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1984
lunedì, giugno 30, 2008
Venerdì 27 giugno, la pubblica quiete di Piazzale Candiani a Mestre è stata turbata dal tentativo di insediamento da parte di un discutibile gruppo di artisti girovaghi.
La popolazione di Mestre ha osservato perplessa, mantenendo le distanze, il 'manager biologico' e la sua torma di vagabondi (un musicista ed un panettiere) accompagnati dal fedele, ospitale e un po' nevrotico maggiordomo Amilcare dai pantaloni troppo larghi.
Poche persone si sono avvicinate alla casa messa su alla bell'e meglio dal gruppo per usufruire del tè e biscotti che Amilcare offriva gentilmente ai passanti. Probabilmente i passanti temevano che gli venisse chiesto qualcosa in cambio, come dei soldi o delle opinioni, o il coinvolgimento in qualche attività poco chiara.
L'apparente mancanza di qualsiasi caratteristica istituzionale dell'insediamento ha incoraggiato la diffidenza dei più.
Hanno fatto eccezione due gruppi di adolescenti (uno di ragazze a piedi ed uno di ragazzi in bicicletta), questi ultimi attratti da caramelle, tè e altri sfizi, dei quali hanno scroccato a piene mani per poi far chiasso in zona disturbando le performance artistiche.
Solo due o tre passanti più maturi si sono seduti nella casa accettando le offerte di Amilcare, mentre poche altre persone si sono prudentemente avvicinate, ma non troppo, accettando verso la fina anche un aperitivo, per osservare l'esibizione del panettiere Gustavo. Nel complesso sembra che chi abbia accettato di superare la perplessità e la diffidenza iniziale si sia divertito.
E certamente si sono divertiti gli artisti ed il fido Amilcare.
Indovinate chi era Amilcare.
giovedì, giugno 05, 2008
La mia ragazza¹ sostiene che io sono "adorabilmente pigro".
Ha ragione, anche se probabilmente smetterà di trovarlo adorabile (o io smetterò di essere pigro, si spera) dopo qualche mese di convivenza.
Ad ogni modo oggi c'era un convegno sulla letteratura turca, una cosa molto ufficiale & istituzionale, niente di fondamentale per la mia esistenza, però avevo pensato di andarci.
Solo che qui piove a dirotto e per arrivare lì dovevo prendere un autobus, attraversare mezza Venezia, prendere un vaporetto, prendere un altro vaporetto, e ascoltare mezz'ora di Interventi Ufficiali prima del convegno vero e proprio.
Sinceramente, stamattina mi sono alzato, presto, sì, ma poi guardi fuori dalla finestra e vedi il tempo infame che c'è, e insomma ho pensato: "ma chi me lo fa fare".
E quindi sono sveglio, ad un'ora del mattino che neanche mi ricordavo che esistesse, con la mia tazza di caffè ed un bel programma di studi matti e disperatissimi.
Lo so che non ve ne frega niente, però mi andava di raccontarvelo.
¹ Usare questa parola per me è una novità. Fa un effetto strano. Molto bello, ma strano.
giovedì, maggio 29, 2008
A me, e forse anche a voi, "nomadi" evoca le steppe sconfinate d'Eurasia attraversate da torme di cavalieri vestiti di pelli, con le code di cavallo mozzate che garriscono al vento a mo' di gonfaloni, e una piramide di teschi umani alle spalle.
Insomma, un'orda mongola da cartolina.
Oppure gli Unni, se preferite. O i terribili Saracini che una Sara gelosa condanna a vivere errando nel deserto¹.
Tutte cose storicamente un po' inquietanti.
E invece oggi ci si trova a sentir parlare di "nomadi" in relazione a gente che vive in Italia da un sacco di tempo (sei secoli, per le comunità zingare più antiche) e di cui solo una piccola parte ha conservato il nomadismo, specializzandosi in attività quali giostre e fiere itineranti, e quindi assolvendo una specifica funzione sociale, per quanto bassa.
Certo, poi molti zingari che si trovano in Italia sono immigrati dall'Est Europa. C'erano molti zingari in Romania, Bulgaria, Jugoslavia. Erano stanziali da secoli, o meglio, non avevano il nomadismo come stile di vita, tipo pastori della steppa mongola. Spesso facevano i braccianti stagionali, il che vuol dire, sì, che si spostavano. Ai vecchi tempi, erano alle dipendenze dei signori locali, e nell'Impero Ottomano godevano di uno status particolare.
Vivevano in simbiosi con le comunità locali, in una situazione generale di frammistione etnica e religiosa che la sciagurata idea degli Stati Nazionali (di cui, nei Balcani, si aveva bisogno come di biciclette in fondo all'oceano) oggi ha quasi del tutto cancellato. La loro identità era nel complesso abbastanza ben distinta, e non si può dire che fossero amati dal resto della popolazione. Non erano abbastanza cristiani, ma nemmeno abbastanza musulmani², e comunque per sopravvivere tendevano alla collusione con i signori, vivendo a volte della loro paga in cambio di servizi diversi (molti erano musicisti, come potrebbe confermarvi Brahms, che ottenne per due soldi dei loro spartiti e poi li ripropose come suoi). Il che voleva dire che lo zingaro viveva della decima pagata dal contadino "regolare" mezzadro o più spesso servo della gleba, membro comunque di una etnia "nazionale" legata al suolo.
Appena in Europa si cominciò a farneticare di "sangue e suolo", ad essere furono i gruppi che non ce l'avevano, il suolo, e non importa che i persecutori fossero piccoli borghesi frustrati il cui legame con la terra era certamente minore di quello di un allevatore di cavalli zingaro.
Gli zingari, dicevamo, non erano propriamente adorati dal resto della popolazione europea. Inoltre in molte zone (ad esempio in gran parte dell'attuale Romania) avevano uno status semi-schiavile. Succedeva che a volte gli venissero sottratti i figli come paggi (in Spagna fu uan specie di moda in certi periodi) o come figli per coppie che non potevano averne (il mercato delle adozioni illegali, come vedete, è più antico di quanto si creda).
Forse qualche famiglia di zingari avrà tentato di riprenderseli, quei propri bambini. Forse è così che è nata la leggenda dei rapimenti, o forse, senza tanti evemerismi, è solo un'infame calunnia.
Sta di fatto che non esiste un solo caso provato di rapimento, da parte di Rom, di un bambino non-Rom.
Stampatevelo bene in mente. Diffondete questo concetto. Scrivete lettere incazzate ai quotidiani che danno queste notizie.
Ripetere, ripetere, ripetere.
Diffondiamo memi positivi.
