possibile attribuire all'Ayatollah Khomeini una posizione di autorità suprema.

Concludendo, esistono elementi di relazione tra certe espressioni ideologiche del fondamentalismo ed il fascismo. Però, l'Islamismo politico è troppo complesso e variegato per operarne una sintesi ideologica che lo colleghi al fascismo, e non possiede in modo significativo le caratteristiche tipiche del fascismo.

Insomma, non date retta a certe balle.



sabato, dicembre 29, 2007
Quando dico le cose per me ovvie (Benazir Bhutto ha voluto l'atomica pakistana, Benazir Bhutto ha appoggiato i Talebani) la gente normale dell'Occidente che Lavora, e che ha scoperto da due giorni l'esistenza del Pakistan e degli Armeni, cade dalle nuvole. Dato il tenore delle veline dell'Informazione Ufficiale, non mi sorprende.
Una persona mi chiede: "che lingua parlano in Pakistan?" Io sono costretto a rispondere che lingue parlano in Pakistan, il che porta ad uscire dai confini della Risposta Semplice™ e distrugge il limitato interesse dell'interlocutore. Perché prima di fare un fare un discorso di analisi sul Pakistan, ci sarebbe da dire un quantità di cose sullo Stato nazionale e sull'identità nelle regioni decolonizzate, sul ruolo sociale e politico della religione, sui concetti di popolo, etnia, nazione e comunità religiosa. Ma non ho voglia di parlarne, comunque su questo blog ne accenno spesso, quindi darò tutto per scontato.
Adesso riprendiamo tutto da capo.

Il confine tra Pakistan ed Afghanistan si chiama linea Durand, perché è stato tracciato da una commissione guidata da un tizio di nome Durand (abbastanza evidentemente un europeo occidentale) verso il 1890.
All'epoca, si trattava del confine tra l'Afghanistan e l'India britannica.
La linea Durand è un confine geografico, che segue una serie di crinali montuosi abbastanza impervi e quindi, in teoria, facilmente difendibili. Ci sono solo tre passi relativamente agevoli per valicare il confine, questo se hai un grosso esercito in assetto di conquista, s'intende. Gli inglesi erano preoccupati dall'eventualità di un'invasione afghana o soprattutto russa dell'India, ed avevano avuto esperienze assai spiacevoli nel tentativo di estendere la loro infuenza oltre quei passi, cioè in Afghanistan.
Le loro preoccupazioni non erano così peregrine, visto che un secolo prima l'invasione ed il saccheggio dell'India erano stati lo sport nazionale afghano.
Da entrambe le parti della linea Durand ci sono altre catene montuose impervie, nel senso che gli Appennini in confronto sono collinette. E su entrambi i lati della linea vivono i Pashtun, o Pakhtun, o Pathan (la pronuncia varia a seconda delle zone, credo). Montanari, pastori e contadini, ma anche, all'occorrenza, eccellenti guerrieri, come scoprirono a proprie spese gli inglesi prima ed i sovietici poi.
Musulmani sunniti, della scuola giuridica hanafita, per quanto può valere. La loro organizzazione tradizionale è articolata per tribù gentilizie; i clan principali erano i Ghilzay nel nord ed i Durrani nel sud. La società pashtun, rurale e tribale, è informata ad un rigido codice consuetudinario, il pashtunwali, che da quelle parti è sempre stato più importante della shari'a. Ovviamente la shari'a, in una terra musulmana da secoli, ha fortemente influenzato il
pashtunwali, il che del resto è accaduto con il diritto ed i codici d'onore consuetudinari di moltissimi altri paesi musulmani.
I pashtun parlano il pashto, una lingua ideuropea di ceppo iranico, imparentata quindi col persiano e con le lingue kurde, ma abbastanza diversa da loro da non essere reciprocamente comprensibile. Ad ogni modo i Pashtun non hanno avuto fino a tempi recenti una cultura letteraria scritta, pur avendo al contrario una ricca e vasta letteratura orale, che io non conosco ma che, mi assicura chi ne sa di più, è molto affascinante. I pashtun non hanno mai dato vita ad una civiltà urbana. Per molti secoli, la lingua della letteratura scritta, della cultura urbana, delle corti e dell'amministrazione negli attuali Pakistan ed Afghanistan è stata perlopiù il persiano. Le città di Kabul e Qandahar parlavano persiano in mezzo a una campagna che parlava pashto, così come le città dell'Est Europa parlavano tedesco nella campagna slava o ungherese, fino alla metà dell'Ottocento. In particolare il persiano d'Afghanistan, chiamato dari (che dovrebbe significare qualcosa come "lingua della corte", ha l'accento sulla i e dovrebbe essere femminile: la dari, come la hindi) è più conservativo di quello dell'Iran, e ha preso in epoca moderna più prestiti dal russo che dall'inglese o dal francese (ad esempio, in Iran "cinema" si dice sinama, in Afghanistan, come in Russia, kino).
I clan Pashtun, in particolare quello dei Durrani, sono stati il nucleo da cui si formò, con un processo lungo e complicato, lo stato afghano. Gradualmente l'espansione russa ed inglese ed il consolidamento dello Stato nazionale persiano sciita (l'Iran) definirono i confini dell'Afghanistan attuale, stabiliti appunto attorno al 1890. 
Questi confini seguivano la difendibile linea Durand, ed il fiume Amu Darya (l'antico Oxus) ed erano quindi perlopiù geografici. I Tajiki, che parlano dari, furono divisi tra Afghanistan e Russia. I Pashtun furono divisi tra Afghanistan ed India Britannica. Altre popolazioni di lingua dari, come gli Hazara, di fede sciita e di orgine mongola, e di lingua turca, furono incluse nello stato dei Durrani, che pur essendo governato dai pashtun, non aveva nessuna connotazione etnica o nazionale specifica: la sua corte si esprimeva in persiano, e la sua sopravvivenza indipendente fu dovuta più all'equilibrio tra Gran bretagna e Russsia,e alla provata difficoltà della conquista, che a qualsiasi fattore nazionale. Ciò che identificava gli abiatnti del paese tra di loro era l'islam. E dato che da quelle parti di Stati etnici non ce ne erano mai stati dai tempi di Ciro il Grande, nessuno se ne faceva un dramma.
domenica, dicembre 16, 2007

