domenica, febbraio 17, 2008
Credo di essere innamorato.
E credo di essere ricambiato.
Ed è una sensazione che non avevo mai provato prima.
Un amore che non si scontra dolorosamente contro un muro, ma si scioglie serenamente nella gioia di una abbraccio.

Uno scricciolo solitario ha cantato un grido di dolore. Ed io ho fatto la dolce pazzia di correrle incontro... le nostre solitudini si sono unite... da mi basia mille, deinde centum...

Luce dei miei occhi, ti ho salutata solo da poche ore, e già mi manchi tremendamente.
Mi hai preso, rivoltato, sorpreso, deliziato, scaldato e fatto bruciare. Quando avevo perso la speranza, tu me l'hai restituita, mi ero rassegnato alla solitudine, e tu sei entrata dentro e mi hai offerto di unire le nostre fragilità.

Dio sa quanto è difficile parlare di queste cose. Momenti che le parole non bastano a descrivere.
Sono un adolescente sciocco che cammina mano nella mano, con te nel parco, e vorrei  fare cose stupide come scrivere sulla panchina, col pennarello, TVTUKDB, TATTVUMDB, e tutte quelle altre cose idiote che non ho mai potuto fare a quattordici anni.
Quanta felicità nello stringerti al petto! Che meraviglia perdermi nei tuoi occhi!
Sono qui ad ascoltare canzoncine degli anni Novanta e ballare da solo immaginando di stringerti ancora.

Sì, sarò, stupido, melenso, romantico e mieloso. E allora? E' la prima volta che posso davvero, in venticinque anni.

Piccola mia, grazie per l'affetto che mi regali. Grazie davvero.
Ti voglio bene.
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categoria:donne, affetti
mercoledì, novembre 21, 2007
Sono sveglio, ad un'ora improponibile della notte, davanti ad un computer mezzo scassato con la ventola che ansima, una tazza di caffé caldo, ed il sonno irremediabilmente andato, e come sola compagnia, l'angoscia, la solitudine e lo spavento.
E allora affrontiamola, questa cosa. Mi scrivi che non sono stato carino.
Mi scrivono che sono "maschilista", mi fanno notare, ed è vero, che non ho considerato le donne come persone. Chiaramente non l'ho fatto, dato che stavo parlando di ideali femminili.
Non di Caterina, di Anna, di Carlotta.
Affrontiamola, comunque.
Da dove si parte?
In mente mi vengono la "Fedra" di Marina Cvetaeva e la "Cassandra" di Christa Wolf, passando per Aglaja Epancina, quella dell'"Idiota" di Dostoevskij, e Lady Oscar, e la principessa Aurora, e poi, ovviamente, lei. Elisa.
Quella di Beethoven.
Quella che mi insegnò a leggere l'alfabeto cirillico, quella che avrei sognato invano in mille notti bianche, tra la realtà di Porto Sant'Elpidio e il tremulo miraggio di San Pietroburgo. Senza Elisa non ci sarebbero stati Dostoevskij né Cvetaeva, perché la Fedra la lessi in originale.

Perché Elisa? Perché permisi a un sonata di inseguirmi, per lunghi anni della mia adolescenza, le permisi di ingabbiarmi in sogno lanciato verso palazzi ungheresi e steppe russe?

Elisa. Il nome è ebraico, e significa "il mio Dio è perfezione". Ma lei stessa, era perfezione! Ed io lo sapevo. Mi lasciai trascinare, in quel sogno, fino ad un valico di frontiera austriaco, fino ad un'eremo sugli Appennini, fino al lago Hoan Kiem, in Vietnam.
Scusate, scusate, lo so. Non ci capite niente, vero?

E' abbastanza difficile anche per me, tutto è confuso. Un'adolescenza di sogni.
Ora so che Isotta la Bionda  non esiste, ma per quanto tempo ne ho inseguito l'immagine?
Aiuto. Andiamo con ordine, o almeno proviamoci.

Scena 1: ho cinque anni, sono alla scuola materna. C'è una bambina che mi piace. Ricordo che io ero in ginocchio davanti a lei in piedi, e gli altri intorno, in cerchio che ridevano di me. Credo che le avessi detto "ti amo". Ma di sicuro lei mi disse "fai schifo".
Ricordo di aver trattenuto le lacrime, quella volta.

Scena 2: non so quanti anni ho, almeno sei, sicuramente, perché so scrivere. Credo di essere in prima elementare.
Sono a casa mia, sto facendo un disegno coi pennarelli. Può darsi che mia madre lo conservi ancora. Sto disegnando una fata coi capelli viola e la bacchetta magica. So che esiste, che un giorno la troverò e la sposerò. Non so perché (ma ve lo giuro, me lo ricordo bene) accanto alla figura, in incerte maiuscole, scrivo il suo nome: "ELISA".
Sarà stato un caso?

Scena 3: adesso è difficile. Ho quattrodici anni, è pomeriggio e sono al liceo col comitato studentesco della scuola autogestita. Arriva una ragazza della quinta, della classe di russo, con delle fotocopie in cirillico. Le chiedo come si leggono. Ancora non lo so, ma per la prima volta, mi sto innamorando. Il nome lo sapete.

In mezzo passano cartoni giapponesi e principesse guerriere.
Dopo, arrivano, i rifiuti, detti o sottintesi, ed i romanzi cavallereschi e i viaggi, e Dostoevskij. Non avrei cambiato sezione, in terza, per studiare francese e russo, senza Elisa.
Dieci anni. Venti volte, forse, mi sono sentito dire "no". Non tutte ugualmente importanti, certo. Per quattro o cinque ho davvero sofferto. Fino a piangere nel silenzio di notti insonni, contro il cuscino. Fino a sentirmi un demonio che mi schiacciava il cuore. Fino a farne degli ideali, delle ipostasi, delle dee. Delle Isotte inesistenti, delle Leyle che io, Majnun, non avrei mai potuto toccare.
Delle Dulcinee che vivono solo nella fantasia malata del più grande dei cavalieri, Don Chisciotte.
Ecco la mia cavalleria.
Un sogno, più che un residuo. Patriacato?
No.
Anzi. Io sarei per il matriarcato, così ad istinto.
Ma oltre all'idea, oltre alla principessa guerriera ed arpista del Paradiso di cui facevo di volta in volta la Laura, la Beatrice, la Medea che mi straziava, c'era Shirin. C'era l'affettuosa dolcezza delle amiche che, a volte, potevano capirmi. E allora, parliamo, sì, di persone. Le loro carezze spirituali, il loro conforto.
Compagne, per cui non avevo, non ho, segreti, di compagne di viaggio straordinarie, di abbracci casti e di scherzi. Che, chissà perché, di solito, erano donne. Con pochissimi ragazzi, e molte ragazze, ho avuto amicizie profonde.

