giovedì, maggio 29, 2008
Avrei voluto scriverlo io, un pezzo così, ma lui l'ha fatto meglio.
Non è andata esattamente così, in Palestina, sia chiaro.
Però certi paralleli è difficile non farseli tornare in mente.
domenica, dicembre 16, 2007

Il Capitale ha bisogno dello Stato. E non di un qualsiasi Stato, ma di uno Stato-macchina del tipo europeo moderno. Per una serie di fenomeni storici complessi, questo tipo di Stato è diventato anche uno Stato nazionale.

Anche in passato l'economia era strettamente legata alla politica. Oltre lo stadio elementare del piccolo baratto, lo scambio e l'accumulazione necessitavano di strutture politiche spersonalizzate su larga scala. Pensate all'organizzazione che poteva essere necessaria, quasi cinquemila anni fa, per portare le pietre dure estratte in Afghanistan fino alle città sumere in Iraq.

Questo commercio era amministrato, con dotazioni fornite dal palazzo reale e dal tempio cittadini, tramite mercanti che dipendevano da essi. Una volta arrivati a destinazione (di solito un luogo di intermediazione, e non il lontanissimo centro di produzione della materia prima) è probabile che lo scambio in sé avvenisse sotto forme ideologiche dello scambio di doni.

Dal punto di vista sumero, i "Barbari" fornivano le materie prime al centro del mondo, per glorificare i loro dei. lapislazzuli, stagno, cedri del Libano, servivano alla costruzione dei loro templi. Gli scambi erano resi possibili dall'accumulazione di risorse locali attuata dai grandi sistemi redistributivi controllati da templi e gestiti dal palazzo. I sistemi redistributivi e di accumulazione dell'età del Bronzo rubavano ai poveri per dare ai ricchi, e si imperniavano in una inscidibile unità di religione, economia e politica. Erano sistemi generalmente impersonali, almeno nella sostanza, rispetto ai quali le solidarietà familiari allargate da un lato si corrodevano (la cosa è testimoniata in modo eccellente dai contratti e dai testi giuridici riguardo l'eredità, e ne resta una traccia perfino nel Quarto Comandamento: era necessario dire "onora il padre e la madre" in un'epoca in cui questo non era più scontato) e dell'altro potevano fornire, se non una resistenza, quantomeno una viscosità rispetto al sistema.

I conflitti tra le città cananee e filistee ed i primi Israeliti, che si trovano nei libri di Giosuè e dei Giudici, spogliati dei loro elementi tardi e leggendari, raccontano anche la storia di un conflitto tra due poli d'aggregazione, i Palazzi reali cittadini e le tribù basata sulla solidarietà di clan epressa nel codice delle relazioni genealogiche (che potevano essere all'occorrenza riformulate, come accade a anche oggi tra i beduini, in funzione di rivalità ed alleanze).

giovedì, ottobre 18, 2007
Credo poter annunciare la nascita e l'avvio delle attività del nuovo multi-blog che abbiamo creato con un gruppo di studenti di arabo e di ebraico dell'Università di Venezia. Molte delle cose su islam, arabistica ed ebraismo che prima postavo qui, probabilmente adesso finiranno di là; questo blog diventerà più anarcoide, meno serioso e più personale. O forse no. Ci sono sempre gli Assiri.
postato da: falecius alle ore 12:59 | Permalink | commenti (3)
categoria:cultura, religione, medio oriente, affetti, eretz yisrael
giovedì, settembre 20, 2007
La prima parte del mio racconto "Risiko" su Chiedi alla Carta. Molto bello anche il racconto di Eva Clesis e quello di Loris pubblicati oggi.
Ai Bragoriani il racconto potrà ricordare qualcosina... E anche a Viola e Rachele, dovessero passare di qua.
postato da: falecius alle ore 16:48 | Permalink | commenti
categoria:letteratura, società, repubblica sovietica di bragora, eretz yisrael
sabato, agosto 04, 2007
Avvertenza: questo è un prologo, e il resto del discorso verrà tra molto, molto tempo. Finché non torno, sbizzarritevi.

Potremmo anche metterla così:

Due tribù semitiche relativamente piccole, entrambe con lunghe storie di migrazioni e conflitti alle spalle, si stanno contendendo un piccola area semi-arida e priva di risorse in una parte del mondo di per sé piccola ed insignificante anche in buona posizione.

Le due tribù parlano lingue piuttosto simili (anche non al punto di essere reciprocamente comprensibili) e possono entrambe vantare uan complicata serie di diritti storici sulle zone contese. ognuna nega in modo a volte fantasioso le pretese dell'altra. Entrambe praticano una religione monoteista, adorano lo stesso Dio (la parola per nominarLo ha la stessa origine nelle rispettive lingue) praticano la circoncisione, hanno tabù alimentari simili e un corpus di tradizioni religiose che contiene in buona parte gli stessi personaggi, ha rilevanti parti normative da cui si è evoluto un corpus giuridico, ed ha una forte carica di giustizia sociale terrena.  Entrambe hanno un lunga tradizione di conflitti e massacri inflitti loro dagli abitanti cristiani dell'Europa.