Abbiamo visto nel post precedente che il "libero mercato" non ha nulla di "naturale". Esso si fonda su convenzioni giuridiche ed economiche stipulate implicitamente all'interno della società, e che queste rendono possibile lo scambio e l'accumulazione, l'investimento, il commercio, il formarsi o meno di monopoli, le modalità di sfruttamento del lavoro e delle risorse, lo stesso concetto di merce.

Lo stesso vale per il diritto "naturale". E' possibile ammettere l'esistenza di un diritto naturale come atto di fede, ed indubbiamente le stipulazioni giuridiche sono o dovrebbero essere razionali, ma non sono naturali. Dato che viviamo in una società basata sul mercato e sul diritto, questa società crea un'ideologia che legittima come naturali ed ovvie le convezioni che li fondano.

Lo Stato, in generale, e lo stato burocratico e nazionale in particolare, sono ugualmente delle convezioni difese da una ideologia che in passato era ideologia religiosa ed in seguito fu ideologia razionalista o nazionalista. Non c'è niente di intrisecamente razionale nell'idea di Stato, anche se è razionale il baratto contrattualista "libertà contro sicurezza". Razionale ma non necessario né inevitabile.

Non c'è assolutamente niente di intrisecamente razionale nel concetto di nazionalità. Le nazioni sono fatti (anche nel senso di costrutti) storico-politici. Inoltre, dovrebbe essere chiaro che l'etnia e lo Stato eventualmente basato su di essa lavorano in feedback, ossia, sono gli Stati a creare le nazioni attraverso un capillare processo di indottrinamento ideologico a partire dall'istruzione obbligatoria di massa nella lingua nazionale. Questo processo è possibile grazie ad uno stato macchina burocratico la cui formazione secolare conosce una prima una svolta importante nella Francia di Enrico di Borbone, alla fine del Cinquecento. Le diverse etnie della Francia divennero col tempo una sola nazione unita dalla comune fedeltà allo Stato, e che si esprimevano nelle loro relazioni politiche in quello che era stato in origine il dialetto dell'area di Parigi; anche se a casa parlavano (e parlano) bretone o provenzale. Non c'era niente di inevitabile o necessario nel fatto che la lingua germanica dell'Olanda sia diventata una lingua nazionale letteraria codificata, e quella dell'Alsazia no (o almeno non altrettanto). Questo fenomeno richiese secoli e si compì solo quando la tecnica moderna, l'urbanizzazione e la concentrazione produttiva generata dalla rivoluzione industriale capitalistica resero possibile la leva, l'istruzione di massa e l'irregimentazione dei lavoratori nelle fabbriche, nei partiti e nei sindacati.

