lunedì, maggio 19, 2008

"Kerakyatan yang Dipimpin oleh Hikmat Kebijaksanaan dalam Permusyawaratan."

Lo scrivo per darvi un'idea del tipo di cose che sto facendo in questo momento. La lingua è indonesiano.
Significa qualcosa tipo "Democrazia guidata dalla saggezza unanime dei rappresentanti del popolo" ed è una dei cinque principi (Panca Sila) della filosofia politica alla base dell'identità nazionale dell'Indonesia indipendente.

Ricordo a tutti che l'Indonesia è il più grande paese musulmano del mondo.


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categoria:cultura, politica, asia, pericoli per tua sorella, autoscontri di civiltà
mercoledì, maggio 14, 2008
Sabato 17 al Café au Livre a Padova, e Giovedì 22 al Materia-off a Parma, il sottoscritto assieme ad altri presenterà ABCdiario.
Lo so che questo blog non dovrebbe essere un coso pubblicitario, ma per ora le cose vanno così.
venerdì, aprile 04, 2008

Credo che questo commento meriti una risposta:

finalmente qualcheduno che ragiona come si deve.
Era ora di trovarlo.
Io mi domando,non diceva forse Napoleone:la mano che dà è al di sopra della mano che prende?
Non siamo noi industrialmente dipendenti dalla Cina?
Possibile che nonostante la crisi enorme che sta attraversando l'America,la sua deindustrializzazione,la sua incapacità a scegliere una strategia imperiale sensata,la gente che scrive sul 90% dei siti di controinformazione continua a vedere solo l'imperialismo made in u.s.a.?
In tutto il dopoguerra i prodotti made in u.s.a. sono stati la stragrande maggioranza,ora il made in u.s.a. sta venendo sostituito dal made in China,possibile che nessuno veda nella perdita del know how industriale dell'occidente un segno di decadenza e di dipendenza?
Mi domando come si fa a farlo capire a tutti quelli che oggi salutano il nuovo imperialismo cinese come ''una sfida all'imperialismo''?
Non è che per caso finirà come la presa di Singapore,in cui la superfortezza inglese con i cannoni puntati verso il mare fu presa dai giapponesi che arrivarono in bicicletta?
Non stiamo forse sottovalutando i popoli orientali,attribuendogli sempre il ruolo di vittime e mai quello di carnefici?
E soprattutto,come si fa a spiegare questo a quelli della controinformazione?

Anzitutto, grazie.
Io credo che la tendenza a vedere principalmente l'imperialismo americano dipende dal fatto, ovvio, che si tratta dell'imperialismo a noi più visibile. Ci sono bombe atomiche americane, non cinesi, a poche decine di kilometri da casa mia.
Sono gli Stati Uniti, non la Cina, che hanno tentato (senza di fatto riuscirci) di ridisegnare gli equilibri medio-orientali con un atto di forza imperialistico estremamente violento.
Indubbiamente, gli Stati Uniti non sembrano disposti a rinunciare tranquillamente al
potere mondiale di cui dispongono.
Quanto alla dipendenza dalla Cina, c'è, ma in un quadro che rende la Cina ugualmente dipendente dalla domanda globale; tant'è che continua a finanziare quel buco nero che è il debito americano, ovvero il tenore di vita e consumi al disopra delle proprie possibilità degli americani, perché questo tenore di vita manda avanti la stessa economia cinese.
Io
non vedo, invece, una perdita di know-how industriale in genere nei paesi occidentali. La vedo, questo sì, in Italia, a causa di scelte politiche idiote.

Per quanto riguarda le vittime e i carnefici, è indubbio che l'occidente abbia prodotto e raffinato per secoli un
progetto di dominio mondiale asservendo e rendendo dipendente il resto del mondo, saccheggiando e imponendo la propria superiorità tecnica ed organizzativa.
Questo non dipende da una qualche malvagità intrinseca dell'uomo europeo occidentale rispetto ai buoni e pacifici "orientali", tanto per cominciare gli "orientali" come entità concreta non esistono. La Cina ha avuto il suo imperialismo storico per secoli, e ha distrutto o assimilato o emarginato, grazie alla propria superiorità tecnica ed organizzativa, molte popolazioni non cinesi che vivevano in quello che oggi è il Sud della Cina stessa.
I Mongoli erano imperialisti e radevano al suolo le città conquistate. Gli Assiri devastavano le province conquistate. I giapponesi commisero crimini di guerra spaventosi contro i cinesi ed i coreani. Menelik d'Etiopia ordiva complotti e faceva giustiziare gli avversari, e Rabah, il leader della resistenza antifrancese nel Ciad, trafficava in schiavi. Gli Aztechi avevano trasformato il sacrificio umano in una specie di industria. L'India tradizionale aveva un sistema di oppressione castale che teneva milioni di persone in condizioni di vita tremende "perché sì".
I popoli colonizzati non avevano nessuna superiorità
morale intrinseca sui loro conquistatori, e a volte avevano delle proprie strategie imperialiste (l'Etiopia, ad esempio, nei confronti degli Oromo).
Questo
non rende più accettabili le aggressioni imperialiste, né l'ideologia che le giustifica adducendo una superiorità morale (in passato, anche razziale o religiosa) del conquistatore. Superiorità morale che non esiste.
Storicamente, negli ultimi due secoli, i popoli asiatici hanno prevalentemente subito la propria storia (con la rilevante eccezione del Giappone) e sono stati sistematicamente saccheggiati; il colonialismo inglese in India e il regime di semicolonia internazionale in Cina danneggiarono pesantemente le condizioni di vita di quei popoli,
a vantaggio di Europei, Nordamericani e in seguito giapponesi.
Per una serie di vicende che in Cina hanno molto a che fare con la fase maoista, mentre mi sono meno chiare per quel riguarda l'India, e soprattutto a causa dello sviluppo del capitalismo come integrazione globale dei mercati, questi due paesi sono riusciti a passare da periferie a centri dello sviluppo capitalistico,
senza che i centri pre-esistenti siano diventati per questo periferie.
Il punto è che nel capitalismo attuale, probabilmente, non esiste più uno sviluppo autocentrico, cioè, i diversi centri (pur essendo in competizione anche aspra) sono anche interdipendenti, e mi sembra ragionevole credere che necessitino di periferie dipendenti.
Per cui sì, l'Occidente dipende dalla Cina, ma non nel senso in cui il Mali dipende dalla Francia.

