Home »
nobelTag correlati:
letteratura,
cultura,
politica,
informazione,
1984,
autoscontri di civiltà ,
scazzi,
guerra allerrore,
africa,
medio oriente,
il senso della vita,
essere studente oggi,
società ,
fatevi prendere dal panico,
ebraismo
martedì, ottobre 23, 2007
Non vorrei mai pretendere di essere di essere quello che non sono, ad esempio un biologo. Prendete quello che scrivo tenendo conto del fatto che non sono un biologo.
Ogni tanto veniamo informati che è stato scoperto il gene di X, dove X potrebbe essere una caratteristica umana tipo gli occhi azzurri, l'intelligenza, il cancro o la dipendenza da nicotina.
I quattro esempi che vi ho fatto hanno a che vedere con cose completamente diverse tra loro. L'ho fatto apposta, per farvi vedere ad occhio la bizzarria dell'idea.
Adesso, vi svelo un piccolo segreto. Non esiste il gene di X, qualsiasi cosa sia X. O meglio. Tu potresti avere il gene di X e non avere X, tanto che esistono persone con cromosomi maschili ma fenotipicamente femminili. Cioè, esistono donne con il corredo genetico dei maschi. Ovviamente sono sterili, ma a parte questo sono donne. Questo è dovuto al fatto che nel loro organismo manca la proteina che si collega al testosterone; non mi voglio dilungare sulla faccenda, ma queste persone hanno del testosterone in circolo. Solo che il corpo non è in grado di ricevere il testosterone (che è l'ormone che dice al corpo di svilupparsi come un corpo maschile) e non interpretando questo messaggio, si comporta come farebbe in assenza di testosterone, e cioè si sviluppa in una donna. La faccenda ovviamente è molto più complicata, ma era un esempio.
Questo accade per diversi motivi. Il più importante è che i geni vanno attivati. Un gene è un'istruzione che, nella maggior parte dei casi, dice ad una cellula di produrre una determinata proteina. Esistono un sacco di parti di DNA che non fanno questa cosa (quello che veniva chiamato "DNA-spazzatura") e sulla cui funzione si studia ancora. Comunque, il gene se ne sta lì buono buono finché un meccanismo abbastanza complicato non lo fa entrare in azione, mettendo in produzione la proteina codificata da quel particolare gene. L'attivazione dei geni dipende da molte cose, (non tutte chiarissime) ed in particolare da altri geni.
Il secondo motivo infatti è che i geni lavorano insieme. Un gene può codificare una proteina che fa una certa cosa, ma difficilmente questo servirà a granché, senza il gene che ne codifica il recettore (questo è particolarmente vero per gli ormoni, come il testosterone: senza i recettori sono inutili, perché le cellule bersaglio non sono in grado di elaborare l'informazione portata dall'ormone). A volte le cose funzionano in modo che un gene inibisca l'azione di un altro, ad esmepio attivandosi quando l'utilità dell'azione dell'altro gene è esaurita, mantenendo un equlibrio. La maggior parte dei meccanismi viventi servono in effetti a mantenere un equilibrio, chiamato omeostasi, attorno a certi valori. Gli esseri viventi muoiono se si sballano questi valori. L'assenza di cloruro di sodio (sale) nella dieta è nociva, una certa quantità è salubre, troppo cloruro di sodio è di nuovo nocivo.
Tutto è tossico, se si esagera (anche se a volte le dosi tossiche non sono realisticamente assumibili).
Quello che mi interessa capire è perché i media ci parlino del gene di X, quando in realtà stanno dicendo "uno dei geni che influisce su X" o "uno dei geni che regola il processo X". Dubito fortemente che, per una qualsiasi caratteristica fenotipica X, esista uno e un solo gene responsabile di X. Ci sarà almeno un altro gene che produce il recettore per X, o che può attivare o inibire il gene di X, o che può produrre non-X.