Tuttavia, fanno un'enorme fatica ad individuare le cose che hanno in comune e tendono vedere l'altra tribù come  dei sanguinari selvaggi.
Nell'area contesa, c'è almeno una citta di medie dimensioni in cui si sono svolti eventi della massima importanza per le due maggiori religioni mondiali (tra cui quella di una delle due tribù) per cui è di grande interesse per tutti i praticanti di quelle fedi, che sono circa metà della popolazione terrestre, che la zona sia resa praticabile e sicura, ed in particolare che sia possibile svolgervi pellegrinaggi e simili. (il che rende l'opzione "radere al suolo l'intera zona con grosse testate strategiche" impraticabile)
L'altra tribù, del resto, considera la città in questione la propria capitale storica, ed è in conflitto coi praticanti delle altre due religioni, che sono professate dalla tribù rivale. Questa tribù inoltre è stata oggetto di persecuzioni violentissime e di un tentativo quasi riuscito di annientamento totale, il che la porta ad essere comprensibilmente preoccupata per il futuro e dotarsi di imponenti mezzi di difesa, incluse armi nucleari. La seconda tribù, e specilamente i suoi correligionari in altre zone, trovano questo fatto alquanto preoccupante e alcuni di loro stanno cercando di dotarsi di armi nucleari.

Risolvete il problema evitando ulteriori spargimenti di sangue (sono quindi ammessi roghi, autodafé, armi nucleari, chimiche e batteriologiche e bombe a vuoto. Anche napalm ed esplosivi cinvenzionali, purché vaporizziate integralmente il cadavere: la zona è sacra e non si può sporcare). Avete tempo un mese e mezzo. Buon divertimento.


NOTA: questa è un'esercitazione.
Ho omesso diversi fattori chiave che rendono la situazione reale MOLTO più intricata, ad esempio, le colonie, il ruolo del colonialismo, dei paesi Europei, della Russia, della Lega Araba, degli Stati Uniti, le divisioni tra palestinesi, il problema dei profughi, le differenze tra ebrei "laici" e "religiosi", la durata del conflitto e la situazione in cui è maturato, la questione del Golan, le otto guerre arabo-israeliane, la disparità economica tra i due gruppi, l'acqua della West Bank e quella del Giordano, e un po' di altre faccende che non mi vengono in mente.
NOTA 2: non so con che frequenza potrò venire sul blog.
Fino all'11 di Settembre sarò impegnato a preparare la festa d'anniversario della Nostra Grande Vittoria sul Bieco Imperialismo Amerikano
ed i suoi Lacché Sionisti, e quindi a festeggiarla in una località segreta del Waziristan insieme ad i miei amici terroNisti.
Quindi. Potete commentare. Non ci sarà moderazione. Potrete anche litigare. Civilmente, però.
Vi prego di fare i bravi, di non scrivere cose razziste, antisemite, offensive, idiote, non trolleggiare, firmarvi e non spammare pubblicità, specialmente se siete di Forza Italia. Il primo che userà insulti personali o patenti cazzate verrà bannato a vita.
mercoledì, agosto 01, 2007
Abbandono la RSB. Da Venezia vado a Campalto (vicino Mestre). In una casa ancora più bella, ggente simpatica, e forse, dai, stavolta riesco a sterzare :). Vi aggiornerò sulle vicende della nuova comune anarchica in terraferma tramite la tag "campalto".

L'esperienza del trasloco ha qualcosa di ineffabile, quindi tralascerò. Ah, Viola è tornata da Gerusalemme. L'ho incontrata insieme a Rachele (altro nome di fantasia), una persona che non mi sarei mai aspettato di rivedere in vita mia, e soprattutto non mia sarei mai aspettato che mi dicesse: "decisamente, NON sono sionista." Lo era, tra anni fa. Almeno, diceva di esserlo. In mezzo ci sono stati, credo, qualche viaggio in Israele, una guerra e mezza, un paio di lauree, e, mi pare, una storia tra lei e David. Non so cosa abbia influito sul modo di vedere le cose.
Ho scoperto che Viola ha conosciuto David tramite Rachele, e sì, sono ancora amiche. Tra l'altro, ho scoperto oggi che le due ragazze si conoscevano. Il mondo è piccolo.
venerdì, luglio 27, 2007
Questo post parla di Chernobyl e Palestina. E' interessante in sé, anche se lunghetto, ma lo cito perché mi ha fatto venire in mente una storia che volevo raccontarvi da un po'. Una storia che comincia a Chenobyl e finisce a Gerusalemme.

Ero a Venezia,con una mia cara amica, a sorseggiare un Pinot Grigio mentre discutevamo delle somiglianze linguistiche tra ungherese ed aramaico e dell'integrazione dei Rom nei Balcani, (lei è mezza ungherese) quando è arrivata la nostra amica Viola (il nome è di fantasia), raggiante come un mattino di primavera, annunciandoci che si stava per  andare a Gerusalemme.

Aveva conosciuto da pochi giorni un turista israeliano che chiamerò David (anche questo nome è di fantasia) e, bhè, era scoccata la scintilla.
Questa è la storia di David.

