venerdì, novembre 13, 2009
Non vado più spesso sul sito delle Malvestite: i flame mi annoiano da morire.

Ma stavolta mi sono proprio divertita a leggere le reazioni indignate delle carampane di Betty Moore e/o di Carmen Consoli alla sensazionale notizia che la Cantantèssa abbia un passato ciellino.

Sensazionale notizia vecchia quasi di cinque anni,  però.

Intendiamoci, non ce l' ho con Betty Moore. Lei è abilissima a postare due o tre notiziuole (magari invecchiatelle)  di dominio pubblico su topic caldi, riscattarle dal livello del gossip al quale sarebbero fatalmente relegate in poche ore e trasfomarle in pamphlet Laico, Illuminato & Progressista.

Perché Betty è una sacerdotessa di culto Malvestitico; l'investitura gliel' hanno data le sue Carampane che cascano dal pero ogni volta, attendendo, come in questo caso, i suoi responsi oracolari.

Ah, la Consoli non mi ha mai convinta, né entusiasmata. Ma sì. Canzoni gradevoli (poche)  come L'  eccezione, In bianco e neroBlunotte assieme a (molte) lagne insostenibili: Moderato in Re minore (sorry, Falecius) , Maria Catena, Fiori d' arancio, Parole di Burro (a saudade da bossanova , a masturbaçao musical).

E poi, quella voce: o è Rita Pavone con la sinusite, oppure sembra che canti mentre le fanno un ditalino.

Tralascio la letterarietà (?) dei testi: rispetto al livello
Harmony  del pop italico, la Cantantèssa è Leopardi, Bembo e Petrarca tutti assieme.

AdoVo autocitarmi quando parlo di musica.

Beccatevi il mio commento a L' ultimo bacio, o la fiera dell' endecasillabo.

Però, non capisco che cosa vogliano dimostrare i commentatori della sensazionale notizia  di Betty Moore: che chi fa cattiva musica la fa perché è ciellino?? Andiamo.....

Vedere un primato politico, una garanzia di diritto a far buona musica solo da parte di menti illuminate & mai toccate dal mefitico cattolicesimo  mi sembra veramente troppo.

Ivan Graziani era un democristiano, ma certi suoi testi erano genialate assolute. Lo dico senza ironia.

Battisti dava i soldi a Ordine Nuovo, eppure , piaccia o meno, ha scritto la storia della musica che un tempo si chiamava leggera, in Italia.

Vincent d' Indy era un biekissimo conservatore catto-tradizionalista con sfumature maurrasiane, ma un grande compositore.

Gesualdo da Venosa, oltre a popolare in rima le canzoni di Battiato, ad essere un genio del diritto di famiglia, era pure mio antenato. Guai a chi me lo tocca.

Igor Stravinsky -anche lui non risparmiato dalla furia citazionista del Vate(r) di Riposto- era un conservatore coi controcazzi, ma un grande. Luigi Nono all' inizio, a confronto, era un cazzo di parvenu.

O, viceversa: musicalmente si può far cacare lapilli anche se si è iscritti all' UAAR, alla Gran Loggia di Rito Scozzese o se si è giacobini.

L' Inno alla Gioia di Beethoven è una trombonata massonica.

Molta musica da camera di Mozart  è appena passabile.

Schnittke spesso è una martellata sulle gonadi. (Ma vi fa fare bella figura nei salotti radical - chic, citatelo!)

La Messa di Natale per la cappella di Napoleone di Paisiello (no, non sghignazzate, cappella è inteso in senso architettonico) è uno schifo senza appello, dal punto di vista musicale.

Potrei andare avanti per ore. Ma non lo faccio, mi ripeterei.

Però, visto che piace tanto, faccio anche io coming out (che phika che sono, parlo trendy): da ragazzina, a 17 anni, in seguito ad un lutto, ho portato il cilicio sotto i normali vestiti. No, non l' attrezzo fetish della Binetti. Il cilicio vero, la tela ruvida, l' abito di mortificazione che aveva indosso, nascosto,  la moglie di Iacopone da Todi quando morì, nel fiore degli anni e durante una festa.

E ascoltavo lo Stabat Mater di Pergolesi in loop. Dopo dodici anni, mio padre lo mise su per sfottermi, e reagii malissimo.

Sono contenta che almeno nei racconti di fantascienza, Pergolesi viva, arrivi al secolo ventunesimo e possa, forse, sputare in faccia ad Allevi.......
martedì, novembre 10, 2009
Crucifige, crucifige!

Homo che se fa rege

Secondo nostra lege,

contradice al Senato!



Jacopone da Todi, Donna de Paradiso.




Sarebbe fin troppo facile dire che Mariastella Gelmini ha ragione ha dire che il Crocefisso sia una "una tradizione italiana". Dal momento che non si discute sul fatto che i Romani venissero da Roma, e che Roma si trova in Italia, i seimila schiavi crocefissi lungo la Via Appia possono senza dubbio intendersi come un esempio di una tradizione italiana o più precisamente italica: inchiodare a due pali chiunque osi alzare la testa, affinché la sua fine sia di monito agli altri.

Gli antichi romani, erano appunto certamente italiani, sia nel senso di provenire dall'Italia, sia nel senso di avere la coscienza dell'Italia come entità non solo geografica ma anche politica, distinta dalle province i cui abitanti si potevano crocifiggere. E gli antichi romani trattavano così il servo, il provinciale, che non sapeva stare al suo posto, il posto che i Signori del Tevere gli avevano dato.

Nessun popolo, tra quelli soggetti al dominio di Roma, fu così restio ad occupare quel posto quanto gli Ebrei della Palestina. Nessun altro popolo fu così ostinatamente legato al suo D*o e alla sua Legge e alla sua identità etnico-religiosa, tra quelli permamentemente governati dalla Roma pagana dei Cesari.

In nessun altro popolo queste caratteristiche erano così nettamente incompatibili con la civiltà mediterranea di Roma, il cui centro era l'Italia "donna di provincie"*. Civiltà che assimilò a sé la grande maggioranza dei Celti, degl'Iberi, e degl'Illiri e dei Daci, dei Siculi e degli Etruschi e dei Sardi, i cui discendenti finirono col farsi chiamare semplicemente "Romani" e col parlare, quasi tutti, latino moderno. O forse dovremmo chiamarlo italiano, francese, spagnolo, romeno, portoghese, sardo, ladino?** Mi spiace tanto per la Lega, ma gli Etruschi e gli Insubri e i Piceni e i Leponzii e i Veneti e  i Boii e i Cenomani e  i Marsi e i Peligni e i Sanniti non esistono più in quanto popoli. Li hanno cancellati le legioni e le colonie romane, molto tempo prima che Cristo camminasse su questa Terra.

Ma non solo in Palestina, ai tempi di Roma, vivevano Ebrei. Non tutti loro erano ritornati da Babilonia, e molti erano andati a vivere nelle grandi metropoli ellenistiche o nelle guarnigioni dove avevano servito, sul Nilo, i re macedoni dell'Egitto. E infine, verso Ovest, si erano stabiliti nelle grandi città del sempre più importante mondo mediterraneo occidentale, come Roma e Cartagine.

