Oltre al corso principale di arabo, al pomeriggio seguo due corsi supplementari: arabo colloquiale tunisino e calligrafia.
Nessun altra cultura di mia conoscenza ha attribuito tanta importanza estetica alla Parola e alla sua forma scritta, che è appunto la calligrafia, quanto quella arabo-islamica. La calligrafia ha nella tradizione artistica musulmana arabo-persiana* un ruolo paragonabile a quello della pittura in Occidente.
Esiste un gran numero di stili calligrafici (khutut), il professore ce ne ha mostrati almeno sette, ma fondamentalmente si possono ricondurre a due tipologie: il kufico ed il naskh. Il kufico è lo stile più antico, di origine epigrafica e monumentale, e è il più comune nelle iscrizioni (la forma squadrata delle lettere lo rende adatto all’incisione); oggi lo si trova spesso in cose come le insegne al neon. Il naskh è la forma più diffusa di “corsivo”, voglio dire, di scrittura con carta ed inchiostro.
I testi a stampa oggi di solito usano dei caratteri tipografici che si basano sulle forme naskhi.
Anticamente, ma anche oggi per usi calligrafici, si usava la penna. Nel senso di un oggetto appuntito (una penna d’oca appositamente tagliata, oppure una canna appuntita) la cui punta era intinta nell’inchiostro liquido di continuo e lasciava così una traccia. La parte appuntita delle penne d’uccello, in italiano, si chiama calamo, e il recipiente con l’inchiostro in cui la si intingeva è appunto il calamaio.
In arabo lo strumento per scrivere si chiama qalam, termine che indicava la canna con una punta obliqua, con cui si scrivono il naskh e gli altri stili calligrafici corsivi, ma che oggi si riferisce a qualsiasi tipo di penna. In tunisino colloquiale la penna (a sfera) si chiama stilu ovviamente dal francese, mentre qlam è rimasto per indicare solo la matita.
Che ci sia una connessione etimologica tra qalam e calamo è fuori di dubbio, anche se non so in che direzione sia stato, né quando sia avvenuto.
La tradizione musulmana è piuttosto concorde nell’indicare che i primi versetti del Corano che Dio rivelò a Muhammad, mentre questi si era ritirato a meditare su un monte presso la Mecca, fossero: “Leggi! Nel nome del Signore Tuo, il Sapiente, Colui che ha insegnato l’uso del calamo (qalam) che ha insegnato all’uomo ciò che non sapeva”. Piuttosto stupidamente non ho portato con me la mia copia del Corano, né in traduzione né in originale, quindi cito a memoria (dalla traduzione di Bausani) e forse in modo inesatto (potrei chiedere al mio padrone di casa di consultare la sua copia, ma preferisco non farlo. Il Corano è sacro anche in quanto oggetto fisico, e perfino nell’inchiostro che ne compone le lettere, per cui, essendo la copia di un altro, si potrebbero porre questioni di purità rituale).
Si potrebbe scrivere un intero libro per sviscerare questi versetti, e probabilmente è stato fatto, ma io mi limiterò a qualche nota sulle cose che ricordo bene. “Signore” in arabo è rabb, termine che in aramaico significa “maestro” (da cui “rabbino”). “Leggi” è la traduzione di un verbo (qara’a) che probabilmente è di origine aramaica, più precisamente siriaca, e che significava in origine anche “salmodiare” o “recitare (un testo, specialmente un testo sacro)”, anche se oggi nell’uso arabo corrente vuol dire normalmente “leggere”; in tunisino colloquiale significa “studiare”. Corano (Qur’an) viene dalla stessa radice, e quindi significherebbe qualcosa come “salmo” o “recitazione”.
Ancora oggi nell’Islam si attribuisce enorme importanza alla recitazione, salmodiata con regole di pronuncia particolari, del testo, sia a voce che su supporti. E questo malgrado il Corano sia stato fissato molto presto in un testo scritto con una tradizione estremamente affidabile (esistono alcuni problemi, e lezioni leggermente diverse soprattutto nella pronuncia di alcune vocali, ma la situazione, poniamo, dei manoscritti della Divina Commedia è molto più intricata e ricca di varianti).
Di Dio si mette in risalto la sapienza, che in arabo è espressa dalla radice 3LM (3 indica la ayn, un suono gutturale difficile da descrivere; dalla stessa radice viene 3alam, mondo, corrispondente all’ebraico olam) e la connessione con la parola scritta.
