giovedì, maggio 29, 2008
Avrei voluto scriverlo io, un pezzo così, ma lui l'ha fatto meglio.
Non è andata esattamente così, in Palestina, sia chiaro.
Però certi paralleli è difficile non farseli tornare in mente.
mercoledì, marzo 26, 2008
Ricevo e volentieri diffondo. Sarò sicuramente all'incontro di sabato 29:

26-30 MARZO SETTIMANA CULTURA PALESTINESE

 Ø§Ù„حقيقة والذاكرة realtà e memoria
                  Settimana della Cultura Palestinese

Dal 26 al 30 marzo 2008 al Teatro Verdi e allo spazio Revel Scalo d’Isola

Promossa da Arci Milano e Teatro Verdi
con il Contributo della Provincia di Milano
Assessora alla Pace, Cooperazione Internazionale, Politiche giovanili
Assessora alla Cultura, Culture ed Integrazione
Assessore all’Istruzione e Edilizia Scolastica
In collaborazione con: Comunità Palestinese di Lombardia,
Vento di Terra Onlus, Action for Peace Milano


الحقيقة والذاكرة Realtà e memoria, è una manifestazione che Arci Milano e Teatro Verdi intendono
proporre alla Città di Milano attraverso la realizzazione di una serie di incontri di approfondimento
dedicati alla cultura palestinese.
Questa prima edizione sarà dedicata al teatro, alla letteratura, alla musica e al cinema.
Protagonisti sono l’attore Mohammad Bakri, lo scrittore Ibrahim Nasrallah, la regista e scrittrice Liana
Badr, il musicista Ramzi Aburedwan, lo storico Wasim Dahmash ed altre personalità palestinesi.
La questione palestinese è abitualmente affrontata e mostrata attraverso canoni politici e mediatici che
non restituiscono sufficiente conoscenza ed approfondimento della specificità della cultura.
Il progetto prevede una restituzione alla cultura ed alla società civile delle prerogative che appaiono
sempre più marginali ed inespressive: le forme dell’arte, attraverso la parola, la scrittura, la musica, il
cinema quale modalità e possibilità di dialogo e di conoscenza.
Vi è, oggi, un’estrema difficoltà nel poter mostrare, al pubblico, un percorso culturale autentico che
consenta una conoscenza non superficiale della complessa cultura palestinese. Le ragioni sono
conosciute: un devastante stato di perdurante occupazione militare limita la possibilità espressiva,
obbliga alla frammentazione, ne altera l’esistenza. La cultura diventa allora lo strumento fondamentale
per combattere contro la cancellazione della memoria e la negazione di un futuro: la più efficace forma
di difesa contro l’annientamento della propria identità nazionale.
La proposta intende essere un contributo alla conoscenza di un popolo, mostrare le radici di una cultura
per molti aspetti poco conosciuta ma non estranea storicamente alla grande matrice mediterranea,
consentire una riflessione, riportarne alla luce una quotidianità esemplare.


PROGRAMMA

Mercoledì 26 marzo - Revel Scalo d’Isola
Ore 18.00 Inaugurazione mostra fotografica “Fotografare l’Esilio.
20 giovani palestinesi guardano sé stessi e il Libano”.
Dai laboratori degli “Annual courses of Video and Digital
Photography” nel campo profughi di Mar Elias a Beirut.
Progetto a cura di Stefano Chiarini, Patrizio Esposito in collaborazione
con l’ong Beit Atfal Asoomud.
Allestimento a cura di Sabina Berra e Bruna Orlandi..
“Gli Occhi della Palestina”.
Proiezione - video non stop di Opere d’arte di artisti palestinesi
curata da “Vento di Terra”

Mercoledì 26 marzo – Teatro Verdi
Ore 21.00 “IL PESSOTTIMISTA” Spettacolo teatrale con Mohammad
Bakri tratto dall’omonimo testo di Emil Habibi.
Giovedì 27 marzo – Accademia della Pace presso il Teatro Verdi
Ore 10.00 “IL PESSOTTIMISTA” Spettacolo teatrale con Mohammad
Bakri tratto dall’omonimo testo di Emil Habibi ed incontro con
l’artista.

