venerdì, novembre 13, 2009
Non vado più spesso sul sito delle Malvestite: i flame mi annoiano da morire.

Ma stavolta mi sono proprio divertita a leggere le reazioni indignate delle carampane di Betty Moore e/o di Carmen Consoli alla sensazionale notizia che la Cantantèssa abbia un passato ciellino.

Sensazionale notizia vecchia quasi di cinque anni,  però.

Intendiamoci, non ce l' ho con Betty Moore. Lei è abilissima a postare due o tre notiziuole (magari invecchiatelle)  di dominio pubblico su topic caldi, riscattarle dal livello del gossip al quale sarebbero fatalmente relegate in poche ore e trasfomarle in pamphlet Laico, Illuminato & Progressista.

Perché Betty è una sacerdotessa di culto Malvestitico; l'investitura gliel' hanno data le sue Carampane che cascano dal pero ogni volta, attendendo, come in questo caso, i suoi responsi oracolari.

Ah, la Consoli non mi ha mai convinta, né entusiasmata. Ma sì. Canzoni gradevoli (poche)  come L'  eccezione, In bianco e neroBlunotte assieme a (molte) lagne insostenibili: Moderato in Re minore (sorry, Falecius) , Maria Catena, Fiori d' arancio, Parole di Burro (a saudade da bossanova , a masturbaçao musical).

E poi, quella voce: o è Rita Pavone con la sinusite, oppure sembra che canti mentre le fanno un ditalino.

Tralascio la letterarietà (?) dei testi: rispetto al livello
Harmony  del pop italico, la Cantantèssa è Leopardi, Bembo e Petrarca tutti assieme.

AdoVo autocitarmi quando parlo di musica.

Beccatevi il mio commento a L' ultimo bacio, o la fiera dell' endecasillabo.

Però, non capisco che cosa vogliano dimostrare i commentatori della sensazionale notizia  di Betty Moore: che chi fa cattiva musica la fa perché è ciellino?? Andiamo.....

Vedere un primato politico, una garanzia di diritto a far buona musica solo da parte di menti illuminate & mai toccate dal mefitico cattolicesimo  mi sembra veramente troppo.

Ivan Graziani era un democristiano, ma certi suoi testi erano genialate assolute. Lo dico senza ironia.

Battisti dava i soldi a Ordine Nuovo, eppure , piaccia o meno, ha scritto la storia della musica che un tempo si chiamava leggera, in Italia.

Vincent d' Indy era un biekissimo conservatore catto-tradizionalista con sfumature maurrasiane, ma un grande compositore.

Gesualdo da Venosa, oltre a popolare in rima le canzoni di Battiato, ad essere un genio del diritto di famiglia, era pure mio antenato. Guai a chi me lo tocca.

Igor Stravinsky -anche lui non risparmiato dalla furia citazionista del Vate(r) di Riposto- era un conservatore coi controcazzi, ma un grande. Luigi Nono all' inizio, a confronto, era un cazzo di parvenu.

O, viceversa: musicalmente si può far cacare lapilli anche se si è iscritti all' UAAR, alla Gran Loggia di Rito Scozzese o se si è giacobini.

L' Inno alla Gioia di Beethoven è una trombonata massonica.

Molta musica da camera di Mozart  è appena passabile.

Schnittke spesso è una martellata sulle gonadi. (Ma vi fa fare bella figura nei salotti radical - chic, citatelo!)

La Messa di Natale per la cappella di Napoleone di Paisiello (no, non sghignazzate, cappella è inteso in senso architettonico) è uno schifo senza appello, dal punto di vista musicale.

Potrei andare avanti per ore. Ma non lo faccio, mi ripeterei.

Però, visto che piace tanto, faccio anche io coming out (che phika che sono, parlo trendy): da ragazzina, a 17 anni, in seguito ad un lutto, ho portato il cilicio sotto i normali vestiti. No, non l' attrezzo fetish della Binetti. Il cilicio vero, la tela ruvida, l' abito di mortificazione che aveva indosso, nascosto,  la moglie di Iacopone da Todi quando morì, nel fiore degli anni e durante una festa.

E ascoltavo lo Stabat Mater di Pergolesi in loop. Dopo dodici anni, mio padre lo mise su per sfottermi, e reagii malissimo.

Sono contenta che almeno nei racconti di fantascienza, Pergolesi viva, arrivi al secolo ventunesimo e possa, forse, sputare in faccia ad Allevi.......
venerdì, ottobre 30, 2009
Sto scrivendo una cosa stranissima che in teoria dovrebbe diventare un articolo accademico ma per il momento è un delirio che riguarda Guerre Stellari, Luciano di Samosata, la Guida Galattica per autostoppisti, il Taqwacore e Gilgamesh, con accenni tra l'altro a Batman, Philip José Farmer, l'Odissea, il Silmarillion e Lester del Rey.
Insomma, un casino pazzesco, perché a me le cose accademiche piace farle partire così. Non so se lo leggerete mai, perché in realtà si tratta di una specie di introduzione concettuale ad una cosa un più seria su una novella araba medievale. Adesso siete curiosi, lo so. L'ho fatto apposta, in fondo ho Darth Vader come sfondo del desktop per un motivo, e il motivo è che sono suo figlio e sono passato al Lato Oscuro. Se vi chiedete cosa hanno a che fare tutte queste cose con le novelle arabe medievali:
a) non avete neanche una remota idea di cosa potesse essere a volte la letteratura araba medievale (ma vi giuro che fino a pochi mesi fa non ce l'avevo neanch'io).
b) dovete aspettare che io scriva tutta la nebulosa confusa di cose che mi passano per la testa in forma chiara, che questa nebulosa, trasformata in articolo, venga peer-reviewed, e che venga pubblicata. Ci vorrà più di un anno, siate pazienti.

Nel frattempo però, tutto il delirio introduttivo non entrerà direttamente nell'articolo serio, e diventerà materiale per l'altro articoloide che sto provando a scrivere e che nessuno sano di mente dovrebbe pubblicarmi mai, almeno spero. Quindi posso accennare qualcosa qui, giustappunto perché sono cattivo. Dimenticavo, ci dovrebbe essere di mezzo anche Il richiamo di Cthulhu.