David è nato dalle parti di Kiev. E' ebreo, e questo in Unione Sovietica era un problema, perché, anche se non se parla molto, in Unione Sovietica, ed apparentemente anche nell'Ucraina immediatamente post-sovietica, esistevano delle restrizioni tipo leggi razziali, per gli ebrei. Io non lo sapevo finché Viola non me l'ha detto, comunque all'epoca gli ebrei iscritti all'università non potevano superare il 3% del totale, o qualcosa del genere (non verificato questa informazione, quindi potrebbe essermi stata riferita in modo impreciso). Non sono riuscito ad capire se David abbia lasciato l'Ucraina subito prima o subito dopo l'indipendenza, comunque dovremmo essere nel 1991/92. David non poteva accedere all'Università, forse perché nella sua famiglia c'era stato qualche dissidente, e decise di emigrare. Attrversa a piedi la frontiera con la Polonia e raggiunge l'ambasciata israeliana a Varsavia.

Lì accade una cosa a mio avviso abbastanza strana. A David si offre il permesso di trasferirsi in israele ed ottenre, in quanto ebreo, la cittadinanza, a patto che si arruoli in Tsahal.
Israele è sostanzialmente una nazione in armi, in cui cose come la renitenza alla leva e l'obiezione di coscienza semplicemente non esistono, e tutti i cittadini tra i 18 ed i 44 (mi pare) anni sono periodicamente richiamti per delle esercitazioni militari. Sì, succede anche in Svizzera, ma la Svizzera non è in stato di guerra coi suoi vicini. La durata della ferma di leva in Israele è, se non ricordo male, tre anni per gli uomini e due per le donne, ma a me stato riferito che David abbia prestato servizio sul fronte del Golan, nella zona delle fattorie di Shebaa mi pare, per cinque anni.
Non so se esistesse una prassi normale di chiedere un servizio prolungato nell'esercito a chi chiedeva di immigrare, non ne ho mai sentito parlare. Più o meno, comunque, la faccenda è che David parte da Varsavia diretto alle pendici del Monte Hermon, cittadino d'Israele e soldato del suo esercito.
Ma non un soldato qualsiasi. David diventa un cecchino scelto di un'unità speciale di fanteria, che più o meno ha il compito di sparare a qualsiasi cosa si muova lunga la frontiera tra il Golan occupato ed il Libano (mi pare). Cioè ai miliziani di Hezbollah, fondamentalmente. Inoltre, dopo il congedo, ogni anno David verrà richiamato per addestrare le reclute di quell'unità speciale, che ha tra i loro compiti anche le famigerate uccisioni mirate.
Nel racconto di Viola, il compito degli allievi di David è di raggiungere coloro che sono ritenuti responsabili di attentati in cui sono morti bambini israeliani e sparargli a distanza ravvicinata, anche in pubblico. Lui stesso però non ha detto di aver svolto azioni del genere. Ma certo, fa un po' strano sapere che una tua amica sta con qualcuno che ha ucciso delle persone a sangue freddo. Non è più così normale, dalle nostre parti.
Dopo cinque anni di servizio militare, David è "congedato" col grado di tenente, si iscrive all'Università, ottiene un diploma in forografia ed apre uno studio professionale a Gerusalemme.
Nel 2007 arriva a Venezia, e per caso conosce Viola. Viola è una ragazza laureata in cinese, appassionata di storia, con vasti interessi, con tendenze politiche di sinistra e piuttosto filo-palestinesi.
Non che si mettano a parlare di politica, anche se dopo lui le racconterà la sua storia, senza vantarsi, con calma, stupendosi della sicurezza con cui si vive in Italia, malgrado l'invasione dei Marocchini Islamici Negri, Ladri e Terroristi. Nostanate loro, infatti, non c'è stato ancora un solo attentato terroristico di matrice islamica in Italia.
David si sorprende del fatto che in giro non ci siano soldati, e pochissimi poliziotti. Che non ci siano controlli all'ingresso dei locali (metal detector, ad esempio) e si possano lasciare borde o bagali incustoditi.
Lo sguardo di Viola verso Israele era, prima di allora, distratto e poco comprensivo. Così come, mi diceva lei, lo era quello di David verso gli Arabi ed i Palestinesi. David non sa nulla delle colonie, delle discriminazioni, delle vessazioni che colpiscono la popolazione araba dei Territori.
La storia di David mi suggeririsce che quello che accade tra il Mediterraneo e il Giordano si può definire come un "doppio terrore".  Forse mi ha fatto avvicinare al punto di vista israeliano e alla comprensione dello stato paranoico che può comportare. Ma anche all'abisso di ignoranza (nel senso etimologico) indifferenza ed incomprensione che sapara gli ebrei israeliani dai Palestinesi.
Viola, innamorata di lui, è andata a trovarlo a Gerusalemme e dovrebbe essere tornata da poco. La fine dela loro storia non la conosco, quella della sua, e tutta la terra tra Mediterraneo e Giordano, è ancora da scrivere.
E non so se avrà mai una morale.

