martedì, novembre 10, 2009
Crucifige, crucifige!

Homo che se fa rege

Secondo nostra lege,

contradice al Senato!



Jacopone da Todi, Donna de Paradiso.




Sarebbe fin troppo facile dire che Mariastella Gelmini ha ragione ha dire che il Crocefisso sia una "una tradizione italiana". Dal momento che non si discute sul fatto che i Romani venissero da Roma, e che Roma si trova in Italia, i seimila schiavi crocefissi lungo la Via Appia possono senza dubbio intendersi come un esempio di una tradizione italiana o più precisamente italica: inchiodare a due pali chiunque osi alzare la testa, affinché la sua fine sia di monito agli altri.

Gli antichi romani, erano appunto certamente italiani, sia nel senso di provenire dall'Italia, sia nel senso di avere la coscienza dell'Italia come entità non solo geografica ma anche politica, distinta dalle province i cui abitanti si potevano crocifiggere. E gli antichi romani trattavano così il servo, il provinciale, che non sapeva stare al suo posto, il posto che i Signori del Tevere gli avevano dato.

Nessun popolo, tra quelli soggetti al dominio di Roma, fu così restio ad occupare quel posto quanto gli Ebrei della Palestina. Nessun altro popolo fu così ostinatamente legato al suo D*o e alla sua Legge e alla sua identità etnico-religiosa, tra quelli permamentemente governati dalla Roma pagana dei Cesari.

In nessun altro popolo queste caratteristiche erano così nettamente incompatibili con la civiltà mediterranea di Roma, il cui centro era l'Italia "donna di provincie"*. Civiltà che assimilò a sé la grande maggioranza dei Celti, degl'Iberi, e degl'Illiri e dei Daci, dei Siculi e degli Etruschi e dei Sardi, i cui discendenti finirono col farsi chiamare semplicemente "Romani" e col parlare, quasi tutti, latino moderno. O forse dovremmo chiamarlo italiano, francese, spagnolo, romeno, portoghese, sardo, ladino?** Mi spiace tanto per la Lega, ma gli Etruschi e gli Insubri e i Piceni e i Leponzii e i Veneti e  i Boii e i Cenomani e  i Marsi e i Peligni e i Sanniti non esistono più in quanto popoli. Li hanno cancellati le legioni e le colonie romane, molto tempo prima che Cristo camminasse su questa Terra.

Ma non solo in Palestina, ai tempi di Roma, vivevano Ebrei. Non tutti loro erano ritornati da Babilonia, e molti erano andati a vivere nelle grandi metropoli ellenistiche o nelle guarnigioni dove avevano servito, sul Nilo, i re macedoni dell'Egitto. E infine, verso Ovest, si erano stabiliti nelle grandi città del sempre più importante mondo mediterraneo occidentale, come Roma e Cartagine.

Nella capitale dell'Italia, dove la crocefissione se non il crocefisso era già una tradizione, esisteva una comunità ebraica da qualche tempo prima che Sant'Anna, la madre dell'Immacolata Vergine Maria Madre di Gesù, venisse al mondo in Palestina.

Sono più italiani del Vaticano, se giochiamo a chi è più antico. Sono più antichi della lingua italiana e di tutte le forme letterarie di latino moderno usate nella Penisola. E quando una forma particolare ed eretica di giudaismo, fondata da Paolo di Tarso e da Simon Pietro attorno al Messaggio di Gesù di Nazareth, si diffuse tra gli abitanti dell'Italia e infine adottata dall'Impero Romano come religione ufficiale, dopo lunghe persecuzioni in cui molti credenti furono crocefissi o altrimenti suppliziati, la comunità ed il popolo ebraico erano già una presenza, in Italia, che si può certamente chiamare "tradizionale".

Quell'eresia giudaica che noi chiamiamo "cristianesimo", e che ben presto è diventata qualcosa d'altro dall'ebraismo estendendo il suo messaggio a chi ebreo non era, e facendo Trino il Dio Geloso degli Ebrei, era per i Romani una pericolosa novità. Superstitio prava et immodica. Una fede straniera, orientale, minacciosa ed incomprensibile, che non rispettava i mores e travolgeva le tradizioni.

Adorare un Dio crocefisso? Scandalo era, e del resto, scandaloso era il Vangelo che quell'Uomo portava, per cui quello Straniero era morto di croce.

Scandalosa era la sua fine, il marchio dell'infamia, perfino per i primi tra i suoi fedeli. Ci vollero secoli prima che si osasse, nell'Europa occidentale, rappresentare il Crocefisso, il Cristo suppliziato e sofferente. I primi cristiani preferirono il Pesce, o più tardi la Croce, sì, ma vuota. Se il Cristo era raffigurato, lo era come Re e come Giudice, Signore di Tutte le Cose, Pantokrator. In alcune confessioni cristiane non cattoliche, anche oggi, non si rappresenta il Cristo sofferente.

 

* Donna in questo caso mantiene il significato del latino antico domina da cui deriva, anche se Dante forse gioca sui due sensi della parola nel volgare toscano.

** In fondo, quando diciamo "arabo" o "cinese" ci troviamo in una situazione non troppo diversa.

mercoledì, giugno 10, 2009

Vorrei tornare su Waltz With Bashir con una disamina più approfondita delle mie posizioni, anche a seguito di alcuni commenti particolarmente risentiti a riguardo.

Come rappresentazione della futilità della guerra e della confusione, del terrore e dell’ abbrutimento di coloro che vi prendono parte ,  Waltz With Bashir è un grande esempio di  genere. Ciò è dovuto in parte al racconto, in cui il protagonista fa un viaggio per recuperare i suoi inaccessibili ricordi di guerra.


L’ effetto è rafforzato anche dall'uso di un’  animazione sofisticata, allucinatoria, che contribuisce a fornire un ritratto fresco e assieme impressionante di ragazzi in guerra. (A titolo personale mi ha colpito per il fatto che molti dei soldati fossero, nel 1982, più giovani di me, e altrettanto giovani di una controparte terrorizzata).

Il film esplora la natura della memoria e come evitare la dissonanza cognitiva data dal reprimere e dal censurare psicologicamente azioni ed eventi che non sono in linea con il modo di vedere noi stessi. Così il nostro protagonista, stimolato da un ex-commilitone nell’  emersione della propria memoria in forma di incubi,  cerca di scoprire gli eventi che l’  hanno cancellata.


Fin qui tutto bene, e la questione un poco fumosa del modo in cui abbia intrapreso questa compositio memoriae,  approcciata  attraverso interviste, è ben compensata dai sogni presentati in  lunghe e suggestive sequenze di flashback.

Tuttavia, a causa di quella che sembra essere  una tenace aderenza alla sua esperienza personale, il regista Folman manca l'opportunità di imprimere una svolta al  film verso  qualcosa di più grande, di tracciare un parallelo tra il proprio atteggiamento evitante di una scomoda verità e quello del suo paese, Israele, che non riesce ad affrontare a livello politico e collettivo una verità altrettanto scottante:  chi un tempo era vittima si è trasformato in carnefice. Questo atteggiamento mentale si è consolidato, nel tempo, attorno ad un’ omissione ,  non è chiaro  se deliberata o inconscia : guardare ai fatti troppo da vicino  sarebbe stato davvero troppo da sopportare, anche per un regista che ha avuto il coraggio di affrontare un argomento che è stato finora una  macchia inesplorata  sulla coscienza nazionale. E le omissioni sono tante, nella sceneggiatura: concretamente quelle  riguardanti episodi che, se fossero stati inseriti attraverso una migliore mise en scène, avrebbero  facilmente fatto stabilire allo spettatore connessioni personali   senza esagerare nel ricorso all'allegoria.

Per esempio il famoso assedio di Beirut precedente il massacro è appena menzionato. Tre mesi di intensi bombardamenti israeliani che, secondo le Nazioni Unite, hanno ucciso settemila persone e ferite ottantamila, l'80% delle  quali erano civili. I numeri degli  uccisi nell’ assedio di Beirut sono circa due volte la più grande stima dell’ ammontare delle vittime  dell’ eccidio  di Sabra e Shatila, compiuto dai Falangisti, con l’ avallo di Tsahal. 


Di per sé,  sarebbe  un’  interessante domanda chiedersi  se le  uccisioni effettuate da parte dell’ esercito regolare di uno Stato siano meno odiose di quelli perpetrate da  una falange armata e accecata dall’ odio.  Purtroppo, allora  non vi è  stata  alcuna possibilità di porsela.

C’ è più di una mancata contestualizzazione degli eventi: al tempo dell’ uccisione di Bashir Gemayel,   l'OLP era già salpata da Beirut sotto la supervisione di una forza multinazionale, lasciando poca resistenza attiva in  a città (fatta eccezione rispetto a quella formata  da gruppi della sinistra libanese), e nessuna nei campi. Il film dà l'impressione che siano stati i Palestinesi ad uccidere Gemayel , una impossibilità logistica. (Mi risulta siano stati ambienti maroniti di sinistra, cioè... "nazional-socialisti", che in Libano figurano essere di sinistra per il fatto di opporsi alla falange. Così mi dice Falecius, che ringrazio).  L’ intento dei Falangisti non era la vendetta - senza dubbio sono stati alimentati e rinfocolati nel loro odio, oltre che da   droga e alcol, dalla morte di Gemayel -, ma il loro esasperato e inutile intento è stato sempre quello di ottenere un Libano ad egemonia maronita , ed ecco la  scomoda e taciuta la verità . Si è trattato di un intento di cui Israele era ben  consapevole e da cui  ha tratto  il massimo vantaggio. I Falangisti  pensavano di stare lottando per difendere la propria comunità minacciata dalla distruzione. Propaganda, ovviamente. Ma la sinistra libanese all' epoca agitava questo spettro in maniera piuttosto truculenta.  Avete presente Damour? E'  un interessante thread che il film evita di approfondire , e né Folman coglie l’ironia del fatto che  la  Falange  (alleata di Israele durante l'invasione) sia stata creata dal nonno di Bashir Gemayel  dopo una visita di ispirazione  nella Germania nazista. 