L'idea di fondo è che la fantascienza è il mito della modernità tecnologica. Non è un'idea mia, ma di Joseph Campbell che in fatto di miti ne sa sicuramente molto più di me ( e che può invocare a supporto gente come Eliade e Jung; non mi risulta che nessuno dei due abbia affermato espressamente una cosa del genere, ma posso affermare che sarebbe perlomeno sensata nella teoria generale di Jung sul mito. Su Eliade non sono affatto sicuro). D'altra parte c'è Lester del Rey che sostiene che il mito (in particolare Gilgamesh e l'Odissea) sia fantascienza antica, il che mi sarebbe parso una madornale cazzata, prima di scoprire che esiste una cosa chiamata fantascienza babilonese, scritta da un genio di nome Ted Chiang.

Ted Chiang è a mio modesto avviso una delle cose migliori che sia mai capitata alla fantascienza, forse la più importante più o meno da quando è uscito La notte che bruciammo Chrome di Sterling e Gibson, anche se concedo alcune eccezioni. Ad esempio c'è un racconto di un certo Chris Lawson (di cui non so assolutamente nulla) che s'intitola Scritto nel sangue, del 1997, e che non posso dire che è bellissimo perché "bellissimo" è riduttivo. Esistono cose in letteratura di fronte alle quali il superlativo assoluto non basta più. Ecco, Scritto nel sangue di Lawson e la raccolta Storie della tua vita di Chiang sono alcune di queste cose.
La raccolta di Chiang è davvero oltre. Se vi piace la fantascienza, fidatevi di me. Leggetela. Punto. Spacca al quadrato. Ripeto, fantascienza babilonese. Grazie, Roseau.

[Adesso arriva Selene che giustamente mi fa notare un sacco di libri di fantascienza strafighissimi che non conoscevo e mi fa cambiare idea.]

In attesa di Selene, al mia opinione è che Ted Chiang sembra come Asimov, Heinlein e la Guin messi insieme, e non è facile farmi dire una cosa del genere.
Ad esempio, per dire, Lester del Rey è autore che apprezzo abbastanza, ma di recente ho letto un suo romanzo (presumo che si trattasse di un juvenile malriuscito) che s'intitola Destinazione Luna, e che naturalmente oggi è invecchiatissimo, ma io sono relativamente abituato a cercare di mettermi dal punto di vista del lettore americano del 1955.
E no, non funziona neanche da quel punto di vista, e il motivo lo spiega Heinlein ne i Cadetti dello Spazio, che è uno juvenile appena meglio riuscito (e comunque una delle cose meno buone di Heinlein, tra quelle che ho letto).
Un ragazzino adolescente paranoico che ruba una nave spaziale per arrivare sulla Luna prima del "nemico" (nel romanzo di del Rey non sono proprio i sovietici, ma gli assomigliano quanto basta) e che sulla Luna rischia di morire per mancanza di provviste obbligando a fare una spedizione internazionale per salvarlo, bè, no, non può essere un eroe. E tantomeno il pilota spaziale già designato per la prima spedizione lunare che ruba un'altra astronave e parte prima che si apra la finestra di lancio per andare a salvarlo (ottenendo come risultato di essere il primo cadavere sulla Luna).
Ecco, chiarito questo punto, l'Undicesimo Comandamento resta un capolavoro e For I Am Jealous People (mi rifiuto di citarlo col titolo italiano) anche.
Comunque del Rey ha scritto in un articolo che l'epopea di Gilgamesh è la prima opera di fantascienza, il che mi sembra di una pretenziosità immane anche tenendo presente Ted Chiang. Ma si può partire da qui per cercare di capire alcune cose interessanti su mito e fantascienza (e fantasy, secondo me), ed è una delle cose che sto provando a fare.
Dall'altro lato, sapete tutti  che i Jedi di Guerre Stellari sono una religione realmente esistente, e quindi qualcosa al fondo deve starci.
Se poi sia materia per gli studi letterari o per la psicologia clinica, lo saprò tra qualche anno.

Ecco.

Comunque, volevo dire:

giovedì, settembre 03, 2009
Avanti, la dico anche io la mia cazzata. Voglio anche io entrare in un dibattito assolutamente surreale, degno di Maria De Filippi o come cazzo si chiama il suo programma. Uomini e donne?

Boh.

Non so se esista realmente un sesso ludico, non so se le donne dopo i trenta siano in scadenza o ci si sentano. Io propenderei più per la seconda ipotesi. Non so nemmeno se esistano uomini talmente affamati di figa da non distinguere una femmina di mammifero da un paracarro (ma penso che non ne esistano).

So per certo, e qui Uriel ha ragione, che molte donne hanno la stessa varietà nella loro immaginazione sessuale di un paramecio.

Ogni volta che ho avuto la malaugurata idea di verbalizzare le mie, di fantasie sessuali, messe in pratica o meno, mi sono vista guardare inorridita dall' amica di turno.

Inutile spiegare: sapete com' è, ho gli arretrati, non ho avuto educazione alcuna e nessuna paura indotta.

No. La strana sono io.

Altra cosa.

Che cazzo vorrà mai dire la frase "puoi aspirare a qualcosa di meglio", che genitori, amici, consigliori vari, si sentono in dovere di dire alla fanciulla che sta loro a cuore, se è appena graziosa?

Ma che caspita credete? Che la bellezza metta al riparo da qualcosa? Serva a qualcosa?

Tra due giorni avrò trent' anni, e la mia bellezza flawless non mi è servita a nulla. Mai.

Nessuno ha mai fatto la fila per me. Nessuno mi ha mai corteggiata.

Perché ho una testa che non funziona, un carattere infernale e una salute -mentale e fisica- così fragile da interrompermi ogni tentativo non bene ponderato e senza rete di indipendenza.

Solo un falecio poteva innamorarsi di me.

E a lui, la sua intelligenza commovente e la sua capacità di amare, cos'è servita, se non a garantirsi per sempre l' anima (appesa a un filo), il cuore e la poca testa di questa bambola che scrive, ora? E che si sta disidratando di lacrime. Quelle no, non sono di paraffina.

