lunedì, giugno 30, 2008
Qualche mese fa, avevo lasciato in sospeso un discorso su "Rihla ilà al-Ghad" (Viaggio nel futuro) di Tawfiq al-Hakim, il grande commediografo egiziano del Novecento.

Si tratta di un'opera che in Occidente sarebbe definita di fantascienza, anche se non mi risulta che la critica araba non lo faccia.
Colgo l'occasione per dire che una fantascienza in lingua araba esiste. E, sebbene non sia affatto considerato un libro di fantascienza, un alieno appare nel celebre "Il Pessottomista" del palestinese d'Israele Emil Habibi.
Quanta differenza con l'Italia, dove una grossa e colta casa editrice ha chiesto cambiare il finale di un romanzo mainstream in cui arrivavano degli alieni perché, se l'autore è italiano, la politica è "niente omini verdi"*.

"Viaggio nel futuro" è, dicevo, un lavoro poco riuscito
dal punto di vista drammaturgico. Eccessivamente concettuale e complesso, con una trama debole e quattro atti troppo slegati tra loro, personaggi poco caratterizzati, ed un tono generale che, in traduzione, definirei come retorico ed ingenuo. Credo però che la pomposità retorica che ci ho percepito non appartenga all'originale arabo.

Ora che ho indagato un po', e che ho scoperto cose interessanti sulla produzione fantascientifica (nel senso definito in questo blog) nel mondo musulmano, posso dire che mi sbagliavo: "Viaggio nel futuro" non è un unicum nell'esplorare con mezzi drammaturgici un futuro possibile, in particolare per la letteratura araba moderna.

Il futuro immaginato da al-Hakim è distopico ed alienante, e ricorda da vicino quello de "il Mondo Nuovo" di Huxley. Si tratta dello stesso tipo di incubo, quello ricorrente nelle distopie dei decenni centrali del Novecento: potremmo chiamarlo incubo tecno-totalitario. Oltre a "Noi" di Zamjatin, a "1984" di Orwell e a "il Mondo Nuovo", appare anche in "Fahrenneit 451" di Bradbury, negli "Umanoidi" di Jack Williamson e in "Barriera" di Anthony Boucher (uno degli autori di fantascienza più sottovalutati, a mio avviso; il suo "Balaam" è una storia meravigliosa di incontro col 'diverso', e che alla luce delle ultime suggestioni teologiche, si rivela eccezionalmente anticipatrice).

In definitiva, si temeva che lo sviluppo della tecnologia da un lato, dell'apparato statale normalizzante e repressivo (con la concezione unificante propria delle ideologie naturalistiche dello Stato-nazione) avrebbe portato alla fine a degli "uomini-macchina" controllati e privati di ogni spontaneità.

Un parente stretto di al-Hakim, sebbene dubito che l'egiziano lo conoscesse, è proprio "Umanoidi".
La domanda centrale delle due opere è la stessa: se le macchine faranno tutto e l'umanità sarà libera dalla scarsità e dal lavoro, cosa farà?
Se ogni esigenza sarà soddisfatta in modo standardizzato da una macchina, senza bisogno di azione umana, dove andrà a finire l'irriducibile unicità dell'individuo e dei suoi gusti, dove la gioia di produrre qualcosa da sé? E che sarà dell'autonomia della persona, se perfino per mangiare dipenderà da un robot (Williamson) o da un rubinetto di cibo già pronto, uguale per tutti? (Hakim).
E' davvero auspicabile una vita tranquilla, statica, normalizzata ed oziosa, in cui le macchine fanno tutto? Non diventerebbe un incubo alienante?
La risposta di tutta la fantascienza distopica, ovviamente, è che sì, l'esito sarebbe un incubo alienante di uomini istupiditi e bovini, ma  larvatamente
insoddisfatti perché incapaci di fare alcunché. L'esito finale di una progressione del genere potrebbero essere gli Eloi de "la Macchina del Tempo" di Wells, in cui però l'incubo non è (ancora) tecnologico (il libro esce prima di Henry Ford) ma sociale: al posto della macchina, vi è il proletario, che si trasforma nell'orribile Morlock.

E' utile notare che che in quest'epoca, scarseggiano le utopie, almeno in Occidente.
L'ultima che mi viene in mente è "il Tallone di Ferro" di Jack London, in cui peraltro l'orizzonte utopico è appena accennato e la storia si concentra sulla lotta contro l'orrendo dominio di una cricca di capitalisti assetati di plusvalore.
La Macchina fa paura. O ti de-umanizza, o si ribella, come in Frankestein e in Capek.
Lo Stato fa paura. I totalitarismi del Novecento e la paranoia maccartista in America inquietano molto scrittori.
Che vedono, in avanti, dominio, controllo, Stato, repressione, alienazione e noia.

* La vicenda mi è stata riferita da un amico, ma non so assolutamente come sia andata a finire e sinceramente non ricordo nemmeno il titolo del romanzo.
mercoledì, settembre 19, 2007
Il Libano, come mi capita di accennare ogni tanto, è un posto dannatamente bello e dannatamente complicato. Ci sono tra le 15 e le 20 comunità religiose riconosciute, una serie di conflitti politici, ideologici e sociali da mettersi le mani nei capelli, e anche altri problemi (ad esempio ambientali) mica da ridere. Il tutto mentre il sistema istituzionale ed amministrativo del paese sembra a malapena capace di gestire l'ordinaria amministrazione.
Detto questo, c'è Hezbollah, partito politico islamista, socialmente progressista, a base comunitaria,  legato a filo doppio all'Iran e alleato alla Siria, e che rappresenta assieme al movimento laico Amal la comunità musulmana sciita, almeno il 40% della popolazione (maggioranza relativa).
Hezbollah.
Il resto dei libanesi, in particolare la borghesia maronita e sunnita, lo guarda con sospetto ed ostilità crescenti, man man che ne crescono il potere e le rivendicazioni, e che si riarma col sostegno siro-iraniano.
Si tratta di una situazione tesa e complessa che richiede un'attenta analisi: ad esempio, su alcuni di questi aspetti io ci sto scrivendo la tesi di laurea specialistica.
Questo è il riassunto che ne ho sentito poco fa in radio, purtroppo non so dire quale:
"c'è il rischio di nuova guerra tra Hezbollah e i cristiani" poi proseguiva: "ricordiamo che il Libano confina  con Israele" (minchia. Tra un po' ci ricorderanno che se metto dell'acqua su fuoco, potrei anche riuscire a scaldarla).
Proprio così. Hezbollah, cattivo e terrorista, contro i cristiani.
Ogni commento sarebbe superfluo, se il lettore sapesse che:
- Esistono non meno di 10 diverse comunità cristiane in Libano, e di questo almeno una, quella armena (almeno nella sua maggioranza), tende a sostenere Hezbollah, anche se non mi è chiaro se esista una vera alleanza. Forse a causa dei buoni rapporti tra Armenia ed Iran, che, grosso modo, vedono nell'Azerbaican un nemico comune (la faccio orrendamente semplice, anche se in realtà è molto più incasinata, ma non voglio tirarvela coi conflitti del Caucaso)
- Esiste un movimento prevalentemente cristiano guidato dall'ex generale Aoun, maronita (cioè cattolico di un rito particolare) che è (attualmente) alleato di Hezbollah e vicino alla Siria.
- In questo momento, i principali rivali di Hezbollah in Libano sono i gruppi sunniti legati alla famiglia Hariri e sostenuti dall'Arabia Saudita, che controllano il governo di Siniora.
- L'ex generale Lahoud, Presidente della repubblica (che ha poteri paragonabili a quelli del presidente francese, un pochino più limitati) è anche lui maronita ed è legatissimo alla Siria.
Quindi, dato che oggetto del contendere è in gran parte proprio il rapporto con la Siria, è vicino ad Hezbollah.
-D'altra parte, esiste un importante partito cristiano, la vecchia Falange para-fascista rimodernata, che è senza ombra di dubbio ostile ad Hezbollah e potrebbe (dico, potrebbe) aver voglia di menar le mani. Hezbollah dal canto suo è ben armato ed agguerrito, ma tutto quello che ne so io fa pensare che non intenda usare quelle armi contro altri libanesi. Non per il momento almeno, e non per primo.