Poi c'è il massacro stesso. La ricerca di base rivela questi fatti: una riunione antecedente  il massacro tra il  comandante delle forze israeliane a Beirut e il capo delle forze falangiste  ha avuto luogo, a condizione che Israele fornisse le foto aeree dei campi e con la  decisione  di provvedere ad  un sostegno logistico, ignorando deliberatamente ciò che sapeva benissimo i  falangisti  fossero  in grado di fare. Anche se la sede del comando israeliano che sorvegliava il campo è stata citata nel film, il fatto che vi sia stato  stato un ufficiale di collegamento della Falange  è stato passato sotto silenzio. In contatto con la milizia nel campo, non ha lasciato  agli ufficiali dell’ intelligence israeliana  alcun dubbio su ciò che stava succedendo. Sotto gli ordini, i  soldati israeliani hanno ripetutamente ricondotto e sedato i civili nei campi , ignorando  le loro esortazioni e le loro suppliche sul fatto che li stessero massacrando e violentando.  (Dal punto di vista drammaturgico, esplicitare questo episodio   avrebbe fornito   un esempio molto più potente di colpevolezza individuale del protagonista rispetto al fatto di essere lì  mentre si stavano sparando i razzi, come mostrato nel film. Questo momento di rivelazione risulta  indebolito  a causa dell’ autobiografismo troppo spinto del regista.) Molti soldati di Tsahal hanno  riferito che cosa stava succedendo a loro superiori, a tutti è stato  detto di non preoccuparsi. Sebbene un episodio inerente a questo atteggiamento è stato mostrato nel film,   la cecità volontaria e collettiva del comando israeliano sul massacro è stato sottovalutata. Infine, e cosa forse più importante, il fatto che sia l’esercito  israeliano che i servizi  di  intelligence controllassero (e fossero presenti all’ interno di esso)  lo stadio in cui camion carichi di residenti del campo siano stati condotti per essere processati, è stato  inoltre deliberatamente  lasciato fuori dalla narrazione filmica.

Tutte queste omissioni servono  ad annacquare la percezione del  ruolo di Israele nella vicenda, e il risultato è un cattivo servizio reso allo spettatore da  Folman, che ha lasciato troppe cose non dette.

Dopo aver detto  che Waltz with Bashir è comunque  un film importante e di straordinaria potenza evocativa, per  una serie di ragioni, di cui certo non è la meno importante il concedere alle vittime un certo riconoscimento  , ma anche perché, si ammette, sebbene implicitamente e peritosamente, che ci siano state certe persone nel comando israeliano  che hanno fatto accadere fatti gravissimi.


C’è sempre l’opzione che un israeliano si fermi un attimo a riflettere e si chieda 'Che cosa stavamo facendo, allora?' Nessun altro può farlo per loro.


Si deve rendere merito a Folman di aver compiuto il passo coraggioso, necessario ma non ancora sufficiente, di mettersi davanti allo specchio delle proprie responsabilità. Ciò che Folman non ha fatto fino in fondo, è stato avere la forza e l’onestà di sostenerne a lungo la vista, e di esaminarcisi molto profondamente.

lunedì, giugno 08, 2009
Qual' è la maniera migliore per rendere i personaggi di un film simili ad eroi, per definizione tutti giovani e belli?

Fargli compiere azioni di valore e umanità straordinari? No. E' troppo facile, per nulla realistico. Piuttosto, è meglio farli apparire come persone normali, seppur nella loro complessità, alle prese con decisioni difficili. Persone con preoccupazioni anche gravi e costrette a compiere azioni molto cattive.

Ma sempre con ottime ragioni, e senza mai dimenticarsi di fargli versare gobiose lagrime dopo il misfatto.

Il film di Ari Folman Waltz with Bashir * mi ha ricordato un' altra pellicola sulla difesa israeliana: Munich, di Steven Spielberg. Un manipolo di valorosi  pagato dal Mossad comprendente, tra gli altri, un ragioniere, un costruttore e venditore di giocattoli bombarolo e un meccanico, mandati in giro per il mondo da Golda Meir a caccia del cattivo di turno. Non è un lavoro facile. E' un lavoro sporco, ingrato e sanguinoso. Comporta più dilemmi morali del numero di stanziamenti  nei Territori Occupati. Però lo si fa per una buona causa.

Il nemico è semplicemente un fanatico.

Molto opportunamente, Spielberg conclude il film prima che questo drappello di valorosi uccida, in Norvegia, un cameriere di una pizzeria di origine marocchina, che non c'entra nulla coi cattivi a cui danno la caccia.

Il tema di Waltz with Bashir è il medesimo. Un esercito composto da gente normale, che più tardi diventerà regista, titolare di una catena di rivendite di felafel, istruttore di karate va in un paese straniero -il Libano del 1982- e uccide un sacco di gente.

E' una missione ingrata e difficile, che implica il sentirsi male per un quarto di secolo, ad operazioni concluse. Ma la si fa per una giusta causa, e, ovviamente, DOPO, si versano gobiose lagrime. Dopo, appunto. Dopo.

Appropriatamente, nel film di Folman non è l' esercito, infinitamente più morale dei suoi alleati  , a compiere le peggiori atrocità. E' una singola falange di fanatici. L'onore di Tsahal è salvo.

Waltz with Bashir fa spandere gobiose lagrime. Abbracciamoci, sembra dire il regista. Non vedete come piangiamo? Non siamo dei bruti, ma solo gente normale.

Siamo creature pensanti, complesse e  sensibboli.

Lo capite quanto è difficile e inducente forme di stress post-traumatico, introdurre l' apartheid, costruire un muro e sparare proiettili al fosforo bianco su donne e bambini?




* Sì, mi sono voluta fare del male, guardando questo film nel giorno delle elezioni in Libano. Alla fine del film, avrei voluto essere il ventisettesimo cane feroce del branco che insegue in sogno Boaz, l' amico del  protagonista. Quello che si fa il bagno tutto ignudo su una spiaggia di Beirut illuminata a giorno dai traccianti. Il "bel ragazzo tormentato con gli occhi azzurri c'est moi",  ci informa Ari Folman.

(Ri)-leggersi I cani del Sinai, di Franco Fortini.

Bashir, per chi non avesse colto il riferimento, è Bashir Gemayel, con la cui gigantografia il soldato Frenkel intreccia un valzer, ritmato dal mitra, che imbraccia sparacchiando a vanvera.

Se volete una bella recensione del film e non vi piace leggere le mie cazzate a riguardo, andate qui .
sabato, giugno 06, 2009
Siccome è un paio di volte che cito Renan, ho deciso di aprire questa parentesi dentro all'inciso, e affrontare la questione del "semitico".
Il "semitico" è essenzialmente un gruppo linguistico. Anzi, oggi è un gruppo linguistico e nient'altro. A rigore, "antisemitismo" significherebbe "ostilità verso chi parla una lingua semitica"; e in generale, nessuno sano di mente considera i gruppi linguistici qualcosa per cui valga la pena di spendere ostilità. Eppure, in origine, significava più o meno quello, anche se questo non impediva agli antisemiti di avercela anche con gli ebrei che parlavano yiddish (che è una lingua germanica).
Chiariamoci, non intendo fare la storia dell'antisemitismo in Europa, che è lunga ed è stata già fatta da gente più preparata di me. Voglio più che altro spiegare perché noi chiamiamo "antisemitismo" l'odio verso gli Ebrei, quando si potrebbe dire "antiebraismo" o "antigiudaismo" (che in effetti si usa a volte per indicare la polemica contro la religione ebraica, distinta dagli Ebrei in quanto persone).
Uno dei motivi principali si chiama Ernest Renan.

Ma facciamo un passo indietro e diamo un breve sguardo a quella cosa spesso ignorata e vilipesa che è la realtà.
Nella realtà, gli esseri umani comunicano tra loro in vari modi, e uno dei modi più utilizzati e più efficaci sono le lingue. Una lingua è un sistema coerente ed articolato di segni (di solito suoni prodotti con la bocca, la gola e il naso) che producono un significato convenzionale nella mente di chi percepisce questi segni. Lo scopo essenziale di questi segni è veicolare il significato, il che vuol dire che il sistema (le regole per associare un gruppo di segni ad un significato) deve essere condiviso tra chi produce il messaggio e chi lo riceve.
Si può sostenere che universi di significato di due persone diverse non possono mai essere perfettamente e completamente coincidenti; e che la somma di piccole differenze e discrepanze possa arrivare a annullare la stessa possibilità della comunicazione. Laddove la differenza arriva al livello di rendere impossibile una comunicazione efficace e completa, abbiamo due lingue diverse.
Tuttavia, in questo modo stiamo segmentando in entità discrete quello che è un continuum di variazioni tra universi di significato e regole di comunicazione; possiamo aspettarci che questi sistemi di regole saranno tanto più simili quanto più ci sia esigenza di comunicare; e d'altra parte che le discrepanze si accumulino nel momento in persone che comunicavano tra loro smettono di farlo, producendo a lungo andare lingue diverse.
Diciamo che sono "gruppi linguistici" le lingue che hanno insiemi di regole parzialmente simili, a volte così tanto da consentire una comunicazione incompleta.
Possiamo organizzare questi gruppi in vari modi, a seconda del tipo di regola la cui somiglianza ci interessa di più.  Ad esempio, posso classificare insieme le lingue che antepongono il soggetto al verbo (lingue SV) e quelle che non lo fanno (lingue VS). Naturalmente questa regola da sola è troppo astratta e generale per assicurare una qualsiasi efficacia alla comunicazione.
Un criterio molto seguito è quello di tipo genealogico. Alcune regole presentano un tipo di affinità che suggerisce una origine comune, e questo ovviamente è molto interessante per chi si occupa dell'uomo nel tempo, cioè gli storici.
Alcune regole simili sopravvivono, altre spariscono, e questo nel corso nei secoli produce dapprima comunicazione parziale e poi incomprensione totale. Un italiano che non l'abbia studiato non può capire il francese, ma i due insiemi di regole mostrano chiaramente una somiglianza che si può spiegare in termini di (semplifico) progressiva differenziazione.
Ora, nella storia succedono sempre un sacco di cose antipatiche. Guerre, schiavitù, invasioni, deportazioni, massacri e tutto il cucuzzaro. Gente che prima non s'era mai vista né sentita nominare all'improvviso si trova di fronte, e di solito finisce a schiaffi. Tutto questo affascinava molto i professori universitari tedeschi dell'Ottocento che, per riscattare le loro misere vita borghesi, sognavano un mondo crudo ed eroico di grandi battaglie, sudore, sangue, stupri, cavalcate nelle steppe dell'Asia, una vita sana e selvaggia nella Foresta Nera ed eroismi vari ed eventuali. Questi sogni bagnati, che qualche generazione dopo i politici tedeschi si prodigarono a soddisfare (con le conseguenze che sappiamo) cominciano nel periodo in cui era successo uno di quei comunissimi incontri storici di cui sopra. Nello specifico, gli abitanti dell'India si erano trovati di fronte gli Inglesi, era finita a schiaffi e gli inglesi avevano vinto. Ovviamente gli inglesi e gli abitanti dell'India parlavano lingue molto diverse, ma gli inglesi, ad un certo momento, si erano accorti di alcune somiglianze tra i sistemi di regole di alcune lingue dell'India e quelli del latino e del greco.
Questo fatto attrasse la curiosità di alcuni professori tedeschi (e danesi) che si misero a comparare i sistemi di regole di svariate lingue e decisero che ce n'era abbastanza per pensare che avessero una origine comune. Ne emerse quindi un gruppo linguistico che venne chiamato "indo-germanico" o "indeuropeo" perché includeva (ed include) le lingue dell'Europa, tra cui quelle germaniche (parlate dagli inglesi, dai tedeschi e dai danesi, che si davano così molta importanza), e quelle dell'India. Include anche il persiano e altre lingue dell'area iranica, ma non è molto importante in questa sede. Naturalmente che le lingue germaniche, per esempio, formassero un gruppo linguistico definito da una origine comune era noto, dal momento che la loro differenziazione era relativamente recente e ben documentata e le somiglianze evidenti (con le cronache scritte a documentare la diffusione e la differenziazione delle varie lingue, almeno in parte). L'indeuropeo rimontava ad una origine comune ben più remota, a cui non era possibile accedere se non attraverso la comparazione linguistica, oppure attraverso il mito.
E molti popoli hanno miti che parlano di migrazioni, guerre ed invasioni, per la banale ragione che si trattava di eventi relativamente frequenti che avevano, come dire, un discreto impatto sulla vita delle persone. Miti che titillavano le fantasie sanguinarie dei professori tedeschi che dicevo. Ora, anche gli Indiani avevano miti di quel tipo, e andando a bene vedere alcuni somigliavano a quelli degli antichi Germani (o Celti, o Greci)! Wow!
Ricapitolando: le lingue dell'India settentrionale hanno un origine comune col tedesco ( e il latino, e il greco, e il russo, ecc...), e in India c'è un mito che parla di una stirpe nobile che conquista il paese arrivando a cavallo (semplifico).
Evidentemente anche noi tedeschi discendiamo da quella nobile schiatta di conquistatori a cavallo, e le nostre leggende ne conservano traccia!
Il passo successivo era dire che le gesta dei nobili conquistatori a cavallo andavano rievocate, sì, ma sui carri armati, ma questo succederà dopo.
I nobili conquistatori a cavallo si chiamano "Arya" nella lingua dell'India in cui sono tramandati questi miti (che è il sanscrito), e quindi eccoci, abbiamo gli Ariani. Ben presto, si cominciò a fantasticare parecchio sulle mirabolanti gesta di questi stupendi antenati, e non solo in Germania, ma anche in Francia ed Inghilterra, e da un certo momento in poi anche in India ed Iran. Anzi, l'Iran si chiama così a causa di quelle fantasticherie (la parola è collegata al sanscrito "arya"). Prima era chiamato generalmente "Persia". 