E le ho viste soffrire e piangere per uomini che non le meritavano. Le ho viste chiedersi come me, magari davanti ad un birra, cosa c'era che non andasse in loro, e dov'era la persona che cercavano. Tre di loro, adesso, sono madri.

Che altro aggiungere? Fedra, Cassandra, Aglaja. Libri.
No.
Fantasie di carta. Immagini, anche se importanti, anche se me le porto dentro.

Ecco.
Non so se ho detto tutto. Non so neanche se ci avete capito qualcosa, troppe storie si intrecciano, troppe storie partono e arrivano da qui.
Lascio queste parole, a chi vuole intendere, intenda.

E sennò pazienza, eh.




lunedì, novembre 19, 2007

Da qualche mese, seguo con interesse, e spesso lascio commenti, sul blog Kelebek, tenuto da Miguel Martinez.

Ultimamente, sono rimasto coinvolto in una bizzarra discussione nel thread di commenti ad un suo post.

Kelebek funziona, in parte, più come un forum di discussione che come un blog.

Nel senso che le discussioni sui singoli post sono spesso molto interessanti: vi partecipano parecchi commentatori intelligenti e preparati, e si è creata una situazione in cui, almeno tra i frequentatori abituali, ci si conosce e si creano simpatie ed antipatie.

Naturalmente Kelebek, come altri blog molto frequentati, è afflitto da assalti di Rompipalle Bastardi®, che trolleggiano in giro per la blogopalla infastidendo il prossimo.

Senza scendere nel dettaglio della discussione, che era ed è irrilevante, uno di tali rompiballe ha, in qualche modo, offeso una delle commentatrici abituali del blog, che si firma come Aurora.

Io sono intervenuto, a favore di Aurora, che mi è simpatica e che considero una persona intelligente.

Però, devo ammettere che il motivo principale per cui ho preso le difese di Aurora, è che si tratta di una donna.

L’episodio è di un qualche interesse in relazione ai miei due post precedenti e al discorso collaterale che ne è emerso, sulla Mistica della Vera Donna®.

In definitiva, il mio atteggiamento è stato determinato soltanto da senso cavalleresco.

 Allora, un comportamento cavalleresco è ragionevole in un mondo pre-emancipazione, in cui la donna è soggetta a limiti sociali nello spazio pubblico che le impediscano di agire e difendersi da sola: il cavaliere è cortese e protettivo verso le donne, perché le donne rappresentano il sesso debole.

 Il sottoscritto, invece, è sostenitore dell’emancipazione femminile. Nel post qui sotto, il mio ideale di donna è rappresentato da due principesse guerriere, che non solo si difendono da sole, ma difendono gli altri.

Per chi non lo sapesse, una è Lady Oscar, l’altra la principessa di Voltron, che si chiama, abbastanza ironicamente, Aurora. Per chi era bambino negli anni Ottanta, e guardava la TV, si tratta di riferimenti culturali di base; per quanto mi riguarda, la mia immagine del mondo femminile da piccolo si organizzava nel confronto tra Lady Oscar e la realtà, e ne traevo la conclusione che le donne fossero creature superiori: esse, nel mio universo di bambino, erano la fonte principale di ordine, cibo e denaro. Mia madre lavorava e si occupava della casa, e quando i miei non c’erano, io di solito ero con mia nonna. A scuola, la fonte dell’autorità erano le maestre e le bidelle; ero vagamente consapevole che al di sopra di loro c’era un simpatico vecchietto, il Direttore, ma nella concretezza della mia esistenza, si trattava di una figura remota.

Naturalmente c’era mio padre, ma diciamo che nella mia famiglia, la figura d’autorità per me è stata principalmente mia madre.

Con l’adolescenza ho realizzato che le creature superiori avevano qualcosa che io volevo, anche se ci misi un po’ a capire bene la questione. Ad un certo punto, comunque, cominciai ad aver chiaro che quello che volevo si trovava tra le loro gambe.

Nel frattempo, ero arrivato alle superiori e cominciavo a studiare letteratura italiana, inglese e francese, e più tardi anche russa. In particolare, in letteratura italiana e francese mi imbattei nella concezione cavalleresca e cortese del mondo e della donna.

Nella realtà sociale del mondo cortese, la donna era subordinata all’uomo, ma nella letteratura i rapporti erano rovesciati. Il cavaliere della lirica cortese e nell’epica arturiana, è al servizio della donna.

Il fatto che questo servizio fosse reso necessario dall’impossibilità della donna di provvedere a sé stessa, non viene esplicitato, perché ai contemporanei appariva del tutto ovvio.

In cambio, il cavaliere sperava di ottenere dalla donna ciò che si trova tra le sue gambe.

 Cioè, no, non proprio. Stiamo parlando di una società in cui i sacri* matrimoni, di solito, erano combinati, e in cui il desiderio sessuale era destabilizzante e anche peccaminoso.

Non ci si sposava quasi mai per amore. Quanto al desiderio, i rapporti di forza permettevano al cavaliere, cioè ad un nobile con una spada, di ottenere cioè che stava tra le gambe di qualsiasi popolana, che lei lo volesse o meno. In fondo, lui era grande e grosso, aveva una spada tagliente e degli uomini armati al seguito. La scelta poteva essere tra aprire le gambe e farsi aprire la pancia.

In questa realtà non proprio allegra, l’ideologia cortese legava il cavaliere ad un codice, e al tempo stesso sublimava il desiderio: certo, Tristano ed Isotta compiono il loro adulterio, ma a prezzo dell’ostracismo sociale. Inoltre, almeno in Chrestien de Troyes e Nezami Ganjevi, l’amore si corona nel matrimonio, o non si consuma, ed è il cavaliere a dover provare di essere degno della Dama.
Il desiderio veniva controllato, idealizzando una donna che, nella realtà, non disponeva di autonomia.

Si tratta di un modello che mi affascina molto, perché, in un situazione completamente mutata, giustifica il fatto che le donne tendano a non concedere quello che vorrei da loro.

Solo che nella mia realtà, le donne disponevano di una superiorità reale. Possono fare benissimo a meno di un uomo, se vogliono. Sì, certo, la maggior parte delle donne sono attratte dagli uomini, ma la cosa non è di grande consolazione, laddove sono attratte dagli altri uomini.

Immagino che la mia parziale adesione al modello cavalleresco e cortese possa essere vista come una sublimazione del desiderio [“Fal, invece di passar serate a scrivere cazzate sul blog, esci, gira e trovati una ragazza”].