N.B. Questa storia mi è stata raccontata a voce da Viola, diversi giorni fa, riassumendop dei discorsi che David le ha fatto in inglese. Prendetela col beneficio del dubbio: potrebbe contenere errori, imprecisioni, o, per quel che ne so, pure e semplici panzane.
domenica, luglio 22, 2007
Rielaborando alcuni miei post dell'estate scorsa, ho pubblicato questo.
postato da: falecius alle ore 11:21 | Permalink | commenti (5)
categoria:buone notizie, informazione, eretz yisrael
venerdì, luglio 13, 2007
Dal poco che ne avevo letto, consideravo e considero, senz'altro Debora Fait un avversario ideologico, cosa del resto alquanto diversa da un "nemico". In latino si può dire hostis o adversarius.
La prima parola viene dalla stessa radice di hospes, ospite, (inglese guest, tedesco gast, russo gost'; la radice è indeuropea e la g corrisponde alla h latina). Indica quindi lo straniero, l'estraneo, con cui il conflitto è irriducibile.
Ad-versarius è colui che è si contrappone, che si volge contro, a causa di una determinata circostanza. Cesare ad esempio era ben consapevole della differenza, quando definiva adversarii i suoi rivali nella guerra civile ed hostes quelli della guerra gallica.

Con l'avversario si è, appunto, in contrapposizione, ma non necessarialmente in ostilità. La contrapposizione è starsi di fronte, faccia a faccia, su posizioni diverse nello stesso terreno. Una situazione che permette il confronto dialettico, anche duro, ma costruttivo.

Non mi sarei mai aspettato di trovarmi, nella mia vita, a discutere con Debora Fait.
E tantomeno che le avrei dato tu, e che l'avrei trovata simpatica.

Non preoccupatevi comunque, non sto diventando sionista.

giovedì, giugno 28, 2007
Aggiornamento: Dani ha deciso di rendere privato il suo blog. Sospetto (e se è così mi dispiace) che questo post abbia influito sulla sua decisione.

Grazie ad una segnalazione sui commenti a un post di Miguel, ho trovato l'interessante blog di Dani, a quanto pare una soldatessa  di Tzahal.

Chiariamo. Io non considero lo Stato d'Israele e il suo esercito dei miei nemici.
Questa blogger, Dani, potrebbe essere un persona squisita, con cui potrei volentieri discutere in un caffé di Haifa di Zeev Jabotinsky e della sua influenza sul pensiero sionista, poniamo, anche se dubito che avremmo le stesse idee in materia. O di qualsiasi altra interessante cazzata.
Oppure, ma non penso, potrebbe essere un persona per me insopportabile con non riuscirei a comunicare, e morta lì. Senza rancore, il mondo è pieno di gente con non ho nulla da dire.  Il fatto che sia un'ufficiale di Tzahal non me la rende automaticamente ostile.

Resta il fatto che il compito principale degli eserciti è fare la guerra, e la guerra consiste in gran parte nell'uccidere delle persone. Almeno, l'aspetto della guerra che impegna gli eserciti è perlopiù di uccidere delle persone, in teoria perlopiù membri di altre eserciti o di organizzazioni comparabili, ma anche no. Anzi, più spesso no che sì.  Ora, in Europa tendiamo a non vedere questo aspetto della vita militare. Non si presume che il nostro esercito sia destinato ad uccidere della gente, ma a garantire che questo non accada, tramite il potere di deterrenza che ha, semplicemente per il fatto di esistere. L'eventualità di una guerra a tutto campo che coinvolga l'Italia è relativamente remota nel futuro prevedibile. Naturalmente, è possibile che i nostri militari, ad esempio, in Afghanistan (dove non è ben chiaro che stradiamine stiano facendo, al di là di generiche affermazioni sulla "guerra al terrorismo" e la "sicurezza") uccidano delle persone. Però non posso dirlo con certezza perché non lo so.
In Iraq qualche morto c'è stato, ad ogni modo. Un parte rilevante degli italiani pensa che uccidendo della gente, in realtà, i nostri soldati non abbiano fatto il loro dovere.

In Israele la situazione è completamente diversa. Dani non addestra i suoi soldati a uccidere e non essere uccisi in vista di una eventualità teorica, ma di un conflitto in atto, seppure al momento latente. In altre parole, Israele è formalmente in stato di guerra contro Siria e Libano, e l'eventualità di uno scontro armato è concreta e percepita come imminente.
Voglio dire, ci sono state battaglie l'estate scorsa, su quel fronte.
Insomma, quelli sparano, mica cazzi.