Ora, sarebbe interessante chiedersi se magari anche altre lingue fuori dal gruppo indeuropeo, non abbiano una origine comune anche loro, anche se certamente, si dicevano i professori tedeschi, nessuna origine può essere più figa dell'essere stata la lingua dei nobili cavalieri ariani conquistatori.
Certamente: erano ben note delle lingue simili tra loro in modo da fare pensare ad una origine comune, e lo si sapeva almeno dai tempi di Spinoza e Richard Simon. Almeno da Spinoza in poi, l'arabo e l'ebraico erano relativamente ben consciuti ai dotti europei, perché la loro conoscenza era ritenuta necessaria alla comprensione della Scrittura. Latino e greco non bastavano più. Ma ora si vedeva che le proprie origini ed antichità andavano chieste al sanscrito. In un certo senso, India capta ferum victorem cepit. Dove mettere, in questo nuovo mondo popolato di nobili cavalieri ariani a cavallo, la Bibbia scritta in una lingua diversa dalla loro?
Bè, la Bibbia stessa forniva una bozza di risposta. La somiglianza tra arabo ed ebraico non era sfuggita ad arabi ed ebrei, che infatti da secoli ammettevano nelle proprie tradizioni di avere un antenato comune, un tizio sconosciuto ed oscuro di nome Abramo. Arabo, ebraico e altre lingue simili furono riconosciute formare un gruppo linguistico dotato di origine comune, che fu detto "semitico" da Sem, un antenato di Abramo. Quasi tutti i popoli che la Bibbia e le tradizioni arabe indicavano come discendenti di Sem parlavano lingue semitiche, quindi la faccenda pareva semplice.
Fin qui, a parte la fantasticheria degli Ariani, tutto regolare.
Esistono somiglianze forti tra le lingue indeuropee* che provano una origine comune, e lo stesso vale per le lingue semitiche**, così come per altri gruppi. E' possibile risalire ancora più indietro, anche se naturalmente più lo si fa più lo cose diventano incerte i linguisti storici s'incazzano e diventano frustrati e nervosi. Ad ogni modo le somiglianze linguistiche forniscono informazioni storiche reali sebbene la loro interpretazione non sia nemmeno lontanamente semplice come credevano i professori tedeschi dell'Ottocento.
Questa è realtà.

Poi arriva l'ego dei professori, ormai non più solo tedeschi, che abbiamo già visto all'opera con gli Ariani.
Questo ego non può assolutamente accettare che al mondo sia esistito qualcosa di figo che non fosse stato prodotto dai trisavoli Ariani a cavallo, e osserva inoltre che nel mondo contemporaneo i presunti discendenti degli Ariani a cavallo prosperano e gli altri un po' meno. Ovviamente questa cosa eccita enormemente l'ego ariano che decide quindi che l'arianità è principio ordinatore e civilizzatore del tutto e che se non discendi dagli Ariani a cavallo non sei nessuno e devi morire muto e rassegnato. L'idea che i non-ariani stessero male non in quanto esseri genticamente inferiori ma in quanto erano stati aggrediti, espropriati e sterminati dagli Ariani con grossi cannoni era considerara poco carina da suggerire, anche se in effetti Joseph Conrad era stato piuttosto chiaro in merito.

Ecco, quindi che da una parte gente come il barone di Gobineau tenta di dimostrare che tutte le civiltà della storia sono state civili in quanto ariane, e che Renan si trova ad affrontare lo spinoso problema del "semitico".
Renan risolve questo problema dicendo che i "semiti" hanno per essenza una cultura particolare. Non è tutta quanta da buttar via, ma lasciata a sé stessa è intrinsecamente destinata alla sclerosi. La natura delle lingue semitiche e della "mentalità" semitica è incapace di pensiero razionale, e quindi solo gli Ariani potevano produrre la filosofia. I tetri beduini semiti avevano da offrire solo leggi e divinità trascendenti che parlano da quel cielo azzurro del deserto siriaco, e quando combinano qualcosa è perché qualche Ariano è in mezzo a loro. Questa "mentalità" semitica opererebbe anche nell'ebreo di lingua tedesca o francese (Renan è francese), perché fa parte della sua essenza. L'ebreo è quindi "inassimilabile" alle nazioni "ariane" non in quanto ebreo, non in quanto portatore di una diversità religiosa, ma in quanto semita portatore di una mentalità diversa (ed inferiore) di cui la religione è un sottoprodotto.
Naturalmente questa forma di razzismo a base linguistica seriva a scopi pratici che avevano inzialmente poco a che vedere con la vita degli ebrei di Francia e Germania, che era alquanto indisturbata (diversamente da quel che accadeva, per altre ragioni, in Russia). Serviva più che altro a legittimare cose come la dominazione francese sul Nordafrica arabo, e già che ci si era, a mettere gli uni contro gli altri gli arabofoni "semiti" e i berberofoni "camiti" nella zona. 


* Delle lingue indeuropee fanno parte le lingue iraniche (tra cui persiano e kurdo), indoarie (come la hindi, la bengali, l'urdu ed il sanscrito, parlate nel Nord dell'India), baltiche e slave, e l'armeno, nel gruppo satem; celtiche, germaniche, anatoliche (tra cui lo hittita; estinte), latino-falische (tra cui il latino e quindi le lingue romanze), osco-umbre (estinte), illiriche (da cui l'albanese, probabilmente), il tocario (parlato anticamente in Asia Centrale; estinto) e il greco, nel gruppo centum. Le esatte relazioni tra i diversi gruppi sono alquanto discusse e non ho voglia di parlarne qui.

** Le lingue semitiche comprendono oltre all'arabo e all'ebraico (che è praticamente una forma di fenicio), l'aramaico, l'accadico (assiro e babilonese), l'etiopico, l'amharico ed il tigrino parlati in Etiopia ed Eritrea, ed il maltese, che è in realtà un dialetto arabo che ha avuto una evoluzione particolare. Ce ne sono anche altre, ma caspita, accontentatevi.
 
venerdì, giugno 05, 2009

DISCLAIMER: m'è venuto un pippone lunghissimo, con le note e un sacco di digressioni. Qui e qui le puntate precedenti.

La storia delle idee è fatta di dibattiti. Ci sono state alcune grandi controversie, più o meno famose, che hanno costruito la storia del pensiero. Gente stracazzuta che litigava per un sacco di tempo su delle fottute iota, producendo nel frattempo dei capolavori del pensiero, o delle cagate pazzesche se girava male.
Alcune di queste controversie sono famose: le peggiori di tutte erano i concili ecumenici, che notoriamente non hanno mai conciliato uno stracazzo; in effetti, quasi tutti i concili terminavano con una minoranza arrabbiata che non era stata invitata al Concilio, o era stata fregata: ad esempio convocare un concilio d'inverno voleva dire che gli Armeni, anche se avessero avuto due secondi di tregua dalla loro lunga e mortale guerra d'indipendenza contro i persiani, avevano i valichi chiusi e non potevano scendere a Calcedonia a discutere della natura e volontà del Cristo e del Padre.
Inoltre i concili li convocava l'imperatore bizantino, che tendeva a seccarsi se non finivano come diceva lui.  Ad ogni modo, quasi tutti i concili hanno provocato scismi, scomuniche, incazzature e la costituzione di chiese separate come quelle copta, armena, siriaca, assira, maronita (poi reintegrata nella comunione con Roma) ed ariana (estinta). Questo solo nei primi secoli. Dopo, c'è la divisione tra Roma e le chiese greche, poi c'è tutta la storia particolare dei melkiti in Palestina (oggi divisi tra quelli in comunione con Roma e quelli in comunione con Costantinopoli) che si propongono come chiesa nazionale araba, ci sono i "cristiani di San Tommaso" (originariamente legati alla Chiesa assira) in India, tutta la sequela delle eresie medievali, lo scisma Hussita col concilio di Costanza,  infine c'è la Riforma con tutto il grande casino che ne segue, infine col concilio Vaticano I si separano da Roma i Vetero-Cattolici (che mi stanno particolarmente simpatici, anche se flirtano troppo con gli anglicani) e col Vaticano II tutta una galassia complicatissima di cattolici conservatori, sedevacantisti, lefebvriani (con lo scisma rientrato in maniera stranissima di recente), e altri eretici e strani personaggi vari, alcuni simpatici, altri decisamente meno.