Se poi X è, per fare un esempio assolutamente a caso e senza relazione con le recenti dichiarazioni di un premio Nobel per la medicina, "l'intelligenza", la natura stessa di X implica che si tratta di una cosa troppo complessa per poter essere messa in relazione diretta con uno o pochi geni. Intanto, mentre è abbastanza facile definire "occhi azzurri", è molto più difficile definire "intelligenza". Intelligenza può voler dire cose diverse. Nel parlare comune, spesso si dice "intelligente" di uno che sa molte cose, cioè di chi andrebbe chiamato "colto" o "erudito": qualcuno che ha molta memoria. Senza dubbio i geni influiscono sulle capacità della memoria in molte maniere, che immagino possano essere assai complesse, così come agiscono sul tono muscolare. Ma l'esperienza mi dice che la memoria, come i muscoli, si sviluppa tramite l'allenamento. I geni possono determinare il fatto che tu possa avere i bicipiti di Mike Tyson, ma se non vai in palestra ad allenarti (e parecchio, anche), col cavolo che avrai mai i bicipiti di Tyson.
In realtà per intelligenza si dovrebbero intendere una gran quantità di cose che c'entrano relativamente con la memoria, e che rigurdano, direi, la capacità di risolvere problemi. Capacità logiche, cognitive, di analisi, di sintesi, pensiero creativo, pippe mentali, eccetera. Secondo un importante studioso amercicano, Gardiner, in realtà non esiste una intelligenza sola, ma sette, con diversi campi di applicazione. Se la memoria può essere allenata, ritengo probabile che cioè valga anche per l'intelligenza.
In altre parole, mi sembra del tutto intuitivo supporre che, se i geni interagiscono in vari e suppongo complicatissimi modi con i diversi aspetti dell'intelligenza (ad esempio, si ritiene che l'autismo sia legato a fattori genetici) soprattutto definendo delle potenzialità*,la parte più importante della questione sia legata a fattori ambientali.
Allora, perché i media suggeriscono che un gene determini una caratteristica? Probabilmente perché è comodo. Contribuisce a togliere al lettore l'idea che egli disponga di libero arbitrio.
Mi pare di aver letto una volta "scoperto il gene del consumismo" o qualcosa di simile. Probabilmente intendevano dire che quel gene codifica una sostanza che agisce su certe connessioni neurali che si attivano in casi di shopping compulsivo, ma non lo so perché mi sono rifiutato di leggere l'articolo. Il problema è che se lo legge Sophie Kinsella, si convince è che il suo problema (chiunque sia capace di scrivere una serie di "libri" intitolati "I love shopping" ha evidentemente un problema) risiede nelle istruzioni consumiste delle sue cellule, mentre chiaramente il problema risiede nella natura consumista della nostra società.
Però non viviamo in una società che ti obbliga al consumo (non ancora almeno) ma si limita ad incoraggiarti molto fortemente al consumo.
Naturalmente, se tu pensi che quello che sei è definito dai tuoi "geni di X" sarai meno propenso a fare una scelta autonoma in presenza di un forte incoraggiamento contrario. In sostanza, ad occhio, questa ennesima distorsione semplificante della scienza (che non attaccherebbe se nelle scuole italiane si studiasse decentemente la biologia; ma è chiedere molto) finisce con l'alimentare il conformismo.
*puoi fare quello vuoi ad un gatto, ma il suo corredo genetico è tale che non sarà mai capace di scrivere l'Eneide. E sono le istruzioni contenute nel corredo genetico che dicono al gatto di essere gatto e a Virgilio, che ha scritto l'Eneide, di essere umano.
Nota: vi chiederete perché da un po' mi sia messo a scrivere di biologia, argomento in cui non ho competenze specifiche. Watson c'entra fino ad un certo punto, anche le sue sparate meritano qualche riga.