Giovedì 27 marzo – Revel Scalo d’Isola
Ore 18.00 Proiezione film: “Haifa” di Rashid Masharawi, con Mohammad
Bakri, Palestina 1995- Durata 75’ – Sottotitoli in italiano
A seguire thè e dolci della Palestina.
Proiezione film: “Since you left” intervista con Emil Habibi a cura
di Mohammad Bakri, 2005 - Durata 60’ - Sottotitoli in italiano
Mohammad Bakri sarà presente ed introdurrà le
proiezioni.
A seguire thè e dolci della Palestina.

Giovedì 27 marzo – Teatro Verdi
Ore 21.00 “IL PESSOTTIMISTA” Replica dello spettacolo teatrale

Venerdì 28 marzo – Accademia della Pace
Ore 10.00 “Muri, lacrime e Za’ Tar”
Storie di vita e voci dalla Palestina
Presentazione del libro di Gianluca Solera
edito da Nuova Dimensione
Incontro con l’autore e letture di Saida Puppoli

Venerdì 28 marzo – Revel Scalo d’Isola
Ore 18.00 Incontro con Liana Badr, regista e scrittrice.
A seguire Proiezione de L’Uccello verde, dalla serie Memoria
Fertile, Palestina 2002 – Durata 42’
The gates are open. Sometimes!.
Palestina 2006 – Durata 55’
A seguire thè e dolci della Palestina.

Venerdì 28 marzo – Teatro Verdi
Ore 21.00 “Letteratura ed arte come resistenza”
Incontro con Liana Badrscrittrice e regista Ibrahim
Nasrallahpoeta e romanziere.
Coordina Isabella Camera D’Afflitto

Sabato 29 marzo – Revel Scalo d’Isola
Ore 18.00 Presentazione del libro “Cento anni di cultura palestinese”,
edito da Carocci Editore, con l’autrice Isabella Camera D’Afflitto
Paolo BrancaProfessore di Arabo presso l’Università Cattolica di
Milano ed esperto del mondo musulmano. Coordina Wasim
Dahmash.
Ore 19.30 Omaggio a Buthina Canaan Khoury - Proiezioni
Maria’s grotto, Palestina 2005 – Durata 65’
Women in struggle, Palestina 2004 – Durata 56’
Sottotitoli in italiano

Sabato 29 marzo – Teatro Verdi
Ore 21.00 Ramzi Aburedwan Quartett, concerto con Ramzi Aburedwan,
bouzouq, viola, Alessio Allegrini, corno francese, Ziad Benyousssef,
oud, Tareq Rantissi, percussioni.
Il concerto promuove il progetto della Fondazione Al
Kamandjati che si occupa della creazione e della gestione di
scuole di musica per bambini palestinesi che vivono nei campi
profughi.

Domenica 30 marzo – Teatro Verdi
Ore Ø§Ù„حقيقة والذاآرة“ 16.30 – Realtà e memoria”
Performance letteraria e teatrale dedicata alla Giornata
della terra.
Reading e testimonianze con Liana Badr, regista e scrittrice,
Ibrahim Nasrallahpoeta e romanziere.
Testi tratti dalle opere delle più importanti autrici/autori
palestinesi.
Coordina Wasim Dahmash.
Al termine spettacolo teatrale “Uomini sotto il sole”
dal romanzo di Ghassan Kanafani con Benedetta Laurà e
Rapsodia Trio.
Ore 20.30 Cena Palestinese (su prenotazione)
Sarà presente Zaidan Mohammed, Direttore del Centro di
Ricerca e monitoraggio dei Diritti umani in Israele.


I luoghi:
Teatro Verdi – Via Pastrengo, 16 – Milano – Tel. 026880038
Revel Scalo d’Isola - Via Tahon de Revel 3 – Milano - Tel. 02683185
Metissage Circolo Arci – Via De Castillia (ang.Borsieri) Milano – Tel.0236554664
Ingresso per lo spettacolo teatrale “Il Pessottimista” € 15,00 – Ridotto 10,00
Ingresso per il concerto del quartetto di Ramzi Aburedwan € 15,00 Posto unico
Tutti gli incontri e le proiezioni, compresa la Giornata di reading e performance dedicate alla
giornata della terra del 30 marzo 2008, sono ad ingresso gratuito.

