Questo post è dedicato a Tupaia.
Avevo segnalato a suo tempo il suo blog, che trovo davvero affascinante. E’ uno dei pochi a cui ho scelto di dedicare il poco tempo di connessione internet che ho qui.
Da piccolo, ero appassionato di scienza. Me ne interesso anche ora, sia chiaro, e un blog come il suo non fa che ravvivare la mia curiosità e darmi stimoli. Ma ho preso un’altra strada, e non ho molto tempo. In prima superiore, cominciai a trovare noiosa ed insopportabile la matematica, del che adesso mi pento, e capii che non sarei stato io a risolvere il problema della fusione fredda; e che ero invece assai più portato per le lettere e le lingue; in particolare, in quel periodo scoprii Baudelaire, che potevo già leggere in originale, e passai dal liceo scientifico al linguistico.
Non starò a spiegarvi qui perché sono laureato in arabo anziché in francese o nell’altra lingua che avrei amato, il russo; non sono sicuro di saperlo nemmeno io.
Comunque, nelle scienze naturali la matematica è pochina, e continuai ad interessarmene, e ad avere ottimi voti in scienze della terra e biologia. Inoltre, ero e sono appassionato di fantascienza… il che ha salvato almeno una parte della mia cultura scientifica. E’ grazie a Douglas Adams, l’autore di quel libro celeberrimo e meraviglioso che è la “Guida Galattica per Autostoppisti”, per esempio, che ho letto “l’orologiaio cieco” di Dawkins, e quindi posso seguire una discussione sull’evoluzionismo e l’Intelligent Design sapendo perlomeno di che cosa si sta parlando. Visto che l’orologiaio di Tupaia è miope, mi sembra giusto accennare alla cosa.
Questo, sia chiaro, non fa di me un esperto in materia. Le mie cognizioni naturalistiche sono raccolte più o meno come capita e hanno delle serie lacune; dico solo che cose come i post di Tupaia sugli animaletti (o animaloni, tipo il basilosauro) bizzarri e le la loro enorme, affascinante varietà riaccendono una vecchia scintilla.
Ho letto ieri il suo post sui tardigradi, esserini tanto diffusi quanto ignoti ai più, benché siano decisamente affascinanti, anche dal punto di vista della fantascienza.
A loro riguardo, ho un aneddoto personale. Non sono mai stato forte come un leone, né agile come una lince. Anzi, sono sempre stato fondamentalmente goffo, lento di riflessi e un po’ imbranato, e anche sanamente pigro; ballare è sempre stato, ed è ancora, qualcosa che difficilmente mi arrischio a fare prima del secondo cocktail. Negli sport sono sempre stato scarso, e la ginnastica artistica a cui andavo da bambino era una specie di tortura settimanale, perché la mia incapacità di fare alcunché di più complicato di una mediocre ruota rendeva vittima di compagni ed istruttore.
Insomma, quando avevo circa cinque o sei anni, in famiglia mi chiamavano affettuosamente “tardigrado”, nel senso etimologico di “lento a muoversi” identificando tuttavia la creatura in questione con qualcosa di completamente diverso dalle prodigiose bestiole acquatiche di Tupaia.
I miei parenti erano convinti che tardigrado fosse in zoologia, un mammifero arboricolo di medie dimensioni, e più precisamente quello un creatura che si trovava tra i miei pupazzetti di plastica e non si riusciva ad identificare altrimenti. Trattatavasi di un’entità dall’aspetto scimmiesco, quadrupede, ma con l’aria di essere in effetti pensato per la stazione eretta: con gambe e braccia sproporzionatamente lunghe, la schiena curva e senza coda, che pareva camminare sulle nocche. Quando imparai a leggere i vari “libro degli animali” e “grande libro degli animali” riccamente illustrati, decisi che il “tardigrado” dovesse essere in effetti un bradipo, benché il pupazzetto-modello gli somigliasse solo vagamente: e sospetto (ma naturalmente non posso controllarlo da qui) si tratti un vecchio nome di quest’ultimo.