Il fatto è che ho letto un libro di biologia molto bello, anche se decisamente datato (1978, come studiare l'astronomia su Galileo): "Mente e Natura" di Gregory Bateson.
sabato, ottobre 20, 2007
Allora. Non è che la scoperta del DNA, in sé, abbia demolito l'antropologia razziale.
Sono state la liberazione di Auschwitz, prima, e Dien Bien Phu, poi, a farlo.
Sono stati le centinaia di migliaia di soldati senegalesi che combattevano nelle Forze Francesi Libere. Sono stati i milioni di indiani che disobbedivano alle autorità inglesi al grido "quit India!".
E' stata la fuga in sordina delle potenze coloniali da un paese africano ed asiatico dopo l'altro.
Sono stati i "Canti d'Ombra" di Léopold Sédar Senghor e i "Diari di un ritorno al paese natale" di Aimé Césaire.
L'antropologia razziale era un fatto politico, e fu la politica a screditarla.
Dopo Auschwitz, diventava moralmente difficile parlare di "razze inferiori". Avveniva, certo. per altri vent'anni, negli Stati Uniti ci fu la segregazione razziale. In Sudafrica, l'apartheid durò fino al 1994.
Ma l'importanza della scoperta del DNA stava nel fatto che lo studio delle caratterestiche fiscihe dell'uomo si spostò dai fenotipi ai genotipi.
E se è possibile individuare delle "razze" sulla base di alcune caratteristiche fenotipiche (colore della pelle, conformazione del cranio, taglio della palpebra. Minchia, cose fondamentali) a livello di genotipo queste cose semplicemente non esistono.
Signori, le razze umane non esistono in quanto realtà genetiche. L'antropologia razziale ha passato due secoli a studiare il nulla più assoluto.
Qualche sospetto poteva nascere. In due secoli, questa pseudo-scienza non era riuscita a creare una classificazione condivisa. I criteri di classificazione principali (pelle, cranio, palpebra) non avevano relazioni tra loro (esistono neri dolicocefali e brachicefali, e lo stesso vale per gli asiatici. Ci sono africani con la piega mongolica della palpebra. Eccetera). Alcuni studiosi, di cui fatico ad accettare la buonafede, definirono le tre "razze" principali (i famosi "bianchi", "neri" e gialli") come appartenti a generi tassonomici diversi.
Per chi non sapesse nulla di biologia, una specie è, per definizione, un insieme di individui che possono accoppiarsi e generare prole fertile. In genere, il figlio di un accoppiamento misto tra un europeo/a ed un'africano/a o asiatico/a dà prole fertile, come può assicurarvi gran parte della popolazione dei Caraibi.
Per legittimare le loro teorie, gli antropologi razziali degli anni Trenta, specialmente quelli legati al nazismo, arrivarono al punto di negare questa evidenza. Qui, la scienza non c'entra più nulla.
Siamo al puro delirio politico, che del resto, all'epoca, aveva avvolto la biologia in una spessa cappa. In Unione Sovietica regnava Lysenko. Stati Uniti, Svezia ed altri paesi sperimentavano programmi eugenetici (impresa notevole, in un'epoca in cui si ignorava tutto del DNA). In Italia si varavano le leggi razziali e s'invadeva l'Etiopia con motivazioni razziste, ed in Germania comandavano i nazi. La segregazione negli USA toccava il culmine. Gli Indios erano schiacciati in tutta l'America Latina. Il Sudafrica si preparava a varare l'apartheid.
Poi, il totalitarismo fondato sulla razza perse la guerra, e gli imperi europei crollarono. Negli Stati Uniti, i neri ottennero dei diritti. La Svezia abbandonò il programma eugenetico. L'antropologia razziale si mostrò per quello che era, una pseudo-scienza, e venne abbandonata. Ma lasciò dei memi. Nei libri di testo, ancora negli anni Ottanta, si parlava di "razze" come di qualcosa di reale. E Gentilini è ancora qui a sparare cazzate. La razza, demolita come concetto scientifico dalla genetica e sconfitta come idea-guida a livello politico e morale, sopravvive come discorso nel sottobosco culturale dell'Occidente, da cui riemerge di tanto in tanto.
