giovedì, gennaio 24, 2008
Chi mi conosce sa bene quanto amo quel pezzetto di terra tra le montagne coperte di cedri e il mare che si estende a Occidente, un Stato grande la metà del Piemonte, con quattro milioni di abitanti e dodici milioni di emigrati.
Il Libano è una caso quasi unico al mondo, perché definisce la sua identità nazionale in termini di somma di differenze. "Noi siamo libanesi in quanto diversi tra noi."
La differenza si esprime essenzialmente in termini religiosi, dato che dal punto di vista etnico quasi tutti i libanesi sono di madrelingua araba. Ma, trascurando gli armeni ed i kurdi che vivono in Libano, trascurando le generazioni che crescono a Beirut da genitori filippini o singalesi, trascurando chi, arabo fin nelle ossa, discende dai Crociati o dagli Europei convertiti e passati al servizio della Porta, da chi si porta nel sangue i geni dei giannizzeri nati nei Balcani e diventati turchi, al tempo in cui essere "turco" era uno stile di vita ed un lavoro, non un'etnia, non tutti gli "arabi" del Libano si sentono arabi.
Possono anche sentirsi "fenici" anche se da millenni un popolo ed un'etnia fenicie come tali non esistono più, ed in effetti i fenici stessi si considerarono sempre e solo "cananei".

Il Libano è una montagna, una costa stretta ai suoi piedi, una vallata sull'altro lato. Tre pezzi, tre storie. Ma il cuore dell'identità libanese moderna nasce sulla Montagna.
La montagna è il rifugio dei perseguitati e degli oppressi, la fortezza delle minoranze. Fin da quando,  nel  1400 a.C., su quelle montagne Aziru, re di  Amurru,  raccolse  i fuggiaschi,  i  ribelli, i contadini  schiacciati dai debiti e dalle corvées,  i  nomadi  privati dei loro pascoli dall'ingordigia dei palazzi reali, il popolo dissanguato dall'aristocrazia terriera e guerriera dell'Età del Bronzo. Li riunì, e ne fece un popolo ed un regno, sotto la protezione del grande re Hittita, Shuppiluliuma il Grande.
Quattro secoli dopo, Davide di Giuda avrebbe fatto la stessa cosa con gli Ebrei delle tribù meridionali e avrebbe sconfitto i Filistei.
Ogni comunità perseguitata dai Cesari o dai Califfi si rifugiò sulla Montagna. Nel comune destino di esistenze precarie, minacciate, incerte, crearono quella simbiosi nella diversità che l'impatto delle potenze occidentali e della modernizzazione avrebbe poi spezzato, mettendo i maroniti contro i drusi, e poi entrambi contro gli sciiti.

P.S. Questo post è uno spin-off della mia tesi di laurea.
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categoria:medio oriente, affetti, ebraismo, autoscontri di civiltà
domenica, dicembre 16, 2007

Malgrado la sua voracità oppressiva, il sistema dei templi dei palazzi e degli imperi dell'Età del Bronzo, crollato sotto il suo stesso peso e per l'invasione dei Popoli del Mare, dei Frigi, degli Aramei e degli Israeliti, non era un Moloch.

Gli mancavano la potenza tecnica, la coscienza ideologica, la burocrazia moderna ed il capitale. Fino all'età persiana, non esisteva neppure la moneta.

Inoltre, anche se gli Stati cittadini o imperiali innescavano la corrosione della solidarietà gentilizia e familiare, questa non venne mai meno, né ci fu mai un tentativo cosciente di spezzarla. La burocrazia scribale registrava i capifamiglia, il diritto consuetudinario rimaneva prevalente malgrado i codici di Ur-nammu o di Hammurapi, che del resto vi si ispiravano largamente, e che comunque avevano un intento più celebrativo ("io sono il re giusto") che legislativo ("dovete fare così").

L'accumulazione avveniva soprattutto tramite le tasse, pagate anche in natura o in lavoro (che potevano essere mascherate da offerte religiose), e mancava completamente una logica di investimento, se non ad un livello piccolissimo. L'usura esisteva e conduceva di norma all'asservimento; contro questo processo furono redatte le norme del Codice dell'Alleanza nel libro dell'Esodo, che istituivano gli anni sabbatici e giubilari. Ricordiamo che gli Ebrei nasconono come contadini in fuga dalla servitù per debiti, secondo una probabile etimologia.

Il Moloch ha bisogno di una burocrazia capillare, di un apparato statale esteso che detenga il monopolio della violenza legittima, e per questo ha ancora più bisogno di qualsiasi altro sistema politico di una ampia ideologia legittimante.

La legge del taglione poteva essere sancita dai codici babilonesi, ma non era necessariamente compito delle autorità statali babilonesi applicarla; perfino nella shari'a ( ma non nelle sue applicazioni moderne negli Stati nazionali in cui è in vigore) aspetti di quello che noi chiameremmo diritto penale erano visti in termini di diritto privato e rapporti tra famiglie allargate.

Questo apparato crea un sistema di convenzioni giuridiche che lo legittimano e rendono possibile il capitalismo: nessuna accumulazione di capitale è possibile senza una moneta unica garantita dal potere statale, ed il cui valore è fatto accettare dalla forza dello Stato stesso. E' lo Stato ed il diritto positivo che produce a dare forza e valore ai contratti. E' la legge dello Stato a definire che si può vendere come merce, ad esempio, la forza lavoro ed il tempo di un essere umano, ma non l'essere umano in sé* (o al contrario, che questo sia possibile**).

E' la legge a decidere che la terra sia liberamente vendibile, e che la superficie del mare invece non lo è (per ora); a noi pare normale, ma per i nativi americani dell'Ottocento vendere la terra era una follia blasfema ed inconcepibile.

* Questo è in parte possibile in un caso, anche se la nostra ideologia non lo percepisce come una compravendita: le adozioni internazionali. Il fatto che per noi non ci sia compravendita non vuol dire nulla: in molte società, essendo la terra concepita come inalienabile (come per noi gli esseri umani) gli scambi di proprietà terriera venivano codificati ad esempio come contratti di adozione: è il caso dei testi cuneiformi dell'archivio di Nuzi, in Iraq.

Nemmeno il fatto che l'"acquirente" non agisca in vista di un utile economico o in un logica di investimento, è rilevante. La relazione non è in nessun modo di natura schiavile. Quello che è "comprato" non è un "uomo" ma un "figlio", ma la sostanza non cambia. Sia chiaro però che io non ho nulla contro le adozioni internazionali in sé. Voglio solo mostrare come funzionino certi meccanismi.

