venerdì, ottobre 30, 2009
Sto scrivendo una cosa stranissima che in teoria dovrebbe diventare un articolo accademico ma per il momento è un delirio che riguarda Guerre Stellari, Luciano di Samosata, la Guida Galattica per autostoppisti, il Taqwacore e Gilgamesh, con accenni tra l'altro a Batman, Philip José Farmer, l'Odissea, il Silmarillion e Lester del Rey.
Insomma, un casino pazzesco, perché a me le cose accademiche piace farle partire così. Non so se lo leggerete mai, perché in realtà si tratta di una specie di introduzione concettuale ad una cosa un più seria su una novella araba medievale. Adesso siete curiosi, lo so. L'ho fatto apposta, in fondo ho Darth Vader come sfondo del desktop per un motivo, e il motivo è che sono suo figlio e sono passato al Lato Oscuro. Se vi chiedete cosa hanno a che fare tutte queste cose con le novelle arabe medievali:
a) non avete neanche una remota idea di cosa potesse essere a volte la letteratura araba medievale (ma vi giuro che fino a pochi mesi fa non ce l'avevo neanch'io).
b) dovete aspettare che io scriva tutta la nebulosa confusa di cose che mi passano per la testa in forma chiara, che questa nebulosa, trasformata in articolo, venga peer-reviewed, e che venga pubblicata. Ci vorrà più di un anno, siate pazienti.

Nel frattempo però, tutto il delirio introduttivo non entrerà direttamente nell'articolo serio, e diventerà materiale per l'altro articoloide che sto provando a scrivere e che nessuno sano di mente dovrebbe pubblicarmi mai, almeno spero. Quindi posso accennare qualcosa qui, giustappunto perché sono cattivo. Dimenticavo, ci dovrebbe essere di mezzo anche Il richiamo di Cthulhu.

L'idea di fondo è che la fantascienza è il mito della modernità tecnologica. Non è un'idea mia, ma di Joseph Campbell che in fatto di miti ne sa sicuramente molto più di me ( e che può invocare a supporto gente come Eliade e Jung; non mi risulta che nessuno dei due abbia affermato espressamente una cosa del genere, ma posso affermare che sarebbe perlomeno sensata nella teoria generale di Jung sul mito. Su Eliade non sono affatto sicuro). D'altra parte c'è Lester del Rey che sostiene che il mito (in particolare Gilgamesh e l'Odissea) sia fantascienza antica, il che mi sarebbe parso una madornale cazzata, prima di scoprire che esiste una cosa chiamata fantascienza babilonese, scritta da un genio di nome Ted Chiang.

Ted Chiang è a mio modesto avviso una delle cose migliori che sia mai capitata alla fantascienza, forse la più importante più o meno da quando è uscito La notte che bruciammo Chrome di Sterling e Gibson, anche se concedo alcune eccezioni. Ad esempio c'è un racconto di un certo Chris Lawson (di cui non so assolutamente nulla) che s'intitola Scritto nel sangue, del 1997, e che non posso dire che è bellissimo perché "bellissimo" è riduttivo. Esistono cose in letteratura di fronte alle quali il superlativo assoluto non basta più. Ecco, Scritto nel sangue di Lawson e la raccolta Storie della tua vita di Chiang sono alcune di queste cose.
La raccolta di Chiang è davvero oltre. Se vi piace la fantascienza, fidatevi di me. Leggetela. Punto. Spacca al quadrato. Ripeto, fantascienza babilonese. Grazie, Roseau.

[Adesso arriva Selene che giustamente mi fa notare un sacco di libri di fantascienza strafighissimi che non conoscevo e mi fa cambiare idea.]

In attesa di Selene, al mia opinione è che Ted Chiang sembra come Asimov, Heinlein e la Guin messi insieme, e non è facile farmi dire una cosa del genere.
Ad esempio, per dire, Lester del Rey è autore che apprezzo abbastanza, ma di recente ho letto un suo romanzo (presumo che si trattasse di un juvenile malriuscito) che s'intitola Destinazione Luna, e che naturalmente oggi è invecchiatissimo, ma io sono relativamente abituato a cercare di mettermi dal punto di vista del lettore americano del 1955.
E no, non funziona neanche da quel punto di vista, e il motivo lo spiega Heinlein ne i Cadetti dello Spazio, che è uno juvenile appena meglio riuscito (e comunque una delle cose meno buone di Heinlein, tra quelle che ho letto).
Un ragazzino adolescente paranoico che ruba una nave spaziale per arrivare sulla Luna prima del "nemico" (nel romanzo di del Rey non sono proprio i sovietici, ma gli assomigliano quanto basta) e che sulla Luna rischia di morire per mancanza di provviste obbligando a fare una spedizione internazionale per salvarlo, bè, no, non può essere un eroe. E tantomeno il pilota spaziale già designato per la prima spedizione lunare che ruba un'altra astronave e parte prima che si apra la finestra di lancio per andare a salvarlo (ottenendo come risultato di essere il primo cadavere sulla Luna).
Ecco, chiarito questo punto, l'Undicesimo Comandamento resta un capolavoro e For I Am Jealous People (mi rifiuto di citarlo col titolo italiano) anche.
Comunque del Rey ha scritto in un articolo che l'epopea di Gilgamesh è la prima opera di fantascienza, il che mi sembra di una pretenziosità immane anche tenendo presente Ted Chiang. Ma si può partire da qui per cercare di capire alcune cose interessanti su mito e fantascienza (e fantasy, secondo me), ed è una delle cose che sto provando a fare.
Dall'altro lato, sapete tutti  che i Jedi di Guerre Stellari sono una religione realmente esistente, e quindi qualcosa al fondo deve starci.
Se poi sia materia per gli studi letterari o per la psicologia clinica, lo saprò tra qualche anno.

Ecco.

Comunque, volevo dire:

giovedì, ottobre 22, 2009
Allora: sto diventando un uomo molto impegnato. Vi assicuro che trovare nuovi modi di non fare un cazzo da mane a sera, a spese di voi contribuenti, come sostiene il ministro Brunetta, è un impegno faticoso che mi avvolge per l'intera giornata. A volte non ci riesco e mi tocca perfino produrre qualcosa... lasciamo stare, vah, che solo a pensarci mi vengono i brividi.
Dunque, in un dei rari di momenti in cui la mia accidia era tragicamente venuta meno e mi ero messo a lavorare (scusate la parola) mi è scappato un articoletto che una rivista accademica ha giudicato meritevole di pubblicazione. Uscirà tra poco più di un mese, e ne sarete informati a mezzo blog e facebook.
Nel frattempo sono molto occupato a traslocare di nuovo (sigh) e a giustificare in qualche maniera il fatto di percepire una borsa di studio pagata dalle vostre tasse.
A parte averla vinta con regolare concorso, intendo.
Il motivo per cui, pur avendo presentato (con successo) la terribile relazione sul mio primo anno di cazzeggio retribuito da un po', non avevo aggiornato il blog, è che la maledizione nera di Nyarlathotep si è abbattuta su entrambi i miei computer per un po'. Ho risolto il problema ieri tramite un esorcismo troppo orrendo perché se ne possa parlare (se volete saperne di più, chiedete del professor von Junzt).
Risultato: apro la casella di posta dopo una decina di giorni e ci trovo qualcosa come centocinquanta email. Inoltre adesso mi trovo con tutti i miei file messi in ordine sparso su dischi diversi e con l'archiviazione di tutto il mio preziosissimo lavoro (scusate ancora) che è andata completamente in vacca, mentre devo sbrigarmi a revisionare l'articolo per la pubblicazione. Non so se ne uscirò vivo, ma vi dico una cosa: beware of Windows Vista.
Adesso sto scrivendo un altro articolo, che come al solito riguarda un argomento di cui non so una beata mazza (ma non credo che possa diventare un problema, visto che voi ne sapete meno di me) e mi sto occupando della grande opera che è poi il lavoro per cui sarei pagato. Ah, e dovrei anche imparare il tedesco.
Dai bassopiani nebbiosi del Nord, passo e chiudo.

lunedì, settembre 14, 2009
Cari lettori, per un bel po' di tempo non interverrò più su questo blog, né avrò troppo tempo per leggere la posta.

Motivo: hanno, bontà loro, comunicate le date di discussione di tesi per la sessione autunnale.

Sono il 9, 10 e 11 dicembre 2009.

Ecco, sapete: io sono una persona di pochissime qualità e nessuna coerenza nelle proprie imprese.

Ma mi faccio un punto d' onore di non venire meno agli auspici delle persone che stimo di più.

Mi è arrivata una cartolina di auguri, nel dicembre scorso, dai nonni di Falecius. Auspicavano che mi laureassi entro dicembre.