Io non penso che i "popoli orientali" (che, come tali, non rappresentano un'unità neppure ipotetica) siano da sottovalutare: è anzi evidente che non dovrebbero essere sottovalutati.
Ma nemmeno penso che esista una minaccia "orientale" da cui un non meglio definito "Occidente" o magari un'entità comunque vaga come "l'Europa" (lasciamo stare l'Italia; la scala di uno stato nazionale come l'Italia, in questa fase di sviluppo del capitalismo globalmente integrato, è semplicemente inservibile) dovrebbe difendersi. Teniamo infatti presenti che le fabbriche cinesi ed i loro bassi salari
sono necessarie al nostro tenore di vita.

giovedì, aprile 03, 2008
A parlare di Cina e Tibet, un primo problema si pone nel definire cosa sia la Cina e cosa sia il Tibet.
La cosa è di un certo interesse, dato che gli scontri, attualmente, avvengono anche nel Sichuan, ovvero in una provincia cinese che in parte non appartiene alla provincia amministrativa del Tibet, e solo nella sua parte occidentale e meno popolosa al più ampio Tibet storico.
Esistono zone del Sichuan occidentale, in cui la popolazione appartiene ad alcune delle numerose etnie tibetane, nel senso che parlano qualche lingua imparentata col tibetano e perlopiù professano il buddhismo lamaista tibetano. In passato, la parte occidentale del Sichuan, che in alcuni periodi costituì una provincia a sé stante, il Si-kang, ha fatto parte del Tibet.
La Cina è un grande crogiolo di etnie e nazionalità, così come lo sono stati l'Unione Sovietica e in misura minore gli imperi ottomano ed austriaco. La Cina, al pari dell'Unione Sovietica, ha una larga maggioranza della popolazione costituita dal popolo che ha creato e dominato l'impero: gli Han. E' difficile usare il termine "etnia" per descrivere gli Han, benché questo possa semplificare le cose. Gli Han sono una nazione, e non sono uniti da una religione e nemmeno, in senso stretto, da una lingua comune; il linguisti considerano il mandarino ed il cantonese lingue diverse, ma i parlanti entrambe sono Han, nutrono in generale uno stesso sentimento nazionale cinese e scrivono con gli stessi ideogrammi.
Molte popolazioni di origine, lingua ed usanze non cinesi sono state assimilate dagli Han nel passato; altre si sono spostate a sud, dando origine agli odierni Laos e Thailandia, e forse anche alla diffusione dei molti dei popoli che vivono negli attuali Viet Nam, Indonesia, Filippine, Malaysia, nelle isole del Pacifico e perfino in Madagascar. Pare infatti che le lingue, strettamente imparentate, parlate da malgasci, malesi, filippini, indonesiani e polinesiani abbiano avuto origine, così come il thai, il lao ed il viet, nel sud dell'attuale Cina.
Altre ancora, come gli Zhuang, che vivono nel Sud della Cina e parlano una lingua connessa col thai, sono rimasti, con qualche grado di autonomia, all'interno della Cina ma hanno mantenuto la propria specificità, che, in teoria, il governo cinese riconosce.
Fin qui, si parla di territori che fanno parte della cosiddetta "Cina propria" ovvero della regione che non solo ha una schiacciante maggioranza di popolazione Han, ma è storicamente, da secoli, parte dello Stato o degli Stati cinesi, della civiltà cinese, e ha espresso la propria cultura perlopiù in forme e solitamente in lingua cinese (sebbene gli Zhuang ed altri popoli, come i Bai, e naturalmente i Mancesi ed i Coreani, abbiano ed abbiano avuto proprie forme di scrittura ed espressioni di alta cultura in parte autonome). La Manciuria meriterebbe un discorso a parte: oggi è quasi completamente Han, e i restanti Mancesi, che io sappia, si identificano generalmente nello Stato cinese; tuttavia questa assimilazione è stata abbastanza recente e la regione non fa parte della Cina imperiale storica: il motivo per cui oggi appartiene alla Cina è che i Mancesi conquistarono la Cina nel 1644, e non il contrario.

Tuttavia una parte sostanziale del territorio dell'attuale Repubblica Popolare cinese, ovvero le tre province autonome di Mongolia Esterna, Tibet e Xingjiang e la provincia del Qinghai, non appartengono alla Cina propria. Sebbene queste aree abbiano antichi legami storici con la Cina, non partecipano della millenaria civiltà cinese. Hanno elaborato infatti tradizioni e modelli autonomi, ma all'interno della cultura centro-asiatica. Se la Cina ha elaborato il Taoismo ed la filosofia confuciana, queste regioni hanno invece adottato in genere, il buddhismo o l'Islam. Nel caso del buddhismo, poi, ne hanno sviluppata una forma propria, nata in Tibet e diffusa anche tra i popoli mongoli, il lamaismo. Al pari della Cina stessa, queste terre sono state conquistate ed unificate in un impero sovranazionale da un popolo nomade, i Mancesi.
Mentre la Cina storica era essenzialmente la nazione degli Han, salvo minoranze, l'impero mancese della dinastia Qing era un impero sovranazionale e universale del tipo di quelli ottomano, austriaco e russo.



giovedì, marzo 13, 2008
Fino a pochi minuti fa, in autobus, avevo delle idee brillanti da scrivere.
Non ce le ho più.
C'è un film che dovete vedere: Persepolis, di Marjane (o Marjan, non sono sicuro; questioni di traslitterazione, i francesi tendono a soggiogare qualsiasi altra lingua alla loro delirante ortografia) Satrapi (accento sull'ultima, vi prego; il prossimo che sento dire "satràpi" invece del corretto "satrapì" mi potrebbe irritare). Tratto dall'omonimo fumetto, che è il miglior fumetto degli ultimi anni che io conosca, Giappone e Corea del Sud esclusi (in Corea del Sud, mi dicono, stanno uscendo dei manga meravigliosi, ultimamente).