 
* come credente, la cosa mi fa incazzare. Quei preti che benedivano unioni non consensuali, spesso destinate alla violenza e all’infelicità, con un sacramento, compivano un atto sacrilego e bestemmiavano il nome dello Spirito Santo e l’Amore Divino. NO, non sto AFFATTO scherzando.

lunedì, novembre 19, 2007
Tanto per cominciare, le mie (inesistenti) pratiche sessuali non sarebbero comunque affar vostro... eheheh. Scherzo, Malih.
Era solo per chiarire che non sto avendo nessuna parte attiva nei processi di riproduzione tipici dei mammiferi, di cui parlo.
Rosa ha colpito ancora, con questo post; per qualche inspiegabile ragione, pensa che rischi di farmi arrabbiare. Non è vero. Quello che volevo dire, IO, non era "la donna donna che non allatta al seno non compie il suo dovere di bravo mammifero femmina  e quindi non è una Vera Donna®".
Certo, è sano e normale che le donne che hanno figli allattino al seno. Dal punto di vista biologico, hanno le tette per quello, dopotutto.
Ma questo non significa che, per me, la
Vera Donna® sia un'utero con due tette. Non pretendo di definire la donnità. Contesto chi ha tentato di farlo invece, escludendo la madre che allatta dalla donnità della Vera Donna®.
Naturalmente, ho un mio personale ideale di donna.
Una cosa del genere:
 
O anche, di questo genere:


Ecco. Non fate caso ai capelli biondi, sono un dettaglio secondario.

Naturalmente, questo non ha nulla a che vedere con il tentativo di stabilire uno standard di donnità della
Vera Donna® universalmente valido. E' solo una mia questione personale.

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categoria:citazioni, donne, cazzate, scazzi, affetti, società
venerdì, novembre 16, 2007
Io sono un maschio, e in più non sto praticando nessuna delle attività normalmente necessarie alla procreazione.
Quindi direi che il problema mi tocca relativamente e nemmeno posso dire di saperne molto.
Sta di fatto che una mia carissima amica, nelle Marche, ha partorito un mesetto fa, e la settimana scorsa sono andato a vedere sua figlia.
Fa un po' impressione vedere che la ragazza con cui ti sei preso le prime sbronze sulla spiaggia è una mamma. In realtà, è del tutto normale che una donna di 25 anni abbia dei figli. A 25 anni una donna è nel pieno dell'età fertile.
Se poi la nostra società rende la cosa estremamente complessa (spesso a 25 anni non si è economicamente indipendenti, ad esempio in questo caso è così) questo non ha nulla a che fare con la natura biologica dell'essere umano.

La mia amica allatta. Così come sono stato allattato io, e ho visto allattare mio fratello piccolo. Personalmente, non ho mai avuto dubbi sul fatto che l'uomo sia un mammifero, e che in particolare, le donne allattino i neonati. Ho accettato questo semplice fatto come assolutamente naturale ed intrinseco alla nostra essenza biologica.

Ed invece, leggo da Lisa (anche lei ha messo al mondo da poco un altro cucciolo) il seguente passaggio, preso dal sito di una ditta che produce passeggini e fasciatoi:

"...L'allattamento al seno impedisce inoltre alla madre di essere di nuovo veramente donna: vive costantemente con l'odore del latte addosso e, talvolta, la secrezione lattea è talmente abbondante da bagnarle gli abiti; in più le mammelle sono sensibili e spesso dolenti."

Ad onore della ditta, il sito è stato poi modificato (da Lisa potete seguire l'intera storia).

La cosa interessante, nel passaggio in grassetto, non è il bizzarro concetto di mammifero che vi sta dietro, per cui una cosa normalissima, anzi, connaturata alla madre per il fatto stesso di essere tale, diventerebbe nociva e fastidiosa.

Ma l'idea che la madre, nel suo essere madre, diventi, per questo, non-donna. E quindi l'idea di donna che ci sta dietro. La donna che non è più tale quando è madre, o meglio nel periodo in cui svolge le naturali incombenze biologiche di tutte le madri, e che sarebbe di nuovo veramente donna solo dopo la gravidanza, e se non allatta, è una donna denaturalizzata, vista attraverso un filtro che la commisura, come ideale di femminilità, ad un Miss Italia rigorosamente elettronica, da schermo, incorporea.
Solo quando la madre sarà meno fisica, meno madre, slegata dalla sua essenza biologica, sarà di nuovo veramente donna.
Sarà, cioè, in grado di svolgere la funzione che la nostra società, in chiave maschile, attribuiisce alle femmine della specie: non la riproduzione, niente di così naturale, ma il desiderio.
La "vera donna", in quest'ottica, è semplicemente un oggetto di concupiscenza maschile.

E poi ci lamentiamo dei foulard.


sabato, settembre 01, 2007

Una volta Rosa, rispondendo ad una mia domanda sulla kasherut, mi ha detto che nell’ebraismo i gradi di osservanza “sono come i frattali”. La battuta è stupenda e mi permetto di citarla e di applicarla all’Islam.

Ho diverse conoscenti ed alcune care amiche musulmane. Probabilmente non costituiscono un campione rappresentativo, non dico dell’Islam in genere (nessuna di loro viene dal Sud e Sudest asiatico, dove si concentra metà dei musulmani del mondo, per esempio) ma nemmeno delle comunità d’appartenenza, che del resto sono diverse.

Comunque, questo mi permette di avere un’idea di quanto variegati possano essere gli atteggiamenti riguardo al velo, sia come pratiche che come sentimenti. I motivi per cui si porta, o non si porta, il velo possono essere i più svariati, a seconda dei posti, del sentire personale (religioso, ma anche di semplice comodità), delle tradizioni locali e familiari, del contesto sociale, e certo, c’è anche l’imposizione. E diversi sono anche i tipi di velo, sempre a seconda di usanze e tradizioni che normalmente hanno poco a che fare con l’elaborazione della Shari’a. Esistono intere regioni, musulmane da secoli, ad esempio in Africa Nera e Indonesia, dove il velo è stato introdotto molto di recente, con le organizzazioni finanziate dai petrodollari sauditi e senza agganci nella tradizione islamica locale. Esistono al contrario paesi (tipo la Tunisia e la Turchia) in cui il velo è ufficialmente osteggiato (intendo dire, qui in Tunisia ci sono posti e attività in cui è illegale indossarlo) pur facendo parte della tradizione (almeno nelle città) da molto tempo.

Ci sono differenze tra città e campagna, tra nomadi e sedentari, tra Stati, regioni, gruppi, classi sociali e tendenze politiche.