Ce la DEVO fare.

A costo di sfruttare l' ultimo degli appelli. (E poi, 1979-2009: trent' anni...fosse solo nel 2010 sarebbe ancora più scandalosamente tardi, conseguire una laurea così tanto fuori tempo massimo).

Se potete, pregate, pensatemi, tifate per me.

Arrivederci e grazie a tutti.
postato da: roseau alle ore 15:17 | Permalink | commenti (18)
categoria:donne, appelli, il senso della vita, buone notizie, essere studente oggi
martedì, settembre 01, 2009
E ora ripetere cento, mille, millanta volte la seguente frase:



"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"



.......



(Come exergo, rileggersi questa poesia).
giovedì, agosto 27, 2009
Le note a piè pagina devono stare alle fine della pagina. Questa cosa non è un oggetto di dibattito o discussione. Qualunque lettore prova un ovvio fastidio nel dover scorrere delle pagine (che siano cartacee o su web) per poter leggere delle note, dal momento che le note, per loro stessa natura, si connettono ad un punto preciso del testo.
Per quanto riguarda le pubblicazioni in formato elettronico, in particolare, le note possono essere rese ipertestuali, il che ovviamente fa cadere la necessità (altrimenti inderogabile al di là di ogni ragionevole dubbio, ripeto) di metterle a fondo pagina. Detto questo, l'esistenza di pubblicazioni in formato elettronico in cui le note, non ipertestuali, sono alla fine del capitolo o dell'articolo è semplicemente idiota. Incommensurabilmente idiota.

Davvero. Visto che lo Stato italiano produce una quantità di leggi stupide e pletoriche, potrebbe proibire le note a fondo testo.
Ah, e già che ci sono, imporre uno standard per le traslitterazioni scientifiche da alfabeti non latini che eviti a tutti di impazzire sempre. Grazie.

P.S. Mettere una frase tra virgolette senza citarne la fonte è un delitto accademico. Vuol dire che non l'ha scritta l'autore del testo (e quindi non se ne assume la responsabilità*) ma allo stesso tempo impedisce a chi legge di verificarne la fonte. Seriamente, io lo trovo insultante. Come faccio a sopportare una cosa del genere in un articolo scritto da un professore ordinario senza pensare all'assassinio?
P.P.S. Scoprire l'acqua calda non dà in nessun caso meriti accademici, nemmeno se i propri personali oscurantismi ideologici prescrivevano acqua fredda. Ad ogni modo, il concetto di "Occidente" non significa uno stracazzo se lo si applica ad una formazione statale con capitale nell'odierna Istanbul e che considerava la Siria e l'Egitto come proprie parti essenziali.

* avevo scritto "rasponsabilità"; vorrà mica dire qualcosa?
martedì, agosto 18, 2009
Scusate tutti se non mi sono fatto vivo, ma davvero, tra computer che si scassano con conseguenti tonnellate di lavoro arretrato, traslochi, parenti, impegni mondani e tutto il cucuzzaro, in questo periodo non sono minimamente in grado di stare molto dietro al blog. E anche Roseau per il momento è senza computer.
Mi scuso davvero, comunque per le cose davvero importanti il tempo e il modo li trovo: quindi, zio Yoss, ti arriverà posta, appena potrò, per quella cosa. Di "Straniero in Terra Straniera" ho ed avrò da dire, ma avrò tempi marziani al riguardo. E arriverà con calma anche il post su Voltaire.
Però adesso mi rimetto a lavorare, via, che qui il pane va guadagnato col sudore della propria fronte (seguono grasse risate).
mercoledì, luglio 29, 2009

Apprendo con una certa costernazione che si è formato un comitato a sostegno del conferimento del Nobel ad Alda Merini. Capofila dell’ iniziativa, sarebbe Dario Fo. Chissà perché la cosa non mi sorprende.... Si tratta, a mio parere, quello conferito a Fo, del Nobel per la Letteratura  più immeritato degli ultimi vent’ anni. Quando, oramai più di dieci anni fa, alla irrisione di Mario Luzi da parte della mia professoressa di lettere, reo, secondo lei, di ritenersi più meritevole del riconoscimento che il giullare pavese, feci sommessamente notare che forse un po’ di ragione ce l’ aveva, mi sentii rispondere che “era un baciapile rincoglionito”.


Adesso come allora non sto dicendo che Luzi sia il più grande poeta del ‘900 italiano (a mio personalissimo parere, se la giocano Sereni, Zanzotto, Raboni e Piccolo, con una mia particolare preferenza per il primo), ma, comunque, ha rivestito un ruolo importante nella cultura italiana del Dopoguerra. Certo, non è mai stato un marxista e la sua poesia ha sempre avuto quell’ odoruzzo d’ incenso da parrocchia - bene fiorentina, quelle lapiriane, come disse, una volta, a lezione Marzio Pieri, di quelle arrampicate sui colli urgenti dalle ripe fogliose e nerastre, perennemente prossime al marciume.


Si rileggano le prime raccolte, in particolare Avvento Notturno: le immagini di angeli lugenti e cristalli sognanti nelle città deserte, scolpite nei marmi toscani, hanno poco o nulla a che spartire con il sensuoso orfismo onofriano, o con la suggestione ancora dannunziana di qualche numinoso Poema Paradisiaco. Molto hanno, invece, a che vedere con la filigrana di Mallarmé –ma asciugata dall’ inesauribile, dispersa in mille rivoli, variazione, ravvisabile in Ungaretti- precisa semmai ce ne fu una, ferma attesa di una parousia notturna del divino come rivelazione individuale, come ineffabile intermittenza. Vegliate dunque, perchè non sapete né il giorno né 1’ora. (Mt, 25, 11-13)


Rimandi, quindi, ovvi a François Mauriac, ma pure, non dichiaratamente,  a un Heidegger (ancora lui!) “inespresso”: quello della Introduzione alla metafisica, poi, per le raccolte successive, quello della  Lettera sull’ umanesimo.


La poesia di Luzi, vergine un po’ folle, analogamente al linguaggio heideggeriano, esplora la possibile influenza del paradigma biblico della Parola sulla concezione dell’ essere, secondo quella che potrebbe essere definita come intima interconnessione tra linguaggio ed essere, fino ad identificare l’ Essere con il Dire originario, in analogia al Logos della rivelazione giovannea.


La poesia di Luzi ha prodotto tanti epigoni, specie in area toscana, tante vergini savie e inerti; quella di Sereni è fatta della materia delle comete: finora, nessun avvistamento simile, ma tanti ‘analogisti’ sulla sua orbita geostazionaria.


Per questo, a mio modesto parere, se proprio bisognava sprecare un Nobel, tanto valeva conferirlo a Luzi. Ma, si sa. L’ impegno, l’impegno in servizio permanente. Quello che sindacalizza tante professoressotte di liceo, quelle, più preoccupate che un linguista con velleità d’ ispettore non verificasse la loro effettiva preparazione che di insegnare decentemente il latino. Ma siamo al Linguistico, signoramia, che volete che gliene freghi del latino. Se non seguite e giocate a briscola tressette scalareale durante le lezioni, cazzi vostri. Disse la professoressotta, tirandosi la bazza indignata fino all’ occhi.


Ma non divagherò più.


La Merini, dicevo.


Personalmente, trovo la Merini ampiamente sopravvalutata. Non arrivo a dire che non valga niente; di certo diverse sue  poesie sono degne di nota, ma secondo me presa nel complesso è piuttosto noiosa e non eccelsa.


Penso che la sua grande celebrità (superiore a quella che normalmente arride ai poeti, anche ai migliori) sia dovuta, più che alla poetessa, al personaggio. Al fatto che si sia fatta tutti quegli anni di manicomio, che ha avuto due decine di uomini e quattro figli, e che si voltoli nel lercio perché, dice lei, il maiale pulito non ingrassa.


Persino il posato blog di Rai Vaticano le perdona la sua patente infrazione alla morale sessuale propugnata da Santa Romana Chiesa. Tanto, cariloro, hanno una lunga consuetudine con le puttane sante: Maria Egiziaca, Maria Maddalena, Santa Margherita da Cortona....lei poi scrive di Maria e di grembi spasmodici e violati.


The luxury of filth, come diceva un fortunato slogan di qualche anno fa per una marca di jeans.


La Merini mi sembra una riuscitissima réclame di sé stessa. Imperversa da Chiambretti, dialogando improbabilmente col giovane rom montenegrino salvato dalla sua sorte miseranda dal cuordoro di un albergatore di San Benedetto del Tronto.