C'è un libro che dovete leggere: "Islampunk" (pessima ma comprensibile traduzione del titolo originale inglese, The Taqwacores, piuttosto arcano ai più, da queste parti; forse chi mi legge sa cos'è la taqwa, ma l'"italiano medio" no.) di Michael Muhammad Knight.
Non vi dico niente, per ora. Ma voi leggetelo.
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categoria:cultura, cinema, affetti, s ljubovju vspominat
lunedì, febbraio 04, 2008
C'è qualcuno che mi fa notare che non dovrei permettermi di criticare Oriana Fallaci (che era una Intellettuale™ ed una Grande Scrittice®) dal momento che non ho perso tempo e serenità mentale a leggere i suoi libri.
In linea di principio, è un'idea sensata: non si critica quello che non si conosce.
Ma c'è anche da dire che, in un mondo dotato di logica, l'islamologia italiana avrebbe di meglio da fare che dedicarsi al debunking della Fallaci, se non altro per via della celebre Teoria della Montagna di Merda.
In base alla Teoria della Montagna di Merda, spalare la merda di una qualsiasi stronzata x, (cioè farne il debunking) richiede sempre una quantità di energia (nonché tempo, denaro e bruciore di stomaco) tale che E>e, dove e è la quantità di energia che un patetico cazzaro impiega ad ammucchiare la stessa quantità di merda. Corollario: data una stronzata qualsiasi x ci sarà sempre un numero n>1 di idioti disposti a dedicarle la propria vita. Si può anche congetturare che E>
en , direi a naso.

In una discussione qui, che Uriel riprende qui, saltano fuori degli spunti interessanti.
Il punto è che "le persone serie" dovrebbero rifiutare il dibattito con i cialtroni, per non dare spazio alle loro cazzate.
Uriel fa l'esempio del creazionismo. I biologi seri dovrebbero rifiutare di discutere con dei creazionisti, perché questo, di fronte ad un'opinione pubblica poco competente in materia, dà solo legittimità alla parte cazzara, in questo caso i creazionisti, ponendosi sullo stesso piano a livello di dibattito; so che esiste un discorso simile riguardo il negazionismo della Sho'ah.
E' lo stesso motivo per cui, in media, nessuno si mette a discutere con chi teorizza la Terra piatta. Non ritrovo il link, ma vi giuro che esistono. In Occidente, nel 2008, ci sono persone che fanno della Terra piatta ed immobile al centro dell'universo una ragione di vita. All'inizio non ci credevo nemmeno io.
In nessun dibattito televisivo troverete un astronomo che dibatte un terrapiattista.

Io, e voi, non abbiamo bisogno di andare a leggere le pubblicazioni terrapiattiste per sapere che si tratta di cialtronate. Sappiamo tutti che la terra è un sfera¹. Qualsiasi astronomo o geologo serio avrà di meglio da fare che leggere i libri sulla Terra Piatta (se esistono) per poi prendersi la briga di smentirli in pubblico. E' un lavoro fastidioso, ingrato e probabilmente inutile, anche perché credo di poter presumere che i fautori della Terra Piatta siano già prevalentemente refrattari a qualsiasi argomentazione razionale.
Se io so che il libro XYZ del tale Caio sostiene la Terra Piatta, tendenzialmente dedicherò il mio tempo ad altro. Se fossi un astronomo, in quel tempo potrei scoprire una supernova, magari.

Adesso, diamo per pacifico che le idee della Fallaci stanno all'islamologia come la Terra Piatta sta all'astronomia e alla geologia, o il creazionismo alla biologia. Non è così intuitivo, per varie ragioni che forse spiegherò in un altro post, ma quello che mi preme è che voi non avete mai assistito ad un dibattito tra un fallaciano ed un islamologo serio, tranne qualche raro caso come quello di Tariq Ramadan² ad Ottoemezzo, in cui Ferrara (il fallaciano) era il conduttore. Avete assistito a situazioni in cui i fallaciani se la cantavano più o meno da soli, magari interrogando adolescenti marocchine intimidite. Chissà perché, Paolo Branca, uno degli islamologi mediaticamente più esposti, non si vede spesso in TV. Del resto, ha di meglio da fare, tipo studi seri sull'Islam.

Il punto è proprio questo. Ci si può permettere di rifiutare il dibattito con l'equivalente per la propria disciplina della teoria della Terra Piatta, laddove questa, ridicola per qualsiasi addetto ai lavori, è dominante nel discorso pubblico?

¹ Ok, ok, lo so. È un geoide. Ma mi accontento che la casalinga di Voghera afferri la faccenda della sfera. 
² Strettamente parlando, Ramadan è un islamologo abbastanza sui generis, nel senso che oltre ad essere uno studioso competente, è il sostenitore di un certo pensiero e di una certa visione dell'Islam, dal suo interno.
venerdì, gennaio 25, 2008
Rosa mi passa la palla, e grazie per la simpatia... Si tratta di indicare un libro sulla Sho'ah.

Non è una domanda facile. Sarebbe fin troppo semplice citare "Se questo è un uomo" di Primo Levi e chiuderla lì, ma appunto perché è così semplice, non voglio farlo.
Premetto che non sono un esperto di Sho'ah e in generale conosco meglio il mondo (i mondi) musulmani che quelli ebraici.
Di "Essere senza destino" di Imre Kertesz parlo (non abbastanza) qui, ma non penso si possa considerare il miglior libro sulla Sho'ah.

