mercoledì, giugno 10, 2009

Vorrei tornare su Waltz With Bashir con una disamina più approfondita delle mie posizioni, anche a seguito di alcuni commenti particolarmente risentiti a riguardo.

Come rappresentazione della futilità della guerra e della confusione, del terrore e dell’ abbrutimento di coloro che vi prendono parte ,  Waltz With Bashir è un grande esempio di  genere. Ciò è dovuto in parte al racconto, in cui il protagonista fa un viaggio per recuperare i suoi inaccessibili ricordi di guerra.


L’ effetto è rafforzato anche dall'uso di un’  animazione sofisticata, allucinatoria, che contribuisce a fornire un ritratto fresco e assieme impressionante di ragazzi in guerra. (A titolo personale mi ha colpito per il fatto che molti dei soldati fossero, nel 1982, più giovani di me, e altrettanto giovani di una controparte terrorizzata).

Il film esplora la natura della memoria e come evitare la dissonanza cognitiva data dal reprimere e dal censurare psicologicamente azioni ed eventi che non sono in linea con il modo di vedere noi stessi. Così il nostro protagonista, stimolato da un ex-commilitone nell’  emersione della propria memoria in forma di incubi,  cerca di scoprire gli eventi che l’  hanno cancellata.


Fin qui tutto bene, e la questione un poco fumosa del modo in cui abbia intrapreso questa compositio memoriae,  approcciata  attraverso interviste, è ben compensata dai sogni presentati in  lunghe e suggestive sequenze di flashback.

Tuttavia, a causa di quella che sembra essere  una tenace aderenza alla sua esperienza personale, il regista Folman manca l'opportunità di imprimere una svolta al  film verso  qualcosa di più grande, di tracciare un parallelo tra il proprio atteggiamento evitante di una scomoda verità e quello del suo paese, Israele, che non riesce ad affrontare a livello politico e collettivo una verità altrettanto scottante:  chi un tempo era vittima si è trasformato in carnefice. Questo atteggiamento mentale si è consolidato, nel tempo, attorno ad un’ omissione ,  non è chiaro  se deliberata o inconscia : guardare ai fatti troppo da vicino  sarebbe stato davvero troppo da sopportare, anche per un regista che ha avuto il coraggio di affrontare un argomento che è stato finora una  macchia inesplorata  sulla coscienza nazionale. E le omissioni sono tante, nella sceneggiatura: concretamente quelle  riguardanti episodi che, se fossero stati inseriti attraverso una migliore mise en scène, avrebbero  facilmente fatto stabilire allo spettatore connessioni personali   senza esagerare nel ricorso all'allegoria.

Per esempio il famoso assedio di Beirut precedente il massacro è appena menzionato. Tre mesi di intensi bombardamenti israeliani che, secondo le Nazioni Unite, hanno ucciso settemila persone e ferite ottantamila, l'80% delle  quali erano civili. I numeri degli  uccisi nell’ assedio di Beirut sono circa due volte la più grande stima dell’ ammontare delle vittime  dell’ eccidio  di Sabra e Shatila, compiuto dai Falangisti, con l’ avallo di Tsahal. 


Di per sé,  sarebbe  un’  interessante domanda chiedersi  se le  uccisioni effettuate da parte dell’ esercito regolare di uno Stato siano meno odiose di quelli perpetrate da  una falange armata e accecata dall’ odio.  Purtroppo, allora  non vi è  stata  alcuna possibilità di porsela.

C’ è più di una mancata contestualizzazione degli eventi: al tempo dell’ uccisione di Bashir Gemayel,   l'OLP era già salpata da Beirut sotto la supervisione di una forza multinazionale, lasciando poca resistenza attiva in  a città (fatta eccezione rispetto a quella formata  da gruppi della sinistra libanese), e nessuna nei campi. Il film dà l'impressione che siano stati i Palestinesi ad uccidere Gemayel , una impossibilità logistica. (Mi risulta siano stati ambienti maroniti di sinistra, cioè... "nazional-socialisti", che in Libano figurano essere di sinistra per il fatto di opporsi alla falange. Così mi dice Falecius, che ringrazio).  L’ intento dei Falangisti non era la vendetta - senza dubbio sono stati alimentati e rinfocolati nel loro odio, oltre che da   droga e alcol, dalla morte di Gemayel -, ma il loro esasperato e inutile intento è stato sempre quello di ottenere un Libano ad egemonia maronita , ed ecco la  scomoda e taciuta la verità . Si è trattato di un intento di cui Israele era ben  consapevole e da cui  ha tratto  il massimo vantaggio. I Falangisti  pensavano di stare lottando per difendere la propria comunità minacciata dalla distruzione. Propaganda, ovviamente. Ma la sinistra libanese all' epoca agitava questo spettro in maniera piuttosto truculenta.  Avete presente Damour? E'  un interessante thread che il film evita di approfondire , e né Folman coglie l’ironia del fatto che  la  Falange  (alleata di Israele durante l'invasione) sia stata creata dal nonno di Bashir Gemayel  dopo una visita di ispirazione  nella Germania nazista. 

Poi c'è il massacro stesso. La ricerca di base rivela questi fatti: una riunione antecedente  il massacro tra il  comandante delle forze israeliane a Beirut e il capo delle forze falangiste  ha avuto luogo, a condizione che Israele fornisse le foto aeree dei campi e con la  decisione  di provvedere ad  un sostegno logistico, ignorando deliberatamente ciò che sapeva benissimo i  falangisti  fossero  in grado di fare. Anche se la sede del comando israeliano che sorvegliava il campo è stata citata nel film, il fatto che vi sia stato  stato un ufficiale di collegamento della Falange  è stato passato sotto silenzio. In contatto con la milizia nel campo, non ha lasciato  agli ufficiali dell’ intelligence israeliana  alcun dubbio su ciò che stava succedendo. Sotto gli ordini, i  soldati israeliani hanno ripetutamente ricondotto e sedato i civili nei campi , ignorando  le loro esortazioni e le loro suppliche sul fatto che li stessero massacrando e violentando.  (Dal punto di vista drammaturgico, esplicitare questo episodio   avrebbe fornito   un esempio molto più potente di colpevolezza individuale del protagonista rispetto al fatto di essere lì  mentre si stavano sparando i razzi, come mostrato nel film. Questo momento di rivelazione risulta  indebolito  a causa dell’ autobiografismo troppo spinto del regista.) Molti soldati di Tsahal hanno  riferito che cosa stava succedendo a loro superiori, a tutti è stato  detto di non preoccuparsi. Sebbene un episodio inerente a questo atteggiamento è stato mostrato nel film,   la cecità volontaria e collettiva del comando israeliano sul massacro è stato sottovalutata. Infine, e cosa forse più importante, il fatto che sia l’esercito  israeliano che i servizi  di  intelligence controllassero (e fossero presenti all’ interno di esso)  lo stadio in cui camion carichi di residenti del campo siano stati condotti per essere processati, è stato  inoltre deliberatamente  lasciato fuori dalla narrazione filmica.

