sabato, giugno 28, 2008
Questo blog chiede di lasciare Kilombo.
Un po' perché, semplicemente, avevo smesso di aggregare da tempo.
Un po' e forse soprattutto, perché non mi sembra più possibile portare avanti un progetto politico, per quanto limitato, che, oltre ad essere di per sé incapace di muoversi o di esprimere alcunché (tranne un discorso di appartenenza, a mio avviso quasi solo identitaria, alla "sinistra"; che è rispettabile, ma non mi interessa molto) si è dimostrato troppo lontano da quello che avrei sperato che fosse.

Resta comunque la stima ed il rispetto per molti blogger che ho conosciuto attraverso Kilombo.

Forse scriverò un post più dettagliato sull'argomento in futuro.
Per adesso basti questo.
E' stato bello, grazie, arrivederci.
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categoria:kilombo
domenica, novembre 04, 2007
Notizie da Fort Apache assediata, una volta nota come "Redazione di Kilombo":

"Siamo rimasti solo io e Valerio. Angolo è fuori con le chiavi per far entrare i rinforzi. Anche Skeight, che comunque è dimissionario, è via per un po'. I viveri, e ancor più le idee, scarseggiano. Le forze vengono meno. E la cosa più assurda che non è il nemico ad assediarci. Sono i nostri."

OK, adesso le cose serie.  Da più parti si chiedono le dimissioni della redazione attuale (che, come vedete dalle note di Fort Apache, è poca cosa, e praticamente sta ancora cercando di insediarsi) per ricominciare "daccapo". Va bene.
Come redattore, IO SONO VINCOLATO A QUELLO CHE PREVEDE LA CARTA. La Carta NON contiene meccanismi formali che permettano la sfiducia del collettivo verso i redattori. NON contiene posssibili "stati d'emergenza". NON prevede la possibilità di elezioni anticipate, anche se mi sembra evidente che in caso di dimissioni della redazione in blocco, si fanno elezioni anticipate. Però questo è buonsenso, non Carta.

Se esulo da questi limiti, NON IMPORTA SE UNA PARTE DEL COLLETTIVO LO VORREBBE, io commetto UN GOLPE. Io NON faccio golpe per "salvare la democrazia".
Io posso dimettermi, naturalmente. Anzi. Mi dimetterei MOLTO VOLENTIERI. Non ho il tempo, le energie e la serenità, in questo momento, per star dietro alla redazione. Avrei altre priorità.
Ma non oso andarmene, in questa situazione. Non con due posti già vacanti, ed un terzo che lo sarà presto. Se me ne vado, e quel che resta della redazione no, succede semplicemente che subentra qualcuno a me. 

Tutte le idee e le proposte di vari Kilombisti per "salvare Kilombo" hanno le loro parti di sensatezza.
Ma qui a Fort Apache, almeno per quanto mi riguarda, dalla Carta non ci si schioda. Se volete creare comitati d'emergenza o cose simili, dovete passare per l'emendamento alla Carta. Fatelo pure. Formulate la proposta, raccogliete le firme, (ne servono 27) e le mandate. Non c'è altra via legittima. Non c'è altra via che, come redattore, posso percorrere.

Ora scusate ma c'è mia nonna che mi aspetta a pranzo. ;)
postato da: falecius alle ore 13:03 | Permalink | commenti (24)
categoria:kilombo, fatevi prendere dal panico, help i need somebody
venerdì, ottobre 26, 2007

Sì, sì, è tutto vero. Sono subentrato a Mario nella redazione di Kilombo. Speravo di essermela cavata, ed invece... No, sul serio, non volevo. Comunque ho esitato un po', e ho deciso di accettare. E' solo per un mese, alla fine. Se vedo che non ce la faccio, posso sempre dimettermi.
Io ci provo, insomma.
Sto cercando di riflettere sulle questioni Kilombiste, con un po' più di attenzione rispetto agli ultimi mesi; che, dicevo, negli ultimi mesi mi sono un po' ritirato. Poi è arrivata un'e-mail di Kamau invitando ad un'iniziativa per rilanciare Kilombo come luogo di confronto politico. La cosa mi trovava sostanzialmente concorde, ma non posso dire di averle dedicato una grande attenzione.
Scemo tu, direte, hai visto che casino, adesso? E poi la grana redazionale me la becco io. Chi è causa del suo mal...
Scusate, sto divagando, questo dovrebbe essere un post serio. Dovrei chiarire cos'è successo con il documento "Il futuro di Kilombo?"

Il mio ruolo è stato, nella vicenda, abbastanza passivo. Ero nella Mailing List dove si è discusso il testo, anche se non ho partecipato direttamente alla sua stesura. Ho condiviso il testo. L'impressione che io non ho MAI avuto, è che si stesse creando una "corrente all'insaputa degli altri", una cosa "segreta e carbonara". MAI avrei voluto vedere una "corrente pro-kilombo-slow" contrapposta ad un altra parte di Kilombo. Su che, poi? Mi risulta che siano TUTTI d'accordo che Kilombo-slow s'haddafare. O no?

Si è contestato, NEL METODO, che una Mailing List  privata potesse lanciare un’iniziativa del genere. Ebbene, credo che non ci fosse in questo nessuna cattiva intenzione. Di discussioni pubbliche su Kilombo ce ne sono state molte, e per quello che ne sapevo io, si sono perlopiù arenate. Io credo che se avessimo saputo prima in mailing list che la redazione stava già lavorando per far partire Kilombo Slow con la discussione sul 20 ottobre, come è poi emerso, avremmo fatto un passo indietro. Io l’avrei fatto almeno. Ma se non si sapeva nulla… La mia impressione era che tutto fosse fermo almeno dal momento in Elisa è stata costretta a mollare il lavoro per l’associazione, tutto paralizzato in una serie di beghe ed una prevalente apatia. Ed invece la redazione stava lavorando, e questo direi sia stato l’equivoco di fondo. A me l’idea di una Mailing List di pochi “volenterosi” (di posizioni politiche diverse, altro che tutti piddini) per discutere della cosa non sembrava, e continua a non sembrare, sbagliata. Sta di fatto che non ha funzionato, mi pare. Adesso la discussione è nel luogo deputato, il collettivo. Mi auguro che sia costruttiva.