Quando cioè, alla fine dell'Ottocento, le nazioni europee smisero di essere società prevalentemente agricole e provinciali, mentra la forza della borghesia e del nazionalismo spazzava via gli ultimi resti del decentramento feudale, accentrando l'amministrazione e la popolazione e mettendo tra l'altro a disposizione del capitale industriale e finanziario masse enormi di contadini trasformati in proletari. L'accumulazione capitalistica (assieme alla rapina colonialista, gestita a lungo per mezzo e a favore di compagnie private) metteva a disposizione dello Stato la base imponibile necessaria per costruire ed allargare il suo apparato amministrativo, repressivo e sociale, che portava avanti la nazionalizzazione.

Alcune aree opposero a questo una strenua ed implacabile resistenza, specialmente di fronte a Stati deboli: il Moloch nazionalista avanzò vittoriosamente in Francia, Germania ed Ungheria, e più tardi in Turchia; in Spagna non riuscì mai ad avere ragione dei Baschi (che adesso hanno il loro analogo apparato in miniatura) né, nel Regno Unito, degli Irlandesi (caso un po' particolare, dato che in certa misura l'Irlanda potrebbe essere visto come una colonia inglese). Non so sia un caso che l'ideologia di resistenza di questi due popoli fosse basata su un feroce attaccamento al cattolicesimo.

Un storia simile potrebbe essere raccontata per la resistenza implacabile dei Kurdi alla nazionalizzazione in Iraq e Turchia, (al contrario della loro relativa integrazione in Iran e Siria) nonostante i mezzi di estrema violenza coercitiva adottati da questi Stati-macchina nazionali.

Integrare chi era integrabile nella struttura produttiva dell'appartato statale e capitalistico: distruggere chi non lo era, culturalmente ed al limite fisicamente: ecco che il Moloch concepisce e porta avanti, dalla Tasmania in poi, il genocidio.

Ecco che la costruzione della nazione degli Stati Uniti procede mediante la distruzione della popolazione nativa non assoggettabile al sistema, e lo sfruttamento sistematico della sua terra, in buona parte per l'allevamento capitalistico su larga scala di bovini da carne. Al tempo stesso, gli immigrati (bianchi) provenienti, a milioni, dall'Europa e dall'Impero Ottomano sono integrati nel capitalismo urbano, scolarizzati in inglese e nazionalizzati più o meno completamente nel melting pot.

Ecco che il nazionalismo turco passa per il genocidio armeno. E che la caparbia ostinazione di Ebrei e Zingari ad essere sé stessi nell'Europa degli Stati nazionali porta al risultato mostruoso che conosciamo, al Moloch supremo dell'organizzazione capitalistica, razionale e spersonalizzata della produzione di morte e nella consuzione dei corpi nel fuoco, dopo averne impiegato ogni particella utile. Un'amministrazione burocratica efficiente e concentrata messa al servizio della morte come fine in sé.

Non forse è un caso che noi chiamiamo "Olocausto" quello che per gli Ebrei è la Sho'ah: l'Olocausto era il sacrificio in cui la vittima era interamente bruciata. Come nella fornace del ventre di ferro di Moloch.

domenica, dicembre 16, 2007

Malgrado la sua voracità oppressiva, il sistema dei templi dei palazzi e degli imperi dell'Età del Bronzo, crollato sotto il suo stesso peso e per l'invasione dei Popoli del Mare, dei Frigi, degli Aramei e degli Israeliti, non era un Moloch.