In sostanza. I sunniti sono abbastanza compatti contro Hezbollah (certo, non tutti, ma molti) mentre i cristiani sono nel complesso divisi, e tra l'altro non riescono ad esprimere un leadership credibile.
Le cose sono molto più complicate di "guerra di religione tra Croce e Mezzaluna". Anzi, non è che siano più complicate, sono prima di tutto diverse.
Perché ce la raccontano così?
Questa domanda è spudoratamente retorica. Non so se il giornalista non sapesse di che stava parlando o parlasse in malafede, ma di fatto siamo di fronte a propaganda islamofoba in Neolingua. Io non riesco a vederci altro.

Benevenuti in Oceania, 1984. Questa è la prima velina ufficiale del Ministero della Verità.

La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L'ignoranza è forza. E NOI CHristiani siamo in guerra contro i muSSulmani. Tutto questo, ed altro, prossimamente in onda nelle vostre teste.

domenica, settembre 16, 2007
Vi dicevo che sono andato a Cattolica ad un festival di musica, o più esattamente ad un contest, di "batterie elettroniche" anche se poi di batterie non ho viste. Il tizio che ha vinto suonava un Game Boy, per capirci. Ho anche suonato (insomma, più o meno), ma non è di questo che voglio parlarvi.
Il punto è che a Cattolica ci sono arrivato, e ne sono tornato, in treno.

Andata: Il'ja Stogoff, "mASIAfucker"


"Compresi allora il segreto del Benessere Occidentale. I bianchi vivono bene non perché sanno lavorare - e gli altri no - o perché la loro economia è particolarmente efficiente.
La realtà è più semplice: i bianchi portano pantaloni alla moda soltanto perché, in luoghi che non compaiono neanche sulle carte geografiche, gente di colore, con macchine manuali, ha cucito per loro quei pantaloni"

"Avvertivo un odore familiare, ma in parte dimenticato: era la civiltà, e aveva i denti marci"


Ritorno: Alexander Key, "Conan, ragazzo del futuro"


Ve la ricordate quella stupenda serie televisiva animata di Miyazaki Hayao? Se non ve la ricordate, mi dispiace per voi.
E' molto bella, e del resto ci sarà un motivo se Miyazaki è considerato il più grande regista d'animazione del Giappone.
Non mi metterò a discettare di anime e manga, argomenti che mi interessano ma di cui so davvero pochino, ma già che ci sono vi segnalo un ottimo blog che lo fa. Io vi parlerò del libro.
Non sapevo che esistesse. Fino a stamattina, il nome di Alexander Key non mi diceva nulla, pur essendo lui uno scrittore di fantascienza.
E invece lo trovo, stamattina, nella casa dove ero ospitato, e comincio a leggerlo. Titolo originale, "The incredible Tide" ("la  marea incredibile", anche se in realtà si tratterebbe di uno tsunami); il titolo italiano è ripreso dalla serie TV (un po' come quando "Ma gli androidi sognano le pecore elettriche?" di Philip Dick fu pubblicato qui da noi col titolo di "Blade Runner"). E già questo la dice lunga. Il libro è tradotto ed edito in Italia solo a causa del cartone, e quindici anni dopo di quello.
In sostanza, degli appassionati di animazione, trovandosi a gestire una piccola casa editrice indipendente, si sono messi a cercare il riferimento a questo libro, scomparso da anni anche dai cataloghi degli Stati Uniti, di procurarsene una copia, e alla fine l'hanno fatto tradurre. Io coi sono capitato sopra per il più assurdo dei casi ( enon credo che ci sia stata, anchein Italia, 'sta gra tiratura) e naturalmente me lo sono subito fatto prestare: dove mi ricapita più un gioiellino della fantascienza così?
Facendo una rapida ricerca, scopro che esistono voci di Wikipedia in italiano sia sull'autore che sul romanzo, e scopro quindi che il libro è del 1970. Però ci sono diverse imprecisioni sulla pagina di Wiki (magari le correggo io se ho tempo). Il romanzo è una distopia del dopo-Olocausto, sottogenere diffuso nella fantascienza americana dell'epoca della Guerra Fredda, ma presenta alcune originalità, di cui la principale (a differenza di quello che scrive Wikipedia) è che la causa dell'Olocausto non è l'uso di armi atomiche, ma magnetiche, che causano uno spostamento dell'asse terrestre con devastanti conseguenze geologiche e climatiche.
Il messaggio "ambientalista" nella contrapposizione tra la cupa, tecnologica, totalitaria, classista e delatoria Industria (che ricorda l'URSS staliniana) e la vita semplice e dura dei "buoni" ad High Harbor, è chiaro, e probabilmente è stato quello che ha fatto presa su Miyazaki.
In sé il libro non è che sia sto capolavoro. E' molto, come dire, "americano" nel senso, il giovane eroe forte e figo, nato per comandare, destinato a superare le avversità e a vincere i pericoli, e strada facendo redime anche la (inizialmente) odiosa dottoressa Manski, rappresentante del becero potere totalitario e tecnocratico di Industria.
Però, visto che tra poco tornerò a parlarvi di "Rihla ilà al-Ghad", cominciamo a mettere mattoncini, coi casi che capitano.
 


martedì, agosto 21, 2007

Questo post è dedicato a Tupaia.