Ok, forse sono stato ingenuo? Forse qualche oscuro manovratore intendeva creare una corrente entro Kilombo ed è riuscito a coinvolgere me nelle sue bieche manovre? Ed io, puro di cuore, neanche mi sono posto il problema.
Scusate, avevo detto che sarebbe stato un post serio. Io Kamau, Supra o Jaco che tramano nell'ombra chissacché, proprio non ce li vedo. Insomma, siamo seri. Do per scontato che TUTTI i blogger coinvolti stiano agendo in buonafede... quindi l'importante è capirsi. O no? Perché, anche l'ipotesi che sia io quello che non ha capito un cazzo, non è proprio da buttar via.
Quando il post “il Futuro di Kilombo” è stato pubblicato, è successo il terremoto.
Sono state, correttamente, sollevate delle questioni. Per me, il post aveva lo scopo di rilanciare il dibattito, e, alla fine, Kilombo Slow è partita, anche se certamente NON nel modo che mi sarei augurato. E su Kilombo Slow c’è un dibattito, che mi sembra interessante e costruttivo. Non è molto, non è neanche abbastanza, ma è qualcosa.

I problemi sono sorti, sembra di capire, da problemi di comunicazione. Tra mailing list, collettivo e redazione, direi. In particolare, rimando alle osservazioni di Ladytux, a cui ripeto il mio invito a non farsi da parte.

Troppa gente, per troppe cose, è caduta dalle nuvole.

Ma da qui alle dimissioni di tre redattori… no, le cose non vanno affatto bene, compagni.

 

E' da quando sono entrato in Kilombo (sette o otto mesi), che ci sono litigi e casini quasi a getto continuo, e che paralizzano qualsiasi iniziativa. Il che dovrebbe far riflettere. Forse c’è in Kilombo un problema strutturale che però io non riesco ad individuare.

Non è che in un mese di redazione interinale e part-time (perché di tempo di tempo, compagni, scusate ma ne ho poco) possa pretendere di fare chissà che rivoluzione. Anche perché… “non ci sono le condizioni, compagni” per fare la rivoluzione.

Vorrei esortare tutti a discutere serenamente. Se l’obiettivo era rilanciare il dialogo, non lo so se ci stiamo riuscendo. A me pare che stiano innalzando barricate, che è quello che per me si voleva e doveva evitare.

 

Adesso, insomma, mi ritrovo co’ sta grana di fare il redattore. Ad interim, tempo determinato e part time sottopagato a nero. 

Però, nei limiti delle mie capacità (siamo tutti esseri umani. Sbagliamo. Ricordarselo aiuta) vorrei farlo bene, ‘sto cococopro redazionale. Quindi: ogni consiglio è benvenuto. Ovvero… with a little help from my friends, forse lavoro meglio (se non mi assordate di cazzate, please). Però, vista la durata del mandato, non crediate che spaccherò culi ai passeri. Neanche ne ho voglia, tranqui.

 

Ora, qualche osservazione pratica:

- Il meccanismo di scelta della redazione “politica” di Kilombo Slow. Se ne sta discutendo appunto su Kilombo Slow. Approvo abbastanza l’idea che si può partire con gruppo volontario provvisorio ed organizzare elezioni in contemporanea a quelle redazionali, fermo restando che i due organismi sono indipendenti. Basta che così non si rispedisca tutto alle calende greche. E no, IO non tempo per occuparmi anche di Kilombo Slow, a parte proporre qualche tematica (pensavo, su suggerimento di Filomeno, alla violenza sulle donne, che mi sembra un argomento da cui potrebbe emergere un’iniziativa politica condivisa. Ma se parlerà più avanti)

- C’è un vuoto normativo sulle elezioni: cosa succede se due candidati hanno lo stesso numero di voti, e risultano entrambi terzi alle elezioni o per subentrare ad un dimissionario. Butto lì che si potrebbe usare il criterio di maggior anzianità kilombista, ma è SOLO una proposta. Si accettano altre idee. E deciderà il collettivo, non la redazione (si dovrebbe passare per emendamento della Carta, direi).

- Manca uno spazio per le discussioni interne al collettivo. O meglio c’è, ed il Forum. Ma mi sembra che venga usato molto poco, da me per primo. Perché? Più di una volta è finita che le discussioni si svolgessero in forma di commenti, sotto a vari post. A questo punto non si potrebbe pensare ad un blog redazionale? Potrebbe migliorare anche la comunicazione tra redazione e collettivo che si è vista un po’ carente? Ehi, calmini e buonini, è SOLO un’idea… ;)

 

Idee? Dubbi? Perplessità? Suggerimenti?

 

Azzo, dimenticavo (ditemi scemo. Ditemelo):

RINGRAZIO I REDATTORI DIMISSIONARI PER IL TEMPO E L'IMPEGNO DEDICATI.

E lo penso davvero davvero, sì.

 

 

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categoria:kilombo, help i need somebody
mercoledì, ottobre 24, 2007
Fal, sempre ultimo arrivi....

Kilombo nasce in concomitanza con importanti appuntamenti elettorali come le primarie per l'Unione e le politiche, per far dialogare e scontrare quelli che vengono chiamati riformisti e radicali, cercando di creare un terreno comune di appartenenza.

