venerdì, novembre 13, 2009
Non vado più spesso sul sito delle Malvestite: i flame mi annoiano da morire.

Ma stavolta mi sono proprio divertita a leggere le reazioni indignate delle carampane di Betty Moore e/o di Carmen Consoli alla sensazionale notizia che la Cantantèssa abbia un passato ciellino.

Sensazionale notizia vecchia quasi di cinque anni,  però.

Intendiamoci, non ce l' ho con Betty Moore. Lei è abilissima a postare due o tre notiziuole (magari invecchiatelle)  di dominio pubblico su topic caldi, riscattarle dal livello del gossip al quale sarebbero fatalmente relegate in poche ore e trasfomarle in pamphlet Laico, Illuminato & Progressista.

Perché Betty è una sacerdotessa di culto Malvestitico; l'investitura gliel' hanno data le sue Carampane che cascano dal pero ogni volta, attendendo, come in questo caso, i suoi responsi oracolari.

Ah, la Consoli non mi ha mai convinta, né entusiasmata. Ma sì. Canzoni gradevoli (poche)  come L'  eccezione, In bianco e neroBlunotte assieme a (molte) lagne insostenibili: Moderato in Re minore (sorry, Falecius) , Maria Catena, Fiori d' arancio, Parole di Burro (a saudade da bossanova , a masturbaçao musical).

E poi, quella voce: o è Rita Pavone con la sinusite, oppure sembra che canti mentre le fanno un ditalino.

Tralascio la letterarietà (?) dei testi: rispetto al livello
Harmony  del pop italico, la Cantantèssa è Leopardi, Bembo e Petrarca tutti assieme.

AdoVo autocitarmi quando parlo di musica.

Beccatevi il mio commento a L' ultimo bacio, o la fiera dell' endecasillabo.

Però, non capisco che cosa vogliano dimostrare i commentatori della sensazionale notizia  di Betty Moore: che chi fa cattiva musica la fa perché è ciellino?? Andiamo.....

Vedere un primato politico, una garanzia di diritto a far buona musica solo da parte di menti illuminate & mai toccate dal mefitico cattolicesimo  mi sembra veramente troppo.

Ivan Graziani era un democristiano, ma certi suoi testi erano genialate assolute. Lo dico senza ironia.

Battisti dava i soldi a Ordine Nuovo, eppure , piaccia o meno, ha scritto la storia della musica che un tempo si chiamava leggera, in Italia.

Vincent d' Indy era un biekissimo conservatore catto-tradizionalista con sfumature maurrasiane, ma un grande compositore.

Gesualdo da Venosa, oltre a popolare in rima le canzoni di Battiato, ad essere un genio del diritto di famiglia, era pure mio antenato. Guai a chi me lo tocca.

Igor Stravinsky -anche lui non risparmiato dalla furia citazionista del Vate(r) di Riposto- era un conservatore coi controcazzi, ma un grande. Luigi Nono all' inizio, a confronto, era un cazzo di parvenu.

O, viceversa: musicalmente si può far cacare lapilli anche se si è iscritti all' UAAR, alla Gran Loggia di Rito Scozzese o se si è giacobini.

L' Inno alla Gioia di Beethoven è una trombonata massonica.

Molta musica da camera di Mozart  è appena passabile.

Schnittke spesso è una martellata sulle gonadi. (Ma vi fa fare bella figura nei salotti radical - chic, citatelo!)

La Messa di Natale per la cappella di Napoleone di Paisiello (no, non sghignazzate, cappella è inteso in senso architettonico) è uno schifo senza appello, dal punto di vista musicale.

Potrei andare avanti per ore. Ma non lo faccio, mi ripeterei.

Però, visto che piace tanto, faccio anche io coming out (che phika che sono, parlo trendy): da ragazzina, a 17 anni, in seguito ad un lutto, ho portato il cilicio sotto i normali vestiti. No, non l' attrezzo fetish della Binetti. Il cilicio vero, la tela ruvida, l' abito di mortificazione che aveva indosso, nascosto,  la moglie di Iacopone da Todi quando morì, nel fiore degli anni e durante una festa.

E ascoltavo lo Stabat Mater di Pergolesi in loop. Dopo dodici anni, mio padre lo mise su per sfottermi, e reagii malissimo.

Sono contenta che almeno nei racconti di fantascienza, Pergolesi viva, arrivi al secolo ventunesimo e possa, forse, sputare in faccia ad Allevi.......
mercoledì, ottobre 21, 2009
Che volete, in fondo il KGB prendeva ordini da Demetrio Volcic...... *



* Per chi non lo sapesse, era una vecchia battuta di Cuore, storico e compianto settimanale di resistenza umana, che io, alla mia veneranda età, ho fatto ancora in tempo a leggere nelle sue ultimissime annate decenti. Falecius probabilmente non se la ricorderà.
giovedì, agosto 27, 2009
Le note a piè pagina devono stare alle fine della pagina. Questa cosa non è un oggetto di dibattito o discussione. Qualunque lettore prova un ovvio fastidio nel dover scorrere delle pagine (che siano cartacee o su web) per poter leggere delle note, dal momento che le note, per loro stessa natura, si connettono ad un punto preciso del testo.
Per quanto riguarda le pubblicazioni in formato elettronico, in particolare, le note possono essere rese ipertestuali, il che ovviamente fa cadere la necessità (altrimenti inderogabile al di là di ogni ragionevole dubbio, ripeto) di metterle a fondo pagina. Detto questo, l'esistenza di pubblicazioni in formato elettronico in cui le note, non ipertestuali, sono alla fine del capitolo o dell'articolo è semplicemente idiota. Incommensurabilmente idiota.

Davvero. Visto che lo Stato italiano produce una quantità di leggi stupide e pletoriche, potrebbe proibire le note a fondo testo.
Ah, e già che ci sono, imporre uno standard per le traslitterazioni scientifiche da alfabeti non latini che eviti a tutti di impazzire sempre. Grazie.

P.S. Mettere una frase tra virgolette senza citarne la fonte è un delitto accademico. Vuol dire che non l'ha scritta l'autore del testo (e quindi non se ne assume la responsabilità*) ma allo stesso tempo impedisce a chi legge di verificarne la fonte. Seriamente, io lo trovo insultante. Come faccio a sopportare una cosa del genere in un articolo scritto da un professore ordinario senza pensare all'assassinio?
P.P.S. Scoprire l'acqua calda non dà in nessun caso meriti accademici, nemmeno se i propri personali oscurantismi ideologici prescrivevano acqua fredda. Ad ogni modo, il concetto di "Occidente" non significa uno stracazzo se lo si applica ad una formazione statale con capitale nell'odierna Istanbul e che considerava la Siria e l'Egitto come proprie parti essenziali.

* avevo scritto "rasponsabilità"; vorrà mica dire qualcosa?
domenica, agosto 09, 2009
Sono molto stanca e ripenso al mostruoso flame sul sito delle Malvestite. Purtroppo è così, davanti ad argomenti come sesso, religione, dogmatismo e antidogmatismo non mi tengo più.

L' amico Billy Pligrim cita le bifolchette indottrinate della base PCI tanto impegnate:



Non a caso, adesso come allora, ad essere radicale era una piccola parte della popolazione che si riconosceva in ideali civili simili a quelli della sinistra, ma tutti incentrati sulla libertà dallo stato (che significa e significava libertà dalla Chiesa), e non su una nuova regolazione dello stato; mentre il messaggio (molto-vetero)comunista della libera sessualità come dovere continuava ad imporsi tra uomini che del corpo femminile e del suo uso ed abuso non avevano, mi si permetta e per citare Foucault, davvero capito un cazzo.



Non può non venirmi  in mente l' immagine desolata che dà Pasolini, in Petrolio, della donna:



Le giovani e le ragazze, tutte diligenti e agguerrite, con l' aria di sapere bene quello che vogliono anche quando fanno <....> le stronze o le bocchinare, seguono con grande attenzione la predicazione di questo Modello. In cosa consiste questa predicazione? Nel codificare, regolamentare, normalizzare quotidianizzare e fanatizzare tutto ciò che di nuovo e di rivoluzionario- rispetto al recente Passato- possa esser stato voluto e imposto silenziosamente (e in qualche caso, come abbiamo visto, anche attraverso un esplicito intervento) dai precedenti Modelli di Vita. Gli Dei non si stancano di ripeterlo a Carlo: benché questo Modello del Conformismo sia inserito in un contesto visionariamente formato di sole femmine, lo spirito che esso promana e impone è valevole anche per i maschi. L' Elemento del Conformismo è un Elemento coesistente in ciascuno -maschio e femmina- con tutti gli altri. Ma sono le femmine che hanno avuto una speciale delegazione ad assimilare e a diffondere lo spirito di questo Modello: senza le femmine esso  sarebbe vissuto tra i maschi disordinatamente, lasciando magari ad essi l' illusione del nuovo e del rivoluzionario: cosa imperdonabile, e del resto, neanche concepibile.



Poi però, leggo in un commento di Resin che lei, nell' anno 2009, rimpiange proprio quegli anni, che Pasolini definiva mostruosi:



PrimaDiLeggereQuestoPostEroFelice (oh, poi se non cambi in ‘lettoelenalucreziablablà’ mi fai un favore, c’avete dei nick che sembrano film di Lina Wertmuller :D) se intendi dire che il mio commento dell’una era scritto male, ti dò pienamente ragione. Quanto all’idea, ribadisco: se è vero che a firmare la 194 c’erano donne e uomini, ai tempi, non bisogna fare gli struzzi e dimenticare quale contesto socioculturale e quali rivendicazioni femminili (maternità come libera scelta CONSAPEVOLE e voluta, anche in assenza di un compagno) ha portato a quella legge. Se è vero che ci sono donne, anche a destra (rispetto ad una Binetti che sta a sinistra) che hanno affermato che la 194 non si tocca e che, almeno a leggere sui giornali, non si sono affatto opposte all’introduzione della RU-486, bisogna riconoscere che uomini di quel tipo e di quel livello, anche a sinistra, oggi non esistono più.