C’è differenza tra osservanza rigorosa e fondamentalismo. L’osservanza rigorosa può sembrare, da fuori, fanatismo, e può anche essere ipocrita, ma è personale. In una società davvero libera, una donna che sente realizzato il suo rapporto con Dio solo indossando un burqa che la copre da capo a piedi, faccia inclusa, dovrebbe poterlo fare*. Comunque, non fa del male a nessuno, per quanto io possa pensare (e lo penso) che la sua scelta sia, come dire, molto strana.

Notare che qualcuno vorrebbe vietare il burqa, ma non è affatto disturbato dai conventi di clausura.

Il fondamentalismo è un’ideologia. Il fondamentalista pensa, per restare al nostro esempio, che una società che permette alle donne di non portare il burqa sia empia, ingiusta e ribelle a Dio, e quindi cerca di cambiarla (E’ un esempio. La maggior parte dei fondamentalisti non lo pensa, non riguardo al burqa almeno. C’è differenza sia tra i tipi di velo – hijab, chador, niqab, burqa, per dire solo quelli che ricordo io – che tra i tipi di fondamentalista).

 

*Lo so, lo so. Ma io sto parlando di un burqa indossato per libera scelta. Poi dovremmo farci delle domande su cosa significhi “libera scelta”, in generale, ed in particolare nel campo dell’abbigliamento femminile in Occidente: e questo riguarda sia i veli che gli ombelichi di fuori.

 

venerdì, agosto 31, 2007
Nella cultura europea esiste una cosa che si chiama esotismo. Ha cominciato a diventare importante quando, alla fine del Settecento, l’Europa cominciò ad impegnarsi seriamente, negli intervalli tra le sue faide interne o contemporaneamente, nella conquista sistematica e nell’asservimento politico ed economico del resto del pianeta, distruggendo parecchie società umane ed animali lungo il cammino. Avete mai visto un tasmaniano? No, di sicuro. L’ultima è morta più di cento anni fa.
Mentre distruggevano, asservivano e poi costruivano secondo le loro esigenze che so, ad esempio, gli Stati Uniti d’America, per fare proprio un esempio a caso, o Novosibirsk, per fare un esempio per non far dire che sono antiamericano, o la città nuova di Tunisi, per fare un esempio di qualcosa che vedo tutti i giorni, insomma, mentre gli europei dei secoli scorsi facevano le loro cose, si interessavano anche alla gente che avevano sottomesso o che avevano intenzione di sottomettere o che comunque ritenevano utile conoscere in vista di una possibile sottomissione/sfruttamento/relazione profittevole di qualche tipo.
Va detto che, dal punto di vista delle classi agiate europee, la conquista del mondo appariva come un’eroica ed appassionante avventura. Certo, non erano loro a fare il lavoro sporco, per cui potevano pensare che i banditi della Compagnia delle Indie che stavano saccheggiando il Bengala fossero degli eroi.
L’esempio più alto ed illuminante è dato naturalmente da Rudyard Kipling, che del resto io considero uno dei più grandi autori inglesi, e che ha il grande pregio di sapere perfettamente di che cosa sta parlando e di ritenerlo pienamente giusto e legittimo.
Ad ogni modo si deve a questo complesso di circostanze se nel secolo scorso, Laura Veccia Vaglieri ha deciso di scrivere una grammatica prescrittiva della lingua araba letteraria che doveva servire ai funzionari italiani in Libia. Non se ne fece nulla, perché la battaglia di El-Alamein fu combattuta poco dopo e la Libia fu occupata dagli inglesi. Ma adesso, io posso studiare su quel libro. Nel frattempo, una gran quantità di artisti, scrittori, intellettuali europei in genere si interessava a usi e costumi e pensieri e stranezze (per loro) dei popoli conquistati o conquistabili. In particolare, erano colpiti dalle stranezze, o comunque dalle cose che loro facevano e gli europei no, o non più.
Per quanto riguarda l’area arabo-islamica, una cosa che affascinava molto gli europei (maschi) era il modo in cui arabi, persiani e turchi (maschi) trattavano le loro donne. E’ utile sottolineare che l’interesse era reciproco. L’”Oriente” arabo-islamico era tutt’altro che una massa passiva che guardava imperturbabile la conquista occidentale del mondo. Molti intellettuali arabi guardavano con interesse ai rapporti di genere in Europa, e alcuni ritenevano che fosse una buona idea prenderli, del tutto o in parte, a modello. Il che, entro certi limiti, accadde e continua ad accadere: spesso l’autista del mio autobus, qui a Tunisi, è una donna.
Gli europei erano, e soprattutto, sono, particolarmente interessati a due aspetti, molto evidenti ma non necessariamente i più importanti, della questione: l’harem ed il velo.
Dal momento che gli harem in senso tradizionale sono (e sono sempre stati) una realtà limitata nello spazio e nel tempo ad una ristretta elite, e hanno molta più importanza nell’immaginario europeo che nella realtà arabo-islamica*, parlerò del velo.
Il velo evoca un sacco di cose, e le evoca essenzialmente perché la donna europea media normalmente non lo porta (le suore non sono “donne europee medie”). Per molti europei, il fondamentalismo islamico si riassume in “quelli vogliono imporre il velo alle donne”, cosa che in alcuni casi è vera, ma non è tra gli scopi principali di nessun gruppo, partito o movimento islamista di cui abbia notizia. E’ un problema capitale quasi solo per gli occidentali, e lo è per la sua valenza estetica e simbolica. Cioè perché simboleggia una alternativa estetica al modello occidentale, e perché evoca stranezza, lontananza, “il mondo fatato delle Mille e una Notte” e si accompagna bene a deserto, cammelli, tende e un sacco di altre cose marginali nelle reali società arabo-islamiche ma centrali nell’immaginario popolare europeo su di loro. Esotismo, appunto.