Tutte queste omissioni servono  ad annacquare la percezione del  ruolo di Israele nella vicenda, e il risultato è un cattivo servizio reso allo spettatore da  Folman, che ha lasciato troppe cose non dette.

Dopo aver detto  che Waltz with Bashir è comunque  un film importante e di straordinaria potenza evocativa, per  una serie di ragioni, di cui certo non è la meno importante il concedere alle vittime un certo riconoscimento  , ma anche perché, si ammette, sebbene implicitamente e peritosamente, che ci siano state certe persone nel comando israeliano  che hanno fatto accadere fatti gravissimi.


C’è sempre l’opzione che un israeliano si fermi un attimo a riflettere e si chieda 'Che cosa stavamo facendo, allora?' Nessun altro può farlo per loro.


Si deve rendere merito a Folman di aver compiuto il passo coraggioso, necessario ma non ancora sufficiente, di mettersi davanti allo specchio delle proprie responsabilità. Ciò che Folman non ha fatto fino in fondo, è stato avere la forza e l’onestà di sostenerne a lungo la vista, e di esaminarcisi molto profondamente.

lunedì, giugno 08, 2009
Qual' è la maniera migliore per rendere i personaggi di un film simili ad eroi, per definizione tutti giovani e belli?

Fargli compiere azioni di valore e umanità straordinari? No. E' troppo facile, per nulla realistico. Piuttosto, è meglio farli apparire come persone normali, seppur nella loro complessità, alle prese con decisioni difficili. Persone con preoccupazioni anche gravi e costrette a compiere azioni molto cattive.

Ma sempre con ottime ragioni, e senza mai dimenticarsi di fargli versare gobiose lagrime dopo il misfatto.

Il film di Ari Folman Waltz with Bashir * mi ha ricordato un' altra pellicola sulla difesa israeliana: Munich, di Steven Spielberg. Un manipolo di valorosi  pagato dal Mossad comprendente, tra gli altri, un ragioniere, un costruttore e venditore di giocattoli bombarolo e un meccanico, mandati in giro per il mondo da Golda Meir a caccia del cattivo di turno. Non è un lavoro facile. E' un lavoro sporco, ingrato e sanguinoso. Comporta più dilemmi morali del numero di stanziamenti  nei Territori Occupati. Però lo si fa per una buona causa.

Il nemico è semplicemente un fanatico.

Molto opportunamente, Spielberg conclude il film prima che questo drappello di valorosi uccida, in Norvegia, un cameriere di una pizzeria di origine marocchina, che non c'entra nulla coi cattivi a cui danno la caccia.

Il tema di Waltz with Bashir è il medesimo. Un esercito composto da gente normale, che più tardi diventerà regista, titolare di una catena di rivendite di felafel, istruttore di karate va in un paese straniero -il Libano del 1982- e uccide un sacco di gente.

E' una missione ingrata e difficile, che implica il sentirsi male per un quarto di secolo, ad operazioni concluse. Ma la si fa per una giusta causa, e, ovviamente, DOPO, si versano gobiose lagrime. Dopo, appunto. Dopo.

Appropriatamente, nel film di Folman non è l' esercito, infinitamente più morale dei suoi alleati  , a compiere le peggiori atrocità. E' una singola falange di fanatici. L'onore di Tsahal è salvo.

Waltz with Bashir fa spandere gobiose lagrime. Abbracciamoci, sembra dire il regista. Non vedete come piangiamo? Non siamo dei bruti, ma solo gente normale.

Siamo creature pensanti, complesse e  sensibboli.

Lo capite quanto è difficile e inducente forme di stress post-traumatico, introdurre l' apartheid, costruire un muro e sparare proiettili al fosforo bianco su donne e bambini?




* Sì, mi sono voluta fare del male, guardando questo film nel giorno delle elezioni in Libano. Alla fine del film, avrei voluto essere il ventisettesimo cane feroce del branco che insegue in sogno Boaz, l' amico del  protagonista. Quello che si fa il bagno tutto ignudo su una spiaggia di Beirut illuminata a giorno dai traccianti. Il "bel ragazzo tormentato con gli occhi azzurri c'est moi",  ci informa Ari Folman.

(Ri)-leggersi I cani del Sinai, di Franco Fortini.

Bashir, per chi non avesse colto il riferimento, è Bashir Gemayel, con la cui gigantografia il soldato Frenkel intreccia un valzer, ritmato dal mitra, che imbraccia sparacchiando a vanvera.