PER INFORMAZIONI:
Teatro Verdi: 02 6880038
Teatro del Buratto: 02 2700247
giovedì, gennaio 24, 2008
Chi mi conosce sa bene quanto amo quel pezzetto di terra tra le montagne coperte di cedri e il mare che si estende a Occidente, un Stato grande la metà del Piemonte, con quattro milioni di abitanti e dodici milioni di emigrati.
Il Libano è una caso quasi unico al mondo, perché definisce la sua identità nazionale in termini di somma di differenze. "Noi siamo libanesi in quanto diversi tra noi."
La differenza si esprime essenzialmente in termini religiosi, dato che dal punto di vista etnico quasi tutti i libanesi sono di madrelingua araba. Ma, trascurando gli armeni ed i kurdi che vivono in Libano, trascurando le generazioni che crescono a Beirut da genitori filippini o singalesi, trascurando chi, arabo fin nelle ossa, discende dai Crociati o dagli Europei convertiti e passati al servizio della Porta, da chi si porta nel sangue i geni dei giannizzeri nati nei Balcani e diventati turchi, al tempo in cui essere "turco" era uno stile di vita ed un lavoro, non un'etnia, non tutti gli "arabi" del Libano si sentono arabi.
Possono anche sentirsi "fenici" anche se da millenni un popolo ed un'etnia fenicie come tali non esistono più, ed in effetti i fenici stessi si considerarono sempre e solo "cananei".

Il Libano è una montagna, una costa stretta ai suoi piedi, una vallata sull'altro lato. Tre pezzi, tre storie. Ma il cuore dell'identità libanese moderna nasce sulla Montagna.
La montagna è il rifugio dei perseguitati e degli oppressi, la fortezza delle minoranze. Fin da quando,  nel  1400 a.C., su quelle montagne Aziru, re di  Amurru,  raccolse  i fuggiaschi,  i  ribelli, i contadini  schiacciati dai debiti e dalle corvées,  i  nomadi  privati dei loro pascoli dall'ingordigia dei palazzi reali, il popolo dissanguato dall'aristocrazia terriera e guerriera dell'Età del Bronzo. Li riunì, e ne fece un popolo ed un regno, sotto la protezione del grande re Hittita, Shuppiluliuma il Grande.
Quattro secoli dopo, Davide di Giuda avrebbe fatto la stessa cosa con gli Ebrei delle tribù meridionali e avrebbe sconfitto i Filistei.
Ogni comunità perseguitata dai Cesari o dai Califfi si rifugiò sulla Montagna. Nel comune destino di esistenze precarie, minacciate, incerte, crearono quella simbiosi nella diversità che l'impatto delle potenze occidentali e della modernizzazione avrebbe poi spezzato, mettendo i maroniti contro i drusi, e poi entrambi contro gli sciiti.

P.S. Questo post è uno spin-off della mia tesi di laurea.
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categoria:medio oriente, affetti, ebraismo, autoscontri di civiltà
martedì, gennaio 15, 2008
Si parla abbastanza spesso di una cosa che si chiamerebbe "islamo-fascismo" o "islamo-nazismo" a seconda di quanto Terrore™ si vuole instillare.
L'idea, sospetto, è quella di collegare l'attuale guerra all'errorismo alla Seconda Guerra mondiale, stabilendo una continuità nella "lotta per la libertà" e ottenere il consenso dei settori della Sinistra™ a questa guerra.

Questo è possibile se si assume il "fascismo" come entità meta-storica, astraendo dalla concreta esperienza del regime fascista italiano. E' una prospettiva che in sé ha un senso, ma che non basta. Se si definisce "fascismo" qualsiasi cosa non piaccia alla Casa Bianca, naturalmente Saddam Hussein, Bin Laden, Ahmadinejad e Ismail Haniyeh saranno fascisti, ma avremo anche una nozione di "fascismo" che non ci aiuta a capire nulla, tranne quello che sapevamo già.

Pochi post fa, avevo proposto tre caratteristiche principali del fascismo, cioè dell'ideologia e della prassi politica fascista. Se individuiamo una prassi ed una ideologia che presentano in modo rilevante queste caratteristiche, potremo certamente chiamarla "fascista" e questa definizione avrà un valore, cioè aiuterà a capire di che cosa stiamo parlando.

Il principale aspetto del fascismo, dal mio punto di vista, è la statolatria, ovvero la subordinazione della felicità individuale agli scopi definiti (in maniera autoritaria) dallo Stato (nazionale).