Gli mancavano la potenza tecnica, la coscienza ideologica, la burocrazia moderna ed il capitale. Fino all'età persiana, non esisteva neppure la moneta.

Inoltre, anche se gli Stati cittadini o imperiali innescavano la corrosione della solidarietà gentilizia e familiare, questa non venne mai meno, né ci fu mai un tentativo cosciente di spezzarla. La burocrazia scribale registrava i capifamiglia, il diritto consuetudinario rimaneva prevalente malgrado i codici di Ur-nammu o di Hammurapi, che del resto vi si ispiravano largamente, e che comunque avevano un intento più celebrativo ("io sono il re giusto") che legislativo ("dovete fare così").

L'accumulazione avveniva soprattutto tramite le tasse, pagate anche in natura o in lavoro (che potevano essere mascherate da offerte religiose), e mancava completamente una logica di investimento, se non ad un livello piccolissimo. L'usura esisteva e conduceva di norma all'asservimento; contro questo processo furono redatte le norme del Codice dell'Alleanza nel libro dell'Esodo, che istituivano gli anni sabbatici e giubilari. Ricordiamo che gli Ebrei nasconono come contadini in fuga dalla servitù per debiti, secondo una probabile etimologia.

Il Moloch ha bisogno di una burocrazia capillare, di un apparato statale esteso che detenga il monopolio della violenza legittima, e per questo ha ancora più bisogno di qualsiasi altro sistema politico di una ampia ideologia legittimante.

La legge del taglione poteva essere sancita dai codici babilonesi, ma non era necessariamente compito delle autorità statali babilonesi applicarla; perfino nella shari'a ( ma non nelle sue applicazioni moderne negli Stati nazionali in cui è in vigore) aspetti di quello che noi chiameremmo diritto penale erano visti in termini di diritto privato e rapporti tra famiglie allargate.

Questo apparato crea un sistema di convenzioni giuridiche che lo legittimano e rendono possibile il capitalismo: nessuna accumulazione di capitale è possibile senza una moneta unica garantita dal potere statale, ed il cui valore è fatto accettare dalla forza dello Stato stesso. E' lo Stato ed il diritto positivo che produce a dare forza e valore ai contratti. E' la legge dello Stato a definire che si può vendere come merce, ad esempio, la forza lavoro ed il tempo di un essere umano, ma non l'essere umano in sé* (o al contrario, che questo sia possibile**).

E' la legge a decidere che la terra sia liberamente vendibile, e che la superficie del mare invece non lo è (per ora); a noi pare normale, ma per i nativi americani dell'Ottocento vendere la terra era una follia blasfema ed inconcepibile.

* Questo è in parte possibile in un caso, anche se la nostra ideologia non lo percepisce come una compravendita: le adozioni internazionali. Il fatto che per noi non ci sia compravendita non vuol dire nulla: in molte società, essendo la terra concepita come inalienabile (come per noi gli esseri umani) gli scambi di proprietà terriera venivano codificati ad esempio come contratti di adozione: è il caso dei testi cuneiformi dell'archivio di Nuzi, in Iraq.

Nemmeno il fatto che l'"acquirente" non agisca in vista di un utile economico o in un logica di investimento, è rilevante. La relazione non è in nessun modo di natura schiavile. Quello che è "comprato" non è un "uomo" ma un "figlio", ma la sostanza non cambia. Sia chiaro però che io non ho nulla contro le adozioni internazionali in sé. Voglio solo mostrare come funzionino certi meccanismi.

** L'eliminazione della schiavitù giuridica permette al capitale di monetarizzare il rapporto di lavoro, ed è quindi funzionale ad espandere la sua sfera d'azione, indipendentemente dal fatto che le condizioni lavorativa siano più o meno "schiavistiche". In senso proprio, la schiavitù è una relazione giuridica e non  riguarda la natura e le condizioni del lavoro: gli schiavi personali di personaggi potenti potevano vivere in condizioni infinitamente migliori di quelli della maggior parte dei popolani giuridicamente liberi, o addirittura, nel caso dell'Egitto dei Mamelucchi, rappresentare la classe dominante.

domenica, dicembre 16, 2007

Il Capitale ha bisogno dello Stato. E non di un qualsiasi Stato, ma di uno Stato-macchina del tipo europeo moderno. Per una serie di fenomeni storici complessi, questo tipo di Stato è diventato anche uno Stato nazionale.