Se volete una bella recensione del film e non vi piace leggere le mie cazzate a riguardo, andate qui .
mercoledì, maggio 13, 2009
Ieri ero ad un convegno in Campidoglio, ed a un certo punto la rappresentante del Comune, venuta a portare il saluto delle Autorità, ha detto che Roma ha "la comunità ebraica più antica del mondo".
La cosa, peraltro, non aveva niente a che vedere col tema del convegno in quanto tale, ma rientrava in un discorso volto a giustificare, se ho ben capito, l'esistenza di una specie di politica estera autonoma del Comune di Roma, in base, suppongo, al presupposto che gli ebrei romani siano stranieri; in quel discorso la loro presenza era collegata a quella della Moschea di Roma (la più grande d'Europa) che è in effetti, è stata costruita con finanziamenti di stati stranieri (Marocco in particolare). Niente di terribile, anche lo Stato italiano finanzia missioni cattoliche all'estero tramite l'otto per mille (mentre non credo che la Moschea di Roma svolga attività missionaria). 
Vabbé, del resto il sindaco di Roma ha la storia politica che ha.
Ora, però, scopriamo che gli ebrei vivevano prima a Roma e poi in Palestina. Benissimo, io ho un'idea. Sloggiamo la provincia di Roma, tutta, dagli italiani, e ci trasferiamo gli ebrei israeliani in massa. I profughi palestinesi tornano in Palestina (ex-Israele) e finalmente gli ebrei hanno la loro patria nel loro luogo d'orgine: il Lazio. Pensateci, una patria per gli ebrei ricavata a spese di un popolo realmente responsabile per il loro sterminio! Niente più lotte, niente più litigi!
Ah, dove mettiamo i romani? Non lo so, che ne dite di ammassarli in campi profughi nella Striscia di Formia e vedere se tra sessant'anni cominciano a farsi esplodere? 

Evidentemente in Campidoglio i nomi di Alessandria d'Egitto e Babilonia non dicono nulla.

PS: il Papa ha chiesto "una patria per i palestinesi". Suggerisco sommessamente che possa trattarsi della Palestina. 
sabato, marzo 21, 2009

Sapevate che esite una band di Sumerian Metal? Io no.

Si chiamano
Melechesh, a mio avviso uno splendido nomeמלך(melech, re) e אש (esh, fuoco) e sono un armeno, un siriano, un olandese.

Avevano base a Gerusalemme, ma qualcuno deve aver considerato i contenuti delle loro canzoni offensivi e/o blasfemi; ora si sono ri-formati in Olanda, dopo l' uscita dal gruppo del batterista ucraino.

Devo ancora decidere se sono dei fantageni o soltanto dei cialtroni sesquipedali, che fanno dell' esotismo del riff e del ricorso a strumenti tradizionali come il buzuq un facile richiamo per chiunque voglia una sonorità "strana-a-tutti-i-costi" . O se il riferimento cvlto dei testi, che si richiamano alla storia e alla mitologia mediorientale, non sia solo fuffa spocchiosa delle peggiori.



Per ora non mi dispiacciono affatto. Torno ad ascoltarmi l' ultimo concept-album dei MastodonCrack in the Skye, dedicato alla Russia zarista. Ma anche alla congettura di protezione cronologica di Hawking e ai viaggi astrali, resi possibili anche dalla pratica di meditazione, diffusa specialmente nelle chiese orientali, dell' esicasmo. Non so se Rasputin nelle sue fumide millanterie, vi ricorresse (o fingesse di ricorrervi): da quel che ne ho capito, . Questo album, per originalità di temi e ricercatezza del sound, ne sono quasi certa, non è fuffa. Ne attendo con ansia una recensione da Niccolò.

giovedì, marzo 19, 2009

Non si è fatta attendere, fortunatamente, la smentita del superiore dei Gesuiti italiani, padre Carlo Casalone: don Giulio Maria Tam NON è gesuita. Ne sono sollevata. Resta aperta la domanda, un poco inquietante: perché mai un personaggio chiacchierato (o, come mi ha detto padre Stefano Titta ieri pomeriggio, "uno che vuole rimestare nel torbido") deve spacciarsi per gesuita?


Per rispondere a questo interrogativo, i lettori mi scuseranno, devo fare, topicamente, "un passo indietro". Come nei romanzi di appendice.


Le fazioni che da quasi cinquanta anni si contendono il governo della Chiesa sono due: l’Opus Dei, che da Giovanni Paolo II ottenne la “prelatura personale” (sacerdoti secolari sotto l’egida del Vaticano, quindi niente diritti, niente “sindacati”, nessuna possibilità di tutela italiana), movimento esperto nel gestire il potere politico fra i cattolici e i Gesuiti più progressisti (quelli  che, a partire dagli anni ’30 in Francia e durante gli anni della contestazione anche in Italia, si schierarono a fianco degli operai, condividendo con loro talvolta anche l’ impiego in fabbrica), ma anche di stampo e simpatie francescane.


Non è inutile, a mio avviso, ricordare  il discorso di Ratzinger ai francescani nel Pellegrinaggio di Assisi nel 2005: - “Cari figli di San Francesco, vi esorto ad essere disponibili, al vescovo di Assisi, alla Conferenza episcopale regionale e a quella nazionale”,  - riportando così i frati delle basiliche di S. Francesco e S. Maria degli Angeli di Assisi sotto la diretta giurisdizione del vescovo locale, e nominando  nuovo vescovo di Assisi, mons. Sorrentino, da soli due anni segretario della Congregazione per il Culto Divino, per allontanarlo dalla curia romana in quanto troppo progressista. Promoveatur ut amoveatur.


Ratzinger tolse ai frati di Assisi  quella autonomia pastorale riconosciuta loro  da Paolo VI (papa pro-gesuiti, ex studente in un loro collegio) nel ‘69. D’ altronde, la  vocazione  alla povertà riservò non pochi problemi a S. Francesco, che dovette aspettare ben 12 anni perchè il papa gli riconoscesse l’ordine scongiurando così un’ accusa di eresia, che invece non risparmiò Pietro Valdo e le sue istanze pauperiste.

Padre Nino dei Redentoristi di Palermo ebbe a dolersi di questa restrittiva decisione papale: - “La ricerca della fede e la testimonianza evangelica, non possono fare a meno di una sana autonomia e di una serena ricerca, come ci ha insegnato il nostro fondatore S. Alfonso Maria de’ Liguori”   (non un campione di progressismo teologico, dunque: il santo autore della zuccherosa canzoncina Tu scendi dalle stelle). - Ma gli ordini non si discutono, nemmeno se palesemente atti a limitare la propria azione pastorale. Benedetto XVI è pro-Opus Dei, l’associazione delle pressioni psicologiche, delle mortificazioni corporali, della segretezza: chi studia o tenta di formarsi un’ opinione autonoma odora  di gesuita.