** L'eliminazione della schiavitù giuridica permette al capitale di monetarizzare il rapporto di lavoro, ed è quindi funzionale ad espandere la sua sfera d'azione, indipendentemente dal fatto che le condizioni lavorativa siano più o meno "schiavistiche". In senso proprio, la schiavitù è una relazione giuridica e non  riguarda la natura e le condizioni del lavoro: gli schiavi personali di personaggi potenti potevano vivere in condizioni infinitamente migliori di quelli della maggior parte dei popolani giuridicamente liberi, o addirittura, nel caso dell'Egitto dei Mamelucchi, rappresentare la classe dominante.

domenica, dicembre 16, 2007

Il Capitale ha bisogno dello Stato. E non di un qualsiasi Stato, ma di uno Stato-macchina del tipo europeo moderno. Per una serie di fenomeni storici complessi, questo tipo di Stato è diventato anche uno Stato nazionale.

Anche in passato l'economia era strettamente legata alla politica. Oltre lo stadio elementare del piccolo baratto, lo scambio e l'accumulazione necessitavano di strutture politiche spersonalizzate su larga scala. Pensate all'organizzazione che poteva essere necessaria, quasi cinquemila anni fa, per portare le pietre dure estratte in Afghanistan fino alle città sumere in Iraq.

Questo commercio era amministrato, con dotazioni fornite dal palazzo reale e dal tempio cittadini, tramite mercanti che dipendevano da essi. Una volta arrivati a destinazione (di solito un luogo di intermediazione, e non il lontanissimo centro di produzione della materia prima) è probabile che lo scambio in sé avvenisse sotto forme ideologiche dello scambio di doni.

Dal punto di vista sumero, i "Barbari" fornivano le materie prime al centro del mondo, per glorificare i loro dei. lapislazzuli, stagno, cedri del Libano, servivano alla costruzione dei loro templi. Gli scambi erano resi possibili dall'accumulazione di risorse locali attuata dai grandi sistemi redistributivi controllati da templi e gestiti dal palazzo. I sistemi redistributivi e di accumulazione dell'età del Bronzo rubavano ai poveri per dare ai ricchi, e si imperniavano in una inscidibile unità di religione, economia e politica. Erano sistemi generalmente impersonali, almeno nella sostanza, rispetto ai quali le solidarietà familiari allargate da un lato si corrodevano (la cosa è testimoniata in modo eccellente dai contratti e dai testi giuridici riguardo l'eredità, e ne resta una traccia perfino nel Quarto Comandamento: era necessario dire "onora il padre e la madre" in un'epoca in cui questo non era più scontato) e dell'altro potevano fornire, se non una resistenza, quantomeno una viscosità rispetto al sistema.

I conflitti tra le città cananee e filistee ed i primi Israeliti, che si trovano nei libri di Giosuè e dei Giudici, spogliati dei loro elementi tardi e leggendari, raccontano anche la storia di un conflitto tra due poli d'aggregazione, i Palazzi reali cittadini e le tribù basata sulla solidarietà di clan epressa nel codice delle relazioni genealogiche (che potevano essere all'occorrenza riformulate, come accade a anche oggi tra i beduini, in funzione di rivalità ed alleanze).

sabato, dicembre 15, 2007

Nell Bibbia, Moloch era un Dio cananeo al quale si offrivano immondi sacrifici di bambini. I Cananei, per come li conosce (se mai li conosce) l'Occidentale Medio erano un popolo della Palestina nemico degli Ebrei che fu da loro sconfitto. In realtà i Cananei erano semplicemente gli abitanti della Siria, del Libano e della Palestina che parlavano cananaico, tra cui gli Ebrei ed i Fenici. La lingua punica e la lingua ebraica sono in origine solo due dialetti del cananaico.

Ho già parlato tempo fa delle vicissitudini di questi popoli. Non è importante tornarci adesso.

Moloch è quasi sicuramente una lettura alternativa o un derivato della parola cananaica molek,  strettamente connessa con melek, (melekh nella pronuncia ebraica attuale), corrispondente all'aramaico melk e all'arabo malik, e che significa "re" e viene dalla radice MLK, attestata fin dalle tavolette di Ebla, in Siria, verso il 2300 a.C., radice che ha il senso di "governare"  ma anche quello di "possedere".  Il Dio cittadino di Tiro, città fenicia, si chiamava Melqart, contrazione di Melek-Qart, "Re (o signore) della città" ed era identificato con Baal, mentre la divinità tribale e nazionale degli Ammoniti della Giordania si chimava Milkom.

A Moloch, sembra, erano sacrificati bambini in santuari detti tophet, in Canaan e a Cartagine. La questione è discussa. L'usanza fenicio-punica sembra essere stato un rito a Baal (divinità spesso associata al toro o al vitello, come l'Api egiziano ed il Vitello d'Oro dell'Esodo) detto molk, ma non è chiaro se si trattasse di un sacrificio di bambini o di una particolare sepoltura sacra (con cremazione) per i neonati morti, tesi per la quale propendono molti studiosi. E' possibile che il dio Moloch biblico sia un fraintendimento del nome fenicio del rituale, fraintendimento agevolato dai molti nomi divini dell'area che contenevano la radice MLK.

Indubbiamente i sacrifici umani non erano sconosciuti nel mondo cananaico: basterebbero a dimostrarlo la storia di Abramo e quella di Jephte. Però è altamente probabile che, come è documentato per la Grecia, per Roma e per l'India vedica, si trattasse di residui arcaici e che, per quanto riguarda Cartagine, questi sono stati amplificati a dismisura dalla propaganda anti-punica dei Greci e dei Romani; la storiografia greco-romana, ostile ai Cartaginesi, rappresenta la maggior parte della documentazione in nostro possesso.

Il tophet di Gerusalemme era in un luogo chiamato Gehenna, nome tanto infame da divenire sinonimo di Inferno. Moloch è passato a noi come un idolo falso e crudele che esige sangue e cenere degli innocenti. Il suo nome, carico del senso di "re-padrone", di "tiranno ingiusto", ha preso la connotazione di un mostro vorace e crudele.

Anche se malik in arabo può essere un attributo divino, nella tradizione musulmana il termine tende ad avere, applicata ai re umani, un senso negativo. Malik  è di solito il re non musulmano, e quindi usurpatore dell'autorità divina, tirannico ed ingiusto, mentre per il sovrano musulmano si preferisce sultan, che indica un potere politico legittimo.

Infatti nella radice MLK, oltre alla senso di "potere" vi è quello di "proprietà", in arabo mulk, ed il re-padrone, che tratta i sudditi come schiavi (mamluk, participio passivo dalla stessa radice) è nell'Islam un tiranno ed un oppressore.

Ecco perché mi sembra appropriato chiamare MOLOCH il sistema tirannico che unisce il moderno Stato-macchina e l'appropriazione capitalistica del profitto: le due corna dello stesso Vitello d'Oro, del Minotauro che divora le sue vittime.