Se esaminiamo le ideologie fondamentaliste islamiche (che è ovviamente un'ideologia politica, distinta dall'Islam in quanto religione) notiamo intanto che esse, al momento, sono all'opposizione in tutti i paesi musulmani eccetto l'Iran (l'Arabia Saudita è un caso particolare) e che rifiutano teoricamente il concetto stesso di stato nazionale, almeno in origine.
Notiamo anche che in termini teorici tutto il fondamentalismo islamico afferma, in linea col pensiero liberale, che lo stato sia un mezzo per la felicità individuale e non un fine in sé, come invece affermerebbe il fascismo.
Il fondamentalismo si stacca però dal liberalismo, e si avvicina alle nozioni fasciste, in quanto pretende che lo stato islamico sappia quale sia il bene e la felicità dei suoi cittadini meglio di quanto lo sappiano loro stessi. Ed in effetti in Iran ed Arabia Saudita le leggi puniscono alcuni comportamenti individuali che la religione musulmana considera peccati.
Sia lo stato islamico che lo stato fascista sono quindi degli stati etici che impongono una morale privata ai loro cittadini. Però la visione del potere statale che li sostiene è piuttosto diversa.

Veniamo ora alle tre caratteristiche principali e specifiche del fascismo:
Corporativismo, Nazionalismo ed Autoritarismo.
Corporativismo: l'islamismo politico non conosce nulla del genere. Assume elementi di socialismo e redistribuzione del reddito, ma che io sappia non esiste, in Iran, niente che si possa avvicinare alle Corporazioni fasciste.
La maggior parte dell'Islam politico contiene un messaggio di classe ed un discorso sulle classi oppresse, anche se non è da intendersi in senso marxista. Del resto il regime iraniano ha consistentemente appoggiato la borghesia locale; esiste l'idea che l'Islam (come il fascismo) contenga la soluzione generale per i conflitti di classe. In effetti il discorso fondamentalista non è unitario su questo punto; se Hizbullah ad esempio porta avanti una politica sociale e redistributiva di grandi proporzioni e si appoggia in buona parte sul proletariato sciita, il fondamentalismo di Zia'ul Haq in Pakistan era invece liberista e capitalista in campo economico.

Nazionalismo: in teoria l'Islamismo politico non conosce affiliazione fuori della Umma dei credenti. Nella pratica quasi tutti i movimenti islamisti hanno una componente nazionalista, con la rilevante eccezione dell'area jihadista legata ad al-Qa'ida (che sta al fondamentalismo islamico circa come le Brigate Rosse stavano al comunismo). Il discorso nazionale è usato di solito in chiave anti-imperialista, cioè per opporsi alla presenza e all'ingerenza americana, o israeliana, o russa. Perfino in Hezbollah ed Hamas, probabilmente i movimenti col carattere nazionalista più accentuato, l'idea della nazione tende a passare in secondo piano rispetto ai principi dell'Islam e del benessere individuale ( a cui l'Islam conduce). La mistica patriottica del fascismo è assente o embrionale, e quando appare sembra più una strategia per aumentare il consenso e legittimarsi nel contesto politico nazionale.

Autoritarismo: l'Islam politico respinge decisamente l'idea di democrazia come sovranità popolare, in quanto l'unico Sovrano e Legislatore è Dio.
Dio, però, notoriamente non presiede i consigli dei ministri, ed in generale il fondamentalismo sostiene la necessità della partecipazione popolare e della consultazione come metodi di gestione della cosa pubblica. Scagliandosi contro la corruzione dei regimi laici, afferma spesso l'importanza della trasparenza delle istituzioni statali. Tuttavia, non esiste un'idea di organizzazione dello Stato dettagliata e comune al fondamentalismo islamico, all'infuori del rifiuto del dispotismo di autorità terrene come le monarchie o i partiti unici e dell'invito alla consultazione e alla collegialità. Generalmente parlando, si può affermare che il fondamentalismo sia ideologicamente anti-autoritario. Tuttavia nel caso del khomeynismo sciita, l'esistenza di una gerarchia religiosa strutturata a cui si deve obbedienza, ha reso possibile attribuire all'Ayatollah Khomeini una posizione di autorità suprema.

Concludendo, esistono elementi di relazione tra certe espressioni ideologiche del fondamentalismo ed il fascismo. Però, l'Islamismo politico è troppo complesso e variegato per operarne una sintesi ideologica che lo colleghi al fascismo, e non possiede in modo significativo le caratteristiche tipiche del fascismo.