Dai tempi del Concilio Vaticano II,  infatti, Opus Dei e Gesuiti sono in conflitto per accaparrarsi le menti migliori dei giovani; i cervelli che fuggono dall’Italia e non solo, in parte si affiliano all’Opus Dei, (un tempo si rivolgevano, in numero maggiore, ai centri di spiritualità ignaziana) che dal pontificato di  Wojtyla in poi ha goduto del favore  papale, aumentando autonomia e potere.


Già nel Conclave del 1978 il cardinale Albino Luciani, non ostile all’Opus Dei, più per effettiva ignoranza dell’ azione del movimento fondato da Escrivà, che per convinzione personale, fu eletto col patto che avrebbe concesso la “Prelatura personale” e elevato all’ onore degli altari il fondatore.


Alla sua improvvisa morte il cardinale Ratzinger, già arcivescovo di Monaco di Baviera e di Freising, dichiarò alla stampa tedesca che il nuovo Conclave si sarebbe sottratto all’ influenza esercitata dall’ala progressista (i gesuiti), eleggendo un Pontefice che si sarebbe fieramente opposto al comunismo.


Infatti si giunse ad un modus vivendi tra Opus Dei e “partito tedesco” per l’elezione di Wojtyla, che si recò nel quartier generale dell’Opus Dei, a Villa Tevere, raccogliendosi in preghiera nella cripta di Padre Escrivà.


Dopo l’elezione di Wojtyla l’Osservatore Romano fece intendere con chiarezza la direzione del nuovo corso vaticano, ponendo in prima pagina alcune fotografie  scattate alla vigilia del Conclave: il card. Wojtyla, il card. Höffner e mons. Hengsbach, riuniti nel centro romano dell’Opus Dei.


Giovanni Paolo II non infranse i patti stipulati con Opus Dei e “partito tedesco” in cambio dell’elezione papale: concesse la Prelatura personale e beatificò Escrivá.

Quindi attivò l’ex Sant’Uffizio per colpire i teologi progressisti (i gesuiti): il francese Pohier, l’olandese Schillebeeckx, e soprattutto lo svizzero Küng.


La Congregazione per la Dottrina della Fede dichiarò il prof. Küng, docente all’università tedesca di Tübingen, colpevole di “deviazionismo” dalla verità integrale della Chiesa, destituendolo dalla cattedra.


Dietro questa operazione, vi era la longa manus di Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, inizialmente amico di  Küng , perché entrambi progressisti all’ apertura del Vaticano II. Poi, turbato dall’ impatto etico e sociale del ’68 in Germania, Ratzinger è passato a contrastare sempre più aspramente il teologo svizzero , una delle menti più brillanti della Chiesa progressista, pertanto inviso all’ Opus Dei.


Ratzinger non nascose la sua soddisfazione per la revoca della missio canonica di Küng: -“ Il credente cristiano è una persona semplice, e i vescovi devono salvaguardare la loro fede dal potere degli intellettuali”. - Gli intellettuali sono –indovinate un po’?-  i Gesuiti.


Mi sembra chiaro che il giochino di Tam sia più o meno questo: “io, che sono un prete tradizionalista, non colto, non politicamente progressista, anzi, mi fingo gesuita per screditare un ordine che, negli ultimi cinquanta anni, salvo alcune isolate eccezioni, si è sempre caratterizzato come l’ ala “progressista” della Chiesa. Così facendo, gli faccio perdere quell’ audience residuale che ancora detiene, in tempi di recessione del cattolicesimo “di sinistra”. E, anche se non sarò mai sindaco, mi candido apposta per Forza Nuova. Sì, per metterla in quel posto a quel filoislamico d’ un biblista di Martini! Che, nonostante si sia autoesiliato a Gerusalemme a studiare come un gesuita vero quale è, continua a pubblicare dei libri e a riscuotere tanti consensi in Italia.”


Furbo, non trovate? Rozzo ma efficace. Poi si dice che a pensare male si fa peccato, ma almeno ci si prende....

venerdì, febbraio 20, 2009

Non è la prima volta che un programma televisivo o una manifestazione culturale vengano sospesi in seguito a proteste del Vaticano per i suoi contenuti, considerati blasfemi. E' capitato, in tempi recenti,  con una puntata di South Park,  con una controversa mostra allestita da un collettivo omosessuale bolognese e con una mostra a Milano. Ma mai, a memoria, avevo sentito motivi di indignazione tanto bizzarri. Il comunicato, infatti, recita:


"Mentre si manifesta solidarietà ai cristiani di terra santa e si deplora un così volgare e offensivo atto di intolleranza verso il sentimento religioso dei credenti in Cristo - si legge in un comunicato stampa della Santa Sede - si rileva con tristezza come vengano offesi in modo così grave proprio dei figli di Israele, quali erano Gesù e Maria di Nazareth".





Capito il messaggio?? Non siete cattolici, non potete incorrere in scomunica per aver contestato il dogma della verginità di Maria, allora vi deploriamo per il vostro Selbsthass.




Forse Benedetto XVI dovrebbe ricordarsi che motivi di satira, anche più pesanti di questa, sono tipici della tanto da lui sbandierata Civiltà Occidentale.  E di far cessare, soltanto per un attimo, per il tempo di una risata, il suo annessionismo religioso-umanistico, lo stesso che fa discendere filogeneticamente la religione cattolica dall' ebraismo, e proprio per questo facciamo tutti parte dell' Occidente , e fa offrire alla Chiesa il suo contributo alla mitizzazione e alla irrelazione dell' Olocausto rispetto alla Storia, relegandolo ad un' epopea fondativa dell' ethos occidentale fondato sui principi di Umanità, Giustizia e Verità.


Grande confusione sotto il cielo, come scriveva uno degli ottimi commentatori di Miguel Martinez.
martedì, gennaio 13, 2009

Credo che non ci siano più dubbi, se anche mezzi di comunicazione mainstream -non solo le fanzine palestinesi che noi mistificatori-dissimulatori siamo soliti leggere- come  France 24 e il Times , ne danno notizia. Israele avrebbe utilizzato sulla popolazione civile di Gaza armi al fosforo bianco.

Proiettili al fosforo bianco M825A1 , di fabbricazione americana.

Le stesse munizioni utilizzate dall’ esercito americano nel 2004 a Falluja, nell’ operazione Shock and Awe.

Le stesse impiegate contro Hizbullah nel 2006.