E non è un lugubre buco che mi fa fare pipì liberandomi dai germi, quello che mi farà fare letto-bagno per un mese. E' un fagiolo di carne che mi fa male come una ferita affettiva.

Perché non so, e non voglio conoscere i motivi che mi fanno stare insieme all' uomo che amo. Uno sfigato, per il common sense delle marines delle relazioni eterosessuali.

Ma sfigata la sono anche io, più di lui. Chi mi conosce sa il perché, chi leggerà potrà intuire il mio senso di frustrazione -immotivato, certo, ma ben presente, specie alla luce di quanto successo negli ultimi giorni. Nonostante il mio faccino di porcellana e i miei bei riccioli, che si stanno imbiancando.

Il nostro amore è una gemma impura: vi sono frammisti fastidi, rancori, sentimenti inconfessati e ingenui di calcolo, aspirazioni di gloria e di prestigio intellettuali, sogni piccoloborghesi e ansie rivoluzionarie.

Ma è più forte di tutto, e brucia nella sua luce ogni scoria.

E anche più fragile di ogni cosa. Ora smetto di parlare dell' amore, perché ho paura che, a definirlo, svanisca per sempre, consegnandomi alla solita vita dalla direzione già segnata.

Questo per me è un lasciarsi lentamente morire, recedere, arrendersi.

E non posso permetterlo. Non possiamo consentirlo.
giovedì, agosto 13, 2009

No, non sono impazzita, né sto citando Antonio Delfini, a proposito di coglioni sopravvalutati...


Il 14 Agosto, a Verona, allo spazio Emmaus in via Mattaranetta 41, in un quartiere che si chiama San Michele, dalle ore 20 alle 22 circa, prima di un concerto, dentro una festa che si chiama “Malalido”, letture dei numeri un due tre de L’accalappiacani con Stefano Campagnolo, Paolo Colagrande, Mauro Orletti, Giovanni Previdi.


Ma soprattutto, prima di loro, Loris Righetto e Marco Lauri leggono da un romanzo inedito che per ora si chiama "Diario Berlinese".


Siateci!


L' Addetta Stampa.


Roseau.

mercoledì, luglio 29, 2009

Apprendo con una certa costernazione che si è formato un comitato a sostegno del conferimento del Nobel ad Alda Merini. Capofila dell’ iniziativa, sarebbe Dario Fo. Chissà perché la cosa non mi sorprende.... Si tratta, a mio parere, quello conferito a Fo, del Nobel per la Letteratura  più immeritato degli ultimi vent’ anni. Quando, oramai più di dieci anni fa, alla irrisione di Mario Luzi da parte della mia professoressa di lettere, reo, secondo lei, di ritenersi più meritevole del riconoscimento che il giullare pavese, feci sommessamente notare che forse un po’ di ragione ce l’ aveva, mi sentii rispondere che “era un baciapile rincoglionito”.


Adesso come allora non sto dicendo che Luzi sia il più grande poeta del ‘900 italiano (a mio personalissimo parere, se la giocano Sereni, Zanzotto, Raboni e Piccolo, con una mia particolare preferenza per il primo), ma, comunque, ha rivestito un ruolo importante nella cultura italiana del Dopoguerra. Certo, non è mai stato un marxista e la sua poesia ha sempre avuto quell’ odoruzzo d’ incenso da parrocchia - bene fiorentina, quelle lapiriane, come disse, una volta, a lezione Marzio Pieri, di quelle arrampicate sui colli urgenti dalle ripe fogliose e nerastre, perennemente prossime al marciume.


Si rileggano le prime raccolte, in particolare Avvento Notturno: le immagini di angeli lugenti e cristalli sognanti nelle città deserte, scolpite nei marmi toscani, hanno poco o nulla a che spartire con il sensuoso orfismo onofriano, o con la suggestione ancora dannunziana di qualche numinoso Poema Paradisiaco. Molto hanno, invece, a che vedere con la filigrana di Mallarmé –ma asciugata dall’ inesauribile, dispersa in mille rivoli, variazione, ravvisabile in Ungaretti- precisa semmai ce ne fu una, ferma attesa di una parousia notturna del divino come rivelazione individuale, come ineffabile intermittenza. Vegliate dunque, perchè non sapete né il giorno né 1’ora. (Mt, 25, 11-13)


Rimandi, quindi, ovvi a François Mauriac, ma pure, non dichiaratamente,  a un Heidegger (ancora lui!) “inespresso”: quello della Introduzione alla metafisica, poi, per le raccolte successive, quello della  Lettera sull’ umanesimo.


La poesia di Luzi, vergine un po’ folle, analogamente al linguaggio heideggeriano, esplora la possibile influenza del paradigma biblico della Parola sulla concezione dell’ essere, secondo quella che potrebbe essere definita come intima interconnessione tra linguaggio ed essere, fino ad identificare l’ Essere con il Dire originario, in analogia al Logos della rivelazione giovannea.


La poesia di Luzi ha prodotto tanti epigoni, specie in area toscana, tante vergini savie e inerti; quella di Sereni è fatta della materia delle comete: finora, nessun avvistamento simile, ma tanti ‘analogisti’ sulla sua orbita geostazionaria.


Per questo, a mio modesto parere, se proprio bisognava sprecare un Nobel, tanto valeva conferirlo a Luzi. Ma, si sa. L’ impegno, l’impegno in servizio permanente. Quello che sindacalizza tante professoressotte di liceo, quelle, più preoccupate che un linguista con velleità d’ ispettore non verificasse la loro effettiva preparazione che di insegnare decentemente il latino. Ma siamo al Linguistico, signoramia, che volete che gliene freghi del latino. Se non seguite e giocate a briscola tressette scalareale durante le lezioni, cazzi vostri. Disse la professoressotta, tirandosi la bazza indignata fino all’ occhi.


Ma non divagherò più.


La Merini, dicevo.