Avevo segnalato a suo tempo il suo blog, che trovo davvero affascinante. E’ uno dei pochi a cui ho scelto di dedicare il poco tempo di connessione internet che ho qui.

Da piccolo, ero appassionato di scienza. Me ne interesso anche ora, sia chiaro, e un blog come il suo non fa che ravvivare la mia curiosità e darmi stimoli. Ma ho preso un’altra strada, e non ho molto tempo. In prima superiore, cominciai a trovare noiosa ed insopportabile la matematica, del che adesso mi pento, e capii che non sarei stato io a risolvere il problema della fusione fredda; e che ero invece assai più portato per le lettere e le lingue; in particolare, in quel periodo scoprii Baudelaire, che potevo già leggere in originale, e passai dal liceo scientifico al linguistico.

Non starò a spiegarvi qui perché sono laureato in arabo anziché in francese o nell’altra lingua che avrei amato, il russo; non sono sicuro di saperlo nemmeno io.

Comunque, nelle scienze naturali la matematica è pochina, e continuai ad interessarmene, e ad avere ottimi voti in scienze della terra e biologia. Inoltre, ero e sono appassionato di fantascienza… il che ha salvato almeno una parte della mia cultura scientifica. E’ grazie a Douglas Adams, l’autore di quel libro celeberrimo e meraviglioso che è la “Guida Galattica per Autostoppisti”, per esempio, che ho letto “l’orologiaio cieco” di Dawkins, e quindi posso seguire una discussione sull’evoluzionismo e l’Intelligent Design sapendo perlomeno di che cosa si sta parlando. Visto che l’orologiaio di Tupaia è miope, mi sembra giusto accennare alla cosa.

Questo, sia chiaro, non fa di me un esperto in materia. Le mie cognizioni naturalistiche sono raccolte più o meno come capita e hanno delle serie lacune; dico solo che cose come i post di Tupaia sugli animaletti (o animaloni, tipo il basilosauro) bizzarri e le la loro enorme, affascinante varietà riaccendono una vecchia scintilla.

Ho letto ieri il suo post sui tardigradi, esserini tanto diffusi quanto ignoti ai più, benché siano decisamente affascinanti, anche dal punto di vista della fantascienza.

A loro riguardo, ho un aneddoto personale. Non sono mai stato forte come un leone, né agile come una lince. Anzi, sono sempre stato fondamentalmente goffo, lento di riflessi e un po’ imbranato, e anche sanamente pigro; ballare è sempre stato, ed è ancora, qualcosa che difficilmente mi arrischio a fare prima del secondo cocktail. Negli sport sono sempre stato scarso, e la ginnastica artistica a cui andavo da bambino era una specie di tortura settimanale, perché la mia incapacità di fare alcunché di più complicato di una mediocre ruota rendeva vittima di compagni ed istruttore.

Insomma, quando avevo circa cinque o sei anni, in famiglia mi chiamavano affettuosamente “tardigrado”, nel senso etimologico di “lento a muoversi” identificando tuttavia la creatura in questione con qualcosa di completamente diverso dalle prodigiose bestiole acquatiche di Tupaia.

I miei parenti erano convinti che tardigrado fosse in zoologia, un mammifero arboricolo di medie dimensioni, e più precisamente quello un creatura che si trovava tra i miei pupazzetti di plastica e non si riusciva ad identificare altrimenti. Trattatavasi di un’entità dall’aspetto scimmiesco, quadrupede, ma con l’aria di essere in effetti pensato per la stazione eretta: con gambe e braccia sproporzionatamente lunghe, la schiena curva e senza coda, che pareva camminare sulle nocche. Quando imparai a leggere i vari “libro degli animali” e “grande libro degli animali” riccamente illustrati, decisi che il “tardigrado” dovesse essere in effetti un bradipo, benché il pupazzetto-modello gli somigliasse solo vagamente: e sospetto (ma naturalmente non posso controllarlo da qui) si tratti un vecchio nome di quest’ultimo.

In linea di massima, fino a ieri, ho creduto che i bradipi si potessero chiamare anche tardigradi.

Dato che più tardi sono stato associato al bradipo come animale-totem, (e non ridete, perché io ne vado fiero) la cosa ha per me una certa rilevanza. Scoprire che i tardigradi sono non solo tutt’altra cosa, ma qualcosa che meriterebbe l’attenzione della fantascienza, è per me una rivelazione significativo.

 

Tutte queste riflessioni sono state suscitate in me da una cosa che mi è successa ieri, dopo aver letto il post di Tupaia.

Pioveva, a Tunisi, cosa di per sé eccezionale in questo mese, mentre tornavo a casa. Il mio istituto è in centro, ma io abito a 15 km e sceso dall’autobus devo rischiare la vita attraversando una superstrada, dopo averla seguita per un tratto. C’è un semaforo, ma è bene non contarci troppo. Finora comunque ne sono uscito incolume.

E mentre cammino con le macchine che sfrecciano su sei corsie, ecco che spunta una ranocchia. Un piccola rana gialla. La guardo. Lei salta, sul ciglio della strada, poi in mezzo. Sta ferma a guardare l’universo… “Ciao strada, ciao asfalto” sembra dire, come nella barzelletta “Io sono la rana dalla bocca larga, e tu chi sei?” E in quel momento passa un taxi e io mi preparo ad assistere al peggio. Il semaforo rosso ed un salto tempestivo sull’altra corsia salvano l’anfibio.

Guardo i suoi salti temerari che sfiorano i copertoni delle macchine. Una donna velata con due bambini, sul taxi, guarda me con aria interrogativa. Cioè, sto fermo, assorto a guardare verso di loro dal ciglio di una superstrada senza fare niente, non è normalissimo. Le sorrido, lei mi fa un cenno di saluto, forse rassicurata.

Come faccio a dirgli attraverso l’altra corsia piena di macchine, che sto ponderando se partire in un folle soccorso dell’intrepida ranetta?

