Da qualche mese, seguo con interesse, e spesso lascio commenti, sul blog Kelebek, tenuto da Miguel Martinez.
Ultimamente, sono rimasto coinvolto in una bizzarra discussione nel thread di commenti ad un suo post.
Kelebek funziona, in parte, più come un forum di discussione che come un blog.
Nel senso che le discussioni sui singoli post sono spesso molto interessanti: vi partecipano parecchi commentatori intelligenti e preparati, e si è creata una situazione in cui, almeno tra i frequentatori abituali, ci si conosce e si creano simpatie ed antipatie.
Naturalmente Kelebek, come altri blog molto frequentati, è afflitto da assalti di Rompipalle Bastardi®, che trolleggiano in giro per la blogopalla infastidendo il prossimo.
Senza scendere nel dettaglio della discussione, che era ed è irrilevante, uno di tali rompiballe ha, in qualche modo, offeso una delle commentatrici abituali del blog, che si firma come Aurora.
Io sono intervenuto, a favore di Aurora, che mi è simpatica e che considero una persona intelligente.
Però, devo ammettere che il motivo principale per cui ho preso le difese di Aurora, è che si tratta di una donna.
L’episodio è di un qualche interesse in relazione ai miei due post precedenti e al discorso collaterale che ne è emerso, sulla Mistica della Vera Donna®.
In definitiva, il mio atteggiamento è stato determinato soltanto da senso cavalleresco.
Allora, un comportamento cavalleresco è ragionevole in un mondo pre-emancipazione, in cui la donna è soggetta a limiti sociali nello spazio pubblico che le impediscano di agire e difendersi da sola: il cavaliere è cortese e protettivo verso le donne, perché le donne rappresentano il sesso debole.
Il sottoscritto, invece, è sostenitore dell’emancipazione femminile. Nel post qui sotto, il mio ideale di donna è rappresentato da due principesse guerriere, che non solo si difendono da sole, ma difendono gli altri.
Per chi non lo sapesse, una è Lady Oscar, l’altra la principessa di Voltron, che si chiama, abbastanza ironicamente, Aurora. Per chi era bambino negli anni Ottanta, e guardava la TV, si tratta di riferimenti culturali di base; per quanto mi riguarda, la mia immagine del mondo femminile da piccolo si organizzava nel confronto tra Lady Oscar e la realtà, e ne traevo la conclusione che le donne fossero creature superiori: esse, nel mio universo di bambino, erano la fonte principale di ordine, cibo e denaro. Mia madre lavorava e si occupava della casa, e quando i miei non c’erano, io di solito ero con mia nonna. A scuola, la fonte dell’autorità erano le maestre e le bidelle; ero vagamente consapevole che al di sopra di loro c’era un simpatico vecchietto, il Direttore, ma nella concretezza della mia esistenza, si trattava di una figura remota.
Naturalmente c’era mio padre, ma diciamo che nella mia famiglia, la figura d’autorità per me è stata principalmente mia madre.
Con l’adolescenza ho realizzato che le creature superiori avevano qualcosa che io volevo, anche se ci misi un po’ a capire bene la questione. Ad un certo punto, comunque, cominciai ad aver chiaro che quello che volevo si trovava tra le loro gambe.
Nel frattempo, ero arrivato alle superiori e cominciavo a studiare letteratura italiana, inglese e francese, e più tardi anche russa. In particolare, in letteratura italiana e francese mi imbattei nella concezione cavalleresca e cortese del mondo e della donna.
Nella realtà sociale del mondo cortese, la donna era subordinata all’uomo, ma nella letteratura i rapporti erano rovesciati. Il cavaliere della lirica cortese e nell’epica arturiana, è al servizio della donna.
Il fatto che questo servizio fosse reso necessario dall’impossibilità della donna di provvedere a sé stessa, non viene esplicitato, perché ai contemporanei appariva del tutto ovvio.
In cambio, il cavaliere sperava di ottenere dalla donna ciò che si trova tra le sue gambe.
Cioè, no, non proprio. Stiamo parlando di una società in cui i sacri* matrimoni, di solito, erano combinati, e in cui il desiderio sessuale era destabilizzante e anche peccaminoso.
Non ci si sposava quasi mai per amore. Quanto al desiderio, i rapporti di forza permettevano al cavaliere, cioè ad un nobile con una spada, di ottenere cioè che stava tra le gambe di qualsiasi popolana, che lei lo volesse o meno. In fondo, lui era grande e grosso, aveva una spada tagliente e degli uomini armati al seguito. La scelta poteva essere tra aprire le gambe e farsi aprire la pancia.
In questa realtà non proprio allegra, l’ideologia cortese legava il cavaliere ad un codice, e al tempo stesso sublimava il desiderio: certo, Tristano ed Isotta compiono il loro adulterio, ma a prezzo dell’ostracismo sociale. Inoltre, almeno in Chrestien de Troyes e Nezami Ganjevi, l’amore si corona nel matrimonio, o non si consuma, ed è il cavaliere a dover provare di essere degno della Dama.
Il desiderio veniva controllato, idealizzando una donna che, nella realtà, non disponeva di autonomia.
Si tratta di un modello che mi affascina molto, perché, in un situazione completamente mutata, giustifica il fatto che le donne tendano a non concedere quello che vorrei da loro.
Solo che nella mia realtà, le donne disponevano di una superiorità reale. Possono fare benissimo a meno di un uomo, se vogliono. Sì, certo, la maggior parte delle donne sono attratte dagli uomini, ma la cosa non è di grande consolazione, laddove sono attratte dagli altri uomini.
Immagino che la mia parziale adesione al modello cavalleresco e cortese possa essere vista come una sublimazione del desiderio [“Fal, invece di passar serate a scrivere cazzate sul blog, esci, gira e trovati una ragazza”].
* come credente, la cosa mi fa incazzare. Quei preti che benedivano unioni non consensuali, spesso destinate alla violenza e all’infelicità, con un sacramento, compivano un atto sacrilego e bestemmiavano il nome dello Spirito Santo e l’Amore Divino. NO, non sto AFFATTO scherzando.