 

lunedì, agosto 20, 2007

Il Mediterraneo si spezzò definitivamente in due nell’anno del Signore 698 dopo Cristo. Prima, esso aveva costituito uno spazio culturale comune, la cui creazione si deve ai Fenici, lo sviluppo ai Greci, l’unificazione ai Romani: le invasioni barbariche non ne ruppero del tutto unità, ed anzi i più ambiziosi tra i sovrani Visigoti, Ostrogoti e Vandali tentarono di fare dei rispettivi stati, e delle capitali Toledo, Ravenna e Cartagine, i centri di nuovi assetti del mondo mediterraneo. Le comunità germaniche entrate nel mondo mediterraneo si assimilarono rapidamente alle maggioranze romanizzate. La stessa percezione di unità avevano i Bizantini; sotto Giustiniano riuscirono brevemente a ricreare uno spazio mediterraneo politicamente unitario, ma a prezzo di sforzi che, alla fine, li esaurirono: questa è probabilmente una delle ragioni della loro incapacità di resistere all’avanzata araba.

Nel 698 dopo Cristo, Hasan bin al-Nu’man conquistò definitivamente la metropoli bizantina di Cartagine, ponendo fine alla sua storia millenaria: il conquistatore stabilì la sua sede nel vicino villaggio di Tynes, un antico insediamento berbero che aveva una storia come piccola città punica e poi romana; lì Hasan fondò una città araba, su una collina affacciata sulla laguna. La posizione era più riparata di quella di Cartagine, ma un canale artificiale collegava la laguna al mare aperto: al suo imbocco fu costruito l’avamporto di Halq-al-Wadi, la Goletta, mentre il nuovo porto di Tunisi si trovava all’interno della laguna: soluzione che presenta somiglianze con quella che negli stessi anni prendeva forma tra le isole della laguna di Venezia, che nel 697 ebbe, secondo la tradizione, il suo primo Doge.

La capitale dell’Africa araba sarebbe stata la nuova fondazione di Qayrawwan, nelle pianure a sud, al centro delle vaste terre di coltura del grano e dell’olivo, dove la cavalleria e le truppe cammellate arabe potevano sfruttare la propria superiorità: il Califfato delle origini era essenzialmente una potenza terrestre ed agricola più che marittima.

Tunisi fu fin dall’inizio un grande centro a causa della sua antica e celebre università, la Zaytuna (che vuol dire, non a caso, “oliva”, ed ancora oggi è considerata una delle più importanti del mondo musulmano sunnita, dopo al-Azhar in Egitto) ma solo nel tredicesimo secolo, sotto la dinastia Hafside, diventò la capitale del paese.

Dicendo che il Califfato era una potenza agricola dico qualcosa che va contro il mito radicato degli arabi come dei beduini nomadi, anarchici ed arretrati; mito che sedusse in parte anche uno dei loro più grandi intellettuali il Tunisino Ibn Khaldun, che nel quattordicesimo secolo sviluppò una filosofia della storia che ha delle somiglianze con quella del nostro Vico; di ibn Khaldun c’è una grande statua nella piazza principale di Tunisi, che, come tutte le piazze principali delle città di questo Stato, si chiama piazza 7 Novembre 1987; in quel giorno l’attuale presidente, Ben Ali, prese pacificamente il potere sostituendo il suo predecessore, il fondatore della Repubblica Habib Bourguiba, a cui in ogni città è intitolata la via principale.

Osservare i nomi delle vie è istruttivo. Le scelte che uno paese fa in questi ambiti sono un modo per rappresentarsi e rispondono a delle logiche interessanti. A volte i connotati sono chiaramente politici, e basta un rapido confronto tra le titolature in Emilia e quelle in Sicilia, per rendersene conto: da un lato via Togliatti, dall’altro, in un paese in provincia di Enna, se non ricordo male, via Mussolini.

Comunque, tornando ai nostri Arabi, è certamente vero che esistono arabi beduini nomadi allevatori nelle regioni aride: ne ho conosciuti alcuni, ho dormito nelle loro tende, bevuto il loro tè, condiviso il loro couscous (straordinariamente buoni entrambi). E’ anche vero che ‘arab in origine significava probabilmente uomo del deserto o della steppa.  

Per quanto ne so io, la notizia più antica dell’esistenza degli Arabi risale alla presenza di un contingente di loro truppe cammellate nella battaglia di Qarqar, nell’853 a.C. riferita da un iscrizione assira. Gli Assiri stavano cercando di imporre la loro egemonia ai regni di lingua aramaica della Siria, di cui le popolazioni arabe erano partner commerciali lungo la via carovaniera dell’incenso che collegava i regni di Mina e Saba, nello Yemen, alle città fenicie affacciate sul mediterraneo. Una coalizione di Aramei, Fenici, Arabi e Israeliti li affrontò in questa battaglia dall’esito incerto (solo un secolo dopo, con la schiacciante vittoria di Kishtan, l’Assiria riuscì ad imporre il suo dominio sulla regione). Altre iscrizioni assire successive ci informano di successivi scontri (anche a Kishtan c’erano truppe arabe) ed in particolare riferiscono che questi Arabi erano guidati in battaglia da donne, chiamate “Regine”, il cui ruolo non è molto chiaro.

Nel frattempo fanno la loro comparsa nel nord dell’Arabia Saudita brevi iscrizioni in una lingua che, anche se non è probabilmente l’antenata dell’arabo come lo conosciamo, gli è comunque più vicina dell’ebraico o dell’aramaico. La Bibbia riferisce di queste popolazioni (Amalek, Madian, Qedar), e sappiamo che l’ultimo re babilonese Nabonedo, per alcuni anni, stabilì la sua sede nella città araba di Tayma’, non lontana da Medina (nota ai babilonesi col nome di Yatripu, in arabo Yathrib), dopo averla conquistata ed aver fatto uccidere il re locale. Dunque, attorno al 550 a.C. quando questo accadde, esistevano popoli arabi dotati di una cultura scritta urbana, benché a livello di oasi, che partecipavano attivamente a relazioni commerciali ad ampio raggio ed erano in rapporto con la potente Babilonia. Sappiamo anche che alcuni di questi popoli fornirono, pochi anni dopo, al Re dei Re persiano, Cambise, i cammelli per invadere e conquistare l’Egitto. Erodoto ci parla di alcuni di questi popoli, e riferisce che adoravano una divinità di nome Alilat. Si tratta della prima parola in lingua araba che ci è giunta: Al è l’articolo determinativo arabo, Ilat è semplicemente il femminile di Ilah, che in arabo moderno significa “divinità” o “dio” (che con l’articolo, per contrazione, diventa Allah), in fenicio El (il dio del cielo e padre degli altri dei) in babilonese Ilu, in ebraico, al plurale, Elohim (la A lunga araba ed aramaica corrisponde spesso ad una O in fenicio ed ebraico: all’arabo ‘Alam corrisponde l’ebraico ‘Olam, “mondo”).

Ai tempi di Muhammad, una divinità chiamata Al-Lat era venerata alla Mecca.