Meno noti sono altri tipi di controversia intellettuale.
La disputa tra San Tommaso e gli averroisti parigini, o quella tra San Bernardo di Chiaravalle e Pietro Abelardo, per fare due esempi dell'Europa medievale. Più avanti nel tempo, credo che due discussioni in particolare siano state significative per la formazione della coscienza culturale europea moderna.

Entrambe ebbero luogo alla fine del Seicento ed ebbero per protagonista Jacques Bossuet, vescovo cattolico di Meaux, precettore del Delfino di Francia e consigliere di Luigi XIV, inspiratore, tra le altre cose, della revoca dell'Editto di Nantes, quello che garantiva la tolleranza religiosa ai calvinisti in Francia; la diaspora calvinista portò odio imperituro al Re Sole, idee e cultura francesi, nelle terre del suo esilio: Svizzera, Prussia, ma soprattutto Inghilterra, Olanda e Città del Capo (è per questo che tra gli Afrikaner attuali si trovano ancora molti cognomi francesi). Questi esuli tradussero la letteratura e la filosofia inglese in francese, così che l'Europa potesse leggerle, in un tempo in cui l'inglese non lo conosceva quasi nessun continentale. E la filosofia inglese del tempo voleva dire un personaggio insignificante come John Locke, per dire.

L'odio che portarono per l'assolutismo del Re Cristianissimo fu benzina per il fuoco della Rivoluzione Gloriosa e della successiva Guerra dei Nove Anni*, un evento che dovreste conoscere meglio.

Eppure, dopo la revoca dell'editto, nel bel mezzo della guerra in cui gli Stati tedeschi combattevano contro la Francia, un luterano, e nientemeno che Leibniz**, allora al servizio dell'Elettore di Hannover (cattolico, ma sovrano di una popolazione protestante) tentò di riallacciare i rapporti con Bossuet e intessé con lui una corrispondenza, con un obiettivo ambizioso: la riunificazione delle Chiese. Erano le migliori menti disponibili nei due campi, o quasi, e si impgnarono a fondo.

Il tentativo non fallì per i clamori della guerra e della politica, ma perché Leibniz non poteva cedere sul libero esame, né Bossuet sul libero arbitrio. Che Dio renda merito ad entrambi, perché il mondo sarebbe un posto peggiore se una delle due idee avesse perso***. Bossuet non capiva come ci si potesse accostare alla Scrittura senza la mediazione della tradizione e dell'autorità della Chiesa. In questo senso, si può dire che quell'epoca vide la fine del principio d'autorità come fondamento della validità della conoscenza****, e la discussione Leibniz/Bossuet ne sia stato uno dei segni.

La seconda controversia fu più spietata, più interessante, per me, e più significativa per la storia del pensiero moderno: anche qui, la faccenda era in buona parte religiosa.

Tuttavia, il rivale di Bossuet è uno che se non avete fatto studi specifici non avrete mai sentito nominare: si chiamava Richard Simon, ed era un oratoriano della Piccardia al tempo di Luigi XIV.

Richard Simon è l'uomo che ha creato il metodo storico-critico della Bibbia, cioè l'uomo a cui più di ogni altro dobbiamo la possibilità affrontare il testo sacro come un testo.
Mi dispiace per quei protestanti (un volta in inglese erano detti
fundamentalists) che ancora non ci sono arrivati, ma noialtri cattolici questa faccenda l'abbiamo digerita abbastanza. All'epoca fu un trauma, naturalmente. I libri di Simon finirono all'Indice e furono bruciati in Francia. Per stamparli dovette rivolgersi agli odiati eretici olandesi, gli stessi il cui atteggiamento verso la Scrittura Simon voleva contestare nel suo lavoro.

Bossuet stava andando via di testa quando seppe che la censura di Stato francese aveva dato il permesso di pubblicare il primo lavoro di Simon in Francia, la Critica del Vecchio Testamento. Quella pubblicazione costò a Simon l'espulsione dal suo Ordine.
Il cattolicesimo non voleva sentir parlare di "critica del testo" in rapporto alle Scritture. Curiosamente, furono i protestanti i primi a seguire Simon (va detto però che Simon aveva cominciato ad occuparsi del problema dopo aver letto Spinoza, che per alcuni aspetti voleva confutare).

Simon non accettò mai che le sue tesi fossero eretiche. Anzi, le vedeva come una prova a favore della cattolicesimo e una confutazione delle idee protestanti sul libero esame della Scrittura. Lottò con la convinzione e la testardaggine di chi credeva di essere nel giusto. E sappiamo che nel complesso lo era. Bossuet lottò con altrettanto accanimento contro quello che riteneva un pericolo spaventoso. Per salvare la Tradizione, si sminuiva la Scrittura. Inammissibile!

Anche in quella occasione, Bossuet alla lunga perse. Nemmeno il cattolico più conservatore, oggi, ammette che tutto il Pentateuco sia opera di Mosé senza nessun tipo di modifica o interpolazione posteriore. E tuttavia aveva avuto ragione. Dall'opera di Simon, e contro le stesse intenzioni dell'oratoriano, l'autorevolezza della Scrittura ne uscì scossa e, alla fine, quasi distrutta.

E' da questi dibattiti seicenteschi che emerge la coscienza intellettuale moderna, che ci porta a leggere altri e diverse vicende in termini di conflitti tra Ragione e Tradizione, tra Rivelazione e Filosofia*****.

Un dibattito analogo a quello Bossuet/Simon si svolse in Egitto negli anni Venti del secolo scorso, attorno al problema dell'autenticità della poesia araba antica, con grandi intellettuali che si scontravano.
Non sempre queste questioni sono affrontate attraverso amabili discussioni da salotto o cortesi scambi di lettere. Simon pagò le conseguenze delle sue idee di persona, e sappiamo tutti cosa successe a Galileo. In anni molto più recenti, Nasr Hamid Abu Zayd ha subito un divorzio forzato dalla moglie in seguito ad uno dei processi più bizzarri della storia, perché aveva applicato al Corano strumenti di critica testuale storica che lo rendevano, agli occhi della Corte,  apostata dall'Islam.

Si tratta di una aberrazione storica e religiosa prima ancora che una violazione dei diritti umani. La critica storica del testo era ammessa nell'Islam medievale, sebbene in forme ovviamente diverse da quelle usate da Abu Zayd.

L'Islam medievale  ebbe i suoi dibattiti, i suoi conflitti ideali e perfino i suoi roghi di libri, esattamente come il Seicento europeo. C'erano state dispute religiose simili a quella tra libero arbitrio e libero esame di cui ho parlato. E ci fu la grande disputa che noi noi tendiamo a vedere tra fede e ragione, tra Atene e Gerusalemme. La grande disputa oppose, a distanza, di tempo e di spazio, due grandi intellettuali: al-Ghazali e Ibn Rushd, colui che conosciamo come Averroè.


 

 

* E' un evento relativamente poco conosciuto, tanto  che gli storici non sono d'accordo sul nome da dargli: in passato era nota "Guerra della Lega di Augusta" e ora come "Guerra della Grande Alleanza" o anche "Guerra di successione del Palatinato". Però è storicamente piuttosto importante. Per capirci, si tratta della guerra  che permise alla Rivoluzione Gloriosa inglese (1688) di sopravvivere, malgrado il diverso parere di Luigi XIV, e a scapito degli irlandesi. Non si tratta di una questione irrilevante. La Rivoluzione Gloriosa ha impedito all'Inghilterra di diventare una monarchia assoluta cattolica, e anche se tutte le persone coinvolte la percepirono come la giusta restaurazione di diritti consolidati dalla tradizione, rappresentò un momento fondamentale dell'evoluzione del liberalismo moderno. La guerra dei Nove Anni vide nascere una alleanza tra Austria, Inghilterra e Olanda che sarebbe durata in qualche forma fino al 1754 (più di 60 anni), segnò la battuta d'arresto dell'espansione francese sotto Luigi XIV, e può essere vista come l'ultima guerra di religione europea nata dalla Riforma, Irlanda esclusa. Ma è con quella guerra che in Irlanda cominciarono i guai, o meglio, che i guai assunsero la loro tipologia attuale.

** Tra le altre cose, Leibniz è stato probabilmente il primo a concepire qualcosa di lontanamente simile alla nostra cibernetica, eppure non ne parliamo poi granché.

*** Mi piacerebbe vederle entrambe nella stessa Chiesa, ma va bene anche così. Con questo, la revoca dell'Editto di Nantes provocò indicibili sofferenze e tremende ingiustizie, di cui, se c'è un Dio giusto, a Jacques Bossuet verrà chiesto conto.

**** Su questo andrebbe almeno nominato un altro esule calvinista espatriato in Olanda, Pierre Bayle, che probabilmente meriterebbe quasi tanto spazio quanto Cartesio nella storia del pensiero europeo.

Non è un caso se Diderot affermava di aver avuto "contemporanei" in quella generazione. Personalmente, trovo Bayle e i suoi contemporanei nel complesso più interessanti e più acuti di Diderot e Voltaire.


***** Nell'Ottocento, Ernest Renan riuscì a vedere questi due principi in termini di polarità razziali. Per farla semplice, lui contrappose un mondo "semitico" (ebraico ed arabo) portatore della Rivelazione e della Legge ad un mondo "ariano" che produce Logos, ragione filosofica. Si tratta di uno dei presupposti intellettuali dell'antisemitismo "scientifico", ma su questo tornerò un'altra volta.

La contrapposizione è stata posta da Leo Strauss, depurata naturalmente del suo aspetto razzista (Strauss era ebreo) nei due poli metaforici di Atene e Gerusalemme. Per l'Islam avrebbe forse più senso parlare di Alessandria e la Mecca, volendo restare in metafora.



giovedì, giugno 04, 2009
Ci sono discorsi che si espandono mentre li porto avanti, fino a diventare delle cose mostruosamente grosse e ingestibili, come è successo alla mia serie di post sulle identità storiche e su quella ebraica in particolare, discorso che dopo sei mesi e trentasei post era diventato un trattato di storia ottomana, al che ho capito che era meglio lasciar perdere e comunque prendersi meno sul serio.
Adesso rischio di fare la stessa fine con questa cosa della storia della filosofia.
Parlare di Sigieri e Tommaso mi serve ad introdurre il fatto che, da queste parti, in questo cosiddetto Occidente, c'è stata un'epoca in cui quello che veniva dall'Islam era nuovo, moderno ed interessante. Quest'epoca coincideva con le Crociate, peraltro.
Questo è notevole.
Normalmente le crociate sono viste come un momento imperialistico di un Occidente aggressivo contro l'Islam, e  sia in Occidente che nel mondo musulmano esistono motivi ideologici per vederle così. I due punti di vista naturalmente non coincidono; ma, nell'ottica occidentale, vedere le crociate come un momento di espansione imperialistica (seppur variamente giustificata e legittimata, per alcuni occidentali) permette di proiettare a quell'epoca la centralità globale dell'Occidente.
E' solo di recente che mi sono reso conto che si tratta di una proiezione falsa, e che le Crociate non sono l'antefatto del colonialismo. Il motivo per cui lo dico è che nello stesso tempo l'Occidente era avido di sapere musulmano. Il tempo politico dell'espansionismo e il tempo egemone nella storia delle idee non coincidono. In altre parole, il mondo musulmano era egemone, sul piano culturale e anche, almeno fino alle invasioni mongole, politico. E l'Occidente lo sapeva.
Voler vedere nella storia del mondo occidentale una vocazione imperialista di lunga durata ha un senso, a prima vista, ma solo per chi non conosce abbastanza bene le vicende dei mondi non occidentali. Conviene ammettere che l'imperialismo sia il comportamento normale delle strutture di potere statale che hanno la possibilità di praticarlo. Il problema è lo Stato, non l'Occidente, qualsiasi cosa sia poi in definitiva l'Occidente.