Anche in passato l'economia era strettamente legata alla politica. Oltre lo stadio elementare del piccolo baratto, lo scambio e l'accumulazione necessitavano di strutture politiche spersonalizzate su larga scala. Pensate all'organizzazione che poteva essere necessaria, quasi cinquemila anni fa, per portare le pietre dure estratte in Afghanistan fino alle città sumere in Iraq.

Questo commercio era amministrato, con dotazioni fornite dal palazzo reale e dal tempio cittadini, tramite mercanti che dipendevano da essi. Una volta arrivati a destinazione (di solito un luogo di intermediazione, e non il lontanissimo centro di produzione della materia prima) è probabile che lo scambio in sé avvenisse sotto forme ideologiche dello scambio di doni.

Dal punto di vista sumero, i "Barbari" fornivano le materie prime al centro del mondo, per glorificare i loro dei. lapislazzuli, stagno, cedri del Libano, servivano alla costruzione dei loro templi. Gli scambi erano resi possibili dall'accumulazione di risorse locali attuata dai grandi sistemi redistributivi controllati da templi e gestiti dal palazzo. I sistemi redistributivi e di accumulazione dell'età del Bronzo rubavano ai poveri per dare ai ricchi, e si imperniavano in una inscidibile unità di religione, economia e politica. Erano sistemi generalmente impersonali, almeno nella sostanza, rispetto ai quali le solidarietà familiari allargate da un lato si corrodevano (la cosa è testimoniata in modo eccellente dai contratti e dai testi giuridici riguardo l'eredità, e ne resta una traccia perfino nel Quarto Comandamento: era necessario dire "onora il padre e la madre" in un'epoca in cui questo non era più scontato) e dell'altro potevano fornire, se non una resistenza, quantomeno una viscosità rispetto al sistema.

I conflitti tra le città cananee e filistee ed i primi Israeliti, che si trovano nei libri di Giosuè e dei Giudici, spogliati dei loro elementi tardi e leggendari, raccontano anche la storia di un conflitto tra due poli d'aggregazione, i Palazzi reali cittadini e le tribù basata sulla solidarietà di clan epressa nel codice delle relazioni genealogiche (che potevano essere all'occorrenza riformulate, come accade a anche oggi tra i beduini, in funzione di rivalità ed alleanze).

sabato, dicembre 15, 2007

Il Moloch divora le sue vittime nel fuoco. Il Moloch esige un tributo sacrificale e impone che ci si inchini davanti a lui, lo si adori e gli obbedisca. Il Moloch è una grande statua di ferro nel cui ventre insaziabile c'è la fornace dove bruciano le vittme, e le vittime sono quanto vi è più di più caro: i neonati innocenti.

Il Moloch sfrutta e distrugge nel fuoco il lavoro e la vita dei suoi schiavi. Egli è il Padre, il Padrone ed il Re, e quindi incarna anche etimologicamente queste tre figure archetipe di potere: sociale, economico, politico.

Non è un caso, forse, che nell'Africa romana Baal, il dio a cui si offriva il molk, (anche se il molk storicamente non era un sacrificio di neonati vivi) fosse identificato con Saturno-Kronos, il dio padre-padrone che divorò i suoi stessi figli.

Nel Moloch si fondono il la Famiglia, il Capitale e lo Stato. Simul stabunt, simul cadunt.

La vittima del Moloch era, secondo la Leggenda Nera anti-punica, prima sgozzata, dissanguata ed infine bruciata e consunta dalle fiamme.

Il Moloch ed il suo tophet dominano sulla discarica, sul regno dell'impurità, della morte e della consunzione. A Gehenna si lasciavano cadaveri e rifiuti.

Il Moloch stabilisce un ordine la cui violazione è distruzione, e le sue fiamme sembrano promettere purezza; ma attorno al suo idolo metallico tutto è pianto e confusione, che il rullo dei tamburi ed il suono dei flauti fatica a coprire.

Sulla desolazione regna il Moloch, accumulando e consumando.