E non venitemi a dire che Allah è un Dio diverso da Dio.

Sappiamo che un popolo arabo, i Nabatei, fondarono un potente regno a sud e ad est della Palestina, e stabilirono relazioni con Roma. Essi possedevano città, alcune delle quali sono archeologicamente note: la più celebre è la loro capitale, Petra in Giordania. Anche se le loro iscrizioni sono tutte in aramaico, è possibile che parlassero una forma di arabo, e di sicuro erano definiti come “arabi” da Greci e Romani.

I racconti su una spedizione romana in Arabia e le notizie geografiche di Tolomeo, attestano che al di là dei Nabatei, esistevano regni arabi le cui capitali erano delle città, prospere grazie al commercio; è certo che vi si praticasse l’agricoltura da oasi. Tra  queste, quelle che oggi conosciamo come Mecca e Medina. Tutto questo non escludeva il nomadismo, anzi, le città dipendevano dai nomadi per la sicurezza delle vie commerciali e per il bestiame, in particolare i cammelli.

Ma quando l’Islam si diffuse tra gli arabi, esisteva già da un millennio un’arabità sedentaria, dotata di una cultura scritta (la prima iscrizione in arabo propriamente detto è del 328 d.C.).

Lo Stato califfale islamico fu da subito una faccenda prevalentemente urbana e sedentaria; nei primi secoli dell’Islam furono fondate nuove città (Fustat e poi Il Cairo in Egitto, Kufa, Bassora, e poi Baghdad e Najaf in Iraq, Ramla in Palestina, Qayrawwan e Tunisi in Tunisia, Fes e poi Rabat e Marrakech in Marocco, Tilimsen, Orano, Ghardaya e poi Algeri in Algeria) e furono occupate quelle precedenti, come Damasco, Aleppo, Gerusalemme ed Alessandria. Lo Stato Califfale, ed tutti i grandi Stati islamici del Medio oriente che lo seguirono, si fondavano sull’agricoltura ed il commercio, non certo sull’allevamento nomade (benché fosse una voce importante in certi Stati dal territorio più arido). Dopo l’arabizzazione del Medio Oriente e del Nordafrica, la stragrande maggioranza degli Arabi visse di agricoltura in società urbanizzate. I beduini erano importanti, specialmente come forza militare (almeno finché non entrò nell’uso la polvere da sparo) ma marginali rispetto alla società nel complesso, ed anche come numero.

Dire che la cultura araba moderna è “beduina” è più o meno come dire che la cultura veneta moderna è “palafitticola”; ma forse i leghisti, che ricordano con nostalgico affetto l’epoca delle palafitte, non se ne rendono conto.

sabato, agosto 18, 2007

Oltre al corso principale di arabo, al pomeriggio seguo due corsi supplementari: arabo colloquiale tunisino e calligrafia.

Nessun altra cultura di mia conoscenza ha attribuito tanta importanza estetica alla Parola e alla sua forma scritta, che è appunto la calligrafia, quanto quella arabo-islamica. La calligrafia ha nella tradizione artistica musulmana arabo-persiana* un ruolo paragonabile a quello della pittura in Occidente. 

Esiste un gran numero di stili calligrafici (khutut), il professore ce ne ha mostrati almeno sette, ma fondamentalmente si possono ricondurre a due tipologie: il kufico ed il naskh. Il kufico è lo stile più antico, di origine epigrafica e monumentale, e è il più comune nelle iscrizioni (la forma squadrata delle lettere lo rende adatto all’incisione); oggi lo si trova spesso in cose come le insegne al neon. Il naskh è la forma più diffusa di “corsivo”, voglio dire, di scrittura con carta ed inchiostro.

I testi a stampa oggi di solito usano dei caratteri tipografici che si basano sulle forme naskhi.

Anticamente, ma anche oggi per usi calligrafici, si usava la penna. Nel senso di un oggetto appuntito (una penna d’oca appositamente tagliata, oppure una canna appuntita) la cui punta era intinta nell’inchiostro liquido di continuo e lasciava così una traccia. La parte appuntita delle penne d’uccello, in italiano, si chiama calamo, e il recipiente con l’inchiostro in cui la si intingeva è appunto il calamaio.

In arabo lo strumento per scrivere si chiama qalam, termine che indicava la canna con una punta obliqua, con cui si scrivono il naskh e gli altri stili calligrafici corsivi, ma che oggi si riferisce a qualsiasi tipo di penna. In tunisino colloquiale la penna (a sfera) si chiama stilu ovviamente dal francese, mentre qlam è rimasto per indicare solo la matita.

Che ci sia una connessione etimologica tra qalam e calamo è fuori di dubbio, anche se non so in che direzione sia stato, né quando sia avvenuto.

 

La tradizione musulmana è piuttosto concorde nell’indicare che i primi versetti del Corano che Dio rivelò a Muhammad, mentre questi si era ritirato a meditare su un monte presso la Mecca, fossero: “Leggi! Nel nome del Signore Tuo, il Sapiente, Colui che ha insegnato l’uso del calamo (qalam) che ha insegnato all’uomo ciò che non sapeva”. Piuttosto stupidamente non ho portato con me la mia copia del Corano, né in traduzione né in originale, quindi cito a memoria (dalla traduzione di Bausani) e forse in modo inesatto (potrei chiedere al mio padrone di casa di consultare la sua copia, ma preferisco non farlo. Il Corano è sacro anche in quanto oggetto fisico, e perfino nell’inchiostro che ne compone le lettere, per cui, essendo la copia di un altro, si potrebbero porre questioni di purità rituale).

Si potrebbe scrivere un intero libro per sviscerare questi versetti, e probabilmente è stato fatto, ma io mi limiterò a qualche nota sulle cose che ricordo bene. “Signore” in arabo è rabb, termine che in aramaico significa “maestro” (da cui “rabbino”). “Leggi” è la traduzione di un verbo (qara’a) che probabilmente è di origine aramaica, più precisamente siriaca, e che significava in origine anche “salmodiare” o “recitare (un testo, specialmente un testo sacro)”, anche se oggi nell’uso arabo corrente vuol dire normalmente “leggere”; in tunisino colloquiale significa “studiare”. Corano (Qur’an) viene dalla stessa radice, e quindi significherebbe qualcosa come “salmo” o “recitazione”.

Ancora oggi nell’Islam si attribuisce enorme importanza alla recitazione, salmodiata con regole di pronuncia particolari, del testo, sia a voce che su supporti. E questo malgrado il Corano sia stato fissato molto presto in un testo scritto con una tradizione estremamente affidabile (esistono alcuni problemi, e lezioni leggermente diverse soprattutto nella pronuncia di alcune vocali, ma la situazione, poniamo, dei manoscritti della Divina Commedia è molto più intricata e ricca di varianti).