Kilombo era e deve rimanere un progetto politico (o, anche se non formalmente, una associazione politico-culturale) cioè che raduna tutti coloro che si riconoscono in alcuni valori (quelli della Carta) a prescindere dalla adesione ad un partito del centro-sinistra o alla stessa coalizione dell'Unione. Crediamo che questo sia un punto fondamentale da fissare, anche alla luce delle probabili future evoluzioni politiche. Il tutto per evitare di ricadere nel vecchio detto di Pietro Nenni secondo cui "a fare a gara fra puristi [di sinistra, ndr], si troverà sempre qualcuno più puro, che alla fine ti epura".

In questi giorni il progetto politico dell'Unione sembra, invece, alla corda. Il governo ha il fiato corto. A destra e a sinistra della coalizione governativa cresce la voglia di andare da soli. Alcuni non possono sentir parlare di Partito Democratico, altri non ne possono più della sinistra di lotta e di governo. Kilombo rischia di subire questa situazione e di implodere.

Sarebbe un peccato, perchè è proprio nel momento in cui la sinistra "reale" si divide che bisogna fare valere le ragioni del dialogo riscoprendo il patrimonio storico e valoriale che ci accomuna. Questo compito è responsabilità anche nostra, la sinistra "virtuale". E', paradossalmente, nel momento di massima distanza politico-parlamentare che l'esperimento kilombista acquista significato e importanza non secondari.

Per prevenire l'implosione di Kilombo è cruciale riscoprire le ragioni del nostro aggregatore e farle diventare progetto politico (sebbene rigorosamente non partitico). Se vogliamo impedire che Kilombo si trasformi (o rimanga) una vetrina in cui prevalgono le ragioni della polemica fine a se stessa tra nemici su quelle del confronto fruttuoso tra compagni, dobbiamo dotarci di tutti gli strumenti, reali e virtuali, necessari.

Alcuni sono stati individuati molto tempo fa, ma sono rimasti in cantina. Kilombo slow e l'associazione aspettano solo di venire usati. Nessuno, però, osa metterci mano, cuore e testa. Perchè?

Il loro scopo non deve essere quello di ricreare dal vivo o alla moviola l'atmosfera litigiosa e individualistica di kilombo.org. Le ragioni dell'associazione e di kilomboslow sono ben altre e altrettanto importanti. Sono le ragioni dello stare insieme a sinistra, nonostante parlamento e governo. Non dobbiamo, infatti, governare un paese, ma salvaguardare legami, contatti, spazi comuni.

Non vale la pena impegnarsi in prima persona per queste ragioni? Allora perchè non ci diamo una mossa, magari prima che cada il governo e kilombo chiuda perchè Jaco si è dimenticato di pagare aruba?

Questo post è stato scritto collettivamente e sottoscritto da Luca, Chemako, Ciocci, Falecius, Grandangolo, Jaco, Meslier, Supramonte, Titollo, Rivoluzione Liberale, Beffatotale, Mikecas, Michi, Abdel Nur, Samie, Cristiana Alicata, Rojarosevt, Poverobucharin, Ideateatro, Tonypomata, RinascitaNazionale, fabiolamon... in aggiornamento.

Chiunque condivida le ragioni da noi espresse è caldamente invitato a pubblicarlo sul proprio blog e a postarlo su Kilombo.
postato da: falecius alle ore 14:47 | Permalink | commenti (9)
categoria:kilombo
lunedì, settembre 17, 2007
Allora. E' un bel po' che non aggrego su Kilombo, essenzialmente perché:
a) ero in Tunisia ed avevo perso la password.
b) discussioni e polemiche velenose e secondo abbastanza sterili mi avevano ad un certo momento un po' stufato.
c) non si tratta così l'Elisa. Cioè, in genere, non si trattano così le mie amiche, (ed Elisa è una cara amica, oltre ad essere una persona bellissima e coraggiosa, che si è sempre impegnata anche per l'aggregatore) anche se a farlo è una persona che considero una compagna. Ma su questo preferisco sorvolare, anche perché non seguito bene quello che è successo.

Comunque, ho intenzione di ricominciare a postare, ora che posso.
Ci sono in corso due o tre votazioni, tutte importanti:
1- per le elezioni redazionali. Non conosco tutti i candidati, ma il mio voto è andato senza esitazioni a Korvo Rosso, perché un compagno, perché ragiona con la sua testa, e dibatte con pacata fermezza, ma senza polemiche sciocche. Perché ha un bellissimo senso dell'umorismo.
Perché insomma, è bravo e se lo merita.
2- per espellere Valerio Pieroni. Sono lontanissimo da tutte le sue posizioni, e lo considero in effetti, per quanto riguarda l'appartenza alla "sinistra", proprio sul limite. Però, sul limite, ci sto anche io. Sono anarchico. Non pretendo di definire cosa sia la "sinistra" perché non sono affatto sicuro di saperlo più.
Ho letto il suo post "incriminato". Non lo condivido, ma non mi pare quella dichiarazione omofobica in palese violazione della Carta che ci ha voluto vedere qualcuno. Non discuto la decisione della Redazione di indire la votazione: evidentemente, il problema esiste. Ma ho votato no all'espulsione e invito gli altri compagni a fare lo stesso.
3- modifiche alla carta: non ho avuto tempo di esaminarle bene, ma mi sono parse entrambe intelligenti e sensate. Sì ad entrambe.

E se adesso la smettiamo di fare cagnara per un pochino, che ne dite?
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categoria:politica, il senso della vita, kilombo
venerdì, giugno 29, 2007



Può sembrare strano che due anarchici, che credono, ciascuno nella propria religione, nella Legge Spirituale, siano impegnati in prima fila in una fondamentale battaglia di diritto.