In arabo la radice KLM ha il significato generale di parlare. Kalima vuol dire “parola”, kalam “discorso” (specialmente dibattito filosofico o teologico, come termine tecnico).
Qalam vuol dire “penna”, si diceva. 3alim vuol dire “sapiente” (il plurale è ulama’, ovvero ulema, parola che ogni tanto trovate sui giornali; si tratta del participio presente del verbo 3alama, “sapere”).
Tre radici con un significato connesso, due lettere in comune, e la terza ha un suono simile (K, Q e sono in arabo due suoni distinti, ma abbastanza vicini; infatti nei prestiti più antichi da lingue occidentali, la nostra C o K è diventata una Q in arabo: musiqa, qasr -da castrum- Qaysar -Cesare-. Per quanto riguarda la ayn, è la spirante sonora corrispondente alla Q (che è un’occlusiva sorda come la K) quindi si discosta un po’ dalle altre, anche per il senso di 3LM rispetto a KLM e QLM, quindi forse c’entra, ma forse anche no).
Mi sembra strano che non siano in qualche modo connesse, magari QLM è rientrata in arabo dal latino o dal greco, in cui però calamus, o kalamos, è a sua volta prestito da una radice semitica legata all’idea di parola. Ovviamente non ho la minima prova di tutto ciò, sto solo facendo ipotesi suggestive.
Comunque, questo vi dà un’idea dell’importanza che ha qui la Parola scritta ed il suo strumento: il calamo, appunto.
Si parlava della sinagoga di Tunisi e delle scritte ebraiche sulla cupola. La scrittura ebraica attuale, il cosiddetto “ebraico quadrato”, deriva dall’alfabeto aramaico. Ma forse è utile raccontare la storia dall’inizio. I popoli semitici che vivevano in Palestina, Siria e Libano tremila e duecento anni fa parlavano la stessa lingua, il cananaico, ma normalmente scrivevano in babilonese.
Tuttavia, in un luogo ancora sconosciuto ma probabilmente nel sud della Palestina, allora sotto dominio egiziano, venne ideato un modo di scrivere la parlata semitica locale usando alcuni geroglifici egizi. Il sistema di scrittura egizio era molto complesso, ma a noi basta sapere che alcuni segni potevano essere letti attribuendo loro il valore di una consonante.
I semiti eliminarono tutto il resto del sistema, per tenere solamente 22 geroglifici, attribuendo ad ognuno il suono consonantico iniziale della parola che rappresentava (letta nella lingua semitica, non in egizio), e scrivere con essi le parole della propria lingua (o meglio le loro ossature consonantiche, che nelle lingue semitiche rappresentano le radici e alcuni affissi). Ad esempio un geroglifico indicava una testa umana, in semitico resh, (tuttora la lettera ebraica corrispondente ha questo nome) e venne scelto per rappresentare la lettera r.
Le prime iscrizioni di questo tipo sono opera di quelli che, sotto l’autorità egizia, lavoravano nelle miniere di turchese del Sinai e prendono perciò il nome di iscrizioni proto-sinaitiche, anche se è probabile che i loro autori non fossero originari del paese (può essere interessante richiamare la permanenza di Mosè nell’area prima di assumere la guida del popolo ebraico, secondo la narrazione dell’Esodo). Il sistema si perfezionò diffuse specialmente dopo il crollo dell’autorità egizia nell’area nel 1190 a.C., per scrivere il cananaico, che nel frattempo si era diviso in diversi dialetti: uno di questi è la lingua ebraica, un altro il fenicio. Gran parte della regione venne contemporaneamente invasa da gruppi di seminomadi, che approfittarono del tracollo egizio ed hittita per occupare quasi tutta l’attuale Siria; la lingua che parlavano era affine al cananaico: l’aramaico.
I fenici diffusero il loro sistema di scrittura, l’alfabeto (così chiamato dai nomi delle prime due lettere, Alif e Bet, anch’essi mantenuti in ebraico) nel bacino mediterraneo, trasmettendolo ai Greci, mentre gli Aramei se ne appropriarono e lo diffusero verso est; durante il loro esilio in Mesopotamia, gli Ebrei adottarono la forma aramaica delle lettere ( e l’aramaico come lingua parlata), mentre solo i Samaritani (discendenti degli Ebrei rimasti in Palestina) conservarono e conservano quella più arcaica, simile al fenicio.