Di Dio si mette in risalto la sapienza, che in arabo è espressa dalla radice 3LM (3 indica la ayn, un suono gutturale difficile da descrivere; dalla stessa radice viene 3alam, mondo, corrispondente all’ebraico olam) e la connessione con la parola scritta.

In arabo la radice KLM ha il significato generale di parlare. Kalima vuol dire “parola”, kalam “discorso” (specialmente dibattito filosofico o teologico, come termine tecnico).

Qalam vuol dire “penna”, si diceva. 3alim vuol dire “sapiente” (il plurale è ulama’, ovvero ulema, parola che ogni tanto trovate sui giornali; si tratta del participio presente del verbo 3alama, “sapere”).

Tre radici con un significato connesso, due lettere in comune, e la terza ha un suono simile (K, Q e sono in arabo due suoni distinti, ma abbastanza vicini; infatti nei prestiti più antichi da lingue occidentali, la nostra C o K è diventata una Q in arabo: musiqa, qasr -da castrum- Qaysar -Cesare-. Per quanto riguarda la ayn, è la spirante sonora corrispondente alla Q (che è un’occlusiva sorda come la K) quindi si discosta un po’ dalle altre, anche per il senso di 3LM rispetto a KLM e QLM, quindi forse c’entra, ma forse anche no).

Mi sembra strano che non siano in qualche modo connesse, magari QLM è rientrata in arabo dal latino o dal greco, in cui però calamus, o kalamos, è a sua volta prestito da una radice semitica legata all’idea di parola. Ovviamente non ho la minima prova di tutto ciò, sto solo facendo ipotesi suggestive.

Comunque, questo vi dà un’idea dell’importanza che ha qui la Parola scritta ed il suo strumento: il calamo, appunto.

Si parlava della sinagoga di Tunisi e delle scritte ebraiche sulla cupola. La scrittura ebraica attuale, il cosiddetto “ebraico quadrato”, deriva dall’alfabeto aramaico. Ma forse è utile raccontare la storia dall’inizio. I popoli semitici che vivevano in Palestina, Siria e Libano tremila e duecento anni fa parlavano la stessa lingua, il cananaico, ma normalmente  scrivevano in babilonese.

Tuttavia, in un luogo ancora sconosciuto ma probabilmente nel sud della Palestina, allora sotto dominio egiziano, venne ideato un modo di scrivere la parlata semitica locale usando alcuni geroglifici egizi. Il sistema di scrittura egizio era molto complesso, ma a noi basta sapere che alcuni segni potevano essere letti attribuendo loro il valore di una consonante.

I semiti eliminarono tutto il resto del sistema, per tenere solamente 22 geroglifici, attribuendo ad ognuno il suono consonantico iniziale della parola che rappresentava (letta nella lingua semitica, non in egizio), e scrivere con essi le parole della propria lingua (o meglio le loro ossature consonantiche, che nelle lingue semitiche rappresentano le radici e alcuni affissi). Ad esempio un geroglifico indicava una testa umana, in semitico resh, (tuttora la lettera ebraica corrispondente ha questo nome) e venne scelto per rappresentare la lettera r.

Le prime iscrizioni di questo tipo sono opera di quelli che, sotto l’autorità egizia, lavoravano nelle miniere di turchese del Sinai e prendono perciò il nome di iscrizioni proto-sinaitiche, anche se è probabile che i loro autori non fossero originari del paese (può essere interessante richiamare la permanenza di Mosè nell’area prima di assumere la guida del popolo ebraico, secondo la narrazione dell’Esodo). Il sistema si perfezionò diffuse specialmente dopo il crollo dell’autorità egizia nell’area nel 1190 a.C., per scrivere il cananaico, che nel frattempo si era diviso in diversi dialetti: uno di questi è la lingua ebraica, un altro il fenicio. Gran parte della regione venne contemporaneamente invasa da gruppi di seminomadi, che approfittarono del tracollo egizio ed hittita per occupare quasi tutta l’attuale Siria; la lingua che parlavano era affine al cananaico: l’aramaico.

I fenici diffusero il loro sistema di scrittura, l’alfabeto (così chiamato dai nomi delle prime due lettere, Alif e Bet, anch’essi mantenuti in ebraico) nel bacino mediterraneo, trasmettendolo ai Greci, mentre gli Aramei se ne appropriarono e lo diffusero verso est; durante il loro esilio in Mesopotamia, gli Ebrei adottarono la forma aramaica delle lettere ( e l’aramaico come lingua parlata), mentre solo i Samaritani (discendenti degli Ebrei rimasti in Palestina) conservarono e conservano quella più arcaica, simile al fenicio.

Direttamente dal proto-sinaitico una forma abbastanza diversa fu sviluppata nella penisola araba ed usata dai popoli dello Yemen, l’antico regno di Saba; da questa proviene l’attuale sistema di scrittura dell’Etiopia. Le diverse varianti della grafia aramaica soppiantarono quella fenicia man mano, man mano che i dialetti aramaici sostituivano quelli cananaici, e sopravvissero più a lungo proprio in Tunisia, prima di essere sostituiti dall’alfabeto latino (derivato dal greco) dopo la distruzione di Cartagine e la conquista romana. Oggi l’alfabeto cananaico-fenicio originario (benché modificatosi anch’esso col tempo) è usato solo dai Samaritani a scopi liturgici.

Gli alfabeti aramaici conservarono le stesse lettere del cananaico, dato che le due lingue erano molto affini, ed anche i nomi delle lettere cambiarono poco, mentre le forme si diversificarono tanto da diventare quasi irriconoscibili. Una di queste varianti fu la scrittura ebraica quadrata, un’altra, quella siriaca, diede origine, dalla sua forma corsiva, all’alfabeto arabo, di cui la prima variante grafica fu il kufico; entrambe venivano incise, scolpite o scritte col qalam su pergamena e poi su carta. All’epoca del Califfato, che va dal 632 al 1258 d.C., i territori musulmani erano anche i centri culturali più ricchi e fiorenti dell’Ebraismo: dapprima soprattutto l’Iraq, in seguito l’Egitto, dove visse Mosè Maimonide (la sua “guida dei perplessi”, il culmine della filosofia ebraica medievale, è scritta in arabo classico) il Nordafrica e in particolare, Sephorad: la Spagna, specialmente quella  musulmana in arabo al-Andalus, ma anche la il sud della Francia, allora nel pieno della fioritura culturale provenzale, ricca di influenze andaluse ed in genere arabo-islamiche. In Andalus/Sephorad fiorirono la tradizione cabalistica e quella filosofica, rappresentata ad esempio da Avicebrom. Che la forma della lettere ebraiche fosse influenzata dal kufico è quindi abbastanza comprensibile.

 

Un qalam tradizionale da calligrafia è una canna con una punta obliqua ad un’estremità. Il taglio obliquo della punta si appoggia interamente sul foglio, tracciando una linea spesso in senso orizzontale, ed una più sottile se ci si muove in verticale (a meno che non si inclini la mano, come accade per il naskh).