Vorrei chiarire che una società anarchica, per sua natura, non è la negazione dell'ordine, ma la negazione della costrizione. Ovvero la negazione di un ordine ingiusto ed arbitrario. Per questo l'anarchia richiede un impegno morale maggiore dell'archia, perché ciascuno è sempre e completamente responsabile.

Nella nostra società non siamo responsabili. O meglio, dato che viviamo comunque in una società per molti aspetti libera, siamo parzialmente responsabili.
L'anarchismo parte da presupposti morali molto semplici: l'uguale dignità degli esseri umani e l'unità dei fini e dei mezzi. La società anarchica non può essere costruita con metodi che sarebbero inaccettabili in essa.
Questa è una cosa che ho sempre pensato, ed è sempre stato il più grande problema che ho avuto col comunismo, che ammetteva la separazione tra fini e mezzi. Il risultato fu Stalin, e c'è poco da andarne fieri.
Bisognerebbe (e non è per niente facile) essere responsabili anche laddove la società deresponabilizza. Come dice il programma di Malatesta, vivere in un ordine ingiusto non autorizza né ad essere ingiusti, né a tollerare l'ingiustizia. Se lo Stato è un potere arbitratrio, bisogna contrastarne l'arbitrio.
Con i mezzi a disposizione, inclusi quelli forniti dallo Stato stesso, ovvero il diritto positivo.
Ieri, studiando letteratura araba, leggevo di un'opera degli anni Sessanta, "Il dilemma del Sultano" di Tawfiq al-Hakim, uno dei più grandi autori egiziani del Novecento. Il dramma, ambientato nel tredicesimo secolo ma chiaramente una critica a Nasser, dice una cosa molto semplice: neppure il Sovrano è al di sopra della legge.
(cosa che nell'Islam è sempre stata piuttosto chiara, almeno in dottrina).
Il sovrano che fa legge del suo arbitrio, che si pone al di sopra degli altri, è un tiranno, un Faraone. E anche la dottrina della Chiesa dice che i tiranni vanno abbattuti, anche se poi il Papa va a stringere la mano a Pinochet.
Se non posso avere l'anarchia, voglio uno Stato che sia libero e non dispotico.

La Legge è dunque lo strumento per avvicinarsi all'anarchia. Siamo riusciti a creare un sistema in cui il diritto difende il popolo dai tiranni anziché legittimarne il capriccio.
Ma c'è ancora lo Stato, quindi i Faraoni non sono stati abbattuti ma solo confinati.
Usando il pretesto della "guerra al terrorismo" e diffondendo dall'alto la sensazione che l'Islam sia un problema, i tiranni hanno rialzato la testa. Sono riusciti a riportarci ad una situazione in cui sono possibili torture ed arresti arbitrari e senza prove, in cui il Potere può annientare un essere umano semplicemente per affermare che è in grado di farlo. Perché lui è musulmano, quindi un potenziale terrorista. E il popolo tace. Il popolo non insorge daventi all'ingiustizia, e allora il tiranno sorride.
Ma, se i musulmani non sono al sicuro, non lo è nessuno. Lo sapete. Lo sappiamo tutti, nelle nostre tiepide case.

"Prima di tutti vennero a prendere gli zingari e fui contento perché rubacchiavano.

Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perché mi stavano antipatici.

Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendermi e non c'era rimasto nessuno a protestare..."

Brecht

Sono venuti a prendere Kassim. Un giorno potrebbero venire a prendere qualcuno di voi. Si può stare zitti?


 







giovedì, maggio 31, 2007

Allora. Anzitutto, lo ripeto: lo scopo della mia candidatura è quello di non essere eletto. Mi fa piacere che qualcuno pensi che io sarei un buon redattore. Io non lo so, ma di sicuro sarei un redattore "che non fa un cazzo", nel senso che non avrei tempo di farlo. Mi sono candidato non per essere votato, ma per far candidare altri.
Mi aspetto la candidatura di Dacia. Probabilmente la voterei, perché è una persona che stimo e rispetto molto, anche se non sempre condivido quello che lei dice. In particolare, non condivido la sua visione del valore palingenetico della violenza (se ho ben capito come la pensa). Non sono un pacifista gandhiano, e se Kilombo richiedesse di aderire al valore della non violenza assoluta, dovrei, per coerenza, uscirne. Ma questo, non mi pare sia scritto in nessuna parte della Carta.
Io penso che un popolo, oppresso dalla violenza di un potere arbitrario, abbia il diritto di difendersi anche con le armi, come ultima risorsa. E difendo il diritto dei popoli che lo fanno. Ma non attribuisco alla violenza politica nessun valore morale, nessuna positività intrinseca. Da qui ad appoggiare quattro esaltati che fanno un agguato ad un funzionario di un ministero pensando di rappresentare l'avanguardia di una proletariato che sta a quello di Marx come la Confagricoltura sta ai i servi della gleba nella Russia di Elisabetta I, mi pare ce ne passi.


Comunque sia, non penso che i post di Dacia all'origine della disputa fossero da cancellare o contravvenissero alla Carta. Quello su Faurisson mi è sembrato una chiara difesa del diritto di Faurisson a dire le sue idee, non delle idee stesse. Si potrebbero dire molte cose contro Dacia, ma sono certo che non è una negazionista.
Quanto a quel bellissimo post che è Redde rationem, non trovo che contenga apologia di terrorismo. Tuttavia, la redazione democraticamente eletta dal collettivo lo ha fatto, con una maggioranza dei cinque sesti, e ha preso una decisone legittima, che io non condivido, ma che non mi sembra affatto motivata da un odio preconcetto nei confronti di Dacia.
Ero ad esempio più perplesso sul post di Cloro sui Protocolli dei Savi di Sion. E' o non è uno scritto antisemita? (domanda vera. Se fossi stato redattore, non saprei deciderlo. E avrei chiesto un chiarimento a Cloro, perché non riterrei accettabile un post dichiaratamente razzista su Kilombo).