Nella capitale dell'Italia, dove la crocefissione se non il crocefisso era già una tradizione, esisteva una comunità ebraica da qualche tempo prima che Sant'Anna, la madre dell'Immacolata Vergine Maria Madre di Gesù, venisse al mondo in Palestina.

Sono più italiani del Vaticano, se giochiamo a chi è più antico. Sono più antichi della lingua italiana e di tutte le forme letterarie di latino moderno usate nella Penisola. E quando una forma particolare ed eretica di giudaismo, fondata da Paolo di Tarso e da Simon Pietro attorno al Messaggio di Gesù di Nazareth, si diffuse tra gli abitanti dell'Italia e infine adottata dall'Impero Romano come religione ufficiale, dopo lunghe persecuzioni in cui molti credenti furono crocefissi o altrimenti suppliziati, la comunità ed il popolo ebraico erano già una presenza, in Italia, che si può certamente chiamare "tradizionale".

Quell'eresia giudaica che noi chiamiamo "cristianesimo", e che ben presto è diventata qualcosa d'altro dall'ebraismo estendendo il suo messaggio a chi ebreo non era, e facendo Trino il Dio Geloso degli Ebrei, era per i Romani una pericolosa novità. Superstitio prava et immodica. Una fede straniera, orientale, minacciosa ed incomprensibile, che non rispettava i mores e travolgeva le tradizioni.

Adorare un Dio crocefisso? Scandalo era, e del resto, scandaloso era il Vangelo che quell'Uomo portava, per cui quello Straniero era morto di croce.

Scandalosa era la sua fine, il marchio dell'infamia, perfino per i primi tra i suoi fedeli. Ci vollero secoli prima che si osasse, nell'Europa occidentale, rappresentare il Crocefisso, il Cristo suppliziato e sofferente. I primi cristiani preferirono il Pesce, o più tardi la Croce, sì, ma vuota. Se il Cristo era raffigurato, lo era come Re e come Giudice, Signore di Tutte le Cose, Pantokrator. In alcune confessioni cristiane non cattoliche, anche oggi, non si rappresenta il Cristo sofferente.

 

* Donna in questo caso mantiene il significato del latino antico domina da cui deriva, anche se Dante forse gioca sui due sensi della parola nel volgare toscano.

** In fondo, quando diciamo "arabo" o "cinese" ci troviamo in una situazione non troppo diversa.

domenica, ottobre 25, 2009
Questo post è dedicato all' amica, più che amica,



collega di
mind restlesness, Restodelmondo.

 

Anche lei toccata dal fuoco.

Poche cose sono certe, ora, nella mia vita. Ma una è di un' evidenza a tutta prova: Michael Muhammad Knight mi ha  accettata come amica su FB!!! Ok, magari avrà un agente che gli cura la pagina personale. Magari è un qualche burlone che, impassibilmente, usa il suo nome e il suo volto per attirare centinaia di lettori ammirati, ma, dalla precisione e la semplicità con la quale  descrive i suoi spostamenti e per una certa "artigianalità" delle foto, mi sembra proprio che non possa essere che lui, l' americano tornato all' Islam che ha fatto conoscere alla nostra generazione la bellezza, l' innocenza e la santa radicalità del Taqwacore.

E apre un discorso più ampio sull' amicizia. 

Su FB, l' accettazione delle richieste di amicizia sarà anche solo virtuale, forse un mero fatto di buona educazione,  ma, per chi capisce lo spirito del Social Network, consente di avvicinare e di aggregare persone con interessi, conoscenze, passioni simili che difficilmente, nella viscosità di un forum, potrebbero conoscersi bene e dialogare.

Io quando ho letto Islampunk (brutto titolo: cosa c'entri Giovanni Findus dei bei tempi andati con l' ingegnere pakistano di Syracuse, mi sfugge) conoscevo  Falecius solo dal suo blog o da poche conversazioni.

Cresciuta nella diffidenza, lo credevo un professore trentacinquenne, alto, veneziano e leggermente femmineo che si fingesse ventitreenne (si era all' inizio del 2007) per "cuccare" le ragazzine.

E invece...

Ero in un periodo molto difficile: forse, la depressione indottami dal mio ameno contesto familiare, si stava trasformando in rabbia. L' Eutirox dato per errore o un SSRI, la venlafaxina, stavano slatentizzando l' ipomania.

Però, sono stati mesi produttivi. Ho letto qualcosa come un centinaio di libri all' anno,  ho scritto una tesi, ho conosciuto persone, mi sono innamorata.

Mai veramente il tempo è sprecato: Marta ha ragione sul compensare, sul recuperare, sul tirare avanti. Seneca non capiva niente.

Soprattutto, il fuoco che ti tocca, ti avvicina a Dio. Ho ricominciato a trovare non pace, che in questo mondo non è data, ma senso, ordine, significato, scansione al mio pensiero e al mio sentire, nella religione.

No, non ho fatto il grande salto (anche Michael M. Knight nasce cattolico) ; e non è probabile che lo faccia, almeno a breve: anche se questo papa è stato messo lì, dallo Spirito Santo, naturalmente propenso agli scherzi da prete, per testare la fede di noi dissidenti.

Ho letto Illich, Ellul, le prediche di Romero, gli Esercizi di Sant' Ignazio, i mistici carmelitani, su su verso i padri della Chiesa. E, naturalmente, mi sono voluta rendere la vita facile, percorrendoli against the grain, come un percorso di liberazione interiore, dal dogma, dal transeunte, dalla temporalità.

Scontrandomi ogni giorno con la solitudine, il silenzio di Dio e il significato del soffrire. E no, Dio non grava le persone di carichi superiori alle loro forze.

Vorrei capire in quanti, a Messa, quando dicono le parole "sia fatta la Tua volontà", si rendono conto dell' impegno terribile che si stanno prendendo.

Sono scoraggiata dal vedere come la pratica cattolica si stia trasformando, in Italia, specie per i fedeli colti, in un affare di clientele devozionali: a Parma alle cinque del pomeriggio di ogni sabato in San Giovanni si dice messa per i tridentini, anche prima del placet ratzingeriano alle funzioni. Spirava aria di catacomba fino al 7 luglio 2007; ora sono fieri della loro albagìa di happy few e ti fulminano con uno sguardo se disturbi il loro suggestivo salmodiare in latino pseudo-umanistico.

In Santa Cristina celebra Don Luciano; le stesse sfaccendate humanitarians che spendono centinaia di euri al Ceres per mangiare biologgico&naturale  le si ritrova in deliquio mondano-terzomondista ogni domenica, verso le undici. Per partecipare a qualcosa di autentico e sentito, consiglio di andare alla celebrazione delle 12 e 30, quella animata dalla comunità africana, che sia le signore di cui sopra, sia il furbo Camillo Langone, ignorano comprensibilmente.