Allora, in questo momento storico, dire che anche gli uomini dovrebbero avere un ruolo, col livello medio degli uomini in politica, mi sembra una richiesta di par condicio ottimistica e troppo fiduciosa.

Io non ho la minima fiducia in questi uomini perché non sono quelli degli anni ‘70, e guarda, nemmeno quelli degli anni ‘80 (guarda tu cosa tocca rimpiangere!).

Mi sfugge il motivo per cui, da donna e interessata alla questione, dovrei permettere a uomini di infima categoria e di scarse conoscenze di occuparsi di questioni che potrebbero riguardare il corpo e la libertà mia e delle altre donne.



Questo basta a farmi dire che Pasolini non sia quel profeta tanto chiaroveggente che gran parte della sinistra italiana si affanna a riconoscere. Delle due l' una. Se una ragazza certamente intelligente, certamente con una cultura, rimpiange gli anni '70 e quegli uomini che Pasolini demoliva, definendoli patetici, gli anni '70, dal punto di vista sociale e culturale non erano poi così male.

Oppure....oppure è la débacle completa. Ma questo, mi rendo conto, è un mio pensiero. Che va oltre Pasolini feat. Theodor Wiesengrund Adorno.

Adesso il femminile , il diverso, l' alterità, sono organici al potere in maniera totale e indistinta. Il potere si è mangiato l' alterità, e ha creato i gay da salotto o gli omosessuali formato famiglia, i family gay*. Quelli che altro non aspettano che di essere accolti nelle case che contano, che così si fanno una patente di progressismo e di tolleranza (devo vomitare) assolutamente farlocca, ma efficace.

Quali uomini degli anni '70? Quelli come il Merda, che porta a spasso, in ligia e timorosa adorazione del modello  del Permissivismo, la fidanzata culona Cinzia?

Beh, adesso quegli uomini occupano qualche calda sedia di qualche segreteria PD, pronti ad autoemendarsi, satolli della propria self righteousness, dalle mele marce, come Luca , lo stupratore di periferia.

Sono tanti chierici anche loro, preoccupati a tenere in piedi un edificio, che, al pari della chiesa cattolica, crollerebbe al primo focolaio di malcontento, non dico di rivoluzione.

Pasolini aveva previsto che il Vaticano finisse.



Qui il Tabernacolo è dedicato al Modello dello Spirito Laico. Si vede del resto ben chiaramente che le ragazze non sono più di chiesa, e a tutto usano convincere i maschi fuori che a portarle a Messa la Domenica. L' ignoranza del Vaticano è stata per secoli il modello dell' ignoranza del popolo. Un' ignoranza fatta tutta di praticità, come suggeriscono gli Dei a Carlo: una praticità a cui il pragmatismo americano e addirittura il più fanatico e provinciale behaviorismo 'fanno una pippa'. Ebbene [finito] il Vaticano, è rimasta la sua ignoranza, in cui, a causa del suo praticismo totalmente irreligioso, è facile per il Modello dello Spirito Laico, del suo Tabernacolo, insinuare il Verbo dell' edonismo e del materialismo di carattere americano, o comunque tipico dell' intera nuova civiltà.



E invece. Eccoli là. tutti in parata. Pronti a puntellare il Potere politico, che Pasolini aveva tentato disperatamente di sceverare da quello ecclesiastico, proponendo il Processo al Potere e al Palazzo, da cui traggono guarentigie e sine cura.

E il Potere: eccolo. Livido, nato da madre morta (mostruoso è chi nasce da una madre morta...), la democrazia, nella sua forma più ipocrita ma anche più commovente, che è quella del PD. Nato dai cascami del dossettismo, che sta decomponendosi floridamente nel teodem, e dalla tradizione muffa delle ignorantelle della base comunista allevate alle Frattocchie.

Tracotante, gaudente, quasi gongolante nella sua versione governativa, sempre pronto a cercare legittimazione morale dalla chiesa anche tramite i più bassi do ut des. Leggetevi i post di Uriel, vah, che è uno di quelli che stimo, in rete, e ci capirete qualcosa. E' lontanissimo  come vissuto, come credo, come idee da me, ma mi ci ritrovo.

Come lontano, politicamente,  da me è Yossarian, lo zio Yossi, impagabile nello smerdamento degli opliti del bene.

Quanto a me, si è capito, che quella sera tiepida di aprile, in cui passeggiavo per Torpignattara con Falecius in un intreccio di mani, la mia grande, calda destra intrecciata alla sua fine sinistra, quella virile fossi io.

Ho dovuto difendere la mia relazione da divieti arcaici. Dall' intervento di un padre straziantemente scisso tra una educazione sentimentale e mondana laica, liberale, progressista e sostanzialmente atea, professata in perfetta buona fede, e contesto familiare d' origine (millantato)nobiliare, arcaico, patriarcale e violento. Lo capisco bene, Pasolini. E le sue difficoltà di rapporto col militare padre Carletto Pasolini dall' Onda. Se vedo le foto di Pasolini dall' Onda e di B. A. d. G. mio padre, in divisa dell' Aeronautica, rivedo lo stesso sorrisetto sprezzante da anima prava, lo stesso autocompiacimento per il proprio bell' aspetto, la stessa brama di eroismo e di gloria.

E oggi, la stessa frustrazione da vinto di chi ha malvissuto, e lo stesso cupo livore verso moglie e figli.

Solo che mia madre, pur campagnola, non è una dolce maestra elementare friulana. E' una rossa, pragmatica, corpulenta emiliana. Alla quale non somiglio nemmeno un po'. E che certo, troppo impegnata a sopravvivere, non si è dedicata oblativamente a me, come Susanna Colussi.

Noi femminucce, per affrontare cotanti padri, diventiamo virili. Alle percosse subite rispondiamo cento, mille volte, e incameriamo sadismo e volontà di rivalsa. E persino un certo divertimento, tutto maschile, per questo fragilissimo, a rispondere alle sfide, a 'cacciare'.

Non sono pura. Non sono immune da nulla. Ma il conformismo, i dubbi di adesioni al Modello pasoliniano, i rimpianti, non posso averli. Sono il prodotto di un ambiente arcaico, dove belle parole come "libertà individuale", "autodeterminazione", "emancipazione femminile", erano,  in definitiva, appunto, belle parole, usate dal Padre per fare colpo in società. E tutto mi sarei aspettata, tranne che lodare la mia buona ventura di prendere schiaffi per un sì o per un no, per un' insistenza di troppo, che mi esimono dal lodare Corsari e Maestri Abilitati A Parlare
.



Quelli "presentabili", tanto educati, tanto brillanti,  tanto amici di mia figlia....Per le lesbiche, lo sdoganamento procede più lento.
mercoledì, luglio 29, 2009

Apprendo con una certa costernazione che si è formato un comitato a sostegno del conferimento del Nobel ad Alda Merini. Capofila dell’ iniziativa, sarebbe Dario Fo. Chissà perché la cosa non mi sorprende.... Si tratta, a mio parere, quello conferito a Fo, del Nobel per la Letteratura  più immeritato degli ultimi vent’ anni. Quando, oramai più di dieci anni fa, alla irrisione di Mario Luzi da parte della mia professoressa di lettere, reo, secondo lei, di ritenersi più meritevole del riconoscimento che il giullare pavese, feci sommessamente notare che forse un po’ di ragione ce l’ aveva, mi sentii rispondere che “era un baciapile rincoglionito”.


Adesso come allora non sto dicendo che Luzi sia il più grande poeta del ‘900 italiano (a mio personalissimo parere, se la giocano Sereni, Zanzotto, Raboni e Piccolo, con una mia particolare preferenza per il primo), ma, comunque, ha rivestito un ruolo importante nella cultura italiana del Dopoguerra. Certo, non è mai stato un marxista e la sua poesia ha sempre avuto quell’ odoruzzo d’ incenso da parrocchia - bene fiorentina, quelle lapiriane, come disse, una volta, a lezione Marzio Pieri, di quelle arrampicate sui colli urgenti dalle ripe fogliose e nerastre, perennemente prossime al marciume.


Si rileggano le prime raccolte, in particolare Avvento Notturno: le immagini di angeli lugenti e cristalli sognanti nelle città deserte, scolpite nei marmi toscani, hanno poco o nulla a che spartire con il sensuoso orfismo onofriano, o con la suggestione ancora dannunziana di qualche numinoso Poema Paradisiaco. Molto hanno, invece, a che vedere con la filigrana di Mallarmé –ma asciugata dall’ inesauribile, dispersa in mille rivoli, variazione, ravvisabile in Ungaretti- precisa semmai ce ne fu una, ferma attesa di una parousia notturna del divino come rivelazione individuale, come ineffabile intermittenza. Vegliate dunque, perchè non sapete né il giorno né 1’ora. (Mt, 25, 11-13)


Rimandi, quindi, ovvi a François Mauriac, ma pure, non dichiaratamente,  a un Heidegger (ancora lui!) “inespresso”: quello della Introduzione alla metafisica, poi, per le raccolte successive, quello della  Lettera sull’ umanesimo.


La poesia di Luzi, vergine un po’ folle, analogamente al linguaggio heideggeriano, esplora la possibile influenza del paradigma biblico della Parola sulla concezione dell’ essere, secondo quella che potrebbe essere definita come intima interconnessione tra linguaggio ed essere, fino ad identificare l’ Essere con il Dire originario, in analogia al Logos della rivelazione giovannea.


La poesia di Luzi ha prodotto tanti epigoni, specie in area toscana, tante vergini savie e inerti; quella di Sereni è fatta della materia delle comete: finora, nessun avvistamento simile, ma tanti ‘analogisti’ sulla sua orbita geostazionaria.


Per questo, a mio modesto parere, se proprio bisognava sprecare un Nobel, tanto valeva conferirlo a Luzi. Ma, si sa. L’ impegno, l’impegno in servizio permanente. Quello che sindacalizza tante professoressotte di liceo, quelle, più preoccupate che un linguista con velleità d’ ispettore non verificasse la loro effettiva preparazione che di insegnare decentemente il latino. Ma siamo al Linguistico, signoramia, che volete che gliene freghi del latino. Se non seguite e giocate a briscola tressette scalareale durante le lezioni, cazzi vostri. Disse la professoressotta, tirandosi la bazza indignata fino all’ occhi.