Personalmente, trovo la Merini ampiamente sopravvalutata. Non arrivo a dire che non valga niente; di certo diverse sue  poesie sono degne di nota, ma secondo me presa nel complesso è piuttosto noiosa e non eccelsa.


Penso che la sua grande celebrità (superiore a quella che normalmente arride ai poeti, anche ai migliori) sia dovuta, più che alla poetessa, al personaggio. Al fatto che si sia fatta tutti quegli anni di manicomio, che ha avuto due decine di uomini e quattro figli, e che si voltoli nel lercio perché, dice lei, il maiale pulito non ingrassa.


Persino il posato blog di Rai Vaticano le perdona la sua patente infrazione alla morale sessuale propugnata da Santa Romana Chiesa. Tanto, cariloro, hanno una lunga consuetudine con le puttane sante: Maria Egiziaca, Maria Maddalena, Santa Margherita da Cortona....lei poi scrive di Maria e di grembi spasmodici e violati.


The luxury of filth, come diceva un fortunato slogan di qualche anno fa per una marca di jeans.


La Merini mi sembra una riuscitissima réclame di sé stessa. Imperversa da Chiambretti, dialogando improbabilmente col giovane rom montenegrino salvato dalla sua sorte miseranda dal cuordoro di un albergatore di San Benedetto del Tronto.


Però, quando viene intervistata, con tutto il rispetto la trovo un po' querula, sempre lì a lamentarsi di tutto. Che non ci sono più i clown, che anche l’ idiozia di Berlusconi l’ ha delusa, o che ha avuto gli operai in casa che l’ hanno infastidita.  Ne siamo costernati, davvero. Ma cosa dovremmo fare, metterci a piangere? Querelare il suo padrone di casa e convocare una riunione di condominio urgente?


Poi. Basta col mito della poetessa marginale. La signora Merini ha avuto, fin dalla più giovane età, ottime entrature nel mondo letterario italiano. Ha conosciuto , giovanissima, Sereni,  Turoldo, Quasimodo, Pasolini. E’ stata l’ amante, quindicenne,  di Giorgio Manganelli, che lei dipinge come un mostro misogino. Forse, ma le sue visioni sono tra le più  autentiche.


Cito sempre il professor Pieri:


Una volta Giorgio Manganelli doveva tenere una relazione a un convegno junghiano; gli mancò la parola e la relazione, che poi scrisse, non parlava del soggetto che egli era stato chiamato a trattare ma dei motivi profondi per cui non era riuscito a parlarne, come sarebbe stato del tutto ovvio. La relazione apparve, poi, negli Atti del convegno e, piu tardi, figurò in una delle più labirintiche e sapienziali raccolte di scritti manganelliani. L' uomo che aveva ritessuto il filo tra la letteratura e la menzogna, era uomo dei più schietti ed, anzi, esposti. L’ hilarotragoedia, di cui era maestro, si riscontrava con l’ hypocondria*.


Ovvio che si baloccasse con l’ adesione carnale, disperante, della vita della Merini alla sua produzione poetica. Dirà, ormai anziana:


"Più bella della poesia è stata la mia vita".


Ohibò. La conflagrazione con l’ uomo che dichiarò candidamente: 


Io amo i poveri, e soffrirei in un mondo senza poveri; i poveri sono le brioches dell'anima.


era inevitabile. La poesia non è un balsamo per le anime belle. Poi il manicomio, poi il matrimonio e la comune infelicità coniugale. E gli editori, per cui la pazzia è un quid pluris per le vendite, farle cerchio tutt’ intorno come pescecani attirati dal sangue, alla sua senile reprise poetica. Pronti a coglierne ogni tardivo mestruo in versi.


Falecius, che è molto più buono di me, dice che proporre la Merini per il Nobel sarebbe un modo per lavarsi la propria cattiva coscienza da parte di tutto il mondo letterario italiano. Forse, ma solo in seconda istanza. Tanto, quelle come la Merini, una Mestiziamoratti un assessore impietosito un prete lo trovano sempre, a salvarle da un’ indigenza, anche quella, di maniera.


Semmai, il Nobel, ancora di più che la pazzia, aumenterebbe le vendite in un settore, quello delle raccolte di versi, dove se si arriva a tirature dell’ ordine del migliaio si grida al miracolo.


E poi, come ho già spiegato per l’ Acaro Ascolano, l’ artista sensibbbole tutto genio e sregolatezza piace, fa simpatia, aderisce all’ ideale caricaturalmente sturmeriano più vieto che è invalso nel biografismo del “genio” di matrice idealistica e romantica.


Pieri un giorno mi disse in tutta franchezza, leggendo alcune mie desolate e balorde considerazioni, che gli avevo incautamente sottoposto:


“Eh, signorina, se dovessimo chiamar poeti tutti quelli che il babbo maltrattava, che nascevano gobbi o che avevano difficoltà a farsela dare dalle ragazze, riempiremmo uno stadio. E poi si sa che voi belle la date solo ai pescatori di spugne!”


Mi aveva vaccinata a vita contro ogni cedimento larmoyant alla contemplazione del mio proprio io, contro ogni periclitante giro del mio ombelico attorno al mio malessere interiore.


Vi lascio questa lettera, che non ho mai reso pubblica, e che conservo tra le cose più care:


Io non vorrei che Lei cadesse vittima di una falsa prospettiva, generatrice di false attese. I professori non sono dei santi, nè dei confessori, né degli psicanalisti 'gratis'. lei non va dal benzinaio per intrattenerlo sul male di vivere. Alcuni professori (e io sono fra questi) per indole personale e per una qualche deriva professionale, sono più disposti a porgere un qualche ascolto anche, diciamo, 'umano' agli studenti che incontrano sulla loro strada, ma, debbo essere franco con Lei, non è detto che siano i migliori professori e che questa loro indulgenza sia un bene, né in sé, né per gli studenti. C'è il rischio, molto pesante, dell''umano troppo umano'. Studiare è un'altra cosa e, prima di tutto, è una dura professione. Non è un lavoro più 'alto' o più 'duro' di altri, ma è un lavoro con proprie tecniche, con proprii obblighi, con proprie inderogabili esigenze. Lo studente specie di letteratura a volte tende ad ascoltare con troppa assiduità il proprio io (non il male di vivere di Montale ci interessa ma i modi della sua arte in cui il tema del male di vivere si è espresso) e crede suo diritto offrire una audizione agli insegnanti, ma, Le ripeto, se non è un peccato, non è nemmeno un rimedio.