Credo che sia normale che esistano discussione, anche dura, e divergenza, in uno spazio democratico costituzionalmente aperto a posizioni politiche estremamente diverse, che vanno da quelle antimperialiste di Miguel , al moderatismo centrista di VP, dal comunismo anticlericale di Tisbe al mio anarco-socialismo "spiritualista" passando per tutte le aree della sinistra di governo e non. Insomma, dentro, a sinistra, sopra e sotto l'arco costituzionale. Nazionalisti e internazionalisti, cattolici e laici, credenti ed atei, moderati, riformisti e rivoluzionari. Io credo che lo spirito di Kilombo dovrebbe quello di affrontare le divergenze con rispetto reciproco; il che presuppone di riconoscere la legittimità della posizione altrui. Anche quando la si ritiene completamente sbagliata. Cosa che credo sia capitata una volta almeno ad ogni kilombista.
Esistono dei limiti, limiti definiti dalla Carta di Kilombo. E dal buonsenso, si spera.
E' tipico della sinistra litigare e frammentarsi al suo interno. Creare un'infinità di schieramenti e sottoschieramenti e frazioni.


Eliminare un post dall'aggregatore è qualcosa che può fare solo per motivi molto gravi, davanti ad una palese e seria violazione della Carta. Un post in cui si sostenesse seriamente l'inferiorità di un gruppo razziale, ad esempio, non potrebbe rientrare in Kilombo. Di fatto però, le sfumature possono essere sottili, lo sappiamo.


Io credo che Lucio abbia sbagliato nei toni. Ha usato un linguaggio ed un atteggiamento che non condivido, offensivi, sessisti, e secondo me arroganti. Se dovessi, in tutta tranquillità, dargli un consiglio, sarebbe quello di dimettersi dalla redazione, per il semplice motivo che non ha senso che ci resti in queste condizioni: come fai a lavorare serenamente dopo aver pesantemente offeso i colleghi? 

Credo inoltre ( a differenza di Lucio, di Dacia e di Miguel, persone queste ultime due che stimo moltissimo e leggo spesso) che la questione che ha portato l'aggregatore, su richiesta di alcuni blogger, a indire una votazione per espellerlo, non sia una questione politica. Non si tratta di sapere se Kilombo ha spazio per la radicalità o per il moderatismo, con l'aggressione o con la resistenza.

Si tratta molto banalmente di sapere a quanti Kilombisti stia sui coglioni Lucio, o meglio quello che Lucio che scrive. Una questione personale, in un certo senso.

Il punto politico non ce lo vedo, scusate. Quindi, trovo sbagliato espellere Lucio dall'aggregatore. Voterò perché rimanga, ed invito tutti a fare altrettanto, anche se sono in grave disaccordo con alcuni suoi comportamenti e specialmente con le pesanti osservazioni sessiste che ha fatto.

L'espulsione è una misura grave, irreparabile. Se un'antipatia, una scivolata verbale, un insulto di troppo possono scatenare un procedimento di espulsione, se si fissa un precedente di questo tipo, Kilombo rischierà di diventare “di sinistra” nel senso dell'Unione Sovietica di Brezhnev. E penso non sia questo che vogliamo.


Per il resto quoto quasi tutto quello che scrive a questo riguardo Korvo Rosso.

 

P.S. Anche in caso di divergenza politica, ovviamente non appoggerei l'espulsione. A meno che uno non si ponga al di fuori di quei principi chiari e generalissimi che sono nella Carta, ad esempio dichiarandosi nazista o proponendo di ridurre in schiavitù gli Ostrogoti, insomma.

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categoria:politica, kilombo
mercoledì, maggio 30, 2007
Premetto che: non ho assolutamente tempo né competenza per farlo, e la mia azima mu'allima al-kabira ne è informata.
Però, esistono momenti nella vita di un uomo in cui occorre prendersi le proprie responsabilità e magari anche qualcuna degli altri, e non posso assistere inerte alla presente situazione.

In sostanza, intendo candidarmi alla redazione di Kilombo. Il motivo per cui lo faccio non è essere eletto. Spero vivamente di non esserlo, perché sarei un pessimo redattore. Dico sul serio, devo scrivere una tesi di laurea e ricevo già una media di venti mail al giorno senza bisogno di aggiungerne altre. Non riesco neanche a seguire decentemente i progetti già avviati, figuriamoci se ci mettessi dell'altro.

Il motivo per cui lo faccio è quello di scuotere le coscienze. Cioè, di dare l'esempio. Cioè di incoraggiare gente che crede davvero di poter fare un buon lavoro in redazione (minchia ce ne sarà qualcuno, no?) a candidarsi e fare effettivamente un buon lavoro in redazione. Mi sembra che la situazione in cui versa l'aggregatore lo richieda. Non voglio altre perdite come quella di Tisbe. Se raggiungerò questo scopo, ritirerò la candidatura, onde evitare che qualche mio acerrimo nemico che ignoravo di avere mi voti.

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categoria:kilombo
sabato, maggio 26, 2007
Abbandono la serie sull'identità ebraica, malgrado il successo di critica e di pubblico, :) per parlarvi dell'ultimo libro che ho letto. Lo faccio sia perché volevo riprendere (con Rut) la vecchia serie di post sulle figure femminili nella letteratura, sia perché credo questa riflessione in questo momento sia molto utile per Kilombo.
Il libro è di Lisa Tuttle e George R. Martin, autore che già conoscevo bene per "le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco", una stupenda saga fantasy. S'intitola "il pianeta dei venti" e si colloca nella zona grigia tra fantasy e fantascienza. Cioè, su una base fantascientifica, crea un'ambientazione che ha molto più il sapore di fantasy, ma non ricorre mai all'impossibile.
Carlo Pagetti, nell'introduzione, lo accosta con ottime ragioni ai lavori di Ursula K. LeGuin (quella del romanzo "I reietti di Anarres", che consiglio a chiunque di leggere prima di dire sciocchezze sull'anarchia).