Dei Gesuiti, del loro disincanto, della loro cruda disciplina, ho già parlato altrove. Noto che fidelizzano gli adulti (anziani) più che i giovani. Noi, pochi, che facciamo gli Esercizi, siamo ai margini delle clientele devozionali neo-settecentesche viste in quest' ultimo decennio.

Ho sempre pensato che molti interrogativi , quali  osservanza religiosa  vs. obbedienza al potere politico, femminismo di una credente  vs. mercificazione desacralizzata del corpo della donna,  severità della condotta personale vs. moralismo istituzionalizzato, virtù privatissime vs. pubblico lassismo, attraversassero le tre religioni del libro, e fossero un portato, interessante, da affrontare all' icy fire di una fede autentica, temperata da tanta, tanta ironia. Date un' occhiata all' ultimo post di Miguel Martinez  e soprattutto ai commenti dei suoi splendidi lettori e ve ne renderete conto.

Secondo me, da lì può ripartire il dialogo tra diverse fedi. Da noi dissidenti. Perché, ormai, l'universo religioso, politico, è parcellizzato, dispeso in mille rivoli; ognuno si cerca i propri contatti: nessuno scandalo se i Cavalieri dell' Ordine Costantiniano di retaggio sanfedista e borbonico  ricevono un' onorificenza da Bashar al - Assad.

Se un discendente del Cardinale Ruffo stringe la mano a un eminente membro del Ba' th per impegnarsi nell’appoggiare l’importante compito del dialogo interecumenico ed interreligioso tra la Siria e l’Europa, non è strano che un islamologo, cattolico, anarchico e festaiolo e la di lui ragazza stringano amicizia con il teorico del Taqwacore...

giovedì, settembre 17, 2009

La fonte è questa: i grassetti però sono miei.

Dichiarazioni del deputato socialista Andrea Costa alla Camera dei Deputati dopo la sconfitta di Dogali 3 Febbraio 1887.


Costa Andrea. Signori! Poche e franche parole, non perché manchino gli argomenti, ma perché tengo anch'io conto delle condizioni della Camera, e capisco che in questi momenti ognuno di noi deve sforzarsi più che possa di esser breve.

Fin da quando nel maggio del 1885 si discusse la politica coloniale del governo (dico del governo, perché fu incominciata e continuata all'insaputa del Parlamento, ed il Parlamento non fu chiamato se non a mettere la sabbia su ciò che si era fatto), fin d'allora, io ed alcuni amici, riconoscendo che l'Italia, l'Italia vera, l'Italia che lavora e che produce, lungi dal desiderare una politica coloniale, voleva invece rivolte tutte le sue attività al suo miglioramento agricolo ed industriale, al suo progresso morale e politico; fin da allora, dico, noi presentammo un ordine del giorno in cui, opponendoci a tutte le velleità di spedizioni africane, che ci hanno dato i bei frutti che ora vediamo, proponevamo il richiamo delle truppe nostre dall'Africa.

Ora, di fronte all'avvenimento doloroso di cui diede un pallido cenno due giorni fa l'onorevole presidente del Consiglio, e per cui il cuor nostro sanguina come il vostro, di fronte a questo doloroso avvenimento, il nostro grido è lo stesso di due anni fa. Noi vi diciamo oggi, come allora: cessate da queste imprese pazze o criminose; richiamate le nostre truppe dall'Africa. E non ci lasciamo impressionare dalle frasi altisonanti di onore della bandiera, di prestigio militare, o che so io: tutta questa roba qui (Oh! oh!) è di quella che si adopera sempre per far passare la merce molte volte avariata. (Rumori a destra - Sì, sì, all'estrema sinistra).

Io non ho bisogno infatti di insegnarvi la storia; voi la sapete quanto o più di me, e sapete quante volte questi argomenti siano stati adoperati per fini più o meno ignobili.

La patria? Ma dove la vediamo noi nelle imprese africane? E la bandiera? La bandiera della patria la vedo sui campi di battaglia per la libertà e per la indipendenza, la vedo nelle imprese civili che fanno risalire sempre più la nazione verso le altezze dell'ideale; non la vedo, non la posso vedere nell'impresa africana.

E l'onore della bandiera?

Non è da questa parte che si deve render conto dell'onore della bandiera e del prestigio militare, ma dalla parte di coloro che siedono al governo o che il governo sostennero e sostengono; e davvero mal si invoca l'onore della bandiera quando, incominciando da Lissa e Custoza, questo onore è stato trascinato nel fango sino a Saati[3]. (Vive proteste a sinistra, al centro e a destra).

Presidente (Con forza). Onorevole Costa, io non posso tollerare una simile affermazione; se la nostra bandiera è stata qualche volta sfortunata è stata però sempre onorata. (Vivi applausi da tutte le parti della Camera). Ascolti la voce del patriottismo, onorevole Costa! (Bene!).

Costa Andrea. È appunto per patriottismo ben inteso che io parlo, giacché non credo che sia patriottico il perseverare nell'impresa d'Africa. (Vive proteste a destra).

Presidente. Onorevole Costa, ella può esprimere la sua opinione, ma non offendere i sentimenti degli altri.

Costa Andrea. Credo che quei signori non abbiano il diritto di pretendere che io abbia sentimenti diversi da quelli che ho. (Rumori a destra).

Noi siamo altrettanto patrioti quanto loro ...

Voci a destra. No! No!

Voci a sinistra. Sì! Sì!

Costa Andrea. ... e patrioti nel vero senso della parola. Giacché gli è appunto perché amiamo il nostro paese (Denegazioni a destra) che non lo vogliamo vedere impegnato in imprese pazze o criminose (Vive proteste a destra e al centro) dove, a quel che dite voi stessi, si può perdere anche l'onore ...

Presidente. Ella, onorevole Costa, può dire imprese avventurose non mai criminose. Del resto il patriottismo non è il monopolio di nessuno, ed io non dubito che esso sia sentimento comune a tutta la Camera. (Approvazioni).

Costa Andrea. Onorevole presidente, se quei signori avessero verso di me la stessa tolleranza che io ho verso di loro, creda bene che non si verificherebbe ciò ch'ella deplora ... (Rumori).

Presidente. Continui, onorevole Costa, continui il suo discorso.

Costa Andrea. Risponderò ad un'altra obiezione che mi si fa, e che è la più grave, in quanto che non viene solamente da quei banchi, ma viene altresì dai banchi dell'opposizione e pur troppo, mi duole il notarlo, anche da alcuni miei amici dell'estrema sinistra.

Si dice: infine in Africa ci siamo e bisogna restarci. Noi non possiamo, dopo una sconfitta, andarcene via con le pive nel sacco! Ora, signori miei, io capirei questo ragionamento, quando uno qualunque di voi potesse venirmi a dire che quando avremo accordato questi cinque milioni e mandato nuovi soldati in Africa, saremo sicuri di vendicare l'onore d'Italia e di ritornare gloriosi e trionfanti.