Direttamente dal proto-sinaitico una forma abbastanza diversa fu sviluppata nella penisola araba ed usata dai popoli dello Yemen, l’antico regno di Saba; da questa proviene l’attuale sistema di scrittura dell’Etiopia. Le diverse varianti della grafia aramaica soppiantarono quella fenicia man mano, man mano che i dialetti aramaici sostituivano quelli cananaici, e sopravvissero più a lungo proprio in Tunisia, prima di essere sostituiti dall’alfabeto latino (derivato dal greco) dopo la distruzione di Cartagine e la conquista romana. Oggi l’alfabeto cananaico-fenicio originario (benché modificatosi anch’esso col tempo) è usato solo dai Samaritani a scopi liturgici.
Gli alfabeti aramaici conservarono le stesse lettere del cananaico, dato che le due lingue erano molto affini, ed anche i nomi delle lettere cambiarono poco, mentre le forme si diversificarono tanto da diventare quasi irriconoscibili. Una di queste varianti fu la scrittura ebraica quadrata, un’altra, quella siriaca, diede origine, dalla sua forma corsiva, all’alfabeto arabo, di cui la prima variante grafica fu il kufico; entrambe venivano incise, scolpite o scritte col qalam su pergamena e poi su carta. All’epoca del Califfato, che va dal 632 al 1258 d.C., i territori musulmani erano anche i centri culturali più ricchi e fiorenti dell’Ebraismo: dapprima soprattutto l’Iraq, in seguito l’Egitto, dove visse Mosè Maimonide (la sua “guida dei perplessi”, il culmine della filosofia ebraica medievale, è scritta in arabo classico) il Nordafrica e in particolare, Sephorad: la Spagna, specialmente quella musulmana in arabo al-Andalus, ma anche la il sud della Francia, allora nel pieno della fioritura culturale provenzale, ricca di influenze andaluse ed in genere arabo-islamiche. In Andalus/Sephorad fiorirono la tradizione cabalistica e quella filosofica, rappresentata ad esempio da Avicebrom. Che la forma della lettere ebraiche fosse influenzata dal kufico è quindi abbastanza comprensibile.
Un qalam tradizionale da calligrafia è una canna con una punta obliqua ad un’estremità. Il taglio obliquo della punta si appoggia interamente sul foglio, tracciando una linea spesso in senso orizzontale, ed una più sottile se ci si muove in verticale (a meno che non si inclini la mano, come accade per il naskh).
Il naskh, infatti, si basa su linee incurvate, (e tratti verticali dritti) sopra o sotto una riga portante della scrittura detta mahmal (dal verbo hamala, che vuol dire “portare” o “reggere” e dai cui si pensa derivi il genovese “camallo”). A causa della diversa angolazione della punta obliqua rispetto al mahmal, le curve risultano sottili alle estremità, se le si traccia con un movimento fermo senza ruotare la mano.
L’ebraico quadrato, invece, come dice il nome, ha uno stile ricco di linee rette orizzontali e verticali.
Questa origine spiega perché, in un moderno testo ebraico a stampa, di solito i tratti orizzontali siano più spessi e marcati di quelli verticali. Alla fine di ogni linea orizzontale, sia in ebraico che in naskh, un movimento della penna può dare un leggero incurvamento che chiude la linea, o in arabo, allargarsi in una curva. La somiglianza del movimento e la bellezza del risultato, in entrambe le lingue, sono affascinanti.
Mi sono reso conto subito, tracciando le prime linee d’esercizio, che i movimenti del qalam che tracciano punti e linee del naskh è identica, così come lo strumento per cui sono state pensate, a quella ebraica, solo stile con cui ordinati questi elementi a formare lettere e parole diverse crea la differenza tra due stili che hanno nel Medioevo islamico ed ebraico e nella reverenza di entrambi le tradizioni verso la Parola (si pensi alla mistica delle lettere dell’alfabeto nella Zohar, il celebre testo di Cabala in aramaico composto in Sephorad nel tredicesimo secolo)
* la calligrafia è stata ed è importante anche nei paesi musulmani esterni alla civiltà arabo-islamica, che include essenzialmente le culture islamiche urbane e sedentarie di lingua araba, persiana e, dopo il dodicesimo secolo, turca e kurda. Tuttavia negli imperi musulmani d’India, e credo anche in Indonesia ed Asia Centrale, ad esempio, le arti figurative continuarono ad avere uno statuto ben maggiore che nel mondo arabo.
Il fatto merita di essere sottolineato, dato che la maggior parte dei musulmani del mondo appartiene a tradizioni culturali diverse, benché naturalmente in relazione, da quella arabo-persiana islamica.