Ma non divagherò più.


La Merini, dicevo.


Personalmente, trovo la Merini ampiamente sopravvalutata. Non arrivo a dire che non valga niente; di certo diverse sue  poesie sono degne di nota, ma secondo me presa nel complesso è piuttosto noiosa e non eccelsa.


Penso che la sua grande celebrità (superiore a quella che normalmente arride ai poeti, anche ai migliori) sia dovuta, più che alla poetessa, al personaggio. Al fatto che si sia fatta tutti quegli anni di manicomio, che ha avuto due decine di uomini e quattro figli, e che si voltoli nel lercio perché, dice lei, il maiale pulito non ingrassa.


Persino il posato blog di Rai Vaticano le perdona la sua patente infrazione alla morale sessuale propugnata da Santa Romana Chiesa. Tanto, cariloro, hanno una lunga consuetudine con le puttane sante: Maria Egiziaca, Maria Maddalena, Santa Margherita da Cortona....lei poi scrive di Maria e di grembi spasmodici e violati.


The luxury of filth, come diceva un fortunato slogan di qualche anno fa per una marca di jeans.


La Merini mi sembra una riuscitissima réclame di sé stessa. Imperversa da Chiambretti, dialogando improbabilmente col giovane rom montenegrino salvato dalla sua sorte miseranda dal cuordoro di un albergatore di San Benedetto del Tronto.


Però, quando viene intervistata, con tutto il rispetto la trovo un po' querula, sempre lì a lamentarsi di tutto. Che non ci sono più i clown, che anche l’ idiozia di Berlusconi l’ ha delusa, o che ha avuto gli operai in casa che l’ hanno infastidita.  Ne siamo costernati, davvero. Ma cosa dovremmo fare, metterci a piangere? Querelare il suo padrone di casa e convocare una riunione di condominio urgente?


Poi. Basta col mito della poetessa marginale. La signora Merini ha avuto, fin dalla più giovane età, ottime entrature nel mondo letterario italiano. Ha conosciuto , giovanissima, Sereni,  Turoldo, Quasimodo, Pasolini. E’ stata l’ amante, quindicenne,  di Giorgio Manganelli, che lei dipinge come un mostro misogino. Forse, ma le sue visioni sono tra le più  autentiche.


Cito sempre il professor Pieri:


Una volta Giorgio Manganelli doveva tenere una relazione a un convegno junghiano; gli mancò la parola e la relazione, che poi scrisse, non parlava del soggetto che egli era stato chiamato a trattare ma dei motivi profondi per cui non era riuscito a parlarne, come sarebbe stato del tutto ovvio. La relazione apparve, poi, negli Atti del convegno e, piu tardi, figurò in una delle più labirintiche e sapienziali raccolte di scritti manganelliani. L' uomo che aveva ritessuto il filo tra la letteratura e la menzogna, era uomo dei più schietti ed, anzi, esposti. L’ hilarotragoedia, di cui era maestro, si riscontrava con l’ hypocondria*.


Ovvio che si baloccasse con l’ adesione carnale, disperante, della vita della Merini alla sua produzione poetica. Dirà, ormai anziana:


"Più bella della poesia è stata la mia vita".


Ohibò. La conflagrazione con l’ uomo che dichiarò candidamente: 


Io amo i poveri, e soffrirei in un mondo senza poveri; i poveri sono le brioches dell'anima.


era inevitabile. La poesia non è un balsamo per le anime belle. Poi il manicomio, poi il matrimonio e la comune infelicità coniugale. E gli editori, per cui la pazzia è un quid pluris per le vendite, farle cerchio tutt’ intorno come pescecani attirati dal sangue, alla sua senile reprise poetica. Pronti a coglierne ogni tardivo mestruo in versi.


Falecius, che è molto più buono di me, dice che proporre la Merini per il Nobel sarebbe un modo per lavarsi la propria cattiva coscienza da parte di tutto il mondo letterario italiano. Forse, ma solo in seconda istanza. Tanto, quelle come la Merini, una Mestiziamoratti un assessore impietosito un prete lo trovano sempre, a salvarle da un’ indigenza, anche quella, di maniera.


Semmai, il Nobel, ancora di più che la pazzia, aumenterebbe le vendite in un settore, quello delle raccolte di versi, dove se si arriva a tirature dell’ ordine del migliaio si grida al miracolo.


E poi, come ho già spiegato per l’ Acaro Ascolano, l’ artista sensibbbole tutto genio e sregolatezza piace, fa simpatia, aderisce all’ ideale caricaturalmente sturmeriano più vieto che è invalso nel biografismo del “genio” di matrice idealistica e romantica.


Pieri un giorno mi disse in tutta franchezza, leggendo alcune mie desolate e balorde considerazioni, che gli avevo incautamente sottoposto:


“Eh, signorina, se dovessimo chiamar poeti tutti quelli che il babbo maltrattava, che nascevano gobbi o che avevano difficoltà a farsela dare dalle ragazze, riempiremmo uno stadio. E poi si sa che voi belle la date solo ai pescatori di spugne!”


Mi aveva vaccinata a vita contro ogni cedimento larmoyant alla contemplazione del mio proprio io, contro ogni periclitante giro del mio ombelico attorno al mio malessere interiore.


Vi lascio questa lettera, che non ho mai reso pubblica, e che conservo tra le cose più care:


Io non vorrei che Lei cadesse vittima di una falsa prospettiva, generatrice di false attese. I professori non sono dei santi, nè dei confessori, né degli psicanalisti 'gratis'. lei non va dal benzinaio per intrattenerlo sul male di vivere. Alcuni professori (e io sono fra questi) per indole personale e per una qualche deriva professionale, sono più disposti a porgere un qualche ascolto anche, diciamo, 'umano' agli studenti che incontrano sulla loro strada, ma, debbo essere franco con Lei, non è detto che siano i migliori professori e che questa loro indulgenza sia un bene, né in sé, né per gli studenti. C'è il rischio, molto pesante, dell''umano troppo umano'. Studiare è un'altra cosa e, prima di tutto, è una dura professione. Non è un lavoro più 'alto' o più 'duro' di altri, ma è un lavoro con proprie tecniche, con proprii obblighi, con proprie inderogabili esigenze. Lo studente specie di letteratura a volte tende ad ascoltare con troppa assiduità il proprio io (non il male di vivere di Montale ci interessa ma i modi della sua arte in cui il tema del male di vivere si è espresso) e crede suo diritto offrire una audizione agli insegnanti, ma, Le ripeto, se non è un peccato, non è nemmeno un rimedio.

E poi:


[...] so che Lei si fida di me come professore. Ecco, prima di tutto riprenda le forze; sappia che crisi nervose anche più gravi sono tipiche della giovinezza; poi passano. E studi studi studi. Vuol dire passare da un libro all'altro, schedarli, rivoltarli, farli propri. Son come le scale per arrampicarsi. Studiare vuol dire dimenticare se stessi e realizzarsi tutti nell'oggetto dello studio. Quando l'operazione, assai dura e non facile, e non immediata, riesce, uno si avvede d'un tratto che avendo dimenticato se stesso, è nel frattempo cresciuto. Io questo Le auguro, con amicizia. (passo e chiudo).





*Marzio Pieri, Roma Magica, La Finestra, Trento, 2002, p.126.
lunedì, luglio 27, 2009
So che mi arriveranno strali scandolezzati da ogni parte, tentativi di correzione del tipo "ma non è lui che era un coglione, sono gli altri , da destra e da sinistra, ad averne fatto un santino."

Eh no.

Dicendo così, lui è sempre nel giusto, e passa dall' essere un santino al costituire una reliquia.

Certo, a sentire Zigaina parlare del suo interesse per Eliade e Frazer, si può credere che non gli dispiacerebbe.

Ma a me ha fatto sempre saltare la mosca al naso questa frase pasoliniana:



"O esprimersi e morire o restare inespressi e immortali"



oppure, nella sua variante:



"La morte non è nel non poter comunicare ma nel non poter più essere compresi."



Pasolini, nelle Lettere luterane, scrive:



"I giovani maschi che camminano quasi religiosamente per strada tenendo con aria protettiva una mano sulla spalla della donna, o stringendola romanticamente per mano, fanno ridere o stringono il cuore. Niente è più insincero di un simile rapporto che realizza in concreto la coppia consumistica."



Parole sante, verrebbe da dire. Peccato che non siano sue. O meglio. Pasolini non è stato il primo a comprendere che la soddisfazione personale attraverso i beni di consumo e la riduzione ad oggetto delle persone erano strettamente connesse. Ci aveva già pensato, per così dire,  la Scuola di Francoforte, ed in particolare il suo filosofo più grande e fumiste: Theodor Wiesengrund Adorno*, a stabilire il nesso tra capitalismo basato su produzione e consumo e la nozione di sesso basata esclusivamente sul piacere. Ciò che caratterizza tutto il discorso pasoliniano, facendo intravvedere personali idiosincrasie e, spiace dirlo, un orientamento sessuale mai pienamente accettato, è il passo ulteriore: vedere il sesso come rituale conformistico. Dopo aver dichiarato questo, la conclusione è una sola. Il piacere è scomparso dalla soddisfazione personale che il sesso offriva.

E infatti, sempre da Lettere Luterane:



"La società preconsumistica aveva bisogno di uomini forti, e dunque casti. La società consumistica ha invece bisogno di uomini deboli, e perciò lussuriosi. Al mito della donna chiusa e separata (il cui obbligo alla castità implicava la castità dell'uomo) si è sostituito il mito della donna parte e vicina, sempre a disposizione. Al trionfo dell'amicizia tra maschi e dell'erezione, si è sostituito il trionfo della coppia e dell'impotenza. I maschi giovani sono traumatizzati dall'obbligo che impone loro la permissività: cioè l'obbligo di far sempre e liberamente l'amore."



