venerdì, ottobre 30, 2009
Sto scrivendo una cosa stranissima che in teoria dovrebbe diventare un articolo accademico ma per il momento è un delirio che riguarda Guerre Stellari, Luciano di Samosata, la Guida Galattica per autostoppisti, il Taqwacore e Gilgamesh, con accenni tra l'altro a Batman, Philip José Farmer, l'Odissea, il Silmarillion e Lester del Rey.
Insomma, un casino pazzesco, perché a me le cose accademiche piace farle partire così. Non so se lo leggerete mai, perché in realtà si tratta di una specie di introduzione concettuale ad una cosa un più seria su una novella araba medievale. Adesso siete curiosi, lo so. L'ho fatto apposta, in fondo ho Darth Vader come sfondo del desktop per un motivo, e il motivo è che sono suo figlio e sono passato al Lato Oscuro. Se vi chiedete cosa hanno a che fare tutte queste cose con le novelle arabe medievali:
a) non avete neanche una remota idea di cosa potesse essere a volte la letteratura araba medievale (ma vi giuro che fino a pochi mesi fa non ce l'avevo neanch'io).
b) dovete aspettare che io scriva tutta la nebulosa confusa di cose che mi passano per la testa in forma chiara, che questa nebulosa, trasformata in articolo, venga peer-reviewed, e che venga pubblicata. Ci vorrà più di un anno, siate pazienti.

Nel frattempo però, tutto il delirio introduttivo non entrerà direttamente nell'articolo serio, e diventerà materiale per l'altro articoloide che sto provando a scrivere e che nessuno sano di mente dovrebbe pubblicarmi mai, almeno spero. Quindi posso accennare qualcosa qui, giustappunto perché sono cattivo. Dimenticavo, ci dovrebbe essere di mezzo anche Il richiamo di Cthulhu.

L'idea di fondo è che la fantascienza è il mito della modernità tecnologica. Non è un'idea mia, ma di Joseph Campbell che in fatto di miti ne sa sicuramente molto più di me ( e che può invocare a supporto gente come Eliade e Jung; non mi risulta che nessuno dei due abbia affermato espressamente una cosa del genere, ma posso affermare che sarebbe perlomeno sensata nella teoria generale di Jung sul mito. Su Eliade non sono affatto sicuro). D'altra parte c'è Lester del Rey che sostiene che il mito (in particolare Gilgamesh e l'Odissea) sia fantascienza antica, il che mi sarebbe parso una madornale cazzata, prima di scoprire che esiste una cosa chiamata fantascienza babilonese, scritta da un genio di nome Ted Chiang.

Ted Chiang è a mio modesto avviso una delle cose migliori che sia mai capitata alla fantascienza, forse la più importante più o meno da quando è uscito La notte che bruciammo Chrome di Sterling e Gibson, anche se concedo alcune eccezioni. Ad esempio c'è un racconto di un certo Chris Lawson (di cui non so assolutamente nulla) che s'intitola Scritto nel sangue, del 1997, e che non posso dire che è bellissimo perché "bellissimo" è riduttivo. Esistono cose in letteratura di fronte alle quali il superlativo assoluto non basta più. Ecco, Scritto nel sangue di Lawson e la raccolta Storie della tua vita di Chiang sono alcune di queste cose.
La raccolta di Chiang è davvero oltre. Se vi piace la fantascienza, fidatevi di me. Leggetela. Punto. Spacca al quadrato. Ripeto, fantascienza babilonese. Grazie, Roseau.

[Adesso arriva Selene che giustamente mi fa notare un sacco di libri di fantascienza strafighissimi che non conoscevo e mi fa cambiare idea.]

In attesa di Selene, al mia opinione è che Ted Chiang sembra come Asimov, Heinlein e la Guin messi insieme, e non è facile farmi dire una cosa del genere.
Ad esempio, per dire, Lester del Rey è autore che apprezzo abbastanza, ma di recente ho letto un suo romanzo (presumo che si trattasse di un juvenile malriuscito) che s'intitola Destinazione Luna, e che naturalmente oggi è invecchiatissimo, ma io sono relativamente abituato a cercare di mettermi dal punto di vista del lettore americano del 1955.
E no, non funziona neanche da quel punto di vista, e il motivo lo spiega Heinlein ne i Cadetti dello Spazio, che è uno juvenile appena meglio riuscito (e comunque una delle cose meno buone di Heinlein, tra quelle che ho letto).
Un ragazzino adolescente paranoico che ruba una nave spaziale per arrivare sulla Luna prima del "nemico" (nel romanzo di del Rey non sono proprio i sovietici, ma gli assomigliano quanto basta) e che sulla Luna rischia di morire per mancanza di provviste obbligando a fare una spedizione internazionale per salvarlo, bè, no, non può essere un eroe. E tantomeno il pilota spaziale già designato per la prima spedizione lunare che ruba un'altra astronave e parte prima che si apra la finestra di lancio per andare a salvarlo (ottenendo come risultato di essere il primo cadavere sulla Luna).
Ecco, chiarito questo punto, l'Undicesimo Comandamento resta un capolavoro e For I Am Jealous People (mi rifiuto di citarlo col titolo italiano) anche.
Comunque del Rey ha scritto in un articolo che l'epopea di Gilgamesh è la prima opera di fantascienza, il che mi sembra di una pretenziosità immane anche tenendo presente Ted Chiang. Ma si può partire da qui per cercare di capire alcune cose interessanti su mito e fantascienza (e fantasy, secondo me), ed è una delle cose che sto provando a fare.
Dall'altro lato, sapete tutti  che i Jedi di Guerre Stellari sono una religione realmente esistente, e quindi qualcosa al fondo deve starci.
Se poi sia materia per gli studi letterari o per la psicologia clinica, lo saprò tra qualche anno.

Ecco.

Comunque, volevo dire:

mercoledì, ottobre 21, 2009
Interrompo il silenzio-post solo per ricordare ai numerosi appassionati di SF tra il lettori di questo blog, che UKLG compie 80 anni. E che, ravanando un po', ho ritrovato la bellissima intervista da lei rilasciata nel marzo scorso a BBC 4 in previsione del suo rotondo compleanno. Non è la solita, malinconica, coccodrillescha intervista di bilancio e di prossimo congedo di molti grandi a fine carriera. Al contrario: è appena uscito negli  States un suo  libro storico, un qualcosa che potrebbe leggere persino il mio eminentissimo genitore. Ascoltate questo file audio.  Godetevene ogni parola.
lunedì, settembre 07, 2009
E' con grande piacere che appongo il banner, in questo syto, degli amici di Spiritolibrario.

Già a luglio mi avevano fornito ben tre chicche di Heinlein.

Nel loro sito, trovate molta fantascienza rara e una virtù preziosa: cura, passione per la ricerca e competenza verso ciò che si vende e si  colleziona.

Cliccate sulla carrozza, anche solo per curiosità. Hanno tantissime prime edizioni e tantissimi, mai abbastanza rimpianti, volumi delle edizioni Nord, collana Cosmo Oro.

E da oggi, sono pure su Facebook. Cercateli!

postato da: roseau alle ore 16:09 | Permalink | commenti
categoria:cultura, donne, letteratura, fantascienza, buone notizie, informazione
lunedì, settembre 07, 2009
Sembra essere una notte perfetta, questa. Il caldo dei giorni scorsi è cessato e Radio 3, d' infilata, sta trasmettendo le migliori registrazioni della Petite Bande di Sigiswald Kuijken: Bach, Rameau, Haydn.