Però, quando viene intervistata, con tutto il rispetto la trovo un po' querula, sempre lì a lamentarsi di tutto. Che non ci sono più i clown, che anche l’ idiozia di Berlusconi l’ ha delusa, o che ha avuto gli operai in casa che l’ hanno infastidita.  Ne siamo costernati, davvero. Ma cosa dovremmo fare, metterci a piangere? Querelare il suo padrone di casa e convocare una riunione di condominio urgente?


Poi. Basta col mito della poetessa marginale. La signora Merini ha avuto, fin dalla più giovane età, ottime entrature nel mondo letterario italiano. Ha conosciuto , giovanissima, Sereni,  Turoldo, Quasimodo, Pasolini. E’ stata l’ amante, quindicenne,  di Giorgio Manganelli, che lei dipinge come un mostro misogino. Forse, ma le sue visioni sono tra le più  autentiche.


Cito sempre il professor Pieri:


Una volta Giorgio Manganelli doveva tenere una relazione a un convegno junghiano; gli mancò la parola e la relazione, che poi scrisse, non parlava del soggetto che egli era stato chiamato a trattare ma dei motivi profondi per cui non era riuscito a parlarne, come sarebbe stato del tutto ovvio. La relazione apparve, poi, negli Atti del convegno e, piu tardi, figurò in una delle più labirintiche e sapienziali raccolte di scritti manganelliani. L' uomo che aveva ritessuto il filo tra la letteratura e la menzogna, era uomo dei più schietti ed, anzi, esposti. L’ hilarotragoedia, di cui era maestro, si riscontrava con l’ hypocondria*.


Ovvio che si baloccasse con l’ adesione carnale, disperante, della vita della Merini alla sua produzione poetica. Dirà, ormai anziana:


"Più bella della poesia è stata la mia vita".


Ohibò. La conflagrazione con l’ uomo che dichiarò candidamente: 


Io amo i poveri, e soffrirei in un mondo senza poveri; i poveri sono le brioches dell'anima.


era inevitabile. La poesia non è un balsamo per le anime belle. Poi il manicomio, poi il matrimonio e la comune infelicità coniugale. E gli editori, per cui la pazzia è un quid pluris per le vendite, farle cerchio tutt’ intorno come pescecani attirati dal sangue, alla sua senile reprise poetica. Pronti a coglierne ogni tardivo mestruo in versi.


Falecius, che è molto più buono di me, dice che proporre la Merini per il Nobel sarebbe un modo per lavarsi la propria cattiva coscienza da parte di tutto il mondo letterario italiano. Forse, ma solo in seconda istanza. Tanto, quelle come la Merini, una Mestiziamoratti un assessore impietosito un prete lo trovano sempre, a salvarle da un’ indigenza, anche quella, di maniera.


Semmai, il Nobel, ancora di più che la pazzia, aumenterebbe le vendite in un settore, quello delle raccolte di versi, dove se si arriva a tirature dell’ ordine del migliaio si grida al miracolo.


E poi, come ho già spiegato per l’ Acaro Ascolano, l’ artista sensibbbole tutto genio e sregolatezza piace, fa simpatia, aderisce all’ ideale caricaturalmente sturmeriano più vieto che è invalso nel biografismo del “genio” di matrice idealistica e romantica.


Pieri un giorno mi disse in tutta franchezza, leggendo alcune mie desolate e balorde considerazioni, che gli avevo incautamente sottoposto:


“Eh, signorina, se dovessimo chiamar poeti tutti quelli che il babbo maltrattava, che nascevano gobbi o che avevano difficoltà a farsela dare dalle ragazze, riempiremmo uno stadio. E poi si sa che voi belle la date solo ai pescatori di spugne!”


Mi aveva vaccinata a vita contro ogni cedimento larmoyant alla contemplazione del mio proprio io, contro ogni periclitante giro del mio ombelico attorno al mio malessere interiore.


Vi lascio questa lettera, che non ho mai reso pubblica, e che conservo tra le cose più care:


Io non vorrei che Lei cadesse vittima di una falsa prospettiva, generatrice di false attese. I professori non sono dei santi, nè dei confessori, né degli psicanalisti 'gratis'. lei non va dal benzinaio per intrattenerlo sul male di vivere. Alcuni professori (e io sono fra questi) per indole personale e per una qualche deriva professionale, sono più disposti a porgere un qualche ascolto anche, diciamo, 'umano' agli studenti che incontrano sulla loro strada, ma, debbo essere franco con Lei, non è detto che siano i migliori professori e che questa loro indulgenza sia un bene, né in sé, né per gli studenti. C'è il rischio, molto pesante, dell''umano troppo umano'. Studiare è un'altra cosa e, prima di tutto, è una dura professione. Non è un lavoro più 'alto' o più 'duro' di altri, ma è un lavoro con proprie tecniche, con proprii obblighi, con proprie inderogabili esigenze. Lo studente specie di letteratura a volte tende ad ascoltare con troppa assiduità il proprio io (non il male di vivere di Montale ci interessa ma i modi della sua arte in cui il tema del male di vivere si è espresso) e crede suo diritto offrire una audizione agli insegnanti, ma, Le ripeto, se non è un peccato, non è nemmeno un rimedio.

E poi:


[...] so che Lei si fida di me come professore. Ecco, prima di tutto riprenda le forze; sappia che crisi nervose anche più gravi sono tipiche della giovinezza; poi passano. E studi studi studi. Vuol dire passare da un libro all'altro, schedarli, rivoltarli, farli propri. Son come le scale per arrampicarsi. Studiare vuol dire dimenticare se stessi e realizzarsi tutti nell'oggetto dello studio. Quando l'operazione, assai dura e non facile, e non immediata, riesce, uno si avvede d'un tratto che avendo dimenticato se stesso, è nel frattempo cresciuto. Io questo Le auguro, con amicizia. (passo e chiudo).





*Marzio Pieri, Roma Magica, La Finestra, Trento, 2002, p.126.
domenica, maggio 31, 2009

Ho letto recentemente un articolo di Jacques Le Goff, che per chi non lo sapesse non è esattamente l'ultimo arrivato. Credo sia ritenuto il più importante storico del Medioevo europeo al mondo, o poco ci manca.
Parlava della consapevolezza che le classi intellettuali europee nel Medioevo avevano di sé stesse, e dello sviluppo dell'università.

Tra le figure di cui parlava c'era un dottore della Sorbona del tredicesimo secolo, un filosofo di nome Sigieri di Brabante. Dovreste averne sentito parlare, perché in polemica contro di lui e i suoi seguaci fu scritto un testo intitolato De unitate intellectus contra Averroistas. L'autore è un certo Tommaso d'Aquino, Santo e Dottore della Chiesa, mica cazzi.


Vabbé, ho visto gente appena uscita dai licei che era
incapace di collocare San Tommaso d'Aquino nel tempo, nello spazio e nella storia della filosofia.
Sebbene sia disposto ad accettare, per puro realismo, che uno studente universitario di lettere, in Italia, nel 2009, non abbia mai sentito nemmeno per sbaglio il nome di Averroè, sinceramente ignorare San Tommaso mi sembra un po' forte.
Ad ogni modo, Sigieri, seguendo una linea di pensiero già radicata nella cultura europea latina dal tempo di Pietro Abelardo (un'altra figura che secondo me è un po' sottovalutata) rivendicava per sé e per il suo gruppo professionale una identità corporativa come corpo intellettuale almeno parzialmente laico (o comunque, non
necessariamente vincolato allo stato clericale) portatore di propri valori e di una propria autocoscienza; si tratta di quella che oggi chiameremmo intelligencija, usando una parola russa. Non mi interessa discutere adesso delle caratteristiche storiche della classe intellettuale russa che la rendono così paradigmatica ed interessante, ma mi limito ad osservare che aveva qualche vaga similarità con gli intellettuali latini del Medioevo. Costoro, comunque, in mancanza di parole russe*, ne usavano una greca, per definire sé stessi come corpo intellettuale: philosophi.


Questa parola non è casuale. Viene re-introdotta nel lessico latino medievale per indicare una categoria che in passato era quasi scomparsa, e che comunque, nemmeno in epoca romana era esistita in quanto corpo professionale autonomo.
Viene reintrodotta, peraltro, insieme ai testi di Aristotele, che all'epoca di Abelardo cominciano a circolare tradotti in latino in tutta Europa.
Philosophus, vuol dire perlopiù filosofo aristotelico.
Ora, questo Aristotele arriva in Europa attraverso diverse strade, ma la principale passa per le traduzioni fatte a Toledo, su impulso dei re di Castiglia e dell'abate Pietro il Venerabile di Cluny,
dall'arabo al latino.