E poi:


[...] so che Lei si fida di me come professore. Ecco, prima di tutto riprenda le forze; sappia che crisi nervose anche più gravi sono tipiche della giovinezza; poi passano. E studi studi studi. Vuol dire passare da un libro all'altro, schedarli, rivoltarli, farli propri. Son come le scale per arrampicarsi. Studiare vuol dire dimenticare se stessi e realizzarsi tutti nell'oggetto dello studio. Quando l'operazione, assai dura e non facile, e non immediata, riesce, uno si avvede d'un tratto che avendo dimenticato se stesso, è nel frattempo cresciuto. Io questo Le auguro, con amicizia. (passo e chiudo).





*Marzio Pieri, Roma Magica, La Finestra, Trento, 2002, p.126.
martedì, aprile 07, 2009
So benissimo di aver trascinato oltre ogni ragionevole capacità di sopportazione dei miei lettori il seguito della mia promessa serie di post su Heinlein.
La ragione è che "Fanteria dello spazio" e "La Luna è severa maestra" sono testi che devono essere svelati, nel senso filosofico del termine (sono reduce da una lezione in cui si affrontava il concetto nella filosofia arabo-islamica medievale. Si chiama kashf al-mahjub, e non credo di saper tradurre bene l'espressione in italiano).
Sono cioè testi che non offrono una comprensione immediata ad una prima lettura, e, secondo me, nemmeno ad una seconda. Nel campo della fantascienza, lo stesso vale per molti romanzi di P.K. Dick e per il ciclo dell'Ecumene di U.K. LeGuin (specialmente per "the Dispossessed" e "The Left Hand of Darkness")*, solo per fare due esempi di altissimo livello.
Ah, sono disposto a sfidare a duello (con l'arma che vi pare) chiunque neghi il valore letterario assoluto delle opere di Dick, LeGuin, Heinlein e altri grandi della fantascienza. Se non vi sta bene che la fantascienza sia considerata letteratura di altissimo livello culturale, andate a litigare con l'accademia scandinava che assegna i Nobel**, e poi andate a morire annegati in un lago di merda.

Il problema è che Roseau continua a passarmi cose di Heinlein che non conoscevo (mea culpa, mea maxima culpa), e che queste cose mi interessano, mi affascinano, mi chiedono di essere riflesse e rimuginate a lungo, perfino mi commuovono. Che è il caso di un testo narrativamente debole e concettualmente pesante ed ingenuo*** come "A noi vivi".
"A noi vivi" è forse, proprio perché mai pubblicato a suo tempo (credo sia stato edito per la prima volta una quindicina d'anni dopo la morte di Heinlein) una delle più genuine (e tipiche) utopie mai apparse. Ma il fatto è che, con tutta la sua fiducia quasi infantile (sconfessata almeno implicitamente da scritti successivi di Heinlein stesso) nelle magnifiche sorti e progressive e nelle capacità di un individuo eroico (che in Heinlein è sempre figo, forte e giovane, spesso maschio; ma le società utopiche che lui disegna rifuggono perlopiù la discriminazione di genere e danno quasi per scontata la fine della segregazione razziale****), insomma, con il suo essere inevitabilmente un prodotto del 1939 già invecchiato nel '40 (predice un successo dei repubblicani nelle elezioni di quell'anno, che in realtà sono state vinte dal democratico Roosevelt) "A noi vivi" riesce a commuovermi fino alle lacrime.


*
Entrambi questi testi si trovano in italiano senza troppe difficoltà, ma ho un drastico rifiuto a citare "the Dispossessed" col titolo, a mio parere orrendo, con cui è uscito in Italia.
** Conoscete il ciclo di Canopus di Doris Lessing? No? Allora zitti.
***
Del resto, il primo romanzo difficilmente sarà un capolavoro: perfino il primo romanzo di Dostoevskij era così e così... per essere di Dostoevskij, intendo.
**** L'Idiota Ignorante mi rimprovera giustamente nei commenti per aver scritto "bianco", che era una patente cazzata ed infatti l'ho cancellata.
Tra l'altro, solo nelle ultime pagine di "Fanteria dello Spazio" si scopre che Rico (il narratore protagonista) è filippino. Non so assolutamente se questo abbia un significato, ma sospetto di sì.
martedì, marzo 10, 2009
Ieri a lezione (il corso si chiama "Storia del Medioevo arabo-islamico" o qualcosa di simile) c'erano due ragazzi (terzo anno di università in una facoltà umanistica) che non avevano mai sentito nominare (alla lettera) Averroè, ed avevano fatto il liceo, posto dove normalmente si insegna (storia della) filosofia.
Cioè, la materia nei licei si chiama "filosofia", ma di fatto quello che viene insegnato è la storia della filosofia¹.
Ora, io so benissimo che i programmi di liceo sono quello sono, che può essere necessario fare dei tagli, e che esistono un milione di cose nella vita più importanti del sapere chi fosse Averroè².
Però credo di avere ancora il diritto alla sorpresa, dentro una facoltà di Lettere, perlomeno.  E alla mia normale sorpresa, la risposta non può essere "non abbiamo studiato le filosofie orientali".
Cordova, la città di Averroè, è ad ovest di Roma.

¹ Non credo di dover spiegare il rilievo per la storia della filosofia occidentale (ammesso che una cosa del genere possa essere distinta chiaramente da una, o più, eventuali filosofie orientali)
di uno che è ritratto da Raffaello nella Scuola di Atene, dipinto che si trova a Città del Vaticano.
Mi limito a citare qualcuno che ne sapeva certamente più di me al riguardo.