Credo non sia superfluo ricordare gli effetti del fosforo bianco.

Le particelle incandescenti di fosforo bianco, espulse da una testata durante un’ esplosione causano ustioni superiori al terzo grado. Il fosforo si deposita nei tessuti attraverso le ustioni, legandosi agli elettroliti normalmente presenti nelle cellule e raggiungendo gli organi interni. Si deposita principalmente nei reni e nel fegato, sopprimendone progressivamente la funzionalità.


Il fosforo bianco continua a bruciare a lungo, dopo l’ esplosione: fino a 20 minuti, consumando l’ossigeno e impregnando l’aria di un fumo denso. Anche se freddo, il fumo del fosforo bianco è altamente irritante per le mucose e provoca danni alle vie aeree paragonabili alla silicosi.Ciononostante, l’ impiego di fosforo bianco NON è proibito, nel caso venga impiegato come cortina fumogena nelle azioni di guerra; la Convenzione di Ginevra ne proibisce l’impiego soltanto in zone densamente popolate.Le ustioni da fosforo bianco sono difficilmente guaribili, e, a causa della osmolarità dell’ agente urticante, si possono estendere ai tessuti circostanti alcune ore dopo il contatto. Il fosforo bianco, inoltre, penetra nelle fibre tessili  rimanendovi a lungo, anche senza bruciarle completamente. Spesso i vestiti operano da sudario bollente, avvolgendo in un calore insopportabile chi li indossa e facendo sciogliere, letteralmente, il corpo al loro interno.


L’unico medicinale in grado di curare decentemente, non di guarire, le ustioni da fosforo bianco, sembrerebbe essere, per la sua particolare applicabilità di debridement dei tessuti necrotizzati , di circoscrizione di quelli sani e di riduzione delle perdite ematiche* , il Debrase® Gel Dressing (DGD) , prodotto da una multinazionale del farmaco israeliana, la Teva. Peccato che da giorni nella Striscia di Gaza non si possa usufruire del miracoloso unguento.

Sarebbe chiedere effettivamente troppo. Ma i medici operanti in quell’ area sono usati come bersaglio dall’ esercito israeliano. Tanto, fanno sempre 50 punti.


Israele è davvero lo Stato che tutela di più la tua salute**.




* In aree devastate dalla guerra, in presenza di politraumatizzati da ferite lacerocontuse e ustioni, la prima cosa a finire, negli ospedali, è la normale scorta di plasma e emoderivati.

**Naturalmente, l'assunto del discorso della maga Lisistrata ripreso da Deborah Fait è tendenzioso e moralmente ricattatorio: è impensabile chiedere ad un ammalato di boicottare medicinali o tecnologie medicali sviluppati in Israele  per una presa di posizione morale. Anzi, molti medicinali e molte tecnologie biomediche sono state sviluppate in Israele anche in ragione delle frequenti situazioni emergenziali che si possono presentare, essendo Israele, da sessant' anni, uno Stato in armi. Resto peraltro perplessa sull' effettivo significato dell' iniziativa di non acquistare prodotti israeliani ordinari. Le aziende israeliane contribuiscono all' economia di uno Stato che, al momento, sta violando qualsiasi risoluzione ONU e qualsiasi codice morale di condotta ordinaria in guerra. Ma non sono responsabili delle sue scelte politiche e strategiche. Chiedere ad un' azienda di non fare affari con uno Stato , pur dalla condotta criminale, del quale costituisce però una voce importante di indotto, è impossibile. Ciononostante, chiamare antisemiti chi aderisce al boicottaggio è semplicemente demenziale.
giovedì, dicembre 25, 2008

Questo blog è linkato da comedonchisciotte.org , ed ha avuto anche il piacere di avere un suo post su quel sito.

Questo non ha mai implicato da parte nostra una condivisione di tutto quello che viene pubblicato lì; tra l'altro comedonchisciotte pubblica e linka anche opinioni molto diverse tra loro. Inoltre non abbiamo mai seguito attivamente quel sito.

Però, oggi abbiamo saputo, in ritardo, di un articolo di Ida Magli, apparso domenica su comedonchisciotte. Un articolo che si può definire con una sola parola: antisemita. Il testo in questione, che non linkiamo per rispetto alla storia e al buon senso, recupera parti delle teorie razziali di personaggi imbarazzanti come Houston Steward Chamberlain (cosa di per sé agghiacciante, avendo a che fare con una antropologa, ahimé), e definisce come "progetto ebraico" l'Unione Europea ed il libero mercato. Rispolvera perfino l'accusa medievale dell'usura.
Ci sarebbe da rotolarsi dalle risate se non fossimo di fronte ad una 'intellettuale' con patenti di rispettabilità, che sembra parlare seriamente.

Fermo restando il diritto del sito comedonchisciotte di pubblicare articoli di qualsiasi provenienza, orientamento, fede politica e religiosa, ivi comprese cialtronate ed pamphlet razzisti,  in questo caso
prendiamo decisamente le distanze dalla loro scelta e dai contenuti dell'articolo, con la massima forza. Inoltre ci dissociamo con costernazione totale dai commenti degli utenti sul tipo "io non sono antisemita, sono loro che sono ebrei". Ci ricordano quel certo Poverini "io non sono razzista, ma...".

Semplicemente, NON vogliamo essere associati a dei contenuti, anche se usciti su un sito 'amico', che non sono altro che razzismo primonovecentesco rimasticato, con l'autrice che sembra diventata un'identitarista nazionalista tipo Francia di Vichy, peggio (e con meno attenuanti) di Oriana Fallaci. Se provate a googlare "magli Islam" o "magli immigrati" viene fuori un autentico delirio di islamofobia, razzismo e purismo identitario. Ci limitiamo a citare una perla imbarazzante: "le voci allenate geneticamente alla pronuncia delle lingue discese dal latino"¹. E questa sarebbe un'antropologa?





¹ Non esistono "voci allenate geneticamente". E' una cazzata, perché nulla si può allenare "geneticamente", semmai si può selezionare geneticamente, ma non esiste una pressione selettiva sulla pronuncia delle lingue neolatine, che comunque non ha niente di particolarmente diverso, ad esempio, dalla pronuncia delle lingue indonesiane.