Si dà il caso che nel mondo musulmano del tempo, si usasse la parola
faylasuf (plurale falasifa) per indicare soprattutto i pensatori aristotelici e platonici, che, in quanto classe intellettuale laica, rivendicavano da tempo una propria esistenza come corpo sociale e come élite intellettuale. Va detto che nell'Islam in genere, e nell'Islam dell'epoca in particolare, un clero come quello cattolico non esiste. Esistono persone che svolgono funzioni nelle moschee, ma non hanno mai avuto uno status specifico: in particolare, niente celibato obbligatorio e nessun sacramento d'ordinazione.

Nell'Islam non è praticamente mai esistito qualcosa come un monastero, e specialmente non è mai esistito in quanto centro di elaborazione e trasmissione del pensiero; del resto non mi risulta che sia mai stato necessario.

I luoghi della produzione culturale, religiosa e filosofica dell'Islam, nell'epoca che corrisponde al nostro Medioevo, erano essenzialmente centri cittadini legati alle corti o alle moschee. A finanziarli e sponsorizzarli provvedevano perlopiù i pubblici poteri, o la popolazione tramite donazioni; in particolare esisteva (ed esiste ancora) un sistema particolare di lascito ereditario perpetuo a scopi benefici che finanziava scuole, ospedali, università, moschee, caravanserragli e ponti sulla Drina.

Invece in Europa questo tipo di attività filosofiche erano scomparsa da secoli (più o meno dall'epoca di Boezio) e comunque la Cristianità sembrava aver chiarito il proprio atteggiamento verso il pensiero filosofico
scuoiando viva Ipazia con dei gusci d'ostrica**. Per cui quando un pensiero filosofico aristotelico riemerge in Europa, grazie a studiosi come Abelardo, tramite traduzioni dall'arabo, e gente come Sigieri rivendica con orgoglio lo status di philosophus, a me pare normale ipotizzare una derivazione arabo-islamica di quel tipo di orgoglio.


Le Goff non dedica a questo aspetto nemmeno una frase, ed è abbastanza sorprendente come riesca a discutere degli averroisti per varie pagine senza mai chiedersi se per caso le loro opinioni abbiano qualcosa a che fare con Averroè.


Si tratta di un atteggiamento fastidiosamente comune tra gli intellettuali di questo posto***.


Per dire, mi sono trovato a leggere un articolo di una nota studiosa di letterature comparate secondo cui testi celtici alto-medievali, tipo la Navigatio Sancti Brendani, avrebbero influenzato le storie di Sindbad il Marinaio nelle Mille e una Notte.

E' noto (lo scrive Le Goff in un altro lavoro) che semmai sono state suggestioni provenienti dal mondo arabo a sovrapporsi all'immaginario marino di origine celtica (tenete presente che le Mille e una Notte derivano in parte da testi indiani e persiani preislamici) anche se non hanno operato sulla Navigatio, che è stata scritta quando Maometto era un bambino. E' evidente che un mondo, quello musulmano di epoca califfale, che si pensava come centrale e in linea di massima lo era, difficilmente si sarebbe posto anche solo il problema di conoscere una letteratura latina irlandese che era considerata subalterna nella stessa Europa (che i musulmani dei primi secoli consideravano con buone ragioni una barbara periferia irrilevante).


Oppure: due grandi filosofi e storici della filosofia, Karl Loewith ed Etienne Gilson, hanno discusso a lungo “i problemi della città di Dio” cioè il percorso storico del pensiero europeo attorno alla realizzazione della civitas ideale, vedendolo in termini di laicizzazione di un ideale teologico (agostiniano). In sostanza dicono, in modo diverso, che molto del pensiero politico dell'Occidente ha radici nel monoteismo escatologico ebraico. Ed è tutto un gran parlare di giudeo-cristianesimo.

Ma perché, l'Islam non è un monoteismo escatologico?

A me sembra che discutere di una cosa che c'è in Occidente, dire che proviene dal monoteismo, e non porsi nemmeno il problema di vedere come vanno le cose nel monoteismo della porta accanto, è un metodo, come dire, un attimino carente.

*
Naturalmente la Russia esisteva, anche se non faceva parte della comunità intellettuale latina dell'epoca. Non c'era comunque la lingua russa moderna e nemmeno una classe intellettuale russa indipendente dal clero -perlopiù monaci-.

** Mi segnalano nei commenti che più realisticamente trattavasi di cocci (entrambi si chiamano òstraka in greco) ma l'immagine dei gusci d'ostrica ha qualcosa di più suggestivo.

Peraltro, non voglio insinuare che il cristianesimo sia fisiologicamente ostile alla filosofia. E' vero che, oltre alla povera Ipazia, Sigieri è stato assassinato e anche Abelardo ha fatto una fine orribile (e dopo, Giordano Bruno), ma abbiamo avuto anche Boezio ed Agostino prima, la Scolastica poi, per non parlare del cardinale Nicola da Cusa. Non c'è dubbio che Cartesio, Leibniz e Kant si considerassero filosofi cristiani.

Ad ogni modo la Ipazia ritratta da Raffaello nella Scuola di Atene (ai Musei Vaticani) è straordinaria.


*** L'Europa

sabato, maggio 23, 2009
Fosse stato per il povero Carlo Pisacane (qui qualche stralcio delle sue opinioni, in un post che condivido) questa gente probabilmente sarebbe stata fucilata dopo processo sommario.
Sottolineo le parole della 'preside' (che da qualche anno si chiama 'dirigente', ma sorvoliamo):
"
scelte decise democraticamente dagli organi collegiali del nostro istituto" in riferimento alla proposta di cambiare nome. Organi collegiali in cui, come è noto, i genitori godono di rappresentanza. Dal Corriere*, infatti, emergeva che "i genitori"** non fossero d'accordo con una decisione  unanime del Consiglio e si fossero quindi lamentati; insieme a Galli della Loggia, che contestava lo stesso diritto del Consiglio d'Istituto democraticamente eletto di esprimere la sua opinione sul nome della scuola. La domanda che sorge è: dove cazzo eravate, o comunque dov'erano i vostri rappresentanti in Consiglio, quando la decisione veniva presa? Perché non si sono lamentati allora?
Questo tende a confermare la mia radicata opinione, per cui, in generale, un genitore fa parte del problema e non della soluzione, a prescindere dal problema.
Opinione che Makiguchi non condivideva, per inciso.

Tra l'altro, trovate così impronunciabile quel nome? Ma-ki-gu-chi. Dai, è facile, a parte che il ch si legge c dolce come in chip e non c dura come in chilo. Ma ce la potete fare, ormai questa cosa della ch fa parte della nostra cultura ortografica. La fonologia del giapponese è molto simile a quella dell'italiano.
E comunque si può sempre scrivere Machiguci, (pronunciato uguale) secondo le regole dell'ortografia italiana tradizionale, gli ideogrammi del nome giapponese non s'offendono mica.

* Sorvolo sulla 'italianità' del titolo. "Zì, bwana, noi multietnici". Un buon vecchio predicato nominale pareva brutto?
**
quelli italiani, cioè il 10%, par di capire, dei genitori totali della  scuola; ma ai genitori degli alunni stranieri non è chiaro se qualcuno abbia chiesto qualcosa.

giovedì, maggio 21, 2009
Paura a Porta Maggiore




Oggi mi è successa una cosa. Stavo andando ad un appuntamento con una vecchia amica del liceo, e ci stavo andando in treno. Da casa mia (Torpignattara) alla stazione Termini c'è questo trenino urbano che è in realtà il tronco residuo della più antica linea ferroviaria del Lazio, la Roma-Frascati voluta dal Papa Re. Non arriva proprio alla stazione Termini, che è stata costruita praticamente sopra al vecchio capolinea, ma comunque in zona. Da Termini partono autobus per qualsiasi parte di Roma o quasi, a patto di conoscerli e avere tempi indeterminati. Comunque, il trenino che parte da un punto vicino al Raccordo Anulare, attraversa Centocelle, sferraglia sotto casa mia, e poi attraversa la parte sudorientale di Roma parallelamente alla via Casilina, o per un po', dentro la Casilina. Quindi segue per un tratto la Prenestina e infine arriva a Porta Maggiore.

Porta Maggiore è il principale ingresso nelle mura aureliane sul lato est di Roma, anche perché ha intorno due notevoli piazzali, è sulla direttrice che va verso Termini, e insomma corrisponde ad uno snodo bello grosso. Oltre al mio trenino, nei pressi ci si incrociano tre grosse vie (Casilina, Prenestina e la circonvallazione Tiburtina) alcuni viali, varie linee di autobus e un numero imprecisato ma notevole di linee di tram. In sostanza si tratta del passaggio quasi obbligato che connette circa un quarto della periferia di Roma col centro, e due settori di periferia piuttosto grossi tra di loro e con la zona di San Lorenzo, quella dove si va a fare bisboccia (una delle tante). Un discreto collo di bottiglia, e non è la prima volta che si ingorga peggio di un lavandino. In quei casi, ho scoperto che farsi il tragitto tra Torpignattara e la città universitaria della Sapienza a piedi può diventare conveniente, anche se sono quasi sei chilometri.