In linea di massima, fino a ieri, ho creduto che i bradipi si potessero chiamare anche tardigradi.
Dato che più tardi sono stato associato al bradipo come animale-totem, (e non ridete, perché io ne vado fiero) la cosa ha per me una certa rilevanza. Scoprire che i tardigradi sono non solo tutt’altra cosa, ma qualcosa che meriterebbe l’attenzione della fantascienza, è per me una rivelazione significativo.
Tutte queste riflessioni sono state suscitate in me da una cosa che mi è successa ieri, dopo aver letto il post di Tupaia.
Pioveva, a Tunisi, cosa di per sé eccezionale in questo mese, mentre tornavo a casa. Il mio istituto è in centro, ma io abito a 15 km e sceso dall’autobus devo rischiare la vita attraversando una superstrada, dopo averla seguita per un tratto. C’è un semaforo, ma è bene non contarci troppo. Finora comunque ne sono uscito incolume.
E mentre cammino con le macchine che sfrecciano su sei corsie, ecco che spunta una ranocchia. Un piccola rana gialla. La guardo. Lei salta, sul ciglio della strada, poi in mezzo. Sta ferma a guardare l’universo… “Ciao strada, ciao asfalto” sembra dire, come nella barzelletta “Io sono la rana dalla bocca larga, e tu chi sei?” E in quel momento passa un taxi e io mi preparo ad assistere al peggio. Il semaforo rosso ed un salto tempestivo sull’altra corsia salvano l’anfibio.
Guardo i suoi salti temerari che sfiorano i copertoni delle macchine. Una donna velata con due bambini, sul taxi, guarda me con aria interrogativa. Cioè, sto fermo, assorto a guardare verso di loro dal ciglio di una superstrada senza fare niente, non è normalissimo. Le sorrido, lei mi fa un cenno di saluto, forse rassicurata.
Come faccio a dirgli attraverso l’altra corsia piena di macchine, che sto ponderando se partire in un folle soccorso dell’intrepida ranetta?
Lo scatto del verde risponde per me: attraversare due corsie di auto in moto per salvare l’esserino sarebbe suicida. Per me. Mi limito ad osservare la sua traversata, facendo mentalmente il tifo per la creatura vivente e così fragile che sfida gomme e asfalto e acciaio. Ad un certo punto si ferma, arriva una macchina; le passa sopra, di nuovo mi aspetto la catastrofe; ma passata la macchina, la rana è ancora lì, viva e vegeta, e con due ultimi salti raggiunge la salvezza dello spartitraffico ornato di oleandri. Le gomme l’hanno mancata per un soffio. Esulto, mentre mi riavvio verso casa.
Concludo rispondendo ad un commento al post dei tardigradi: è vero, la fantascienza non ha una gran ricchezza di buone storie basate sulla biologia, e in particolare su cose come la zoologia e la botanica (molto di più sulla genetica, ma di solito è quella umana). Un po’ perché, diciamolo: grosso modo, la chimica la conosciamo bene, le basi della fisica sono ben definite da un bel po’ (per ora, almeno: lo pensavano anche ai tempi della fisica newtoniana) e anche quelle dell’astronomia, insomma, grosso modo un’idea chiara ce l’abbiamo.
Quanto alle scienze biologiche, stanno facendo in questi anni progressi straordinari, ma per quanto sono aggiornato io, e anche in base a cosa scrive Tupaia, sembra che ci sia ancora molta più roba da scoprire e capire di quella che si sia scoperta e capita. Ne riparlerò in un post che sto pensando su darwinismo e lamarckismo, (eh, si farò un’incursione in un campo assolutamente non mio, ma in realtà ero partito da una riflessione sul concordismo tra scienza e religione nell’Islam). Quindi forse di gran materiale per scrivere della fantascienza che duri non ce n’è. Questo però non spiega tutto.