¹ Secondo un'etimologia errata ma diffusa nel Medioevo "Saraceni" voleva dire "lontani da Sara". Il riferimento è alla discendenza degli Arabi da Ismaele, figlio di Abramo e della schiava Agar; Sara, moglie legittima di Abramo, ingelosita scacciò Agar ed il bambino. Secondo la tradizione araba la fonte di Zamzam alla Mecca fu fatta scaturire miracolosamente per dissetare i due nel deserto.
In realtà, è probabile che "Saraceno" o "Saracino" vengano da Sariq, il nome di una tribù araba preislamica della zona del Sinai. ² Ho sentito parlare di zingari convertiti all'ebraismo, ma non ne so molto.
postato da: falecius alle ore 10:48 |
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domenica, maggio 18, 2008
Sarà, forse, anche colpa mia.
In questo paese non c'è una deriva fascista.
C'è una deriva nazista.
Intendo nel senso proprio del termine.
Bruciare gli accampamenti zingari (sì, scrivo proprio zingari; in italiano si chiamano così) accampamenti in cui, peraltro, gli zingari sono costretti a vivere, è nazismo. Full stop.
Nazismo.
Sì dico a te, che oggi in treno inveivi contro la zingara (con ogni probabilità, una cittadina italiana) che chiedeva l'elemosina, sbraitando a tutto il vagone che doveva "tornare al suo paese" (dov'è Zingarilandia, di grazia?).
Dico a te. Sei un NAZISTA. Fatto e finito.
Non me ne frega un cazzo delle richieste di "sicurezza & legalità" perché vengono formulate in termini nazisti ed il nazismo, in Italia, anno di grazia 2008, semplicemente NON dovrebbe essere accettato dal discorso pubblico diffuso.
Mi vergogno di essere stato zitto, oggi in treno. Mi vergogno di non essermi alzato e aver detto "lei è un nazista".
Mi vergogno di essere italiano.
postato da: falecius alle ore 02:58 |
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domenica, gennaio 06, 2008
Concludiamo.
I Talebani vengono dal pakistan ma non sono Pakistani. I Talebani sono i profughi della guerra contro i sovietici, rifugiati, cresciuti ed educati nelle madrase dei campi profughi nelle regioni tribali attorno a Peshawar, e tornati in Afghanistan per conto del governo e dei servizi pakistani. Etnicamente, sono pashtun, ma la loro ideologia ed educazione è estranea all'Afghanistan. Nasce dall'imbarbarimento, in un contesto di alienazione, sradicamento, miseria e guerra, dell'islamismo politico identitario pakistano di Zia assieme al rigorismo ortodosso delle scuole deobandi, finanziate dall'Arabia Saudita e quindi influenzate da un altra corrente rigorista, il wahhabismo saudita appunto. I talebani sono i giovani profughi afghani "istruiti" in queste scuole*.
Deoband è una città del nordovest dell'India dove nell'Ottocento si sviluppò un'interpretazione rigorista dell'Islam indiano, intesa a reagire alle contaminazioni con gli hindu e con le pratiche consuetudinarie, per riaffermare una certa puerezza identitaria musulmana.
E' utile ricordare che il Nordovest dell'India, incluso buona parte del Pakistan, conobbe un'islamizzazione conflittuale, e che l'Islam dotto ed ortodosso dei cnetri urbani locali ebbe sempre la tendenza ad un certo rigore sull'ortoprassi: l'ortodossia islamica all'inizio era la religione di un élite dominante, non del popolo.
Quando nasce lo "stato nazionale dei musulmani indiani" è a questo Islam, quello di parte della cultura urbana scritta, di cui la scuola di Deoband è espressione, ad essere preso a modello, in particolare sotto Zia; malgrado i modelli tradizionali di gran parte dei Pakistani fossero diversi, legati spesso ad un Islam impregnato di consuetudine, a volte frammisto ad elementi hindu, o al sufismo. Un versione, politicizzata ed iper-semplificata della predicazione rigorista Deobandi arriva nelle madrase sul lato Pakistano della linea Durand, andando incontro ai bisogni della guerriglia antisovietica che si organizza da quella parte, fornendole un'ideologia che si rafforzerà dopo il ritiro russo, e che i governanti pakistani tenteranno di usare per i loro scopi.
Coprirsi le spalle in Afghanistan, per penetrare in Asia Centrale (sensibile alla penetrazione islamista, spazio teorico di egemonia per una potenza islamica sunnita quale vuole essere il Pakistan di Zia, Bhutto e Sharif), o quantomeno per avere uno spazio di manovra nel fronteggiare i due nemici, la democrazia laica indiana e la rivoluzione sciita iraniana. Nessuna sorpresa che gli stati arabi del Golfo sostengano il progetto. E lo sostengono anche gli americani, per i quali ogni tirannia va bene, se assicura le loro rotte energetiche, i loro interessi miliatri e strategici in termini di risorse, mercati, basi. O quantomeno se taglia fuori i competitori, come la Russia o magari la Cina**.
Certo, i Talebani furono una scheggia impazzita. Furono creati ed usati nel grandi gioco, ma l'ideologia totalitaria che li aveva prodotti era un forza che né la Bhutto, né gli strateghi americani, né la monarchia saudita seppero controllare. Se pure in modo distorto e malinteso, essa parlava anhce di riscatto di degli oppressi. Essa rimbalzò dall'Afghanistan, su cui la Bhutto l'aveva scatenata, al Pakistan dov'era nata. S'incontrò facilamente col progetto globale di lotta agli Stati Uniti pensato da Bin Laden dopo la guerra anti-sovietica***, quella strana alleanza tra Stati Uniti ed islamismo radicale in cui ognuno credeva di starsi servendo dell'altro; il connubio ideologico era facile. La lunga vicinanza nella guerra contro i russi, geografica ed ideale, aiutava. Ed i talebani scoprirono presto che non riuscivano ad intendersi bene con l'America, quando si trattava di affari.
Gli attacchi alle ambasciate americane in Africa Orientale nel 1998 (a cui seguì una rappresgalia americana da politica delle cannoniere, un po' a caso, contro Kabul e Khartoum) furono fatti quando l'affare tra i Talebani e la Unocal per l'oleodotto Caspio-Karachi (quello che aggirava le sfere di influenza russa ed iraniana, legando il Turkmenistan all'Occidente) stava per sfumare. Ci fu tutta una serie di cose sordide e sporche, lì tra le montagne sui due lati della linea Durand, mentre i talebani combattevano i vari signorotti della guerra afghani (spesso estremisti quanto loro, ma più corrotti).
I Talebani, come tutti i movimenti ideologici al loro inizio, erano incorruttibili. Robespierre era onestissimo, ma quanta gente mandò alla ghigliottina? I Talebani erano puri e convinti, ma quanta morte e devastazione hanno sulla coscienza?