Comunque, stavolta il trenino si è piantato alla fine della Prenestina, causando un discreto bordello. Io sono sceso, ho avvisato del ritardo e sono andato a piedi all'appuntamento.

Ho sempre saputo che attraversare la strada è un'attività da intraprendere con cautela, ma solo da quando abito a Roma mi è sorto il sospetto che la viabilità sembra appositamente concepita per uccidermi.

L'automobilista romano non ha mai sentito nominare le strisce pedonali, e non si pone nemmeno il dubbio su che cosa mi induca a stare fermo sul bordo della strada. Inoltre, le strisce pedonali mancano in alcuni punti della città, tipo tra Porta Maggiore e San Lorenzo, dove a me sembra ovvio pensare che qualcuno attraverserà la strada lì. Non fatelo. E' un suicidio.

Inoltre, laddove esistano dei semafori pedonali, hanno delle tempistiche inquietanti. C'è un semaforo, tra Termini e Castro Pretorio, in cui il verde per i pedoni scatta insieme a quello per le auto che vengono dal viale. Il problema è che è verde per i pedoni che vanno dritti e per le auto che vanno dritte o che svoltano a destra, e svoltando a destra vanno a Termini. In sostanza, una minaccia. Ho idea che nessuno abbia realmente pensato a Roma come ad un posto in cui uno potesse, volesse o dovesse muoversi a piedi. E se i trasporti pubblici fossero fatti di conseguenza, lo accetterei pure, ma così come stanno le cose, Alemanno dovrebbe darmi la vettura di cortesia. Con autista, perché non intendo imparare a guidare in questo delirio di città.

Un'altra cosa che non va bene nei semafori pedonali di Roma è la durata del verde. Dovrei provare a cronometrarlo, dubito superi i 5 secondi. Sicuramente meno del tempo che una persona normale impiega ad attraversare una strada. In compenso il giallo dura tipo il triplo, il che non ha evidentemente senso.

Ne deduco che Roma è in realtà una colossale trappola immaginata solo per schiacciarmi ed uccidermi. Fintantoché non ci riescono, gli automobilisti ingorgati strombazzano a frotte, facendo sorgere nella mia mente taciti inviti a suonare dove c'è più traffico. In figa alle troie delle loro madri, scusate il francese. Suonando il clacson come cretini non rimuovono il tram bloccato sulle rotaie, in compenso mi tirano scemo. Stronzi.*

*Potrà sembrarvi che i miei toni siano eccessivi. No. E' una cosa che mi fa realmente ammattire. Pregate che non mi porti mai fino alla crisi isterica conclamata, perché in quel caso non rispondo delle mie azioni e potrei diventare pericoloso per me stesso e per il prossimo.




Delirio a Torpignattara




In tutto questo, andando verso l'università, ho notato una cosa. La linea d'autobus numero 3, che faceva un pezzo di strada tra Porta Maggiore e Viale Regina Margherita, parallela alla mia. La linea 3 non l'ho mai presa, ma il capolinea è piazza Thorvaldsen, e lo so perché è scritto sull'apposito pannello del bus.

E allora ho pensato, eccheccazzo, ma perché in Italia deve esserci piazza Thorvaldsen? Chi cazzo è Thorvaldsen? E' uno scultore danese del Sette-Ottocento. Embè? Ci vuole un corso di lingua per pronunciarlo. E' un' offesa alla cultura italiana, nella città dove abbiamo la fottuta Pietà di Michelangelo, intitolare una piazza ad un inutile artista culoghiaccio di cui non frega niente a nessuno.

Ho pensato queste cose, perché, minchia, siamo in Italia, e bisogna difendere la cultura italiana, incluse le filastrocche imbecilli, e sottolineare il fatto che siamo in Italia e non ce ne incula un cazzo della Danimarca, ribattezzando piazza Thorvaldsen come piazza Michelangelo.

Perché l'Italia, è, era e sempre sarà la cazzo di Italia, anzi Itaglia, e non vogliamo contaminazione con lo straniero nei nomi di luoghi pubblici. Chi è un cazzo di consiglio comunale democraticamente eletto per dare un nome culoghiaccio ed estraneo alla nostra cultura ad una piazza di tutti (gli italiani di pura razza ariana, s'intende?). E se queste cose possono stare sulla prima pagina del Corriere della Sera a firma di Galli della Loggia, io posso essere tanto razzis... ehm, tanto antidan... volevo dire, tanto liberale e patriottico quanto lui.

Thorvaldsen si deve integrare, cazzo, deve dimostrare la sua italianità.

Ah, è morto? Cazzi suoi, rispediamo indietro il suo nome clandestino ed impronuciabile. Tanto è nato in Islanda, quindi anche extracomunitario, e non me ne frega un cazzo se era suddito danese e quindi dentro Schengen. Del resto, ce ne è mai fottuto qualcosa, a noi razz... patrioti, quando si trattava di sputare sul primo romeno preso a caso, che fosse cittadino comunitario?

No, non ce n'è mai fregato un cazzo, nemmeno ai massimi livelli, quando il Ministro degli Esteri D'Alema convocò l'ambasciatore della Romania per un omicidio commesso da un cittadino romeno in Italia.

Immaginate se, ad ogni delitto di mafia commesso all'estero, il governo del paese interessato chiedesse spiegazioni all'ambasciatore italiano.

E adesso, immaginate l'articolo che Galli della Loggia scriverebbe per commentare l'ipotetica intitolatura di una scuola elementare giapponese a Maria Montessori. Offro da bere a chi riesce a farne l'imitazione migliore.

martedì, maggio 19, 2009
Una volta, nelle scuole italiane avulse da ogni elementare progetto educativo, le maestre che per qualche motivo si dovevano allontanare dalla classe, incaricavano l' allievo più disciplinato -solitamente una femmina- di scrivere alla lavagna i nomi dei compagni. Divisi in due liste separate: sulla destra i buoni, a  sinistra i cattivi.

A effettuare  questo discutibilissimo provvedimento disciplinare, era, appunto, uno scolaro, a cui l' insegnante demandava, sicura della propria autorità anche in absentia,  il compito di sorvegliare la capacità di autodisciplina della classe.

Il fatto che una preside di un istituto tecnico abbia bisogno di fare lei una simile lista, la dice lunga sulla mancanza di autorità e di autorevolezza non solo della sua personale dirigenza, ma di tutta l'istituzione scolastica italiana. Che è debole, in bilico tra lassismo rassegnato, politiche di integrazione culturale spesso affidate a personale incapace e impreparato, dove i pochi volenterosi rischiano di soccombere o, peggio, di essere oggetto dell' astio dei colleghi che insegnano per ripiego, e mai seguiti dalle classi.

La professoressa Rosanna Cipollina* ha preferito abdicare al proprio ruolo, sostituendo qualsiasi possibilità di incontro con gli studenti di altri paesi con l'ossequio a norme ancora in fieri nel loro percorso parlamentare, e, cosa a mio avviso, grave, abbandonandosi ad una mentalità poliziesca che fa leva su paure inconfessate (e inconfessabili, specie per chi si occupa di educazione) dell'  incontro con l' altro. Le politiche di respingimento e di rifiuto di chi è diverso per storia, cultura, religione sono il contrario dell' educazione. Servono a ottenere consenso. L' educazione servirebbe a sviluppare una capacità di critica.

E' quello che la scuola in questo paese fa maggiormente fatica a recepire, pensando che la consapevolezza della diversità incoraggi il clustering culturale (quando invece si sa che avviene in caso di pressioni sociali ostili ad una determinata comunità) o, peggio, sia un vezzo di certa sinistra buonista e vagamente umanitaria, a cui rinunciare in nome di una omogeneità culturale imposta da programmi non aggiornati, stilati in situazioni demografiche molto diverse da quelle attuali. Due giorni fa, su Radio 3, sentivo, prima del concerto di musica classica, di mezzogiorno, lo sfogo querulo di un professore:

"Una giovane insegnante delle medie, piena di buona volontà, ha chiesto agli studenti stranieri di raccontare qualcosa della propria cultura. Io mi sono chiesto: ma a che cosa serve chiedergli di fare il marocchino?Non si rischia di porre l' accento sulle differenze, piuttosto che sulle cose che abbiamo in comune con le altre culture?"