La protagonista  si chiama Maris di Amberly: il libro è in gran parte la storia della sua vita. Maris è una rivoluzionaria: il suo più grande desiderio è volare. Sul pianeta Windhaven, una piccola casta ereditaria di volatori si trasmettono le ali, frutto di una tecnologia perduta e non più riproducibili, per linea di primogenitura. Maris viene adottata da un volatore e addestrata da lui, impara ad usare le ali, ma in seguito, al suo padre adottivo nasce un figlio del suo sangue. La ragazza sarebbe costretta a cedergli le ali... solo che lei è un'ottima volatrice, mentre il frtallestro ha terrore dell'aria e non vuole saperne. Però, la tradizione è la tradizione. Per ottenere il suo diritto a portare le ali Maris dovrà chiedere un intero consiglio che la modifichi ed apra a tutti la possibilità di accedere alla casta dei volatori tramite competizioni annuali (in cui gli eredi delle famiglie di casta sono comunque, ovviamente, avvantaggiati).
Ne sorge piano piano un conflitto, prima tra volatori vecchi e parvenus, poi tra volatori e non, visto che agli occhi di questi ultimi gli alati, non più di estrazione aristocratica, perdono prestigio. E' in questi conflitti che la dote più importante della (ex) rivoluzionaria, quella di cui voglio parlarvi, si manifesta: la pacatezza, il buonsenso, la volontà di ascoltare tutti e cercare un compromesso, la soluzione che emerga, alla fine, evidentemente come la più giusta e accettaile per tutti. Soprattutto, il fatto di circoscrivere il conflitto e riportarlo nei suoi termini. Senza provocare, senza sollevare i toni quando si è nel giusto.
Armata quasi solo del rispetto che riesce a guadagnarsi in questo modo, Maris riuscirà a trasformare il suo mondo.
I conflitti esistono, sempre, anche per ragioni banali.  Io credo che la pacatezza ed una certa disponibilità dialettica siano spesso le uniche cose che occorrono per risolverli.
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categoria:cultura, donne, letteratura, il senso della vita, fantascienza, kilombo
domenica, maggio 20, 2007

Quando nel popolo ebraico, al ritorno dall'esilio in Babilonia, (datato mi pare nel 515 a.C.) si definì per sempre il monoteismo jahvista, una delle questioni principali era di capire se JHWH, il Dio d'Israele, fosse anche il Dio degli altri.
La questione non è banale: tuttora molti cristiani occidentali sono convinti in buonafede che Allah sia un altro (falso) Dio diverso da quello del Cristianesimo, e non semplicemente la parola araba che significa Dio, per Cristiani e Musulmani (non so come chiamassero Dio gli Ebrei di lingua araba).
Il problema si intrecciava, dopo l'esilio, e nell'incontro, al momento del ritorno, con gli ebrei rimasti in Palestina, (quelli che sarebbero diventati i Samaritani) che avevano seguito un diverso percorso storico, religioso e culturale diverso: si trattava anche di definire chi fosse "ebreo".
Nella Bibbia, che è una collezione di testi e non un libro unico, le risposte a questa questione sono diverse. I libri di Ezra e Neemia esprimono il punto di vista esclusivista di chi insisteva sulla purezza genealogica e cultuale, di un piccolo "resto" fedele all'Alleanza con Dio, che doveva respingere i rapporti con gli stranieri (in cui erano inclusi i Samaritani) ed affidarsi alla guida del sacerdozio, garante del rispetto dell'Alleanza che avrebbe condotto il piccolo popolo ad un grande destino. Questa posizione era, naturalmente, tipica degli interessi di ambienti sacerdotali e di scribi.
Non mi interessa qui elencare tutte le proposte formulate all'epoca, alcune presenti nella Bibbia, altre (meno) note  da testi non entrati nel canone (la definizione dei testi biblici ed apocrifi avviene, anche nell'ebraismo, nel primo secolo, certamente sulla base di tradizioni assai più antiche).
Mi voglio soffermare su una posizione, grosso modo opposta a quella di Ezra.
Quella del libro di Rut. E' uno dei libri più belli (letterariamente e concettualmente) della Bibbia, secondo me, assieme a Giobbe, Giona, Cantico dei Cantici e Salmi. Non vi racconterò la storia: leggetelo, è brevissimo e ne vale la pena, a prescindere dalla vostra fede religiosa o dal fatto che ne abbiate una.

Rut è una donna Moabita.


Moab era una popolazione vicina ed ostile ad Israele, contro la quale, nei libri storici e profetici, la Bibbia esprime una grande ostilità, costellata di episodi truci.

Si dà il caso che un'iscrizione ci abbia trasmesso una versione moabita dei fatti: speculare a quella israelita, con torti e ragioni rovesciati; da essa viene confermata la storicità di un episodio biblico su un certo re Mesha. Prima delle conquiste assire e babilonesi, i moabiti praticavano la monolatria come gli Ebrei. Avevano cioè un'unica suprema divinità etnica, Kemosh. Tuttavia, riconoscevano la supremazia di JHWH sugli Israeliti, di Milkom sugli Ammoniti, di Melqart su Tiri. Per nessuno di questi popoli all’inizio, la monolatria era completa: sappiamo ad esempio, dalla Bibbia e dall’archeologia che tra gli Ebrei Baal ed Astarte erano oggetto di culto, anche da parte dei re. E non si trattava di culti d’importazione: si tratta di una coppia di divinità presenti da molto tempo in tutta l’area semitica occidentale.