Insomma, non date retta a certe balle.



sabato, gennaio 05, 2008
Zia'ul Haq instaurò un dittatura islamista sunnita filo-occidentale, nazionalista e militarista. Liberista in economia, corrotta, e spietata sulle libertà civili. Zia aveva due nemici principali: l'Unione Sovietica atea e comunista e l'Iran eretico sciita e rivoluzionario. Questo perché l'Islam politico del regime pakistano e quello della rivoluzione iraniana, al di là della pur importante diversità dottrinaria, erano politicamente opposti. Uno giungeva a seguito di un grandioso movimento popolare rivoluzionario e socialmente progressivo, l'altro per un golpe militare filoamericano. Diversi erano i presupposti ideologici del pensiero di Abu Alà al-Mawdudi, il pensatore dell'islamismo politico sunnita pakistano, che immaginava una reislamizzazione dall'alto, guidata da un partito elitario e quasi leniniano, e di quello dell'Ayatollah Khomeyni, che immaginava una mobilitazione rivoluzionaria sotto la guida del clero. Il risultato della re-islamizzaizone del Pakistan voluta da Zia fu anche l'imposizione di una rigida ortodossia sunnita hanafita, nella quale l'Islam urbano dell'India nord-occidentale si è spesso distinto per rigorismo, come reazione alla relazione non sempre facile con gli hindu.
Ne seguì un conflitto che dura tuttora con la minoranza sciita del Pakistan, che include circa il 15% della popolazione, conflitto combattuto da milizie paramilitari che, nel campo sunnita, si sono poi anche riciclate in Afghanistan e nel Kashmir, combattendo contro sovietici ed indiani o sostenendo i Talebani.
Questo fa parte del brodo di coltura che poi, sotto Benazir Bhutto e dopo la caduta del regime comunista afghano, avrabbe generato a Peshawar e dintorni al-Qa'ida prima e i Talebani poi.
Zia morì nel 1988, in circostanze non chiarissime. I sovietici abbandonarono l'Afghanistan nel 1989, ed i mujahidin continuarono a combattere tra loro (Tajiki contro Pashtun, sunniti contro sciiti, eccetera) e contro il governo comunista di Najibullah, che teneva ancora Kabul.
I Talebani invasero l'Afghanistan, dopo la caduta di Kabul, anche per porre fine al caos che i capi dei mujahidin antisovietici, comportandosi come signori della guerra, avevano creato nel paese. Con la benedizione, le armi ed il denaro di Benazir Bhutto, che inseguiva la profondità strategica più o meno in linea con la strategia di Zia.
lunedì, dicembre 31, 2007
Volevo parlare dei Talebani.dell'Afghanistan e del Pakistan, ed invece non ho fatto altro che parlare dell'India e del Bangladesh. Il che mostra come le cose siano complicate ed interconesse.
Ad ogni modo. Un altro paese che durante la Guerra fredda mantenne un rigoroso non-allineamento, fu la monarchia tradizionalista afghana dei Durrani. Questa scelta gli era imposta dalla geografia, dall'essere schiacciato fra tre potenti vicini, l'URSS e i due alleati dell'Occidente deputati al suo contenimento: Iran e Pakistan. Gli era imposta dalla ragione stessa dell'esistenza dell'Afghanistan come Stato indipendente: quella di stato-cuscinetto tra l'area d'influenza russa e quella occientale in Asia Centrale. Era voluta dalla cauta saggezza della sua classe dirigente, ben consapevole di essere un vaso di coccio tra i vasi di ferro. Una classe dirigente moderata, a cominciare dal re, che desiderava modernizzare sì il paese, ma senza scossoni, senza traumi. Una certa conflittualità c'era col Pakistan, che aveva ereditato l'apprensione inglese verso la linea Durand, e poi aveva la minoranza pashtun di cui si è detto. L'incubo strategico dei militari e dei dirigenti pakistani era un alleanza indo-afghana che oggi si sta concretizzando, e che accerchierebbe e strangolerebbe il Pakistan. E' la stessa paranoia che affliggeva le autorità tedesche nel 1914, di fronte all'alleanza franco-russa. Paranoia che coinvolgeva socialdemocratici e conservatori allora, e che oggi abbraccia quasi tutti i partiti pakistani.
La risposta pakistana a quest'incubo è stata duplice: inseguimento dell'India nel programma nucleare, e fomulazione della dottrina detta della "profondità strategica" che in sostanza vuol dire assicurarsi il controllo e l'amicizia dell'Afghanistan, facendo appello allo stesso collante che tiene insieme il Pakistan: l'Islam.
La monarchia viene rovesciata a Kabul nel 1974 e sostituita da una dittatura militare vagamente progressista ma, credo, filo-occidentale. C'è poi una fase confusa, ma nel 1977-78 il partito comunista afghano prende il potere e lega il paese al blocco sovietico. La guerra fredda raggiunge la linea Durand. Poco dopo scoppia un conflitto tra due fazioni interne al partito comunista, chiamate Khalq (popolo) e Parcham (bandiera), mentre gli Stati Uniti, attraverso il Pakistan, cominciano a finanziare una rivolta rurale ed ispirata all'Islam politico contro il regime comunista.
Nel dicembre del 1979 i sovietici entrano in Afghanistan, dapprima per appoggiare l'ala comunista Parcham contro quella Khalq, più radicale, il cui atteggiamento alimentava la rivolta islamica. Nello stesso anno, in Iran la rivoluzione islamica sciita rovescia lo Shah e trasforma il paese in un nemico del campo occidentale, ma anche dell'Unione Sovietica. Nonnostante questo, gli Stati Uniti, l'Arabia Saudita ed il Pakistan appoggiano senza lesinare l'Islamismo sunnita dei mujahidin anticomunisti afghani, a cui si aggiungono migliaia di volontari provenienti da tutto il mondo musulmano, incoraggiati da una propaganda assai intensa. Questi volontari sostenevano un islamismo politico che nei loro paesi d'origine era quasi sempre illegale e messo al bando, per i cui i loro governi, filo-occidentali erano ben lieti di liberarsi di giovani oppositori rompiscatole e teste calde. Come miopia politica non c'è male, devo dire.
Contrarariamente a quanto si crede, la guerriglia afghana contro i sovietici non era composta da Talebani, e non ha dato origine direttamente ai Talebani.
I Talebani, per di più, non sono un fenomeno afghano.  Essi nascono,  infatti, sul lato Pakistano della linea Durand.
Al contrario, frutto diretto del Jihad antisovietico dei volontari musulmani, e specialmente dei paesi arabi, sarà al-Qa'ida.
domenica, dicembre 16, 2007