E' perciò tanto più paradossale che a riesumarla sia lo scopritore del DNA, cioè la persona che forse più di ogni altro (volendolo o meno, non importa) ha contribuito alla distruzione dell'antropologia razziale come scienza.
Il fatto di aver vinto un premio Nobel non mette al riparo dall'essere una testa di cazzo. Il Nobel per la Fisica fu conferito, ad esempio, a Johannes Stark, che in seguito sarebbe diventato uno dei principali scienziati nazisti. A differenza di Werner Heisenberg, che servì il Reich per patriottismo, ma probabilmente senza convinzione, Stark era un nazista fanatico. Non accettava la "scienza degenerata" (la meccanica quantistica e la relatività) e probabilmente neppure la capiva. Il fatto che molti degli scienziati "degenerati", come Einstein e la Meitner, fossero ebrei, lo indusse ad aderire al nazismo sperando in una rivincita accademica.
Dunque, Watson ha il diritto di essere uno stronzo razzista e di dire puttanate in merito, anche se il fatto di aver vinto il premio Nobel per aver demolito le basi "scientifiche" del razzismo dovrebbe dargli delle responsabilità.
Il punto è che se Tonino Carino da Canicattì dice la stessa cosa (evidentemente, sulla base di competenza più o meno analoga), Repubblica non titola "la teoria di Tonino Carino", e giustamente. Intanto, dire che "i neri sono meno intelligenti dei bianchi", se anche fosse un'affermazione scientifica (non lo è, perché "neri", "bianchi" ed "intelligenza" non sono concetti scientifici definiti, il che rende l'affermazione non falsicabile), non sarebbe una teoria. Se io dico "viva la figa", esprimo una cosa che penso, ma non è una teoria. Se un Nobel dice "viva la figa", il fatto che lui abbia vinto il Nobel non conferisce nessuna dignità suppletiva alla frase.
Non c'è stato, nelle parole di Watson, nessuno "sdoganamento" di niente, perché, scientificamente, ha detto una cosa che vale quanto un "viva la figa". Non ha detto niente.
Il tizio ha semplicemente sparato una puttanata.
Ma forse, era un esperimento: ha dimostrato che una "razza" inferiore esiste, alla fine. Quella dei cretini che parlano a caso.
UPDATE: riporto qui un'osservazione di Lisa su Watson:
" La spiegazione occamisticamente più semplice è che sia rincoglionito in vecchiaia.
Quella immediatamente successiva come livello di complessità, è che avesse pregiudizi razzisti anche prima ma che, quando era tutto nei su'panni (come si dice in Toscana), aveva la lucidità e la lungimiranza di tenerseli per sé, mentre con l'età e con le grandi soddisfazioni raggiunte ha perso completamente i freni inibitori.
In ogni caso, non credo che tali convinzioni possano inficiare la validità delle sue scoperte scientifiche. Newton era un patito di ciarpame esoterico, nonché un arrogantissimo inquisitore responsabile di non so quante condanne a morte, ma la sua teoria generale della gravitazione si usa ancora oggi per spedire le sonde nello spazio. :)"
mercoledì, luglio 18, 2007
Ho ricominciato a leggere. Ho ricominciato da "Essere senza destino" di Imre Kertesz (Nobel per la letteratura nel 2002). Anche se non direttamente autobiografico, il libro appartiene alla memorialistica della Shoah.
Ne parlavo la settimana scorsa con una mia cara amica. Lei è mezza ungherese, e tra le altre cose mi ha detto che Kertesz significa "giardiniere" e Kert vuol dire "giardino". Mi è venuto in mente che in aramaico, Kert o Kart, vuol dire "città". In fenicio, si dice Qarth, che è anche il nome della metropoli al centro del mondo conosciuto nella saga fantasy di R.R. Martin, "A Song of Ice and Fire". Qarth-Hadasht (Città Nuova) è il nome originario di Cartagine (in ebraico moderno si tradurebbe, credo, Qiryat Hadassah).