 

lunedì, dicembre 10, 2007

La vicenda mi tocca da vicino, in quanto apprendista islamologo.

Colgo l'occasione per smentire certe voci bizzarre che circolano sul mio conto. Sono studente di arabo a Venezia, ma non faccio l'islamologo come lavoro, sia perché al momento non svolgo nessunissima attività retribuita, per conto di nessuno, e sia perché fare l'islamologo non è un lavoro e non esiste un albo degli islamologi certificati. Io sono uno studente (e non sono fuoricorso).

Questo è il post di Paniscus, ed accolgo con piacere la proposta di diffonderlo per smascherare un probabile cialtrone.

Ci sono alcune cose da dire. Intanto, "islamismo" in italiano può significare due cose: è un sinonimo, un po' fuori moda, di Islam, nel senso di "religione dei musulmani"; e può indicare la moderna ideologia politica e sociale che si richiama all'Islam (ma non è l'Islam, così come la Democrazia Cristiana non è il cattolicesimo) e che perlopiù è stata sviluppata negli anni Sessanta da Ruhollah Khomeyni, Abu 'Alà Mawdudi e Sayyid Qutb, con antecedenti che arrivano forse al regno del sultano ottomano Abdülhamid, alla fine dell'Ottocento. In questo caso si parla di islamismo politico, Islam politico o anche fondamentalismo islamico*. Nessuno studioso serio che non sia musulmano penserebbe di qualificarsi come "docente di islamismo".

Perché si qualificherebbe come qualcuno che insegna i principi dell'Islam politico, o al limite della religione musulmana. Come dire che uno studioso di Marx sia definito professore di comunismo.

Esistono nelle università italiane (almeno nella mia) corsi  di islamistica. Si tratta dello studio dell'Islam fatto (solitamente da non musulmani) per scopi scientifici (e non dai musulmani per scopi religiosi) ed è una branca dell'orientalistica.

Un sinomimo più chiaro di Islamistica sarebbe Islamologia. Chi studia l'Islam, in italiano, si può chiamare sia islamista che islamologo, ma il guaio è che islamista ha anche il senso di "seguace dell'Islam politico".

Io preferisco parlare di Islamologia e di islamologi, ma fate come volete.

Non è escluso che un islamologo tema e disprezzi l'oggetto dei suoi studi. Molti dei primi orientalisti studiavano l'Islam (o altre civilità orientali) per aiutare le proprie a nazioni a stabilire e perpetuare la dominazione coloniale su quei territori. Perfino il grande Massignon, che non odiava né temeva l'Islam, collaborò con le autorità coloniali francesi. Del resto, un microbiologo difficilmente ama i microbi patogeni che studia, anzi in genere li studia per trovare un modo di combatterli.

Tuttavia, faccio fatica a credere che un islamologo serio** possa fondare il suo giudizio sull'Islam sulle ultime opere di Oriana Fallaci, per il banale motivo che queste opere, dal punto di vista della conoscenza sull'Islam, sono vuoto pneumatico intellettuale, confezionato in uno stile letterario accattivante.

Tanto per essere chiaro, penso che lo stile della Fallaci sia l'equivalente in letteratura di un concerto dei Korn ascoltato tra due casse amplificatrici da sessanta megawatt messe a distanza ravvicinata, e a me i Korn non piacciono. Però è uno stile che sa usare fottutamente bene, e ammetto che possa piacere. Non a me, però.

Ora, questo Silvio Calzolari è indubbiamente un orientalista, dato che pare abbia pubblicato qualcosa riguardo al Giappone. E non escludo affatto che nel tempo libero si legga Bausani o (glielo auguro) Abu Zayd, e si faccia una cultura sull'Islam.

Però vi devo svelare una cosa: il Giappone non è un paese musulmano, non ha nessuna storia significativa di presenza musulmana (qualche musulmano vive anche lì, beninteso, ma poca cosa) e averlo studiato non fa di un ammiratore di Oriana Fallaci un islamologo. Ne fa un nipponista. Non so cosa diamine debba fare uno per diventare docente di "islamismo", ma so che per diventare docente, o studioso, di islamistica, occorre studiare l'Islam.