Ma io vi domando, o signori che sedete al banco dei ministri, a voi onorevole Genala, che sbagliate di un miliardo (Commenti), a voi onorevole Di Robilant[4], che confondete quattro predoni con un esercito agguerrito, potete darci voi questa sicurezza che, quando avremo votato i cinque milioni, saprete rivendicare l'onore d'Italia? (Bene! all'estrema. sinistra). No, o signori, voi non mi potete dare questa sicurezza: ed io alla mia volta, non vi darò un centesimo! (Rumori e risa ironiche).

Sì, lo capisco, siamo pochi noi quassù; il nostro ordine del giorno è firmato da quattro soli, lo capisco; ma siate certi, signori miei, che molto probabilmente, per non dirvi sicuramente, il nostro ordine del giorno avrà maggiore eco nel paese che le vostre pazzie africane, e tutte le vostre frasi di patriottismo. (Oh! Oh! - Vivi rumori a destra).

Presidente. Onorevole Costa, ella non deve chiamare frasi le manifestazioni di un sentimento che è nell'animo di tutti i suoi colleghi. (Bene!).

Costa Andrea. Ho finito. Il nostro ordine del giorno è tanto chiaro, che non credo abbia bisogno di ulteriore svolgimento.

Noi siamo convinti che esso corrisponda ai sentimenti della grande maggioranza del popolo italiano che lavora e produce, e che vi dà, alla fine, e gli uomini e il danaro ...

Voce al centro. Lo rappresentiamo tutti!

Costa Andrea. E, conchiudendo, mi riferirò ad una frase pronunciata ieri l'altro dall'onorevole Baccarini, il quale in questo ordine d'idee è molto dissenziente da me. Egli disse che l'impresa africana è una impresa non nobile; or bene, noi, francamente, per una impresa non nobile, non ci sentiamo di dare né un uomo, né un soldo.

Richiamate le milizie dall'Africa (Rumori) e vi apriremo tutti i crediti che chiederete, ma per continuare nelle pazzie africane, noi non vi daremo, ripeto, né un uomo, né un soldo.

lunedì, settembre 07, 2009
Sembra essere una notte perfetta, questa. Il caldo dei giorni scorsi è cessato e Radio 3, d' infilata, sta trasmettendo le migliori registrazioni della Petite Bande di Sigiswald Kuijken: Bach, Rameau, Haydn.

Ho appena finito di leggere Dissipatio H.G. di Morselli. Noto con piacere di non essere stata la sola ad ipotizzare una trasposizione filmica. Guido Schittone immaginava, tanti anni fa,  una sua direzione affidata a Michelangelo "da Ferrara" Antonioni. Devo dire che no, non sono poi così d' accordo. Per trasporre sullo schermo, in quegli anni Settanta l' opera postrema di Guido Morselli, ci sarebbe voluto, secondo me, un regista attento a quella che Morselli definisce la "vischiosità delle cose": vischiosità affettiva, si intende. Un quadernino appena iniziato, un vinile con una sonata di Albinoni, il vassoio della colazione preparato, con ruvida amorevolezza, dai propri pastori di malga assunti ai cieli (o volatilizzatisi), in una notte di fine primavera.

Ci sarebbe voluto un regista come il Bolognini del bellissimo La prima notte di quiete.

Morselli è però ironico, quasi sorridente nel descrivere la serena disperazione dell' ultimo superstite dell' umanità. Fa coincidere la scomparsa in toto della popolazione mondiale con il suicidio rinviato del protagonista, suggellato da una micidiale craniata contro l'imbocco del pozzo-caverna dove aveva deciso di annegarsi. Morselli è uno scrittore della catastrofe, come giustamente lo rubrica Francesco Muzzioli : contempla la propria condizione irreversibile dal fondo dell' apocalisse, ma non è mai cupo. In quest' opera, si permette anche giochi di parole, espliciti o taciuti H.G. come humani generis, certo, ma anche come Hausgericht, la città dalle 25000 abitazioni e dalle 7000 filiali bancarie dissoltasi nel corpo dei suoi satolli in una notte. Oppure come H.G. (Wells) . Me lo faceva notare Falecius. Il tempo si è fermato. Morselli fa considerazioni, a mio avviso, assolutamente esatte sull' ego in liquidazione di chi è destinato alla solitudine:

Prendo alle pp. 143 e 144 dell' edizione Adelphi, del 1977:




"E dunque, perché ex-uomo, adesso,  dal 2 giugno in qua?

C'è l' interpretazione ovvia, del tipo: esigenza vitale del contesto sociale, delle trame interpersonali, e conseguenze della loro scomparsa. -Erano i verbalismi-gelatina del sociologismo, e li scarto subito, per tastare un' interpretazione diversa: l' uomo sarebbe cessato come, e quando, è cessato il tempo.

Si suppone che, abolito il tempo, l' uomo perda la sua consistenza. E' un supposto che sa di 'philosophaillerie', però non lo respingo a priori, non è una banalità. Ma intanto, per quale ragione il tempo è abolito e s' inaugura un anno-zero destinato a restare sempre zero? E' un' impressione che io ho avuta, a volte, dopo il 2 giugno, ma il fenomeno resta da spiegare. Se il tempo è forma del senso interno, finché c'è un 'senso interno' , ossia un individuo cosciente, ci dovrebbe essere anche il tempo.

Una spiegazione poetico-teologica la tenta Dostoevskij (sic) nei Demoni. La mette in bocca  ad un suo personaggio, certo Kirilov, se ricordo bene; che dice 'Quando l' umanità sarà arrivata alla felicità vera, non esisterà più il tempo. Il tempo infatti sarà superfluo' . I cari estinti, sono arrivati alla felicità vera?Se lo meriterebbero, poveretti. "




Significativo, che in un universo divenuto improvvisamente ostile , dove i confini si annullano e l' essere senziente è confuso e abbacinato, come nel mondo gelido del ciclo lessinghiano di Canopus, o nel buio, lento mondo coperto di neve dell' Ecumene della Le Guin, anche il genere dell' individuo diventi labile. Gli sfortunati personaggi di Un luogo senza tempo perdono, via via, i loro caratteri sessuali: i seni rientrano nel corpo, li genitali si rattrappiscono fino a sparire nei ventri, e braccia rinsecchiscono come quelle di un impubere o, che poi è lo stesso, di un morto, incapace di generare e di perpetuare l' esistenza dei suoi discendenti e la propria, le barbe si coprono di fiori di ghiaccio. Gli abitanti del pianeta della Mano sinistra delle tenebre, invece, entrano in kemmer (estro sessuale ermafrodita) con puntualità. Ma il tempo, anche se tremendamente rallentato, su Gethen, esiste ancora: Lady Ursula si premura di darci, alla fine del romanzo, delle tabelle di conversione tra tempo getheniano e tempo terrestre; le gonadi getheniane sono perfettamente regolate sui tempi planetari, sensibilissime ad ogni variazione di luce o temperatura. Cosa che non avviene per i morituri di Canopus: si trovano a fronteggiare un' emergenza; i getheniani, invece, è da tanto che vivono così. Da quando una genìa opportunamente modificati di umani cominciò a popolare l' Ecumene e le sue colonie più fredde, come Gethen, appunto.