Ho appena finito di leggere Dissipatio H.G. di Morselli. Noto con piacere di non essere stata la sola ad ipotizzare una trasposizione filmica. Guido Schittone immaginava, tanti anni fa,  una sua direzione affidata a Michelangelo "da Ferrara" Antonioni. Devo dire che no, non sono poi così d' accordo. Per trasporre sullo schermo, in quegli anni Settanta l' opera postrema di Guido Morselli, ci sarebbe voluto, secondo me, un regista attento a quella che Morselli definisce la "vischiosità delle cose": vischiosità affettiva, si intende. Un quadernino appena iniziato, un vinile con una sonata di Albinoni, il vassoio della colazione preparato, con ruvida amorevolezza, dai propri pastori di malga assunti ai cieli (o volatilizzatisi), in una notte di fine primavera.

Ci sarebbe voluto un regista come il Bolognini del bellissimo La prima notte di quiete.

Morselli è però ironico, quasi sorridente nel descrivere la serena disperazione dell' ultimo superstite dell' umanità. Fa coincidere la scomparsa in toto della popolazione mondiale con il suicidio rinviato del protagonista, suggellato da una micidiale craniata contro l'imbocco del pozzo-caverna dove aveva deciso di annegarsi. Morselli è uno scrittore della catastrofe, come giustamente lo rubrica Francesco Muzzioli : contempla la propria condizione irreversibile dal fondo dell' apocalisse, ma non è mai cupo. In quest' opera, si permette anche giochi di parole, espliciti o taciuti H.G. come humani generis, certo, ma anche come Hausgericht, la città dalle 25000 abitazioni e dalle 7000 filiali bancarie dissoltasi nel corpo dei suoi satolli in una notte. Oppure come H.G. (Wells) . Me lo faceva notare Falecius. Il tempo si è fermato. Morselli fa considerazioni, a mio avviso, assolutamente esatte sull' ego in liquidazione di chi è destinato alla solitudine:

Prendo alle pp. 143 e 144 dell' edizione Adelphi, del 1977:




"E dunque, perché ex-uomo, adesso,  dal 2 giugno in qua?

C'è l' interpretazione ovvia, del tipo: esigenza vitale del contesto sociale, delle trame interpersonali, e conseguenze della loro scomparsa. -Erano i verbalismi-gelatina del sociologismo, e li scarto subito, per tastare un' interpretazione diversa: l' uomo sarebbe cessato come, e quando, è cessato il tempo.

Si suppone che, abolito il tempo, l' uomo perda la sua consistenza. E' un supposto che sa di 'philosophaillerie', però non lo respingo a priori, non è una banalità. Ma intanto, per quale ragione il tempo è abolito e s' inaugura un anno-zero destinato a restare sempre zero? E' un' impressione che io ho avuta, a volte, dopo il 2 giugno, ma il fenomeno resta da spiegare. Se il tempo è forma del senso interno, finché c'è un 'senso interno' , ossia un individuo cosciente, ci dovrebbe essere anche il tempo.

Una spiegazione poetico-teologica la tenta Dostoevskij (sic) nei Demoni. La mette in bocca  ad un suo personaggio, certo Kirilov, se ricordo bene; che dice 'Quando l' umanità sarà arrivata alla felicità vera, non esisterà più il tempo. Il tempo infatti sarà superfluo' . I cari estinti, sono arrivati alla felicità vera?Se lo meriterebbero, poveretti. "




Significativo, che in un universo divenuto improvvisamente ostile , dove i confini si annullano e l' essere senziente è confuso e abbacinato, come nel mondo gelido del ciclo lessinghiano di Canopus, o nel buio, lento mondo coperto di neve dell' Ecumene della Le Guin, anche il genere dell' individuo diventi labile. Gli sfortunati personaggi di Un luogo senza tempo perdono, via via, i loro caratteri sessuali: i seni rientrano nel corpo, li genitali si rattrappiscono fino a sparire nei ventri, e braccia rinsecchiscono come quelle di un impubere o, che poi è lo stesso, di un morto, incapace di generare e di perpetuare l' esistenza dei suoi discendenti e la propria, le barbe si coprono di fiori di ghiaccio. Gli abitanti del pianeta della Mano sinistra delle tenebre, invece, entrano in kemmer (estro sessuale ermafrodita) con puntualità. Ma il tempo, anche se tremendamente rallentato, su Gethen, esiste ancora: Lady Ursula si premura di darci, alla fine del romanzo, delle tabelle di conversione tra tempo getheniano e tempo terrestre; le gonadi getheniane sono perfettamente regolate sui tempi planetari, sensibilissime ad ogni variazione di luce o temperatura. Cosa che non avviene per i morituri di Canopus: si trovano a fronteggiare un' emergenza; i getheniani, invece, è da tanto che vivono così. Da quando una genìa opportunamente modificati di umani cominciò a popolare l' Ecumene e le sue colonie più fredde, come Gethen, appunto.

L' anonimo superstite di Dissipatio, non sente più obblighi verso sé stesso, perché non ci sono gli altri a cui si deve decenza, rispetto, disponibilità al dialogo e agli obblighi del viere civile. Quegli altri in cui ci si specchia. Indossa dessous femminili con la massima naturalezza, perché ben si adattano alla sua pinguedine. Non conosce altre necessità che quelle legate alla mera sopravvivenza. Mangiare, bere, espletare le proprie funzioni corporali. Eros e thanatos vinti per sempre: non ha pulsioni sessuali, perché il naturale oggetto del desiderio (la donna: il protagonista, nonostante il suo grottesco travestimento, che adatta solo per star comodo, era eterosessuale) scompare assieme all' altra metà del cielo. Non si vuole più suicidare, né tantomeno morire di cause naturali perché:



"...il suicidio richiede un destinatario o dei destinatari. Qualcuno che noi decidiamo di punire, o viceversa di ammaestrare (vedi: Bruto). Non avendo destinatari, non posso più uccidermi, come non posso più spedire telegrammi."




e



"La mia non è un' esistenza larvale. Non sono uno spettro che beve cognac Dos Hermanos o un cadavere che fuma tabacco Capstan (Navy Cut) in una pipa, ma non sono più me stesso, neppure quel poco che ero. Sopravvivo grazie a non si sa quale artificio. In una campana pneumatica, o sotto una tenda a ossigeno.  Privato della mia identità, e per colmo di stranezza, capace di ricordarmela."



Dissipatio
, dove il protagonista vive in perenne attesa di un' apocalisse mancata, differita sine die, è una distopia, e, a mio parere, tra le più belle. Le utopie, per sussistere, hanno sempre bisogno, se non di una palingenesi, di un progetto di vita alternativo, di un' ipotesi di società differente, anche se in nuce spaventevole o coercitiva.

Qui avviene esattamente il contrario:



"In altri tempi, prevedevo a breve scadenza una solidarietà necessaria fra gli uomini di ogni razza e residenza (la chiamavo 'socialidarietà', socio-solidarietà, remota dall' umanitarismo e dalla charitas), che il restringersi dello spazio avrebbe imposto al Pianeta dell' Economia, mettendo fine al vuoto sermoneggiare di amore e di pace su basi mistiche e giuridiche. Questo, molti anni fa, e sonostato debitamente deluso. Del resto, nessuna socialidarietà sarebbe bastata a farmi accettare Crisopoli. E dunque perché mai l' accetto ora. Un caso di 'self-coercion', ignara o quantomeno immotivata? Che si ridurrebbe a sottospecie dell' atto gratuito. Un' inconsulta deriva della barchetta di carta, venuta a Crisopoli per affondarvi."