Comunque non c'è stata nemmeno una selezione: Ida Magli è invitata a meditare sul fatto che moltissimi dei parlanti lingue discese dal latino hanno un patrimonio genetico misto a quello degli Indios dell'America detta, appunto, latina.



giovedì, novembre 06, 2008

Prima di conoscere Falecius, non avevo mai letto di fantascienza. Incuriosita dai suoi progetti “utopici” , ho (ri)letto Walden , di Henry David Thoreau e Walden Due , di Burrhus Francis Skinner. Per completare questo ideale trittico utopico –passato, quasi-contemporaneità, futuro- ho letto anche Burn (tradotto in italiano col titolo molto più “pedestre” ed esemplificativo L’ utopia di Walden) , di James Patrick Kelly. Il romanzo –breve, 160 pagine in tutto- si attesta a metà tra l’ utopia e la distopia.


Un miliardario eccentrico, Winter, mosso da indiscutibili –e indiscussi- intenti filantropici , decide di stanziare nell’ anno di grazia 2438, una prima colonia di veri umani in un pianeta sull’ orlo del collasso ecologico. Gli abitanti indigeni del pianeta, i pukpuk, ne hanno sfruttato ogni risorsa, ricorrendo alle tecnologie più sofisticate, raggiungendo un’ altissima qualità della vita, ma rendendo l’ambiente circostante una sorta di deserto.Il compito dei primi coloni è quello di ri-costruire un ecosistema accettabile, mediante la collaborazione dell’ élite pukpuk, selezionatasi per anni mediante un efficacissimo spoil system tecnocratico. Noi ci mettiamo la manodopera e la coscienza ecologica, propongono i terrestri, voi la tecnologia. I pukpuk, inizialmente, sembrano accettare: le condizioni ambientali del pianeta migliorano sensibilmente , vi sono matrimoni “interplanetari” , per così dire, le varie specie endemiche e quelle importate dalla terra sembrano poter convivere senza rischi. Fino a che Winter, presidente-entità di Walden, nascosta e remota, non decide di riforestare l’intero pianeta con specie arboree geneticamente modificate: un bosco che sulla terra crescerebbe in trent’ anni, su Walden cresce in tre, sottraendo a vista d’occhio territorio ai pukpuk, abituati a vivere nel deserto e oramai ridotti a vivere in riserve. Un inarrivabile Consiglio Trascendentale, organo consultivo del pianeta Walden, perviene alla decisione di esiliare i pukpuk su un altro pianeta. Comincia la guerriglia. I pukpuk incendiano le foreste di Walden per ettari ed ettari, arrivando persino a darsi fuoco nei boschi, innescando incendi imprevedibili e difficilmente estinguibili. Prosper Gregory Leung , veterano di una squadra specializzata nello spegnimento degli incendi, è convalescente in ospedale in seguito alle ustioni riportate nell’ ultimo grande rogo, nel quale suo cognato Vic ha perso la vita , incendiandosi. Le ferite più profonde non gli sono state, naturalmente, inflitte dal fuoco: efficientissimi medi-bot gli praticano innnesti di sintoderma, e la sua pelle si rigenera rapidissimamente. Prosper non vorrebbe ammettere né a sé stesso, né , tantomeno, alla moglie Comfort, che Vic sia stato un collaborazionista. Si sottrae ad un programma di rieducazione psicologica e di cancellazione selettiva dei ricordi dolorosi e si fa dimettere dall’ ospedale, non prima di aver inviato, in un momento di noia, dei saluti a caso in giro per l’universo, cercando omonimi. Gli risponde l’ Alto Gregory dei L’ung , imperatore bambino del pianeta Kenning , creatore di fortuna e mosso da un’ inarrestabile curiosità verso gli Esterni. L’ Alto Gregory atterra su Walden , accompagnato dalla Memsen , altissima e affascinante creatura femminile e sua futura sposa e dal seguito dei piccoli L’ung, intelligentissimi bimbi in viaggio di istruzione interplanetario.Sono accolti dallo sconcerto iniziale dei waldeniani , abituati ad un codice di Modestia conculcata più che realmente condivisa, fatta di duro lavoro agricolo, costumi frugali e vestiario semplice. E Comunione , rituale di oblio collettivo, amministrato da una paciosa sacerdotessa, custode della Modestia e di una sorta di mos maiorum agreste, che Prosper scoprirà essere del tutto posticcio e inautentico. Saranno proprio i bizzarri Esterni di Kenning a sottrarre Prosper alla follia dei propri ricordi , quando anche Comfort, l’amatissima moglie , decide di abbracciare a sua volta la causa dei pukpuk e di darsi fuoco seguendo l’esempio del fratello, in memoria del fratello. E, soprattutto, a far decidere Prosper a restare vicino alla sua comunità, nonostante la wasteland affettiva ed ambientale dell’ ultimo, grande incendio che ha cercato invano di domare.Il libro è uscito negli Stati Uniti  nel 2005 ; trasparente è il riferimento di Kelly ai problemi della colonizzazione. Marco mi suggeriva della somiglianza, anche “ambientale” , delle situazioni narrate in questo romanzo con il conflitto israelo-palestinese: un’ avanguardia di coloni, pur armati delle migliori intenzioni , almeno a livello di petizioni di principio , arrivano in una terra desertica , si mettono a coltivarla secondo ideali collettivistici adombrati anche da Kelly nella sua storia , sottraendo tuttavia case, terreni e mezzi di sostentamento ai precedenti abitanti dell’ area , che legittimamente vi sono insediati da secoli. Vi è una riflessione, a mio avviso, molto profonda , sulle motivazioni delle parti in causa, e sulla difficoltà di sceverare torti e ragioni , legittimità morale di una resistenza anche sanguinosa e soprusi compiuti in nome di un ideale altissimo ed indiscutibile, fondativo dell’ ethos comune di un’ intera collettività.