Ad esempio, la capitale dell'Armenia per certo periodo fu Tigranocerta (Tigran-Kert in aramaico) ovvero "città di Tigrane", il nome del più grande re armeno, che la fondò. A quell'epoca l'aramaico era la lingua franca del Medio Oriente, anche se naturalemente non era la lingua parlata degli Armeni.
In accadico (la lingua dei Babilonesi e degli Assiri) si diceva Kar (maschile), la forma occidentale, aggiungendo la t (o th)
L'idea della città-giardino è ben radicata in alcune culture, tra cui quella persiana antica; la città ed il giardino, nella concezione persiana, sono entrambi rappresentazioni del kosmos, l'universo ordinato e progettato da una mente (l'architetto, il giardiniere).
E' assai probabile che la parola ungherese non abbia nulla a che vedere con tutto questo, però mi ci ha fatto pensare.
Ma volevo parlarvi di Imre Kertesz, o meglio del suo libro. Mi ha colpito la parte finale, in cui si dice esplicitamente qualcosa che avevo sempre intuito o sospettato leggendo Primo Levi: la nostalgia del Lager. Al giornalista che gli chiede degli orrori concentrazionari nazisti, il protagonista risponde quasi stupito. Quelli che al di fuori appariva un orrore astratto, per lui era vita vissuta. E come di ogni momento passato, perfino quella vita terribile, alla luce soffusa della memoria, diventava ricordo nostalgico.
Tutto questo serve ad introdurre parecchi discorsi: l'Ungheria, la memoria della Shoah e alcune altre cose che hanno a che fare con la storia degli Ebrei.
lunedì, ottobre 16, 2006
Fra è appena tornata da Istanbul (è ufficiale, si pronuncia Istànbul). Salto lezione per prendermi un caffé con lei; del resto dopo due ore di iconografia di Lenin nella pittura sovietica degli anni Trenta, non ho le risorse psicofisiche per un'altra lezione.
Mi racconta della Turchia, della repressione che ancora circonda la vita culturale kurda, dell'ipocrisia ufficiale sul genocidio armeno, del nazionalismo kemalista. Poi mi parla del suo viaggio in Armenia, del Karabach; passa una nostra conoscente, è georgiana e studia turco da noi: accenna all'assassinio di Anna Politkovskaja, al peggiorare delle relazioni tra Russia e Georgia, alla recente espulsione dei cittadini georgiani da Mosca e dei Russi da Tbilisi, ai pestaggi di cui immigrati ceceni, armeni, circassi, georgiani, sono indifferentemente, e sempre più spesso, vittime nelle città russe, nel silenzio del potere. Il risorgere di nazionalismi aggressivi, razzisti ed anti democratici nell'ex Unione Sovietica; il suo permanere in Turchia. La saldatura tra integralismo wahhabita e nazionalismo ceceno. E'un caffé macchiato impegnativo.
Poi parliamo di Pamuk. Ho parlato della Turchia in Europa e dei Nobel per arrivare a lui, il Nobel per la letteratura di quest'anno. Sembra che la reale Accademia svedese si orienti sempre più a premiare la scrittura, se non prorpiamente politica, comunque in qualche misura impegnata. Pamuk è stato censurato pesantemente nel suo paese. Ha sollevato un problema serio, quello del genocidio armeno e della retorica ufficiale in materia. ha anche sollevato, in forma letteraria, la questione kurda. Ha in sostanza messo in discussione l'ortodossia nazionale kemalista; un'ideologia che può a stento essere definita democratica.