Ho già scritto quale credo che sia il messaggio e l'insegnamento della Sho'ah, e, Rosa mi perdoni, sono un fautore della sua "normalizzazione". E' bene che mi spieghi meglio, perché detta così la mia posizione potrebbe essere fraintesa.
Credo che la Sho'ah non sia nata nel vuoto, non sia stata un'esplosione improvvisa di sistematica follia omicida.
Al contrario esisteva, da decenni, un teoria, ed in qualche misura anche una prassi, che ha permesso, costruito, legittimato quegli eventi spaventosi. Un virus che è cresciuto lentamente.
C'è un filo che unisce lo sterminio dei Nama e degli Herero, degli Armeni e che arriva al progetto di annientamento del popolo ebraico. Auschwitz comincia nel  Congo di "Cuore di Tenebra".
Questo filo lo mostra benissimo Sven Lindquist in libro che mi ha molto colpito, "Sterminate quelle bestie", che però non definirei un libro sulla Sho'ah; in effetti, è un libro sul colonialismo.

Io credo fermamente che l'orrore della Sho'ah debba essere ricordato, e specialmente per un motivo, ed il motivo l'ha detto meglio di me Primo Levi: "E' successo, vuol dire che può succedere ancora".
Che il Male Assoluto è sempre una possibilità dell'umano, e contro questo occorre essere vigili. Una cultura che legittima lo sterminio, che è capace di coinvolgere un intero popolo nell'annientamento di un altro, com'è accaduto poi in Ruanda, può sempre emergere e risvegliare il diavolo.

Però, da buon arabista, il libro che segnalerò è un altro; "Il settimo milione" di Tom Segev, giornalista e storico israeliano. Un testo che mi ha commosso fino alle lacrime.
Il libro non parla dell'Olocausto; fa la storia della memoria della Sho'ah in Israele, e mostra come questa memoria abbia condizionato in maniera decisiva la storia d'Israele, e la percezione che gli israeliani hanno del proprio stato, ma in modi diversi e complessi, che forse non sospetteremmo. Non si tratta di denunciare l'uso politico della memoria, anche se questo c'è stato; difficile definire altrimenti Menahem Begin che dichiara, prima dell'invasione del Libano che porterà a Sabra e Chatila: "Credetemi, l'alternativa è Treblinka".
E leggendo il libro di Segev, non ho dubbi che ne fosse sinceramente convinto.

Mi resta da passare la catena.
A Erika, così scrive qualcosa.
A Khadija, che, sono sicuro, mi saprà stupire.
A Lisa,
perché sono veramente curioso di sapere che libro citerà.
A Vincenza di Marginalia.
Ad Alessio.

E poi a chi vuole, s'intende.



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categoria:cultura, letteratura, affetti
domenica, dicembre 16, 2007

Abbiamo visto nel post precedente che il "libero mercato" non ha nulla di "naturale". Esso si fonda su convenzioni giuridiche ed economiche stipulate implicitamente all'interno della società, e che queste rendono possibile lo scambio e l'accumulazione, l'investimento, il commercio, il formarsi o meno di monopoli, le modalità di sfruttamento del lavoro e delle risorse, lo stesso concetto di merce.

Lo stesso vale per il diritto "naturale". E' possibile ammettere l'esistenza di un diritto naturale come atto di fede, ed indubbiamente le stipulazioni giuridiche sono o dovrebbero essere razionali, ma non sono naturali. Dato che viviamo in una società basata sul mercato e sul diritto, questa società crea un'ideologia che legittima come naturali ed ovvie le convezioni che li fondano.

Lo Stato, in generale, e lo stato burocratico e nazionale in particolare, sono ugualmente delle convezioni difese da una ideologia che in passato era ideologia religiosa ed in seguito fu ideologia razionalista o nazionalista. Non c'è niente di intrisecamente razionale nell'idea di Stato, anche se è razionale il baratto contrattualista "libertà contro sicurezza". Razionale ma non necessario né inevitabile.

Non c'è assolutamente niente di intrisecamente razionale nel concetto di nazionalità. Le nazioni sono fatti (anche nel senso di costrutti) storico-politici. Inoltre, dovrebbe essere chiaro che l'etnia e lo Stato eventualmente basato su di essa lavorano in feedback, ossia, sono gli Stati a creare le nazioni attraverso un capillare processo di indottrinamento ideologico a partire dall'istruzione obbligatoria di massa nella lingua nazionale. Questo processo è possibile grazie ad uno stato macchina burocratico la cui formazione secolare conosce una prima una svolta importante nella Francia di Enrico di Borbone, alla fine del Cinquecento. Le diverse etnie della Francia divennero col tempo una sola nazione unita dalla comune fedeltà allo Stato, e che si esprimevano nelle loro relazioni politiche in quello che era stato in origine il dialetto dell'area di Parigi; anche se a casa parlavano (e parlano) bretone o provenzale. Non c'era niente di inevitabile o necessario nel fatto che la lingua germanica dell'Olanda sia diventata una lingua nazionale letteraria codificata, e quella dell'Alsazia no (o almeno non altrettanto). Questo fenomeno richiese secoli e si compì solo quando la tecnica moderna, l'urbanizzazione e la concentrazione produttiva generata dalla rivoluzione industriale capitalistica resero possibile la leva, l'istruzione di massa e l'irregimentazione dei lavoratori nelle fabbriche, nei partiti e nei sindacati.

Quando cioè, alla fine dell'Ottocento, le nazioni europee smisero di essere società prevalentemente agricole e provinciali, mentra la forza della borghesia e del nazionalismo spazzava via gli ultimi resti del decentramento feudale, accentrando l'amministrazione e la popolazione e mettendo tra l'altro a disposizione del capitale industriale e finanziario masse enormi di contadini trasformati in proletari. L'accumulazione capitalistica (assieme alla rapina colonialista, gestita a lungo per mezzo e a favore di compagnie private) metteva a disposizione dello Stato la base imponibile necessaria per costruire ed allargare il suo apparato amministrativo, repressivo e sociale, che portava avanti la nazionalizzazione.