Il naskh, infatti, si basa su linee incurvate, (e tratti verticali dritti) sopra o sotto una riga portante della scrittura detta mahmal (dal verbo hamala, che vuol dire “portare” o “reggere” e dai cui si pensa derivi il genovese “camallo”). A causa della diversa angolazione della punta obliqua rispetto al mahmal, le curve risultano sottili alle estremità, se le si traccia con un movimento fermo senza ruotare la mano.

L’ebraico quadrato, invece, come dice il nome, ha uno stile ricco di linee rette orizzontali e verticali.

Questa origine spiega perché, in un moderno testo ebraico a stampa, di solito i tratti orizzontali siano più spessi e marcati di quelli verticali. Alla fine di ogni linea orizzontale, sia in ebraico che in naskh, un movimento della penna può dare un leggero incurvamento che chiude la linea, o in arabo, allargarsi in una curva. La somiglianza del movimento e la bellezza del risultato, in entrambe le lingue, sono affascinanti.

 

Mi sono reso conto subito, tracciando le prime linee d’esercizio, che i movimenti del qalam che tracciano punti e linee del naskh è identica, così come lo strumento per cui sono state pensate, a quella ebraica, solo stile con cui ordinati questi elementi a formare lettere e parole diverse crea la differenza tra due stili che hanno nel Medioevo islamico ed ebraico e nella reverenza di entrambi le tradizioni verso la Parola (si pensi alla mistica delle lettere dell’alfabeto nella Zohar, il celebre testo di Cabala in aramaico composto in Sephorad nel tredicesimo secolo)

 

* la calligrafia è stata ed è importante anche nei paesi musulmani esterni alla civiltà arabo-islamica, che include essenzialmente le culture islamiche urbane e sedentarie di lingua araba, persiana e, dopo il dodicesimo secolo, turca e kurda. Tuttavia negli imperi musulmani d’India, e credo anche in Indonesia ed Asia Centrale, ad esempio, le arti figurative continuarono ad avere uno statuto ben maggiore che nel mondo arabo.

Il fatto merita di essere sottolineato, dato che la maggior parte dei musulmani del mondo appartiene a tradizioni culturali diverse, benché naturalmente in relazione, da quella arabo-persiana islamica. 

sabato, agosto 18, 2007
Accanto all’ingresso delle Terme di Antonino a Cartagine, uno dei più grandi complessi termali del mondo romano rimasti, c’è una strada che si chiama via Apuleio.

Apuleio fu il più grande scrittore africano di lingua latina; visse tra il secondo ed il terzo secolo dopo Cristo, un’epoca in cui la provincia romana dell’Africa Proconsolare, che comprendeva quasi tutta la Tunisia, la Tripolitania e una piccola parte dell’attuale Algeria orientale, era un delle più ricche, prospere ed urbanizzate dell’Impero, ed un grande centro della cultura latina.

Cartagine, la capitale, era la terza città dell’Impero dopo Roma ed Alessandria d’Egitto, sullo stesso piano di Antiochia in Siria; e nella parte occidentale, di lingua latina, seconda solo a Roma stessa.

La provincia d’Africa contava duecento città di diritto romano o latino, più di tutte le Gallie; era il grande centro di produzione dell’olio d’oliva, che fece la prosperità di Hadrumetum, l’odierna Susa, e di Thysdrus (oggi al-Jam), dove verso il 230 fu eretto un bellissimo anfiteatro, il più grande e meglio conservato fuori d’Italia: se non grande come il Colosseo di Roma, è sicuramente paragonabile all’Arena di Verona. Thysdrus diede a Roma un imperatore, Gordiano I, nel 238, sostenuto dal potere della cittadinanza locale, basato sulla prosperità della coltura e del commercio dell’olio. Il suo regno durò pochi mesi, ma è indicativo della potenza africana dell’epoca.

Anche la precedente dinastia dei Severi,* che resse l’Impero dal 197 al 235, proveniva dall’Africa Proconsolare, anche se non dalla Tunisia: Settimio Severo, il suo fondatore, era nato a Leptis Magna in Libia. Fu sotto il suo regno che il commercio sahariano già avviato dai Cartaginesi secoli prima, che riforniva l’Impero di schiavi neri, oro e prodotti tropicali, e che aveva per sbocchi le città della costa africana (l’oro era coniato alla zecca di Cartagine, ma le carovaniere terminavano in Libia, a Leptis Magna o Sabratha), raggiunse un picco d’intensità, tanto che guarnigioni romane furono insediate per qualche tempo a Ghadamis e Jofra, in pieno deserto; mentre la ricchezza dell’agricoltura africana e della classe proprietaria che la controllava era al suo apogeo: Cartagine era la capitale degli studi letterari ed oratori, gli imperatori di origine africana moltiplicavano privilegi ed esenzioni all’aristocrazia della provincia, e le frumentazioni alla plebe romana dipesero per tre secoli dai raccolti  della Tunisia centro-settentrionale, tanto che più tardi alcuni ribelli locali tentarono di affamare la Città Eterna.

 

Ci si aspetterebbe che quest’epoca sia ricordata dai tunisini come un momento di grandezza e gloria per il proprio paese; ma, per quanto possano essere fieri della Cartagine romana (quasi tutto quello che si trova nel sito archeologico è romano: della città punica è rimasto pochissimo, data la furia distruttiva con cui le legioni vi si erano accanite) dell’anfiteatro di Thysdrus e del grande acquedotto di 132 km che da Zaghouan portava l’acqua a Cartagine (e, riutilizzato dagli Arabi, avrebbe rifornito Tunisi fino all’epoca dei bey), i tunisini si percepiscono semmai come gli eredi di Annibale, non di Settimio Severo.

Ci sono diverse ragioni. Per capirle si può partire da due importanti elementi geografici, che condizionano profondamente l’Africa del Nord: l’Atlante ed il Mediterraneo. La cultura sedentaria urbana del Maghreb si è sviluppata, fin dall’arrivo dei primi coloni fenici ad Utica verso il 1000 a.C,

nello spazio tra i due. Questo spazio è disegnato dall’Atlante lungo un asse fondamentalmente est-ovest, ma in Tunisia l’Atlante si abbassa, creando un rilievo praticabile, mentre il Mediterraneo s’incava, e da parallelo ai monti, com’è nel Marocco mediterraneo ed in Algeria, gli si fa perpendicolare, creando una serie di porti e pianure costiere, bene più estese di quella algerina. Alle spalle dell’Atlante c’è il deserto, a sud. In tre direzioni, dunque, i confini naturali della Tunisia sono ben definiti: mare a nord e a est, deserto a sud (eccetto per una piccola fascia costiera che la collega alla zona fertile della Libia). Ma ad ovest, non c’è nessun indicatore netto; il paesaggio si fa progressivamente più arido, perché lontano dal mare, e più rilevato, ma le catene montuose scorrono sempre lungo un asse est-ovest.