* In alcuni casi gli harem dei sultani o dei visir erano il teatro di intrighi e scontri politici. E’ ben nota l’influenza di mogli e regine madri su alcuni sultani ottomani. Ma non ne so molto e comunque vale quello che dico per il velo.
mercoledì, giugno 27, 2007
Riflessioni. Dal blog an-nisa:

Bismillah
Scusate ma avete letto che cosa riporta il link segnalato da certo Davide "la strada da seguire è questa?" In quanto musulmana con una conoscenza seppur minima dei principi della mia religione non mi riconosco per niente nella "maggioranza silenziosa dei musulmani e arabi liberi" che affermano tutte quelle scempiaggini a proposito dell'Islam. Per favore, chiamiamo le cose con il loro nome: quello definito nel link non è l'Islam e chi vuole provare il contrario deve portare versetti e ahadith del Profeta saaws che lo provano. Con questo articolo che cosa si vuole dire? Che per non essere considerati terroristi e pericolosi integralisti islamici bisogna far passare sotto l'etichetta di "islamico" tutto quello che ci pare? Purtroppo certa informazione viene fatta da ignorantoni al solo scopo di creare tensioni e problemi oltre che a diffondere pregiudizi e falsità. Il punto è sempre quello: ma che cosa vogliamo? cercare di vivere insieme rispettando le differenze che ci sono tra di noi (intendo musulmani e no) o vogliamo l'omologazione al modello e stile di vita occidentale? Osservate un attimo la differenza di atteggiamento tra musulmani e non musulmani. Il musulmano non pretende che il non musulmano adotti il suo stile di vita e nemmeno cerca di convincerlo che DEVE diventare musulmano (non fa parte della dottrina islamica l'obbligo della conversione) perché l'Islam è ACCETTAZIONE VOLONTARIA del messaggio coranico e SOTTOMISSIONE VOLONTARIA alla volontà divina. Perché allora i non musulmani non sopportano che i musulmani abbiano dei comportamenti diversi dai loro? Perché in fondo è di questo che si tratta: tu puoi benissimo essere buddista, scintoista, e quant'altro ma se sei musulmano devi comportarti come un occidentale: rifiutare la poligamia, accettare l'omosessualità, DEVI divertirti e ridere anche tu se la tua religione viene insultata da vignette satiriche. E' questo il concetto di libertà occidentale: sei libero di fare quello che noi ti diciamo di fare, e sei libero di pensare quello che noi ti diciamo di pensare (noi occidentali, ovviamente). Noi musulmani, invece, diamo fastidio ai non musulmani perché noi musulmani siamo davvero LIBERI: il nostro signore non è il denaro, non è il sesso, non è il divertimento, non è tizio che ci viene a dire che cosa dobbiamo pensare o fare, come ci dobbiamo vestire per piacere agli altri, non obbediamo alle leggi di mercato, non riuscite a comprarci perché le nostre anime le ha già comprate Allah swt: "Allah ha comprato le anime dei credenti e le ha pagate con il Paradiso". E questo vi brucia, eccome se vi brucia. Se no non si spiega perché al musulmano non da fastidio il non musulmano ma al non musulmano da fastidio il musulmano. E allora quale mezzo migliore per eliminare qualcosa che da fastidio? Affibbiargli un'etichetta di terrorista. Ebbene, io mi riservo il diritto di essere musulmana "tout court" e rifutare qualsiasi comportamento aberrante che si voglia far passare sotto l'etichetta di islamico, ivi compreso il terrorismo, che sappiamo benissimo non fanno parte né dell'etica né dei principi islamici. Chiamiamo le cose con il loro nome: una cosa è l'Islam, altra i musulmani. E fissiamo una volta per tutte un principio fondamentale che tutti possiamo condividere: il rispetto delle differenze. E a questo proposito invito chi non l'ha ancora fatto a leggere il commento lasciato da MattBeck in un post precedente, un commento intelligente e preciso. Un ultimo commento su quanto detto da albionese, se non mi sbaglio. Dice bene la sorella Aisha quando definisce vergognoso l'atteggiamento di chi non vede che dietro la storia di Kassim, innocente, lo ribadisco anch'io, c'è tutta la sofferenza e il dolore di un'intera famiglia. Aggiungerei che c'è da aspettarselo da gente che ormai non si scandalizza più per i morti a centinaia, per le ingiustizie e l'oppressione nel mondo intero: quella gente vede solo il proprio interesse, quando Allah ta'ala vede che la persona ormai non tornerà più verso di lui, "mette un sigillo sul cuore" (Corano) e niente lo toccherà, e forse loro non sanno che a quel punto perderanno una cosa straordinaria, la grazia immensa di SENTIRE la misericordia (rahma) del Creatore in questa vita, quella che come ha detto Rasul saaws "rende il cuore tenero" e " fa scendere le lacrime". Non posso che dire alhamdulillah wa shukru lillah (Lode ad Allah e a Lui il ringraziamento) per avermi reso musulmana! Che Allah ta'ala colmi della Sua rahma le sorelle e i fratelli tutti! amin!


Aminah Ummzakaria
venerdì, giugno 15, 2007

I Berberi del Nordafrica, si diceva, nel VII secolo resistettero a lungo all’invasione araba (alcuni loro discendenti ne parlano ancora come di “colonialismo” arabo, associandolo in tutto e per tutto a quello francese. E si tratta di musulmani che in arabo pregano tutti i giorni).

Attualmente, nei tre paesi del Maghreb ex-francese, la popolazione di lingua berbera va dal 35% del Marocco al 10% della Tunisia. Va sottolineato che, come non esiste una sola lingua araba, nemmeno esiste una sola lingua berbera. Nel solo Marocco ne esistono almeno tre gruppi mutualmente incomprensibili, al Nord (Trift), al centro (la base della Tamazight, una specie di berbero standard) ed al Sud (Susi). In Algeria esiste un berbero letterario, basato su quello della Cabila. Ma ad esempio, nelle oasi algerine che ho visitato, una parte della popolazione (che del resto pratica una particolare forma di Islam, molto minoritaria, diversa sia dallo sciismo che dal sunnismo) parla ancora la tumzabt, un’altra lingua berbera.

Altre forme di berbero sono parlate dai Tuareg, dagli Zenaga in Mauritania, in parti della Libia (Jabal Nafusa) e nell’oasi di Siwa in Egitto, l’Oasis Maior dei Romani dove Alessandro Magno ricevette l’oracolo di Ammone.

La lingua dei Guanchos delle isole Canarie era imparentata col Berbero, prima della conquista spagnola (una specie di prova generale di quello che sarebbe successo in America).

Tuttora, l’artigianato tradizionale di Tenerife (l’isola dove i Guanchos resistettero più a lungo e con relativamente più successo) mostra delle evidenti somiglianze, nei motivi figurativi e simbolici, con quello delle zone dell’Algeria che ho visitato, e da quanto ne ho visto, anche della Tunisia (non della zona settentrionale del Marocco, peraltro molto arabizzata, che conosco io).

La mia sorellina, cui ho regalato una collana berbera algerina ed un bracciale delle Canarie con simboli Guanchos, ha potuto notare la somiglianza tra i due, e la differenza con il cofanetto marocchino in cui dovrebbe metterli. Tra i motivi decorativi ivi presenti ci sono le lettere tifinagh, il cui nome viene probabilmente da “fenicio” ( la t in berbero è un prefisso che indica di solito il femminile). Si tratterebbe di un adattamento dell’alfabeto fenicio usato dai Cartaginesi ed adattato dai Berberi per la loro lingua, ma che in epoca moderna venne impiegato solo per usi decorativo-simbolici. Solo nel secolo scorso, con la rinascita dell’identità berbera, le tifinagh tornarono ad essere impiegate come uno degli alfabeti per scrivere la tamazight e le altre lingue berbere.