E dopo averlo fatto, si avrà certamente il diritto di mantenere qualsiasi irrazionale pregiudizio idiota nei confronti dei musulmani (contro la stupidità neanche gli dei possono nulla; credo fosse Schiller) ma difficilmente si resterà ammiratori di Oriana Fallaci, competente come scrittrice ma non certo come islamologa.

* Di fatto non tutto l'Islamismo politico è fondamentalista, ma nell'uso corrente le due espressioni tendono a coincidere. Esistono pensatori e dottrine "islamiste" che non si rifanno ai tre pensatori citati, ma rivendicano comunque un ruolo dell'Islam nello spazio politico pubblico.

** E' probabile che se Calzolari fosse un vero islamologo di un qualche spessore, ne avrei sentito parlare. Non pretendo di conoscere tutti gli studiosi del mio campo attivi in Italia, ma insomma, una citazione, un articoletto, una chiacchera di facoltà... quelli importanti credo di averli almeno sentiti nominare tutti, in sei anni.

mercoledì, novembre 07, 2007
Ho approfittato dell'ospitalità di "Voglia di Sinistra" (che non è un blog per onanisti mancini) per raccontare qualcosina su IL Jihad. Come un articolo può cambiare un concetto.
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categoria:politica, religione, medio oriente, affetti, 1984, anarchy in the uk
domenica, ottobre 21, 2007

You are The Hierophant

Divine Wisdom. Manifestation. Explanation. Teaching.

All things relating to education, patience, help from superiors.The Hierophant is often considered to be a Guardian Angel.

The Hierophant's purpose is to bring the spiritual down to Earth. Where the High Priestess between her two pillars deals with realms beyond this Earth, the Hierophant (or High Priest) deals with worldly problems. He is well suited to do this because he strives to create harmony and peace in the midst of a crisis. The Hierophant's only problem is that he can be stubborn and hidebound. At his best, he is wise and soothing, at his worst, he is an unbending traditionalist.

What Tarot Card are You?
Take the Test to Find Out.

postato da: falecius alle ore 18:09 | Permalink | commenti (8)
categoria:cazzate, religione
giovedì, ottobre 18, 2007
Quasi tutte le società umane tendono a creare una suddivisione del tipo "noi" e "gli altri".
Normalmente, questo accade in termini per cui "noi siamo meglio degli altri".
Ad esempio, gli Assiri si consideravano il centro del mondo, eletti dal loro dio nazionale ed ordinatori della periferira barbara ed incivile. Gli antichi Greci e, in un'epoca successiva, i Cinesi ritenevano gli altri popoli "barbari". Anche gli Egiziani avevano un spiccato senso di superiorità sui popoli vicini, e nel caso specifico, possediamo anch i testi di uno di questi popoli, gli Ebrei, che riflettono un sentimento simile. Le grandi religioni storiche della tradizione abramitica hanno distinto tra "fedeli" e "infedeli".

In generale, il Cristianesimo e l'Islam riconoscono l'uguale dignità di tutti gli esseri umani; se non in questa vita (entrambe le fedi ammettevano in linea di principio la schiavitù) di fronte a Dio tutti i credenti saranno uguali. Quanto ai non credenti, essi sono esseri umani che non conoscono la Verità; compito del credente sarà quello di esortarli ad accettare la Rivelazione, per la loro stessa salvezza.
Ma laddove gli "infedeli" rappresentino una minaccia, i "credenti" hanno il diritto-dovere di combatterli. Questo è il "jihad al-asghar" nella tradizione musulmana, ed uno dei casi di "bellum justum" in quella cristiana latina.
Quindi, in queste (e altre) religioni, si poteva passare da "gli altri" a "noi" semplicemente tramite la conversione. Altre tradizioni, come quelle hinduiste in India, quella greca classica, quelle shintoiste in Giappone, ed in parte quella ebraica, attribuivano maggiore importanza alla nascita nella collocazione di gruppo di un individuo. La conversione era un fatto non semplice ed il convertito poteva essere considerato comunque come non pienamente integrato (questo si verificò in modo non sistematico anche nell'Islam e nel Cristianesimo). Nel sistema castale indiano, in teoria era generalmente impossibile passare da un gruppo ad un altro (tra i quali vi erano differenze religiose e rituali) se non uscendo dal sistema nel suo insieme (ad esempio abbracciando il buddhismo, o in seguito l'Islam e il sikh-panth).
Il Cristianesimo era dunque un'ideologia essenzialmente inclusiva.