E sparano  sul Libano. Si preparano a farlo, se necessario, anche sulla Siria, ma non mi pare che una ripresa dei combattimenti nel Golan sia un'ipotesi realistica nell'immediato.
Il problema nasce nel momento in cui io ho degli amici a Beirut e Damasco. Gente tranquilla, normale, inoffensiva, a cui voglio bene. Ragazzi e ragazze che fanno la loro vita. Il fatto che qualcuno si organizzi per bombardare le loro case e sparargli difficilmente mi renderà questo qualcuno simpatico.
Ma nemmeno ostile. Dubito che Dani abbia qualcosa contro Aisha (il nome è di fantasia), una mia amica sciita di Sidone. Non credo che la odi e voglia ucciderla. Al tempo stesso, Aisha probabilmente ha molte cose da ridire contro lo Stato d'Israele, ad esempio il fatto che la sua gente ha vissuto sotto una durissima occupazione militare israeliana per diciassette anni. Ma non odia Dani. Odia, o teme, o detesta, una cosa astratta che si chiama Stato d'Israele, e lo fa per la buona ragione che questa entità rappresenta per lei una minaccia.
E questo, (vedete quanto sono complicate le cose) malgrado abbiano un nemico comune, Hizbullah, che vorrebbe imporre ad Aisha il velo islamico e, teoricamente, distruggere Israele.
D'altro canto Israele desidera distruggere Hizbullah, perché questa organizzazione, vista la sua ragione sociale, rappresenta un pericolo. Va detto che, per ammissione del suo segretario, se Israele non avesse invaso il Libano, quasi sicuramente Hizbullah non esisterebbe.

Dunque, chi è il nemico?



venerdì, giugno 15, 2007

I Berberi del Nordafrica, si diceva, nel VII secolo resistettero a lungo all’invasione araba (alcuni loro discendenti ne parlano ancora come di “colonialismo” arabo, associandolo in tutto e per tutto a quello francese. E si tratta di musulmani che in arabo pregano tutti i giorni).

Attualmente, nei tre paesi del Maghreb ex-francese, la popolazione di lingua berbera va dal 35% del Marocco al 10% della Tunisia. Va sottolineato che, come non esiste una sola lingua araba, nemmeno esiste una sola lingua berbera. Nel solo Marocco ne esistono almeno tre gruppi mutualmente incomprensibili, al Nord (Trift), al centro (la base della Tamazight, una specie di berbero standard) ed al Sud (Susi). In Algeria esiste un berbero letterario, basato su quello della Cabila. Ma ad esempio, nelle oasi algerine che ho visitato, una parte della popolazione (che del resto pratica una particolare forma di Islam, molto minoritaria, diversa sia dallo sciismo che dal sunnismo) parla ancora la tumzabt, un’altra lingua berbera.

Altre forme di berbero sono parlate dai Tuareg, dagli Zenaga in Mauritania, in parti della Libia (Jabal Nafusa) e nell’oasi di Siwa in Egitto, l’Oasis Maior dei Romani dove Alessandro Magno ricevette l’oracolo di Ammone.

La lingua dei Guanchos delle isole Canarie era imparentata col Berbero, prima della conquista spagnola (una specie di prova generale di quello che sarebbe successo in America).

Tuttora, l’artigianato tradizionale di Tenerife (l’isola dove i Guanchos resistettero più a lungo e con relativamente più successo) mostra delle evidenti somiglianze, nei motivi figurativi e simbolici, con quello delle zone dell’Algeria che ho visitato, e da quanto ne ho visto, anche della Tunisia (non della zona settentrionale del Marocco, peraltro molto arabizzata, che conosco io).

La mia sorellina, cui ho regalato una collana berbera algerina ed un bracciale delle Canarie con simboli Guanchos, ha potuto notare la somiglianza tra i due, e la differenza con il cofanetto marocchino in cui dovrebbe metterli. Tra i motivi decorativi ivi presenti ci sono le lettere tifinagh, il cui nome viene probabilmente da “fenicio” ( la t in berbero è un prefisso che indica di solito il femminile). Si tratterebbe di un adattamento dell’alfabeto fenicio usato dai Cartaginesi ed adattato dai Berberi per la loro lingua, ma che in epoca moderna venne impiegato solo per usi decorativo-simbolici. Solo nel secolo scorso, con la rinascita dell’identità berbera, le tifinagh tornarono ad essere impiegate come uno degli alfabeti per scrivere la tamazight e le altre lingue berbere.

Mi sto di nuovo perdendo.

Volevo parlavi del fatto che, grazie alla politica stragista dei Re Cattolici nelle Canarie, nonché a Federico II di Svevia, attualmente non esistono popolazioni berberofone non musulmane. Il che, per il popolo del più influente teologo della Cristianità latina, è notevole.

Ancor più notevole che, quando si trattò di opporsi alla prima avanzata arabo-islamica, il popolo di Sant’Agostino e San Cipriano si rivolse al Giudaismo, a cui, evidentemente, almeno alcune tribù dell’Algeria occidentale dovevano essersi convertite.

Volevo arrivare più tardi al discorso delle conversioni all’Ebraismo, e lo farò, ma la principessa Dihya Kahéna merita di essere nominata adesso.

Dihya era il suo nome berbero, Kahéna il suo titolo. Vale “sacerdotessa”, la stessa radice del diffusissimo cognome ebraico Coen/Cohen, o “indovina” (in arabo, kâhina, sempre dalla stessa radice). Per vari anni questa principessa guerriera guidò il suo popolo (berbero) contro le truppe dei Califfi Ummayadi, sotto le bandiere della stella di David. La sconfitta alla fine fu totale, ma oggi Dihya è un nome proprio femminile diffuso tra i berberi del Nordafrica.

 

martedì, giugno 12, 2007
Il Ciad si trova in quella fascia di paesi africani francofoni chiamata Sahel (dall'arabo sahil, piano).