Be', nel Medioevo è semplice. L'Occidente era il mondo cristiano di cultura latina (o se preferite, latino-germanica) e i suoi confini erano quelli dell'Islam a sud e quelli dell'ortodossia greco-bizantina ad est. I popoli europei pagani (Slavi, Magiari, Normanni, più tardi Finnici, Lettoni ed infine Lituani) entrano a far parte dell'Occidente nella misura in cui si convertono al cattolicesimo.
Si tratta di una definizione che lascia delle incertezze: la Lituania, col battesimo assai tardivo del suo re, pone dei problemi: a quel tempo si era già parzialmente acculturata all'Europa ed era una potenza politica sullo scenario "occidentale". E soprattutto i cristiani cattolici che vivevano nei territori musulmani, e che dovevano essere molto più numerosi di oggi. Le chiese di rito latino del Nordafrica sopravvissero fino al dodicesimo secolo, e quelle di Andalus e della Sicilia fino a che esistettero una Andalus e una Sicilia sotto governo musulmano.
Nella mia definizione, queste comunità non fanno parte dell'Occidente, perché si trovano in un universo culturale e politico dove l'Islam e la lingua araba sono dominanti.
L'Occidente in senso stretto, invece, per acquisire la cultura arabo-musulmana egemone (e quindi fonte di prestigio) a cui non è politicamente soggetto, deve tradurla in latino.  
 
lunedì, aprile 27, 2009
Cito da qui, articolo eccellente e condivisibile dell'amico Abdannur:

"Prima, il pericolo era "il ghetto", "la scuola araba", "la famiglia non integrata"; ora, l'allarme è per lo straniero che "occupa la casa popolare", "invade le nostre aule", "sposa le nostre donne"."

Da lì scopro anche questa cosa di Ida Magli, che onestamente non si capisce come possa finire su un giornale a tiratura nazionale. E' talmente idiota da far quasi rimpiangere la Fallaci, comunque su Ida Magli in sé l'unica domanda che mi faccio è come sia possibile starla ancora a sentire, al di fuori dei circoli di fissati sul Gomblotto Giudaico.
Io non sono uno storico delle religioni in senso proprio, ma posso assicurare che no, dell'Islam non ha capito nulla (nemmeno dell'ebraismo, comunque), e che in storia del cristianesimo al sei, per me, non ci arriva.

Quello che mi colpisce è che qui abbiamo davanti gente vicina ad un partito che nel nome e nella retorica si richiama alla "libertà", ma che al tempo stesso ritiene concepibile fare discorsi pseudodemosocioetnoantropologici alle persone in genere su come e con chi dovrebbero sposarsi.
Se io voglio sposare una persona lo faccio, punto*. La cosa mi sembra di un'ovvietà abbacinante, e non c'è Ida Magli (o famiglia d'origine, se per questo) che tenga.
Mi riferisco a quelle, a volte occidentalissime, figure genitoriali che pretendono di sapere meglio dei loro figl* con chi costoro dovrebbero passare il resto della propria vita. Non lo sanno, non lo possono sapere, non sono fatti loro, e comunque non hanno nessun diritto di metter becco. Sì, dico proprio a quel pezzo di merda che non ritiene suo genero degno della sua augusta persona e disconosce la figlia per questo (vicenda realmente capitata ad un'amica di Roseau). Mavaffanculo, vai, stronzo.

Non è (grazie al cielo) nel potere degli editorialisti del Giornale "fermare i matrimoni misti", ma a me inquieta il solo fatto che un appello del genere venga formulato e diffuso su un quotidiano e riceva commenti come questo (cito, vergognandomi un po'):

Per quanto mi riguarda, mi piacerebbe che in italia l'islam fosse bandito, messo fuori legge. Niente più moschee. Niente più matrimoni misti.

(Ma poi, perché fermarsi qui? Ci si stava attrezzando per liberarsi del problema alla radice, settan'anni fa. Sempre semiti** sono, a portare queste cose orientali e snaturanti la nostra civiltà europea e occidentale che poverina, di per sé se ne starebbe quieta e buona senza dar fastidio a nessuno, sono loro che vengono qui ad invaderci pregando nei garage e scrivendo la lettera ai Romani dove si predica "la libertà" e quella ai Corinzi teorizzando l'uguaglianza tra uomo e donna***)



E' questo, il "Popolo delle Libertà"?


*Non sto comunque consigliando di prendere decisioni avventate. Sto dicendo che il matrimonio è una scelta libera, non che sia una scelta irrilevante da fare a caso.

**Nel caso della Magli l'accusa di antisemitismo assume il suo significato etimologico, visto che tra le altre cose la signora teorizza un complotto degli ebrei per snaturare l'europa tramite, indovina un po' che cosa mai sentita prima, la finanza. Mi riservo comunque di discutere il significato di "semita" in un post a parte, perché è interessante.


*** Se non conoscete la Lettera ai Romani, vale una lettura. Anche se è stata scritta da un immigrato asiatico e semita che segue una religione estranea alla nostra civiltà (certamente Nerone e Tacito la pensavano così, e chi sono io per smentirli?) è un testo fondante della civiltà occidentale. Ancor oggi c'è dibattito sul senso del capitolo 13, quello su cui si fonda la teoria cinquecentesca della monarchia assoluta per diritto divino (uno dei regali di Martin Lutero alla storia della civiltà, nel caso non lo sapeste).

E' anche uno dei pochissimi testi di quel tipo in cui emerga una condanna dell'omosessualità, anche se questo non sembra turbare i liberali de noantri.

Nella lettera ai Corinzi ci sono una serie di cose tipo che le donne devono mettersi il velo, tenere gli occhi bassi e non parlare in pubblico, dal che si vede che Ida Magli ha ragione e che il cristianesimo è costituitivamente egualitario perché le bambine vengono battezzate, e se duemila anni di storia e i testi religiosi fondanti dicono il contrario, al diavolo i fatti, lei è Ida Magli e conosce l'essenza del cristianesimo meglio di San Tommaso d'Aquino in persona.

Ah, sì, dimenticavo, le lettere stanno tutte e due nella Bibbia (quel libro grosso che probabilmente avete a casa e non aprite mai), verso la fine del Nuovo Testamento, un po' prima dell'Apocalisse e dopo il Vangelo di Giovanni e qualche altra lettera.



giovedì, marzo 19, 2009

Non si è fatta attendere, fortunatamente, la smentita del superiore dei Gesuiti italiani, padre Carlo Casalone: don Giulio Maria Tam NON è gesuita. Ne sono sollevata. Resta aperta la domanda, un poco inquietante: perché mai un personaggio chiacchierato (o, come mi ha detto padre Stefano Titta ieri pomeriggio, "uno che vuole rimestare nel torbido") deve spacciarsi per gesuita?


Per rispondere a questo interrogativo, i lettori mi scuseranno, devo fare, topicamente, "un passo indietro". Come nei romanzi di appendice.


Le fazioni che da quasi cinquanta anni si contendono il governo della Chiesa sono due: l’Opus Dei, che da Giovanni Paolo II ottenne la “prelatura personale” (sacerdoti secolari sotto l’egida del Vaticano, quindi niente diritti, niente “sindacati”, nessuna possibilità di tutela italiana), movimento esperto nel gestire il potere politico fra i cattolici e i Gesuiti più progressisti (quelli  che, a partire dagli anni ’30 in Francia e durante gli anni della contestazione anche in Italia, si schierarono a fianco degli operai, condividendo con loro talvolta anche l’ impiego in fabbrica), ma anche di stampo e simpatie francescane.


Non è inutile, a mio avviso, ricordare  il discorso di Ratzinger ai francescani nel Pellegrinaggio di Assisi nel 2005: - “Cari figli di San Francesco, vi esorto ad essere disponibili, al vescovo di Assisi, alla Conferenza episcopale regionale e a quella nazionale”,  - riportando così i frati delle basiliche di S. Francesco e S. Maria degli Angeli di Assisi sotto la diretta giurisdizione del vescovo locale, e nominando  nuovo vescovo di Assisi, mons. Sorrentino, da soli due anni segretario della Congregazione per il Culto Divino, per allontanarlo dalla curia romana in quanto troppo progressista. Promoveatur ut amoveatur.


Ratzinger tolse ai frati di Assisi  quella autonomia pastorale riconosciuta loro  da Paolo VI (papa pro-gesuiti, ex studente in un loro collegio) nel ‘69. D’ altronde, la  vocazione  alla povertà riservò non pochi problemi a S. Francesco, che dovette aspettare ben 12 anni perchè il papa gli riconoscesse l’ordine scongiurando così un’ accusa di eresia, che invece non risparmiò Pietro Valdo e le sue istanze pauperiste.

Padre Nino dei Redentoristi di Palermo ebbe a dolersi di questa restrittiva decisione papale: - “La ricerca della fede e la testimonianza evangelica, non possono fare a meno di una sana autonomia e di una serena ricerca, come ci ha insegnato il nostro fondatore S. Alfonso Maria de’ Liguori”   (non un campione di progressismo teologico, dunque: il santo autore della zuccherosa canzoncina Tu scendi dalle stelle). - Ma gli ordini non si discutono, nemmeno se palesemente atti a limitare la propria azione pastorale. Benedetto XVI è pro-Opus Dei, l’associazione delle pressioni psicologiche, delle mortificazioni corporali, della segretezza: chi studia o tenta di formarsi un’ opinione autonoma odora  di gesuita.


Dai tempi del Concilio Vaticano II,  infatti, Opus Dei e Gesuiti sono in conflitto per accaparrarsi le menti migliori dei giovani; i cervelli che fuggono dall’Italia e non solo, in parte si affiliano all’Opus Dei, (un tempo si rivolgevano, in numero maggiore, ai centri di spiritualità ignaziana) che dal pontificato di  Wojtyla in poi ha goduto del favore  papale, aumentando autonomia e potere.