 

Tutto questo però non riguarda la situazione delle tribù di Giuda e Beniamino rientrate dall’esilio in Babilonia: l’opera dei profeti, la riforma cultuale di re Giosia e il contatto col mondo babilonese, la reazione all’oppressione degli imperi mesopotamici, dai quali tuttavia Gerusalemme era abbastanza lontana per non esserne spazzata via completamente (come accadde invece alle culture siriane dell’Età del Ferro, triturate dal brutale melting pot assiro), avevano portato il “resto d’Israele” a stringersi senza riserve attorno al Dio Unico e Vero, JHWH: che aveva difeso il popolo dalla distruzione assira e facendolo ritornare dall’esilio babilonese: aveva mostrato il Suo potere non solo sul re di Giuda, ma sugli imperatori assiri e persiani, che talvolta osavano pretendersi divinità in terra.

 

Era dunque il Dio di tutti gli uomini ed unico Signore del Mondo, che aveva scelto Israele tra i suoi popoli?

 

Moab è maledetta nella Bibbia più di una volta, con toni che somigliano a quelli di Oriana Fallaci verso i Musulmani. E a giudicare dall’iscrizione che abbiamo, Moab rispondeva per le rime. Un Moabita che si trasferiva in Giudea (prima dell’esilio, perché i Moabiti non sopravvivranno all’invasione assira come entità strutturata), probabilmente era benvoluto come una carovana di zingari in Brianza.

 

Il libro di Rut è una storia di migranti.

Noemi, sua suocera, migra con la famiglia, da Israele in Moab, a seguito di una carestia. I suoi figli sposano donne di Moab: Rut ed Orpa. Poco tempo dopo, i maschi della famiglia muoiono uno dopo l’altro, e, essendo finita la carestia e non avendo di che vivere a Moab, Noemi decide di tornare a casa. Naturalmente, consiglia alle nuore, ancora giovani, di restare nella loro terra e risposarsi (cosa che lei non può fare).

Orpa torna dunque a casa della madre. Ma Rut, che evidentemente ha adottato la fede religiosa del marito, decide di seguire la suocera.

Ovviamente una donna giovane, in grado di lavorare, rappresenta una aiuto per una vedova non più fertile, in una società maschilista che aveva solo forme molto vaghe di “welfare state” (giubileo e spigolatura).

 

Tuttavia, Rut, abbandonando la sua patria d’origine, perde quasi tutte le possibilità di sposarsi. Per la posizione dominante all’epoca in cui il libro fu scritto ( anche se la vicenda è proiettata un remoto passato per ragioni che affronterò) sposare una donna non israelita era considerata impurità grave. Ezra aveva obbligato i Giudei che avevano sposato delle Samaritane a ripudiarle.

Quindi, migrando per amore di JHWH e della suocera in Giudea, non migliorava la sua condizione.

postato da: falecius alle ore 12:47 | Permalink | commenti (8)
categoria:cultura, donne, racconti, letteratura, religione, medio oriente, affetti, ebraismo, kilombo
venerdì, maggio 11, 2007
Dicevo, la famiglia non mi piace. Non mi piace perché  fino a pochissimo tempo fa, delle figure genitoriali si interponevano tra me ed il fare come mi pare. Chiaramente, con mio sommo fastidio.

Questo non è una gran motivazione: un adolescente non dovrebbe essere lasciato in condizione di fare sempre e comunque quello che gli pare. Già parecchie persone legalmente adulte hanno problemi a tenere il comportamento vagamente responsabile che ci si aspetta dai maggiorenni.

Questa cosa però si concettualizza nel fatto che la famiglia è un luogo d'autorità. E' il luogo in cui i rapporti di potere della società trovano la loro espressione minima e si riproducono. Questa autorità si esprime soprattutto nel rapporto genitore-figlio, ma, purtroppo, anche ed ancora in quello uomo-donna.
Questa autorità è una delle poche, nella nostra società, ad essere rimasta arbitraria. I genitori non sono titolati ad esserlo. La società affida loro il suo bene più prezioso (la sua stessa sopravvivenza) con notevole noncuranza. Non credo che esista un potere così ampio come quello del genitore sui figli minorenni (tranne forse lo psichiatra sul paziente in trattamento obbligatorio). Controlli e limiti esistono, specialmente per le famiglie musulmane. Ma nel complesso sono pochi. Premesso che cose vagamente totalitarie come un "patentino per genitori" mi piacerebbero ancora meno dell'attuale situazione, e che non credo esista un metodo anche solo approssimativamente obiettivo per definire chi possa essere un buon educatore dei propri o altrui figli, non so come risolvere il problema. E neanche ci perdo il sonno, dato che non posso farci niente.
So che il risultato finale è, semplificando che numerose famiglie di imbecilli egoisti allevano future generazione di egoisti imbecilli e viziati con la complicità di grosse scatole luminose che trasmettono prevalentemente cagate; gli sporadici sforzi di qualche valorosa donna come lei, ed in generale di quella quota dei dipendenti della scuola che fa il suo lavoro, assitita da pochi altri coraggiosi educatori, risultano del tutto velleitari di fronte alla combinazione famiglia+RAi+mediaset+playstation+tantegrossevetrineluminose=mammamelocompri.
A onor del vero, l'unica struttura di mia conoscenza che stia facendo qualcosa di serio, ancorché del tutto insufficiente, per affrontare la faccenda è la Chiesa Cattolica con i corsi pre-matrimoniali. In una parrocchia di Venezia hanno un programma davvero eccellente, ad esempio.
Questo non ha nulla a che fare coi Dico, beninteso. Che il legame  tra i due gentori sia sancito davanti a un altare, in un comune, in un moschea, per raccomandata, o non sia sancito affatto non influisce minimamente sulla capacità, o incapacità, delle persone di occuparsi dei pargoli che hanno più o meno volutamente messo al mondo.