Mi sto di nuovo perdendo.

Volevo parlavi del fatto che, grazie alla politica stragista dei Re Cattolici nelle Canarie, nonché a Federico II di Svevia, attualmente non esistono popolazioni berberofone non musulmane. Il che, per il popolo del più influente teologo della Cristianità latina, è notevole.

Ancor più notevole che, quando si trattò di opporsi alla prima avanzata arabo-islamica, il popolo di Sant’Agostino e San Cipriano si rivolse al Giudaismo, a cui, evidentemente, almeno alcune tribù dell’Algeria occidentale dovevano essersi convertite.

Volevo arrivare più tardi al discorso delle conversioni all’Ebraismo, e lo farò, ma la principessa Dihya Kahéna merita di essere nominata adesso.

Dihya era il suo nome berbero, Kahéna il suo titolo. Vale “sacerdotessa”, la stessa radice del diffusissimo cognome ebraico Coen/Cohen, o “indovina” (in arabo, kâhina, sempre dalla stessa radice). Per vari anni questa principessa guerriera guidò il suo popolo (berbero) contro le truppe dei Califfi Ummayadi, sotto le bandiere della stella di David. La sconfitta alla fine fu totale, ma oggi Dihya è un nome proprio femminile diffuso tra i berberi del Nordafrica.

 

giovedì, giugno 14, 2007
Ieri sera sono andato al cinema con due amiche (lasciamo perdere il tipo di ragazze con cui vado di solito al cinema) a vedere "il matrimonio di Tuya", meritato vincitore dell'Orso d'Oro di Berlino.

E' un film cinese, ambientato nella Mongolia Interna (la parte della Mongolia storica appartenente alla Repubblica Popolare Cinese).
Un mia coinquilina una volta ha chiesto: "ma esiste davvero, la Mongolia?". Ora, per quanto mi riguarda, che una laureanda in discipline umanistiche dell'università di Venezia possa dubitare dell'esistenza della Mongolia è qualcosa che si situa ai confini della realtà, in contrasto con l'ordine naturale delle cose, Ad ogni modo posso assicurarvi che la Mongolia esiste, e che ne esistono addirittura tre: Mongolia Interna (cinese) Mongolia Esterna (indipendente) Mongolia Buriata (repubblica della Federazione Russa).

Il film è ambientato in una Mongolia Interna che sta iniziando a partecipare alla modernizzazione capitalistica, e ai relativi dissesti sociali, del resto della Cina.

La protagonista, Tuya, è una donna coraggiosa, che porta su di sé il compito di mantenere la famiglia, due figli e marito invalido, pascola il gregge di pecore, cavalca il cavallo ed il cammello, porta l'acqua dal pozzo (i problemi legati alla scarsità d'acqua sono importanti nel film) finché, tentando di soccorrere un amico in un incidente, ha una lesione alla schiena.
A questo punto decide, d'accordo col marito, di divorziare, per potersi sposare con qualcuno che li mantenga.
Si vede quale sia il doppio ruolo della famiglia: cellula di sotegno economico indispensabile, ma anche luogo di affetti a cui Tuya non è disposta a rinunciare (il divorzio ed il secondo matrimonio sono solo finzioni giuridiche per restare con l'ex-marito).

Non vi racconto la trama e le vicende dei pretendenti. Andate a vedere questo film, ne vale davvero la pena. Tra le altre cose, ha una fotografia eccellente.
Volevo però sottilineare la forza ed il fascino di questa figura femminile, che affronta problemi gravissimi, consola con dolcezza quando in realtà dovrebbe essere consolata, e che lotta anche per mantenere un mondo di affetti contro le esigenze di un'economia diversa da quella tradizionale e sempre più invasiva.
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categoria:cultura, donne, cinema
domenica, giugno 03, 2007

La luce fredda dell’aurora boreale, le chiavi e le manette tintinnavano nella borsa. Lise aprì la porta. Olaf la stacco gli occhi dal televisore e si voltò verso di lei, con la faccia cupa.

- Hai arrestato qualcuno, mamma?

- No tesoro. Non ancora. Stiamo indagando per trovare due criminali veramente cattivi.

- Davvero? Cos’hanno fatto? – Per un attimo l’eccitazione brillò negli occhi azzurri del ragazzo, di solito velati dall’ombra.

- Hanno sfruttato della gente, fino a farla morire. Molta gente. Durante la guerra.-

 
In TV, inosservata, scorreva la storia di una coppia egiziana. Una commedia. Lui era partito con l’esercito per andare a combattere, apparentemente in Grecia. Lei lo aspettava a casa e si scrivevano delle lettere, e portava il velo verde delle mogli dei soldati.

Era strano. Anche dopo l’armistizio, in Islanda i film tendevano a essere i prodotti della scomparsa industria cinematografica americana. Da poco si acquistavano le produzioni arabe ed indiane, coi sottotitoli. La scuola di Olaf cercava insegnati qualificati di Hindi, Arabo e Bahasa. Ci si adatta a tutto. Anche alla caduta di Fortress Europe.

- Mamma, perché non puoi stare con me?

- Ci sono, piccolo mio.

- Dico, stare con me sempre. Come Nino Khashbadze.

- Chi è Nino Khashbadze?

Olaf entusiasta le raccontò la storia: si trattava di una serie animata che entusiasmava tutte le adolescenti del Dar al-Islam. Nino è la moglie di un combattente della resistenza antirussa nel Caucaso. Lui muore nel corso di un’azione eroica, e lei resta vedova, con tre bambini. Consumata dalla rabbia, entra nei battaglioni chadori di donne che combattono, portando il lutto, animate dal desiderio di vendetta.
Durante la guerra quei reparti femminili dell’Unione si erano battuti con ferocia cieca e selvaggia, compiendo, secondo la vecchia propaganda alleata, atrocità spaventose. “Le belve nere”, “le fanatiche velate” “le folli assassine accecate dalla sete di sangue”.

Ora naturalmente se ne sentiva parlare più spesso come di valorose eroine, almeno nei programmi televisivi importati dall’Unione.