Poi  la liturgia dell' opera. Non so se Morselli fosse personalmente credente, ma il suo superstite sembrerebbe esserlo: fa considerazioni teologiche puntuali e colte, cita Agostino, Salviano, San Tommaso. Si indigna per la densità di banche poste ad insidiare e ad invadere lo spazio del sacro, come mercanti nel tempio, nota la stridente contraddizione tra la permanenza del sacro, svuotato della sua connotazione di ecclesia pauperum e ridotto a mera testimonianza architettonica, a guscio vuoto, e l' immarcescibilità della risorsa aurea, del denaro contante che persino in absentia trabocca da banche deserte e caveaux.

Nonostante il superstite fosse, credo, toccato, dall' ingombrante dubbio della fede, dal disperante dono che costituisce, e forse proprio per questo, si balocca con la morte, intessendo una sorta di mutuale autoerotismo coi suoi strumenti:




La soluzione finale, liscia e pulita, facile, l’avevo a portata di mano. Sono andato a prenderla, la mia ragazza dall’occhio nero, mi sono ridisteso sul letto con lei. Ho premuto la bocca sulla sua, a lungo. L’ho sollecitata col dito, una prima volta. Non abbastanza a fondo. E una seconda volta, sempre con la bocca sulla sua. Non la terza, perché d’un tratto l’ombra mi ha avvolto. E la quiete”.


Più avanti: “Quella notte (mi dico), tornando dalla grotta del Sifone; la ragazza dall’occhio nero, la browning 7 e 65, l’avevo vicina, quando mi sono coricato. E so che poi ho premuto il grilletto. È un’arma che non s’incanta.

         L’ho puntata bene?


         Me la sono puntata alla bocca. E la mattina c’era una chiazza di sangue,  sul cuscino.

         Ma i morti non vedono se stessi, il loro stesso sangue che hanno versato.


         Chi lo garantisce, che i morti non si vedano?"


Morselli , al contrario , non aveva tempo da perdere coi titillamenti alla ragazza dall' occhio nero.

Un secco comunicato alla questura:  non ho rancori. E poi il buio.

Ma già aveva avvertito, una quindicina di anni prima:

"
Tutto è inutile. Ho lavorato senza mai un risultato; ho oziato, la mia vita si è svolta nella identica maniera. Ho pregato, non ho ottenuto nulla; ho bestemmiato, non ho ottenuto nulla. Sono stato egoista sino a dimenticarmi dell’esistenza degli altri; nulla è cambiato né in me né intorno a me. Ho fatto qualche poco di bene, non sono stato compensato; ho fatto del male, non sono stato punito. Tutto è egualmente inutile".


venerdì, luglio 24, 2009
Andrea Di Vita mi fa notare come il lettore medio della fantascienza negli anni '50 fosse, oltre che ragazzino, brufoloso e sottraente gli spicci della paghetta all' insaputa dei genitori, anche un terribile smanettone. Una pubblicità della Scuola Radio Elettra su ogni copia dell' Urania. E infatti. (Oh, non ridete, ma io, donna a quasi trent' anni sonati, ho smanettato che manco un ragazzino alle prese con diodi e valvole per caricare queste foto. E Roseau scoprì lo scanner. Ce lo avevo senza saperlo da quattro anni e non l'ho mai utilizzato).

Ma gli Urania, probabilmente, assolvevano anche al compito di colmare (con risultati tra il comico e il patetico)  una delle maggiori carenze della formazione culturale dei giovani. Non è mica un caso che gli studenti italiani delle scuole medie di primo e secondo grado siano oggi i peggiori in matematica e in genere, in tutte le materie scientifiche, rispetto ai loro colleghi europei. E certo non è colpa degli Urania di un tempo, che oggi provocano, in chi li legge, la stessa languorosa, nostalgica e un po' intenerita curiosità di chi si accosta alle pagine espressionistiche dell' Enciclopedia Conoscere che sfogliava da bambino.

Almeno, cinquanta anni fa, fatta la tara al tono pedagogico e semplicistico o benpensante degli Urania o della Conoscere, un tredicenne proveniente da una famiglia culturalmente non avanzata, si poteva accostare alla scienza potendo ragionevolmente sperare di capirne qualcosa.

Quando ero bambina io -venti anni fa, anche di più- esisteva un bellissimo mensile, Airone. Aveva le foto smaglianti della National Geographic e un certo tono professorale negli articoli. Ma era dettagliatissimo. Si può dire che quel -poco- che ne so di botanica l'ho imparato sulle sue pagine patinate, più che sui libri di botanica, scritti un secolo fa da qualche satollo monsignore, e custoditi tra gli scuri scaffali della biblioteca della mia scuola.

Adesso Airone è un bric-à-brac di articoli scopiazzati e mal tradotti da una ventina di riviste, perlopiù statunitensi, e fa il verso a quell' immane contenitore di fuffa pseudoscientifica  che è Focus *.

Parallelamente alla decadenza dell' editoria di divulgazione scientifica, è andato scemando l'  interesse di massa per la fantascienza. Un tempo gli Urania uscivano settimanalmente, poi quindicinalmente. Ora mensilmente, e ogni tanto escono le serie speciali, tipo la collana Millemondi -per inciso, l' uscita Millemondi di luglio 2009, è, a detta di Falecius, una figata autentica. Sempre sia ringraziato il mio bravo edicolante sotto i Portici del Grano, che per passione personale continua a tenere in edicola i bianchi libretti.

La fantascienza è, ad oggi, un fortino assediato dalla fuffa della letteratura para-postscientifica o medical, condita da abbondanti spruzzate fantasy niueigg'.

L' unica nota positiva, è che chi ne parla, o ne legge, oggi lo fa con piena cognizione di causa dell' importanza culturale -non più letteratura da ragazzini, accompagnata da non sempre riusciti intenti divulgativi- del genere. Forse, il ruolo della fantascienza, oggi, è duplice. Ipotizza scenari possibili come sempre, ma è presa molto, molto più sul serio da chi vi fa ricerca, perché spesso, chi ne scrive, fa anche ricerca in quei campi. E, dall' altra parte, gli scrittori, anche se non necessariamente scienziati, divulgano meglio di un tempo lo stato dell' arte. Penso ad un racconto di Larissa Lai, grottesco, intitolato Io amo il fegato, dove una ricercatrice elabora un programma in grado di far scrivere biologicamente ad un computer i codici genetici di un organo vitale. Oggi non converrebbe più scrivere sulla quarta di copertina dell' Urania che un certo scrittore cominciò a scrivere quel racconto quando le ricerche nei campi da lui narrati erano di là da venire, come è accaduto in quel dicembre del 1957, per edizione italiana di Destinazione Luna.

Chi ha introdotto il racconto di Lester Del Rey, ha sottolineato quattro volte in poche righe come quando Lester del Rey scrisse questo suo "Destinazione Luna", nessun satellite artificiale gravitava ancora nell' orbita della terra.

Trovo commovente -e romantica- la passione di Falecius, nato nel 1983, per un genere in recesso. Mi avverte, mentre sto scrivendo questo post, che sta leggendo un thread sullo stato della fantascienza in Italia, dove qualcuno conclude il discorso con queste parole:

"Non riconoscerebbero un capolavoro nemmeno se glielo facessero mangiare".

Non è sempre così, e per fortuna.

Aspettate che, oltre che SITS, Falecius grokki Storie della tua vita di Ted Chiang...