² Chiaramente, non saperlo, o non sapere qualcosa in genere, non è una colpa (non in quel caso, e comunque non una colpa loro) o una vergogna. Semplicemente sono sorpreso.
sabato, febbraio 28, 2009










Ab joi et ab joven m'apais,

e jois e jovens m'apaia,

que mos amiks es Io plus gais,

per qu'ieu sui coindet' e quaia;


e pois ieu li sui veraia,

bei.s taing qu'eI me sia verais,

qu'anc de lui amar non m'estrais

ni ai cor que m'en estraia.


Mout mi plait quar sai que vai mais

cei qu'ieu plus desir que m'aia,

e ced que primiers Io m'atrais

Dieu prec que gran joi l'atraia;


e qui que mal l'en retrala,

no./ creza, fors ce/qui retrais

c'om cuoill maintas vetz los balais

ah qu'el mezeis se balaia.


Dompna que en bon pretz s'enten

deu ben pausar s'entendenssa

en un pro cavallier va/en;

pok qu'i/I conois sa va/enssa,


que l'a us amara presenssa;

que dompna, pois am'a presen,

ja pois li pro ni li va/en

non dirant mas avinenssa.


Qu'ieu n'ai chausit un pro e gen,

per cui pretz meillur' e genssa,

Iarc et adreig e conoissen,

on es sens e conoissenssa.


prec li que m'aia crezenssa,

ni om no. l puosca far crezen

qu'ieu tassa vas lui faillimen,

so! non trob en lui faillensa.


Amics, la vostra vatenssa

sa ban li pro e li va/en,

per qu'ieu vos quier de mantenen,

si.us plai vostra mantenenssa


 



Di gioia e gioventù m'appago,

e gioia e gioventù m'appagano

ché il mio amico è il più gaio,

per cui sono graziosa e gaia;


e poiché sono con lui sincera,

ben pretendo che sia con me sincero,

che mai d'amarlo non m'astengo

né ho cuore di astenermene.


Molto mi piace, poiché  so che è il più valoroso

colui che più desidero mi abbia,

e prego Dio che attiri felicità

su colui che per primo lo trasse a me;


e non creda a nessuno di coloro che lo biasimano

salvo a chi ammonisce,

che si riceve a misura

di ciò che si è fatto.


Una dama che miri al buon pregio

ben deve porre il suo intento

su un prode cavaliere valoroso

poiché  conosce il suo valore;


e osi amarlo apertamente;

di una dama che ama senza nascondersi

i prodi e i valorosi

non diranno che bene.


Io ho scelto un uomo prode e cortese,

il cui pregio migliora e aumenta,

generoso, retto e assennato

in cui è giudizio e saggezza.


Lo prego di credermi,

e nessuno possa fargli credere

ch'io abbia mai commesso verso lui un torto;

e non trovo in lui alcun difetto.


Amico, il vostro valore

conoscono i prodi e i valenti,

per cui io vi chiedo di darmi,

se vi piace, la vostra protezione.


 




[...La comtessa de Dia si fo moiller d'En GuiIlem de Peitieus, bella domna e bona. et enamoret se d'En Rambaut d'Aurenga, e fez de lui mantas bonas cansos.]


[....La Contessa di Dia era la moglie di Guglielmo di Poitiers, una signora bella e buona. E si innamorò di Raimbaud d'Orange, e scrisse molte belle canzoni in suo onore.]


Chi sia questa straordinaria trobairitz, non è completamente chiarito. La tradizione la chiama Beatrix, contessa di Dia e la indica come la moglie di Guglielmo di Poitiers, conte di Valentinois dal 1158 al 1189; la contessa visse quindi nella seconda metà del XII secolo.La Vida, che pure tace il suo nome, ci dice che amò  il  trovatore Rimbaud d'Orange, e che per lui scrisse canzoni e plahn .Per voi, una clip da Youtube con questa canzone. La (brutta) traduzione in italiano dall' occitano è mia; la (bella) voce che sentite è di Montserrat Figueras. :D

 


giovedì, febbraio 19, 2009
Roseau: (febbricitante, a 38, 5 °C): "Che materie hai portato, oggi?"

Lei: "Filosofia..."

Roseau: "Bene! Dimmi che cosa hai fatto di recente, che cos' hai studiato..."

Lei: "Socrate, Platone, Plotino..."

Roseau: (illuminandosi, sperando di fare due chiacchiere in libertà sulla Repubblica e l' Utopia) "Perfetto...allora, parti da uno di questi tre e raccontami quel che ti ricordi!"

Lei: (cincischiandosi la coda di cavallo méchata, equinamente tiratissima alla sommità della testolina) "Ehm...no....oggi ho solo un' ora che devo andare a danza....alle quattro devo scappare....oggi facciamo solo Socrate....."

Roseau: "Ok, allora: per esempio....dimmi che cos'è, per Socrate, la virtù."

Lei: "Ah, boh....."

Roseau (guardando le pagine del libro di filosofia, tutte sottolineate in rosa fluo,  istoriate di cuoricini, gattini, glitterini): "Come boh....non posso credere che tu non abbia fatto altro che decorare le pagine di questo libro, senza mai leggerle...."

Lei: "Eh, ho studiato sui miei appunti...."

Roseau (speranzosa): "Va bene...allora dimmi cosa ti ricordi dei tuoi appunti!"

Lei: "Maa...li ho studiati all' inizio di dicembre....(seccata) è un sacco che non li studio più!"

Roseau: "Non penso che tu, in poco meno di due mesi, abbia dimenticato tutto....su, fammi vedere gli appunti!"

Lei (ridacchia): "Eh....ce li ho a casa!"

Roseau (arresa): "Come vuoi...leggiamo insieme le pagine su Socrate...."



(Seguono 40 minuti di mia lettura  dell' Abbagnano, con la gola ridotta ad una ribollente marmellata di lamponi, interrotta da domandine banali del tipo: "Di chi era stato allievo, forse, Socrate?" oppure "Tramite chi conosciamo i suoi testi?" , alle quali lei ha risposto con sguardo vacuo e con svagati "Ah, sì..." , dopo che, marzullianamente, mi ero già data le risposte da sola. Ogni 3-4 minuti guardava l'orologio).



Ma che posso volere di più, se a 30 anni meno sette mesi ancora non mi sono laureata???