Già nel Conclave del 1978 il cardinale Albino Luciani, non ostile all’Opus Dei, più per effettiva ignoranza dell’ azione del movimento fondato da Escrivà, che per convinzione personale, fu eletto col patto che avrebbe concesso la “Prelatura personale” e elevato all’ onore degli altari il fondatore.


Alla sua improvvisa morte il cardinale Ratzinger, già arcivescovo di Monaco di Baviera e di Freising, dichiarò alla stampa tedesca che il nuovo Conclave si sarebbe sottratto all’ influenza esercitata dall’ala progressista (i gesuiti), eleggendo un Pontefice che si sarebbe fieramente opposto al comunismo.


Infatti si giunse ad un modus vivendi tra Opus Dei e “partito tedesco” per l’elezione di Wojtyla, che si recò nel quartier generale dell’Opus Dei, a Villa Tevere, raccogliendosi in preghiera nella cripta di Padre Escrivà.


Dopo l’elezione di Wojtyla l’Osservatore Romano fece intendere con chiarezza la direzione del nuovo corso vaticano, ponendo in prima pagina alcune fotografie  scattate alla vigilia del Conclave: il card. Wojtyla, il card. Höffner e mons. Hengsbach, riuniti nel centro romano dell’Opus Dei.


Giovanni Paolo II non infranse i patti stipulati con Opus Dei e “partito tedesco” in cambio dell’elezione papale: concesse la Prelatura personale e beatificò Escrivá.

Quindi attivò l’ex Sant’Uffizio per colpire i teologi progressisti (i gesuiti): il francese Pohier, l’olandese Schillebeeckx, e soprattutto lo svizzero Küng.


La Congregazione per la Dottrina della Fede dichiarò il prof. Küng, docente all’università tedesca di Tübingen, colpevole di “deviazionismo” dalla verità integrale della Chiesa, destituendolo dalla cattedra.


Dietro questa operazione, vi era la longa manus di Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, inizialmente amico di  Küng , perché entrambi progressisti all’ apertura del Vaticano II. Poi, turbato dall’ impatto etico e sociale del ’68 in Germania, Ratzinger è passato a contrastare sempre più aspramente il teologo svizzero , una delle menti più brillanti della Chiesa progressista, pertanto inviso all’ Opus Dei.


Ratzinger non nascose la sua soddisfazione per la revoca della missio canonica di Küng: -“ Il credente cristiano è una persona semplice, e i vescovi devono salvaguardare la loro fede dal potere degli intellettuali”. - Gli intellettuali sono –indovinate un po’?-  i Gesuiti.


Mi sembra chiaro che il giochino di Tam sia più o meno questo: “io, che sono un prete tradizionalista, non colto, non politicamente progressista, anzi, mi fingo gesuita per screditare un ordine che, negli ultimi cinquanta anni, salvo alcune isolate eccezioni, si è sempre caratterizzato come l’ ala “progressista” della Chiesa. Così facendo, gli faccio perdere quell’ audience residuale che ancora detiene, in tempi di recessione del cattolicesimo “di sinistra”. E, anche se non sarò mai sindaco, mi candido apposta per Forza Nuova. Sì, per metterla in quel posto a quel filoislamico d’ un biblista di Martini! Che, nonostante si sia autoesiliato a Gerusalemme a studiare come un gesuita vero quale è, continua a pubblicare dei libri e a riscuotere tanti consensi in Italia.”


Furbo, non trovate? Rozzo ma efficace. Poi si dice che a pensare male si fa peccato, ma almeno ci si prende....

giovedì, marzo 05, 2009
Disclaimer: come mai successo nei miei precedenti post, questo contiene riferimenti a situazioni scabrose o a esperienze personali mie particolarmente forti. Se siete minorenni o particolarmente sensibili, non leggete oltre.

Roseau.



Dà un' impressione di piccola dignità compunta, invece, il libro di Tullio Avoledo, intitolato La ragazza di Vajont.


Non perché narri col tono monocorde e dolente di un misantropo scapolo di Maniago una distopia appena appena spostata rispetto all' orizzonte degli eventi attuale -è il 2007 e il mondo è più o meno lo stesso di  oggi, ma sprofondato in una desolazione post-tecnologica, causata da una nazificazione del continente europeo,  di cui lo scapolo misantropo di Maniago citato prima è stato il deus ex machina per l' Italia. Come se non si fossero ripetuto, abbastanza, in decine e decine di libri e centinaia di articoli e dibattiti, fino quasi a far perdere all' assunto -vero- di significato, che il nazismo trae il suo consenso dal piccoloborghese spaventato dal casino per strada, dal disordine, dalla musica negra e sudaticcia, dall' inflazione a quindici zeri e da ogni forma di entartete Kunst. No. Come la  maggioranza della sci-fi italiana, anche l ' opera di Avoledo ha il fiato corto. Tocca temi immensi, ma non è sorretto da nessuna teoria politica alternativa alla banalità del male a cui sembra essersi rassegnato il protagonista,  dopo essere stato brevemente rinchiuso da un Vecchio neonazista in un' isola-fortezza sinistramente simile a Goli Otok  perché  accusato di essere comunista, e da lì rilasciato, in seguito all' accettazione di collaborazione incondizionata col regime. A p. 165 dice:


"Persone, intere famiglie, venivano fatte salire  a forza su quei camion, come io avevo progettato. Raggiungevano destinazioni prefissate, a orari stabiliti. Nessuno di loro tornava. Era mio il know how dietro quei viaggi senza ritorno. Cosa provavo, mentre queste cose succedevano? Cosa pensavo? Vorrei poter dire che mi sentivo colpevole, ma...."


Non c'è nessuna invenzione fantatecnologica almeno avvincente, e, quel che è più grave, il libro è reso dignitosamente compunto da uno stile appesantito da un lirismo che vorrebbe essere rarefatto e invece risulta ridondante e onnipresente, come un basso fruscio,  per una distopia.

"L' aria sembrava un diapason che il mio respiro bastava a far vibrare".

Poi, le citazioni di almeno altri quattro autori mitteleuropei: Magris, per le desolate constatazioni sul nazismo del protagonista e sulla sua percezione dei ricordi e della memoria; Pasolini, per il ritorno alla cultura contadina , ma con segno opposto, non più vagheggiamento primitivista, ma  come incubo postapocalittico; Mauresig, per l'insistita solttolineatura dei gusti musicali del protagonista -come in Canone Inverso, modesto il romanzo e ancor più modesto il film, l' uomo -voce narrante inquietantemente somigliante nel nome e nell' anagrafe all' autore, ama la Ciaccona di Bach e fa ogni giorno i conti coi fantasmi di un passato che non può cancellare, perché non lo può conoscere appieno. E poi......il sesso. Preciso: io sono stata una grande ed entusiasta consumatrice di letteratura erotica. Ho letto di tutto: dalle Mille e una notte a libracci innominabili e semipornografici, passando per De Sade, Lawrence, Miller, la Nin, Apollinaire. Ma in nessuna, mai, di queste opere, ho mai visto descrivere una fellatio con la stessa partecipazione e acribia documentaria da entomologo, che evidentemente aveva colto  Avoledo nello scrivere certe pagine. Se, anziché cazzo e bocca ci fossero state le parole spiritromba e bignonia, il risultato sarebbe stato lo stesso*. Anzi, ancora di più si sarebbero avvicinate all' immagine mentale che mi ero formata, leggendo una scena di cunnilingus. Sesso, scabro. In cui nessun dettaglio è risparmiato con precisione documentaria, sequenza per sequenza, movimento per movimento, a scapito del calore o di un minimo segno di coinvolgimento emotivo dei protagonisti, che, a parte una sospesa e trattenuta tenerezza, non sembrano provare altri affetti l'una per l'altro.  Curiosità, ossessione, piacere, golosità, frenesia sessuale. Ma affetti? L'unico affettuoso sembra essere delegato alla musica: è il penultimo movimento di una sonata di Telemann.

Fin troppo scontato il messaggio: in una wasteland morale oltre che del paesaggio, le persone non possono più provare affetti. Il protagonista è complesso, dolente, costretto a combattere con le ombre di un passato che non può dimenticare perché non sa se la sua memoria gli riporti la realtà o la sua distorsione; la ragazza di Vajont non ha nome: è la Ragazza Archetipica, un prosopon laico, anzi profano, come la Donna Silenziosa che, pur nel suo essere pupazza, almeno aveva le fattezze caricaturali di Alma Mahler. La ragazza di Vajont è l'ennesima variazione sul tema dell' ewige Weibich: come il protagonista, prende il nome da un luogo, ma non ci è dato di saperne il nome. E nemmeno di intuirlo. Di lei sappiamo solo che è una mischling, che è topicamente vitale, vicina allo stato di natura, angelicamente incolta-come Effi Briest- furba, sensibile. E bellissima. Di lei , o della sua forza vitale, si crea un' ossessione il malaticcio, spento protagonista, traendone momenti di piacere e persino l' opportunità, prima di morire tra l'oblio e il senso di colpa per un passato tremendo ma frammentario, di riscattarsi moralmente. Lui, alla fine del romanzo, fa espatriare lei in Svizzera, lontano dall' efficiente sistema di sterminio totalitario che egli stesso aveva contribuito a riportare in auge. Fine della storia.

Il romanzo non è brutto, anzi. Ma è raggelante.

Forse, non sono più abituata al passo da Totentanz di certa letteratura mitteleuropea. O di certa musica. Si, sì. Bello leggere Trakl o ascoltare rapiti nella vertigine Der Tod und das Maedchen, fino a che non vedo in un mattino d' agosto del 1996, la mia amica C. ,quella col seno bianco e tenero che spuntava impassibile dalla camicia da piratessa, morta. Suicida. Lei 18 anni, io nemmeno 17. Le chiudo gli occhi che mostrano il bianco dalle palpebre non completamente chiuse. Mostra tedio nella morte, una smorfia amara. Insopportabile.

E ancora è stato bello leggere Nostra Signora Morte di Voghera, o soltanto la Coscienza di Zeno. Indagare con aria di peritosa clandestinità i sintomi della malattia, anzi, della Krankheit di Alberta Malfenti. Fino ai 23 anni. Poi, come la bella Alberta, sono guarita anche io, dall 'ipertiroidismo, nel mio caso indotto e non meritevole del severo nome prussiano di Basedow.Come lei, da ironica e altera, sono diventata vulnerabile e suscettibilissima...

No, è veramente troppo. L' Angst di un libro -non mi stancherò mai di ripeterlo- pur dignitoso e di indubbie qualità letterarie, mi raggela e mi stringe la gola come l'aria fredda della sua ambientazione invernale.

Scusate.