I principi generali delle scienze geologiche sono piuttosto chiari da decenni, ma queste hanno attirato l’attenzione degli scrittori di Sci-Fi anche meno della biologia. (mi vengono in mente pochi esempi: un racconto di U.K. LeGuin ispirato all’idea di deriva dei continenti. C’è n’è anche uno di Doris Lessing sul grande terremoto previsto in California, ma si concentra sugli aspetti sociologici. Li potete trovare entrambi nella antologia “Catastrofi!” a cura di Asimov e Greenberg, Mondatori. Un terzo, degli anni Novanta, si occupa in modo divertente della geologia di Venere, ma autore e titolo mi sfuggono).
Non conosco nessuna opera che affronti, che so, l’idea di “intelligenza minerale”. O che per esempio parli di un pianeta la cui geologia si basi sull’isostasia di Pratt anziché sulla tettonica a placche.
Il campo della biologia è relativamente più arato dagli scrittori: basti pensare alla geniale anticipazione di Aldous Huxley, nel “Mondo Nuovo”, del concetto di clonazione. Ci sono parecchi racconti, tra i più belli mi vengono in mente “Scritto nel Sangue” di C. Lawson, che avevo già citato, ed è stato l’unico testo dopo i “fratelli Karamazov” a farmi salire le lacrime; però tratta di genetica umana. E “L’evoluzione non dorme mai” che invece affronta un animaletto che non ci aspetterebbe interessante per la Sci-Fi: il chipmunk, un piccolo roditore comune in Nordamerica e reso celebre dal cartone animato di Alvin. Poi c’è un bel racconto della LeGuin su degli alieni migratori, un lavoro molto toccante di Alfred Bester intitolato, mi pare, “il Re del Formicaio”, che si collocano tra l’approccio biologico e quello della social science fiction. Altri due titoli, non ricordo gli autori: “Il dedalo di Lysenko” degli anni Cinquanta e “Il caso della lampada mendeliana” degli anni Novanta, entrambi centrati sulle questioni dell’evoluzione (dal “il dedalo di Lysenko” credo si sia ispirato il bel cartone animato “Bisby e il segreto di Nim”).
Tra i romanzi, mi vengono in mente “Fase IV” di B. Malzberg, che però non mi sembra gran cosa, ovviamente “Jurassic Park” di Crichton, che è carino, ma non un capolavoro, e “La Fine di un’Era” che si occupa tanto di molte questioni biologiche quanto dei paradossi del viaggio nel tempo, combinazione rara, e la soluzione è decisamente originale.
L’”Isola del Dottor Moreau” di H.G. Wells, dopo oltre un secolo, non ha perso niente in forza ed attualità. Chi ne sa di più, è invitato a segnalare.
In definitiva la fantascienza si è concentrata sulle potenzialità di speculazioni fisiche ed astronomiche, e soprattutto dagli anni Cinquanta, alle questioni, in senso ampio, “sociologiche”.
La minaccia nucleare prima, quella ecologica poi ne hanno attratto le energie, portando ad esplorare i modi di reazione delle società umane a questi fenomeni; lo spazio di frontiera della mente, con P.K. Dick, ha sostituito quelli di stelle e pianeti, (rimasti tuttavia ben frequentati, anche dallo stesso Dick, se pur come pretesti). Si inventavano sì alieni bizzarri, ma alla loro biologia ed evoluzione, così come in genere alle specie terrestri (fa eccezione la serie di Uplift, che conosco poco, ma ha tra i suoi protagonisti dei delfini) in genere, si è dato poco spazio. L’oceano di Solaris e il Glimmung Dickiano sono entità biologiche, ma vengono trattati in senso psicologico.
E questo nonostante molti scrittori, tra cui lo stesso Asimov, avessero una solida formazione in materia.
Un fattore che potrebbe aver influito su questo, ma non ne sono affatto sicuro, potrebbe essere il fatto che la Sci-Fi come genere, nonostante i pionieri europei e la ricca produzione est-europea e francese, è in buona misura americano; ed è in America che il creazionismo e l’anti-evoluzionismo in genere hanno i loro centri e focolari maggiori, ed una buona parte del pubblico rigetta l’idea stessa di evoluzione. Ma non credo si tratti del tipo di pubblico che comunque leggerebbe Sci-Fi, quindi non so quanto la cosa possa aver davvero pesato.