lunedì, giugno 30, 2008
Qualche mese fa, avevo lasciato in sospeso un discorso su "Rihla ilà al-Ghad" (Viaggio nel futuro) di Tawfiq al-Hakim, il grande commediografo egiziano del Novecento.

Si tratta di un'opera che in Occidente sarebbe definita di fantascienza, anche se non mi risulta che la critica araba non lo faccia.
Colgo l'occasione per dire che una fantascienza in lingua araba esiste. E, sebbene non sia affatto considerato un libro di fantascienza, un alieno appare nel celebre "Il Pessottomista" del palestinese d'Israele Emil Habibi.
Quanta differenza con l'Italia, dove una grossa e colta casa editrice ha chiesto cambiare il finale di un romanzo mainstream in cui arrivavano degli alieni perché, se l'autore è italiano, la politica è "niente omini verdi"*.

"Viaggio nel futuro" è, dicevo, un lavoro poco riuscito
dal punto di vista drammaturgico. Eccessivamente concettuale e complesso, con una trama debole e quattro atti troppo slegati tra loro, personaggi poco caratterizzati, ed un tono generale che, in traduzione, definirei come retorico ed ingenuo. Credo però che la pomposità retorica che ci ho percepito non appartenga all'originale arabo.

Ora che ho indagato un po', e che ho scoperto cose interessanti sulla produzione fantascientifica (nel senso definito in questo blog) nel mondo musulmano, posso dire che mi sbagliavo: "Viaggio nel futuro" non è un unicum nell'esplorare con mezzi drammaturgici un futuro possibile, in particolare per la letteratura araba moderna.

Il futuro immaginato da al-Hakim è distopico ed alienante, e ricorda da vicino quello de "il Mondo Nuovo" di Huxley. Si tratta dello stesso tipo di incubo, quello ricorrente nelle distopie dei decenni centrali del Novecento: potremmo chiamarlo incubo tecno-totalitario. Oltre a "Noi" di Zamjatin, a "1984" di Orwell e a "il Mondo Nuovo", appare anche in "Fahrenneit 451" di Bradbury, negli "Umanoidi" di Jack Williamson e in "Barriera" di Anthony Boucher (uno degli autori di fantascienza più sottovalutati, a mio avviso; il suo "Balaam" è una storia meravigliosa di incontro col 'diverso', e che alla luce delle ultime suggestioni teologiche, si rivela eccezionalmente anticipatrice).

In definitiva, si temeva che lo sviluppo della tecnologia da un lato, dell'apparato statale normalizzante e repressivo (con la concezione unificante propria delle ideologie naturalistiche dello Stato-nazione) avrebbe portato alla fine a degli "uomini-macchina" controllati e privati di ogni spontaneità.

Un parente stretto di al-Hakim, sebbene dubito che l'egiziano lo conoscesse, è proprio "Umanoidi".
La domanda centrale delle due opere è la stessa: se le macchine faranno tutto e l'umanità sarà libera dalla scarsità e dal lavoro, cosa farà?
Se ogni esigenza sarà soddisfatta in modo standardizzato da una macchina, senza bisogno di azione umana, dove andrà a finire l'irriducibile unicità dell'individuo e dei suoi gusti, dove la gioia di produrre qualcosa da sé? E che sarà dell'autonomia della persona, se perfino per mangiare dipenderà da un robot (Williamson) o da un rubinetto di cibo già pronto, uguale per tutti? (Hakim).
E' davvero auspicabile una vita tranquilla, statica, normalizzata ed oziosa, in cui le macchine fanno tutto? Non diventerebbe un incubo alienante?
La risposta di tutta la fantascienza distopica, ovviamente, è che sì, l'esito sarebbe un incubo alienante di uomini istupiditi e bovini, ma  larvatamente
insoddisfatti perché incapaci di fare alcunché. L'esito finale di una progressione del genere potrebbero essere gli Eloi de "la Macchina del Tempo" di Wells, in cui però l'incubo non è (ancora) tecnologico (il libro esce prima di Henry Ford) ma sociale: al posto della macchina, vi è il proletario, che si trasforma nell'orribile Morlock.