* Certe descrizioni delle abitudini sessuali degli animali, fatte da Lisa/Tupaia, nel suo meraviglioso blog, sono infinitamente più toccanti e piene di calore, di vivacità, aliene da qualsiasi pratica dissettiva e/o autoptica, delle pagine dello scrittore di Valvasone.
venerdì, febbraio 20, 2009

Non è la prima volta che un programma televisivo o una manifestazione culturale vengano sospesi in seguito a proteste del Vaticano per i suoi contenuti, considerati blasfemi. E' capitato, in tempi recenti,  con una puntata di South Park,  con una controversa mostra allestita da un collettivo omosessuale bolognese e con una mostra a Milano. Ma mai, a memoria, avevo sentito motivi di indignazione tanto bizzarri. Il comunicato, infatti, recita:


"Mentre si manifesta solidarietà ai cristiani di terra santa e si deplora un così volgare e offensivo atto di intolleranza verso il sentimento religioso dei credenti in Cristo - si legge in un comunicato stampa della Santa Sede - si rileva con tristezza come vengano offesi in modo così grave proprio dei figli di Israele, quali erano Gesù e Maria di Nazareth".





Capito il messaggio?? Non siete cattolici, non potete incorrere in scomunica per aver contestato il dogma della verginità di Maria, allora vi deploriamo per il vostro Selbsthass.




Forse Benedetto XVI dovrebbe ricordarsi che motivi di satira, anche più pesanti di questa, sono tipici della tanto da lui sbandierata Civiltà Occidentale.  E di far cessare, soltanto per un attimo, per il tempo di una risata, il suo annessionismo religioso-umanistico, lo stesso che fa discendere filogeneticamente la religione cattolica dall' ebraismo, e proprio per questo facciamo tutti parte dell' Occidente , e fa offrire alla Chiesa il suo contributo alla mitizzazione e alla irrelazione dell' Olocausto rispetto alla Storia, relegandolo ad un' epopea fondativa dell' ethos occidentale fondato sui principi di Umanità, Giustizia e Verità.


Grande confusione sotto il cielo, come scriveva uno degli ottimi commentatori di Miguel Martinez.
giovedì, novembre 06, 2008

Prima di conoscere Falecius, non avevo mai letto di fantascienza. Incuriosita dai suoi progetti “utopici” , ho (ri)letto Walden , di Henry David Thoreau e Walden Due , di Burrhus Francis Skinner. Per completare questo ideale trittico utopico –passato, quasi-contemporaneità, futuro- ho letto anche Burn (tradotto in italiano col titolo molto più “pedestre” ed esemplificativo L’ utopia di Walden) , di James Patrick Kelly. Il romanzo –breve, 160 pagine in tutto- si attesta a metà tra l’ utopia e la distopia.


Un miliardario eccentrico, Winter, mosso da indiscutibili –e indiscussi- intenti filantropici , decide di stanziare nell’ anno di grazia 2438, una prima colonia di veri umani in un pianeta sull’ orlo del collasso ecologico. Gli abitanti indigeni del pianeta, i pukpuk, ne hanno sfruttato ogni risorsa, ricorrendo alle tecnologie più sofisticate, raggiungendo un’ altissima qualità della vita, ma rendendo l’ambiente circostante una sorta di deserto.Il compito dei primi coloni è quello di ri-costruire un ecosistema accettabile, mediante la collaborazione dell’ élite pukpuk, selezionatasi per anni mediante un efficacissimo spoil system tecnocratico. Noi ci mettiamo la manodopera e la coscienza ecologica, propongono i terrestri, voi la tecnologia. I pukpuk, inizialmente, sembrano accettare: le condizioni ambientali del pianeta migliorano sensibilmente , vi sono matrimoni “interplanetari” , per così dire, le varie specie endemiche e quelle importate dalla terra sembrano poter convivere senza rischi. Fino a che Winter, presidente-entità di Walden, nascosta e remota, non decide di riforestare l’intero pianeta con specie arboree geneticamente modificate: un bosco che sulla terra crescerebbe in trent’ anni, su Walden cresce in tre, sottraendo a vista d’occhio territorio ai pukpuk, abituati a vivere nel deserto e oramai ridotti a vivere in riserve. Un inarrivabile Consiglio Trascendentale, organo consultivo del pianeta Walden, perviene alla decisione di esiliare i pukpuk su un altro pianeta. Comincia la guerriglia. I pukpuk incendiano le foreste di Walden per ettari ed ettari, arrivando persino a darsi fuoco nei boschi, innescando incendi imprevedibili e difficilmente estinguibili. Prosper Gregory Leung , veterano di una squadra specializzata nello spegnimento degli incendi, è convalescente in ospedale in seguito alle ustioni riportate nell’ ultimo grande rogo, nel quale suo cognato Vic ha perso la vita , incendiandosi. Le ferite più profonde non gli sono state, naturalmente, inflitte dal fuoco: efficientissimi medi-bot gli praticano innnesti di sintoderma, e la sua pelle si rigenera rapidissimamente. Prosper non vorrebbe ammettere né a sé stesso, né , tantomeno, alla moglie Comfort, che Vic sia stato un collaborazionista. Si sottrae ad un programma di rieducazione psicologica e di cancellazione selettiva dei ricordi dolorosi e si fa dimettere dall’ ospedale, non prima di aver inviato, in un momento di noia, dei saluti a caso in giro per l’universo, cercando omonimi. Gli risponde l’ Alto Gregory dei L’ung , imperatore bambino del pianeta Kenning , creatore di fortuna e mosso da un’ inarrestabile curiosità verso gli Esterni. L’ Alto Gregory atterra su Walden , accompagnato dalla Memsen , altissima e affascinante creatura femminile e sua futura sposa e dal seguito dei piccoli L’ung, intelligentissimi bimbi in viaggio di istruzione interplanetario.Sono accolti dallo sconcerto iniziale dei waldeniani , abituati ad un codice di Modestia conculcata più che realmente condivisa, fatta di duro lavoro agricolo, costumi frugali e vestiario semplice. E Comunione , rituale di oblio collettivo, amministrato da una paciosa sacerdotessa, custode della Modestia e di una sorta di mos maiorum agreste, che Prosper scoprirà essere del tutto posticcio e inautentico. Saranno proprio i bizzarri Esterni di Kenning a sottrarre Prosper alla follia dei propri ricordi , quando anche Comfort, l’amatissima moglie , decide di abbracciare a sua volta la causa dei pukpuk e di darsi fuoco seguendo l’esempio del fratello, in memoria del fratello. E, soprattutto, a far decidere Prosper a restare vicino alla sua comunità, nonostante la wasteland affettiva ed ambientale dell’ ultimo, grande incendio che ha cercato invano di domare.Il libro è uscito negli Stati Uniti  nel 2005 ; trasparente è il riferimento di Kelly ai problemi della colonizzazione. Marco mi suggeriva della somiglianza, anche “ambientale” , delle situazioni narrate in questo romanzo con il conflitto israelo-palestinese: un’ avanguardia di coloni, pur armati delle migliori intenzioni , almeno a livello di petizioni di principio , arrivano in una terra desertica , si mettono a coltivarla secondo ideali collettivistici adombrati anche da Kelly nella sua storia , sottraendo tuttavia case, terreni e mezzi di sostentamento ai precedenti abitanti dell’ area , che legittimamente vi sono insediati da secoli. Vi è una riflessione, a mio avviso, molto profonda , sulle motivazioni delle parti in causa, e sulla difficoltà di sceverare torti e ragioni , legittimità morale di una resistenza anche sanguinosa e soprusi compiuti in nome di un ideale altissimo ed indiscutibile, fondativo dell’ ethos comune di un’ intera collettività.


Poi c’è il miraggio di un sogno ecologico che rifiuta la tecnologia –o meglio, che rifiuta quella tecnologia che si è già rivelata devastante. Kelly , dalle sue pagine, sembra dar voce ad un mio pensiero, in merito all’ ecologia, amarissimo, che con ingenuo, presuntuoso progressismo , mi sono sempre rifiutata di formulare chiaramente: una coscienza ecologica costa , e se la possono permettere soltanto società ampiamente post-industriali, che hanno sperimentato sulla propria pelle i guasti del cosiddetto sviluppo tecnologico e infrastrutturale. Ci sono paesi come la Cina che, ai miei occhi ancora un poco imbevuti di lagrime primitiviste, si stanno vendendo l’anima per un’ infrastruttura in più , soffocando in una congerie di stili imitati e in-portati in maniera irriflessa, la loro cultura millenaria. Forse l’ autore pensava all’ Asia , e alla bolla di espansionismo economico dei paesi dell’ area che si è avuta a partire dalla metà degli anni ’90 per un decennio, dando nomi cinesi/peranàkan (Leung) , nepalesi (Sukulgunda) , cingalesi (Jayawardena-come la femminista!) o indonesiani (Taurika), a luoghi e a cose del suo libro. O forse faceva il verso ad una certa ritualità oriental-wannabe di molti new-agers statunitensi-la cerimonia della comunione è mutuata da certa liturgia fuffologico-indianeggiante , con tanto di bruciamento di incensini ed estasi di pensiero positivo. O, ancora, più probabilmente, nell’ anno di grazia 2438, la sacrée vermine della società multiculturale terrestre è oramai un dato accettato, ed ecco che su Walden, oltre a cognomi orientali, vi sono cognomi spagnoleggianti o arabi (Velez , Ayoub...). Il conflitto, insanabile, è esternalizzato, e rivolto verso gli indigeni e, appunto, gli Esterni, e alimentato mediante luoghi comuni elaborati ad hoc, impartiti da obbligatorie scuole di fiducia in sé stessi....

Un mondo futuro che mostra , in controluce, tante, troppe somiglianze col mondo attuale e futuribile. E, che a dire il vero, mi ha inquietato. Per fortuna, mi è stato impossibile non dare spazio alla mia naivité che mi trasferiva la mente e il cuore in Indonesia, vista come un paradiso terrestre dai tempi più commoventi della nostra storia....da maggio ho un leggero trasalimento, ogni volta che sento un nome indonesiano. Mi ricordo di un ragazzo dolcissimo, che in piedi, in mezzo ad una cucina, mi leggeva versi di Chairil Anwar, di Sapardi Djoko Damono o di Bahrum Rangkuti , mentre i roseti fiorivano tra la pioggia e il sole intermittenti. Piccola, patetica rivalsa su un quartiere ex industriale.

Ho rivisto quei roseti novembrini , prostrati dalla pioggia autunnale, esplosi e illanguiditi da tre mesi di siccità. Pallide rose, come di cera. Mi sono tornati in mente i versi dell’ unico poeta lirico che abbia prodotto la mia città, Attilio Bertolucci:



Coglierò per te


l’ ultima rosa del giardino,

la rosa bianca che fiorisce

nelle prime nebbie.


Le avide api l’hanno visitata

sino a ieri

ma è ancora così dolce

che fa tremare.

E’ un ritratto di te a trent’ anni,

un po’ smemorata come tu sarai allora.