Se si guarda ai film di Pasolini, non c'è una donna dotata di un qualsiasi, seppur minimo, appeal sessuale: la donna è madre (quindi al di sopra di ogni desiderio sessuale esplicito, anche se rivestita, fino al ridicolo, fino alla spudorata burletta psicoanalitica, di implicazioni edipiche: Edipo Re, Il Vangelo secondo Matteo, dove è sua madre Susanna Colussi a recitare la parte della Madonna, Teorema, Mamma Roma, Medea), o puttana, defraudata quindi di un desiderio sessuale proprio, e sfogo-contenitore di quello maschile,  (Mamma Roma, ancora, Salò o le 120 giornate di Sodoma, Decamerone), o è bambina o comunque minorata (l' Assurdina Caì di Che cosa sono le nuvole?, Zumurrud de Il fiore delle Mille e una Notte).

Insomma, davanti ad una donna adulta, non necessariamente madre, dotata di un desiderio proprio, Pasolini che fa? Urlacchia sdegnato come un Ippolito qualsiasi accanto a Fedra! E va bene che le donne non gli interessano. Ma da qui a considerarle una minaccia apportatrice di lussuria e di corruzione alla castità del fantomatico maschio forte&casto della società preindustriale, ce ne corre.

A chi, per esempio, con robusto seppur miope buonsenso, gli faceva notare che era meglio la desolante visione della coppia mercificata ma "moderna", piuttosto che quella, tabuata e arcaica, dei muti corteggiamenti sui sagrati delle chiese friulane, o delle fuitine sicule, o dei delitti d' onore, Pasolini, insofferente alle finezze del dialogo e abituato ad argomentare a frasi oracolari, risponde nell' unico modo possibile: ignorandolo.

Ci casca con tutte le scarpe. Emula proprio l' atteggiamento heideggeriano che Adorno (sì sì, proprio lui), stigmatizza: distribuisce attorno a sé un tabù secondo cui ogni comprensione delle sue idee sarebbe contemporaneamente una falsificazione.

Perché? Perché è un coglione. Sopravvalutato.

E adesso, andate pure in deliquio per le Lettere luterane, provate a ravvisare parole profetiche sull' attualità, negli Scritti corsari.

Guardate un po' come è stato profetico. Chi aderisce più pronamente OGGI a quel modello di coppia da lui stigmatizzato. Se i giovani maschi che a lui stringevano il cuore o le giovani mie coetanee che a me strappano un sorriso.




*Rileggersi in ginocchio La dialettica dell' Illuminismo e Minima moralia.
sabato, giugno 13, 2009

Grazie Gasparri. Sei più comico tu di un qualsiasi Marcoré che ti possa imitare.


 


mercoledì, giugno 10, 2009

Vorrei tornare su Waltz With Bashir con una disamina più approfondita delle mie posizioni, anche a seguito di alcuni commenti particolarmente risentiti a riguardo.

Come rappresentazione della futilità della guerra e della confusione, del terrore e dell’ abbrutimento di coloro che vi prendono parte ,  Waltz With Bashir è un grande esempio di  genere. Ciò è dovuto in parte al racconto, in cui il protagonista fa un viaggio per recuperare i suoi inaccessibili ricordi di guerra.


L’ effetto è rafforzato anche dall'uso di un’  animazione sofisticata, allucinatoria, che contribuisce a fornire un ritratto fresco e assieme impressionante di ragazzi in guerra. (A titolo personale mi ha colpito per il fatto che molti dei soldati fossero, nel 1982, più giovani di me, e altrettanto giovani di una controparte terrorizzata).

Il film esplora la natura della memoria e come evitare la dissonanza cognitiva data dal reprimere e dal censurare psicologicamente azioni ed eventi che non sono in linea con il modo di vedere noi stessi. Così il nostro protagonista, stimolato da un ex-commilitone nell’  emersione della propria memoria in forma di incubi,  cerca di scoprire gli eventi che l’  hanno cancellata.


Fin qui tutto bene, e la questione un poco fumosa del modo in cui abbia intrapreso questa compositio memoriae,  approcciata  attraverso interviste, è ben compensata dai sogni presentati in  lunghe e suggestive sequenze di flashback.

Tuttavia, a causa di quella che sembra essere  una tenace aderenza alla sua esperienza personale, il regista Folman manca l'opportunità di imprimere una svolta al  film verso  qualcosa di più grande, di tracciare un parallelo tra il proprio atteggiamento evitante di una scomoda verità e quello del suo paese, Israele, che non riesce ad affrontare a livello politico e collettivo una verità altrettanto scottante:  chi un tempo era vittima si è trasformato in carnefice. Questo atteggiamento mentale si è consolidato, nel tempo, attorno ad un’ omissione ,  non è chiaro  se deliberata o inconscia : guardare ai fatti troppo da vicino  sarebbe stato davvero troppo da sopportare, anche per un regista che ha avuto il coraggio di affrontare un argomento che è stato finora una  macchia inesplorata  sulla coscienza nazionale. E le omissioni sono tante, nella sceneggiatura: concretamente quelle  riguardanti episodi che, se fossero stati inseriti attraverso una migliore mise en scène, avrebbero  facilmente fatto stabilire allo spettatore connessioni personali   senza esagerare nel ricorso all'allegoria.

Per esempio il famoso assedio di Beirut precedente il massacro è appena menzionato. Tre mesi di intensi bombardamenti israeliani che, secondo le Nazioni Unite, hanno ucciso settemila persone e ferite ottantamila, l'80% delle  quali erano civili. I numeri degli  uccisi nell’ assedio di Beirut sono circa due volte la più grande stima dell’ ammontare delle vittime  dell’ eccidio  di Sabra e Shatila, compiuto dai Falangisti, con l’ avallo di Tsahal. 


Di per sé,  sarebbe  un’  interessante domanda chiedersi  se le  uccisioni effettuate da parte dell’ esercito regolare di uno Stato siano meno odiose di quelli perpetrate da  una falange armata e accecata dall’ odio.  Purtroppo, allora  non vi è  stata  alcuna possibilità di porsela.

C’ è più di una mancata contestualizzazione degli eventi: al tempo dell’ uccisione di Bashir Gemayel,   l'OLP era già salpata da Beirut sotto la supervisione di una forza multinazionale, lasciando poca resistenza attiva in  a città (fatta eccezione rispetto a quella formata  da gruppi della sinistra libanese), e nessuna nei campi. Il film dà l'impressione che siano stati i Palestinesi ad uccidere Gemayel , una impossibilità logistica. (Mi risulta siano stati ambienti maroniti di sinistra, cioè... "nazional-socialisti", che in Libano figurano essere di sinistra per il fatto di opporsi alla falange. Così mi dice Falecius, che ringrazio).  L’ intento dei Falangisti non era la vendetta - senza dubbio sono stati alimentati e rinfocolati nel loro odio, oltre che da   droga e alcol, dalla morte di Gemayel -, ma il loro esasperato e inutile intento è stato sempre quello di ottenere un Libano ad egemonia maronita , ed ecco la  scomoda e taciuta la verità . Si è trattato di un intento di cui Israele era ben  consapevole e da cui  ha tratto  il massimo vantaggio. I Falangisti  pensavano di stare lottando per difendere la propria comunità minacciata dalla distruzione. Propaganda, ovviamente. Ma la sinistra libanese all' epoca agitava questo spettro in maniera piuttosto truculenta.  Avete presente Damour? E'  un interessante thread che il film evita di approfondire , e né Folman coglie l’ironia del fatto che  la  Falange  (alleata di Israele durante l'invasione) sia stata creata dal nonno di Bashir Gemayel  dopo una visita di ispirazione  nella Germania nazista. 

Poi c'è il massacro stesso. La ricerca di base rivela questi fatti: una riunione antecedente  il massacro tra il  comandante delle forze israeliane a Beirut e il capo delle forze falangiste  ha avuto luogo, a condizione che Israele fornisse le foto aeree dei campi e con la  decisione  di provvedere ad  un sostegno logistico, ignorando deliberatamente ciò che sapeva benissimo i  falangisti  fossero  in grado di fare. Anche se la sede del comando israeliano che sorvegliava il campo è stata citata nel film, il fatto che vi sia stato  stato un ufficiale di collegamento della Falange  è stato passato sotto silenzio. In contatto con la milizia nel campo, non ha lasciato  agli ufficiali dell’ intelligence israeliana  alcun dubbio su ciò che stava succedendo. Sotto gli ordini, i  soldati israeliani hanno ripetutamente ricondotto e sedato i civili nei campi , ignorando  le loro esortazioni e le loro suppliche sul fatto che li stessero massacrando e violentando.  (Dal punto di vista drammaturgico, esplicitare questo episodio   avrebbe fornito   un esempio molto più potente di colpevolezza individuale del protagonista rispetto al fatto di essere lì  mentre si stavano sparando i razzi, come mostrato nel film. Questo momento di rivelazione risulta  indebolito  a causa dell’ autobiografismo troppo spinto del regista.) Molti soldati di Tsahal hanno  riferito che cosa stava succedendo a loro superiori, a tutti è stato  detto di non preoccuparsi. Sebbene un episodio inerente a questo atteggiamento è stato mostrato nel film,   la cecità volontaria e collettiva del comando israeliano sul massacro è stato sottovalutata. Infine, e cosa forse più importante, il fatto che sia l’esercito  israeliano che i servizi  di  intelligence controllassero (e fossero presenti all’ interno di esso)  lo stadio in cui camion carichi di residenti del campo siano stati condotti per essere processati, è stato  inoltre deliberatamente  lasciato fuori dalla narrazione filmica.

Tutte queste omissioni servono  ad annacquare la percezione del  ruolo di Israele nella vicenda, e il risultato è un cattivo servizio reso allo spettatore da  Folman, che ha lasciato troppe cose non dette.