Poi c’è il miraggio di un sogno ecologico che rifiuta la tecnologia –o meglio, che rifiuta quella tecnologia che si è già rivelata devastante. Kelly , dalle sue pagine, sembra dar voce ad un mio pensiero, in merito all’ ecologia, amarissimo, che con ingenuo, presuntuoso progressismo , mi sono sempre rifiutata di formulare chiaramente: una coscienza ecologica costa , e se la possono permettere soltanto società ampiamente post-industriali, che hanno sperimentato sulla propria pelle i guasti del cosiddetto sviluppo tecnologico e infrastrutturale. Ci sono paesi come la Cina che, ai miei occhi ancora un poco imbevuti di lagrime primitiviste, si stanno vendendo l’anima per un’ infrastruttura in più , soffocando in una congerie di stili imitati e in-portati in maniera irriflessa, la loro cultura millenaria. Forse l’ autore pensava all’ Asia , e alla bolla di espansionismo economico dei paesi dell’ area che si è avuta a partire dalla metà degli anni ’90 per un decennio, dando nomi cinesi/peranàkan (Leung) , nepalesi (Sukulgunda) , cingalesi (Jayawardena-come la femminista!) o indonesiani (Taurika), a luoghi e a cose del suo libro. O forse faceva il verso ad una certa ritualità oriental-wannabe di molti new-agers statunitensi-la cerimonia della comunione è mutuata da certa liturgia fuffologico-indianeggiante , con tanto di bruciamento di incensini ed estasi di pensiero positivo. O, ancora, più probabilmente, nell’ anno di grazia 2438, la sacrée vermine della società multiculturale terrestre è oramai un dato accettato, ed ecco che su Walden, oltre a cognomi orientali, vi sono cognomi spagnoleggianti o arabi (Velez , Ayoub...). Il conflitto, insanabile, è esternalizzato, e rivolto verso gli indigeni e, appunto, gli Esterni, e alimentato mediante luoghi comuni elaborati ad hoc, impartiti da obbligatorie scuole di fiducia in sé stessi....

Un mondo futuro che mostra , in controluce, tante, troppe somiglianze col mondo attuale e futuribile. E, che a dire il vero, mi ha inquietato. Per fortuna, mi è stato impossibile non dare spazio alla mia naivité che mi trasferiva la mente e il cuore in Indonesia, vista come un paradiso terrestre dai tempi più commoventi della nostra storia....da maggio ho un leggero trasalimento, ogni volta che sento un nome indonesiano. Mi ricordo di un ragazzo dolcissimo, che in piedi, in mezzo ad una cucina, mi leggeva versi di Chairil Anwar, di Sapardi Djoko Damono o di Bahrum Rangkuti , mentre i roseti fiorivano tra la pioggia e il sole intermittenti. Piccola, patetica rivalsa su un quartiere ex industriale.

Ho rivisto quei roseti novembrini , prostrati dalla pioggia autunnale, esplosi e illanguiditi da tre mesi di siccità. Pallide rose, come di cera. Mi sono tornati in mente i versi dell’ unico poeta lirico che abbia prodotto la mia città, Attilio Bertolucci:



Coglierò per te


l’ ultima rosa del giardino,

la rosa bianca che fiorisce

nelle prime nebbie.


Le avide api l’hanno visitata

sino a ieri

ma è ancora così dolce

che fa tremare.

E’ un ritratto di te a trent’ anni,

un po’ smemorata come tu sarai allora.



Ho pianto.
giovedì, maggio 29, 2008
Avrei voluto scriverlo io, un pezzo così, ma lui l'ha fatto meglio.
Non è andata esattamente così, in Palestina, sia chiaro.
Però certi paralleli è difficile non farseli tornare in mente.
domenica, dicembre 16, 2007

Il Capitale ha bisogno dello Stato. E non di un qualsiasi Stato, ma di uno Stato-macchina del tipo europeo moderno. Per una serie di fenomeni storici complessi, questo tipo di Stato è diventato anche uno Stato nazionale.

Anche in passato l'economia era strettamente legata alla politica. Oltre lo stadio elementare del piccolo baratto, lo scambio e l'accumulazione necessitavano di strutture politiche spersonalizzate su larga scala. Pensate all'organizzazione che poteva essere necessaria, quasi cinquemila anni fa, per portare le pietre dure estratte in Afghanistan fino alle città sumere in Iraq.

Questo commercio era amministrato, con dotazioni fornite dal palazzo reale e dal tempio cittadini, tramite mercanti che dipendevano da essi. Una volta arrivati a destinazione (di solito un luogo di intermediazione, e non il lontanissimo centro di produzione della materia prima) è probabile che lo scambio in sé avvenisse sotto forme ideologiche dello scambio di doni.

Dal punto di vista sumero, i "Barbari" fornivano le materie prime al centro del mondo, per glorificare i loro dei. lapislazzuli, stagno, cedri del Libano, servivano alla costruzione dei loro templi. Gli scambi erano resi possibili dall'accumulazione di risorse locali attuata dai grandi sistemi redistributivi controllati da templi e gestiti dal palazzo. I sistemi redistributivi e di accumulazione dell'età del Bronzo rubavano ai poveri per dare ai ricchi, e si imperniavano in una inscidibile unità di religione, economia e politica. Erano sistemi generalmente impersonali, almeno nella sostanza, rispetto ai quali le solidarietà familiari allargate da un lato si corrodevano (la cosa è testimoniata in modo eccellente dai contratti e dai testi giuridici riguardo l'eredità, e ne resta una traccia perfino nel Quarto Comandamento: era necessario dire "onora il padre e la madre" in un'epoca in cui questo non era più scontato) e dell'altro potevano fornire, se non una resistenza, quantomeno una viscosità rispetto al sistema.