Ecco. Credo di aver finito.
* "Istruiti" si fa per dire. Gli insegnati erano spesso imam molto militanti e molto incolti, più esperti nel combattimento o nel finanziamento del jihad antisovietico, che nella scienza degli ahadith del Profeta. In Pakistan naturalmente esistono anche delle vere madrase, prestigiose ed autorevoli, tra alcune della corrente Deobandi. Ma non erano quelle in cui si sono formati il grosso dei talebani, che malgrado il loro nome significhi "studenti di teologia" spesso erano semianalfabeti.
** La Cina sostenne anch'essa i mujahidin afghani.
*** Al-Qa'ida iniziò il conflitto contro gli USA solo dopo l'installazione di truppe americane in Arabia Saudita per la guerra del 1991 contro l'Iraq di Saddam Husayn
sabato, gennaio 05, 2008
Zia'ul Haq instaurò un dittatura islamista sunnita filo-occidentale, nazionalista e militarista. Liberista in economia, corrotta, e spietata sulle libertà civili. Zia aveva due nemici principali: l'Unione Sovietica atea e comunista e l'Iran eretico sciita e rivoluzionario. Questo perché l'Islam politico del regime pakistano e quello della rivoluzione iraniana, al di là della pur importante diversità dottrinaria, erano politicamente opposti. Uno giungeva a seguito di un grandioso movimento popolare rivoluzionario e socialmente progressivo, l'altro per un golpe militare filoamericano. Diversi erano i presupposti ideologici del pensiero di Abu Alà al-Mawdudi, il pensatore dell'islamismo politico sunnita pakistano, che immaginava una reislamizzazione dall'alto, guidata da un partito elitario e quasi leniniano, e di quello dell'Ayatollah Khomeyni, che immaginava una mobilitazione rivoluzionaria sotto la guida del clero. Il risultato della re-islamizzaizone del Pakistan voluta da Zia fu anche l'imposizione di una rigida ortodossia sunnita hanafita, nella quale l'Islam urbano dell'India nord-occidentale si è spesso distinto per rigorismo, come reazione alla relazione non sempre facile con gli hindu.
Ne seguì un conflitto che dura tuttora con la minoranza sciita del Pakistan, che include circa il 15% della popolazione, conflitto combattuto da milizie paramilitari che, nel campo sunnita, si sono poi anche riciclate in Afghanistan e nel Kashmir, combattendo contro sovietici ed indiani o sostenendo i Talebani.
Questo fa parte del brodo di coltura che poi, sotto Benazir Bhutto e dopo la caduta del regime comunista afghano, avrabbe generato a Peshawar e dintorni al-Qa'ida prima e i Talebani poi.
Zia morì nel 1988, in circostanze non chiarissime. I sovietici abbandonarono l'Afghanistan nel 1989, ed i mujahidin continuarono a combattere tra loro (Tajiki contro Pashtun, sunniti contro sciiti, eccetera) e contro il governo comunista di Najibullah, che teneva ancora Kabul.
I Talebani invasero l'Afghanistan, dopo la caduta di Kabul, anche per porre fine al caos che i capi dei mujahidin antisovietici, comportandosi come signori della guerra, avevano creato nel paese. Con la benedizione, le armi ed il denaro di Benazir Bhutto, che inseguiva la profondità strategica più o meno in linea con la strategia di Zia.
giovedì, gennaio 03, 2008
Facciamo un passo indietro.
Finora sono riuscito a scrivere nove post su questioni politiche, storiche e culturali di Pakistan, Afghanistan ed India nell'età moderna senza mai citare l'espressione "Grande Gioco". Era un'espressione, reso popolare ad esempio da Kipling, per indicare la competizione tra Gran Bretagna e Russia in Asia Centrale, dove per Asia Centrale si intende tutto ciò che era compreso, più o meno, tra l'Indo, il Mar Nero e le steppe del Kazakistan.
Il "nuovo Grande Gioco" comincia nel 1979, quando gli Stati Uniti decidono di sostenere la guerriglia anticomunista locale. I Sovietici cadono nella trappola ed invadono l'Afghanistan, e ben presto il paese diventa un campo di battaglia, dove i russi lasceranno 15.000 soldati. E' sicuramente eccessivo affermare che l'invasione dell'Afghanistan abbia provocato la caduta dell'Unione Sovietica, ma credo che si possa tranquillamente dire che ha dato un contributo. Quanto grande non lo so.
I mujahidin afghani pensavano di aver abbattuto il comunismo da soli, con le proprie forze (cioè, solo con forze islamiche), ma questa è megalomania. Gli Stati Uniti e l'Arabia Saudita davano, via Pakistan, aiuto militare, politico e strategico ai "sette partiti" islamici dei combattenti afghani sunniti e ai volontari di altri paesi musulmani che li assistevano. Questi partiti avevano una base arretrata a Peshawar e nelle zone tribali pashtun (come il Waziristan) sul lato pakistano del confine, dove propoabilemnte si creavano o rinsaldavano, anche tramite il flusso dei profughi dall'Afghanistan, rapporti, parentele, alleanze tribali. L'Iran sciita di Khomeyni, acerrimo nemico di Pakistan, Stati Uniti ed Arabia Saudita, sosteneva ugualmente i mujahidin, anche se naturalmente preferiva i gruppi sciiti. Tra i mujahidin sunniti c'erano divisioni e contrasti tra i tajiki ed i pashtun. Per dire, Ahmad Shah Mas'ud, "il leone del Panshir" uno degli eroi più celebri della guerra cpntro i sovietici, era tajiko; in seguito sarà venduto all'opinione pubblica occidentale come un martire dell'Islam Moderato™ per aver combattuto i Talebani Cattivi™ ed essere stato ucciso da al-Qa'ida il 9 settembre 2001. Abbastanza ironicamente, in quel periodo i suoi maggiori alleati nella lotta contro i Talebani erano India e Russia (ma anche l'Iran).
Ad ogni modo, i mujahidin dei "sette partiti" o di qualsiasi altro gruppo antisovietico, appoggiato o meno dagli USA, non erano i Talebani. L'America si alleò effettivamente con i Talebani come vuole la Vulgata Dessinistra, ma in modo molto blando, per poco tempo e solo dopo la caduta dell'Unione Sovietica. Anche perché, prima, loro non esistevano.
Adesso, sarebbe utile fare un secondo passo indietro, e tornare al Pakistan, nel 1977.
Dopo la perdita del Bengala, dicevo, andò al potere Zulfiqar Ali Bhutto, il padre di Benazir. Fu probabilmente la fase più simile ad una vita democratica che il Pakistan abbia mai conosciuto nella sua storia. Fu anche una fase abbastanza convulsa e confusa, dal poco che mi ricordo di quel capitolo del libro di Storia dell'India. Perché, devo ammettere, non me lo ricordo granché bene.