Come gli altri paesi dell'area (Mali, Niger e Mauritania) e come il Sudan è diviso in zone con andamento est-ovest, che hanno economie culture e storie molto diverse, ma sono state unite dai confini coloniali voluti dai francesi. Grosso modo, deserto a nord, savana al centro (il Sahel propriamente detto) e foresta o savana alberata, attraversata da fiumi, a sud. Questo significa che nei paesi della fascia saheliana la popolazione ed il potere sono concentrati nel relativemente fertile sud, tranne che in Mauritania, dove la regione agricola meridionale è piccola e la sua popolazione nera asservita alle èlites arabo-berbere del deserto.
Tale assetto è stato in larga misura determinato dai francesi, che hanno privilegiato, per ovvi motivi, gli agricoltori sedentari sui pastori nomadi delle zone più aride.
Prima, i Tuareg dettavano legge in buona parte degli attuali Niger e Mali, e vendevano  sulle coste  del  Mediterraneo oro, sale e schiavi  razziati o comperati  nel Sahel o ancora più a sud.
Adesso, i Tuareg portano avanti una violenta ribellione contro il potere sedentario, con cui hanno poco a che spartire e che pretende di dividere il loro territorio desertico con confini che per loro sono dannosi.

Tuttavia, una potente forza unisce i Tuareg ai sedentari maliani e nigerini (rispettivamente, soprattutto malinke ed hausa): l'Islam. L'impero medievale del Mali abbracciò l'Islam nel XIII secolo, gli stati hausa un po' più tardi, ma vennero del tutto islamizzati ai primi dell'Ottocento, quando il sultanato di Sokoto (che si trova in Nigeria, ancora più a sud: la metà settentrionale della Nigeria è abitata da Hausa musulmani) lanciò una politica di espansione che lo rese la più grande società schiavistica del secolo dopo gli Stati Uniti.

Anche in Ciad c'erano Stati musulmani del Sahel: il sultanato di Kanem, espressione dell'etnia kanembu, e in seguito Waddai e Baghirmi. Fu in Ciad che un capo arabo, Rabah, fondò un impero  effimero che resitette ai francesi per alcuni anni.
Ma i confini del Ciad vanno più a sud di quelli di Niger e Mali: mentre questi sono quasi completamente musulmani, la popolazione del Ciad è divisa, come  quella  della Nigeria, circa a  metà tra musulmani e non (in Nigeria quasi unicamente cristiani, almeni di nome; in Ciad anche seguaci dei culti tradizionali).  

Il Ciad faceva parte dell' Africa Equatoriale Francese, nome un pò paradossale visto che il Nord del paese si affaccia sul Tropico del Cancro, ad alcune migliaia di kilometri dall'Equatore: questo voleva dire che il legame tra la remota colonia e Parigi passava per una via che andava a sudovest, fino a porti sull'Atlantico in Congo e Camerun. I gruppi più potenti e favoriti dai francesi erano anche quelli più vicini al loro potere: nell'estremo sud agricolo del paese. La principale etnia di quest'area sono i Sara, che rappresentano circa il 10% della popolazione totale e sono perlopiù cristiani. Essi fornivano il grosso dei quadri amministrativi della colonia, e ad una classe dirigente prevalentemente Sara e comunque meridionale fu affidato il paese all'indipendenza, nel 1960. La lingua di riferimento culturale di queste popolazioni, o almeno di questa élite, era ed è il francese.

Ma il Ciad, in termini di estensione territoriale, è soprattutto steppa saheliana e desertico Sahara. Solo che non ci sono gruppi Tuareg importanti in Ciad: la gente del deserto lì sono i Tebu, che parlano una lingua del gruppo Niger-Congo (quello più diffuso nell'africa sub-sahariana, di cui fanno parte il lo zulu, lo swahili, lo hausa, ad esempio). Nella steppa saheliana le cose sono più complesse. La situazione è simile a quella del vicino Darfur, con cui questa fascia centrale forma un'unità storica.
Qui troviamo gli arabi ciadiani.
postato da: falecius alle ore 14:20 | Permalink | commenti (12)
categoria:cultura, letteratura, religione, africa, ebraismo, eretz yisrael
martedì, giugno 12, 2007
Che da adesso la numerazione sarà solo sull'identità ebraica, anche probabilmente voi penserete che questo post con l'identità ebraica c'entri 'na mazza, ma andando avanti capirete che c'entra.

Il Ciad, dicevo, è un variegato mosaico di lingue, etnie e culture.
Così come tutti gli stati dell'Africa subsahariana nati dalla decolonizzazione, con qualche eccezione di cui le principali sono il Rwanda, il Burundi e, ancora una volta, la Somalia.