Dopo aver detto  che Waltz with Bashir è comunque  un film importante e di straordinaria potenza evocativa, per  una serie di ragioni, di cui certo non è la meno importante il concedere alle vittime un certo riconoscimento  , ma anche perché, si ammette, sebbene implicitamente e peritosamente, che ci siano state certe persone nel comando israeliano  che hanno fatto accadere fatti gravissimi.


C’è sempre l’opzione che un israeliano si fermi un attimo a riflettere e si chieda 'Che cosa stavamo facendo, allora?' Nessun altro può farlo per loro.


Si deve rendere merito a Folman di aver compiuto il passo coraggioso, necessario ma non ancora sufficiente, di mettersi davanti allo specchio delle proprie responsabilità. Ciò che Folman non ha fatto fino in fondo, è stato avere la forza e l’onestà di sostenerne a lungo la vista, e di esaminarcisi molto profondamente.

lunedì, giugno 08, 2009
Qual' è la maniera migliore per rendere i personaggi di un film simili ad eroi, per definizione tutti giovani e belli?

Fargli compiere azioni di valore e umanità straordinari? No. E' troppo facile, per nulla realistico. Piuttosto, è meglio farli apparire come persone normali, seppur nella loro complessità, alle prese con decisioni difficili. Persone con preoccupazioni anche gravi e costrette a compiere azioni molto cattive.

Ma sempre con ottime ragioni, e senza mai dimenticarsi di fargli versare gobiose lagrime dopo il misfatto.

Il film di Ari Folman Waltz with Bashir * mi ha ricordato un' altra pellicola sulla difesa israeliana: Munich, di Steven Spielberg. Un manipolo di valorosi  pagato dal Mossad comprendente, tra gli altri, un ragioniere, un costruttore e venditore di giocattoli bombarolo e un meccanico, mandati in giro per il mondo da Golda Meir a caccia del cattivo di turno. Non è un lavoro facile. E' un lavoro sporco, ingrato e sanguinoso. Comporta più dilemmi morali del numero di stanziamenti  nei Territori Occupati. Però lo si fa per una buona causa.

Il nemico è semplicemente un fanatico.

Molto opportunamente, Spielberg conclude il film prima che questo drappello di valorosi uccida, in Norvegia, un cameriere di una pizzeria di origine marocchina, che non c'entra nulla coi cattivi a cui danno la caccia.

Il tema di Waltz with Bashir è il medesimo. Un esercito composto da gente normale, che più tardi diventerà regista, titolare di una catena di rivendite di felafel, istruttore di karate va in un paese straniero -il Libano del 1982- e uccide un sacco di gente.

E' una missione ingrata e difficile, che implica il sentirsi male per un quarto di secolo, ad operazioni concluse. Ma la si fa per una giusta causa, e, ovviamente, DOPO, si versano gobiose lagrime. Dopo, appunto. Dopo.

Appropriatamente, nel film di Folman non è l' esercito, infinitamente più morale dei suoi alleati  , a compiere le peggiori atrocità. E' una singola falange di fanatici. L'onore di Tsahal è salvo.

Waltz with Bashir fa spandere gobiose lagrime. Abbracciamoci, sembra dire il regista. Non vedete come piangiamo? Non siamo dei bruti, ma solo gente normale.

Siamo creature pensanti, complesse e  sensibboli.

Lo capite quanto è difficile e inducente forme di stress post-traumatico, introdurre l' apartheid, costruire un muro e sparare proiettili al fosforo bianco su donne e bambini?




* Sì, mi sono voluta fare del male, guardando questo film nel giorno delle elezioni in Libano. Alla fine del film, avrei voluto essere il ventisettesimo cane feroce del branco che insegue in sogno Boaz, l' amico del  protagonista. Quello che si fa il bagno tutto ignudo su una spiaggia di Beirut illuminata a giorno dai traccianti. Il "bel ragazzo tormentato con gli occhi azzurri c'est moi",  ci informa Ari Folman.

(Ri)-leggersi I cani del Sinai, di Franco Fortini.

Bashir, per chi non avesse colto il riferimento, è Bashir Gemayel, con la cui gigantografia il soldato Frenkel intreccia un valzer, ritmato dal mitra, che imbraccia sparacchiando a vanvera.

Se volete una bella recensione del film e non vi piace leggere le mie cazzate a riguardo, andate qui .
sabato, giugno 06, 2009
Siccome è un paio di volte che cito Renan, ho deciso di aprire questa parentesi dentro all'inciso, e affrontare la questione del "semitico".
Il "semitico" è essenzialmente un gruppo linguistico. Anzi, oggi è un gruppo linguistico e nient'altro. A rigore, "antisemitismo" significherebbe "ostilità verso chi parla una lingua semitica"; e in generale, nessuno sano di mente considera i gruppi linguistici qualcosa per cui valga la pena di spendere ostilità. Eppure, in origine, significava più o meno quello, anche se questo non impediva agli antisemiti di avercela anche con gli ebrei che parlavano yiddish (che è una lingua germanica).
Chiariamoci, non intendo fare la storia dell'antisemitismo in Europa, che è lunga ed è stata già fatta da gente più preparata di me. Voglio più che altro spiegare perché noi chiamiamo "antisemitismo" l'odio verso gli Ebrei, quando si potrebbe dire "antiebraismo" o "antigiudaismo" (che in effetti si usa a volte per indicare la polemica contro la religione ebraica, distinta dagli Ebrei in quanto persone).
Uno dei motivi principali si chiama Ernest Renan.

Ma facciamo un passo indietro e diamo un breve sguardo a quella cosa spesso ignorata e vilipesa che è la realtà.
Nella realtà, gli esseri umani comunicano tra loro in vari modi, e uno dei modi più utilizzati e più efficaci sono le lingue. Una lingua è un sistema coerente ed articolato di segni (di solito suoni prodotti con la bocca, la gola e il naso) che producono un significato convenzionale nella mente di chi percepisce questi segni. Lo scopo essenziale di questi segni è veicolare il significato, il che vuol dire che il sistema (le regole per associare un gruppo di segni ad un significato) deve essere condiviso tra chi produce il messaggio e chi lo riceve.
Si può sostenere che universi di significato di due persone diverse non possono mai essere perfettamente e completamente coincidenti; e che la somma di piccole differenze e discrepanze possa arrivare a annullare la stessa possibilità della comunicazione. Laddove la differenza arriva al livello di rendere impossibile una comunicazione efficace e completa, abbiamo due lingue diverse.
Tuttavia, in questo modo stiamo segmentando in entità discrete quello che è un continuum di variazioni tra universi di significato e regole di comunicazione; possiamo aspettarci che questi sistemi di regole saranno tanto più simili quanto più ci sia esigenza di comunicare; e d'altra parte che le discrepanze si accumulino nel momento in persone che comunicavano tra loro smettono di farlo, producendo a lungo andare lingue diverse.
Diciamo che sono "gruppi linguistici" le lingue che hanno insiemi di regole parzialmente simili, a volte così tanto da consentire una comunicazione incompleta.
Possiamo organizzare questi gruppi in vari modi, a seconda del tipo di regola la cui somiglianza ci interessa di più.  Ad esempio, posso classificare insieme le lingue che antepongono il soggetto al verbo (lingue SV) e quelle che non lo fanno (lingue VS). Naturalmente questa regola da sola è troppo astratta e generale per assicurare una qualsiasi efficacia alla comunicazione.
Un criterio molto seguito è quello di tipo genealogico. Alcune regole presentano un tipo di affinità che suggerisce una origine comune, e questo ovviamente è molto interessante per chi si occupa dell'uomo nel tempo, cioè gli storici.
Alcune regole simili sopravvivono, altre spariscono, e questo nel corso nei secoli produce dapprima comunicazione parziale e poi incomprensione totale. Un italiano che non l'abbia studiato non può capire il francese, ma i due insiemi di regole mostrano chiaramente una somiglianza che si può spiegare in termini di (semplifico) progressiva differenziazione.
Ora, nella storia succedono sempre un sacco di cose antipatiche. Guerre, schiavitù, invasioni, deportazioni, massacri e tutto il cucuzzaro. Gente che prima non s'era mai vista né sentita nominare all'improvviso si trova di fronte, e di solito finisce a schiaffi. Tutto questo affascinava molto i professori universitari tedeschi dell'Ottocento che, per riscattare le loro misere vita borghesi, sognavano un mondo crudo ed eroico di grandi battaglie, sudore, sangue, stupri, cavalcate nelle steppe dell'Asia, una vita sana e selvaggia nella Foresta Nera ed eroismi vari ed eventuali. Questi sogni bagnati, che qualche generazione dopo i politici tedeschi si prodigarono a soddisfare (con le conseguenze che sappiamo) cominciano nel periodo in cui era successo uno di quei comunissimi incontri storici di cui sopra. Nello specifico, gli abitanti dell'India si erano trovati di fronte gli Inglesi, era finita a schiaffi e gli inglesi avevano vinto. Ovviamente gli inglesi e gli abitanti dell'India parlavano lingue molto diverse, ma gli inglesi, ad un certo momento, si erano accorti di alcune somiglianze tra i sistemi di regole di alcune lingue dell'India e quelli del latino e del greco.
Questo fatto attrasse la curiosità di alcuni professori tedeschi (e danesi) che si misero a comparare i sistemi di regole di svariate lingue e decisero che ce n'era abbastanza per pensare che avessero una origine comune. Ne emerse quindi un gruppo linguistico che venne chiamato "indo-germanico" o "indeuropeo" perché includeva (ed include) le lingue dell'Europa, tra cui quelle germaniche (parlate dagli inglesi, dai tedeschi e dai danesi, che si davano così molta importanza), e quelle dell'India. Include anche il persiano e altre lingue dell'area iranica, ma non è molto importante in questa sede. Naturalmente che le lingue germaniche, per esempio, formassero un gruppo linguistico definito da una origine comune era noto, dal momento che la loro differenziazione era relativamente recente e ben documentata e le somiglianze evidenti (con le cronache scritte a documentare la diffusione e la differenziazione delle varie lingue, almeno in parte). L'indeuropeo rimontava ad una origine comune ben più remota, a cui non era possibile accedere se non attraverso la comparazione linguistica, oppure attraverso il mito.
E molti popoli hanno miti che parlano di migrazioni, guerre ed invasioni, per la banale ragione che si trattava di eventi relativamente frequenti che avevano, come dire, un discreto impatto sulla vita delle persone. Miti che titillavano le fantasie sanguinarie dei professori tedeschi che dicevo. Ora, anche gli Indiani avevano miti di quel tipo, e andando a bene vedere alcuni somigliavano a quelli degli antichi Germani (o Celti, o Greci)! Wow!
Ricapitolando: le lingue dell'India settentrionale hanno un origine comune col tedesco ( e il latino, e il greco, e il russo, ecc...), e in India c'è un mito che parla di una stirpe nobile che conquista il paese arrivando a cavallo (semplifico).
Evidentemente anche noi tedeschi discendiamo da quella nobile schiatta di conquistatori a cavallo, e le nostre leggende ne conservano traccia!
Il passo successivo era dire che le gesta dei nobili conquistatori a cavallo andavano rievocate, sì, ma sui carri armati, ma questo succederà dopo.
I nobili conquistatori a cavallo si chiamano "Arya" nella lingua dell'India in cui sono tramandati questi miti (che è il sanscrito), e quindi eccoci, abbiamo gli Ariani. Ben presto, si cominciò a fantasticare parecchio sulle mirabolanti gesta di questi stupendi antenati, e non solo in Germania, ma anche in Francia ed Inghilterra, e da un certo momento in poi anche in India ed Iran. Anzi, l'Iran si chiama così a causa di quelle fantasticherie (la parola è collegata al sanscrito "arya"). Prima era chiamato generalmente "Persia". 