Ma tanto devo parlare solo di quello che è successo dopo. Bhutto si trovava, nel 1977, in una situazione politica abbastanza problematica, nel senso che il Pakistan era sull'orlo di una guerra civile, e ci è rimasto per i trent'anni successivi.
Comunque, Bhutto fu destituito da un colpo di Stato militare, ed in seguito impiccato; al suo governo più o meno democratico seguì la dittatura militare del generale Zia'ul Haq, che lanciò un programma di "re-islamizzazione" del paese.
lunedì, dicembre 31, 2007
Volevo parlare dei Talebani.dell'Afghanistan e del Pakistan, ed invece non ho fatto altro che parlare dell'India e del Bangladesh. Il che mostra come le cose siano complicate ed interconesse.
Ad ogni modo. Un altro paese che durante la Guerra fredda mantenne un rigoroso non-allineamento, fu la monarchia tradizionalista afghana dei Durrani. Questa scelta gli era imposta dalla geografia, dall'essere schiacciato fra tre potenti vicini, l'URSS e i due alleati dell'Occidente deputati al suo contenimento: Iran e Pakistan. Gli era imposta dalla ragione stessa dell'esistenza dell'Afghanistan come Stato indipendente: quella di stato-cuscinetto tra l'area d'influenza russa e quella occientale in Asia Centrale. Era voluta dalla cauta saggezza della sua classe dirigente, ben consapevole di essere un vaso di coccio tra i vasi di ferro. Una classe dirigente moderata, a cominciare dal re, che desiderava modernizzare sì il paese, ma senza scossoni, senza traumi. Una certa conflittualità c'era col Pakistan, che aveva ereditato l'apprensione inglese verso la linea Durand, e poi aveva la minoranza pashtun di cui si è detto. L'incubo strategico dei militari e dei dirigenti pakistani era un alleanza indo-afghana che oggi si sta concretizzando, e che accerchierebbe e strangolerebbe il Pakistan. E' la stessa paranoia che affliggeva le autorità tedesche nel 1914, di fronte all'alleanza franco-russa. Paranoia che coinvolgeva socialdemocratici e conservatori allora, e che oggi abbraccia quasi tutti i partiti pakistani.
La risposta pakistana a quest'incubo è stata duplice: inseguimento dell'India nel programma nucleare, e fomulazione della dottrina detta della "profondità strategica" che in sostanza vuol dire assicurarsi il controllo e l'amicizia dell'Afghanistan, facendo appello allo stesso collante che tiene insieme il Pakistan: l'Islam.
La monarchia viene rovesciata a Kabul nel 1974 e sostituita da una dittatura militare vagamente progressista ma, credo, filo-occidentale. C'è poi una fase confusa, ma nel 1977-78 il partito comunista afghano prende il potere e lega il paese al blocco sovietico. La guerra fredda raggiunge la linea Durand. Poco dopo scoppia un conflitto tra due fazioni interne al partito comunista, chiamate Khalq (popolo) e Parcham (bandiera), mentre gli Stati Uniti, attraverso il Pakistan, cominciano a finanziare una rivolta rurale ed ispirata all'Islam politico contro il regime comunista.
Nel dicembre del 1979 i sovietici entrano in Afghanistan, dapprima per appoggiare l'ala comunista Parcham contro quella Khalq, più radicale, il cui atteggiamento alimentava la rivolta islamica. Nello stesso anno, in Iran la rivoluzione islamica sciita rovescia lo Shah e trasforma il paese in un nemico del campo occidentale, ma anche dell'Unione Sovietica. Nonnostante questo, gli Stati Uniti, l'Arabia Saudita ed il Pakistan appoggiano senza lesinare l'Islamismo sunnita dei mujahidin anticomunisti afghani, a cui si aggiungono migliaia di volontari provenienti da tutto il mondo musulmano, incoraggiati da una propaganda assai intensa. Questi volontari sostenevano un islamismo politico che nei loro paesi d'origine era quasi sempre illegale e messo al bando, per i cui i loro governi, filo-occidentali erano ben lieti di liberarsi di giovani oppositori rompiscatole e teste calde. Come miopia politica non c'è male, devo dire.
Contrarariamente a quanto si crede, la guerriglia afghana contro i sovietici non era composta da Talebani, e non ha dato origine direttamente ai Talebani.
I Talebani, per di più, non sono un fenomeno afghano. Essi nascono, infatti, sul lato Pakistano della linea Durand.
Al contrario, frutto diretto del Jihad antisovietico dei volontari musulmani, e specialmente dei paesi arabi, sarà al-Qa'ida.
lunedì, dicembre 31, 2007
La terza sconfitta contro l'India e la perdita del Bengala furono uno shock per il pakistan; a seguito di questo shock, con un programma di riforme progressiste, andò al potere Zulfiqar Bhutto, il padre di Benazir.
Si può parlare, per quasta fare, di un "imperialismo indiano". L'India dei Nehru-Gandhi perseguiva una politica di potenza regionale, in particolare sotto Indira, di sviluppo interno diretto dallo Stato con criteri di progressismo sociale e dirigismo economico, e di rigoroso non allineamento nel contesto della Guerra Fredda. "Non allineamento" si traduceva, di solito, in buone relazioni con l'URSS: specialmente perché i due principali nemici dell'India, Pakistan e Cina, erano anche nemici dell'Unione Sovietica. Inoltre, il concetto di "non allineamento" e tutto il movimento dei non allineati erano visti da Washington con un notevole sospetto: nell'ottica americana, chi non stava col "mondo libero" era ipso facto un amico dei sovietici, o comunque un nemico (come la Cina negli anni Sessanta). Questo poteva anche essere vero, ad esempio nel caso di Nasser, ma poteva anche dare l'effetto contrario, come accadde a Cuba. Del resto i non allineati tendevano ad attuare politiche economiche socialiste e dirigiste, quindi "comuniste".
Il Pakistan era invece un alleato di ferro del "mondo libero" ed aderì ai diversi patti difensivi regionali in funzione anticomunista, che coinvolgevano l'Asia ed il Medio Oriente: SEATO, CENTO, Patto di Baghdad.
Questo un po' per l'anticomunismo viscerale drella leadership militare pakistana, e per il riflesso condizionato di difendere la linea Durand dall'"orso russo". Inoltre, se il non allineamento indiano portava verso le buone relazioni con l'URSS, e nel Partito del congresso dominava una tendenza socialisteggiante, il Pakistan sceglieva la filosofia del "nemico del nemico", che del resto è stata espressa per la prima volta nel classico sanscrito della teoria politica, l'Artashastra (scritto attorno al 200 a.C.).