Fin qui, per quanto a noi questo discorso possa dare vagamente fastidio (nella cultura europea attuale, tende a scivolare nel rimosso), è dunque tutto abbastanza normale.
Andò tutto benissimo finché i cristiani dell'Europa occidentale non invasero il resto del mondo. Questo fenomeno ebbe due grandi momenti di svolta: uno attorno al 1500, l'altro verso il 1800.
La conquista delle Americhe da parte degli Europei e l'avvio del commercio triangolare schiavistico misero in contatto ravvicinato la civiltà europea e cristiana con ambienti umani molto diversi. "Gli altri" avevano aspetti somatici visibilmente diversi, parlavano lingue sconsciute e possedevano culture sviluppate in modo indipendente (almeno, per la grandissima parte) dal continuum eurasiatico e mediterraneo.
Gli Europei, forti della loro superiorità tecnica, trattarono quelle genti con disprezzo e violenza estreme, e giunsero in alcuni casi a dubitare della loro umanità, imitando senza saperlo antichi popoli della Mesopotamia: ma nella cultura europea, permeata di cristianesimo, restava l'idea che lo scopo ultimo fosse la loro salvezza attraverso l'evangelizzazione.
Fu solo nella fase successiva che un'idea della superiorità intrinseca degli Europei si affermò, coincidendo col momento in cui gli essi diventarono abbastanza forti da assoggettare o almeno sconfiggere gli altri popoli eurasiatici. Questo accadde in un periodo che può essere grosso modo collocato tra la vittoria inglese a Plassey, che assicurò alla Gran Bretagna il dominio del Bengala nel 1756, e la spedizione di Napoleone in Egitto nel 1798. Il secolo successivo vide la distruzione di quanto restava delle civiltà native dell'America e di praticamente tutta la cultura nativa dell'Oceania, la conquista europea di tutta l'Africa  l'assoggetamento  economico dei pochi popoli asiatici rimasti autonomi (con la vistosa eccezione del Giappone), mentre l'Europa Orientale entrava nell'orbita culturale di quella occidentale e la prendeva sostanzialmente a modello (sottomettendo a sua volta i popoli nativi dell'Artico, dell'Asia centrale e della Siberia).
Occoreva un'ideologia che giustificasse questa colossale rapina, e non la si poteva trovare nel Cristianesimo, se non a costo di gravi forzature (che ci furono). Si ricorse dunque alla scienza. Nella seconda metà del Settecento, cominciò a delinearsi quella particolare branca della "scienza" occidentale chiamata antropologia razziale.
giovedì, ottobre 18, 2007
Credo poter annunciare la nascita e l'avvio delle attività del nuovo multi-blog che abbiamo creato con un gruppo di studenti di arabo e di ebraico dell'Università di Venezia. Molte delle cose su islam, arabistica ed ebraismo che prima postavo qui, probabilmente adesso finiranno di là; questo blog diventerà più anarcoide, meno serioso e più personale. O forse no. Ci sono sempre gli Assiri.
postato da: falecius alle ore 12:59 | Permalink | commenti (3)
categoria:cultura, religione, medio oriente, affetti, eretz yisrael
mercoledì, ottobre 17, 2007
Un'analisi sulla Tunisia.
postato da: falecius alle ore 11:22 | Permalink | commenti (4)
categoria:politica, religione, africa, tunisi
lunedì, ottobre 15, 2007
Si parlava delle chiese a Dubai. Si da il caso che io conosca una ragazza libanese greco-ortodossa che vive negli Emirati Arabi Uniti. L'ho appena sentita. Mi assicura che ci sono chiese per tutte le denominazioni e le necessità, lì.
Mi dice che però, all'esterno appaiono uguali alle case.
postato da: falecius alle ore 20:44 | Permalink | commenti
categoria:religione, medio oriente, buone notizie, informazione, societÃ