Ora, sarebbe interessante chiedersi se magari anche altre lingue fuori dal gruppo indeuropeo, non abbiano una origine comune anche loro, anche se certamente, si dicevano i professori tedeschi, nessuna origine può essere più figa dell'essere stata la lingua dei nobili cavalieri ariani conquistatori.
Certamente: erano ben note delle lingue simili tra loro in modo da fare pensare ad una origine comune, e lo si sapeva almeno dai tempi di Spinoza e Richard Simon. Almeno da Spinoza in poi, l'arabo e l'ebraico erano relativamente ben consciuti ai dotti europei, perché la loro conoscenza era ritenuta necessaria alla comprensione della Scrittura. Latino e greco non bastavano più. Ma ora si vedeva che le proprie origini ed antichità andavano chieste al sanscrito. In un certo senso, India capta ferum victorem cepit. Dove mettere, in questo nuovo mondo popolato di nobili cavalieri ariani a cavallo, la Bibbia scritta in una lingua diversa dalla loro?
Bè, la Bibbia stessa forniva una bozza di risposta. La somiglianza tra arabo ed ebraico non era sfuggita ad arabi ed ebrei, che infatti da secoli ammettevano nelle proprie tradizioni di avere un antenato comune, un tizio sconosciuto ed oscuro di nome Abramo. Arabo, ebraico e altre lingue simili furono riconosciute formare un gruppo linguistico dotato di origine comune, che fu detto "semitico" da Sem, un antenato di Abramo. Quasi tutti i popoli che la Bibbia e le tradizioni arabe indicavano come discendenti di Sem parlavano lingue semitiche, quindi la faccenda pareva semplice.
Fin qui, a parte la fantasticheria degli Ariani, tutto regolare.
Esistono somiglianze forti tra le lingue indeuropee* che provano una origine comune, e lo stesso vale per le lingue semitiche**, così come per altri gruppi. E' possibile risalire ancora più indietro, anche se naturalmente più lo si fa più lo cose diventano incerte i linguisti storici s'incazzano e diventano frustrati e nervosi. Ad ogni modo le somiglianze linguistiche forniscono informazioni storiche reali sebbene la loro interpretazione non sia nemmeno lontanamente semplice come credevano i professori tedeschi dell'Ottocento.
Questa è realtà.

Poi arriva l'ego dei professori, ormai non più solo tedeschi, che abbiamo già visto all'opera con gli Ariani.
Questo ego non può assolutamente accettare che al mondo sia esistito qualcosa di figo che non fosse stato prodotto dai trisavoli Ariani a cavallo, e osserva inoltre che nel mondo contemporaneo i presunti discendenti degli Ariani a cavallo prosperano e gli altri un po' meno. Ovviamente questa cosa eccita enormemente l'ego ariano che decide quindi che l'arianità è principio ordinatore e civilizzatore del tutto e che se non discendi dagli Ariani a cavallo non sei nessuno e devi morire muto e rassegnato. L'idea che i non-ariani stessero male non in quanto esseri genticamente inferiori ma in quanto erano stati aggrediti, espropriati e sterminati dagli Ariani con grossi cannoni era considerara poco carina da suggerire, anche se in effetti Joseph Conrad era stato piuttosto chiaro in merito.

Ecco, quindi che da una parte gente come il barone di Gobineau tenta di dimostrare che tutte le civiltà della storia sono state civili in quanto ariane, e che Renan si trova ad affrontare lo spinoso problema del "semitico".
Renan risolve questo problema dicendo che i "semiti" hanno per essenza una cultura particolare. Non è tutta quanta da buttar via, ma lasciata a sé stessa è intrinsecamente destinata alla sclerosi. La natura delle lingue semitiche e della "mentalità" semitica è incapace di pensiero razionale, e quindi solo gli Ariani potevano produrre la filosofia. I tetri beduini semiti avevano da offrire solo leggi e divinità trascendenti che parlano da quel cielo azzurro del deserto siriaco, e quando combinano qualcosa è perché qualche Ariano è in mezzo a loro. Questa "mentalità" semitica opererebbe anche nell'ebreo di lingua tedesca o francese (Renan è francese), perché fa parte della sua essenza. L'ebreo è quindi "inassimilabile" alle nazioni "ariane" non in quanto ebreo, non in quanto portatore di una diversità religiosa, ma in quanto semita portatore di una mentalità diversa (ed inferiore) di cui la religione è un sottoprodotto.
Naturalmente questa forma di razzismo a base linguistica seriva a scopi pratici che avevano inzialmente poco a che vedere con la vita degli ebrei di Francia e Germania, che era alquanto indisturbata (diversamente da quel che accadeva, per altre ragioni, in Russia). Serviva più che altro a legittimare cose come la dominazione francese sul Nordafrica arabo, e già che ci si era, a mettere gli uni contro gli altri gli arabofoni "semiti" e i berberofoni "camiti" nella zona. 


* Delle lingue indeuropee fanno parte le lingue iraniche (tra cui persiano e kurdo), indoarie (come la hindi, la bengali, l'urdu ed il sanscrito, parlate nel Nord dell'India), baltiche e slave, e l'armeno, nel gruppo satem; celtiche, germaniche, anatoliche (tra cui lo hittita; estinte), latino-falische (tra cui il latino e quindi le lingue romanze), osco-umbre (estinte), illiriche (da cui l'albanese, probabilmente), il tocario (parlato anticamente in Asia Centrale; estinto) e il greco, nel gruppo centum. Le esatte relazioni tra i diversi gruppi sono alquanto discusse e non ho voglia di parlarne qui.

** Le lingue semitiche comprendono oltre all'arabo e all'ebraico (che è praticamente una forma di fenicio), l'aramaico, l'accadico (assiro e babilonese), l'etiopico, l'amharico ed il tigrino parlati in Etiopia ed Eritrea, ed il maltese, che è in realtà un dialetto arabo che ha avuto una evoluzione particolare. Ce ne sono anche altre, ma caspita, accontentatevi.
 
lunedì, maggio 25, 2009
Commuove oggi  ritrovare nelle parole del Presidente del Consiglio la stessa indignazione preoccupata per la Civiltà Della Nostra Illustre Nazione che già ispirò Luigi Carlo Farini, esempio praeclaro di governante illuminato e di Padre della Patria.....
giovedì, maggio 21, 2009

Dal Corriere della Sera di oggi:



SCUOLA,  DA MAKIGUCHI A MONTESSORI


Così si fa l’ integrazione


Spesso sono i picco­li episodi che rive­lano i grandi fatti. Che cosa sia diven­tata ad esempio, per tan­ta parte, la scuola giapponese, quale sia il senso co­mune che vi regna, quale sia anzi il senso comune che probabilmente ha già messo abbondanti radici in tutto il Paese, ce lo di­ce quanto è appena acca­duto a Tokio, alla scuola materna ed elementare Maria Montessori. La cui pre­side, con l’accordo unani­me del consiglio d’istitu­to, ha deciso che il nome di Makiguchi non è proprio il più adatto per una scuo­la che accoglie tanti alun­ni non giapponesi, apparte­nenti, come c’informano i giornali, a ben 24 etnie diverse, con prevalenza di olandesi, tedeschi,  francesi, danesi e, last but not least, italiani . I giapponesi sono da sempre un' esigua minoranza in questo istituto.


La Montessori: avete presen­te? Ci hanno fatto anche una fiction su Canale 5. Un’ utopista, con la testa piena di idee inizialmente confu­se sulla pedagogia e sull’ inserimento sociale dell’ alunno, un medico –la prima laureata in medicina in Italia- ,  la “vezzosissima medichessa e chirurga” , che si era fissata di fare una scuola per i figli degli operai del quartiere romano di San Lorenzo, ora  territorio della sinistra etnochic, i cui figli ciondolano, al giorno d’ oggi,  nelle birrerie fino all’ alba. Sono studenti di inutili e fumosi dottorati in arabistica, spesso accompagnati da attempate fuoricorso in trasferta, altro che bimbi “anormali”, come li chiamava la Montessori. Perché, diciamocelo, tutto questo politicamente corretto è stucchevole. La normalità è semplice, riconoscibile, pulita. Un figlio di un fabbro, all’ inizio del ‘900 non sarebbe mai potuto essere normale. E anche oggi, è inutile illudere i nostri giovani con false promesse di opportunità di inserimento sociale, col miraggio di una società interclassista e meritocratica. Non a caso, Maria Montessori ha considerato l’ India, col suo rigido sistema castale, come una seconda patria. Ora si è aperta una scuola a lei dedicata in un paese come il Giappone, prono ad un’ etica shintoista dalla quale i giovani hanno, finora, tentato di sfuggire consegnadosi anima e corpo a mode effimere e perverse. Bambine-cantanti erotizzate, giovinetti dalla sessualità ambigua emuli di Mishima, gothic lolitas che hanno tinto le chiome corvine, mortificandole coi colori fluo da fumetto triste.