Insomma, alleanza occidentale (ma anche cinese) per il Pakistan, la cui vita politica era dominata dal conflitto con l'India.
L'imperialismo indiano si dispiegò soprattutto sotto l'energica guida di Indira, negli anni Settanta: annessione del piccolo stato himalayano del Sikkim, "intervento umanitario" nella sanguinosa guerra d'indipendenza bangladeshi, in seguito intervento nel conflitto tra Tamil e Singalesi nello Sri Lanka, ufficialmente di peacekeeping, di fatto in appoggio al governo singalese (per timore che il separatismo Tamil si estendesse alla stessa India). Sul piano interno, la repressione delle piccole etnie tribali delle foreste della frontiera orientale, il Mizoram ed il Nagaland, paesi estranei all'identità nazionale e storica dell'India urbana ed agricola* e oggi nel Chattisgarh.
Nel 1974 l'India fa il suo primo test nucleare, per rispondere al programma nucleare cinese. Cina ed India competono per la leadership del mondo non allineato e per questioni sul confine himalayano.
La perdita del Bangaldesh riorienta il Pakistan nel senso di un rafforzamento dell'Islam politico, visto il fallimento delle dittature laiche filo-occidentali, e di un'attenzione geopolitica rivolta al mondo musulmano medio-orientale.
Mondo che sta per conoscere l'enorme afflusso di denaro dello shock petrolifero del 1973.
Nel 1973 in effetti si chiude un'epoca, quella del Trentennio Glorioso di crescita economica basata su principi economici socialisti, dirigisti o keynesiani, all'interno del sistema relativamente rigido di Bretton Woods e che creò in Europa e nei paesi non allineati le cosiddette "economie miste". Finisce l'epoca del petrolio facile ed il medio oriente acquista una nuova centralità geopolitica, legata non solo alla Guerra Fredda, ma alle risorse energetiche che possiede.
L'11 settembre 1973 gli Stati Uniti appoggiano il golpe che, in Cile, instaura la prima dittatura neoliberista, il primo regime politico ad applicare i dettami economici della scuola liberista di Chicago.
* Il regime che l'India ha applicato a queste terre al confine con la Birmania, a maggioranza cristiana o animista, è stato definito "coloniale" dall'autorevole storico dell'India S. Wolpert.
E' interessante notare il notevole disinteresse per la sorte di queste popolazioni cristiane da parte dell'opinione pubblica europea; si tratta di un'ulteriore indicatore di quanto il discorso sui "cristiani oppressi del Medio Oriente" sia spesso solo propagandistico.
lunedì, dicembre 31, 2007
La fine della Seconda guerra mondiale vide una serie di esodi biblici, deportazioni e trasferimenti forzati di popolazioni, a seguito del riassetto generale dei rapporti di forza e dei confini nazionali che ne seguì. In Unione Sovietica, Stalin deportò le nazionalità che secondo lui durante la guerra non si erano mostrate sufficientemente antinaziste, come i Ceceni, i Mesketi ed i Tatari della Crimea.
In Europa orientale migrarono milioni di auslaenderdeutsch, i tedeschi che vivevano in Polonia, Ungheria, Jugoslavia e Cecoslovacchia. In Italia si ebbe l'esodo giuliano-dalamata dai territori passati alla Jugoslavia.
Gli Ebrei d'Europa e poco dopo dei paesi arabi, migrarono in massa in Palestina, e gli arabi palestinesi furono espulsi con la forza dalle loro terre in molte zone dell'attuale Israele. Tutto questo accadde in un contesto generale di violenze, atrocità e scontri, entro cui le foibe sono una goccia nel mare.
La partizione tra India e Pakistan si inserisce anche in questo schema.
Le linee di confine dividevano in due parti le province storiche del Bengala e del Panjab: le aree a maggioranza hindu (e, nel Panjab, sikh) rimasero all'Unione indiana, quelle a maggioranza musulmana al Pakistan. Il Kashmir era uno stato principesco, a maggioranza musulmana, ma governato da una dinastia hindu messa lì dagli inglesi.
Per entrambi i paesi era strategico, non solo per la sua posizione, ma anche per ragioni ideologiche. "Pakistan" è un nome inventato, che significa "terra dei puri" ma in cui è contenuto l'acronimo dei nomi delle province che lo compongono, e la K sta per Kashmir. Il Kashmir "completava" un paese che aveva senso d'esistere solo se tutte le regioni a maggioranza musulmana sceglievano di aderirvi.
Per l'India, la cui scelta identitaria non era l'hinduismo ma la laicità multiconfessionale ed il richiamo alla millenaria civiltà della regione, con tutti i suoi radicati pluralismi, un provincia musulmana era necessaria, proprio a dimostrare il pluralismo e l'unità interreligiosa della nazione, in cui continuavano a vivere decine di milioni di musulmani nelle regioni non assegnate al Pakistan.
Da qui, il conflitto continuo sul Kashmir, con due guerre, un subito dopo la partizione e l'altra negli anni Sessanta. La linea di cessate il fuoco provvisoria del 1948 assegnava quasi tutto il paese all'India, ed una piccola parte al Pakistan. Ma si tratta, a tutt'oggi, di un confine provvisorio in attesa di un accoro che non arriva.
In un clima di paura e violenza, molti musulmani della valle del Gange, di lingua urdu, lasciarono l'India per il Pakistan, dove divennero la comunità detta dei mohajir.
Mohajir viene dall'arabo muhajir che si riferisce a chi compie una hijra, égira; nel lessico politico-religioso attuale significa una fuga o migrazione verso un paese musulmano, da una terra che cade in potere dei non musulmani. E' il caso di molte comunità musulmane del Caucaso e dei Balcani, che migrarono in Turchia a seguito della conquista russa e dello smembramento dell'Impero Ottomano, o degli arabi espulsi dall'Andalusia. Secondo alcuni giuristi del passato, questo tipo di hijra sarebeb un dovere religioso, ma di fatto comunità musulmane sopravvivono in Caucaso e nei Balcani, e solo per i decreti dei re cattolici non ne rimasero in Spagna. Moltissimi musulmani restarono e restano in India.
I mohajir portarono al Pakistan la lingua urdu come lingua parlata, ed un certo risentimento verso l'India.
L'urdu, la lingua di cultura dei musulmani indiani in genere, e la madrelingua di molti di loro, non era la lingua di cultura (almeno, non l'unica lingua di cultura) dei musulmani del Bengala, del Panjab e del Sind, né tantomento delle terre Pashtun e Beluchi.