Lo scatto del verde risponde per me: attraversare due corsie di auto in moto per salvare l’esserino sarebbe suicida. Per me. Mi limito ad osservare la sua traversata, facendo mentalmente il tifo per la creatura vivente e così fragile che sfida gomme e asfalto e acciaio. Ad un certo punto si ferma, arriva una macchina; le passa sopra, di nuovo mi aspetto la catastrofe; ma passata la macchina, la rana è ancora lì, viva e vegeta, e con due ultimi salti raggiunge la salvezza dello spartitraffico ornato di oleandri. Le gomme l’hanno mancata per un soffio. Esulto, mentre mi riavvio verso casa.

 

Concludo rispondendo ad un commento al post dei tardigradi: è vero, la fantascienza non ha una gran ricchezza di buone storie basate sulla biologia, e in particolare su cose come la zoologia e la botanica (molto di più sulla genetica, ma di solito è quella umana). Un po’ perché, diciamolo: grosso modo, la chimica la conosciamo bene, le basi della fisica sono ben definite da un bel po’ (per ora, almeno: lo pensavano anche ai tempi della fisica newtoniana) e anche quelle dell’astronomia, insomma, grosso modo un’idea chiara ce l’abbiamo.

Quanto alle scienze biologiche, stanno facendo in questi anni progressi straordinari, ma per quanto sono aggiornato io, e anche in base a cosa scrive Tupaia, sembra che ci sia ancora molta più roba da scoprire e capire di quella che si sia scoperta e capita. Ne riparlerò in un post che sto pensando su darwinismo e lamarckismo, (eh, si farò un’incursione in un campo assolutamente non mio, ma in realtà ero partito da una riflessione sul concordismo tra scienza e religione nell’Islam). Quindi forse di gran materiale per scrivere della fantascienza che duri non ce n’è. Questo però non spiega tutto.

I principi generali delle scienze geologiche sono piuttosto chiari da decenni, ma queste hanno attirato l’attenzione degli scrittori di Sci-Fi anche meno della biologia. (mi vengono in mente pochi esempi: un racconto di U.K. LeGuin ispirato all’idea di deriva dei continenti. C’è n’è anche uno di Doris Lessing sul grande terremoto previsto in California, ma si concentra sugli aspetti sociologici. Li potete trovare entrambi nella antologia “Catastrofi!” a cura di Asimov e Greenberg, Mondatori. Un terzo, degli anni Novanta, si occupa in modo divertente della geologia di Venere, ma autore e titolo mi sfuggono).

Non conosco nessuna opera che affronti, che so, l’idea di “intelligenza minerale”. O che per esempio parli di un pianeta la cui geologia si basi sull’isostasia di Pratt anziché sulla tettonica a placche.

Il campo della biologia è relativamente più arato dagli scrittori: basti pensare alla geniale anticipazione di Aldous Huxley, nel “Mondo Nuovo”, del concetto di clonazione. Ci sono parecchi racconti, tra i più belli mi vengono in mente “Scritto nel Sangue” di C. Lawson, che avevo già citato, ed è stato l’unico testo dopo i “fratelli Karamazov” a farmi salire le lacrime; però tratta di genetica umana. E “L’evoluzione non dorme mai” che invece affronta un animaletto che non ci aspetterebbe interessante per la Sci-Fi: il chipmunk, un piccolo roditore comune in Nordamerica e reso celebre dal cartone animato di Alvin. Poi c’è un bel racconto della LeGuin su degli alieni migratori, un lavoro molto toccante di Alfred Bester intitolato, mi pare, “il Re del Formicaio”, che si collocano tra l’approccio biologico e quello della social science fiction. Altri due titoli, non ricordo gli autori: “Il dedalo di Lysenko” degli anni Cinquanta e “Il caso della lampada mendeliana” degli anni Novanta, entrambi centrati sulle questioni dell’evoluzione (dal “il dedalo di Lysenko” credo si sia ispirato il bel cartone animato “Bisby e il segreto di Nim”).

Tra i romanzi, mi vengono in mente “Fase IV” di B. Malzberg, che però non mi sembra gran cosa, ovviamente “Jurassic Park” di Crichton, che è carino, ma non un capolavoro, e “La Fine di un’Era” che si occupa tanto di molte questioni biologiche quanto dei paradossi del viaggio nel tempo, combinazione rara, e la soluzione è decisamente originale.

L’”Isola del Dottor Moreau” di H.G. Wells, dopo oltre un secolo, non ha perso niente in forza ed attualità. Chi ne sa di più, è invitato a segnalare.

 

In definitiva la fantascienza si è concentrata sulle potenzialità di speculazioni fisiche ed astronomiche, e soprattutto dagli anni Cinquanta, alle questioni, in senso ampio, “sociologiche”.

La minaccia nucleare prima, quella ecologica poi ne hanno attratto le energie, portando ad esplorare i modi di reazione delle società umane a questi fenomeni; lo spazio di frontiera della mente, con P.K. Dick, ha sostituito quelli di stelle e pianeti, (rimasti tuttavia ben frequentati, anche dallo stesso Dick, se pur come pretesti). Si inventavano sì alieni bizzarri, ma alla loro biologia ed evoluzione, così come in genere alle specie terrestri (fa eccezione la serie di Uplift, che conosco poco, ma ha tra i suoi protagonisti dei delfini) in genere, si è dato poco spazio. L’oceano di Solaris e il Glimmung Dickiano sono entità biologiche, ma vengono trattati in senso psicologico.

E questo nonostante molti scrittori, tra cui lo stesso Asimov, avessero una solida formazione in materia.

Un fattore che potrebbe aver influito su questo, ma non ne sono affatto sicuro, potrebbe essere il fatto che la Sci-Fi come genere, nonostante i pionieri europei e la ricca produzione est-europea e francese, è in buona misura americano; ed è in America  che il creazionismo e l’anti-evoluzionismo in genere hanno i loro centri e focolari maggiori, ed una buona parte del pubblico rigetta l’idea stessa di evoluzione. Ma non credo si tratti del tipo di pubblico che comunque leggerebbe Sci-Fi, quindi non so quanto la cosa possa aver davvero pesato.
lunedì, agosto 20, 2007

Chi mi conosce da un po' dovrebbe sapere che Falecio, studente di arabo a Venezia, è solo una copertura per le mie attività notturne volte a distruggere l'Occidente.

Sapete già, ad esempio, dei messaggi di Khomeyni che ho portato nottetempo al Papa e a mia nonna, e delle mie arcane conversazioni in somalo con una certa ex-parlamentare. Siete al corrente delle mie attività di miliziano in Libano e Palestina, e vi ho già detto che il mio sport preferito è tirare sassi ai Merkava.