Io punterei l' attenzione sulla parola fare: come se ci si aspettasse, inautenticamente, che un ragazzino di dodici anni si adegui ad un ruolo che non gli appartiene veramente, perché la società, la famiglia o la scuola stessa l' hanno scelto per lui. Per solito, a quella età, si comincia, faticosamente, a essere qualcuno. E dare per scontata l'inautenticità dell' esperienza certo non aiuta l' adolescente nell' affermazione della propria personalità e nella consapevolezza di sé.

Poi fare il marocchino. E' interessante che l' aggettivo che indichi la nazionalità della comunità di persone immigrate più "storicamente" presente in Italia sia diventato una sorta di antonomasia per designare qualsiasi straniero. E' un notevole processo di riduzione dell' ignoto, e potenzialmente minaccioso, al noto.

Poi l' aggettivo di nazionalità esprime un concetto che in sé nasce come intrinsecamente antidemocratico.

Il sentimento nazionale storicamente è sorto nella élite e poi è stato esteso, anche ingannevolmente, anche con una retorica patriottarda bieca, al popolo**.
Zygmunt Bauman sostiene che le democrazie nazionali siano state costruite sulle "vite di scarto" delle classi subalterne: ora, queste persone "scartate" dall' illuminato processo democratico e inclusivo non possono che aderire inautenticamente a qualsiasi modello (nazionale, culturale, politico) gli si voglia applicare. Quindi, dice il docente democratico sebbene querulo, meglio che "si trovino cose in comune con le altre culture". Ma così facendo, è sempre la comunità autoctona, diciamo così, a porsi in posizione di forza e a non compiere nessuno sforzo di integrazione, assimilando a sé l' altro, in nome di ciò che è immediatamente riconoscibile e che non crea problemi.

L' intervista terminava con una chiosa della conduttrice, che avrebbe  voluto essere spiritosa. "Eh sì, in effetti, se facessimo raccontare ad un ragazzino italiano cosa vuol dire essere italiani, ne verrebbero fuori delle belle..."

Appunto, il ragazzino italiano, in base ad una sua appartenenza storicamente sancita, ha il diritto a essere qualcosa, e nessuno gli chiede (o teme) che aderisca a un ruolo.

E' un' adesione, quella alla mia cittadinanza, che ogni giorno che passa, mi risulta sempre più difficile e imbarazzante
.

* Non nuova, a quanto pare, ad episodi discriminatori e recentemente trasferita da La Spezia a Genova.

**Chiaramente mi riferisco agli Stati Nazionali moderni. Come Marco mi ha fatto notare nel commento #1, la preside e molti altri paiono aver in mente il modello fallace della democrazia ateniese.

mercoledì, maggio 13, 2009
S come stirare. Per molti è faticoso -spalle e schiena fanno male, dopo un po'- o semplicemente antipatico. I panni sembrano vivi e ribelli ad ogni piega.

Innanzitutto, dotatevi di un' asse che superi in altezza di circa quattro dita l' altezza del vostro ombelico. Ricopritela con un copriasse di cotone, bianco o dai colori resistenti. Per stirare poi le maniche, montate l' assetta apposita. Se siete alle prime prove di stiro, utilizzate una camicia di cotone, magari non troppo nuova, per "testare" la vostra abilità. Partite dal colletto: stiratelo prima al rovescio e poi al diritto; passate ai polsini, stirandone sempre prima l'interno, poi l' esterno. Poi stirate il lembi coi bottoni e, dall' esterno verso l' interno, il davanti. Girate quindi la camicia lungo l' asse e stiratene il retro. Infine, stiratene le maniche. Appendetela su una stampellina di metallo o piegatela, facendo attenzione a non incrociarne le maniche. I pantaloni si stirano partendo dalla cintura; se hanno le pinces, si stirano dal cavallo verso l' alto; poi si stirano una prima volta di piatto lungo la gamba; se sono jeans, ancora piegati in due. Piegate sempre i pantaloni afferandoli dal fondo, mettendo una mano di taglio o facendoli passare in una stampella fatta apposta (meglio quelle rettangolari, di plastica: occupano meno spazio negli armadi) circa a metà della loro lunghezza e piegandoli in due. La lana si stira proteggendola con una pezzuola umida, meglio se di lino, col ferro a 40° C circa, onde evitare l'effetto strinatura. La seta non andrebbe, in teoria, stirata: è fibra animale.Se non resistete, utilizzate il ferro a vapore a 40 ° e fate mooolta attenzione. Le fibre sintetiche: molte fibre moderne (microfibra, gore-tex, polyammide, lycra, elasthan) non necessitano nemmeno di stiratura. Se proprio non potete fare a meno di avere il body stirato o il coprispalle impeccabile, passate rapidamente il ferro appena tiepido e spento. Se, quando terrete alzato il ferro, in verticale, onde evitare che la piastra bruci l' assetta, ci passerete vicino scottandovi, risciacquate l'ustione con acqua molto fredda e metteteci sopra della tintura madre di calendula. Le creme come Foille o quelle a base grassa (tocoferolo) vanno messe dopo circa 12 h dall' ustione, appena si comincia a formare il siero. Se avete capi particolari, come una gonna a pieghe, portatela in lavanderia. Ho provato a stirare tutte le 35 pieghe di una gonna di gabardine che avevo comprato al mercato, per 2 €, e non è stato facile, né divertente. Nonostante l' avessi già rimessa a posto, rifoderata e lavata senza centrifugarla.

T come tempo. In un commento ad un precedente post di questa serie, Roberto osservava come sia importante non fare diventare i lavori di casa un' ossessione che sottragga tempo a voi o alla vostra relazione sentimentale. Non posso che essere d' accordo. Anche se io, per prima, sono un poco vittima (e fomentatrice) di questa ossessione.

U come università. Uscitene. Alla svelta. Ve ne prego. A meno che, come Falecius, non pensiate di trascorrervi il resto della vostra vita lavorativa.

V come vicini. Se sono anziani, rassegnatevi: a meno che non siano vecchi hippies o libertari a prova di regime, vi romperanno le scatole perché fate casino, perché c'è un viavai di gente che non si capisce mica, perché lasciate l'ombrello aperto fuori dalla porta se dovete salire le scale da soli  con cinquemila borse e pacchi. Cercate di non mettervi proditoriamente a dispetto; salutate anche se dentro di voi vi chiedete se dormendo già alle nove di sera si stiano preparando al sonno eterno. Gli anziani sono meglio disposti verso il giovane educato e taaanto bravo. Se avete bambini piccoli, forse è una buona idea dire loro di non giocare o alzare la voce davanti al loro uscio o impedirgli di mandare aeroplanini, palloni, sorpresine degli ovetti sul balcone della dirimpettaia ottantenne. Se avete animali, le cose si complicano ancora di più: evitate di far compiere alla vostra bestiola un' incursione negli spazi dei vicini. Purtroppo, il pazzo capace di avvelenare il cane o il gatto non è così raro. Una volta mi scappò la tartaruga terricola e ci volle del bello e del buono per recuperarla: si era andata ad infilare sotto il contatore del gas della vicina, ovviamente seminterrato.

W come week-end. Adesso, a causa della crisi, sono diffusi i week end  mordi e fuggi. Lo dicono autorevoli testate: Donna Moderna, Cosmopolitan, Flair, Men's health, Max . Mica io, che non vado in vacanza, propriamente detta, da 5 anni. Un consiglio: evitate di farvi una vascata di  chilometri per andare al mare poche ore, arrivando lì già bolliti a prendere il sole, modello gamberone, nelle ore più calde della giornata.

Fatevi un giro nei dintorni, se vi va, pranzate al sacco, andate a vedere un bel film o quella cosa (monumento, strada, libro) che avreste sempre voluto conoscere ma che non avete mai avuto tempo per farlo. O, cosa che preferisco, dedicatevi al Culto Fancazzista, di cui Falecius è Sacerdote*. :D

Z come zanzara tigre. Se non disponete di un laghetto con la gambusia, attenetevi alle istruzioni di profilassi di disinfestazione del vostro comune. Niente acqua stagnante nei sottovasi; sempre un pezzo di rame puro nei posti dove possono esserci ristagni d' acqua; quando annaffiate proteggetevi le gambe con dei pantaloni sufficientemente spessi e non grattatevi mai i pomfi, che andranno subito unti col Gentalyn beta. Il veleno (o la saliva dell' animale), infatti, ha l' antipatica caratteristica di fare infezione sulla pelle di soggetti particolarmente esposti. Per proteggervi dalla zanzara tigre, l' unica essenza naturale e non inquinante, sembra essere l' olio essenziale di tea tree, che purtroppo puzza terribilmente. Comprate prodotti repellenti che ne contengano a concentrazioni sopportabili.