E' utile notare che che in quest'epoca, scarseggiano le utopie, almeno in Occidente.
L'ultima che mi viene in mente è "il Tallone di Ferro" di Jack London, in cui peraltro l'orizzonte utopico è appena accennato e la storia si concentra sulla lotta contro l'orrendo dominio di una cricca di capitalisti assetati di plusvalore.
La Macchina fa paura. O ti de-umanizza, o si ribella, come in Frankestein e in Capek.
Lo Stato fa paura. I totalitarismi del Novecento e la paranoia maccartista in America inquietano molto scrittori.
Che vedono, in avanti, dominio, controllo, Stato, repressione, alienazione e noia.

* La vicenda mi è stata riferita da un amico, ma non so assolutamente come sia andata a finire e sinceramente non ricordo nemmeno il titolo del romanzo.
giovedì, maggio 29, 2008
Avrei voluto scriverlo io, un pezzo così, ma lui l'ha fatto meglio.
Non è andata esattamente così, in Palestina, sia chiaro.
Però certi paralleli è difficile non farseli tornare in mente.
mercoledì, maggio 21, 2008
[...] La cosa più atrocemente imbecille sta nel nome. Nell'invenzione di un addirittura Commissario con poteri straordinari per risolvere il problema Rom, problema iniziato per una panzana clamorosa, quella della zingara che avrebbe cercato di rapire un bambino a Napoli. Roba non verificata e sulla quale la polizia getta inutilmente acqua sul fuoco e che viene, sai che novità, data per scontata. [...]

Il resto qui.
mercoledì, novembre 21, 2007
Sono sveglio, ad un'ora improponibile della notte, davanti ad un computer mezzo scassato con la ventola che ansima, una tazza di caffé caldo, ed il sonno irremediabilmente andato, e come sola compagnia, l'angoscia, la solitudine e lo spavento.
E allora affrontiamola, questa cosa. Mi scrivi che non sono stato carino.
Mi scrivono che sono "maschilista", mi fanno notare, ed è vero, che non ho considerato le donne come persone. Chiaramente non l'ho fatto, dato che stavo parlando di ideali femminili.
Non di Caterina, di Anna, di Carlotta.
Affrontiamola, comunque.
Da dove si parte?
In mente mi vengono la "Fedra" di Marina Cvetaeva e la "Cassandra" di Christa Wolf, passando per Aglaja Epancina, quella dell'"Idiota" di Dostoevskij, e Lady Oscar, e la principessa Aurora, e poi, ovviamente, lei. Elisa.
Quella di Beethoven.
Quella che mi insegnò a leggere l'alfabeto cirillico, quella che avrei sognato invano in mille notti bianche, tra la realtà di Porto Sant'Elpidio e il tremulo miraggio di San Pietroburgo. Senza Elisa non ci sarebbero stati Dostoevskij né Cvetaeva, perché la Fedra la lessi in originale.

Perché Elisa? Perché permisi a un sonata di inseguirmi, per lunghi anni della mia adolescenza, le permisi di ingabbiarmi in sogno lanciato verso palazzi ungheresi e steppe russe?

Elisa. Il nome è ebraico, e significa "il mio Dio è perfezione". Ma lei stessa, era perfezione! Ed io lo sapevo. Mi lasciai trascinare, in quel sogno, fino ad un valico di frontiera austriaco, fino ad un'eremo sugli Appennini, fino al lago Hoan Kiem, in Vietnam.
Scusate, scusate, lo so. Non ci capite niente, vero?

E' abbastanza difficile anche per me, tutto è confuso. Un'adolescenza di sogni.
Ora so che Isotta la Bionda  non esiste, ma per quanto tempo ne ho inseguito l'immagine?
Aiuto. Andiamo con ordine, o almeno proviamoci.