Panjabi e Bengali hanno ampie tradizioni letterarie come lingue scritte, e la tardizione musulmana bengali è molto diversa da quella, urbana, ortodossa e rigorista espressa in lingua urdu e radicata nel nordovest dell'India, nella regione di Delhi e delle altre grandi capitali di dinastie turco-iraniche medievali. Anche l'islam kashmiri ha le sue particolarità. Inoltre, vale la pena di ricordare che nel Pakistan vive, frammista alla maggioranza sunnita hanafita, una minoranza sciita.
Il Pakistan era composto da due parti, alle estremità ovest ed est dell'India. Il Pakistan occidentale e quello orientale, cioè il Bengala musulmano, l'attuale Bangladesh.
Il Bengala del 1757, quando gli inglesi sconfissero il governante locale a Plassey, er aun terra popolosa, fertile, prospera, in pieno sviluppo economico e grande esportatore di prodotti lavorati, in particolare nell'artigianato tessile. Il cotone bengali era richiesto in tutto il mondo, e non è impossibile che questa regione avrebeb conosciuto una propria Rivoluzione Industriale di lì a poco. Ma vennero gli inglesi, il regime coloniale. Oggi il Bengala è ancora popoloso, ma ha smesso da tempo di essere fertile e prospero, ed è importatore netto di prodotti industriali e di cibo.
Lo sfruttamento coloniale dell'attuale Bangladesh, però, non finì con la partenza degli inglesi. Il paese diventò un colonia del Pakistan occidentale, fino alla guerra d'indipendenza, vinta coll'aiuto dell'India di indira Gandhi nel 1971-72, e che fu quindi la terza guerra vinta dall'India contro il Pakistan.
L'indipendenza non ha risolto molti dei problemi del Bangladesh, che resta uno dei paesi più poveri del mondo, ma adesso le autorità bengali non possono dare la colpa a Karachi o Islamabad.
domenica, dicembre 30, 2007
Non sono un esperto di cose indo-pakistane, e non conosco nessuna lingua dell'India o del Pakistan, tranne ovviamente l'inglese, ed il persiano, che in questi due paesi è parlato come madrelingua solo da piccole minoranze, malgrado sia stato la lingua ufficiale dell'India musulmana per alcuni secoli.
Mi occupo di Islam, e il Pakistan è il secondo paese musulmano al mondo per popolazione. (il primo è l'Indonesia, il terzo l'India, il quarto il Bangladesh; questi quattro paesi da soli hanno una popolazione di quasi settecento milioni di abitanti musulmani, ovvero quasi la metà dei musulmani del mondo. Ed in India l'Islam è una religione minoritaria). Ho una certa conoscenza del mondo iranico, e le relazioni storiche, linguistiche, culturali tra India e Persia sono importanti, antiche e feconde. E naturalmente mi sono informato, anche se non a livello di competenza specialistrica, sull'India e sul Pakistan. L'India, nel senso di Unione Indiana, fa parte del contesto. Il Pakistan invece è centrale. Il Pakistan, non l'Afghanistan, è il luogo d'origine dei Talebani.
In particolare, lo è la Provincia di Nordovest. All'interno di questa provincia (anche se recentemente ne sono state separate) a ridosso della linea Durand e proprio nella zona del Khyber e a sud di esso, tra Peshawar e il confine, si trova un zona montuosa particolarmente aspra, la zona tribale, che fin dal tempo degli inglesi è sottoposta ad un'amministrazione particolare. Tra i distretti tribali c'è il Waziristan, di cui forse avete sentito parlare come possibile rifugio di bin Laden.
La Provincia della Frontiera di Nordovest non è sempre stata legata ad un'identità islamica e "pakistana". Durante gli ultimi decenni del dominio britannico, era un feudo elettorale del partito del Congresso, quello di Gandhi e Nehru, e che voleva l'indipendenza di un'India unita, comprendente le zone musulmane e quelle hindu. Tra le province che formarono il Pakistan, fu la più riluttante ad aderire al nuovo Stato. In seguito fu oggetto di rivendicazioni "etniche" pashtun, che miravano a riunirla all'Afghanistan.
Miguel definisce correttamente il Pakistan come un "mostro": la scommessa del "padre della patria" Ali Jinnah, il grande rivale di Gandhi, era quella di creare uno stato nazionale laico per i musulmani dell'India, indipendentemente dalla loro etnia, lingua o appartenenza (in India e Pakistan ci sono sia sciiti che sunniti, appartententi a diverse tradizioni religiose).
Si trattava di una scommessa destinata a fallire. Dato che l'unica identità comune ai Pakistani era l'Islam, difficilmente si poteva evitare che l'ideologia fondante del paese diventasse una qualche forma di Islam politico, una volta che l'Islam politico prese forme compiuta come ideologia; ed il Pakistan, con Abu Alà Mawdudi, fu uno dei centri della sua elaborazione.
Ma c'era un problema più serio: musulmani ed hindu non erano vissuti sempre in pace ed armonia nell'India medievale, mughal e britannica. Erano però vissuti, e vivono tuttora, in commistione, sia nelle città, che in molte zone rurali nella pianura indo-gangetica, del Bengala, del Kashmir e di altre regioni. Questo significava che dividerli attraverso una frontiera statale, l'operazione nota come partizione e avvenuta sotto gli auspici delle autorità inglesi in ritirata nel 1947, voleva dire determinare una spaventosa tragedia in termini di profughi, fuggiaschi su entrambi i lati dei confini, violenze agevolate dalla confusione del passaggio di potere.
Il mito della gigantesca figura di Mohandas Gandhi e del suo meraviglioso messaggio di non violenza ha indotto molti occidentali a credere che il processo di indipendenza dell'India sia stato del tutto pacifico. Non è così. Al di là delle vittime della repressione inglese, relativamente poche, e dell'esistenza di un movimento indipendentista armato, non gandhiano, che fu sconfitto in seguito alla sua alleanza col Giappone nella guerra mondiale, la partizione fu un momento sanguinoso e violentissimo.
sabato, dicembre 29, 2007
Le zone lungo la linea Durand sono sempre state un problema per chiunque controllasse l'India. La principale via di collegamento tra India ed Asia Centrale si chiama passo del Khyber (credo che si pronunci all'incirca "caibèr" ma non sono sicuro) e mette in comunicazione la vallata di Kabul (in Afghanistan) con quella di Peshawar (in Pakistan). Da Peshawar si arriva all'Indo e ad una via che passa per Lahore, Delhi, Allahbad, Patna e arriva lungo la Gange fino al Bengala.