Va ancora bene che mi paghino, va!!!!

mercoledì, febbraio 18, 2009
Sì, sì, è vero, sono a Roma da tre giorni e ancora non mi sono fatto vivo, ma insomma, se mi sono preso l'infinito sbattimento di:
a) imballare la sconcertante massa di cazzate che avevo ammucchiato a Mestre
b) portarla e portare me stesso a casa dei miei
c) sopportare la ricerca di una casa in questo posto ad un prezzo sensato
d) portare me stesso, una valigia ed una trapunta da casa dei miei fino a questo posto

Insomma se ho tollerato tutta l'operazione escatologica nota come "trasloco" senza sviluppare manie omicide, era perché in definitiva ho qualcosa da fare a Roma. Questo qualcosa si riassume nello studiare e nel frequentare lezioni e seminari, ovviamente cercando di lasciare qualche ora libera la sera per birra&deboscio (cosa che non ho ancora fatto, né farò per un po': almeno finché non capisco come non perdermi, non mi arrischio a girare di notte in questo posto).

Comunque, qualche considerazione.
Roma sarebbe una città bellissima, se avesse due milioni e mezzo di abitanti in meno. La sua struttura urbanistica e il suo sistema di trasporti pubblici sembrano concepiti per cinquecentomila abitanti, almeno secondo me.
Le città grandi sono OK, a patto che io non debba viverci.
No, seriamente. Io ho problemi con il traffico e la folla, e intendo dire che ho problemi con il traffico di Porto Sant'Elpidio e la folla di Mestre. Per quanto mi riguarda, duecentomila abitanti sono il massimo che possa sperare di sopportare in un unico centro abitato... fortunatamente ho preso casa in una zona di Roma relativamente poco congestionata e stranamente poco rumorosa.
Certo, tutto questo è un problema mio, non di Roma. Prendo serenamente atto che non sono in grado di sentirmi a mio agio in una metropoli. Visto che invece in provincia mi scasso le palle, ne consegue che non esiste un posto dove posso stare bene, con la possibile eccezione di Venezia.

Dal mio punto di vista, questa città è piena di pericolosi oggetti di metallo che si muovono con cosi di gomma nera e possono schiacciarmi in qualsiasi momento. Statisticamente, ho l'impressione che ci siano troppo veicoli a motore in questo posto per non avere una probabilità orrendamente alta di finirci sotto. In definitiva, comincio a percepire la stessa esistenza di un traffico motorizzato come un attentato permanente alla mia incolumità.
E' vero che sono sopravvissuto a Tunisi, notoriamente uno dei posti meno sicuri per i pedoni (la Tunisia aveva il più alto tasso di incidenti stradali pro capite al mondo, mi pare) ma è anche vero che non posso sperare che le probabilità siano sempre favorevoli.

L'autobus che devo prendere ha la fermata sulla Casilina, ma per arrivarci devo attraversarla.
Vorrei che qualcuno mi spiegasse come si attraversa la Casilina, dove invece della linea bianca continua tra le corsie ci sono i binari della ferrovia di Pantano.

Il prezzo medio degli affitti in questa città è semplicemente sconnesso da qualsiasi considerazione di logica, ragionevolezza e/o stipendi medi dei lavoratori di questo paese.
Voglio dire, Padoa Schioppa, prima di parlare di "bamboccioni" ha mai provato a vivere a Roma con ottocento euro*? Se per avere una stanza te ne parte la metà, col resto ci mangi, sì, ma poco altro. E va da sé che chiunque lavori/studi/viva in questo posto debba spostarsi o con le automobili (anche se preferirei che non lo facesse) e la benzina/metano/GPL ha un costo, o coi mezzi pubblici, e i biglietti si pagano, poco ma si pagano.

Dicono che, affitti a parte, Roma non sia cara (sperèm). Io ancora non lo so, mi sembra che i prezzi siano circa in linea con quelli di Mestre, ma ho girato pochissimo e proabilmente i posti economici devo ancora vederli.

Me lo aspettavo più impressive, il Pantheon. 

E' moralmente sbagliato organizzare dei seminari di studi in locali privi di macchinetta del caffé, e non importa se stanno ristrutturando lo stabile. Il caffé è necessario alla ricerca accademica come gli idrocarburi lo sono al traffico motorizzato.

* Io non percepisco uno stipendio, ma una borsa di studio, che comunque non è di ottocento euro/mese.
giovedì, gennaio 22, 2009

Vorrei rassicurare l' anonimo, geniale  lettore che arriva al nostro blog con queste fantastiche chiavi di ricerca:





leopardi quante volte si è lavato??




giacomo leopardi si è lavato solo una volta in tutta la vita




giacomo leopardi si è mai lavato??





Leopardi  certo non auliva. Pare fosse quella linguacciuta della Serao ad aver intervistato l'oramai anziana Fanny Targioni Tozzetti e ad averle attribuito, forse in perfetta malafede, una frase mai pronunciata. Tutta la storia qui . Sono riusciti a scriverci un illuminante saggio, su carta di pregio, presso una delle case editrici più prestigiose d' Italia. Noi letterati ci struggevamo nell' ansia di sapere se il Contino spasimava o meno per signore di una dozzina d' anni più grandi -le MILF dell' epoca, o se confessasse al nero prete che gli avevano messo alle calcagna come guida spirituale pensieri men che puri.


Questo simpatico tomo sembra raccogliere le leggende metropolitane, le dicerie e i fattoidi che hanno allietato i nostri anni di liceo o di università. E, finalmente, sembra fare piena luce ;)


Aspetto con ansia chi mi chiarirà l'origine del mito riguardante il leggendario espianto di costole di D' Annunzio per meglio procedere ad un contorsionistico atto di autoerotismo, i riferimenti filologici della celeberrima stitichezza di Carlo Emilio Gadda o i dubbi sulla fondatezza o meno dell' infantilismo di Saba.

martedì, novembre 04, 2008
Secondo Amélie Nothomb, noi siamo dei tubi.
Però siamo dei tubi vettoriali, dotati di un orientamento per cui uno dei due estremi prende input e l'altra estremità del tubo dà un output. 
L'output è più volgarmente e generalmente noto come "merda".
Poi cresciamo e impariamo a produrre un output anche dall'altro estremo, possibilmente diverso dalla merda (quantomeno nelle intenzioni).