Alcune aree opposero a questo una strenua ed implacabile resistenza, specialmente di fronte a Stati deboli: il Moloch nazionalista avanzò vittoriosamente in Francia, Germania ed Ungheria, e più tardi in Turchia; in Spagna non riuscì mai ad avere ragione dei Baschi (che adesso hanno il loro analogo apparato in miniatura) né, nel Regno Unito, degli Irlandesi (caso un po' particolare, dato che in certa misura l'Irlanda potrebbe essere visto come una colonia inglese). Non so sia un caso che l'ideologia di resistenza di questi due popoli fosse basata su un feroce attaccamento al cattolicesimo.

Un storia simile potrebbe essere raccontata per la resistenza implacabile dei Kurdi alla nazionalizzazione in Iraq e Turchia, (al contrario della loro relativa integrazione in Iran e Siria) nonostante i mezzi di estrema violenza coercitiva adottati da questi Stati-macchina nazionali.

Integrare chi era integrabile nella struttura produttiva dell'appartato statale e capitalistico: distruggere chi non lo era, culturalmente ed al limite fisicamente: ecco che il Moloch concepisce e porta avanti, dalla Tasmania in poi, il genocidio.

Ecco che la costruzione della nazione degli Stati Uniti procede mediante la distruzione della popolazione nativa non assoggettabile al sistema, e lo sfruttamento sistematico della sua terra, in buona parte per l'allevamento capitalistico su larga scala di bovini da carne. Al tempo stesso, gli immigrati (bianchi) provenienti, a milioni, dall'Europa e dall'Impero Ottomano sono integrati nel capitalismo urbano, scolarizzati in inglese e nazionalizzati più o meno completamente nel melting pot.

Ecco che il nazionalismo turco passa per il genocidio armeno. E che la caparbia ostinazione di Ebrei e Zingari ad essere sé stessi nell'Europa degli Stati nazionali porta al risultato mostruoso che conosciamo, al Moloch supremo dell'organizzazione capitalistica, razionale e spersonalizzata della produzione di morte e nella consuzione dei corpi nel fuoco, dopo averne impiegato ogni particella utile. Un'amministrazione burocratica efficiente e concentrata messa al servizio della morte come fine in sé.

Non forse è un caso che noi chiamiamo "Olocausto" quello che per gli Ebrei è la Sho'ah: l'Olocausto era il sacrificio in cui la vittima era interamente bruciata. Come nella fornace del ventre di ferro di Moloch.

domenica, dicembre 16, 2007

Malgrado la sua voracità oppressiva, il sistema dei templi dei palazzi e degli imperi dell'Età del Bronzo, crollato sotto il suo stesso peso e per l'invasione dei Popoli del Mare, dei Frigi, degli Aramei e degli Israeliti, non era un Moloch.

Gli mancavano la potenza tecnica, la coscienza ideologica, la burocrazia moderna ed il capitale. Fino all'età persiana, non esisteva neppure la moneta.

Inoltre, anche se gli Stati cittadini o imperiali innescavano la corrosione della solidarietà gentilizia e familiare, questa non venne mai meno, né ci fu mai un tentativo cosciente di spezzarla. La burocrazia scribale registrava i capifamiglia, il diritto consuetudinario rimaneva prevalente malgrado i codici di Ur-nammu o di Hammurapi, che del resto vi si ispiravano largamente, e che comunque avevano un intento più celebrativo ("io sono il re giusto") che legislativo ("dovete fare così").

L'accumulazione avveniva soprattutto tramite le tasse, pagate anche in natura o in lavoro (che potevano essere mascherate da offerte religiose), e mancava completamente una logica di investimento, se non ad un livello piccolissimo. L'usura esisteva e conduceva di norma all'asservimento; contro questo processo furono redatte le norme del Codice dell'Alleanza nel libro dell'Esodo, che istituivano gli anni sabbatici e giubilari. Ricordiamo che gli Ebrei nasconono come contadini in fuga dalla servitù per debiti, secondo una probabile etimologia.

Il Moloch ha bisogno di una burocrazia capillare, di un apparato statale esteso che detenga il monopolio della violenza legittima, e per questo ha ancora più bisogno di qualsiasi altro sistema politico di una ampia ideologia legittimante.

La legge del taglione poteva essere sancita dai codici babilonesi, ma non era necessariamente compito delle autorità statali babilonesi applicarla; perfino nella shari'a ( ma non nelle sue applicazioni moderne negli Stati nazionali in cui è in vigore) aspetti di quello che noi chiameremmo diritto penale erano visti in termini di diritto privato e rapporti tra famiglie allargate.

Questo apparato crea un sistema di convenzioni giuridiche che lo legittimano e rendono possibile il capitalismo: nessuna accumulazione di capitale è possibile senza una moneta unica garantita dal potere statale, ed il cui valore è fatto accettare dalla forza dello Stato stesso. E' lo Stato ed il diritto positivo che produce a dare forza e valore ai contratti. E' la legge dello Stato a definire che si può vendere come merce, ad esempio, la forza lavoro ed il tempo di un essere umano, ma non l'essere umano in sé* (o al contrario, che questo sia possibile**).

E' la legge a decidere che la terra sia liberamente vendibile, e che la superficie del mare invece non lo è (per ora); a noi pare normale, ma per i nativi americani dell'Ottocento vendere la terra era una follia blasfema ed inconcepibile.

* Questo è in parte possibile in un caso, anche se la nostra ideologia non lo percepisce come una compravendita: le adozioni internazionali. Il fatto che per noi non ci sia compravendita non vuol dire nulla: in molte società, essendo la terra concepita come inalienabile (come per noi gli esseri umani) gli scambi di proprietà terriera venivano codificati ad esempio come contratti di adozione: è il caso dei testi cuneiformi dell'archivio di Nuzi, in Iraq.