E soprattutto sapete che sono il Führer indiscusso del terribile esercito delle tupaie naziste che si appresta a seminare morte e distruzione da Kuala Lumpur a Cinisello Balsamo.

Stanotte ho sognato di essere un terrorista. Non un dilettante tipo al-Qa'ida, di quelli che lanciano bombe nel mucchio. Non, io ero un killer. Uccidevo solo le vittime designate della mia organizzazione, un incrocio tra Spectre, la Carboneria, gli ismailiti di Alamut e la misteriosa organizzazione anarchica descritta da Chesterton ne "l'Uomo che fu Giovedi'", che aveva la sua sede segreta nelle isole Lipari e da là estendeva i suoi tentacoli contro Roma. Lo scopo era la liberazione dell'Italia dal dominio dell'Impero Austro-Ungarico (giuro!) ma si trattava di un'Italia che, ducato di Parma e regno delle Due  Sicilie a parte, presentava diverse stranezze, come ad esempio la moschea di San Pietro presidata dalle Guardie Svizzere, ed il fatto di essere un paese multirazziale, a maggioranza musulmana con tratti asiatici e di lingua francese.

Il mondo in cui è ambientato il sogno sembra simile a quello del romanzo fantastorico di Kim Stanley Robinson, "Gli Anni del Riso e del Sale" in cui la civiltà europea è cancellata dalla peste nera e la guida del pianeta è presa da India, Cina, Irochesi e mondo musulmano, con la differenza che nel sogno i turco-mongoli della Russia sono distinti dagli altri musulmani, di origine africana.

La mia organizzazione è anarchica nei fini, gerarchica nei contenuti. Alla sua guida ci sono i Qadà (niente a che fare con al-Qa'ida, viene da un'altra radice) che fanno fumare lo Stromboli pedalando dell cyclettes magiche sulle pendici del vulcano.

E mandano me ad assassinare a malicuore i nemici dell'umanità, gli oppressori, in quel di Piazza Navona a Roma, anche se non ce l'abbiamo, in teoria, con lo Stato Pontificio. Ma, da buon musulmano, devo convertire il nemico prima di finirlo. (L'Austria dev'essere sunnita e noi no, sospetto, ma è una ricostruzione).

Insomma, io vi ho avvisato. Torno in Italia tra due settimane. cominciate a preoccuparvi.

N.B. Ieri pomeriggio ho letto un capitolo sulla dinastia ismailita fatimide del Maghreb; c'entrasse mai qualcosa?

domenica, luglio 22, 2007
Dimenticavo, nel primo post, di citare Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, da cui è tratto uno stupendo film di Truffaut (siete liberi di non crederci, ma il mio terzo nome è François).

Si diceva dei flussi. Del flusso di giovani intellettuali egiziani, siriani e libanesi che cercavano ad Oxford o alla Sorbona di carpire il segreto dei dominatori occidentali per metterlo al servizio dei propri popoli. In questo flusso, Tawfiq al-Hakim lasciò l'Egitto per seguire un dottorato in legge a Parigi. Non otterrà il dottorato. A quanto pare, preferiva le matinées. La passione di Tawfiq per il teatro gli era nata ancora, negli anni della prima Guerra Mondiale, in Egitto, e fu proseguita in Francia. Tornato in patria, vi divenne il più grande commediografo del mondo arabo.
Portò nella letteratura araba l'influenza del simbolismo ("teatro delle idee", ispirato a Maeterlinck) e di Pirandello. In seguitò, subì l'influsso del Teatro dell'Assurdo, di cui può essere considerato accanto a Beckett e Ionesco uno dei primi e principali esponenti.
"Viaggio nel Futuro" è considerata una delle sue opere minori, e a mio avviso è poco riuscita sul piano drammatico ed eccessivamente concettosa. Subisce sia l'influenza del Simbolismo che dell'Assurdo.
Rispetto a capolavori come "Shahrazad" (di cui vi parlerò) e "La Gente della Caverna" (ispirata alla leggenda cristiana e musulmana  dei Sette Dormienti di Efeso, ma il titolo richiama evidentemente Platone) questo dramma impallidisce.
E' utile tuttavia sottolineare che esistono delle significative somiglianze tra "La Gente della Caverna" e "Viaggio nel Futuro".
Per me è importante, perché si tratta dell'unica opera di contenuto fantascientifico che io conosca (e probabilmente, dell'unica davvero importante) in lingua araba.

Non esiste una vera e propria tradizione fantascientifica in drammaturgia, in nessuna letteratura che io conosca. Però, se esiste un cinema di fantascienza, non vedo perché non si possa definire "fantascienza" anche un opera teatrale. In fondo, è in un'opera teatrale che appare per la prima volta il fortunato termine "robot" nel senso moderno (R.U.R. del ceco Karel ÄŒapek, 1921).
La questione è complicata, perché non esiste una definizione chiara di cosa sia la fantascienza.

Comunque, io adotterò una definizione operativa di tipo contenutistico, stabilendo che sia valida solo per le opere successive al 1818, anno di pubblicazione del Frankenstein di Mary Shelley.
E' fantascienza qualsiasi opera affronti creativamente questioni poste dallo sviluppo sociale o tecnico-scientifico, collocandole in un mondo "possibile" (in base alle conoscenze dell'autore): il nostro, un futuro speculativo, o un presente o passato alternativi ma "scientificamente" accettabili.
In sostanza, la fantascienza è lo sviluppo creativo della scienza, o di qualcosa che l'autore propone come tale, e delle questioni che essa pone. Naturalmente può accadere che la fantascienza anticipi la scienza: i due casi secondo me più eclatanti sono "la Macchina del Tempo" di H.G. Wells, e "Nove Volte Sette" di Isaac Asimov.
"La Macchina del Tempo" fu circa vent'anni pubblicata prima della Teoria dell Relatività Generale di Einstein, che trattava scientificamente il tempo come la quarta dimensione. Eppure, Wells affermava esplicitamente, (su base razionale, non tirando fuori la "magia") che il tempo sia una dimensione analoga a quelle spaziali, in cui è possibile spostarsi! "Nove Volte Sette" invece affronta i problemi posti dalla diffusione di cose come le calcolatrici tascabili ed i computer nell'atrofizzare la mente umana, al punto che nel futuro immaginato, gli uomini non sono capaci di fare a mente la più semplice delle addizioni.
Ma il racconto fu scritto in un'epoca in cui un computer era una stanza piena di valvole che dava output binari su fogli perforati, e nessuno avrebbe mai pensato di usarlo per cose meno semplici che decifrare l'Enigma.