* 14 maggio 2009: Aggiornamento ex telephonio cellari: con l' immotu proprio Valetudinem otiorum, il dottor Falecius Firmanus si è autonominato Papa del Culto Fancazzista. Si ricorda in questa sede che le cariche ecclesiastiche che verranno conferite da Sua Voluttà sono tutte sine cura ;-)
martedì, maggio 05, 2009
Il Ministro degli Interni Maroni non demorde. Dopo l' ignobile proposta di legge  volta a rendere medici e personale sanitario dei delatori nei confronti del cittadino straniero sprovvisto di permesso di soggiorno,  ecco il disegno di legge che, di fatto, renderebbe impossibile garantire il diritto all' istruzione, previsto ai sensi della Costituzione, A TUTTI. Le ricadute della bozza , se approvata, minaccerebbero di colpire i più indifesi tra i clandestini presenti sul territorio italiano: i bambini e i ragazzi in età scolastica. Quest' azione se è possibile, è a mio avviso ancora più subdola, immorale e carica di rimandi storici ad un passato non troppo distante che si sperava -con quanta leggerezza!- archiviato per sempre.Il messaggio è chiaro: segnalare i bambini per colpire gli adulti. L'articolo 362 del codice penale obbliga i pubblici ufficiali,* pena una sanzione pecuniaria, "alla denuncia dei reati di cui siano venuti a conoscenza nell'esercizio delle proprie funzioni". Di fatto, si  introduce la subordinazione del diritto ad ogni prestazione pubblica, compresa l'iscrizione a scuola, alla presentazione del permesso di soggiorno. Se un preside o una maestra si trovasse iscritto nella propria classe un piccolo clandestino, scatterebbe l' obbligo di denuncia e se, come è altamente probabile, si dovessero registrare casi di obiezione di coscienza, il preside o l'insegnate incorrerebbero nel reato di favoreggiamento dell' immigrazione clandestina. Oltre all' ovvia preoccupazione  dell' incentivo all' evasione scolastica, alla mancata integrazione, all' isolamento culturale dei piccoli provocati da questa legge, se dovesse essere approvata, mi tornano alla mente quegli allievi e quei docenti di razza ebraica (sic), che, nell' ottobre del 1938 non poterono tornare nelle loro aule, nella scuola pubblica, in forza di una normativa sciagurata e vergognosa che ha molti punti di contatto, nel merito e negli effetti, con quella proposta dalla Lega. Solo, il nemico adesso non è più il vicino appartenente ad una razza inferiore, no, si è troppo politicamente corretti per dirlo anche se lo si pensa: è genericamente lo straniero sprovvisto di un dannato permesso di soggiorno. Il clima culturale di questa legge, prima ancora che entri in vigore, ha già fatto una vittima. Si chiama Elizabeth, è una ragazza cilena di 17 anni, iscritta all' ultimo anno delle scuole superiori in un istituto di Genova. Potete leggere qui la sua storia.

Intanto, mentre  da una parte viene imposto da questo Governo ai dipendenti pubblici di diventare poliziotti al soldo dello Stato, dall'altra qualche zelante parlamentare, virtualmente all' opposizione, tenta di mettere a tacere chi attraverso la rete cerca di denunciare i fatti che ogni giorno vengono ignorati dai media, troppo intenti a seguire le vicissitudini familiari delle alte cariche dello Stato.

Infatti il 29 aprile scorso nel voto finale al Senato è stato bloccato il cosiddetto pacchetto sicurezza (disegno di legge 733), con un emendamento del senatore Gianpiero D’Alia (UDC), che avrebbe modificato in senso pesantemente censorio l‘articolo 50-bis, configurando la “Repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet“.

In pratica se un qualunque cittadino che scriva  su un blog avesse invitato a disobbedire a una legge da lui ritenuta ingiusta, i provider avrebbero dovuto  fermarlo, oscurare il suo sito e segnalarlo alla Polizia Postale. Questo provvedimento avrebbe potuto obbligare i provider a oscurare un sito ovunque si trovi, anche se registrato all’estero. Il Ministro dell’ Interno, in seguito a comunicazione dell’autorità giudiziaria, poteva disporre con proprio decreto , secondo questo disegno,   l’interruzione dell'attività del blogger, ordinando ai fornitori di connettività alla rete internet di utilizzare gli appositi strumenti di filtraggio necessari a tal fine. L’attività di filtraggio imposta sarebbe dovuta avvenire  entro il termine di 24 ore. La violazione di tale obbligo avrebbe comportato una sanzione amministrativa pecuniaria da euro 50.000 a euro 250.000 per i provider e pene detentive per i blogger da 1 a 5 anni per istigazione a delinquere e per apologia di reato, da 6 mesi a 5 anni per istigazione alla disobbedienza delle leggi di ordine pubblico o all’odio fra le classi sociali.

Nella colonnina laterale di questo blog, trovate il widget con il link alla petizione contro questa proposta di legge.



* L'insegnante, ai fini del 357 c.p., è considerato un pubblico ufficiale dalla giurisprudenza di legittimità (Cass. II, 189391/1992). Naturalmente, però, non è un pubblico ufficiale in servizio permanente, ma solo nell'espletamento della funzione sua propria.

E le sue funzioni - la tenuta delle lezioni, gli incontri con genitori e allievi etc. - non hanno a che fare con l'iscrizione del figlio a scuola da parte dei genitori e la eventuale verifica dei documenti dei membri della famiglia.

E infatti non è proprio comune che un professore di matematica corra a denunciare al Pubblico ministero che ha avuto notizia che uno degli studenti avrebbe pisciato in pubblico ovvero duplicato un programma per elaboratore senza essere titolare delle licenze richieste :-)

Si tratterebbe in ogni caso del 361 c.p., non del 362 (che riguarda gli incaricati di pubblico servizio).



Nota di Z. , che ringrazio.
mercoledì, aprile 22, 2009
Guardate un po' cosa mi tocca fare. Mi tocca svestire i panni da IntellettuòleTM per indossare quelli da redattrice di Mani di Fata, o di Suor Germana. E tutto perché ho appreso con un certo sconcerto da un commento  che alcuni "ragazzi" (ventenni?trentenni?) sono andati ad abitare da soli senza avere la benché minima idea sul come fare le più semplici mansioni di economia domestica. Anzi, provando un certo disgusto all' idea di doverle svolgere. Premetto che né Falecius (che vive da solo con altri coinquilini da sette anni) né io (che vivo ancora coi miei) siamo stati abituati a farci fare , come diceva l' Anonima, le lasagne e il bucato  da mammà, pretendendo libertà assoluta su orari e vita privata. Non vediamo, continuiamo a non vedere il nesso tra le due cose. Comunque: Falecius è stato educato da una mamma femminista a svolgere qualsiasi tipo di mansione domestica. Cucina anche piuttosto bene, anche se certo non posso dire che sia troppo ordinato.

Per quanto riguarda me, non ho avuto una mamma femminista, anzi. Mia madre lavora dall' età di 14 anni (ora ne ha 60), proviene dal quarto stato perché un quinto stato non c'era e non ha mai avuto tempo per le teorizzazioni. La sua emancipazione se l' è conquistata sul lavoro, faticando come e più di un uomo, prima nell' industria conserviera legata al mondo agricolo nel quale è nata, poi in ospedale. Ha iniziato come infermiera, è andata in pensione a 54 anni ancora da compiere come caposala di un reparto oncologico. Per lei è semplicemente naturale che io, privilegiata perché non precocemente avviata al lavoro, la aiuti. Poi, vabbé: mio padre, finché ne ha avuto le forze e l' età, ci si è messo anche lui. Lo ricordo passare con aria inquisitoria l' indice sui mobili ed urlacchiare, strofinando, munito di straccio e antipolvere, ogni più piccolo recesso di sedie, tavoli, credenze e comò. A volte ripenso con un certo terrore alle sue ispezioni dei miei cassetti, in cerca di una mutanda nel cassetto riservato ai pigiami. Ricordo che mi ha rovesciato per terra facendomelo rimettere a posto in maniera a suo avviso corretta un intero cassetto di maglioni di lana perché avevo piegato le maniche incrociandole, anziché distendendole lungo il busto del capo.

Non so perché alcuni arrivino a vivere da soli senza far nulla o quasi. Forse i genitori per primi si seccano di fare i mestieri e non li responsabilizzano abbastanza (ho fatto la badante per alcuni mesi, un paio d' anni fa; tra le classi medioalte  si tende molto a delegare le mansioni non esattamente amene agli altri siano essi  rumeni o italiani meno abbienti. Mi sono sempre chiesta  chi baderà alle badanti.)

Personalmente, non credo al luogo comune di un femminismo malinteso della mamma italiana media che vizia il suo caro pargoletto maschio , dispensandolo dallo stirarsi le camicie anche a quarant' anni. E' smentito dai fatti, perché l' Anonima di cui sopra era una ragazza.