Questa considerazione alquanto inutile mi è venuta alla mente per caso in questo primissimo pomeriggio piovoso e pigro.

Ci sono dei momenti in cui uno dice che alla fine non vale di pena di fare brigare, sbattersi e faticare e poi tutto finisce in polvere.
In tutto questo mancherebbe un senso, un orientamento comprensibile come quello del Tubo Primigenio. Ma per restare all'analogia, se anche tale orientamento ci fosse l'output sarebbe merda.

L'essere umano possiede una drastica tendenza a creare senso.
Se volessi aggiungere una caratteristica alla lunga lista di cose che secondo i diversi pensatori ci distinguono dagli animali, potrei dire che questa è importante.
L'essere umano conferisce un significato alle cose.
Non saprei dire se possa attribuire un senso intrinseco alle cose, al di fuori di quello che viene attribuito ad esse dalla produzione degli esseri umani.
In una prospettiva religiosa è sicuramente così, ma le prospettive religiose sono elaborazioni concettuali di esseri umani.
Con questo non sto dicendo che non esiste un Dio, o che Dio non si manifesti nella storia. Credo infatti sia alla Sua esistenza che alla Sua manifestazione.
Ma questa è una mia scelta di fede personale, che non mi impedisce di riconoscere i fenomeni religiosi nel loro sviluppo storico e dottrinale come prodotti dell'attività di esseri umani.
In sostanza, che le cose possiedano un senso intrinseco è qualcosa che può essere accettato per fede, come faccio io, ma non credo che possa essere dimostrato.
Del resto, anche l'attività logico-dimostrativa è prodotta dalla mente degli esseri umani sulla base di alcuni presupposti mentali.

Non so da dove mi venga questa ventata di nichilismo, sarà la pioggia.

Perché ne parlo? Così, perché mi gira.
postato da: falecius alle ore 13:42 | Permalink | commenti (8)
categoria:cazzate, come giacomo leopardi
giovedì, giugno 05, 2008
La mia ragazza¹ sostiene che io sono "adorabilmente pigro".
Ha ragione, anche se probabilmente smetterà di trovarlo adorabile (o io smetterò di essere pigro, si spera) dopo qualche mese di convivenza.
Ad ogni modo oggi c'era un convegno sulla letteratura turca, una cosa molto ufficiale & istituzionale, niente di fondamentale per la mia esistenza, però avevo pensato di andarci.
Solo che qui piove a dirotto e per arrivare lì dovevo prendere un autobus, attraversare mezza Venezia, prendere un vaporetto, prendere un altro vaporetto, e ascoltare mezz'ora di Interventi Ufficiali prima del convegno vero e proprio.
Sinceramente, stamattina mi sono alzato, presto, sì, ma poi guardi fuori dalla finestra e vedi il tempo infame che c'è, e insomma ho pensato: "ma chi me lo fa fare".
E quindi sono sveglio, ad un'ora del mattino che neanche mi ricordavo che esistesse, con la mia tazza di caffè ed un bel programma di studi  matti e disperatissimi.

Lo so che non ve ne frega niente, però mi andava di raccontarvelo.


¹ Usare questa parola per me è una novità. Fa un effetto strano. Molto bello, ma strano.
postato da: falecius alle ore 09:07 | Permalink | commenti (8)
categoria:racconti, come giacomo leopardi, essere studente oggi
venerdì, maggio 30, 2008
25
Adesso si comincia ad invecchiare, suppongo.
Un quarto di secolo. Ma non è che mi senta diverso, proprio no.
martedì, aprile 01, 2008
La mia vita sentimentale va, nei limiti del possibile (chi mi conosce sa quanto la situazione sia difficile) bene. Almeno, meglio di quanto sia mai andata prima.
Comunque non posso parlarne pubblicamente, quindi basta.

Tra ieri ed oggi ho fatto un paio di cazzate. Di quelle che si fanno per distrazione, stupidità e stanchezza. Tipo, dovevo lavare i piatti e mi sono messo a fare un'altra cosa, e poi me ne sono dimenticato, e stamattina mi sono alzato tardi e ho trovato che qualcuno li aveva già lavati al posto mio e adesso quindi mi sento in colpa, il che è una cazzata perché si tratta comunque di una cosa stupida, però, uffa, forse dovrei gestire la mia vita con più criterio (tipo, andare a dormire ad ore decenti, svegliarmi la mattina presto, fare le cose che devo fare, giocare meno ad Age of Empire).
Sto studiando, per ragioni che è troppo complicato spiegare, la letteratura thailandese. Devo ammettere che è molto interessante.

Milano: questo week-end ero a Milano.
Abbiamo letto pezzi di ABCdiario, il libro che dovete comprare almeno una volta nella vita perché l'ho scritto anch'io, e bè, complimenti, applausi, insomma, è andata bene.
Poi la presentazione di "Cento Anni di Cultura Palestinese" di Isabella Camera d'Afflitto, una delle migliori studiose di letteratura araba viventi in Italia. Presentato dall'autrice, da Wasim Dahmash e da Paolo Branca, come dire, tre dei migliori arabisti d'Italia a parlare nella stessa stanza, bello, sì, davvero, proprio bello.
E infine a cena da Saida. Una gran donna, Saida, devo dire. Vabbé, lo sapevo già. Ma che risate!
Poi sono tornato a casa. Stanchissimo, ma contento, solo che poi faccio le cazzate come quella dei piatti e allora, anche se è una bella giornata, mi secca un po', perché giustamente i coinquilini avranno da ridire, e insomma, io in casa sono il più casinista e il più distratto, e insomma.

Tutto questo pippone si proponeva di introdurre alcune considerazioni elettorali, il problema è ha preso vita autonoma e nel frattempo ho dimenticato le mie considerazioni sui vari votometri e politometri che quindi scriverò un'altra volta, e vi beccate un post para-intimista.