Scena 1: ho cinque anni, sono alla scuola materna. C'è una bambina che mi piace. Ricordo che io ero in ginocchio davanti a lei in piedi, e gli altri intorno, in cerchio che ridevano di me. Credo che le avessi detto "ti amo". Ma di sicuro lei mi disse "fai schifo".
Ricordo di aver trattenuto le lacrime, quella volta.

Scena 2: non so quanti anni ho, almeno sei, sicuramente, perché so scrivere. Credo di essere in prima elementare.
Sono a casa mia, sto facendo un disegno coi pennarelli. Può darsi che mia madre lo conservi ancora. Sto disegnando una fata coi capelli viola e la bacchetta magica. So che esiste, che un giorno la troverò e la sposerò. Non so perché (ma ve lo giuro, me lo ricordo bene) accanto alla figura, in incerte maiuscole, scrivo il suo nome: "ELISA".
Sarà stato un caso?

Scena 3: adesso è difficile. Ho quattrodici anni, è pomeriggio e sono al liceo col comitato studentesco della scuola autogestita. Arriva una ragazza della quinta, della classe di russo, con delle fotocopie in cirillico. Le chiedo come si leggono. Ancora non lo so, ma per la prima volta, mi sto innamorando. Il nome lo sapete.

In mezzo passano cartoni giapponesi e principesse guerriere.
Dopo, arrivano, i rifiuti, detti o sottintesi, ed i romanzi cavallereschi e i viaggi, e Dostoevskij. Non avrei cambiato sezione, in terza, per studiare francese e russo, senza Elisa.
Dieci anni. Venti volte, forse, mi sono sentito dire "no". Non tutte ugualmente importanti, certo. Per quattro o cinque ho davvero sofferto. Fino a piangere nel silenzio di notti insonni, contro il cuscino. Fino a sentirmi un demonio che mi schiacciava il cuore. Fino a farne degli ideali, delle ipostasi, delle dee. Delle Isotte inesistenti, delle Leyle che io, Majnun, non avrei mai potuto toccare.
Delle Dulcinee che vivono solo nella fantasia malata del più grande dei cavalieri, Don Chisciotte.
Ecco la mia cavalleria.
Un sogno, più che un residuo. Patriacato?
No.
Anzi. Io sarei per il matriarcato, così ad istinto.
Ma oltre all'idea, oltre alla principessa guerriera ed arpista del Paradiso di cui facevo di volta in volta la Laura, la Beatrice, la Medea che mi straziava, c'era Shirin. C'era l'affettuosa dolcezza delle amiche che, a volte, potevano capirmi. E allora, parliamo, sì, di persone. Le loro carezze spirituali, il loro conforto.
Compagne, per cui non avevo, non ho, segreti, di compagne di viaggio straordinarie, di abbracci casti e di scherzi. Che, chissà perché, di solito, erano donne. Con pochissimi ragazzi, e molte ragazze, ho avuto amicizie profonde.

E le ho viste soffrire e piangere per uomini che non le meritavano. Le ho viste chiedersi come me, magari davanti ad un birra, cosa c'era che non andasse in loro, e dov'era la persona che cercavano. Tre di loro, adesso, sono madri.

Che altro aggiungere? Fedra, Cassandra, Aglaja. Libri.
No.
Fantasie di carta. Immagini, anche se importanti, anche se me le porto dentro.

Ecco.
Non so se ho detto tutto. Non so neanche se ci avete capito qualcosa, troppe storie si intrecciano, troppe storie partono e arrivano da qui.
Lascio queste parole, a chi vuole intendere, intenda.