Semmai, da quando un certo grado di benessere ha raggiunto quasi tutti gli strati della popolazione,  sono  invalse approssimazione, delega, disinteresse verso l' occuparsi delle cose, intese come "a perdere" se pubbliche, o da "consumare"  se personali. Se è vero che gli oggetti devono servire alle persone e non viceversa, ciò non le autorizza a impiegarli in maniera predatoria o incurante.

Questo pone seri problemi di igiene (anche solo se si vive da soli) o di convivenza (se si vive in coppia o in comunità), oltre che, ovviamente, di ordine,  organizzazione, e alla lunga, anche economici.

Ecco alcuni modesti consigli per non soccombere al disordine. Parola di un' ex disordinata, diventata precisa a ceffoni.*

A
come armadi: i cassetti vanno riempiti mettendo i capi (o gli oggetti) più pesanti in basso e i più leggeri in alto. Il cambio di stagione per i vestiti va effettuato due volte all' anno, durante i quali avrete cura di mettere sacchetti antitarme alla canfora o composti da altre essenze naturali. Non da petrolati come la naftalina: puzzano e inquinano, e se avete bambini sono pericolosi. Somigliano troppo alle caramelline di zucchero, e la loro ingestione è letale.

A come arredamento. Tre parole: semplice, funzionale, di qualità. Abbandonate l'idea di ricorrere all' Ikea e puntate su qualcosa di solido e non "di moda". Pochi mobili ma buoni. Le case da horror vacui non vanno più. O volete abitare nella casa del padre di Filippo Tommaso Marinetti ad Alessandria d' Egitto?

B come bagni. Vanno puliti, non ci sono scuse. Ribadisco: cacciare le mani nella tazza del cesso non è più schifoso di pulirsi il culo dopo aver cagato. Prima vanno spazzati in ogni dove, raccogliendo polvere, peli e capelli. Poi si passa a pulire i sanitari con acqua fredda e detergente specifico, usando SEMPRE guanti di colore diverso a quelli che usate per lavare i piatti, così non vi confonderete mai.  Una volta utilizzati, risciacquateli all' esterno, metteteli ad asciugare in un luogo fresco ed aerato e cospargeteli di talco all' interno. La tazza del cesso va pulita con un detergente all' acido cloridrico o con la candeggina gel. Indossate la mascherina se proprio non resistete alla tentazione di guardare sotto i bordi del water, onde non respirare i vapori del detergente. Le parti in metallo vengono pulitissime immergendole o strofinandole con aceto da conserve puro. Per pulire i pavimenti, dopo che avrete pulito i sanitari, va benissimo acqua e lisoformio.

B come bambini. Coinvolgeteli nei lavori domestici dai quattro, cinque anni di età. Gradualmente, senza forzature, e presentandoglieli inizialmente come un gioco, cercate di responsabilizzarli. La casa è loro quanto vostra. Ricordatevelo. Altrimenti, quando, ormai cresciuti, rivendicheranno i loro spazi sacrosanti e voi griderete incazzati "questa è casa mia e si fa quel che  dico io", avranno il sacrosanto dovere di ridervi in faccia con sberleffo.

B anche come bucato. Per non fare disastri coi colori, esistono tre metodi: 1) indossare capi resistenti 2) separare i capi per colore 3) mettere nel cestello della lavatrice gli appositi foglietti acchiappacolore. Io che sono maniaca separo i capi per colore e infilo nel cestello il simpatico foglietto. Usate sempre l' anticalcare. Risparmiate energia, regolando la temperatura a 5° C di meno di quella consigliata sulle etichette. Pretrattate sempre le macchie più brutte. Se fate il bucato grosso, se potete, raccogliete l' acqua saponata di scarico e utilizzatela per lavare i tappetini da bagno in schiuma di lattice o silicone. Non vi venga in mente, anche se l' acqua è dura, di mettere l' ammorbidente nella stessa vasca del detersivo.

C come capelli: raccoglieteli sempre dagli scarichi di docce, lavandini e vasche. Basta un pezzetto di carta igienica. Dopodiché, gettateli nel sacchetto dei rifiuti organici. Mai nel lavandino e mai nella tazza del water. Potreste essere costretti a chiamare l' idraulico di domenica.

C come cane. Non c'è nessuna legge che vi obblighi a tenerlo. Anzi, ci sono varie leggi che vi sanzionano se lo tenete male. Comunque, ricordatevi una massima che mi disse un veterinario una volta: "Il cane sotto le zampe è come una suola di scarpe. L' appoggereste mai sul vostro letto?"

C come cibo: organizzatevi, non cedete alla facile lusinga del precotto. Costa di più, è meno sano, riduce la varietà di sapori. Statistiche dicono che mangiano meglio e soffrono meno di obesità i figli delle madri che lavorano, che si organizzano prima nella preparazione dei pasti e che spesso coinvolgono i ragazzi nella loro realizzazione, che i figli delle madri casalinghe,  spesso frustrate dalla routine di dover pensare sempre e solo alle faccende domestiche, e che per questo ricorrono ai cibi pronti.
Poi, cucinare assieme è divertente e rinsalda i legami affettivi, siano essi di un gruppo eterogeneo di coinquilini o di una famiglia.

D come divertimento. Non rimandate a domani quel che potete fare oggi o avreste dovuto fare ieri. Solo questo.

D come donne. Non vi sentite in dovere di fare solo e soltanto voi i lavori di casa. Il partner non collabora? Benissimo. Non fate più NULLA per lui. Lasciategli i panni sporchi lì dove li lascia e fate in modo che si sfami da solo.

E come economia. Non lesinate sulla qualità dei prodotti per la casa o dei cibi. Non andate all' hard discount. Puntate, piuttosto, sui prodotti a marchio "dedicato" delle grandi catene di distribuzione. Se vi va,  e abitate vicini ad esso, andate al mercato alimentare del Comune. I generi alimentari costano dal 20 al 30% in meno che nei negozi fighetti del centro.

F come frigorifero. Come per i bagni. Va pulito, non ci sono scuse. Almeno una volta alla settimana, con un pannospugna umido e un detersivo a spruzzo per superfici dure che sia anche antibatterico. Mettete frutta e verdura in basso, nelle apposite "ceste", facendo attenzione a non schiacchiare i frutti delicati, come le fragole, che andranno riposti con cura non spostandoli dalla loro vaschetta. Ponete in avanti i prodotti a scadenza più prossima. Se li acquistate al supermercato, allungate la manina in fondo al banco frigo e "pescate" il prodotto con scadenza più remota. Coprite sempre con la pellicola i barattoli e le confezioni già aperte. Incartate bene i formaggi. Non piazzate mai in frigo cibo tiepido. Ciò provocherebbe un rialzo immediato della temperatura e la formazione di condensa e di batteri. Se vi cade una goccia di cibo nel frigo, pulitela immediatamente.





(continua ogni mercoledì...)



* Non fatelo MAI coi vostri figli. Se lo venissi a sapere, non esiterei a denunciarvi per percosse.
martedì, aprile 21, 2009
Io voglio sapere la differenza tra una Facoltà di Lettere ed una Facoltà di "Scienze Umanistiche". Voglio sapere cosa siano mai le "Scienze Umanistiche", facoltà in cui tra l'altro, almeno a volte, lavoro.
Inoltre voglio sapere che differenza c'è tra un Dipartimento di Studi Politici e un Dipartimento di Teoria dello Stato, considerato che fanno parte della stessa facoltà (scienze politiche). E soprattutto perché diavolo i due dipartimenti in questione hanno due biblioteche separate.

Questa cosa merita una piccola considerazione. Personalmente, io credo che una biblioteca per ogni facoltà sia perfettamente adeguata alle esigenze di chiunque. Sette anni di vita universitaria non mi hanno mai permesso di penetrare il senso profondo di cosa sia un "dipartimento", ma ho idee abbastanza precise su cosa debba essere una biblioteca.
Una biblioteca universitaria deve essere uno strumento che aiuti gli studenti nello studio e i ricercatori nella ricerca, direi. ora, non si capisce bene come mai io, che sono dottorando all'Università la Sapienza di Roma (un dottorato interfacoltà, tra l'altro, il che complica le cose, perché vuol dire che non sono mai sicuro di saper rispondere alla domanda "di che facoltà sei?") posso senza problemi prendere in prestito il cazzo che voglio alla Biblioteca universitaria di Bologna, mentre devo presentarmi con un permesso scritto di un professore se voglio qualcosa da una biblioteca di una facoltà che non è una delle mie.

Insomma.
Comunque, devo ancora sentire una giustificazione sensata per la pratica barbara delle note a fondo testo.