Tradizionalmente, gli invasori dell'India, ariani, iranici, turchi, mongoli, passavano di lì. Gli inglesi, soli, vennero dalle "acque nere", dal mare. E solo gli inglesi unificarono tutta l'India.*
Gli inglesi tentarono tre volte di estendere il loro potere oltre il Khyber, ma non ci riuscirono. L'Afghanistan fu il solo fallimento permanente del colonialismo europeo tra Ottocento e Novecento, per quello che ne so.
Gli inglesi crearono quindi attorno a Peshawar una provincia che doveva controllare l'accesso del passo, la provincia della Frontiera di Nordovest. La sua popolazione era a maggioranza pashtun, o pathan come si diceva più spesso allora. Le diverse tribù della zona godevano di una grande autonomia, che lo stato pakistano mantenne dopo l'indipendenza, a condizione che assicurassero la difesa. Il pericolo che sembrava nascondersi dietro il Khyber erano, in teoria, i russi. I russi non vennero mai; si fermarono sempre alla linea Durand.
Prima degli inglesi, i Mughal, quelli che voi conoscete come Moghul (ma che penso si pronunci allo stesso modo) avevano conquistato l'India del nord passando dal Khyber ed avevano controllato l'Afghanistan oltre il passo. Anzi, prima dell'India erano stati sultani di Kabul. Il confine Mughal era più avanzato della linea Durand e comprendeva quasi tutto il paese pashtun: arrivava fino ad una catena montuosa ancora più alta ed impervia, lo Hindukush, che rappresenta il cuore montagnoso dell'Afghanistan.
Il paese pashtun si estende dallo Hindukush, fino alla linea Durand sul lato afghano, ed oltre questa sul lato pakistano, nella provincia del Nordovest, fino ad un'altra catena montuosa più bassa che rappresenta l'altro confine storico; dopo comincia la pianura indo-gangetica, ovvero l'India propriamente detta, mentre le terre più ad ovest sono, storicamente, iraniche.
Il paese ad est della terra pashtun si chiama Panjab, che significa, in persiano**, "cinque acque", poiché è attraversato da cinque fiumi. Il Panjab adesso è diviso tra una parte più grande, pakistana, e i due Stati dell'Unione Indiana del Panjab e dello Haryana, a maggioranza rispettivamente sikh ed hindu. Il Panjab pakistano è la più grande, popolosa ed importante delle province del Pakistan. La sua lingua si chiama Panjabi, ed è una delle lingue ufficiali "regionali" sia del Pakistan che dell'India***.
*In effetti gli stati principeschi, che costituivano quasi metà dell'estensione del paese, erano autonomi nelle questioni interne; inoltre il Nepal, che è una parte dell'India dal punto di vista storico e culturale, non fu mai assorbito del tutto.
**Probabilmente anche in qualche lingua dell'India, ma io conosco solo il persiano, e neanche tanto bene. Jaska ne sa di più.
*** Nessuno dei paesi è linguisticamente omogeneo; in ognuno, accanto ad una lingua ufficiale dello stato, sono riconosciute delle lingue ufficiali delle singole regioni.
sabato, dicembre 29, 2007
Quando dico le cose per me ovvie (Benazir Bhutto ha voluto l'atomica pakistana, Benazir Bhutto ha appoggiato i Talebani) la gente normale dell'Occidente che Lavora, e che ha scoperto da due giorni l'esistenza del Pakistan e degli Armeni, cade dalle nuvole. Dato il tenore delle veline dell'Informazione Ufficiale, non mi sorprende.
Una persona mi chiede: "che lingua parlano in Pakistan?" Io sono costretto a rispondere che lingue parlano in Pakistan, il che porta ad uscire dai confini della Risposta Semplice™ e distrugge il limitato interesse dell'interlocutore. Perché prima di fare un fare un discorso di analisi sul Pakistan, ci sarebbe da dire un quantità di cose sullo Stato nazionale e sull'identità nelle regioni decolonizzate, sul ruolo sociale e politico della religione, sui concetti di popolo, etnia, nazione e comunità religiosa. Ma non ho voglia di parlarne, comunque su questo blog ne accenno spesso, quindi darò tutto per scontato.
Adesso riprendiamo tutto da capo.
Il confine tra Pakistan ed Afghanistan si chiama linea Durand, perché è stato tracciato da una commissione guidata da un tizio di nome Durand (abbastanza evidentemente un europeo occidentale) verso il 1890.
All'epoca, si trattava del confine tra l'Afghanistan e l'India britannica.
La linea Durand è un confine geografico, che segue una serie di crinali montuosi abbastanza impervi e quindi, in teoria, facilmente difendibili. Ci sono solo tre passi relativamente agevoli per valicare il confine, questo se hai un grosso esercito in assetto di conquista, s'intende. Gli inglesi erano preoccupati dall'eventualità di un'invasione afghana o soprattutto russa dell'India, ed avevano avuto esperienze assai spiacevoli nel tentativo di estendere la loro infuenza oltre quei passi, cioè in Afghanistan.
Le loro preoccupazioni non erano così peregrine, visto che un secolo prima l'invasione ed il saccheggio dell'India erano stati lo sport nazionale afghano.
Da entrambe le parti della linea Durand ci sono altre catene montuose impervie, nel senso che gli Appennini in confronto sono collinette. E su entrambi i lati della linea vivono i Pashtun, o Pakhtun, o Pathan (la pronuncia varia a seconda delle zone, credo). Montanari, pastori e contadini, ma anche, all'occorrenza, eccellenti guerrieri, come scoprirono a proprie spese gli inglesi prima ed i sovietici poi.
Musulmani sunniti, della scuola giuridica hanafita, per quanto può valere. La loro organizzazione tradizionale è articolata per tribù gentilizie; i clan principali erano i Ghilzay nel nord ed i Durrani nel sud. La società pashtun, rurale e tribale, è informata ad un rigido codice consuetudinario, il pashtunwali, che da quelle parti è sempre stato più importante della shari'a. Ovviamente la shari'a, in una terra musulmana da secoli, ha fortemente influenzato il pashtunwali, il che del resto è accaduto con il diritto ed i codici d'onore consuetudinari di moltissimi altri paesi musulmani.