Un’ italia­na poi, figuriamoci!, a chi volete che interessi? Chi volete che la conosca que­sta Montessori? E invece no: resesi conto dell’ ipocrita e quasi beffarda dedica di una scuola elementare al padre dell’ «educazione cre­ativa », le autorità giapponesi sono corse ai ripari, invocando il nome bonario della pedagogista italiana. E che poi sia italiana non può che fare sicuramente piacere ai tanti alunni asiatici, in specie a quelli cinesi che, come si sa, nutrono per il Bel Paese una sorta di culto, dettato dall’ italian life style e dalle tante griffes italiane che hanno delocalizzato in Cina.


In realtà c’è poco da iro­nizzare su questo Giappone di oggi, di cui i poveri inse­gnanti della ex Makiguchi, alla fine, appaiono più che altro delle vittime. Vit­time di un Paese che ha una venerazione idolatri­ca verso tutto ciò che sa di tradizione e di culto degli antenati, e che solo oggi, dopo la pubblicazione di allarmanti statistiche sui suicidi  in età scolare, non permette più che certe denominazioni mendaci siano affibbiate  a scuole drammaticamente, spietatamente selettive e meritocratiche. Al punto che il sistema d’ esami ai quali erano sottoposti i mandarini del paese eternamente rivale, la Cina, sembri una burletta .


Ci vorranno anni prima che, oltre al nome della scuola, possa mutarne anche l’indirizzo pedagogico. Ma questo è già un primo passo. In un  paese così ipnotizza­to dalle mitologie etiche tradizionali, e in­sieme così abituato a ve­dersi secondo l’immagi­ne a-morale che gli fabbri­cano ogni giorno i suoi tanti disegnatori di profes­sione, da credere che or­mai la propria storia, la propria identità, non vo­gliano dire al mondo altro che efficienza e abnegazione al lavoro, l’ attenzione posta dalla Montessori all’ innata moralità del bambino potrà significare una piccola rivoluzione. Inoltre, in un paese che di fron­te all’immigrazione emargina gentilmente perché l’ occidentale non saprà mai bene la lingua, così graficamente astrusa, così tipologicamente lontana, si è tentato di fare la sola cosa utile che c’è da fare. Cioè cercare di conservare, di continuare a perpetuare la Cultura Occidentale  degli stranieri legal­mente presenti in Giappone, conceden­dogli dunque con larghez­za (larghezza!lo si capisca una volta per tutte) di mezzi uno spazio vitale, fin dalla prima infanzia e rendendoli orgogliosi della propria lin­gua, della propria storia, della propria cultura: prin­cipalmente nella scuola, che di tutto ciò deve, o meglio dovrebbe, essere il simbolo operante. Invece preferiamo arrenderci alla dhimmitude culturale, non solo, ingiustificatamente, nei confronti dei tanti islamici presenti senza troppi titoli nel nostro Paese, ma anche, come i poveri ebrei, cittadini di serie B nell’ impero ottomano, quando portiamo il nostro ingegno e la nostra creatività nel paese del Sol Levante. E con loro la speranza più grande del nostro grande popolo, ingiustamente bistrattato: i nostri figli.


Ernesto Galli Della Loggia



21 maggio 2009




Passate il mouse qui sotto, tenendo premuto il tasto sinistro:

Disclaimer: quest' articolo è evidentemente frutto di un gioco, lanciato dal mio ragazzo, Falecius.

L' autore è la qui presente roseau, al secolo Roberta Amato, la quale è lieta di farsi una bevuta aggratise, da brava fuoricorso attempata, in una delle tante birrerie ed enoteche che frequentiamo le -ahimé troppo rare- volte che stiamo insieme.



giovedì, maggio 21, 2009
Paura a Porta Maggiore




Oggi mi è successa una cosa. Stavo andando ad un appuntamento con una vecchia amica del liceo, e ci stavo andando in treno. Da casa mia (Torpignattara) alla stazione Termini c'è questo trenino urbano che è in realtà il tronco residuo della più antica linea ferroviaria del Lazio, la Roma-Frascati voluta dal Papa Re. Non arriva proprio alla stazione Termini, che è stata costruita praticamente sopra al vecchio capolinea, ma comunque in zona. Da Termini partono autobus per qualsiasi parte di Roma o quasi, a patto di conoscerli e avere tempi indeterminati. Comunque, il trenino che parte da un punto vicino al Raccordo Anulare, attraversa Centocelle, sferraglia sotto casa mia, e poi attraversa la parte sudorientale di Roma parallelamente alla via Casilina, o per un po', dentro la Casilina. Quindi segue per un tratto la Prenestina e infine arriva a Porta Maggiore.

Porta Maggiore è il principale ingresso nelle mura aureliane sul lato est di Roma, anche perché ha intorno due notevoli piazzali, è sulla direttrice che va verso Termini, e insomma corrisponde ad uno snodo bello grosso. Oltre al mio trenino, nei pressi ci si incrociano tre grosse vie (Casilina, Prenestina e la circonvallazione Tiburtina) alcuni viali, varie linee di autobus e un numero imprecisato ma notevole di linee di tram. In sostanza si tratta del passaggio quasi obbligato che connette circa un quarto della periferia di Roma col centro, e due settori di periferia piuttosto grossi tra di loro e con la zona di San Lorenzo, quella dove si va a fare bisboccia (una delle tante). Un discreto collo di bottiglia, e non è la prima volta che si ingorga peggio di un lavandino. In quei casi, ho scoperto che farsi il tragitto tra Torpignattara e la città universitaria della Sapienza a piedi può diventare conveniente, anche se sono quasi sei chilometri.

Comunque, stavolta il trenino si è piantato alla fine della Prenestina, causando un discreto bordello. Io sono sceso, ho avvisato del ritardo e sono andato a piedi all'appuntamento.

Ho sempre saputo che attraversare la strada è un'attività da intraprendere con cautela, ma solo da quando abito a Roma mi è sorto il sospetto che la viabilità sembra appositamente concepita per uccidermi.

L'automobilista romano non ha mai sentito nominare le strisce pedonali, e non si pone nemmeno il dubbio su che cosa mi induca a stare fermo sul bordo della strada. Inoltre, le strisce pedonali mancano in alcuni punti della città, tipo tra Porta Maggiore e San Lorenzo, dove a me sembra ovvio pensare che qualcuno attraverserà la strada lì. Non fatelo. E' un suicidio.

Inoltre, laddove esistano dei semafori pedonali, hanno delle tempistiche inquietanti. C'è un semaforo, tra Termini e Castro Pretorio, in cui il verde per i pedoni scatta insieme a quello per le auto che vengono dal viale. Il problema è che è verde per i pedoni che vanno dritti e per le auto che vanno dritte o che svoltano a destra, e svoltando a destra vanno a Termini. In sostanza, una minaccia. Ho idea che nessuno abbia realmente pensato a Roma come ad un posto in cui uno potesse, volesse o dovesse muoversi a piedi. E se i trasporti pubblici fossero fatti di conseguenza, lo accetterei pure, ma così come stanno le cose, Alemanno dovrebbe darmi la vettura di cortesia. Con autista, perché non intendo imparare a guidare in questo delirio di città.

Un'altra cosa che non va bene nei semafori pedonali di Roma è la durata del verde. Dovrei provare a cronometrarlo, dubito superi i 5 secondi. Sicuramente meno del tempo che una persona normale impiega ad attraversare una strada. In compenso il giallo dura tipo il triplo, il che non ha evidentemente senso.

Ne deduco che Roma è in realtà una colossale trappola immaginata solo per schiacciarmi ed uccidermi. Fintantoché non ci riescono, gli automobilisti ingorgati strombazzano a frotte, facendo sorgere nella mia mente taciti inviti a suonare dove c'è più traffico. In figa alle troie delle loro madri, scusate il francese. Suonando il clacson come cretini non rimuovono il tram bloccato sulle rotaie, in compenso mi tirano scemo. Stronzi.*

*Potrà sembrarvi che i miei toni siano eccessivi. No. E' una cosa che mi fa realmente ammattire. Pregate che non mi porti mai fino alla crisi isterica conclamata, perché in quel caso non rispondo delle mie azioni e potrei diventare pericoloso per me stesso e per il prossimo.




Delirio a Torpignattara




In tutto questo, andando verso l'università, ho notato una cosa. La linea d'autobus numero 3, che faceva un pezzo di strada tra Porta Maggiore e Viale Regina Margherita, parallela alla mia. La linea 3 non l'ho mai presa, ma il capolinea è piazza Thorvaldsen, e lo so perché è scritto sull'apposito pannello del bus.

E allora ho pensato, eccheccazzo, ma perché in Italia deve esserci piazza Thorvaldsen? Chi cazzo è Thorvaldsen? E' uno scultore danese del Sette-Ottocento. Embè? Ci vuole un corso di lingua per pronunciarlo. E' un' offesa alla cultura italiana, nella città dove abbiamo la fottuta Pietà di Michelangelo, intitolare una piazza ad un inutile artista culoghiaccio di cui non frega niente a nessuno.

Ho pensato queste cose, perché, minchia, siamo in Italia, e bisogna difendere la cultura italiana, incluse le filastrocche imbecilli, e sottolineare il fatto che siamo in Italia e non ce ne incula un cazzo della Danimarca, ribattezzando piazza Thorvaldsen come piazza Michelangelo.