Accade dunque che in epoca romana l’area della Proconsolare, che coincideva con la regione più fittamente urbanizzata e romanizzata, ed aveva il suo centro in Tunisia, comprenda una parte dell’Algeria. E si dà il caso che i due più grandi uomini della provincia siano nati in questa sua parte periferica: Apuleio e Sant’Agostino sono ricordati dagli Algerini come i loro più illustri compatrioti (specie tra i berberi), mentre la Libia deve contentarsi (e non so neppure con quanto entusiasmo) di Settimio Severo.

Ippona (l’odierna Annaba), la diocesi di Sant’Agostino, è storicamente legata all’area tunisina (si tratta di una fondazione cartaginese); ma quando gli Ottomani assunsero il controllo del Nordafrica, il loro centro fu Algeri (fino ad allora secondaria) mentre Tunisi, gelosa della sua indipendenza, per un certo tempo chiese l’aiuto spagnolo contro di loro; alla fine, gli Spagnoli dovettero abbandonare la loro roccaforte alla Goletta e Tunisi divenne definitivamente Ottomana; ma non recuperò la sua precedente importanza, ed Annaba restò algerina.

Il fatto che la Tunisia sia più fertile, più aperta sul Mediterraneo, più pianeggiante e più praticabile dei suoi vicini del Maghreb l’ha resa più aperta alle influenze esterne, ed in particolare, ha agevolato molto la conquista araba. I nativi, ebrei e cristiani, romani o berberi, resistettero con ferocia. Vi ho già parlato di al-Kahina, la regina guerriera ebrea dell’Atlante algerino.

Una volta si rifugiò nell’anfiteatro di al-Jam. Gli Arabi la assediarono, cercando di prendere lei ed i suoi uomini per fame; ma lei gli sfuggì, si racconta, tramite un tunnel sotterraneo lungo 40 kilometri, fino a Mahdiya sul mare. Qualche anno dopo morì in battaglia; e con lei finì la resistenza berbera organizzata alla penetrazione arabo-islamica. Ma, mentre sui monti più alti ed aspri di Algeria e Marocco e nelle loro steppe, la berberità mantiene forza, orgoglio di sé e rivendicazioni identitarie, qui in Tunisia la vittoria dell’arabizzazione è stata completa. La comunità di lingua berbera esiste, ma non è, come in Algeria, in conflitto con l’arabità, non ha rivendicazioni, e quanto pare non subisce neppure un particolare repressione. Mi si dice che si sentono tunisini come tutti gli altri.

Sta di fatto che la presenza araba si affermò contro la romanità: e quella francese, dopo il 1881, recuperò la storia romana del paese per legittimarsi, rendendone il ricordo ancora meno piacevole. Per quanto ricca ed importante nell’Impero, l’Africa romana era una colonia: sfamava Roma, certo, ma grazie ad un oppressivo in grano peso fiscale imposto al popolo; la ricchezza dei mercanti d’olio era lo sfruttamento sempre più razionale e sistematico degli schiavi e dei contadini liberi.

Per quanto la Tunisia fosse romanizzata (ma il neolatino locale rimase un fatto limitato, e scomparve nel corso del Medioevo, a differenza del berbero) i tunisini di oggi percepiscono come propria la civiltà punica e quella araba, (entrambe di origine esterna, arrivate qui, mostrarono una grande originalità e la popolazione locale ne adottò ben presto l’influenza: non tutti i berberi si sono arabizzati, ma a parte poche comunità ebraiche, i cui discendenti vivono oggi soprattutto in Francia, sono tutti senz’altro musulmani) e come “straniere” quella romana e quella europea occidentale; malgrado i segni potenti che entrambe hanno lasciato e lasciano a questa terra.

 

* Poco prima della vittoria di Settimio Severo nelle guerre di successione, un altro ricco mercante d’olio africano, Didio Giuliano, acquistò la corona imperiale messa all’asta dai pretoriani dopo l’assassinio del suo predecessore; l’atto, illegittimo e ai limiti dell’incredibile, non poteva essere accettato né dal Senato né dall’esercito, ma è un’ulteriore indice della centralità della Tunisia nell’Impero del II-III secolo. Basti sapere che su seicento senatori, almeno cento, in quegli anni, erano nati nella Proconsolare.

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mercoledì, agosto 15, 2007

Sto cominciando a sognare in arabo. E quel che è più importante, a parlare in arabo.

Piccoli trionfi: ordinare un caffè in arabo, pagare e ringraziare. Rispondere istintivamente “Askunu Huna” (abito qui) ad una domanda in francese. Certo, avrei dovuto dire “Noskon Huné”, in tunisino; l’arabo classico, in un colloquio informale, fa strano.

 

Insomma, questo corso, durissimo, serve. Intendiamoci. Non è che adesso parlo arabo come il francese (migliora anche quello, comunque). Ma riesco a dire qualcosa, a fare piccoli discorsi, a capire che mi stanno chiedendo l’ora e rispondere dicendo l’ora (sembra banale, solo che i numeri sono una parte della grammatica araba particolarmente ostica, almeno per me).

Il guaio è che qui tutti sanno perfettamente il francese, che parlo piuttosto bene, e di solito almeno un’altra lingua tra inglese, italiano e spagnolo, più o meno in quest’ordine di importanza, e sono tutte e tre lingue che padroneggio meglio dell’arabo (molto meglio, per quanto riguarda italiano ed inglese). E se devo chiedere un’indicazione, spiegare la mia destinazione ad un tassista, o comprare qualcosa, uso la via più facile, anche per essere sicuro di essere capito e di capire.

Se scoprono che sono italiano (nei suq di solito il primo approccio è “¿eres español?” il che deve indicare che i turisti spagnoli sono numerosi) possono cercare da me lo stesso che io cercherei da loro: la possibilità di esercitare una lingua imperfettamente conosciuta.

 

La scuola tunisina sembra essere di buon livello. Non dico l’istituto universitario dove studio, che è di altissimo livello, con professori eccellenti. Il metodo d’insegnamento è l’esatto contrario di quello che ho sperimentato per cinque anni in Italia: totalmente comunicativo, basato sulle four skills (comprensione orale, comprensione scritta, produzione orale, produzione scritta) esclude completamente la traduzione dal suo orizzonte. Abbiamo professori che sono disposti a spendere un quarto d’ora di lezione per spiegarci in arabo il significato di una parola, usando disegni, parafrasi, esempi, gesti, pur di non ricorrere, se non in casi totalmente estremi, alla parola straniera. E sto parlando di gente che parla il francese a livello madrelingua o quasi, se vuole.