Nemmeno il fatto che l'"acquirente" non agisca in vista di un utile economico o in un logica di investimento, è rilevante. La relazione non è in nessun modo di natura schiavile. Quello che è "comprato" non è un "uomo" ma un "figlio", ma la sostanza non cambia. Sia chiaro però che io non ho nulla contro le adozioni internazionali in sé. Voglio solo mostrare come funzionino certi meccanismi.

** L'eliminazione della schiavitù giuridica permette al capitale di monetarizzare il rapporto di lavoro, ed è quindi funzionale ad espandere la sua sfera d'azione, indipendentemente dal fatto che le condizioni lavorativa siano più o meno "schiavistiche". In senso proprio, la schiavitù è una relazione giuridica e non  riguarda la natura e le condizioni del lavoro: gli schiavi personali di personaggi potenti potevano vivere in condizioni infinitamente migliori di quelli della maggior parte dei popolani giuridicamente liberi, o addirittura, nel caso dell'Egitto dei Mamelucchi, rappresentare la classe dominante.

domenica, dicembre 16, 2007

Il Capitale ha bisogno dello Stato. E non di un qualsiasi Stato, ma di uno Stato-macchina del tipo europeo moderno. Per una serie di fenomeni storici complessi, questo tipo di Stato è diventato anche uno Stato nazionale.

Anche in passato l'economia era strettamente legata alla politica. Oltre lo stadio elementare del piccolo baratto, lo scambio e l'accumulazione necessitavano di strutture politiche spersonalizzate su larga scala. Pensate all'organizzazione che poteva essere necessaria, quasi cinquemila anni fa, per portare le pietre dure estratte in Afghanistan fino alle città sumere in Iraq.

Questo commercio era amministrato, con dotazioni fornite dal palazzo reale e dal tempio cittadini, tramite mercanti che dipendevano da essi. Una volta arrivati a destinazione (di solito un luogo di intermediazione, e non il lontanissimo centro di produzione della materia prima) è probabile che lo scambio in sé avvenisse sotto forme ideologiche dello scambio di doni.

Dal punto di vista sumero, i "Barbari" fornivano le materie prime al centro del mondo, per glorificare i loro dei. lapislazzuli, stagno, cedri del Libano, servivano alla costruzione dei loro templi. Gli scambi erano resi possibili dall'accumulazione di risorse locali attuata dai grandi sistemi redistributivi controllati da templi e gestiti dal palazzo. I sistemi redistributivi e di accumulazione dell'età del Bronzo rubavano ai poveri per dare ai ricchi, e si imperniavano in una inscidibile unità di religione, economia e politica. Erano sistemi generalmente impersonali, almeno nella sostanza, rispetto ai quali le solidarietà familiari allargate da un lato si corrodevano (la cosa è testimoniata in modo eccellente dai contratti e dai testi giuridici riguardo l'eredità, e ne resta una traccia perfino nel Quarto Comandamento: era necessario dire "onora il padre e la madre" in un'epoca in cui questo non era più scontato) e dell'altro potevano fornire, se non una resistenza, quantomeno una viscosità rispetto al sistema.

I conflitti tra le città cananee e filistee ed i primi Israeliti, che si trovano nei libri di Giosuè e dei Giudici, spogliati dei loro elementi tardi e leggendari, raccontano anche la storia di un conflitto tra due poli d'aggregazione, i Palazzi reali cittadini e le tribù basata sulla solidarietà di clan epressa nel codice delle relazioni genealogiche (che potevano essere all'occorrenza riformulate, come accade a anche oggi tra i beduini, in funzione di rivalità ed alleanze).

sabato, dicembre 15, 2007

Il Moloch divora le sue vittime nel fuoco. Il Moloch esige un tributo sacrificale e impone che ci si inchini davanti a lui, lo si adori e gli obbedisca. Il Moloch è una grande statua di ferro nel cui ventre insaziabile c'è la fornace dove bruciano le vittme, e le vittime sono quanto vi è più di più caro: i neonati innocenti.

Il Moloch sfrutta e distrugge nel fuoco il lavoro e la vita dei suoi schiavi. Egli è il Padre, il Padrone ed il Re, e quindi incarna anche etimologicamente queste tre figure archetipe di potere: sociale, economico, politico.

Non è un caso, forse, che nell'Africa romana Baal, il dio a cui si offriva il molk, (anche se il molk storicamente non era un sacrificio di neonati vivi) fosse identificato con Saturno-Kronos, il dio padre-padrone che divorò i suoi stessi figli.

Nel Moloch si fondono il la Famiglia, il Capitale e lo Stato. Simul stabunt, simul cadunt.

La vittima del Moloch era, secondo la Leggenda Nera anti-punica, prima sgozzata, dissanguata ed infine bruciata e consunta dalle fiamme.

Il Moloch ed il suo tophet dominano sulla discarica, sul regno dell'impurità, della morte e della consunzione. A Gehenna si lasciavano cadaveri e rifiuti.

Il Moloch stabilisce un ordine la cui violazione è distruzione, e le sue fiamme sembrano promettere purezza; ma attorno al suo idolo metallico tutto è pianto e confusione, che il rullo dei tamburi ed il suono dei flauti fatica a coprire.

Sulla desolazione regna il Moloch, accumulando e consumando.

 

sabato, dicembre 15, 2007

Nell Bibbia, Moloch era un Dio cananeo al quale si offrivano immondi sacrifici di bambini. I Cananei, per come li conosce (se mai li conosce) l'Occidentale Medio erano un popolo della Palestina nemico degli Ebrei che fu da loro sconfitto. In realtà i Cananei erano semplicemente gli abitanti della Siria, del Libano e della Palestina che parlavano cananaico, tra cui gli Ebrei ed i Fenici. La lingua punica e la lingua ebraica sono in origine solo due dialetti del cananaico.

Ho già parlato tempo fa delle vicissitudini di questi popoli. Non è importante tornarci adesso.