Qualcuno sostiene che la Turchia sia l'unica democrazia musulmana; dissento. E' l'unico paese musulmano a far parte, storicamente, del "Mondo Libero". Ma se parliamo di standard democratici, siamo un pelo sopra l'Iran, un po' sotto al Libano, al Senegal e al Mali, circa al livello dell'Indonesia. Mi riferisco solo a paesi con maggioranze musulmane. Nessuno di questi paesi è una dittatura; nessuno si può considerare una democrazia liberale compiuta, funzionante a tutti gli effetti, vuoi per problemi di violenza politica, o per limitazioni legali all'attività politica (che in Turchia sono forti) e per pesanti condizionamenti su di essa da parte di organismi non democratici (l'apparato religioso iraniano, gli eserciti turco ed indonesiano).
Concordo con Fra che la Turchia di oggi non può far parte dell'Unione Europea; ma bisogna vedere come sarà la Turchia di domani. Intanto cerco voli per Istanbul.
venerdì, ottobre 13, 2006
Partiamo dal presupposto che i premi Nobel appartengono a categorie diversificate. Alcune delle quali piuttosto strane. Per quelli di Chimica, Fisica e Medicina non ho nulla da dire; non ne saprei abbastanza. Ma per gli altri tre, Economia, Pace e Letteratura, qualcosa da dire ce l'ho. Allora. I premi Nobel per la Pace fanno parte dei Sacri Misteri: nessuno capisce perché ad esempio l'abbiano vinti Nixon, Peresh, Arafat, Kissinger, Le Duc Tho, Anwar Sadat; firmare un trattato di pace non vuol dire necessariamente (nei casi citati, non vuol dire affatto) essere dei benefattori dell'umanità. Stiamo parlando in alcuni casi di brutali dittatori: Sadat e Le Duc Tho lo erano, almeno, indipendentemente dagli accordi, peraltro non particolarmente rispettati, di Parigi e di Camp David.
Quanto alla stessa esistenza di un Nobel per l'Economia, che presuppone che un economista possa far del bene all'umanità, l'idea mi sembra un po' stramba.
Anche per la letteratura... Alcuni dei migliori, Pasternak e Sartre, l'hanno con buone ragioni rifiutato. Adoro Derek Walcott, Pablo Neruda e Nagib Mahfuz, mi piacciono, per quel poco che li conosco, Wole Soyinka, Oe Kenzaburo, Wislawa Szymborska. Ma certe scelte, tipo la Deledda, V.S. Naipaul, o Churchill, trascendono la mia comprensione. Alcuni vincitori del Nobel, tipo, che so, Seamus Heaney, non li ho mai sentiti nominare. Alcuni grandissimi scrittori e scrittrici il Nobel non l'hanno mai visto: Borges (essenzialmente per ragioni politiche. appoggiava l'infame giunta militare argentina), Kunvar Narayan (lo so che non l'avete mai sentito nominare, ma è il più grande poeta hindi vivente), Marina Cvetaeva, Anna Achmatova, Mahmud Darwish, Forugh Farrokhzad (morta forse troppo presto), Marguerite Yourcenar, Christa Wolf (forse per la sua iniziale adesione al regime comunista della Germania Est), Jack Kerouac, Allen Ginsberg, Italo Calvino, Fernando Pessoa, Kostantinos Kavafis, James Joyce, Virginia Woolf, Dylan Thomas, Nazim Hikmet, Jubran Khalil Jubran ( quello che ha scritto il Profeta e voi probabilmente conoscete come Kahlil Gibran, trascrizione orrendamente sbagliata), Aimé Césaire, Natsume Soseki, Mohammed Choukry, e può bastare, parlando solo delle letterature che conosco. Non c'è un Nobel per la letteratura dal Sud-Est asiatico, con tutti i grandi scrittori che ad esempio, hanno ed hanno avuto il Viet-Nam e l'Indonesia (non dico degli altri paesi solo perché delle letterature Thai, Khmer, Lao, Filippina e Birmana, tra le altre, non so un accidente... ma se per me questo è perdonabile, lo è molto meno per i membri della Reale Accademia di Svezia). Mi fermo qui. Al prossimo post.