C'è però un problema ancora più serio, riguardo la famiglia, e legato al suo essere un sistema per sua natura autoritario e gerarchico. Anche qui, non so bene cosa si possa fare, ma è importante fare qualcosa.
Occorre difendersi dalla famiglia, più precisamente, donne e bambini devono potersi difendere dai quei mostri assetati di sangue (o di whisky) che sono i loro congiunti maschi, specialmente padri e mariti.
Un omicidio su quattro in Italia è commesso da uomini su loro mogli o figlie.
Qualcosa come una donna  italiana su sei (mi pare, non ho trovato dati aggiornati e cito a memoria) subisce violenze (non solo sessuali) dal marito o dal padre. Donne, vostro marito è il vostro più probabile potenziale assassino, e stupratore. Non è lo sconosciuto in strada la più grande minaccia all'incolumità fisica degli italiani. E' il convivente, spesso maschio (ma senza dimenticare i figlicidi commessi dalle madri)
Esistono delle organizzazioni che tutelano le vittime della violenza domestica, polizia e tribunali tendono ad occuparsi del problema più che in passato. Ma è troppo poco.
Se avvengono violenze, abusi e stupri domestici in una famiglia italiana su sei, allora convocare una manifestazione per "difendere LA famiglia" suona sinistro, inquietante, e pericoloso. Anche se ovviamente le violenze avvengono anche nei casi di convivenza; stasticamente però le vittime sono soprattutto casalinghe, si suppone sposate.

Chiarisco una cosa. Sono convinto che questo problema sia importante e sottovalutato, per cui ne parlo. Ma non sono assolutamente un esperto della cosa. Ho fatto un discorso  generico e semplificatorio su una questione che è complessa. Non me ne vogliate.
 
Per chiudere, raccomando questo splendido post di Biani.
 
martedì, maggio 08, 2007

SONO INCAZZATO NERO.


Davvero, NON POSSO PIU' TACERE.  Non posso più lasciar correre e limitarmi  a  scuotere la testa perché il problema non mi riguarda. Non posso più tollerare l'usurpazione, il traviamento e l'inganno che stanno snaturando la Santa Chiesa Apostolica Romana. L'arroganza di chi pretende di farne lo strumento per conservare istituzioni e raggruppamenti secolari e creati dall'uomo, quali la Famiglia e l'Occidente, spacciandoli per ordinamenti divini.

Questa è bestemmia. E' usare la Maestà divina, il Nome del  Dio d'Amore, Padre di tutti noi, per legittimare piccole, terrenissime beghe, conflitti politici, lotte di potere che invischiano la gerarchia vaticana. Associare la famiglia fondata sul matrimonio (istituzione rispettabile, ma umana) alla eterna volontà del Padre, quando Suo Figlio ha detto: "Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera; e i nemici dell'uomo saranno quelli della sua casa" (Mt 10, 35)

Se so leggere, e se questa è Parola di Dio, il messaggio di Gesù distrugge la famiglia, non la legittima.

Quindi chi è questa gente, che si riempie la bocca del nome di Dio, nominandolo invano?

Tra pochi giorni verrà convocata una grande manifestazione in difesa della Famiglia, ossia, per impedire che ad alcuni cittadini vengano estesi determinati diritti; verrà fatto in nome di Dio e della mia religione cattolica, che in questo modo si scredita ulteriormente. Non posso accettarlo. Non posso accettare che il conservatorismo sociale e politico della gerarchia porti molte persone, anche intelligenti, a gettare fango indiscriminato sui "cattolici" tra cui ci sono anche io.

Non posso accettare un atteggiamento della Chiesa ufficiale che alimenta uno scontro sempre più fosco ed insopportabile.

Devo dirlo, devo gridarlo. Il Family Day non è in mio nome. QUESTE PERSONE NON RAPPRESENTANO ME, NON RAPPRESENTANO IL MESSAGGIO DI GESU' CRISTO, NON RAPPRESENTANO LA RELIGIONE CATTOLICA.

Quando su quella platea qualcuno si arrogherà il diritto di rappresentare i sentimenti e le opinioni "dei cattolici" voglio che si sappia che almeno un cattolico, il sottoscritto, si rifiuta di associarsi anche solo ipoteticamente a questo scempio.

Manifestino pure, per "difendere" le loro putride famiglie borghesi. (Le famiglie cristiane non necessitano di siffatti "difensori") Ma abbiano la cortesia, la decenza e la pietas di tenere fuori Dio Padre Onnipotente, Nostro Signore Gesù Cristo, e quei cattolici che la pensano come me, dalla loro parata politica.


domenica, maggio 06, 2007
Vedete, io sono anarchico. Sono appassionato di fantascienza. Sono un convinto assertore dei diritti delle donne. Leggo, e scrivo, poesia lirica.
Cosa hanno in comune queste quattro cose che mi riguardano, (ma riguardano anche voi) e che probabilmente già sapevate? Offro uno spritz (un'alternativa analcoolica di sua scelta, per hindu e musulmani) a chi mi dice la risposta nei commenti prima che lo faccia io nel prossimo post.
Avete anche l'aiutino, se siete bravi.

P.S. (se siete mia zia, non vale).
mercoledì, maggio 02, 2007
Ma non perché me lo dici tu. Tu sei il Capo dello Stato, perdincibacco, e non devi indignarti o tantomeno far indignare. Sei il Garante della Costituzione, ammesso che questo significhi ancora qualcosa in questo straccio di paese. Tu devi FARE qualcosa. La tua indignazione dovrebbe avere un seguito.