E sennò pazienza, eh.




lunedì, novembre 19, 2007
Tanto per cominciare, le mie (inesistenti) pratiche sessuali non sarebbero comunque affar vostro... eheheh. Scherzo, Malih.
Era solo per chiarire che non sto avendo nessuna parte attiva nei processi di riproduzione tipici dei mammiferi, di cui parlo.
Rosa ha colpito ancora, con questo post; per qualche inspiegabile ragione, pensa che rischi di farmi arrabbiare. Non è vero. Quello che volevo dire, IO, non era "la donna donna che non allatta al seno non compie il suo dovere di bravo mammifero femmina  e quindi non è una Vera Donna®".
Certo, è sano e normale che le donne che hanno figli allattino al seno. Dal punto di vista biologico, hanno le tette per quello, dopotutto.
Ma questo non significa che, per me, la
Vera Donna® sia un'utero con due tette. Non pretendo di definire la donnità. Contesto chi ha tentato di farlo invece, escludendo la madre che allatta dalla donnità della Vera Donna®.
Naturalmente, ho un mio personale ideale di donna.
Una cosa del genere:
 
O anche, di questo genere:


Ecco. Non fate caso ai capelli biondi, sono un dettaglio secondario.

Naturalmente, questo non ha nulla a che vedere con il tentativo di stabilire uno standard di donnità della
Vera Donna® universalmente valido. E' solo una mia questione personale.

postato da: falecius alle ore 17:14 | Permalink | commenti (18)
categoria:citazioni, donne, cazzate, scazzi, affetti, società
sabato, novembre 03, 2007
Abbiamo agenti del SISMI in Afghanistan, che fanno non si bene cosa e a volte vengono trattati dai nostri nemici-contri-cui-il-nostro-esercito-combatte-però-non-siamo-in guerra così come si trattavano di solito le spie nemiche ( se loro sono i nostri nemici, ne consegue che noi siamo i loro nemici ).
Forse i Governi della Comunità Internazionale (dove "internazionale" è un interessante eufemismo per indicare un concetto compreso tra il "chi è d'accordo con noi" e il "chi è ricco come noi") si sono dimenticati di avvisare i Talebani che noi non siamo in guerra, e che quindi non è carino uccidere i nostri soldati ed i nostri agenti.
Questi sono gli agenti dello Stato Italiano in Afghanistan. Si chiamano agenti segreti, perché difficilmente noi sappiamo qualcosa dei frutti del loro lavoro.
Poi ci sono i nostri agenti. Gli agenti del popolo italiano, e di qualsiasi altro, in Afghanistan. Si chiamano giornalisti indipendenti. Sono quelli che permettono agli uomini di buona volontà di sapere cosa sta succendo in AFghanistan e se è vero che non c'è una guerra che i nostri soldati non combattono lì, ad esempio. Un una democrazia, quale sarebbe l'Italia, si tratta di informazioni che in generale sarebbe utile avere. Magari influisco sul TUO voto, che dovrebbe essere fondato su una conoscenza il più possibile accurata della realtà. E non facile.
Vi presento quindi il nostro agente a Kabul.
lunedì, ottobre 22, 2007
"Ghe x'è un turnover continuo"

Dal venexian al creolo anglo-mestrino, senza sciaquate in Arno.

"Ghe x'é i negri, due o tre islamici"

Notare l'ingresso dell'italiano, invece, in questa frase. L'espressione del sentire comune in questo  evoluto linguaggio misto delle terre lagunari.

Tutto ciò è affascinante. Avrei voluto avere un registratore.