postato da: falecius alle ore 13:40 | Permalink | commenti (2)
categoria:cultura, letteratura, medio oriente, fantascienza, africa
sabato, luglio 21, 2007
Selene sta pubblicando la sua tesi di laurea (a mio parere molto bella, per chi si interessa di Sci-Fi) a puntate sul suo blog.
Ora, è impossibile parlare di "Fantascienza e Potere" senza nominare le Tre Grandi Distopie del Novecento:
"Noi" di Evgenij Zamjatin, "Voi" di Aldous Huxley e "Essi" di John Carpenter, cioè scusate, dimenticavo che siete degli Idioty Ignoranty e quindi ve le dico giuste:
  • "Мы" (My) - "Noi" di Evgenij Zamjatin -1921
  • "Brave New World"  - "Il mondo nuovo" di Aldous Huxley - 1932
  • "1984"  di George Orwell - 1948
A queste Selene aggiunge "Swastika Night" - "La notte della Svastica" di Katharine Burdekin (1937) e "The Handmaid's Tale" - "Il racconto dell'Ancella" di Margaret Atwood (1985).
Da notare che mentre Orwell è ben conosciuto, specialmente a causa del Grande Bordello, e Brave New World è anche il titolo di una canzone degli Iron Maiden, (neanche bruttissima, ma abbastanza stantia: è del 2002) e per esempio a me lo hanno dato da leggere a scuola, Zamjatin, a dirla tutta, non se lo incula nessuno, quantomeno in termini di grande pubblico. Certo, tra gli specialisti è ben noto, e lo stesso Huxley (Orwell non saprei) riconobbe di essersi ispirato a Zamjatin per il suo lavoro, ma il semplice cultore di Sci-Fi, se non ha avuto la fortuna incredibile del sottoscritto di studiare russo al liceo, difficilmente lo conoscerà. Eppure, leggendo "Noi" e "1984" in successione, a uno viene da gridare al plagio!

Però volevo parlarvi di un'altra opera, un'opera che pare ispirarsi alle Tre Grandi distopie (specialmente al "Mondo Nuovo") ma che nasce in un ambiente e in un contesto culturale completamente diversi e proviene da un autore con formazione lontanissima da quelle del russo e dei due inglesi: رحلة إلى الغاد (Riħlatu ilà 'l Ä¢âd), - "Viaggio nel Futuro" di Tawfiq al-Hakim, il più grande commediografo egiziano.




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lunedì, luglio 09, 2007
Ogni tanto, passo a vedere cosa dice lui. Oggi ad esempio sono capitato su questo vecchio post. Che a sua volta mi ha fatto pensare ad un racconto che avevo letto. "Sen Yen Babbo e l'illuminazione celeste", una satira fantascientifica sul mondo dei telepredicatori eveangelici ed sul wrestling.
Ora, quel racconto uscì, a suo tempo, su "Playboy". Per ritrovarlo, ho dovuto recuperare un gioiellino: l'antologia di "Urania", in due volumi, col meglio della fantascienza pubblicata da "Playboy". Scandalo e schifo, penserete voi. Niente affatto: non si tratta di racconti erotici, a parte "Romance in Office" di Terry Bisson, che tra l'altro non mi è piaciuto molto.

Su "Playboy" ad esempio è uscito quel capolavoro che è "Spero di arrivare presto" di Philip Kindred Dick, l'ultimo e per me il miglior racconto che lui abbia mai scritto. E dato che considero Philip Dick il più grande scrittore di fantascienza mai vissuto, capite che "Spero di arrivare presto" occupa un livello decisamente alto della mia stima. E anche se di sicuro non sono un'autorità, di fantascienza ne ho masticata parecchia, negli ultimi quindici anni.

Ripensando alla raccolta di "Playboy", ho ritrovato anche qualcos'altro. Un'altra antologia di "Urania", il meglio dei racconti del 1999. Ed ecco, forse... Sì, è proprio lì.
"Scritto nel Sangue" di Chris Lawson. Un raccontino del '99 (appunto) di quindici pagine, ma quelle quindici pagine che se hai un attimo di sensibilità rischiano di non lasciarti uguale a prima.
Ricordo che la prima volta che lo lessi avevo le lacrime agli occhi.

Si parla spesso (ne ho parlato anche io, a proposito del "Racconto dell'Ancella") della profeticità della fantascienza, per quanto troppo spesso lo si faccia dimenticando il commento di Ray Bradbury al suo romanzo "Fahrenheit 451": "Non scrivo per prevedere il futuro, ma per prevenirlo".*

Lawson è stato profetico (e poetico). Il suo racconto parla dell'Islam, ed è anzi l'unico che io abbia letto a farlo con un minimo di cognizione di causa. Se ne conoscete altri, sarò grato a chi me li segnali.

E' stato scritto nel '99, ricordiamocelo, quindi prima dell'11 settembre 2001.
Eppure aveva previsto molte le inquietudini dell'immediato futuro: terrorismo islamico, biotecnologie, armi batteriologiche. E le inquietudini dei musulmani, di fronte alle, ed il fanatismo montante di alcuni.
E soprattutto aveva previsto qualcosa che, per un occidentale dell'epoca, sarebbe stato scomodo e difficile da prevedere: l'islamofobia, il trattamento giuridico separato per (o meglio, contro) i musulmani indipendentemente dalla cittadinanza, il sospetto di terrorismo a prescindere.

E' una lettura che consiglio a tutti. Purtroppo tempo che sia un po' difficile da trovare. Rileggerlo mi ha fatto bene.
"La soluzione è nel cuore del genere umano"



* Per questa citazione devo ringraziare ancora una volta Selene.

Visto che la nomino, un po' di tempo fa le chiedevo se sapesse nulla di una fantascienza in lingua araba. Lei mi aveva risposto di no. Ma recentemente, studiando per l'esame di letteratura (sì, è andato bene) ho  trovato un opera di contenuto fantascientifico in lingua araba, e nientemeno che del grande commediografo egiziano Tawfiq al-Hakim: s'intitola "Rihlatu ilà 'l Ghad" (Viaggio nel Futuro). E' considerato uno dei suoi drammi minori e meno riusciti, ma tant'è.
Comunque ad al-Hakim pensavo di dedicare un post, prima o poi.

Se per caso conoscete altre opere di fantascienza in lingua araba, ebraica, persiana o turca, sareste così gentili da segnalarmele? :)
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categoria:cultura, letteratura, fantascienza, affetti
domenica, giugno 03, 2007

Lise era affascinata da quella donna, dal racconto delle prove terribili che aveva dovuto sopportare. Mentre il suo paese, isolato e neutrale, viveva la tranquillità di ultimo contrafforte del vecchio Occidente ormai crollato, mentre lei arrestava piccoli criminali in una piccola città, divorziava e cresceva suo figlio, Nawalou aveva combattuto e sofferto la più grande e feroce guerra mai vista.