L' anonimo superstite di Dissipatio, non sente più obblighi verso sé stesso, perché non ci sono gli altri a cui si deve decenza, rispetto, disponibilità al dialogo e agli obblighi del viere civile. Quegli altri in cui ci si specchia. Indossa dessous femminili con la massima naturalezza, perché ben si adattano alla sua pinguedine. Non conosce altre necessità che quelle legate alla mera sopravvivenza. Mangiare, bere, espletare le proprie funzioni corporali. Eros e thanatos vinti per sempre: non ha pulsioni sessuali, perché il naturale oggetto del desiderio (la donna: il protagonista, nonostante il suo grottesco travestimento, che adatta solo per star comodo, era eterosessuale) scompare assieme all' altra metà del cielo. Non si vuole più suicidare, né tantomeno morire di cause naturali perché:



"...il suicidio richiede un destinatario o dei destinatari. Qualcuno che noi decidiamo di punire, o viceversa di ammaestrare (vedi: Bruto). Non avendo destinatari, non posso più uccidermi, come non posso più spedire telegrammi."




e



"La mia non è un' esistenza larvale. Non sono uno spettro che beve cognac Dos Hermanos o un cadavere che fuma tabacco Capstan (Navy Cut) in una pipa, ma non sono più me stesso, neppure quel poco che ero. Sopravvivo grazie a non si sa quale artificio. In una campana pneumatica, o sotto una tenda a ossigeno.  Privato della mia identità, e per colmo di stranezza, capace di ricordarmela."



Dissipatio
, dove il protagonista vive in perenne attesa di un' apocalisse mancata, differita sine die, è una distopia, e, a mio parere, tra le più belle. Le utopie, per sussistere, hanno sempre bisogno, se non di una palingenesi, di un progetto di vita alternativo, di un' ipotesi di società differente, anche se in nuce spaventevole o coercitiva.

Qui avviene esattamente il contrario:



"In altri tempi, prevedevo a breve scadenza una solidarietà necessaria fra gli uomini di ogni razza e residenza (la chiamavo 'socialidarietà', socio-solidarietà, remota dall' umanitarismo e dalla charitas), che il restringersi dello spazio avrebbe imposto al Pianeta dell' Economia, mettendo fine al vuoto sermoneggiare di amore e di pace su basi mistiche e giuridiche. Questo, molti anni fa, e sonostato debitamente deluso. Del resto, nessuna socialidarietà sarebbe bastata a farmi accettare Crisopoli. E dunque perché mai l' accetto ora. Un caso di 'self-coercion', ignara o quantomeno immotivata? Che si ridurrebbe a sottospecie dell' atto gratuito. Un' inconsulta deriva della barchetta di carta, venuta a Crisopoli per affondarvi."




Poi  la liturgia dell' opera. Non so se Morselli fosse personalmente credente, ma il suo superstite sembrerebbe esserlo: fa considerazioni teologiche puntuali e colte, cita Agostino, Salviano, San Tommaso. Si indigna per la densità di banche poste ad insidiare e ad invadere lo spazio del sacro, come mercanti nel tempio, nota la stridente contraddizione tra la permanenza del sacro, svuotato della sua connotazione di ecclesia pauperum e ridotto a mera testimonianza architettonica, a guscio vuoto, e l' immarcescibilità della risorsa aurea, del denaro contante che persino in absentia trabocca da banche deserte e caveaux.

Nonostante il superstite fosse, credo, toccato, dall' ingombrante dubbio della fede, dal disperante dono che costituisce, e forse proprio per questo, si balocca con la morte, intessendo una sorta di mutuale autoerotismo coi suoi strumenti:




La soluzione finale, liscia e pulita, facile, l’avevo a portata di mano. Sono andato a prenderla, la mia ragazza dall’occhio nero, mi sono ridisteso sul letto con lei. Ho premuto la bocca sulla sua, a lungo. L’ho sollecitata col dito, una prima volta. Non abbastanza a fondo. E una seconda volta, sempre con la bocca sulla sua. Non la terza, perché d’un tratto l’ombra mi ha avvolto. E la quiete”.


Più avanti: “Quella notte (mi dico), tornando dalla grotta del Sifone; la ragazza dall’occhio nero, la browning 7 e 65, l’avevo vicina, quando mi sono coricato. E so che poi ho premuto il grilletto. È un’arma che non s’incanta.

         L’ho puntata bene?


         Me la sono puntata alla bocca. E la mattina c’era una chiazza di sangue,  sul cuscino.

         Ma i morti non vedono se stessi, il loro stesso sangue che hanno versato.


         Chi lo garantisce, che i morti non si vedano?"


Morselli , al contrario , non aveva tempo da perdere coi titillamenti alla ragazza dall' occhio nero.

Un secco comunicato alla questura:  non ho rancori. E poi il buio.

Ma già aveva avvertito, una quindicina di anni prima:

"
Tutto è inutile. Ho lavorato senza mai un risultato; ho oziato, la mia vita si è svolta nella identica maniera. Ho pregato, non ho ottenuto nulla; ho bestemmiato, non ho ottenuto nulla. Sono stato egoista sino a dimenticarmi dell’esistenza degli altri; nulla è cambiato né in me né intorno a me. Ho fatto qualche poco di bene, non sono stato compensato; ho fatto del male, non sono stato punito. Tutto è egualmente inutile".


giovedì, settembre 03, 2009
Avanti, la dico anche io la mia cazzata. Voglio anche io entrare in un dibattito assolutamente surreale, degno di Maria De Filippi o come cazzo si chiama il suo programma. Uomini e donne?

Boh.

Non so se esista realmente un sesso ludico, non so se le donne dopo i trenta siano in scadenza o ci si sentano. Io propenderei più per la seconda ipotesi. Non so nemmeno se esistano uomini talmente affamati di figa da non distinguere una femmina di mammifero da un paracarro (ma penso che non ne esistano).

So per certo, e qui Uriel ha ragione, che molte donne hanno la stessa varietà nella loro immaginazione sessuale di un paramecio.

Ogni volta che ho avuto la malaugurata idea di verbalizzare le mie, di fantasie sessuali, messe in pratica o meno, mi sono vista guardare inorridita dall' amica di turno.

Inutile spiegare: sapete com' è, ho gli arretrati, non ho avuto educazione alcuna e nessuna paura indotta.

No. La strana sono io.

Altra cosa.

Che cazzo vorrà mai dire la frase "puoi aspirare a qualcosa di meglio", che genitori, amici, consigliori vari, si sentono in dovere di dire alla fanciulla che sta loro a cuore, se è appena graziosa?

Ma che caspita credete? Che la bellezza metta al riparo da qualcosa? Serva a qualcosa?

Tra due giorni avrò trent' anni, e la mia bellezza flawless non mi è servita a nulla. Mai.

Nessuno ha mai fatto la fila per me. Nessuno mi ha mai corteggiata.