Moloch è quasi sicuramente una lettura alternativa o un derivato della parola cananaica molek,  strettamente connessa con melek, (melekh nella pronuncia ebraica attuale), corrispondente all'aramaico melk e all'arabo malik, e che significa "re" e viene dalla radice MLK, attestata fin dalle tavolette di Ebla, in Siria, verso il 2300 a.C., radice che ha il senso di "governare"  ma anche quello di "possedere".  Il Dio cittadino di Tiro, città fenicia, si chiamava Melqart, contrazione di Melek-Qart, "Re (o signore) della città" ed era identificato con Baal, mentre la divinità tribale e nazionale degli Ammoniti della Giordania si chimava Milkom.

A Moloch, sembra, erano sacrificati bambini in santuari detti tophet, in Canaan e a Cartagine. La questione è discussa. L'usanza fenicio-punica sembra essere stato un rito a Baal (divinità spesso associata al toro o al vitello, come l'Api egiziano ed il Vitello d'Oro dell'Esodo) detto molk, ma non è chiaro se si trattasse di un sacrificio di bambini o di una particolare sepoltura sacra (con cremazione) per i neonati morti, tesi per la quale propendono molti studiosi. E' possibile che il dio Moloch biblico sia un fraintendimento del nome fenicio del rituale, fraintendimento agevolato dai molti nomi divini dell'area che contenevano la radice MLK.

Indubbiamente i sacrifici umani non erano sconosciuti nel mondo cananaico: basterebbero a dimostrarlo la storia di Abramo e quella di Jephte. Però è altamente probabile che, come è documentato per la Grecia, per Roma e per l'India vedica, si trattasse di residui arcaici e che, per quanto riguarda Cartagine, questi sono stati amplificati a dismisura dalla propaganda anti-punica dei Greci e dei Romani; la storiografia greco-romana, ostile ai Cartaginesi, rappresenta la maggior parte della documentazione in nostro possesso.

Il tophet di Gerusalemme era in un luogo chiamato Gehenna, nome tanto infame da divenire sinonimo di Inferno. Moloch è passato a noi come un idolo falso e crudele che esige sangue e cenere degli innocenti. Il suo nome, carico del senso di "re-padrone", di "tiranno ingiusto", ha preso la connotazione di un mostro vorace e crudele.

Anche se malik in arabo può essere un attributo divino, nella tradizione musulmana il termine tende ad avere, applicata ai re umani, un senso negativo. Malik  è di solito il re non musulmano, e quindi usurpatore dell'autorità divina, tirannico ed ingiusto, mentre per il sovrano musulmano si preferisce sultan, che indica un potere politico legittimo.

Infatti nella radice MLK, oltre alla senso di "potere" vi è quello di "proprietà", in arabo mulk, ed il re-padrone, che tratta i sudditi come schiavi (mamluk, participio passivo dalla stessa radice) è nell'Islam un tiranno ed un oppressore.

Ecco perché mi sembra appropriato chiamare MOLOCH il sistema tirannico che unisce il moderno Stato-macchina e l'appropriazione capitalistica del profitto: le due corna dello stesso Vitello d'Oro, del Minotauro che divora le sue vittime.

 

sabato, dicembre 15, 2007

"Uccide più la famiglia che la mafia" diceva il procuratore di Verona un po' di tempo fa.

"Che ho a che fare con te, donna?" dice Gesù Cristo a sua madre iniziando la sua missione in Galilea.

Oggi sul sito della Repubblica vedo: "Donna uccide il figlio di sette anni" "Disoccupato ha assassinato la moglie e la figlia e ha tentato di togliersi la vita".

E' ora di dire BASTA. E' ora di abolire il matrimonio, le convivenze, le coppie, e soprattutto di piantarla con questa attitudine irresponsabile di affidare i bambini che rappresentano il futuro della società alla coppia di donatori dei loro geni.

Ovviamente sto esagerando. Fare una cosa del genere è semplicemente impossibile a meno di non instaurare una dittatura totalitaria di un tipo che avrebbe fatto impallidire Pol Pot.

E credo che nessuno lo vorrebbe. Lo vorremmo? Io no.

Comunque. E' ora di dire basta. E' ora che si riconosca la difesa della Sacralità dell'Istituto familiare tra i Valori Cristiani dell'Occidente che Lavora per la grandissima cazzata pericolosa che è.

Sposatevi, accoppiatevi, convivete, fate figli, ma non chiamate tutto questo un  Valore Fondante, non copritelo nelle nebbie di un'ideologia oscurantista.

La famiglia non è un valore e non porta, né contiene, valori. La famiglia è un'istituzione giuridica e sociale. Come tutte le istituzioni si può modificare. E si modifica. La famiglia nucleare a figlio unico in un condominio di Milano è un'istituto completamente diverso dalla famiglia patriarcale di Montegranaro sessanta anni fa. Ha un ruolo economico e sociale, ed anche uno statuto giuridico, lontanissimo.

La Sacra Famiglia Astratta è una cazzata mistificatoria.

Mi irrita un po' che la MIA Chiesa sia la principale fonte di fuffa in materia.

Le famiglie nucleari sono atomi instabili nel fluido che si chiama società moderna, e che assicurano quel minimo di precaria stabilità agli individui alienati, una camera di compensazione per la frustrazione e la basilare solitudine che il Moloch Stato-Capitale ci impone come condizione esistenziale.

Per questo la famiglia nucleare è necessaria al Moloch, è il suo alibi. Mentre il Moloch aborre la solidarietà familiare allargata come quella che sopravvive tra i Rom ed in poche altre comunità, e che sottrae risorse alla sua accumulazione di tasse e lavoro.

Questi falsi appigli diventano sempre più scivolosi man mano che il flusso più rapido del fluido surriscaldato conduce via gli individui, li allontana, spezza le labili molecole che sono i nuclei, o li porta alla tragica implosione.

In cui a perdere è spesso la parte debole. Il figlio o la donna.