Malgrado la sua voracità oppressiva, il sistema dei templi dei palazzi e degli imperi dell'Età del Bronzo, crollato sotto il suo stesso peso e per l'invasione dei Popoli del Mare, dei Frigi, degli Aramei e degli Israeliti, non era un Moloch.

Gli mancavano la potenza tecnica, la coscienza ideologica, la burocrazia moderna ed il capitale. Fino all'età persiana, non esisteva neppure la moneta.

Inoltre, anche se gli Stati cittadini o imperiali innescavano la corrosione della solidarietà gentilizia e familiare, questa non venne mai meno, né ci fu mai un tentativo cosciente di spezzarla. La burocrazia scribale registrava i capifamiglia, il diritto consuetudinario rimaneva prevalente malgrado i codici di Ur-nammu o di Hammurapi, che del resto vi si ispiravano largamente, e che comunque avevano un intento più celebrativo ("io sono il re giusto") che legislativo ("dovete fare così").

L'accumulazione avveniva soprattutto tramite le tasse, pagate anche in natura o in lavoro (che potevano essere mascherate da offerte religiose), e mancava completamente una logica di investimento, se non ad un livello piccolissimo. L'usura esisteva e conduceva di norma all'asservimento; contro questo processo furono redatte le norme del Codice dell'Alleanza nel libro dell'Esodo, che istituivano gli anni sabbatici e giubilari. Ricordiamo che gli Ebrei nasconono come contadini in fuga dalla servitù per debiti, secondo una probabile etimologia.

Il Moloch ha bisogno di una burocrazia capillare, di un apparato statale esteso che detenga il monopolio della violenza legittima, e per questo ha ancora più bisogno di qualsiasi altro sistema politico di una ampia ideologia legittimante.

La legge del taglione poteva essere sancita dai codici babilonesi, ma non era necessariamente compito delle autorità statali babilonesi applicarla; perfino nella shari'a ( ma non nelle sue applicazioni moderne negli Stati nazionali in cui è in vigore) aspetti di quello che noi chiameremmo diritto penale erano visti in termini di diritto privato e rapporti tra famiglie allargate.