P.S. Secondo voi, dovrei inserire nel mio curriculum anche: "lingua veneziana: comprensione orale e scritta buona, produzione orale elementare?"
(capisco anche il veronese ed un po' di vicentino, ma non li parlo).
mercoledì, settembre 19, 2007
Il Libano, come mi capita di accennare ogni tanto, è un posto dannatamente bello e dannatamente complicato. Ci sono tra le 15 e le 20 comunità religiose riconosciute, una serie di conflitti politici, ideologici e sociali da mettersi le mani nei capelli, e anche altri problemi (ad esempio ambientali) mica da ridere. Il tutto mentre il sistema istituzionale ed amministrativo del paese sembra a malapena capace di gestire l'ordinaria amministrazione.
Detto questo, c'è Hezbollah, partito politico islamista, socialmente progressista, a base comunitaria,  legato a filo doppio all'Iran e alleato alla Siria, e che rappresenta assieme al movimento laico Amal la comunità musulmana sciita, almeno il 40% della popolazione (maggioranza relativa).
Hezbollah.
Il resto dei libanesi, in particolare la borghesia maronita e sunnita, lo guarda con sospetto ed ostilità crescenti, man man che ne crescono il potere e le rivendicazioni, e che si riarma col sostegno siro-iraniano.
Si tratta di una situazione tesa e complessa che richiede un'attenta analisi: ad esempio, su alcuni di questi aspetti io ci sto scrivendo la tesi di laurea specialistica.
Questo è il riassunto che ne ho sentito poco fa in radio, purtroppo non so dire quale:
"c'è il rischio di nuova guerra tra Hezbollah e i cristiani" poi proseguiva: "ricordiamo che il Libano confina  con Israele" (minchia. Tra un po' ci ricorderanno che se metto dell'acqua su fuoco, potrei anche riuscire a scaldarla).
Proprio così. Hezbollah, cattivo e terrorista, contro i cristiani.
Ogni commento sarebbe superfluo, se il lettore sapesse che:
- Esistono non meno di 10 diverse comunità cristiane in Libano, e di questo almeno una, quella armena (almeno nella sua maggioranza), tende a sostenere Hezbollah, anche se non mi è chiaro se esista una vera alleanza. Forse a causa dei buoni rapporti tra Armenia ed Iran, che, grosso modo, vedono nell'Azerbaican un nemico comune (la faccio orrendamente semplice, anche se in realtà è molto più incasinata, ma non voglio tirarvela coi conflitti del Caucaso)
- Esiste un movimento prevalentemente cristiano guidato dall'ex generale Aoun, maronita (cioè cattolico di un rito particolare) che è (attualmente) alleato di Hezbollah e vicino alla Siria.
- In questo momento, i principali rivali di Hezbollah in Libano sono i gruppi sunniti legati alla famiglia Hariri e sostenuti dall'Arabia Saudita, che controllano il governo di Siniora.
- L'ex generale Lahoud, Presidente della repubblica (che ha poteri paragonabili a quelli del presidente francese, un pochino più limitati) è anche lui maronita ed è legatissimo alla Siria.
Quindi, dato che oggetto del contendere è in gran parte proprio il rapporto con la Siria, è vicino ad Hezbollah.
-D'altra parte, esiste un importante partito cristiano, la vecchia Falange para-fascista rimodernata, che è senza ombra di dubbio ostile ad Hezbollah e potrebbe (dico, potrebbe) aver voglia di menar le mani. Hezbollah dal canto suo è ben armato ed agguerrito, ma tutto quello che ne so io fa pensare che non intenda usare quelle armi contro altri libanesi. Non per il momento almeno, e non per primo.

In sostanza. I sunniti sono abbastanza compatti contro Hezbollah (certo, non tutti, ma molti) mentre i cristiani sono nel complesso divisi, e tra l'altro non riescono ad esprimere un leadership credibile.
Le cose sono molto più complicate di "guerra di religione tra Croce e Mezzaluna". Anzi, non è che siano più complicate, sono prima di tutto diverse.
Perché ce la raccontano così?
Questa domanda è spudoratamente retorica. Non so se il giornalista non sapesse di che stava parlando o parlasse in malafede, ma di fatto siamo di fronte a propaganda islamofoba in Neolingua. Io non riesco a vederci altro.

Benevenuti in Oceania, 1984. Questa è la prima velina ufficiale del Ministero della Verità.

La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L'ignoranza è forza. E NOI CHristiani siamo in guerra contro i muSSulmani. Tutto questo, ed altro, prossimamente in onda nelle vostre teste.

lunedì, settembre 17, 2007
Vi giuro che l'ho letto solo oggi. Dice tutto quello che penso da anni, con esattezza. Ma lo dice meglio di me.