Ma come, direte, voi, il Rwanda, il Simbolo Grondante di Sangue dell'Odio Tribale Africano, non è etnicamente diversificato?
No. Quando una popolazione abita lo stesso territorio, pratica la stessa religione, parla la stessa lingua e appartiene storicamente alla stessa comunità politica (lo Stato rwandese esisteva da parecchio tempo prima del colonialismo, altra cosa eccezionale nell'Africa sub-sahariana) ed in più ha una stratificazione sociale e funzionale interna, direi che siamo di fronte ad una unica etnia. Non esistevano e non esistono "zone hutu" e "zone tutsi" in Rwanda (anche se in alcuni distretti non vivevano tutsi).
Il Genocidio Rwandese può essere interpretato in chiave etnica, stabilendo, come fecero i colonizzatori belgi, che tutsi ed hutu fossero due gruppi etnici e razziali distinti. Infatti, per distinguerli nelle carte d'identità, adottarono l'intelligente criterio che chiunque possedesse più di dieci vacche era da considerarsi tutsi, altrimenti hutu. Un tipica differenza etnica, vi pare?

Tutsi ed hutu sono due classi sociali, o più esattamente due caste, della stessa nazione. Allevatori ed agricoltori. E' possibile che in qualche momento del passato gli allevatori siano arrivati da nord imponendosi sugli agricoltori, (di sicuro l'allevamento arrivò in Rwanda in un'epoca successiva all'agricoltura, anche perché la vacca non è autoctona dell'Africa subsahariana) ma questo non vuol dire niente. Noi non consideriamo di un altro gruppo etnico i discendenti della vecchia nobiltà italiana perché sono di lontana origine longobarda (in effetti in Francia nel Sei-Settecentoqualche teorizzazione del genere, di etnicizzare lo scontro tra una nobiltà "germanica" ed un popolo "gallo-romano" ci fu, ma non ebbe molto successo).

L'interpretazione "castale" del genocidio rwandese, come conflitto sociale (assimilabile alla distruzione staliniana dei kulaki) e non etnico (assimilabile alla Shoah), sostenuta da Ryszard Kapuscinski, mi sembra molto più utile di quella, sottilmente razzista, dell' Insanabile Odio Tribale Africano per cui si Massacrano dall'Inizio dei Tempi.

Naturalmente, i concetti di etnia, casta, e classe sociale, per non parlare di "razza" sono categorie che vengono applicate agli africani dall'esterno.

I teorici Interahamwe del genocidio rwandese interpretavano tutsi ed hutu come etnie, anzi, razze diverse, di cui una ostile ed intrusiva, da distruggere.
Gli hutu, autoctoni, erano i soli padroni del Rwanda, l'etnia territoriale, i tutsi, estranei, di un'altra origine e razza, l'oppressore de-territorializzato, che succhia il sangue del popolo.
Questo non è un discorso da lotta tribale in corso dall'alba dei tempi. Questo è un discorso europeo, moderno, che noi tutti conosciamo bene perché è quello che ha usato la cultura europea degli stati nazionali territoriale per legittimare la distruzione delle etnie non territoriali qui, in Europa. Ebrei e Zingari.

Questa lettura permette di vedere il genocidio rwandese non come un'insensata esplosione di odio atavico ma come il frutto di un preciso set di ideologie (di origine occidentale) e di un determinato assetto sociale letto secondo categorie improprie e razziste.

La specializzazione funzionale dei gruppi etnici era una cosa abbastanza normale fuori dall'Europa degli Stati-nazioni, benché esistesse anche lì. Ovviamente si tratta di una "mina" per uno Stato nazionale che si pretende omogeneo. L'atto fondativo della nazione spagnola è l'espulsione di quella che era stata la più grande e prospera comunità ebraica del tempo. L'atto fondativo della nazione turca come tale è stato la distruzione di un'etnia funzionalmente specializzata (gli Armeni), in una massacro dove, come in Rwanda, in Unione sovietica e nell'Europa occupata dai nazisti, gli aspetti sociali, nazionalistico-razziali e religiosi si confondevano.

In Africa, molti gruppi di persone possono interpretati, dall'esterno, sia come classe sociale ereditaria che come etnia specializzata. In generale, l'approccio etnicistico ed etnocentrico (ogni gruppo è una tribù) è prevalso, imponendosi anche agli intellettuali africani.
Questi gruppi, comunque li si voglia chiamare, hanno spesso economie complementari. Vivono in una simbiosi politica ed economica, che però, nei momenti di crisi e scarsità, diventa conflitto. Anche se non so molto del Darfur, credo che queste considerazioni possano aiutare a capire cosa stia accadendo lì.

Dopo questa lunghissima premessa, vi giuro che nel prossimo post vi dico qualcosa sul Ciad.




postato da: falecius alle ore 12:55 | Permalink | commenti (2)
categoria:cultura, religione, africa, ebraismo, autoscontri di civiltà, eretz yisrael
martedì, giugno 12, 2007
L'affermazione "la lingua araba non esiste" merita qualche precisazione.
La lingua araba letteraria moderna, (al-fushà, che si pronuncia fus-ha e non fuscia)quella in cui si suppone che abbia tradotto un comunicato stampa ieri pomeriggio, è la lingua ufficiale o una delle lingue ufficiali dei ventidue stati della Lega Araba, di Israele e del Ciad. E' la lingua o una delle lingue in cui la popolazione di questi paesi viene scolarizzata, quando è scolarizzata. E' la lingua della televisione, del cinema (anche se con una forte impronta egiziana) dei giornali, e della letteratura (anche se esiste una vasta e molto bella letteratura di scrittori dei paesi arabi in lingua francese, rappresentata ad esempio, oltre che dal celebre Tahar ben Jelloun, da Assia Djebar, Ethel Adnan, Amin Maalouf, Albert Memmi... consiglio in particolare gli ultimi due. "La statua di sale" dell'ebreo tunisino Memmi è una delle più belle riflessioni sull'identità e lo sradicamento che abbia mai letto). E quindi è la lingua veicolare per le comunicazioni tra arabi di diversi paesi.
Questa lingua è semplicemente la versione moderna dell'arabo classico, la lingua sacra del Corano e dell'Islam, da cui differisce assai poco, meno del latino medievale da quello di Cicerone. Sono, in sostanza, la stessa lingua.