Perché l'Italia, è, era e sempre sarà la cazzo di Italia, anzi Itaglia, e non vogliamo contaminazione con lo straniero nei nomi di luoghi pubblici. Chi è un cazzo di consiglio comunale democraticamente eletto per dare un nome culoghiaccio ed estraneo alla nostra cultura ad una piazza di tutti (gli italiani di pura razza ariana, s'intende?). E se queste cose possono stare sulla prima pagina del Corriere della Sera a firma di Galli della Loggia, io posso essere tanto razzis... ehm, tanto antidan... volevo dire, tanto liberale e patriottico quanto lui.

Thorvaldsen si deve integrare, cazzo, deve dimostrare la sua italianità.

Ah, è morto? Cazzi suoi, rispediamo indietro il suo nome clandestino ed impronuciabile. Tanto è nato in Islanda, quindi anche extracomunitario, e non me ne frega un cazzo se era suddito danese e quindi dentro Schengen. Del resto, ce ne è mai fottuto qualcosa, a noi razz... patrioti, quando si trattava di sputare sul primo romeno preso a caso, che fosse cittadino comunitario?

No, non ce n'è mai fregato un cazzo, nemmeno ai massimi livelli, quando il Ministro degli Esteri D'Alema convocò l'ambasciatore della Romania per un omicidio commesso da un cittadino romeno in Italia.

Immaginate se, ad ogni delitto di mafia commesso all'estero, il governo del paese interessato chiedesse spiegazioni all'ambasciatore italiano.

E adesso, immaginate l'articolo che Galli della Loggia scriverebbe per commentare l'ipotetica intitolatura di una scuola elementare giapponese a Maria Montessori. Offro da bere a chi riesce a farne l'imitazione migliore.

mercoledì, maggio 20, 2009
Viviamo in questo mondo tanto grande e complesso, afflitto da immensi problemi e alle prese con questioni epocali, circondati da una società in profonda crisi economica, culturale, esistenziale, con segmenti enormi della popolazione mondiale che sprofondano nella miseria e conflitti sempre più inquietanti all'orizzonte.
Viviamo in un mondo complesso, che il sussidiario delle elementari, preso a spiegarci vita, morte e miracoli di Emilio ed Attilio Bandiera, non fornisce elementi per gestire.
Viviamo in un mondo in cui la vasta difficoltà dei problemi ci fa sentire piccoli ed ignoranti, e ci rivolgiamo dunque per guida ed indirizzo a chi è più colto e più saggio di noi, ed è pagato profumatamente anche dalle nostre tasse per esserlo. Ad esempio, quel gruppo corporativo di difensori dei valori liberali che va sotto il nome di Ordine dei Giornalisti.
Queste persone sono pagate per fornirci una guida ed un'illuminazione tra le nebbie di un sapere che ci sovrasta con la sua enormità, indicandoci i problemi che ci affliggono, in modo che poi possiamo risolverli. Tra queste guide illuminate, le più eccelse danno la loro lettura dei problemi attuali più significativi (in base al loro giudizio, senz'altro saggio) in posizioni di particolare rilievo sui quotidiani più importanti.

Ad esempio la prima pagina del Corriere della Sera di stamattina. Sorvoliamo sul fatto che il "Corriere della Sera" esca la mattina. Un editorialista tra i più illustri della nostra Nazione ha evidenziato il fatto di fondamentale importanza del momento, e gli ha dedicato il suo prezioso editoriale di prima pagina. L'editoralista è Ernesto Galli della Loggia.
Il problema più scottante che abbiamo secondo lui, è che il consiglio d'istituto di una scuola elementare della periferia di Roma vorrebbe cambiare nome alla scuola.
Che terribile tragedia! Come sapete, è uno dei sigilli dell'Apocalisse, e la profezia Maya dice che quando le scuole elementari cambieranno nome, gli alieni del pianeta Zstuglotlth noto ai Sumeri e ai Dogon verranno a prenderci, e scopriremo che la Terra in realtà era un allevamento per i loro animali da carne: le zanzare, cui noi facciamo da mangime.

La scuola si trova in zona Tor Pignattara. Si dà il caso che io ci abiti. In questo momento mi trovo a duecento metri scarsi dall'incrocio tra Via Tor Pignattara e via Casilina. E' bello trovarsi per puro caso al centro della notizia, anche se io, per saperlo, ho dovuto leggere il blog di uno che sta a Londra (con cui sono abbastanza d'accordo, anche se non completamente). Non posso dire di vivere molto il quartiere, in effetti.
E' un quartiere a netta prevalenza di popolazione immigrata, ma personalmente non percepito particolari problemi di criminalità o difficile integrazione, anche se, visto che non parlo hindi o bengali, in un'occasione ho avuto qualche difficoltà ad ordinare un piatto di riso. Oh, alla fine ci si è capiti, eh. Nel raggio di cento metri da casa mia ci sono due ristoranti "indiani" (uno kashmiri ed uno bangla).

Ora, non ho tempo né voglia di smontare frase per frase il poderoso nulla verbale costruito dal Corriere della Sera intorno a questa vicenda essenzialmente irrilevante. Mi limito a dire che a mio avviso, siamo di fronte ad articoli inutili, che riferiscono una discussione priva di senso su un problema che, semplicemente, non esiste.
Voglio dire che se solo qualcuno accendesse il cervello, si accorgerebbe che non ha la stracazzo di minima importanza se la scuola sia intitolata a Carlo Pisacane, a Tsunesaburo Makiguchi o a tua sorella zoccola in calore, sebbene confesso che "Istituto Comprensivo Tua Sorella Zoccola in Calore" non suoni granché bene.

Quello che invece mi sembra che potrebbe avere importanza è cosa ci succede, dentro quella scuola. Perché una scuola in cui il 90% degli alunni sarebbe di origine straniera è una scuola in cui, come minimo, è lecito aspettarsi qualche ovvia difficoltà pratica.

(continua, forse, se avrò voglia).
domenica, maggio 17, 2009
Scrivevo qui una breve storia del concetto di progresso nell'Europa moderna. Si tratta di un concetto che nasce da due fenomeni: una fu la disputa letteraria degli antichi e dei moderni, inaugurata da Tassoni, proseguita da Boileau e Perrault, e in cui le ragioni dei moderni furono difese in modo determinante dalla Digression di Fontenelle, nel 1688 (l'anno della Rivoluzione Gloriosa e dell'inizio della Guerra dei Nove Anni, quella in cui l'Inghilterra soggiogò definitivamente l'Irlanda e Strasburgo divenne francese).
L'altro fu la scienza fisica elaborata da Galileo, Cartesio e Newton.* La nascita della scienza mostrava con concreta evidenza la possibilità di un accumulo progressivo del sapere nel corso del tempo, purché gli esseri umani avessero fatto uso della ragione per indagare i segreti della Natura. Quel che era certo, e notato debitamente da Fontenelle, era che ai suoi tempi se ne sapesse di più che nell'antica Grecia.
Tuttavia, solo Francesco Bacone aveva confusamente intuito l'opportunità che le scoperte scientifiche valessero (solo) come applicazioni. Del resto Bacone non immaginò mai il metodo galileiano-cartesiano. Per lui, la scienza era indistinguibile dall'artigianato tecnologico. Il concetto di modellizzazione matematica della realtà, fondamentale per la scienza che si sarebbe sviluppata, non lo sfiorò mai.
Gli si può attribuire il merito di aver rivalutato le arti meccaniche, ma aveva esagerato nell'altra direzione. Inoltre, era un maledetto puritano antisemita e patriarcale; la lettura del passo della Nuova Atlantide in cui si descrive la festa in onore del loro cazzo di patriarca familiare sarebbe la cosa più rivoltante dell'intera letteratura inglese**, se non fosse ridicola. E con questo ho detto quanto basta per fare a pezzi Bacone.
In generale, la scienza del Seicento si percepiva ancora come una branca della filosofia, e alcuni dei più importanti scienziati dell'epoca, come Leibniz e Pascal, sono ricordati anche come importanti filosofi. Loro due in effetti furono particolarmente attenti alle applicazioni: come dovreste sapere, Pascal progettò e Leibniz perfezionò una calcolatrice meccanica. Ma erano aspetti secondari di un'attività prevalentemente speculativa, finalizzata alla comprensione dei fenomeni, non al loro controllo.
La questione delle applicazioni è importante, perché sono la condizione per passare da una conoscenza in una comunità scientifica di dotti ad una azione sociale della conoscenza stessa. Questo si verificò soprattutto nel corso del Settecento, in particolare con la macchina a vapore di James Watt, che rappresentava un perfezionamento di modelli più vecchi e molto meno efficienti. E' difficile dire che Watt sia stato il primo a calare la conoscenza teorica (matematica) della nuova scienza nella progettazione di un macchinario complesso di utilità pratica. Ma senza dubbio il suo lavoro ebbe conseguenze sociali a lungo termine, cosa che invenzioni meccaniche precedenti come il termometro o la calcolatrice non avevano. Inoltre, alla fine del Settecento una frontiera della conoscenza quasi interamente nuova si stava spalancando agli scienziati con le scoperte di Lavoisier (credo sia stato lui a formulare per primo la legge delle proporzioni costanti e definite, pilastro della chimica moderna).
Dopo la Rivoluzione francese, e durante la Rivoluzione industriale, era plausibile la sensazione che il progresso fosse una forza a sé stante, qualcosa che trascinava gli uomini volenti o nolenti, ed in questo, i pensatori come Saint-Simon, Comte o Hegel riaccostavano il progresso a quello che era stato il Fato degli antichi e la Provvidenza del cristianesimo.
In aperta opposizione con la cultura pre-rivoluzionaria dei Lumi, espressa da Voltaire, che vedeva nel progresso una possibilità volontaria priva di necessità intrinseca.
  


 

* E naturalmente,
Tycho, Keplero, Torricelli, Pascal, Mersenne, Leeuwenhoek, eccetera.
** Ho deciso che l'esaltazione  dell'istutizione familiare nelle società patriarcale è oscena, sempre e comunque. Non mi interessa se l'aveva scritta nel Seicento. Bastava leggere i Vangeli.