Nino si converte all’Islam e prende il nero delle combattenti del jihad.  I suoi figli sono affidati all’anziana suocera, che saggiamente ma invano tenta di convincerla a non partire. Ma Nino, per quando odi i nemici del suo popolo, dopo aver ucciso a sangue freddo un soldato russo entra in crisi e ritorna a casa. Capisce che il suo jihad non è la guerra, ma crescere i suoi figli e far sì che non debbano mai più vedere la guerra e la distruzione. I bambini la accolgono festanti; nel frattempo l’esercito georgiano ha liberato il territorio e loro possono vivere sicuri, anche grazie alle sadaqat che arrivano per le vedove dei soldati da lontani paesi della Umma come l’Indonesia e Dubai. Alla fine Nino si risposerà con un prigioniero russo, rimasto ferito, dopo averlo fatto convertire all’Islam e avergli fatto vedere l’errore della causa per cui aveva lottato.

“Un messaggio di riconciliazione”. Anche se ambiguo. Nawalou, quella sera, al ristorante libanese, le aveva raccontato che le ex combattenti chadori erano difficili da reintegrare nella società del dopoguerra. Alcune si erano date a vendette indiscriminate sui civili europei dopo l’armistizio, mettendo in grave difficoltà le autorità d’occupazione.

In alcune città arabe si erano viste scritte sui muri: “dente per dente, sangue per sangue: trecento milioni” alludendo al numero stimato di africani, asiatici e sud-americani la cui morte era attribuita all’alleanza occidentale.

Per cui la propaganda ufficiale, se esaltava il coraggio eroico delle chadori, cercava anche di allentare i toni, di fare capire che adesso era tempo di ricostruire le cose: tutti insieme.

“Come me e Nawalou? Ma noi diamo la caccia al passato”.

Il presente entrava dallo schermo al plasma. E Olaf era il futuro.

Lise strinse suo figlio al petto, senza parlare. Si abbracciarono a lungo.

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categoria:donne, racconti, guerra allerrore
domenica, giugno 03, 2007

Lise era affascinata da quella donna, dal racconto delle prove terribili che aveva dovuto sopportare. Mentre il suo paese, isolato e neutrale, viveva la tranquillità di ultimo contrafforte del vecchio Occidente ormai crollato, mentre lei arrestava piccoli criminali in una piccola città, divorziava e cresceva suo figlio, Nawalou aveva combattuto e sofferto la più grande e feroce guerra mai vista.

Io, nella mia piccola, insulare tranquillità, ho lasciato che tutto questo accadesse. Mangiavo forse la carne di quei maiali, nutriti dalla soia ivoriana?

Per un certo periodo, quando le truppe dell’Unione avevano invaso la Danimarca e la Gran Bretagna, in Islanda si era temuta l’invasione. Pur neutrali, gli islandesi simpatizzavano in massa per l’Occidente.

Le cose avevano iniziato a cambiare dopo la caduta di New New York e la pubblicazione degli archivi alleati.

- Dimmi dei Sandmore.

Paul Sandmore era stato l’ultimo Presidente degli Stati Uniti. Sua moglie, Mary, amministrava una finanziaria a New New York, così grande e potente da controllare il destino economico di interi continenti. Un flusso immenso di denaro, partecipazioni azionarie in tutti i grandi marchi europei e statunitensi, un network di industrie, scuole, coltivazioni.

Un sistema di sfruttamento brutale attraverso lunghe serie di sub-appalti, partecipazioni, accordi aziendali e politici, il tutto sostenuto dal potere militare e politico degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, legittimato dal fondamentalismo religioso protestante (che ne veniva generosamente ricambiato con denaro e poltrone) e dall’ideologia del capitalismo occidentale.

Pochi giorni prima dell’armistizio di Denver, erano spariti.

 

L’Unione e le altre potenze vittoriose avevano deciso di organizzare un grande processo all’oligarchia occidentale sconfitta. Era necessario che la popolazione civile dell’Europa  e del Nordamerica occupati sapesse e capisse. I primi processi si erano svolti ad Ottawa e a Strasburgo. Ma alcuni dei maggiori responsabili erano già stati uccisi. Altri erano fuggiti in lontane nazioni neutrali, come quelle della Siberia e dell’Oceania. Molti erano stati catturati nei piccoli cantoni dove sopravviveva la scarsa popolazione superstite dell’Australia. L’Unione e l’Indonesia avevano lanciato un grande piano di sviluppo per quella povera gente, che pur essendo in maggioranza di origine europea e di cultura occidentale, aveva ben pochi motivi per amare il sistema che li aveva condotti alla catastrofe.

Era stato lo stesso popolo australiano a consegnarli, e chiedere l’estradizione dei loro vecchi dirigenti espatriati in Gran Bretagna.

Ora, le Mukhabarat dell’Unione Afro-Asiatica erano impegnate a dare la caccia agli ultimi criminali di guerra, nascosti nelle poche nazioni occidentali sopravvissute al conflitto, come l’Islanda e la Nuova Zelanda. I Sandmore erano i pezzi più grossi, gli Eichmann e i Beria dell’Olocausto capitalista.

Secondo le prime stime, l’apparato di sfruttamento capitalistico occidentale aveva sacrificato al suo profitto, negli anni del collasso ecologico e in seguito, dai trecento milioni al mezzo miliardo di vite. Si era trattato, dicevano gli archivi di New New York, di una politica deliberata. Durante la guerra, l’Occidente aveva usato metodi bellici così spaventosi che alla fine gli stessi generali dell’Esercito degli Stati Uniti si erano ribellati con le loro truppe consegnando le armi agli invasori africani e messicani. Ma Paul Sandmore aveva già usato il potere tremendo dell’atomo contro le città dell’Africa, dell’India e del Brasile.

In Europa, negli ultimi disperati anni di guerra, la popolazione musulmana ed ebraica era stata chiusa in ghetti e massacrata. Mary Sandmore era ritenuta responsabile di questa scelta. Mentre il marito aveva potere solo in America, le sue aziende dettavano legge al mondo intero.

- Sono riusciti ad arrivare in Islanda dal Canada, un mese dopo l’armistizio. Devono essere riusciti a passare la frontiera e avevano dei passaporti falsi islandesi. Questi. – Nawalou mostrò a Lise le fotocopie. - I dati biometrici corrispondono. Si erano travestiti, è ovvio, ma non così bene. Un’anziana coppia islandese che lasciava il Canada per trascorrere in patria gli ultimi anni.

Le autorità d’occupazione musulmane in Canada non avevano avuto motivo di preoccuparsi. Nella confusione dell’immediato dopoguerra, sai…

Non sapevamo che fare. Avevamo conquistato due continenti pieni di una popolazione sconfitta ed ostile, educata ad odiarci e spaesata da un mondo a cui non erano preparati.