Perché ho una testa che non funziona, un carattere infernale e una salute -mentale e fisica- così fragile da interrompermi ogni tentativo non bene ponderato e senza rete di indipendenza.

Solo un falecio poteva innamorarsi di me.

E a lui, la sua intelligenza commovente e la sua capacità di amare, cos'è servita, se non a garantirsi per sempre l' anima (appesa a un filo), il cuore e la poca testa di questa bambola che scrive, ora? E che si sta disidratando di lacrime. Quelle no, non sono di paraffina.

E non è un lugubre buco che mi fa fare pipì liberandomi dai germi, quello che mi farà fare letto-bagno per un mese. E' un fagiolo di carne che mi fa male come una ferita affettiva.

Perché non so, e non voglio conoscere i motivi che mi fanno stare insieme all' uomo che amo. Uno sfigato, per il common sense delle marines delle relazioni eterosessuali.

Ma sfigata la sono anche io, più di lui. Chi mi conosce sa il perché, chi leggerà potrà intuire il mio senso di frustrazione -immotivato, certo, ma ben presente, specie alla luce di quanto successo negli ultimi giorni. Nonostante il mio faccino di porcellana e i miei bei riccioli, che si stanno imbiancando.

Il nostro amore è una gemma impura: vi sono frammisti fastidi, rancori, sentimenti inconfessati e ingenui di calcolo, aspirazioni di gloria e di prestigio intellettuali, sogni piccoloborghesi e ansie rivoluzionarie.

Ma è più forte di tutto, e brucia nella sua luce ogni scoria.

E anche più fragile di ogni cosa. Ora smetto di parlare dell' amore, perché ho paura che, a definirlo, svanisca per sempre, consegnandomi alla solita vita dalla direzione già segnata.

Questo per me è un lasciarsi lentamente morire, recedere, arrendersi.

E non posso permetterlo. Non possiamo consentirlo.
martedì, settembre 01, 2009
E ora ripetere cento, mille, millanta volte la seguente frase:



"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"



.......



(Come exergo, rileggersi questa poesia).
giovedì, agosto 13, 2009

No, non sono impazzita, né sto citando Antonio Delfini, a proposito di coglioni sopravvalutati...


Il 14 Agosto, a Verona, allo spazio Emmaus in via Mattaranetta 41, in un quartiere che si chiama San Michele, dalle ore 20 alle 22 circa, prima di un concerto, dentro una festa che si chiama “Malalido”, letture dei numeri un due tre de L’accalappiacani con Stefano Campagnolo, Paolo Colagrande, Mauro Orletti, Giovanni Previdi.


Ma soprattutto, prima di loro, Loris Righetto e Marco Lauri leggono da un romanzo inedito che per ora si chiama "Diario Berlinese".


Siateci!


L' Addetta Stampa.


Roseau.

domenica, agosto 09, 2009
Sono molto stanca e ripenso al mostruoso flame sul sito delle Malvestite. Purtroppo è così, davanti ad argomenti come sesso, religione, dogmatismo e antidogmatismo non mi tengo più.

L' amico Billy Pligrim cita le bifolchette indottrinate della base PCI tanto impegnate:



Non a caso, adesso come allora, ad essere radicale era una piccola parte della popolazione che si riconosceva in ideali civili simili a quelli della sinistra, ma tutti incentrati sulla libertà dallo stato (che significa e significava libertà dalla Chiesa), e non su una nuova regolazione dello stato; mentre il messaggio (molto-vetero)comunista della libera sessualità come dovere continuava ad imporsi tra uomini che del corpo femminile e del suo uso ed abuso non avevano, mi si permetta e per citare Foucault, davvero capito un cazzo.



Non può non venirmi  in mente l' immagine desolata che dà Pasolini, in Petrolio, della donna:



Le giovani e le ragazze, tutte diligenti e agguerrite, con l' aria di sapere bene quello che vogliono anche quando fanno <....> le stronze o le bocchinare, seguono con grande attenzione la predicazione di questo Modello. In cosa consiste questa predicazione? Nel codificare, regolamentare, normalizzare quotidianizzare e fanatizzare tutto ciò che di nuovo e di rivoluzionario- rispetto al recente Passato- possa esser stato voluto e imposto silenziosamente (e in qualche caso, come abbiamo visto, anche attraverso un esplicito intervento) dai precedenti Modelli di Vita. Gli Dei non si stancano di ripeterlo a Carlo: benché questo Modello del Conformismo sia inserito in un contesto visionariamente formato di sole femmine, lo spirito che esso promana e impone è valevole anche per i maschi. L' Elemento del Conformismo è un Elemento coesistente in ciascuno -maschio e femmina- con tutti gli altri. Ma sono le femmine che hanno avuto una speciale delegazione ad assimilare e a diffondere lo spirito di questo Modello: senza le femmine esso  sarebbe vissuto tra i maschi disordinatamente, lasciando magari ad essi l' illusione del nuovo e del rivoluzionario: cosa imperdonabile, e del resto, neanche concepibile.



Poi però, leggo in un commento di Resin che lei, nell' anno 2009, rimpiange proprio quegli anni, che Pasolini definiva mostruosi:



PrimaDiLeggereQuestoPostEroFelice (oh, poi se non cambi in ‘lettoelenalucreziablablà’ mi fai un favore, c’avete dei nick che sembrano film di Lina Wertmuller :D) se intendi dire che il mio commento dell’una era scritto male, ti dò pienamente ragione. Quanto all’idea, ribadisco: se è vero che a firmare la 194 c’erano donne e uomini, ai tempi, non bisogna fare gli struzzi e dimenticare quale contesto socioculturale e quali rivendicazioni femminili (maternità come libera scelta CONSAPEVOLE e voluta, anche in assenza di un compagno) ha portato a quella legge. Se è vero che ci sono donne, anche a destra (rispetto ad una Binetti che sta a sinistra) che hanno affermato che la 194 non si tocca e che, almeno a leggere sui giornali, non si sono affatto opposte all’introduzione della RU-486, bisogna riconoscere che uomini di quel tipo e di quel livello, anche a sinistra, oggi non esistono più.

Allora, in questo momento storico, dire che anche gli uomini dovrebbero avere un ruolo, col livello medio degli uomini in politica, mi sembra una richiesta di par condicio ottimistica e troppo fiduciosa.

Io non ho la minima fiducia in questi uomini perché non sono quelli degli anni ‘70, e guarda, nemmeno quelli degli anni ‘80 (guarda tu cosa tocca rimpiangere!).

Mi sfugge il motivo per cui, da donna e interessata alla questione, dovrei permettere a uomini di infima categoria e di scarse conoscenze di occuparsi di questioni che potrebbero riguardare il corpo e la libertà mia e delle altre donne.



Questo basta a farmi dire che Pasolini non sia quel profeta tanto chiaroveggente che gran parte della sinistra italiana si affanna a riconoscere. Delle due l' una. Se una ragazza certamente intelligente, certamente con una cultura, rimpiange gli anni '70 e quegli uomini che Pasolini demoliva, definendoli patetici, gli anni '70, dal punto di vista sociale e culturale non erano poi così male.