Ma non è la lingua parlata dalla maggioranza degli arabi. E' la madrelingua di solo poche persone cresciute in famiglie altamente scolarizzate. Quella che parlano normalmente gli arabi tra di loro è la lingua neo-araba (darija) della loro zona, che sta all'arabo standard come le lingue neolatine stavano al latino medievale, o come i dialetti italiani stavano all'italiano.
Si tratta di una situazione simile a quella che c'era in Italia ai primi del Novecento, e probabilmente, date la crescente scolarizzazione e diffusione delle televisioni e di Internet, si evolverà nello stesso modo.

Molti parlano di "dialetti" arabi, ma di fronte a differenze paragonabili a quelle tra italiano e francese o tra inglese e tedesco, io preferisco dire "lingue". E' molto raro che queste lingue neo-arabe siano scritte, anche se abbiamo frammenti poetici in arabo colloquiale andaluso del Medioevo. Le due eccezioni a questa regola sono il maltese e (in parte) il libanese: non è assolutamente un caso che lo sviluppo scritto e letterario di queste due lingue neo-arabe sia opera di non musulmani, nei due soli paesi arabofoni dove essi sono o sono stati dominanti.

Tuttavia, per tutti gli arabi musulmani e la maggior parte di quelli cristiani (eccetto i maltesi, che sono arabi solo in senso linguistico), il riferimento culturale su cui definire la propria identità culturale e "nazionale" è la fushà. Questo non vale più per gli Ebrei, che hanno scelto un diverso riferimento*: la lingua ebraica moderna.



* La trasformazione dell'ebraico da lingua di riferimento identitario in madrelingua e lingua diffusamente parlata è stato completato, grazie agli enormi sforzi del movimento sionista e dello Stato d'Israele. Altrimenti oggi Israele avrebbe una maggioranza arabofona.
Da notare che il celebre lavoro filosofico dell'ebreo egiziano Mosé Maimonide, che è per l'ebraismo ciò che San Tommaso è per il cattolicesimo, fu scritto in arabo classico.
martedì, giugno 12, 2007

Come molti altri paesi nati dai confini coloniali in Africa, il Ciad è un variegato mosaico di lingue e culture.

Anche in Ciad il francese è lingua ufficiale, assieme all’arabo. Ma il Ciad fa parte solo della Francofonia, non della Lega Araba.

La Francofonia è una cosa abbastanza strana, se si considera che ne fa parte la Repubblica ex-jugoslava di Macedonia, e tra gli osservatori c’è l’Austria.

Anche la Lega Araba ha le sue stranezze: in tre dei suoi stati membri, la stragrande maggioranza della popolazione non parla nessuna forma di neo-arabo, e non si considera araba. Del resto, un di questi stati per una quindicina d’anni non ha avuto nemmeno un governo, e se adesso ce l’ha è solo a causa di un’invasione straniera. Alludo naturalmente alla Somalia (gli altri due sono Gibuti, di lingua somala, e le Comore, di lingua swahili).

Sia la Francofonia che la Lega Araba sono delle aree in cui un progetto politico si costruisce attorno ad una percezione di unità linguistica. Un’altra cosa che le due organizzazioni hanno in comune è il fatto che la maggioranza della popolazione dell’insieme degli  stati membri non parla comunemente la lingua di riferimento. In Vietnam, che fa parte della Francofonia, quasi nessuno, e praticamente nessuno che abbia meno di quaranta e più di vent’anni, conosce il francese.

Un altro aspetto che le due organizzazioni condividono è che tra le opzioni politiche che propongono ci vorrebbe essere una parziale alternativa all’egemonia politica degli Stati Uniti e a quella culturale del mondo anglosassone.

In particolare la Francofonia, specialmente nella visione di Chirac, ha tentato di rappresentare un progetto egemonico della Francia in contrapposizione agli Stati Uniti. E’ interessante notare l’adesione di Hassan Nasrallah, il segretario generale dello Hezbollah libanese, a questo progetto, espressa durante il vertice della Francofonia a Beirut nel 2002. Adesione tanto più significativa, perché la comunità sciita che il suo partito esprime non si era mai identificata particolarmente con la cultura francese, a differenza dei maroniti.

Allo stesso modo l’Egitto di Nasser, e meno efficacemente l’Iraq di Saddam, avevano tentato di trasformare la Lega Araba in strumento dei rispettivi progetti egemonici.

Ma torniamo al Ciad.