*Come farà mai il geniale Andrea Biavardi a dirigere con lo stesso stile e con lo stesso piglio intrepido tre riviste tanto diverse tra loro, io non lo so. E' un mistero da fantascienza. Certo è che sulla rivista sulla cui copertina campeggiava, un tempo, la Panthera tigris Sumatrae oggi campeggiano spesso due belle (?) pvppe siliconate... In fondo, è natura anche quella.

giovedì, luglio 23, 2009
Ok, ok, ho letto "Straniero in Terra Straniera" di Heinlein. Ci ho messo un pomeriggio e la mattina dopo. Ora però devo grokkarne la pienezza.

postato da: falecius alle ore 15:54 | Permalink | commenti (5)
categoria:il senso della vita, fantascienza, buone notizie, mondi possibili
giovedì, luglio 23, 2009
Stamattina avevo appuntamento con la signora Sonia, appassionata di fantascienza e  curatrice del sito Spiritolibrario. Già a Natale, avevo trovato da lei per Falecius un pregevole Massimo, datato 1984, contenente i tre romanzi di Heinlein Universo, Fanteria dello Spazio e La luna è una severa maestra.

Come al solito, la consegna dei libri è avvenuta al Centro Torri, su su a nord di Parma, in realtà non distantissimo da casa mia, ma raggiungibile in maniera indaginosa, specie se non si ha l' auto -non so guidare- e se stanno facendo sempiterni lavori di manutenzione stradale.

La mattina è partita bene: ho preso al volo l' 8, poi ho aspettato pochissimo il 13.

C'è stata una lunga deviazione. Panico. Il bus ha imboccato la tangenziale! Via San Leonardo è interrotta per lavori e la consueta fermata del bus è spostata dietro il centro commerciale, in via Paradigna. Mi sono accodata a una signora che borbottava per il cantiere perenne parmigiano. Ho paura ad attraversare gli incroci senza semaforo da sola; Parma è stata molto ossequiosa delle normative europee nel sostituire i semafori con decine di rotonde e gli automobilisti, mediamente, quando vedono un pedone, accelerano. Ma ho trent' anni, e un po' mi vergogno di questa cosa. Sento, tuttavia, che sparirà, a breve, tra qualche anno, quando attraverserò un incrocio tenendo per mano un Alienino Falecio. O, a sensazione, il suo corrispettivo femminile dal crine blu.




Sono stata molto soddisfatta degli acquisti, e ho deciso di farmi un giro in via D' Azeglio.* E' giovedì, c'è il mercatino dei libri usati. Di solito gli Urania li portano a richiesta, ma già in edicola, quella di piazzale Corridoni, vicino al ponte, ho trovato un fichissimo racconto lungo di Lester Del Rey, Destinazione Luna, uno dei primi Urania, datato 1957, quando ancora il direttore della collana era Giorgio Monicelli, fratello del regista Mario e massimo divulgatore della fantascienza in Italia. Il romanzo, pagato veramente poco per la sua "antichità", 1,80 €, deve essere di una ingenuità disarmante.

Ma ancora più ingenua, male-oriented e vellicante ogni più recondito desiderio maschile di autostima, è sicuramente questa pubblicità, presente nella controcopertina posteriore di Destinazione Luna:




Forse che si dava per scontato che il lettore medio di fantascienza, oggi come allora, è basso, grasso, antiatletico, miope e peloso? **

A me stupisce molto di più notare che, più di cinquant' anni fa, la fantascienza fosse considerata un genere letterario con un pubblico prevalentemente maschile, anche e soprattutto da case editrici -allora- piuttosto progressiste.

E allora, caro Andrea Di Vita, perché rilevare OGGI se Starman Jones può sembrare maschilista o meno?

Certo che lo potrebbe sembrare. Quella era la mentalità, quello era il pubblico dei lettori che, nel 1953, in pieno maccartismo, durante anni ipocriti e puritani per gli Stati Uniti, la condivideva.

Ma Heinlein scrive, soprattutto, un bel romanzo di formazione. Gli ho dato una scorsa, e, francamente, mi rammarico un po' di avere altre cose da fare che leggermelo d' un fiato.

Anzi. Per non cadere in tentazione,  lunedì lo spedirò a Falecius, il quale è pregato di dirmi dove desidera riceverli, o se preferisce averli da me brevi manu, quando ci vedremo. Nel frattempo, attendiamo tutti la recensione di SITS.




*In via d' Azeglio ho acquistato anche Imboscata alla città (lo so, il titolo è orrendo, tradotto in italiano), di Mack Reynolds, e un numero di Galaxy del 1959, contenente un racconto di Clifford Simak, Creature.

* *Ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale... ;)
domenica, luglio 19, 2009


La Fanucci l'ha finalmente ristampato, per fortuna ( e forse anche un po' per nostra insistenza). Dato che risulta essere un capolavoro, la cui presenza nelle librerie italiane è assolutamente auspicabile, ne siamo assolutamente entusiasti e siamo corsi a prenderne possesso, ringraziando Fanucci.
Farò sapere appena l'avrò letto.
sabato, giugno 13, 2009
Ed ecco un' invenzione che potrà candidarsi a buon titolo all' Ig Nobel. Dopo il pop corn da microonde, iattura maleodorante  di ogni multisala in cui difetti un' adeguata ventilazione, ecco la pasta precotta da cinema. Lo so che è demenziale solo l' idea. Un bel respiro. Ripeto. Pasta. Precotta. Da cinema. Servita in un festosissimo bicchierone  blu, che l' articolista si premura di descrivere grande "come i 250 cc della Coca".

Vorrei sapere dove stia l'innovazione in questo preparato, rispetto alla pasta surgelata precotta da preparare saltandola quattro volte in padella. E, soprattutto, a chi caspita pensano di fare concorrenza.

Al kebabbaro, contro cui il sindaco di Parma, come altri in Italia, sta conducendo una patetica e stupidissima crociata "per la tipicità" fuori tempo massimo? Chi va dal kebabbaro non ha né molti soldi da spendere nei ristoranti -a Parma pretenziosissimi- del centro, né molto tempo da dedicare alla preparazione di pietanze fatte in casa. Il cibo take away, storicamente, ha contribuito ad alleggerire molto la percezione della fatica del lavoro domestico alle donne dei paesi arabi, che dedicavano meno tempo a cucinare e maggior tempo a sé. Il marito portava loro le pietanze che qualsiasi cuoco fast food di qualsiasi mercato vendeva, destinandole all' asporto. Poi, questo tipo di pasta non salvaguarda certo la tipicità del piatto nazionale italiano, facendone invece una parodia. Non  spenderei troppe lacrime su questo punto (chi mi conosce bene sa quanto poco sia nazionalista anche in cucina) , non fosse altro che il piatto, per cuocere così alla svelta, debba essere pieno di additivi.

Ai venditori di pizza al taglio, al fritolin veneziano che ti serve lo scartosso de pesse nella apposita cartapaglia, ai panellari siciliani, venditori di frittelline di ceci e pani ca' meusa (milza di agnello appena appena salata, spruzzata di succo di limone e adagiata caldissima sulla vastedda aperta), ai venditori di arrosticini abruzzesi o ai trippajoli di San Lorenzo, a Firenze? Se c'era un motivo per cui, come giustamente mi faceva notare Marco, il panino o quello che con orrendo termine fighetto, si chiama oggi finger food, si è diffuso come cibo da passeggio, è stato quello economico, legato agli involucri. Un panino costa poco e non va imballato che in un tovagliolo. Lo scartosso de pesse o le olive ascolane possono essere serviti in un cono di cartapaglia. In una situazione di penuria di idrocarburi è semplicemente demenziale utilizzare plastica per le confezioni di questa pasta pronta in un minuto. Marco dice che devo ringraziare Darwin se questo prodotto , come prevediamo (e speriamo) non sfonderà, né occuperà segmenti di mercato significativi. L' idea cattiva non sopravvive alla selezione naturale.