Io, nella mia piccola, insulare tranquillità, ho lasciato che tutto questo accadesse. Mangiavo forse la carne di quei maiali, nutriti dalla soia ivoriana?

Per un certo periodo, quando le truppe dell’Unione avevano invaso la Danimarca e la Gran Bretagna, in Islanda si era temuta l’invasione. Pur neutrali, gli islandesi simpatizzavano in massa per l’Occidente.

Le cose avevano iniziato a cambiare dopo la caduta di New New York e la pubblicazione degli archivi alleati.

- Dimmi dei Sandmore.

Paul Sandmore era stato l’ultimo Presidente degli Stati Uniti. Sua moglie, Mary, amministrava una finanziaria a New New York, così grande e potente da controllare il destino economico di interi continenti. Un flusso immenso di denaro, partecipazioni azionarie in tutti i grandi marchi europei e statunitensi, un network di industrie, scuole, coltivazioni.

Un sistema di sfruttamento brutale attraverso lunghe serie di sub-appalti, partecipazioni, accordi aziendali e politici, il tutto sostenuto dal potere militare e politico degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, legittimato dal fondamentalismo religioso protestante (che ne veniva generosamente ricambiato con denaro e poltrone) e dall’ideologia del capitalismo occidentale.

Pochi giorni prima dell’armistizio di Denver, erano spariti.

 

L’Unione e le altre potenze vittoriose avevano deciso di organizzare un grande processo all’oligarchia occidentale sconfitta. Era necessario che la popolazione civile dell’Europa  e del Nordamerica occupati sapesse e capisse. I primi processi si erano svolti ad Ottawa e a Strasburgo. Ma alcuni dei maggiori responsabili erano già stati uccisi. Altri erano fuggiti in lontane nazioni neutrali, come quelle della Siberia e dell’Oceania. Molti erano stati catturati nei piccoli cantoni dove sopravviveva la scarsa popolazione superstite dell’Australia. L’Unione e l’Indonesia avevano lanciato un grande piano di sviluppo per quella povera gente, che pur essendo in maggioranza di origine europea e di cultura occidentale, aveva ben pochi motivi per amare il sistema che li aveva condotti alla catastrofe.

Era stato lo stesso popolo australiano a consegnarli, e chiedere l’estradizione dei loro vecchi dirigenti espatriati in Gran Bretagna.

Ora, le Mukhabarat dell’Unione Afro-Asiatica erano impegnate a dare la caccia agli ultimi criminali di guerra, nascosti nelle poche nazioni occidentali sopravvissute al conflitto, come l’Islanda e la Nuova Zelanda. I Sandmore erano i pezzi più grossi, gli Eichmann e i Beria dell’Olocausto capitalista.

Secondo le prime stime, l’apparato di sfruttamento capitalistico occidentale aveva sacrificato al suo profitto, negli anni del collasso ecologico e in seguito, dai trecento milioni al mezzo miliardo di vite. Si era trattato, dicevano gli archivi di New New York, di una politica deliberata. Durante la guerra, l’Occidente aveva usato metodi bellici così spaventosi che alla fine gli stessi generali dell’Esercito degli Stati Uniti si erano ribellati con le loro truppe consegnando le armi agli invasori africani e messicani. Ma Paul Sandmore aveva già usato il potere tremendo dell’atomo contro le città dell’Africa, dell’India e del Brasile.

In Europa, negli ultimi disperati anni di guerra, la popolazione musulmana ed ebraica era stata chiusa in ghetti e massacrata. Mary Sandmore era ritenuta responsabile di questa scelta. Mentre il marito aveva potere solo in America, le sue aziende dettavano legge al mondo intero.

- Sono riusciti ad arrivare in Islanda dal Canada, un mese dopo l’armistizio. Devono essere riusciti a passare la frontiera e avevano dei passaporti falsi islandesi. Questi. – Nawalou mostrò a Lise le fotocopie. - I dati biometrici corrispondono. Si erano travestiti, è ovvio, ma non così bene. Un’anziana coppia islandese che lasciava il Canada per trascorrere in patria gli ultimi anni.

Le autorità d’occupazione musulmane in Canada non avevano avuto motivo di preoccuparsi. Nella confusione dell’immediato dopoguerra, sai…

Non sapevamo che fare. Avevamo conquistato due continenti pieni di una popolazione sconfitta ed ostile, educata ad odiarci e spaesata da un mondo a cui non erano preparati.

- Non avevo mai pensato che l’Occidente potesse crollare così, nemmeno che esistesse un’altra possibilità. Perfino per noi, che siamo stati risparmiati, tutto questo non ha ancora senso. Vivere in un mondo in cui sono l’Islam e l’India a… scusa, ti ho interrotta.

E’ che sei così…

- … Disturbante?

- Forse.

- Puoi pensarmi, Lise? Non dico capirmi. Pensarmi. Trovare per me e per il nuovo mondo un posto nell’ordine delle cose. E’ successo. Qualcuno l’ha voluto, ma non io. E nemmeno tu.

- Forse, io sì.

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categoria:donne, racconti, letteratura, fantascienza
sabato, giugno 02, 2007

L’agente dell’Unione era una donna. La cosa sorprese Lise, che pure aveva visto in televisione le immagini dei battaglioni di donne velate di nero combattere strada per strada i resti dell’esercito alleato a Washington. Era alta, e negra. Lisa non aveva mai visto un nero africano in carne ed ossa. Portava un cappotto pesante, verde, e un velo bianco stretto attorno alla testa. Sorrideva; il suo viso appariva giovane e radioso.

- Devi essere Lise Karlsdottir- disse in inglese – Mi chiamo Nawalou Diata Wakan.

- Piacere… sì, sono io.

- Molto bene. Dovremo lavorare insieme, Lise. A me piace considerare le persone con cui lavoro dei compagni, e ho bisogno di potermene fidare. Se sei d’accordo, credo che la cosa migliore sia conoscersi.

- Ecco… direi di sì.

- Allora, indicami il ristorante più vicino. Halal, se in quest’isola ne esistono…

- Non ci sono molti musulmani in Islanda, ma qualcuno sì. Andiamo, ho la macchina.