Oppure....oppure è la débacle completa. Ma questo, mi rendo conto, è un mio pensiero. Che va oltre Pasolini feat. Theodor Wiesengrund Adorno.

Adesso il femminile , il diverso, l' alterità, sono organici al potere in maniera totale e indistinta. Il potere si è mangiato l' alterità, e ha creato i gay da salotto o gli omosessuali formato famiglia, i family gay*. Quelli che altro non aspettano che di essere accolti nelle case che contano, che così si fanno una patente di progressismo e di tolleranza (devo vomitare) assolutamente farlocca, ma efficace.

Quali uomini degli anni '70? Quelli come il Merda, che porta a spasso, in ligia e timorosa adorazione del modello  del Permissivismo, la fidanzata culona Cinzia?

Beh, adesso quegli uomini occupano qualche calda sedia di qualche segreteria PD, pronti ad autoemendarsi, satolli della propria self righteousness, dalle mele marce, come Luca , lo stupratore di periferia.

Sono tanti chierici anche loro, preoccupati a tenere in piedi un edificio, che, al pari della chiesa cattolica, crollerebbe al primo focolaio di malcontento, non dico di rivoluzione.

Pasolini aveva previsto che il Vaticano finisse.



Qui il Tabernacolo è dedicato al Modello dello Spirito Laico. Si vede del resto ben chiaramente che le ragazze non sono più di chiesa, e a tutto usano convincere i maschi fuori che a portarle a Messa la Domenica. L' ignoranza del Vaticano è stata per secoli il modello dell' ignoranza del popolo. Un' ignoranza fatta tutta di praticità, come suggeriscono gli Dei a Carlo: una praticità a cui il pragmatismo americano e addirittura il più fanatico e provinciale behaviorismo 'fanno una pippa'. Ebbene [finito] il Vaticano, è rimasta la sua ignoranza, in cui, a causa del suo praticismo totalmente irreligioso, è facile per il Modello dello Spirito Laico, del suo Tabernacolo, insinuare il Verbo dell' edonismo e del materialismo di carattere americano, o comunque tipico dell' intera nuova civiltà.



E invece. Eccoli là. tutti in parata. Pronti a puntellare il Potere politico, che Pasolini aveva tentato disperatamente di sceverare da quello ecclesiastico, proponendo il Processo al Potere e al Palazzo, da cui traggono guarentigie e sine cura.

E il Potere: eccolo. Livido, nato da madre morta (mostruoso è chi nasce da una madre morta...), la democrazia, nella sua forma più ipocrita ma anche più commovente, che è quella del PD. Nato dai cascami del dossettismo, che sta decomponendosi floridamente nel teodem, e dalla tradizione muffa delle ignorantelle della base comunista allevate alle Frattocchie.

Tracotante, gaudente, quasi gongolante nella sua versione governativa, sempre pronto a cercare legittimazione morale dalla chiesa anche tramite i più bassi do ut des. Leggetevi i post di Uriel, vah, che è uno di quelli che stimo, in rete, e ci capirete qualcosa. E' lontanissimo  come vissuto, come credo, come idee da me, ma mi ci ritrovo.

Come lontano, politicamente,  da me è Yossarian, lo zio Yossi, impagabile nello smerdamento degli opliti del bene.

Quanto a me, si è capito, che quella sera tiepida di aprile, in cui passeggiavo per Torpignattara con Falecius in un intreccio di mani, la mia grande, calda destra intrecciata alla sua fine sinistra, quella virile fossi io.

Ho dovuto difendere la mia relazione da divieti arcaici. Dall' intervento di un padre straziantemente scisso tra una educazione sentimentale e mondana laica, liberale, progressista e sostanzialmente atea, professata in perfetta buona fede, e contesto familiare d' origine (millantato)nobiliare, arcaico, patriarcale e violento. Lo capisco bene, Pasolini. E le sue difficoltà di rapporto col militare padre Carletto Pasolini dall' Onda. Se vedo le foto di Pasolini dall' Onda e di B. A. d. G. mio padre, in divisa dell' Aeronautica, rivedo lo stesso sorrisetto sprezzante da anima prava, lo stesso autocompiacimento per il proprio bell' aspetto, la stessa brama di eroismo e di gloria.

E oggi, la stessa frustrazione da vinto di chi ha malvissuto, e lo stesso cupo livore verso moglie e figli.

Solo che mia madre, pur campagnola, non è una dolce maestra elementare friulana. E' una rossa, pragmatica, corpulenta emiliana. Alla quale non somiglio nemmeno un po'. E che certo, troppo impegnata a sopravvivere, non si è dedicata oblativamente a me, come Susanna Colussi.

Noi femminucce, per affrontare cotanti padri, diventiamo virili. Alle percosse subite rispondiamo cento, mille volte, e incameriamo sadismo e volontà di rivalsa. E persino un certo divertimento, tutto maschile, per questo fragilissimo, a rispondere alle sfide, a 'cacciare'.

Non sono pura. Non sono immune da nulla. Ma il conformismo, i dubbi di adesioni al Modello pasoliniano, i rimpianti, non posso averli. Sono il prodotto di un ambiente arcaico, dove belle parole come "libertà individuale", "autodeterminazione", "emancipazione femminile", erano,  in definitiva, appunto, belle parole, usate dal Padre per fare colpo in società. E tutto mi sarei aspettata, tranne che lodare la mia buona ventura di prendere schiaffi per un sì o per un no, per un' insistenza di troppo, che mi esimono dal lodare Corsari e Maestri Abilitati A Parlare
.



Quelli "presentabili", tanto educati, tanto brillanti,  tanto amici di mia figlia....Per le lesbiche, lo sdoganamento procede più lento.
mercoledì, luglio 29, 2009

Apprendo con una certa costernazione che si è formato un comitato a sostegno del conferimento del Nobel ad Alda Merini. Capofila dell’ iniziativa, sarebbe Dario Fo. Chissà perché la cosa non mi sorprende.... Si tratta, a mio parere, quello conferito a Fo, del Nobel per la Letteratura  più immeritato degli ultimi vent’ anni. Quando, oramai più di dieci anni fa, alla irrisione di Mario Luzi da parte della mia professoressa di lettere, reo, secondo lei, di ritenersi più meritevole del riconoscimento che il giullare pavese, feci sommessamente notare che forse un po’ di ragione ce l’ aveva, mi sentii rispondere che “era un baciapile rincoglionito”.


Adesso come allora non sto dicendo che Luzi sia il più grande poeta del ‘900 italiano (a mio personalissimo parere, se la giocano Sereni, Zanzotto, Raboni e Piccolo, con una mia particolare preferenza per il primo), ma, comunque, ha rivestito un ruolo importante nella cultura italiana del Dopoguerra. Certo, non è mai stato un marxista e la sua poesia ha sempre avuto quell’ odoruzzo d’ incenso da parrocchia - bene fiorentina, quelle lapiriane, come disse, una volta, a lezione Marzio Pieri, di quelle arrampicate sui colli urgenti dalle ripe fogliose e nerastre, perennemente prossime al marciume.