A McDonald's, che, paradossalmente, appare essere più tipico di questa pasta innominabile? Il cliente medio di McDonald's -ammesso che esista un cliente medio- si aspetta, ragionevolmente, di mangiare lo stesso Big Mac uguale a sé stesso a tutte le latitudini del pianeta, rispettoso di uno standard pur sempre riconoscibile come cibo. Marco, per amore di verità e per poter criticare con cognizione di causa ciò, che fino ad oggi, gli sembrava il grado più basso dell' abiezione alimentare umana, una volta ha anche dato un morso ad un paninazzo di McDonald, rimanendone disgustato e trovando più saporito il PVC della cannuccia per suggere la bibita annessa, ma riconoscendo l' hamburger+pane comunque come cibo.

Questa roba non si sa bene cosa sia, ed è inquietante che nasca nella città dove ha sede l' agenzia EFSA, proposta da un' azienda che ha come slogan la casaling(U)ità del cibo, fatto come lo farebbero babbi e mamme amorevoli ai loro pargoli, ma che è in realtà la più grande multinazionale alimentare italiana.

Vi ricordate della pubblicità, in cui c'è un amorevole paparino che lavora per la Xxxxxxx come esperto d'aromi? Idilliaca, vero, l' orticello dei semplici in cui gioca ad indovinare gli aromi una leziosa bimbetta?? Bene, quando aprite il barattolo di pesto alla siciliana della Xxxxxxx, dimenticate tutto questo.

Il pesto è un comune sugo cremoso e rosso-aranciato, fatto di pomodori dalla spiccata acidità, di pochissimo olio d'oliva non extravergine , di un' ombra di basilico, di glutammato (!), formaggio tipo grana padano non bene a prova di D.O.P. al posto della ricotta di pecora e -udite- ANACARDI al posto dei tradizionali pinoli o mandorle.

Il sapore è simile a quello di una salsetta da snack Warner Village, il sale è moltissimo e va da sé che non abbia nulla a che spartire con la ricetta del vero pesto alla siciliana, che vi fornisco qui sotto.

Munitevi di un mortaio capiente e di pestello, meglio se di marmo entrambi.

Prendete, per 4 persone, 28 foglie medie di basilico,  50 grammi di pinoli e del pepe macinato fresco a piacere. Poneteli nel mortaio e aggiungete uno spicchio d' aglio rosso, sbucciato e piuttosto grande. Pestatele bene nel mortaio e, quando gli ingredienti saranno ridotti a poltiglia, aggiungete, a filo, l'equivalente di quattro cucchiai di olio extravergine d'oliva e continuate a pestare. Nel frattempo, avrete sbollentato e spellato quattro pomodori da sugo. Quelli comunemente detti ramati. Privateli dei semi e delle parti bianche filamentose e, intiepiditi, poneteli nel mortaio dove li amalgamerete, col pestello, al resto del sugo.

Quando il composto avrà assunto una consistenza cremosa, appena movimentata dai pezzetti di pinoli, aggiungete due cucchiai rasi di pecorino da grattugia e la ricotta di pecora, circa 150 grammi. Se siete fortunati e disponete della ricotta di bufala, usate pure quella. E' ottima e non così liscia come quella vaccina da supermercato (perfetta per i dolci) né così secca e grassa come quella tipo piacentina (abitualmente utilizzata per i tortelli d' erbetta parmigiani).

Mescolate e assaggiate la sapidità: aggiungete un pizzico di sale se troppo "dolce".

Pasta consigliata: tortiglioni, radiatori, farfalle, possibilmente di Gragnano. E' un errore usare la pasta lunga, tipo spaghetti o linguine che, come si dice in napoletano si "infaloppa" per il sugo troppo denso.  Se non volete spendere un miliardo per comprarvi la pasta di Gragnano, snobbate proditoriamente la pasta Xxxxxxx e comprate la pasta a marchio Coop. La fa un pastaio beneventano che usa trafila al bronzo e acqua di sorgente, e fa essiccare a freddo. Costa in media il 30% in meno della pasta Xxxxxxx ed è molto più buona, e la metà di quella di Gragnano, che è buona uguale.

Esiste anche un' affascinante variazione sul tema di questa ricetta, chiamata "pesto alla trapanese". La ricetta e la preparazione sono le stesse, ma con le mandorle d' Avola - sedici, che avrete sbollentate, spellate e fatte asciugare a circa 50° C nel forno per non più di 8'- al posto dei pinoli e SENZA la ricotta.
giovedì, maggio 21, 2009

Dal Corriere della Sera di oggi:



SCUOLA,  DA MAKIGUCHI A MONTESSORI


Così si fa l’ integrazione


Spesso sono i picco­li episodi che rive­lano i grandi fatti. Che cosa sia diven­tata ad esempio, per tan­ta parte, la scuola giapponese, quale sia il senso co­mune che vi regna, quale sia anzi il senso comune che probabilmente ha già messo abbondanti radici in tutto il Paese, ce lo di­ce quanto è appena acca­duto a Tokio, alla scuola materna ed elementare Maria Montessori. La cui pre­side, con l’accordo unani­me del consiglio d’istitu­to, ha deciso che il nome di Makiguchi non è proprio il più adatto per una scuo­la che accoglie tanti alun­ni non giapponesi, apparte­nenti, come c’informano i giornali, a ben 24 etnie diverse, con prevalenza di olandesi, tedeschi,  francesi, danesi e, last but not least, italiani . I giapponesi sono da sempre un' esigua minoranza in questo istituto.


La Montessori: avete presen­te? Ci hanno fatto anche una fiction su Canale 5. Un’ utopista, con la testa piena di idee inizialmente confu­se sulla pedagogia e sull’ inserimento sociale dell’ alunno, un medico –la prima laureata in medicina in Italia- ,  la “vezzosissima medichessa e chirurga” , che si era fissata di fare una scuola per i figli degli operai del quartiere romano di San Lorenzo, ora  territorio della sinistra etnochic, i cui figli ciondolano, al giorno d’ oggi,  nelle birrerie fino all’ alba. Sono studenti di inutili e fumosi dottorati in arabistica, spesso accompagnati da attempate fuoricorso in trasferta, altro che bimbi “anormali”, come li chiamava la Montessori. Perché, diciamocelo, tutto questo politicamente corretto è stucchevole. La normalità è semplice, riconoscibile, pulita. Un figlio di un fabbro, all’ inizio del ‘900 non sarebbe mai potuto essere normale. E anche oggi, è inutile illudere i nostri giovani con false promesse di opportunità di inserimento sociale, col miraggio di una società interclassista e meritocratica. Non a caso, Maria Montessori ha considerato l’ India, col suo rigido sistema castale, come una seconda patria. Ora si è aperta una scuola a lei dedicata in un paese come il Giappone, prono ad un’ etica shintoista dalla quale i giovani hanno, finora, tentato di sfuggire consegnadosi anima e corpo a mode effimere e perverse. Bambine-cantanti erotizzate, giovinetti dalla sessualità ambigua emuli di Mishima, gothic lolitas che hanno tinto le chiome corvine, mortificandole coi colori fluo da fumetto triste.


Un’ italia­na poi, figuriamoci!, a chi volete che interessi? Chi volete che la conosca que­sta Montessori? E invece no: resesi conto dell’ ipocrita e quasi beffarda dedica di una scuola elementare al padre dell’ «educazione cre­ativa », le autorità giapponesi sono corse ai ripari, invocando il nome bonario della pedagogista italiana. E che poi sia italiana non può che fare sicuramente piacere ai tanti alunni asiatici, in specie a quelli cinesi che, come si sa, nutrono per il Bel Paese una sorta di culto, dettato dall’ italian life style e dalle tante griffes italiane che hanno delocalizzato in Cina.