I pashtun parlano il pashto, una lingua ideuropea di ceppo iranico, imparentata quindi col persiano e con le lingue kurde, ma abbastanza diversa da loro da non essere reciprocamente comprensibile. Ad ogni modo i Pashtun non hanno avuto fino a tempi recenti una cultura letteraria scritta, pur avendo al contrario una ricca e vasta letteratura orale, che io non conosco ma che, mi assicura chi ne sa di più, è molto affascinante. I pashtun non hanno mai dato vita ad una civiltà urbana. Per molti secoli, la lingua della letteratura scritta, della cultura urbana, delle corti e dell'amministrazione negli attuali Pakistan ed Afghanistan è stata perlopiù il persiano. Le città di Kabul e Qandahar parlavano persiano in mezzo a una campagna che parlava pashto, così come le città dell'Est Europa parlavano tedesco nella campagna slava o ungherese, fino alla metà dell'Ottocento. In particolare il persiano d'Afghanistan, chiamato dari (che dovrebbe significare qualcosa come "lingua della corte", ha l'accento sulla i e dovrebbe essere femminile: la dari, come la hindi) è più conservativo di quello dell'Iran, e ha preso in epoca moderna più prestiti dal russo che dall'inglese o dal francese (ad esempio, in Iran "cinema" si dice sinama, in Afghanistan, come in Russia, kino).
I clan Pashtun, in particolare quello dei Durrani, sono stati il nucleo da cui si formò, con un processo lungo e complicato, lo stato afghano. Gradualmente l'espansione russa ed inglese ed il consolidamento dello Stato nazionale persiano sciita (l'Iran) definirono i confini dell'Afghanistan attuale, stabiliti appunto attorno al 1890.
Questi confini seguivano la difendibile linea Durand, ed il fiume Amu Darya (l'antico Oxus) ed erano quindi perlopiù geografici. I Tajiki, che parlano dari, furono divisi tra Afghanistan e Russia. I Pashtun furono divisi tra Afghanistan ed India Britannica. Altre popolazioni di lingua dari, come gli Hazara, di fede sciita e di orgine mongola, e di lingua turca, furono incluse nello stato dei Durrani, che pur essendo governato dai pashtun, non aveva nessuna connotazione etnica o nazionale specifica: la sua corte si esprimeva in persiano, e la sua sopravvivenza indipendente fu dovuta più all'equilibrio tra Gran bretagna e Russsia,e alla provata difficoltà della conquista, che a qualsiasi fattore nazionale. Ciò che identificava gli abiatnti del paese tra di loro era l'islam. E dato che da quelle parti di Stati etnici non ce ne erano mai stati dai tempi di Ciro il Grande, nessuno se ne faceva un dramma.
sabato, dicembre 15, 2007
Nell Bibbia, Moloch era un Dio cananeo al quale si offrivano immondi sacrifici di bambini. I Cananei, per come li conosce (se mai li conosce) l'Occidentale Medio erano un popolo della Palestina nemico degli Ebrei che fu da loro sconfitto. In realtà i Cananei erano semplicemente gli abitanti della Siria, del Libano e della Palestina che parlavano cananaico, tra cui gli Ebrei ed i Fenici. La lingua punica e la lingua ebraica sono in origine solo due dialetti del cananaico.
Ho già parlato tempo fa delle vicissitudini di questi popoli. Non è importante tornarci adesso.
Moloch è quasi sicuramente una lettura alternativa o un derivato della parola cananaica molek, strettamente connessa con melek, (melekh nella pronuncia ebraica attuale), corrispondente all'aramaico melk e all'arabo malik, e che significa "re" e viene dalla radice MLK, attestata fin dalle tavolette di Ebla, in Siria, verso il 2300 a.C., radice che ha il senso di "governare" ma anche quello di "possedere". Il Dio cittadino di Tiro, città fenicia, si chiamava Melqart, contrazione di Melek-Qart, "Re (o signore) della città" ed era identificato con Baal, mentre la divinità tribale e nazionale degli Ammoniti della Giordania si chimava Milkom.
A Moloch, sembra, erano sacrificati bambini in santuari detti tophet, in Canaan e a Cartagine. La questione è discussa. L'usanza fenicio-punica sembra essere stato un rito a Baal (divinità spesso associata al toro o al vitello, come l'Api egiziano ed il Vitello d'Oro dell'Esodo) detto molk, ma non è chiaro se si trattasse di un sacrificio di bambini o di una particolare sepoltura sacra (con cremazione) per i neonati morti, tesi per la quale propendono molti studiosi. E' possibile che il dio Moloch biblico sia un fraintendimento del nome fenicio del rituale, fraintendimento agevolato dai molti nomi divini dell'area che contenevano la radice MLK.
Indubbiamente i sacrifici umani non erano sconosciuti nel mondo cananaico: basterebbero a dimostrarlo la storia di Abramo e quella di Jephte. Però è altamente probabile che, come è documentato per la Grecia, per Roma e per l'India vedica, si trattasse di residui arcaici e che, per quanto riguarda Cartagine, questi sono stati amplificati a dismisura dalla propaganda anti-punica dei Greci e dei Romani; la storiografia greco-romana, ostile ai Cartaginesi, rappresenta la maggior parte della documentazione in nostro possesso.
Il tophet di Gerusalemme era in un luogo chiamato Gehenna, nome tanto infame da divenire sinonimo di Inferno. Moloch è passato a noi come un idolo falso e crudele che esige sangue e cenere degli innocenti. Il suo nome, carico del senso di "re-padrone", di "tiranno ingiusto", ha preso la connotazione di un mostro vorace e crudele.
Anche se malik in arabo può essere un attributo divino, nella tradizione musulmana il termine tende ad avere, applicata ai re umani, un senso negativo. Malik è di solito il re non musulmano, e quindi usurpatore dell'autorità divina, tirannico ed ingiusto, mentre per il sovrano musulmano si preferisce sultan, che indica un potere politico legittimo.
Infatti nella radice MLK, oltre alla senso di "potere" vi è quello di "proprietà", in arabo mulk, ed il re-padrone, che tratta i sudditi come schiavi (mamluk, participio passivo dalla stessa radice) è nell'Islam un tiranno ed un oppressore.
Ecco perché mi sembra appropriato chiamare MOLOCH il sistema tirannico che unisce il moderno Stato-macchina e l'appropriazione capitalistica del profitto: le due corna dello stesso Vitello d'Oro, del Minotauro che divora le sue vittime.
postato da: falecius alle ore 22:06 |
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mercoledì, novembre 21, 2007
Sono sveglio, ad un'ora improponibile della notte, davanti ad un computer mezzo scassato con la ventola che ansima, una tazza di caffé caldo, ed il sonno irremediabilmente andato, e come sola compagnia, l'angoscia, la solitudine e lo spavento.
E allora affrontiamola, questa cosa. Mi scrivi che non sono stato carino.
Mi scrivono che sono "maschilista", mi fanno notare, ed è vero, che non ho considerato le donne come persone. Chiaramente non l'ho fatto, dato che stavo parlando di ideali femminili.
Non di Caterina, di Anna, di Carlotta.
Affrontiamola, comunque.
Da dove si parte?
In mente mi vengono la "Fedra" di Marina Cvetaeva e la "Cassandra" di Christa Wolf, passando per Aglaja E