Ho pianto.
giovedì, ottobre 09, 2008
....omissioni. Una volta si diceva che l'obbedienza non era una virtù. Frase passata di moda, in ragione del nuovo (?) corso che Benedetto XVI ha impresso a Santa Romana Chiesa. Ma mi  pare di ricordare che anche il rimanere in silenzio, omettere di denunciare l'orrore che il 16 ottobre del 1943 si stava compiendo a poche centinaia di metri dalle proprie finestre, per poi intervenire tardivamente, non sia esattamente un comportamento che denoti virtù eroiche, né il passaporto per la santità. Io non credo che Pio XII sia il pontefice di Hitler. Credo, altresì, come sostenne giustamente Francesco Margiotta Broglio, in un articolo uscito sul  Corriere ormai quattro anni fa, e che spero di citare esattamente a memoria, che sarà difficile rivalutare integralmente un' opposizione delle chiese -non solo di quella cattolica- al nazismo , opposizione efficace , sentita, agita, solo quando venivano lese dottrine o prerogative proprie, dopo che per troppi anni, esse avevano trovato, nella politica e nell' ideologia hitleriana, più di un motivo di intesa.







Per saperne di più: 
Giovanni Sale, Hitler, la Santa Sede e gli ebrei. Jaca Book, 2004. € 29.
giovedì, gennaio 24, 2008
Chi mi conosce sa bene quanto amo quel pezzetto di terra tra le montagne coperte di cedri e il mare che si estende a Occidente, un Stato grande la metà del Piemonte, con quattro milioni di abitanti e dodici milioni di emigrati.
Il Libano è una caso quasi unico al mondo, perché definisce la sua identità nazionale in termini di somma di differenze. "Noi siamo libanesi in quanto diversi tra noi."
La differenza si esprime essenzialmente in termini religiosi, dato che dal punto di vista etnico quasi tutti i libanesi sono di madrelingua araba. Ma, trascurando gli armeni ed i kurdi che vivono in Libano, trascurando le generazioni che crescono a Beirut da genitori filippini o singalesi, trascurando chi, arabo fin nelle ossa, discende dai Crociati o dagli Europei convertiti e passati al servizio della Porta, da chi si porta nel sangue i geni dei giannizzeri nati nei Balcani e diventati turchi, al tempo in cui essere "turco" era uno stile di vita ed un lavoro, non un'etnia, non tutti gli "arabi" del Libano si sentono arabi.
Possono anche sentirsi "fenici" anche se da millenni un popolo ed un'etnia fenicie come tali non esistono più, ed in effetti i fenici stessi si considerarono sempre e solo "cananei".

Il Libano è una montagna, una costa stretta ai suoi piedi, una vallata sull'altro lato. Tre pezzi, tre storie. Ma il cuore dell'identità libanese moderna nasce sulla Montagna.
La montagna è il rifugio dei perseguitati e degli oppressi, la fortezza delle minoranze. Fin da quando,  nel  1400 a.C., su quelle montagne Aziru, re di  Amurru,  raccolse  i fuggiaschi,  i  ribelli, i contadini  schiacciati dai debiti e dalle corvées,  i  nomadi  privati dei loro pascoli dall'ingordigia dei palazzi reali, il popolo dissanguato dall'aristocrazia terriera e guerriera dell'Età del Bronzo. Li riunì, e ne fece un popolo ed un regno, sotto la protezione del grande re Hittita, Shuppiluliuma il Grande.
Quattro secoli dopo, Davide di Giuda avrebbe fatto la stessa cosa con gli Ebrei delle tribù meridionali e avrebbe sconfitto i Filistei.
Ogni comunità perseguitata dai Cesari o dai Califfi si rifugiò sulla Montagna. Nel comune destino di esistenze precarie, minacciate, incerte, crearono quella simbiosi nella diversità che l'impatto delle potenze occidentali e della modernizzazione avrebbe poi spezzato, mettendo i maroniti contro i drusi, e poi entrambi contro gli sciiti.

P.S. Questo post è uno spin-off della mia tesi di laurea.
postato da: falecius alle ore 16:41 | Permalink | commenti (2)
categoria:medio oriente, affetti, ebraismo, autoscontri di civiltà
domenica, dicembre 16, 2007

Malgrado la sua voracità oppressiva, il sistema dei templi dei palazzi e degli imperi dell'Età del Bronzo, crollato sotto il suo stesso peso e per l'invasione dei Popoli del Mare, dei Frigi, degli Aramei e degli Israeliti, non era un Moloch.

Gli mancavano la potenza tecnica, la coscienza ideologica, la burocrazia moderna ed il capitale. Fino all'età persiana, non esisteva neppure la moneta.

Inoltre, anche se gli Stati cittadini o imperiali innescavano la corrosione della solidarietà gentilizia e familiare, questa non venne mai meno, né ci fu mai un tentativo cosciente di spezzarla. La burocrazia scribale registrava i capifamiglia, il diritto consuetudinario rimaneva prevalente malgrado i codici di Ur-nammu o di Hammurapi, che del resto vi si ispiravano largamente, e che comunque avevano un intento più celebrativo ("io sono il re giusto") che legislativo ("dovete fare così").

L'accumulazione avveniva soprattutto tramite le tasse, pagate anche in natura o in lavoro (che potevano essere mascherate da offerte religiose), e mancava completamente una logica di investimento, se non ad un livello piccolissimo. L'usura esisteva e conduceva di norma all'asservimento; contro questo processo furono redatte le norme del Codice dell'Alleanza nel libro dell'Esodo, che istituivano gli anni sabbatici e giubilari. Ricordiamo che gli Ebrei nasconono come contadini in fuga dalla servitù per debiti, secondo una probabile etimologia.

Il Moloch ha bisogno di una burocrazia capillare, di un apparato statale esteso che detenga il monopolio della violenza legittima, e per questo ha ancora più bisogno di qualsiasi altro sistema politico di una ampia ideologia legittimante.

La legge del taglione poteva essere sancita dai codici babilonesi, ma non era necessariamente compito delle autorità statali babilonesi applicarla; perfino nella shari'a ( ma non nelle sue applicazioni moderne negli Stati nazionali in cui è in vigore) aspetti di quello che noi chiameremmo diritto penale erano visti in termini di diritto privato e rapporti tra famiglie allargate.

Questo apparato crea un sistema di convenzioni giuridiche che lo legittimano e rendono possibile il capitalismo: nessuna accumulazione di capitale è possibile senza una moneta unica garantita dal potere statale, ed il cui valore è fatto accettare dalla forza dello Stato stesso. E' lo Stato ed il diritto positivo che produce a dare forza e valore ai contratti. E' la legge dello Stato a definire che si può vendere come merce, ad esempio, la forza lavoro ed il tempo di un essere umano, ma non l'essere umano in sé* (o al contrario, che questo sia possibile**).

E' la legge a decidere che la terra sia liberamente vendibile, e che la superficie del mare invece non lo è (per ora); a noi pare normale, ma per i nativi americani dell'Ottocento vendere la terra era una follia blasfema ed inconcepibile.

* Questo è in parte possibile in un caso, anche se la nostra ideologia non lo percepisce come una compravendita: le adozioni internazionali. Il fatto che per noi non ci sia compravendita non vuol dire nulla: in molte società, essendo la terra concepita come inalienabile (come per noi gli esseri umani) gli scambi di proprietà terriera venivano codificati ad esempio come contratti di adozione: è il caso dei testi cuneiformi dell'archivio di Nuzi, in Iraq.

Nemmeno il fatto che l'"acquirente" non agisca in vista di un utile economico o in un logica di investimento, è rilevante. La relazione non è in nessun modo di natura schiavile. Quello che è "comprato" non è un "uomo" ma un "figlio", ma la sostanza non cambia. Sia chiaro però che io non ho nulla contro le adozioni internazionali in sé. Voglio solo mostrare come funzionino certi meccanismi.

** L'eliminazione della schiavitù giuridica permette al capitale di monetarizzare il rapporto di lavoro, ed è quindi funzionale ad espandere la sua sfera d'azione, indipendentemente dal fatto che le condizioni lavorativa siano più o meno "schiavistiche". In senso proprio, la schiavitù è una relazione giuridica e non  riguarda la natura e le condizioni del lavoro: gli schiavi personali di personaggi potenti potevano vivere in condizioni infinitamente migliori di quelli della maggior parte dei popolani giuridicamente liberi, o addirittura, nel caso dell'Egitto dei Mamelucchi, rappresentare la classe dominante.

domenica, dicembre 16, 2007

Il Capitale ha bisogno dello Stato. E non di un qualsiasi Stato, ma di uno Stato-macchina del tipo europeo moderno. Per una serie di fenomeni storici complessi, questo tipo di Stato è diventato anche uno Stato nazionale.

Anche in passato l'economia era strettamente legata alla politica. Oltre lo stadio elementare del piccolo baratto, lo scambio e l'accumulazione necessitavano di strutture politiche spersonalizzate su larga scala. Pensate all'organizzazione che poteva essere necessaria, quasi cinquemila anni fa, per portare le pietre dure estratte in Afghanistan fino alle città sumere in Iraq.

Questo commercio era amministrato, con dotazioni fornite dal palazzo reale e dal tempio cittadini, tramite mercanti che dipendevano da essi. Una volta arrivati a destinazione (di solito un luogo di intermediazione, e non il lontanissimo centro di produzione della materia prima) è probabile che lo scambio in sé avvenisse sotto forme ideologiche dello scambio di doni.

Dal punto di vista sumero, i "Barbari" fornivano le materie prime al centro del mondo, per glorificare i loro dei. lapislazzuli, stagno, cedri del Libano, servivano alla costruzione dei loro templi. Gli scambi erano resi possibili dall'accumulazione di risorse locali attuata dai grandi sistemi redistributivi controllati da templi e gestiti dal palazzo. I sistemi redistributivi e di accumulazione dell'età del Bronzo rubavano ai poveri per dare ai ricchi, e si imperniavano in una inscidibile unità di religione, economia e politica. Erano sistemi generalmente impersonali, almeno nella sostanza, rispetto ai quali le solidarietà familiari allargate da un lato si corrodevano (la cosa è testimoniata in modo eccellente dai contratti e dai testi giuridici riguardo l'eredità, e ne resta una traccia perfino nel Quarto Comandamento: era necessario dire "onora il padre e la madre" in un'epoca in cui questo non era più scontato) e dell'altro potevano fornire, se non una resistenza, quantomeno una viscosità rispetto al sistema.

I conflitti tra le città cananee e filistee ed i primi Israeliti, che si trovano nei libri di Giosuè e dei Giudici, spogliati dei loro elementi tardi e leggendari, raccontano anche la storia di un conflitto tra due poli d'aggregazione, i Palazzi reali cittadini e le tribù basata sulla solidarietà di clan epressa nel codice delle relazioni genealogiche (che potevano essere all'occorrenza riformulate, come accade a anche oggi tra i beduini, in funzione di rivalità ed alleanze).