Questo apparato crea un sistema di convenzioni giuridiche che lo legittimano e rendono possibile il capitalismo: nessuna accumulazione di capitale è possibile senza una moneta unica garantita dal potere statale, ed il cui valore è fatto accettare dalla forza dello Stato stesso. E' lo Stato ed il diritto positivo che produce a dare forza e valore ai contratti. E' la legge dello Stato a definire che si può vendere come merce, ad esempio, la forza lavoro ed il tempo di un essere umano, ma non l'essere umano in sé* (o al contrario, che questo sia possibile**).

E' la legge a decidere che la terra sia liberamente vendibile, e che la superficie del mare invece non lo è (per ora); a noi pare normale, ma per i nativi americani dell'Ottocento vendere la terra era una follia blasfema ed inconcepibile.

* Questo è in parte possibile in un caso, anche se la nostra ideologia non lo percepisce come una compravendita: le adozioni internazionali. Il fatto che per noi non ci sia compravendita non vuol dire nulla: in molte società, essendo la terra concepita come inalienabile (come per noi gli esseri umani) gli scambi di proprietà terriera venivano codificati ad esempio come contratti di adozione: è il caso dei testi cuneiformi dell'archivio di Nuzi, in Iraq.

Nemmeno il fatto che l'"acquirente" non agisca in vista di un utile economico o in un logica di investimento, è rilevante. La relazione non è in nessun modo di natura schiavile. Quello che è "comprato" non è un "uomo" ma un "figlio", ma la sostanza non cambia. Sia chiaro però che io non ho nulla contro le adozioni internazionali in sé. Voglio solo mostrare come funzionino certi meccanismi.

** L'eliminazione della schiavitù giuridica permette al capitale di monetarizzare il rapporto di lavoro, ed è quindi funzionale ad espandere la sua sfera d'azione, indipendentemente dal fatto che le condizioni lavorativa siano più o meno "schiavistiche". In senso proprio, la schiavitù è una relazione giuridica e non  riguarda la natura e le condizioni del lavoro: gli schiavi personali di personaggi potenti potevano vivere in condizioni infinitamente migliori di quelli della maggior parte dei popolani giuridicamente liberi, o addirittura, nel caso dell'Egitto dei Mamelucchi, rappresentare la classe dominante.

domenica, dicembre 16, 2007

Il Capitale ha bisogno dello Stato. E non di un qualsiasi Stato, ma di uno Stato-macchina del tipo europeo moderno. Per una serie di fenomeni storici complessi, questo tipo di Stato è diventato anche uno Stato nazionale.

Anche in passato l'economia era strettamente legata alla politica. Oltre lo stadio elementare del piccolo baratto, lo scambio e l'accumulazione necessitavano di strutture politiche spersonalizzate su larga scala. Pensate all'organizzazione che poteva essere necessaria, quasi cinquemila anni fa, per portare le pietre dure estratte in Afghanistan fino alle città sumere in Iraq.

Questo commercio era amministrato, con dotazioni fornite dal palazzo reale e dal tempio cittadini, tramite mercanti che dipendevano da essi. Una volta arrivati a destinazione (di solito un luogo di intermediazione, e non il lontanissimo centro di produzione della materia prima) è probabile che lo scambio in sé avvenisse sotto forme ideologiche dello scambio di doni.

Dal punto di vista sumero, i "Barbari" fornivano le materie prime al centro del mondo, per glorificare i loro dei. lapislazzuli, stagno, cedri del Libano, servivano alla costruzione dei loro templi. Gli scambi erano resi possibili dall'accumulazione di risorse locali attuata dai grandi sistemi redistributivi controllati da templi e gestiti dal palazzo. I sistemi redistributivi e di accumulazione dell'età del Bronzo rubavano ai poveri per dare ai ricchi, e si imperniavano in una inscidibile unità di religione, economia e politica. Erano sistemi generalmente impersonali, almeno nella sostanza, rispetto ai quali le solidarietà familiari allargate da un lato si corrodevano (la cosa è testimoniata in modo eccellente dai contratti e dai testi giuridici riguardo l'eredità, e ne resta una traccia perfino nel Quarto Comandamento: era necessario dire "onora il padre e la madre" in un'epoca in cui questo non era più scontato) e dell'altro potevano fornire, se non una resistenza, quantomen