- Non avevo mai pensato che l’Occidente potesse crollare così, nemmeno che esistesse un’altra possibilità. Perfino per noi, che siamo stati risparmiati, tutto questo non ha ancora senso. Vivere in un mondo in cui sono l’Islam e l’India a… scusa, ti ho interrotta.

E’ che sei così…

- … Disturbante?

- Forse.

- Puoi pensarmi, Lise? Non dico capirmi. Pensarmi. Trovare per me e per il nuovo mondo un posto nell’ordine delle cose. E’ successo. Qualcuno l’ha voluto, ma non io. E nemmeno tu.

- Forse, io sì.

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categoria:donne, racconti, letteratura, fantascienza
sabato, giugno 02, 2007

L’agente dell’Unione era una donna. La cosa sorprese Lise, che pure aveva visto in televisione le immagini dei battaglioni di donne velate di nero combattere strada per strada i resti dell’esercito alleato a Washington. Era alta, e negra. Lisa non aveva mai visto un nero africano in carne ed ossa. Portava un cappotto pesante, verde, e un velo bianco stretto attorno alla testa. Sorrideva; il suo viso appariva giovane e radioso.

- Devi essere Lise Karlsdottir- disse in inglese – Mi chiamo Nawalou Diata Wakan.

- Piacere… sì, sono io.

- Molto bene. Dovremo lavorare insieme, Lise. A me piace considerare le persone con cui lavoro dei compagni, e ho bisogno di potermene fidare. Se sei d’accordo, credo che la cosa migliore sia conoscersi.

- Ecco… direi di sì.

- Allora, indicami il ristorante più vicino. Halal, se in quest’isola ne esistono…

- Non ci sono molti musulmani in Islanda, ma qualcuno sì. Andiamo, ho la macchina.

 

Era un piccolo locale alla periferia sud di Reykjavik, gestito da una coppia di origine libanese. I prezzi erano bassi per gli standard islandesi, ma Nawalou fece un fischio quando li vide. – Se non erro una corona corrisponde a circa mille dirham dell’Unione; con queste cifre ci compreresti una casa, in Guinea!-

- Sei della Guinea, quindi?

- Buona domanda. Ora vivo a Ottawa, dove c’è il Comando Settentrionale dell’Unione . Sono nata in Francia, i miei genitori venivano da un villaggio sul confine. Forse era in Guinea, forse in Mali. Comunque la mia famiglia non aveva i documenti in regola, quindi ci hanno rispediti a Conakry quando avevo una decina d’anni. Nel frattempo le cose in Guinea, anzi in tutta l’Africa, erano talmente peggiorate che non si poteva far altro che cercare di migrare ancora. Sai, la Grande Fame. Liberia, poi Costa d’Avorio, Ghana, infine Nigeria. Ma quando mi trasferii a Benin City, quei nomi non significavano più niente. Interi stati come il Niger, il Mali, Ciad e Burkina Faso erano stati praticamente spazzati via dal collasso agricolo, e quelli costieri, dove c’era ancora un po’ di cibo e di terra fertile, erano semplicemente delle etichette sulle uniformi di carnefici intenti alla guerra per bande.

Diciamo che sono Mandinka, africana, musulmana.

Se ti può interessare, mia madre era una Keita.

- Keita?

- Discendente di Sundjata, il primo imperatore del Mali medievale; il padre dell’antica grandezza del mio popolo. Non che importi molto. Sono passati oltre otto secoli  e alcune migliaia di navi negriere, da allora. E tu, Lise?

- Sono vicecommissario qui a Reykjavik. Ho sempre vissuto in Islanda. La mia vita ha ben poco di interessante.

Mia madre era insegnante, mio padre impiegato in una ditta di commercio. Stavamo bene. Ho viaggiato, sono stata in Inghilterra, Norvegia, Danimarca, Italia; i miei mi hanno pagato due mesi estivi in un college a Brighton.  Che vuoi che ti dica… Ho un figlio di dodici anni. Avevo un marito, abbiamo divorziato. Sono entrata in polizia sedici anni fa. Reykjavik è una città tranquilla; di solito mi occupo di indagini su spaccio di droga, furti, qualche omicidio, di solito passionale.

Una vita normale.

- Suppongo che l’idea di catturare due responsabili del più grande sterminio di massa mai pensato esca un po’ dagli schemi della tua vita normale. – Nawalou sorrise - Vita normale, che, ma tu lo sai già, per la mia gente semplicemente non è mai stata che un miraggio, o una speranza.

La tua realtà è l’illusione di miliardi di uomini. Non te ne faccio una colpa. Quello che per te è normale, io l’ho visto, da dietro un vetro, sbirciando nella paura di essere scoperta.

Guardo questo posto, questa città, gente benestante, tranquilla, e mi fa rabbia. Mi fa rabbia che il mio popolo sia privato di tutto questo, sia stato costretto ad una guerra così spaventosa solo per continuare ad esistere.

Per me la normalità è stata un susseguirsi di fughe, fame, stenti e guerre, prima subiti, poi visti. I Sandmore, per te, sono due criminali da catturare. Per me, sono i mandanti di assassini e torture e carestie che sono accadute davanti ai miei occhi. Sono tra coloro che hanno negato un’esistenza “normale” e decente a me e centinaia di milioni di persone come me.

- Tu li odi.

- Con tutta me stessa. Hai mai avuto fame, Lise? Fame vera, e nulla da mangiare, per giorni? E sete? Hai mai lavorato nelle piantagioni di Bingerville?

Sei mai stata costretta e picchiata?

- Quello sì… infatti ho divorziato. A volte usava il mio manganello d’ordinanza.

- Davvero succedeva?

- Quando aveva bevuto, sì. Non se ne parla, ma ti assicuro che ho messo in carcere più mariti violenti che ladri. Compreso il mio… non è stato facile. Per fortuna è tutto finito.

- Anche da noi succede… anche se meno spesso che nella Vecchia Europa. Ho due figli… di uno non so chi sia il padre. E’ stato vicino a Bingerville, appunto, in quella che si chiamava allora Costa d’Avorio, quando lavoravo in una piantagione di soia. La soia veniva venduta negli Stati Uniti, ne ricavavano combustibile e mangimi per maiali. Noi eravamo a disposizione dei sorveglianti. Risalendo nella catena di appalti, il mio lavoro andava ad arricchire persone come Mary Sandmore.

Poi scappai ed arrivai in Nigeria. A Benin City partiva la rotta schiavistica che andava ad alimentare il mercato della prostituzione illegale in Italia e Spagna. Ci dicevano, lavoro, vita migliore. Ma io ero gonfia di rabbia: mi unii al Movimento per l’Emancipazione. Il resto, beh, lo sai.

Il secondo figlio l’ho avuto con un soldato libanese che viveva a La