In realtà c’è poco da iro­nizzare su questo Giappone di oggi, di cui i poveri inse­gnanti della ex Makiguchi, alla fine, appaiono più che altro delle vittime. Vit­time di un Paese che ha una venerazione idolatri­ca verso tutto ciò che sa di tradizione e di culto degli antenati, e che solo oggi, dopo la pubblicazione di allarmanti statistiche sui suicidi  in età scolare, non permette più che certe denominazioni mendaci siano affibbiate  a scuole drammaticamente, spietatamente selettive e meritocratiche. Al punto che il sistema d’ esami ai quali erano sottoposti i mandarini del paese eternamente rivale, la Cina, sembri una burletta .


Ci vorranno anni prima che, oltre al nome della scuola, possa mutarne anche l’indirizzo pedagogico. Ma questo è già un primo passo. In un  paese così ipnotizza­to dalle mitologie etiche tradizionali, e in­sieme così abituato a ve­dersi secondo l’immagi­ne a-morale che gli fabbri­cano ogni giorno i suoi tanti disegnatori di profes­sione, da credere che or­mai la propria storia, la propria identità, non vo­gliano dire al mondo altro che efficienza e abnegazione al lavoro, l’ attenzione posta dalla Montessori all’ innata moralità del bambino potrà significare una piccola rivoluzione. Inoltre, in un paese che di fron­te all’immigrazione emargina gentilmente perché l’ occidentale non saprà mai bene la lingua, così graficamente astrusa, così tipologicamente lontana, si è tentato di fare la sola cosa utile che c’è da fare. Cioè cercare di conservare, di continuare a perpetuare la Cultura Occidentale  degli stranieri legal­mente presenti in Giappone, conceden­dogli dunque con larghez­za (larghezza!lo si capisca una volta per tutte) di mezzi uno spazio vitale, fin dalla prima infanzia e rendendoli orgogliosi della propria lin­gua, della propria storia, della propria cultura: prin­cipalmente nella scuola, che di tutto ciò deve, o meglio dovrebbe, essere il simbolo operante. Invece preferiamo arrenderci alla dhimmitude culturale, non solo, ingiustificatamente, nei confronti dei tanti islamici presenti senza troppi titoli nel nostro Paese, ma anche, come i poveri ebrei, cittadini di serie B nell’ impero ottomano, quando portiamo il nostro ingegno e la nostra creatività nel paese del Sol Levante. E con loro la speranza più grande del nostro grande popolo, ingiustamente bistrattato: i nostri figli.


Ernesto Galli Della Loggia



21 maggio 2009




Passate il mouse qui sotto, tenendo premuto il tasto sinistro:

Disclaimer: quest' articolo è evidentemente frutto di un gioco, lanciato dal mio ragazzo, Falecius.

L' autore è la qui presente roseau, al secolo Roberta Amato, la quale è lieta di farsi una bevuta aggratise, da brava fuoricorso attempata, in una delle tante birrerie ed enoteche che frequentiamo le -ahimé troppo rare- volte che stiamo insieme.



domenica, maggio 03, 2009

Non trovo le parole per ringraziare abbastanza Rachel Barnacle per avermi fatto ricordare dei Kurnalcool,  profeti del Vi’ Metal .


Dopo el vi’ roscio de Morro, che tigne, veniamo alla feccia.


I critici si sono pelati le mani  plaudendo ad Amen. Si sono prodotti in lodi sperticate e imbarazzanti per un album che non esce dall’ alveo del pretenziosetto-pseudoimpegnato delle band postrock. Sono dieci anni e più che girano questi giovani (?)  ingrugnati e queste donne un po’ dark, sempre a disagio nella giacchetta di velluto stazzonata, o nel mascara colato, con  un’ eleganza noncurante e inconsapevole. Poi, mio Dio, la spocchia: spocchia citazionista, di quello che “holettotuttobodlèersai”, la spocchia con espressione da hard labour di fronte ai critici scodinzolanti alla Vincenzo Mollica, incapaci di distinguere una loffa di Allevi da una gymnopédie. La spocchia di chi detiene una coscienza politica e per questo è moralmente superiore. Bianconi è insopportabile. L’ occhio verde bistrato di Rachele Bastrenghi è diventato un modello di avatar  per ogni stronza  loggata su Splinder. Non so quest’ album come  caspita abbia fatto a vincere il premio Tenco, a trarre in inganno la miglior parte della Crytica Accreditata® nel nostro paese di vecchi. E a trarre in inganno me, che ne avevo ascoltati solo due brani.


L’ introduzione E così sia, per piano solo, sembra suonata da Yann Tiersen in fame chimica.

E’ seguita da Colombo. Mode sbrocching sull’ Occidente cattivo&consumista: on. Per non parlare della musica: sembrerebbe che Bianconi abbia campionato  alcune canzoni di Battiato degli  anni ’80 e le abbia remixate in modalità casuale.


Charlie fa surf. Dunque. Odiosa fin dal titolo, Bianconi ci vuol buttare in faccia tutta la sua Immensa CvlturaTM: si rifà al nome di un’ opera di Maurizio Cattelan, il più paraculo e fintamente provocatorio degli Artisti Italiani, al punto che solo una benpesnsante tetragona come la Moratti poteva cadere nella sue trappoline. Nasce per essere una hit: riff ridondanti alla FranzFerdinand, inciso banalotto: ci si potrebbe cantare su una canzoncina di cui non voglio ricordare il nome, mi pare di Umberto Tozzi, ha un testo che, solo a riportarlo, provoca potenti attacchi di sciolta:




Mi piace il metal, r'n'b

ho scaricato tonnelate di


filmati porno


e vado in chiesa



E allora, verrebbe da dire? Chi cazzo credono di prendere in giro? I quindicenni omologati, che pur di essere qualcuno, si fanno di tutto, passano attraverso ogni genere musicale e appaiono schizofrenici? Sempre meglio dei Nobili di Montepulciano, che si credono gli eredi di De André sempre Anarchico & Martire, e non sono nessuno. Soprattutto: ce ne fosse uno di quindicenne omologato che, invece di seguire l’ amico tra i venti e trenta che va estasiato al concerto di questi tre fenomeni chiamandoli per nome, pensi “ma quanto cazzo sono fesso a farmi prendere pel culo da un Bianconi qualsiasi”, e gli infilasse quella madonna di synth dove merita.


Ecco poi, il pezzo compunto di tutto l’ album. Il liberismo ha i giorni contati. Sì, accidenti a loro. Quello che mi ha tratto in inganno. Subito ho pensato ma che bello, invece della rima una bella assonanza: ok/ sessantasei.


Mi sbagliavo. Una congerie di luoghi comuni sull’ apocalisse del (mas)turbocapitalismo: la lottatrice continua disillusa e folgorata (nel senso di bruciata) sulla via di Dior; l’ amico ricco che finge di non conoscerla e si fa venire lo scrupoletto posticcio di coscienza su come vende i dischi (ma allora passasse dalla Uòrner all’ etichetta indipendente Radioactive Gooseberry), e, nel finale, il NINTENDO. La nuova ‘ddroga. Orrore. Chitarre retoriche , un iiiii fastidioso prodotto da sarcazzo cosa.

L’aeroplano, affidata  a  Rachele Bastreghi, è senza dubbio la canzone meno malriuscita dell’ album. Il piano in sottofondo è gradevole, i lacerti di chitarra sapienti. Il testo, invece, è fastidiosamente tabuato : sesso e religione, per poi desinare in piscio con un finale da canzonetta da Festivalbar. Il trionfo dell’ aMMore.


Baudelaire raggiunge vertici inarrivati di ruffianeria culturale musicale dessinistra. Tutto ciò che l’ Ascoltatore Impegnato si vuol sentir dire, oplà, i Bausète....ehm, no, i  Baustelle, lo cantano in sei minuti e rotti di  litania: E’ necessaaaario scriiiiivereeee! Baudelaire, Piero Ciampi, Pasolini,  fate l' amore in spiaggia e non la guerra, Gesù e Satana. Saffo e Tenco. E  Dario Bellezza, De André , Jimi Hendrix , Kurt Cobain e il Che ce li vogliamo mettere?