E perfino per me, quando sono in Italia, a volte è più semplice usare una parola inglese o francese per spiegarne una italiana. O non mi viene in mente il corrispondente italiano di parole francesi o inglesi che conosco benissimo. Ad esempio, avrei bisogno di pensarci un po’ prima di rendere in italiano “bouleverser” o “overstretched”.

 

Il tunisino colloquiale è piuttosto simile al marocchino, nel senso che mostra le stesse tendenze generali nello staccarsi dall’arabo letterario. Un mia compagna di corso ha osservato che le vocali in tunisino sono “sderupate”; concetto dialettale intraducibile, ma gli studiosi rendono la stessa idea quando parlano, per l’arabo colloquiale del Nordafrica, di “sgretolamento vocalico”.

Il fenomeno è molto più accentuato in Marocco ed è probabilmente dovuto all’influenza berbera, profonda in tutto il Maghreb sicuramente qui meno che altrove. I tunisini sono ovviamente molto fieri dei loro antenati berberi come Massinissa, Giugurta, e Dihya al-Kahina, eredità del resto che condividono con l’Algeria, ma per quanto si tratti di grandi figure storiche (da noi Massinissa è una specie di nota a piè pagina della storia romana, ma la civiltà urbana autoctona si deve in buona parte a lui e al suo successore, Micipsa; quanto a Giugurta, fu uno dei più valorosi oppositori di Roma, nonché uno dei primi ad applicare con successo il concetto di guerriglia antimperialista; lo so che la propaga… er, storiografia romana ce lo ha presentato crudele e cattivo, ma del resto chi parla bene dei nemici giurati? Che io sappia nessun manuale di storia in Italia nomina Dihya) dicevo, qui in Tunisia hanno Annibale.

E con un colosso storiografico come lui, un paese che punta a migliorare il budget attirando flussi di turisti occidentali, non ha che da investire.

L’eredità punica è ben presente nella coscienza dei tunisini. Il che non significa una versione locale di “nos ancetres le Gaulois” o dei Sette Re o del mito ariano o di qualsiasi altra fuffologia storica nazionale che abbiamo in Europa. Credo esista anche qui, ma faccia riferimento alla Mecca e agli Arabi, non a Cartagine e ai Fenici.

Si conferma quello che scrivevo dall’Italia qualche tempo fa: il solo paese in cui la fenicità è un opzione identitaria e non solo un fatto di memoria storica, è il Libano. Naturalmente, di hotel, boutique, negozi, caffè, residence, e locali, “Hannibal” “Amilcar” “Hasdrubal” “Salammbô” e “Sophonisbe” (tutti nomi che richiamano a personaggi della storia punica in Tunisia, e specialmente a quella del periodo e della casata di Annibale; l’unico di cui il turista medio europeo ha una qualche idea, e quindi l’unico che lo stuzzica, in linea di massima) è strapieno, ma è superficie e concessione al visitatore straniero, che non ha mai sentito nominare ibn Khaldun o l’università Zaytuna (qui si vantano che sia l’università più antica del mondo; la pretesa ha del fondamento, purché si mettano d’accordo su cosa voglia dire “università”); ma della battaglia di Canne un ricordo, anche se forse confuso, ce l’ha.

 

Ritornerò su questo punto, più tardi, ci sono molte cose interessanti da dire. Per quanto superficiali, questi nomi rappresentano un modo della società tunisina di rappresentare se stessa.

 

lunedì, agosto 13, 2007

Tante cose da dire, da raccontare, di questa città, di queso paese e del suo popolo. Piano piano. Quando avro' tempo, e ne ho poco.

Comincero'  da questa:


Accanto al mio istituto c’è una grande sinagoga. Non so quanto possa essere frequentata, non ci sono mai passato di sabato, e dubito che la comunità ebraica di Tunisi sia molto numerosa.

C’è una garitta di polizia vicino alla sinagoga, il che mi pare significativo.

Due isolati più avanti verso il centro, c’è una moschea, piuttosto grande. Ci sono passato davanti per andare a pranzo, era l’ora dello zuhr, la preghiera di mezzogiorno, ed era venerdì. Tutto il marciapiede era occupato dagli oranti sui tappeti da preghiera, non c’era posto per tutti nella moschea, per un centinaio di metri tutt’intorno.

Mezzo kilometro ancora più avanti, all’incrocio tra via della Libertà e via Bourguiba (il Cardo e il Decumano della città francese) proprio al centro, c’è la cattedrale cattolica. Da fuori è bella, con degli affreschi. Non ho idea di quando sia stata costruita, ma credo alla fine dell’Ottocento.

Dalle finestre della classe di arabo vedo la cupola della sinagoga. Ci sono delle iscrizioni in rilievo.

Da lontano mi sembrava arabo kufico, ma avvicinandomi ho visto che si trattava di ebraico. Leggo “Shabbat Nephtali, Shabbat ...” poi la cupola s’incurva e non riesco a distinguere le lettere. Shabbat, penso, significa sabato, in arabo sabt.

Però non sono sicuro, e se non vi interessa sapere perché, saltate questo noioso paragrafo di filologia semitica comparata e passate al successivo. Io vedo scritta questa cosa, שבט e l’ultima lettera è questa cosa qui, ט ovvero una tet, che normalmente si trascrive come una t, con un puntino sotto nei testi specialistici. In ebraico moderno si pronuncia semplicemente t, ma in passato aveva la cosiddetta enfasi, un abbassamento del dorso della lingua che esiste anche in arabo e altre lingue semitiche. In arabo la tet diventa una cosa così: Ø· e in greco invece è diventata questa cosa qui, che magari vi è più familiare: θ. Tutte e tra le forme, naturalmente, derivano da un segno fenicio (l’alfabeto ebraico e aramaico è semplicemente la continuazione moderna di una variante di quello fenicio) che aveva la forma di un cerchio con una croce o un punto al centro.

Però esiste anche un’altra lettera, che in ebraico si chiama tav ed è fatta così ת, in arabo è così Øª ed in greco diventa questo: T. In fenicio era a forma di croce ( in realtà nelle iscrizioni più antiche era una X, così). La pronuncia antica, che è anche quella attuale in arabo, greco ed italiano, era t, ma in ebraico, fenicio ed aramaico la trovate spesso trascritta th perché è diventata aspirata o sibilante.

In arabo sabt è così: سبت e potete riconoscere che l’ultima lettera corrisponde appunto alla tav. Dalla stessa radice viene subat, che significa letargo, il che ha senso, dato che shabbat vuol dire riposo.

L’ebraico sh corrisponde all’arabo s, e potete notare che entrambe le lettere hanno tre dentini, e sono due forme derivate dalla shin, un’altra lettera fenicia che in greco è diventata la sigma. (In arabo esiste anche una lettera shin che si pronuncia sh, e che è uguale ma con tre punti sopra, ma non ci interessa). Non intendo annoiarvi con la storia complicata e poco chiara delle sibilanti semitiche, se non per dirvi che ad esempio hadithat (pr