I conflitti tra le città cananee e filistee ed i primi Israeliti, che si trovano nei libri di Giosuè e dei Giudici, spogliati dei loro elementi tardi e leggendari, raccontano anche la storia di un conflitto tra due poli d'aggregazione, i Palazzi reali cittadini e le tribù basata sulla solidarietà di clan epressa nel codice delle relazioni genealogiche (che potevano essere all'occorrenza riformulate, come accade a anche oggi tra i beduini, in funzione di rivalità ed alleanze).

giovedì, ottobre 18, 2007
Credo poter annunciare la nascita e l'avvio delle attività del nuovo multi-blog che abbiamo creato con un gruppo di studenti di arabo e di ebraico dell'Università di Venezia. Molte delle cose su islam, arabistica ed ebraismo che prima postavo qui, probabilmente adesso finiranno di là; questo blog diventerà più anarcoide, meno serioso e più personale. O forse no. Ci sono sempre gli Assiri.
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categoria:cultura, religione, medio oriente, affetti, eretz yisrael
giovedì, settembre 20, 2007
La prima parte del mio racconto "Risiko" su Chiedi alla Carta. Molto bello anche il racconto di Eva Clesis e quello di Loris pubblicati oggi.
Ai Bragoriani il racconto potrà ricordare qualcosina... E anche a Viola e Rachele, dovessero passare di qua.
postato da: falecius alle ore 16:48 | Permalink | commenti
categoria:letteratura, società, repubblica sovietica di bragora, eretz yisrael
sabato, agosto 04, 2007
Avvertenza: questo è un prologo, e il resto del discorso verrà tra molto, molto tempo. Finché non torno, sbizzarritevi.

Potremmo anche metterla così:

Due tribù semitiche relativamente piccole, entrambe con lunghe storie di migrazioni e conflitti alle spalle, si stanno contendendo un piccola area semi-arida e priva di risorse in una parte del mondo di per sé piccola ed insignificante anche in buona posizione.

Le due tribù parlano lingue piuttosto simili (anche non al punto di essere reciprocamente comprensibili) e possono entrambe vantare uan complicata serie di diritti storici sulle zone contese. ognuna nega in modo a volte fantasioso le pretese dell'altra. Entrambe praticano una religione monoteista, adorano lo stesso Dio (la parola per nominarLo ha la stessa origine nelle rispettive lingue) praticano la circoncisione, hanno tabù alimentari simili e un corpus di tradizioni religiose che contiene in buona parte gli stessi personaggi, ha rilevanti parti normative da cui si è evoluto un corpus giuridico, ed ha una forte carica di giustizia sociale terrena.  Entrambe hanno un lunga tradizione di conflitti e massacri inflitti loro dagli abitanti cristiani dell'Europa.

Tuttavia, fanno un'enorme fatica ad individuare le cose che hanno in comune e tendono vedere l'altra tribù come  dei sanguinari selvaggi.
Nell'area contesa, c'è almeno una citta di medie dimensioni in cui si sono svolti eventi della massima importanza per le due maggiori religioni mondiali (tra cui quella di una delle due tribù) per cui è di grande interesse per tutti i praticanti di quelle fedi, che sono circa metà della popolazione terrestre, che la zona sia resa praticabile e sicura, ed in particolare che sia possibile svolgervi pellegrinaggi e simili. (il che rende l'opzione "radere al suolo l'intera zona con grosse testate strategiche" impraticabile)
L'altra tribù, del resto, considera la città in questione la propria capitale storica, ed è in conflitto coi praticanti delle altre due religioni, che sono professate dalla tribù rivale. Questa tribù inoltre è stata oggetto di persecuzioni violentissime e di un tentativo quasi riuscito di annientamento totale, il che la porta ad essere comprensibilmente preoccupata per il futuro e dotarsi di imponenti mezzi di difesa, incluse armi nucleari. La seconda tribù, e specilamente i suoi correligionari in altre zone, trovano questo fatto alquanto preoccupante e alcuni di loro stanno cercando di dotarsi di armi nucleari.

Risolvete il problema evitando ulteriori spargimenti di sangue (sono quindi ammessi roghi, autodafé, armi nucleari, chimiche e batteriologiche e bombe a vuoto. Anche napalm ed esplosivi cinvenzionali, purché vaporizziate integralmente il cadavere: la zona è sacra e non si può sporcare). Avete tempo un mese e mezzo. Buon divertimento.


NOTA: questa è un'esercitazione.
Ho omesso diversi fattori chiave che rendono la situazione reale MOLTO più intricata, ad esempio, le colonie, il ruolo del colonialismo, dei paesi Europei, della Russia, della Lega Araba, degli Stati Uniti, le divisioni tra palestinesi, il problema dei profughi, le differenze tra ebrei "laici" e "religiosi", la durata del conflitto e la situazione in cui è maturato, la questione del Golan, le otto guerre arabo-israeliane, la disparità economica tra i due gruppi, l'acqua della West Bank e quella del Giordano, e un po' di altre faccende che non mi vengono in mente.
NOTA 2: non so con che frequenza potrò venire sul blog.
Fino all'11 di Settembre sarò impegnato a preparare la festa d'anniversario della Nostra Grande Vittoria sul Bieco Imperialismo Amerikano
ed i suoi Lacché Sionisti, e quindi a festeggiarla in una località segreta del Waziristan insieme ad i miei amici terroNisti.
Quindi. Potete commentare. Non ci sarà moderazione. Potrete anche litigare. Civilmente, però.
Vi prego di fare i bravi, di non scrivere cose razziste, antisemite, offensive, idiote, non trolleggiare, firmarvi e non spammare pubblicità, specialmente se siete di Forza Italia. Il primo che userà insulti personali o patenti cazzate verrà bannato a vita.
mercoledì, agosto 01, 2007
Abbandono la RSB. Da Venezia vado a Campalto (vicino Mestre). In una casa ancora più bella, ggente simpatica, e forse, dai, stavolta riesco a sterzare :). Vi aggiornerò sulle vicende della nuova comune anarchica in terraferma tramite la tag "campalto".

L'esperienza del trasloco ha qualcosa di ineffabile, quindi tralascerò. Ah, Viola è tornata da Gerusalemme. L'ho incontrata insieme a Rachele (altro nome di fantasia), una persona che non mi sarei mai aspettato di rivedere in vita mia, e soprattutto non mia sarei mai aspettato che mi dicesse: "decisamente, NON sono sionista." Lo era, tra anni fa. Almeno, diceva di esserlo. In mezzo ci sono stati, credo, qualche viaggio in Israele, una guerra e mezza, un paio di lauree, e, mi pare, una storia tra lei e David. Non so cosa abbia influito sul modo di vedere le cose.
Ho scoperto che Viola ha conosciuto David tramite Rachele, e sì, sono ancora amiche. Tra l'altro, ho scoperto oggi che le due ragazze si conoscevano. Il mondo è piccolo.