Mentre l'ideologia mistificante, suonata dalle grancasse della Chiesa ufficiale asservita e traditrice e dei sicofanti atei devoti, seguiti da tutto il coretto dei giornali e delle TV, glorifica i Valori dell'Occidente che Lavora nella Sacralità della Famiglia® (rubo ad Uriel).

Ma che se ne vadano affanculo.

UPDATE: Questo post di Yupa è DA LEGGERE ASSOLUTAMENTE. Anche se è un po' lungo, merita davvero.

lunedì, dicembre 10, 2007

La vicenda mi tocca da vicino, in quanto apprendista islamologo.

Colgo l'occasione per smentire certe voci bizzarre che circolano sul mio conto. Sono studente di arabo a Venezia, ma non faccio l'islamologo come lavoro, sia perché al momento non svolgo nessunissima attività retribuita, per conto di nessuno, e sia perché fare l'islamologo non è un lavoro e non esiste un albo degli islamologi certificati. Io sono uno studente (e non sono fuoricorso).

Questo è il post di Paniscus, ed accolgo con piacere la proposta di diffonderlo per smascherare un probabile cialtrone.

Ci sono alcune cose da dire. Intanto, "islamismo" in italiano può significare due cose: è un sinonimo, un po' fuori moda, di Islam, nel senso di "religione dei musulmani"; e può indicare la moderna ideologia politica e sociale che si richiama all'Islam (ma non è l'Islam, così come la Democrazia Cristiana non è il cattolicesimo) e che perlopiù è stata sviluppata negli anni Sessanta da Ruhollah Khomeyni, Abu 'Alà Mawdudi e Sayyid Qutb, con antecedenti che arrivano forse al regno del sultano ottomano Abdülhamid, alla fine dell'Ottocento. In questo caso si parla di islamismo politico, Islam politico o anche fondamentalismo islamico*. Nessuno studioso serio che non sia musulmano penserebbe di qualificarsi come "docente di islamismo".

Perché si qualificherebbe come qualcuno che insegna i principi dell'Islam politico, o al limite della religione musulmana. Come dire che uno studioso di Marx sia definito professore di comunismo.

Esistono nelle università italiane (almeno nella mia) corsi  di islamistica. Si tratta dello studio dell'Islam fatto (solitamente da non musulmani) per scopi scientifici (e non dai musulmani per scopi religiosi) ed è una branca dell'orientalistica.

Un sinomimo più chiaro di Islamistica sarebbe Islamologia. Chi studia l'Islam, in italiano, si può chiamare sia islamista che islamologo, ma il guaio è che islamista ha anche il senso di "seguace dell'Islam politico".

Io preferisco parlare di Islamologia e di islamologi, ma fate come volete.

Non è escluso che un islamologo tema e disprezzi l'oggetto dei suoi studi. Molti dei primi orientalisti studiavano l'Islam (o altre civilità orientali) per aiutare le proprie a nazioni a stabilire e perpetuare la dominazione coloniale su quei territori. Perfino il grande Massignon, che non odiava né temeva l'Islam, collaborò con le autorità coloniali francesi. Del resto, un microbiologo difficilmente ama i microbi patogeni che studia, anzi in genere li studia per trovare un modo di combatterli.

Tuttavia, faccio fatica a credere che un islamologo serio** possa fondare il suo giudizio sull'Islam sulle ultime opere di Oriana Fallaci, per il banale motivo che queste opere, dal punto di vista della conoscenza sull'Islam, sono vuoto pneumatico intellettuale, confezionato in uno stile letterario accattivante.

Tanto per essere chiaro, penso che lo stile della Fallaci sia l'equivalente in letteratura di un concerto dei Korn ascoltato tra due casse amplificatrici da sessanta megawatt messe a distanza ravvicinata, e a me i Korn non piacciono. Però è uno stile che sa usare fottutamente bene, e ammetto che possa piacere. Non a me, però.

Ora, questo Silvio Calzolari è indubbiamente un orientalista, dato che pare abbia pubblicato qualcosa riguardo al Giappone. E non escludo affatto che nel tempo libero si legga Bausani o (glielo auguro) Abu Zayd, e si faccia una cultura sull'Islam.

Però vi devo svelare una cosa: il Giappone non è un paese musulmano, non ha nessuna storia significativa di presenza musulmana (qualche musulmano vive anche lì, beninteso, ma poca cosa) e averlo studiato non fa di un ammiratore di Oriana Fallaci un islamologo. Ne fa un nipponista. Non so cosa diamine debba fare uno per diventare docente di "islamismo", ma so che per diventare docente, o studioso, di islamistica, occorre studiare l'Islam.

E dopo averlo fatto, si avrà certamente il diritto di mantenere qualsiasi irrazionale pregiudizio idiota nei confronti dei musulmani (contro la stupidità neanche gli dei possono nulla; credo fosse Schiller) ma difficilmente si resterà ammiratori di Oriana Fallaci, competente come scrittrice ma non certo come islamologa.

* Di fatto non tutto l'Islamismo politico è fondamentalista, ma nell'uso corrente le due espressioni tendono a coincidere. Esistono pensatori e dottrine "islamiste" che non si rifanno ai tre pensatori citati, ma rivendicano comunque un ruolo dell'Islam nello spazio politico pubblico.

** E' probabile che se Calzolari fosse un vero islamologo di un qualche spessore, ne avrei sentito parlare. Non pretendo di conoscere tutti gli studiosi del mio campo attivi in Italia, ma insomma, una citazione, un articoletto, una chiacchera di facoltà... quelli importanti credo di averli almeno sentiti nominare tutti, in sei anni.

lunedì, novembre 19, 2007

Da qualche mese, seguo con interesse, e spesso lascio commenti, sul blog Kelebek, tenuto da Miguel Martinez.

Ultimamente, sono rimasto coinvolto in una bizzarra discussione nel thread di commenti ad un suo post.

Kelebek funziona, in parte, più come un forum di discussione che come un blog.