La repràis col synth è da esecuzione sommaria. Senza appello anche la chiusa Oh yeah!


L. Non è da buttare l’ arrangiamento. Anche se saccheggia a piene mani dai Pink Floyd d’ antàn e persino da Mondi Lontanissimi di Battiato. La lirica è sconclusionata: sembra un ultimatum alla terra al raggio verde con intenti pacifisti. Essì, mettiamoci anche Modigliani, che non c’ entra una mazza ma ci sta bene, con quelle facce lunghe.

Antropophagus : il brano ha un sonorità volutamente grezze. Racconta di un senzatetto col solito pietismo di maniera di chi ha la dispensa piena di cibi biodinamici e il culo al caldo l’ inverno. E, intanto che c’è, fa il solito fervorino ai fast food. Originale, eh?


Spero tanto che ci sia un senzatetto obeso da anni di dieta junk food pronto a vomitare sulla soglia del Cantiere di Montepulciano.

Panico!(A.Lee). Niente da dire di questo poppettino molle. Tranne che sono più trasgressivi quelli di PopPorno. Almeno loro non si prendono sul serio.


Alfredo. Vorrebbero fare una canzone antisciacallaggio, prendendo a pretesto la vicenda di Alfredo Rampi, e riescono a plagiare spudoratamente De André. Provate un po’ a cantare sulla melodia per piano di Alfredo Ottocento, del Faber (sic). Che poi cita Pergolesi. Che poi cita Jacopone da Todi, nell’ ipostatizzazione e nel rovesciamento dell’ icona della mater dolorosa.

In Ottocento si ha la mater dovitiosa. In Alfredo la madre, Franca Rampi, la vera protagonista della tragedia di Vermicino, ferma, dignitosa e presente a sé stessa anche nel dolore più atroce, è la grande assente. La presenza fantasma, cancellata ed esorcizzata da fiumi di melassa mediatica e dal solito pietismo per la sorte del povero bambino, che i Baustelle vorrebbero arginare. Annegandovi, invece.


Dark Room : carina, nulla di più. Ma, del resto, sapevamo già che la Bastrenghi avesse una voce non disprezzabile. L’uomo del secolo : inizia come mille altre canzoni, e racconta una storia, uguale a mille altre, di un nonno disertore durante la Seconda Guerra Mondiale. Eroica.

La vita va : cosa c’entrano il moto perpetuo, la felicità raggiungibile a nuoto, il Mondo delle Idee con un prete?



Andarsene così : pensieri rotti di uno che vorrebbe tanto suicidarsi. Ma il gas puzza. Le lame tagliano. Il pavimento è duro. Le pillole possono non funzionare. Le pistole fanno rumore.


E i Baustelle uccidono lentamente. Le mie gonadi. Da quindici anni.
martedì, aprile 07, 2009
So benissimo di aver trascinato oltre ogni ragionevole capacità di sopportazione dei miei lettori il seguito della mia promessa serie di post su Heinlein.
La ragione è che "Fanteria dello spazio" e "La Luna è severa maestra" sono testi che devono essere svelati, nel senso filosofico del termine (sono reduce da una lezione in cui si affrontava il concetto nella filosofia arabo-islamica medievale. Si chiama kashf al-mahjub, e non credo di saper tradurre bene l'espressione in italiano).
Sono cioè testi che non offrono una comprensione immediata ad una prima lettura, e, secondo me, nemmeno ad una seconda. Nel campo della fantascienza, lo stesso vale per molti romanzi di P.K. Dick e per il ciclo dell'Ecumene di U.K. LeGuin (specialmente per "the Dispossessed" e "The Left Hand of Darkness")*, solo per fare due esempi di altissimo livello.
Ah, sono disposto a sfidare a duello (con l'arma che vi pare) chiunque neghi il valore letterario assoluto delle opere di Dick, LeGuin, Heinlein e altri grandi della fantascienza. Se non vi sta bene che la fantascienza sia considerata letteratura di altissimo livello culturale, andate a litigare con l'accademia scandinava che assegna i Nobel**, e poi andate a morire annegati in un lago di merda.

Il problema è che Roseau continua a passarmi cose di Heinlein che non conoscevo (mea culpa, mea maxima culpa), e che queste cose mi interessano, mi affascinano, mi chiedono di essere riflesse e rimuginate a lungo, perfino mi commuovono. Che è il caso di un testo narrativamente debole e concettualmente pesante ed ingenuo*** come "A noi vivi".
"A noi vivi" è forse, proprio perché mai pubblicato a suo tempo (credo sia stato edito per la prima volta una quindicina d'anni dopo la morte di Heinlein) una delle più genuine (e tipiche) utopie mai apparse. Ma il fatto è che, con tutta la sua fiducia quasi infantile (sconfessata almeno implicitamente da scritti successivi di Heinlein stesso) nelle magnifiche sorti e progressive e nelle capacità di un individuo eroico (che in Heinlein è sempre figo, forte e giovane, spesso maschio; ma le società utopiche che lui disegna rifuggono perlopiù la discriminazione di genere e danno quasi per scontata la fine della segregazione razziale****), insomma, con il suo essere inevitabilmente un prodotto del 1939 già invecchiato nel '40 (predice un successo dei repubblicani nelle elezioni di quell'anno, che in realtà sono state vinte dal democratico Roosevelt) "A noi vivi" riesce a commuovermi fino alle lacrime.


*
Entrambi questi testi si trovano in italiano senza troppe difficoltà, ma ho un drastico rifiuto a citare "the Dispossessed" col titolo, a mio parere orrendo, con cui è uscito in Italia.
** Conoscete il ciclo di Canopus di Doris Lessing? No? Allora zitti.
***
Del resto, il primo romanzo difficilmente sarà un capolavoro: perfino il primo romanzo di Dostoevskij era così e così... per essere di Dostoevskij, intendo.
**** L'Idiota Ignorante mi rimprovera giustamente nei commenti per aver scritto "bianco", che era una patente cazzata ed infatti l'ho cancellata.
Tra l'altro, solo nelle ultime pagine di "Fanteria dello Spazio" si scopre che Rico (il narratore protagonista) è filippino. Non so assolutamente se questo abbia un significato, ma sospetto di sì.
lunedì, aprile 06, 2009

Attraverso il Precursore sismico abbiamo potuto riscontrare, in questi 9 anni di studio, che il territorio di L’Aquila è interessato ogni anno nello stesso periodo da uno sciame sismico, non intenso e, per questo, in genere non percepito dalla popolazione. Quest’anno questo sciame sismico è stato più intenso e con delle scosse più forti, che sono state rilevate dalla popolazione. Lo sciame non è un fenomeno preparatorio ad un evento sismico più rilevante, né ha correlazione con grandi piogge o nevicate, come ho sentito dire da molti. E’ un fenomeno normale per una zona come quella di L’Aquila.

I dati ottenuti in questi 9 anni di studi, ci hanno consentito di rilevare un rischio sismico maggiore nel periodo invernale che va da novembre ad aprile. Senza voler banalizzare, ma per semplificare i concetti, posso aggiungere anche che l’attività sismica è strettamente correlata alle fasi lunari. In particolare quest’anno, il sistema Terra-Luna, si è venuto a trovare al Perielio (Punto più vicino al Sole, in Inverno) con la Luna nello stesso periodo alla minima distanza dalla Terra, e con il Pianeta Venere allineato, in fase di Venere piena anch’essa vicina. L’attrazione gravitazionale delle masse sulla Terra hanno intensificato l’effetto marea sul nostro pianeta, rendendo gli eventi sismici più rilevanti, rispetto agli altri sciami, cui siamo stati interessati negli anni precedenti. Mi sento di poter tranquillizzare i miei concittadini, in quanto lo sciame sismico andrà scemando con la fine di marzo.