 

Era un piccolo locale alla periferia sud di Reykjavik, gestito da una coppia di origine libanese. I prezzi erano bassi per gli standard islandesi, ma Nawalou fece un fischio quando li vide. – Se non erro una corona corrisponde a circa mille dirham dell’Unione; con queste cifre ci compreresti una casa, in Guinea!-

- Sei della Guinea, quindi?

- Buona domanda. Ora vivo a Ottawa, dove c’è il Comando Settentrionale dell’Unione . Sono nata in Francia, i miei genitori venivano da un villaggio sul confine. Forse era in Guinea, forse in Mali. Comunque la mia famiglia non aveva i documenti in regola, quindi ci hanno rispediti a Conakry quando avevo una decina d’anni. Nel frattempo le cose in Guinea, anzi in tutta l’Africa, erano talmente peggiorate che non si poteva far altro che cercare di migrare ancora. Sai, la Grande Fame. Liberia, poi Costa d’Avorio, Ghana, infine Nigeria. Ma quando mi trasferii a Benin City, quei nomi non significavano più niente. Interi stati come il Niger, il Mali, Ciad e Burkina Faso erano stati praticamente spazzati via dal collasso agricolo, e quelli costieri, dove c’era ancora un po’ di cibo e di terra fertile, erano semplicemente delle etichette sulle uniformi di carnefici intenti alla guerra per bande.

Diciamo che sono Mandinka, africana, musulmana.

Se ti può interessare, mia madre era una Keita.

- Keita?

- Discendente di Sundjata, il primo imperatore del Mali medievale; il padre dell’antica grandezza del mio popolo. Non che importi molto. Sono passati oltre otto secoli  e alcune migliaia di navi negriere, da allora. E tu, Lise?

- Sono vicecommissario qui a Reykjavik. Ho sempre vissuto in Islanda. La mia vita ha ben poco di interessante.

Mia madre era insegnante, mio padre impiegato in una ditta di commercio. Stavamo bene. Ho viaggiato, sono stata in Inghilterra, Norvegia, Danimarca, Italia; i miei mi hanno pagato due mesi estivi in un college a Brighton.  Che vuoi che ti dica… Ho un figlio di dodici anni. Avevo un marito, abbiamo divorziato. Sono entrata in polizia sedici anni fa. Reykjavik è una città tranquilla; di solito mi occupo di indagini su spaccio di droga, furti, qualche omicidio, di solito passionale.

Una vita normale.

- Suppongo che l’idea di catturare due responsabili del più grande sterminio di massa mai pensato esca un po’ dagli schemi della tua vita normale. – Nawalou sorrise - Vita normale, che, ma tu lo sai già, per la mia gente semplicemente non è mai stata che un miraggio, o una speranza.

La tua realtà è l’illusione di miliardi di uomini. Non te ne faccio una colpa. Quello che per te è normale, io l’ho visto, da dietro un vetro, sbirciando nella paura di essere scoperta.

Guardo questo posto, questa città, gente benestante, tranquilla, e mi fa rabbia. Mi fa rabbia che il mio popolo sia privato di tutto questo, sia stato costretto ad una guerra così spaventosa solo per continuare ad esistere.

Per me la normalità è stata un susseguirsi di fughe, fame, stenti e guerre, prima subiti, poi visti. I Sandmore, per te, sono due criminali da catturare. Per me, sono i mandanti di assassini e torture e carestie che sono accadute davanti ai miei occhi. Sono tra coloro che hanno negato un’esistenza “normale” e decente a me e centinaia di milioni di persone come me.

- Tu li odi.

- Con tutta me stessa. Hai mai avuto fame, Lise? Fame vera, e nulla da mangiare, per giorni? E sete? Hai mai lavorato nelle piantagioni di Bingerville?

Sei mai stata costretta e picchiata?

- Quello sì… infatti ho divorziato. A volte usava il mio manganello d’ordinanza.

- Davvero succedeva?

- Quando aveva bevuto, sì. Non se ne parla, ma ti assicuro che ho messo in carcere più mariti violenti che ladri. Compreso il mio… non è stato facile. Per fortuna è tutto finito.

- Anche da noi succede… anche se meno spesso che nella Vecchia Europa. Ho due figli… di uno non so chi sia il padre. E’ stato vicino a Bingerville, appunto, in quella che si chiamava allora Costa d’Avorio, quando lavoravo in una piantagione di soia. La soia veniva venduta negli Stati Uniti, ne ricavavano combustibile e mangimi per maiali. Noi eravamo a disposizione dei sorveglianti. Risalendo nella catena di appalti, il mio lavoro andava ad arricchire persone come Mary Sandmore.

Poi scappai ed arrivai in Nigeria. A Benin City partiva la rotta schiavistica che andava ad alimentare il mercato della prostituzione illegale in Italia e Spagna. Ci dicevano, lavoro, vita migliore. Ma io ero gonfia di rabbia: mi unii al Movimento per l’Emancipazione. Il resto, beh, lo sai.

Il secondo figlio l’ho avuto con un soldato libanese che viveva a Lagos e si è unito alle truppe dell’Unione, siamo stati insieme per tutta la campagna del Sahara. Lui è caduto nella difesa di Tel Aviv.

Gli sciiti del Libano meridionale hanno passato decenni a combattere Israele… eppure lui è morto per difendere lo Stato Ebraico dagli americani.

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categoria:donne, racconti, letteratura, fantascienza, guerra allerrore
sabato, giugno 02, 2007

Cambiamento in questo blog. Inizio a postare questo racconto a puntate, che ho inizato a scrivere un po' di tempo fa e non ho ancora finito. Vediamo se vi piace.

 

"...NELLE VOSTRE TIEPIDE CASE..."

Prima parte

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per un pezzo di pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d'inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.

Primo Levi


Nel Giorno del Giudizio ci verrà chiesto perché non ci siamo ribellati a ciò che non potevamo non vedere. Allora, per difenderci davanti all’Angelo, potremo solo citare il proverbio cinese: “Il punto più oscuro è sotto la lampada.”

Miguel Martinez

 A D.V.


Il commissario Alex Christiansen riappese il telefono.

- Dannazione. Va bene. – Poi rialzò la cornetta e compose un numero interno. – Lise Karlsdottir.

Nel mio ufficio, per favore.-

 

- Commissario?

- Abbiamo una stramaledetta rogna, Lise. Saul e Mary Sandmore sono in Islanda.

- E allora?

- E allora, tanto per cominciare dobbiamo scovarli e prenderli, e secondo, un ufficiale delle Mukhabarat è in viaggio per Keflavik per venirli a “ritirare”. Se necessario, a darci una mano.