Giampaolo Giuliani, 25 marzo 2009





E' utile precisare - sottolinea Bernardo De Bernardinis - che non e' possibile prevedere in alcun modo il verificarsi di un terremoto e che non c'e' nessun allarme in corso da parte del Dipartimento della Protezione Civile, ma una continua attivita' di monitoraggio e di attenzione". «Rispetto alle conoscenze scientifiche attuali per quanto riguarda lo sciame sismico in atto, non ci aspettiamo una crescita della magnitudo. È lecito aspettarsi altri danni - ha continuato  il vice capo del dipartimento operativo della Protezione civile, Bernardo De Bernardinis - ma sempre su questa tipologia, vale a dire su elementi secondari,come i cornicioni, ma certamente non strutturali. Non esiste, ad oggi - ha aggiunto - alcuna possibilità di prevedere i terremoti. Possiamo solo capire quello che potrebbe essere lo scenario atteso». E lo scenario raccomanda attenzione ed allerta si', ma non certo allarme ed apprensione continui e distruttivi quanto inutili stati di angoscia ed inquitudine (sic) collettivi.  Il monitoraggio della situazione, ha assicurato De Bernardinis, resta comunque continuo ed attento. Del resto la zona dell'Aquilano è una delle più sismiche d'Italia". Bertolaso ha annunciato anche che «si sta valutando la possibilità di denunciare per procurato allarme la persona che nei giorni scorsi a Sulmona, in provincia dell'Aquila, ha annunciato che di lì a poche ore ci sarebbe stata una scossa di terremoto molto più forte di quella che c'era già stata in mattinata».


Guido Bertolaso & Bernardo De Bernardinis (sic),  31 marzo 2009





''Sulla base delle sequenze storiche -  ha detto De Bernardinis - questa scossa era un'anomalia ".




Bernardo De Bernardinis (sic), 6 aprile 2009
sabato, marzo 28, 2009
Nulla sarà mai più come prima.
Non potrò mai più prendere un fumetto, o il mio stesso capolavoro*, senza provare un brivido strano.
(Chissà che ne pensa Sara).
Comunque volevo dire che io no, non volevo essere preso alla lettera, quando dicevo di identificarmi in Silver Surfer.

*Risate dal fondo.
sabato, marzo 28, 2009
E' buffo scoprire che il ragazzo che un tempo mi è piaciuto e che mi ha degnato di più di uno sguardo vivisettivo oggi s'è dato al teatro. Eccolo là, nudo, a "rappresentare il desiderio comune di un corpo normodotato", da parte di una Emma Bovary disabile, una povera ragazza nuda e senza collo, affetta da nanismo ed esibita con zelo di prosseneta dal regista.

Vi spiego come sia arrivata a lui. Non che io nutra particolari nostalgie per i miei amori mancati. Anzi.

Ma, chissà perché, mi imbatto nel blog di un personaggio consegnato all' obsolescenza, Domiziana Giordano. Tra un giro e l'altro in Internet in cerca dei suoi dati biografici, scopro che la signora ha 20 anni e un giorno esatti più di me, così come la sua fulva criniera immune dall' incanutimento. 4 settembre 1959.


Da un po' di settimane, come una foresta che ricresce dopo un incendio, attorno alle tempie mi stanno rispuntando i capelli, bronzigni ed estranei alle mie sopracciglia nere. E con loro i commenti più vari e improbabili:

"Ah, stai bene con le mèches!"

Mi ricordo che la Giordano ha fatto un film con Tarkovskij. Oddio, non sarà mica a lei che somiglio?! Naah, troppo alta, troppo diafana. Forse somiglio a Filippa Franzèn, come mi diceva.... ma com' è che si chiamava.....ma sì, quello bello, che somigliava a Laurent Terzieff, quello che faceva l' attore con quella banda di scoppiati guidati dalla miliardaria parmigiana....(seguono venticinque minuti a cercare di ricordarmi il nome del giovine)...ah sì! Lui.

Poi mi ricordo che, oltre a notare una somiglianza con quell' attrice mai più vista in nessun altro film, fu il primo ad accorgersi del mio lieve claudicare. Ho un' extrarotazione dell' anca dalla nascita, mai andata a posto del tutto. Capita che quando sono stanca zoppichi.



"Come Ema nella Vale  Abraao, di Oliveira" , dice lui
, una mattina della fine del 2002.

"Sì, ma spero di essere un poco più interessante della Bovary portoghese....anche se anche io sono andata a scuola dalle suore...come ti chiami?"

"(Nome)"

"E quanti anni hai?"

"Diciannove. E' un problema?"

"No, l'età legale l' hai raggiunta per farmi da Léon Dupuis".



Fortuna che non l' ha mai fatto, e che non l' ho mai incoraggiato in tal senso. Mi viene in mente un intraducibile (e osceno) proverbio siciliano, che qui non riferisco, ma che i lettori di Camilleri conosceranno bene. Diciamo che ha come corollario che  al puledro  rimase la sete. Ne gongolo ancora.

E' (ed era)  tanto bello quanto freddo. Ecco cos' era: crudele. E con un gusto narcisistico per le freak, per le donne prigioniere, di un corpo che è uno scherzo grottesco della natura e che anela alla normalità, o di storie che su un blog come questo si riferiscono non senza rossore, nella loro inverosimiglianza ottocentesca. Ma che erano reali.


In fondo, queste donne hanno desideri comuni, come Emma: una vita normale, tutte le cose belle della vita; percepiscono sé stesse come creature romantiche; s' accostano al corpo anelato; partoriscono; muoiono.

La blanche fleur penche et se meurt, come diceva non Flaubert, ma Apollinaire, altro rabdomante delle emozioni e dell' eros femminili.

Per quanto mi riguarda io, le cose belle della vita, ce le ho davvero; forse per troppa esitazione, questo mese,  ho ritardato il consegiumento di una.

Ma, per il resto, OGGI, davvero, le ho tutte: intelligenza, bellezza, cultura, possibilità di scelta. E soprattutto, un uomo che amo. Anche lui segnato, come me. Che come me, cammina in modo buffo, sulle punte e sbilanciato in avanti, come un bambino di tre anni.

Che, senza vergogna, s' identifica nei suoi voli romantici, rovesciando completamente, con furore uguale e contrario, i vagheggiamenti di distinzione e di eleganza di Emma.

Che, alla mia domanda su che cosa volesse fare nella vita, a quasi 25 anni, appena sceso dal treno che per la prima volta lo portava da me, sicuro ha risposto : "Vorrei fare lo scrittore!"

Che non mi ha infilzato su un puntaspilli di seta rossa, estratto dal panierino da  cucito di Emma, come un collezionista di lepidotteri dilettante.

Che quando gli si chiede dell' alieno nudo che plana da un lucernario in un suo racconto, non esita a dire , come già Flaubert per la sua aliena di Tostes: "Sono io".



Se siete curiosi di sapere chi sia l' attore e per quale compagnia reciti, sono spiacente: ho già avuto abbastanza guai per aver detto cosa pensi di quel gruppo di spostati, a Parma, che per il fatto di far recitare ipocritamente alla pari disabili fisici e psichici assieme ai normali, mostrandone le nudità e tentando di disturbare le aspettative del pubblico, si credono Grotowski o Diane Arbus. Cercatevelo da soli.