Si rileggano le prime raccolte, in particolare Avvento Notturno: le immagini di angeli lugenti e cristalli sognanti nelle città deserte, scolpite nei marmi toscani, hanno poco o nulla a che spartire con il sensuoso orfismo onofriano, o con la suggestione ancora dannunziana di qualche numinoso Poema Paradisiaco. Molto hanno, invece, a che vedere con la filigrana di Mallarmé –ma asciugata dall’ inesauribile, dispersa in mille rivoli, variazione, ravvisabile in Ungaretti- precisa semmai ce ne fu una, ferma attesa di una parousia notturna del divino come rivelazione individuale, come ineffabile intermittenza. Vegliate dunque, perchè non sapete né il giorno né 1’ora. (Mt, 25, 11-13)


Rimandi, quindi, ovvi a François Mauriac, ma pure, non dichiaratamente,  a un Heidegger (ancora lui!) “inespresso”: quello della Introduzione alla metafisica, poi, per le raccolte successive, quello della  Lettera sull’ umanesimo.


La poesia di Luzi, vergine un po’ folle, analogamente al linguaggio heideggeriano, esplora la possibile influenza del paradigma biblico della Parola sulla concezione dell’ essere, secondo quella che potrebbe essere definita come intima interconnessione tra linguaggio ed essere, fino ad identificare l’ Essere con il Dire originario, in analogia al Logos della rivelazione giovannea.


La poesia di Luzi ha prodotto tanti epigoni, specie in area toscana, tante vergini savie e inerti; quella di Sereni è fatta della materia delle comete: finora, nessun avvistamento simile, ma tanti ‘analogisti’ sulla sua orbita geostazionaria.


Per questo, a mio modesto parere, se proprio bisognava sprecare un Nobel, tanto valeva conferirlo a Luzi. Ma, si sa. L’ impegno, l’impegno in servizio permanente. Quello che sindacalizza tante professoressotte di liceo, quelle, più preoccupate che un linguista con velleità d’ ispettore non verificasse la loro effettiva preparazione che di insegnare decentemente il latino. Ma siamo al Linguistico, signoramia, che volete che gliene freghi del latino. Se non seguite e giocate a briscola tressette scalareale durante le lezioni, cazzi vostri. Disse la professoressotta, tirandosi la bazza indignata fino all’ occhi.


Ma non divagherò più.


La Merini, dicevo.


Personalmente, trovo la Merini ampiamente sopravvalutata. Non arrivo a dire che non valga niente; di certo diverse sue  poesie sono degne di nota, ma secondo me presa nel complesso è piuttosto noiosa e non eccelsa.


Penso che la sua grande celebrità (superiore a quella che normalmente arride ai poeti, anche ai migliori) sia dovuta, più che alla poetessa, al personaggio. Al fatto che si sia fatta tutti quegli anni di manicomio, che ha avuto due decine di uomini e quattro figli, e che si voltoli nel lercio perché, dice lei, il maiale pulito non ingrassa.


Persino il posato blog di Rai Vaticano le perdona la sua patente infrazione alla morale sessuale propugnata da Santa Romana Chiesa. Tanto, cariloro, hanno una lunga consuetudine con le puttane sante: Maria Egiziaca, Maria Maddalena, Santa Margherita da Cortona....lei poi scrive di Maria e di grembi spasmodici e violati.


The luxury of filth, come diceva un fortunato slogan di qualche anno fa per una marca di jeans.


La Merini mi sembra una riuscitissima réclame di sé stessa. Imperversa da Chiambretti, dialogando improbabilmente col giovane rom montenegrino salvato dalla sua sorte miseranda dal cuordoro di un albergatore di San Benedetto del Tronto.


Però, quando viene intervistata, con tutto il rispetto la trovo un po' querula, sempre lì a lamentarsi di tutto. Che non ci sono più i clown, che anche l’ idiozia di Berlusconi l’ ha delusa, o che ha avuto gli operai in casa che l’ hanno infastidita.  Ne siamo costernati, davvero. Ma cosa dovremmo fare, metterci a piangere? Querelare il suo padrone di casa e convocare una riunione di condominio urgente?


Poi. Basta col mito della poetessa marginale. La signora Merini ha avuto, fin dalla più giovane età, ottime entrature nel mondo letterario italiano. Ha conosciuto , giovanissima, Sereni,  Turoldo, Quasimodo, Pasolini. E’ stata l’ amante, quindicenne,  di Giorgio Manganelli, che lei dipinge come un mostro misogino. Forse, ma le sue visioni sono tra le più  autentiche.


Cito sempre il professor Pieri:


Una volta Giorgio Manganelli doveva tenere una relazione a un convegno junghiano; gli mancò la parola e la relazione, che poi scrisse, non parlava del soggetto che egli era stato chiamato a trattare ma dei motivi profondi per cui non era riuscito a parlarne, come sarebbe stato del tutto ovvio. La relazione apparve, poi, negli Atti del convegno e, piu tardi, figurò in una delle più labirintiche e sapienziali raccolte di scritti manganelliani. L' uomo che aveva ritessuto il filo tra la letteratura e la menzogna, era uomo dei più schietti ed, anzi, esposti. L’ hilarotragoedia, di cui era maestro, si riscontrava con l’ hypocondria*.


Ovvio che si baloccasse con l’ adesione carnale, disperante, della vita della Merini alla sua produzione poetica. Dirà, ormai anziana:


"Più bella della poesia è stata la mia vita".


Ohibò. La conflagrazione con l’ uomo che dichiarò candidamente: 


Io amo i poveri, e soffrirei in un mondo senza poveri; i poveri sono le brioches dell'anima.


era inevitabile. La poesia non è un balsamo per le anime belle. Poi il manicomio, poi il matrimonio e la comune infelicità coniugale. E gli editori, per cui la pazzia è un quid pluris per le vendite, farle cerchio tutt’ intorno come pescecani attirati dal sangue, alla sua senile reprise poetica. Pronti a coglierne ogni tardivo mestruo in versi.


Falecius, che è molto più buono di me, dice che proporre la Merini per il Nobel sarebbe un modo per lavarsi la propria cattiva coscienza da parte di tutto il mondo letterario italiano. Forse, ma solo in seconda istanza. Tanto, quelle come la Merini, una Mestiziamoratti un assessore impietosito un prete lo trovano sempre, a salvarle da un’ indigenza, anche quella, di maniera.


Semmai, il Nobel, ancora di più che la pazzia, aumenterebbe le vendite in un settore, quello delle raccolte di versi, dove se si arriva a tirature dell’ ordine del migliaio si grida al miracolo.


E poi, come ho già spiegato per l’ Acaro Ascolano, l’ artista sensibbbole tutto genio e sregolatezza piace, fa simpatia, aderisce all’ ideale caricaturalmente sturmeriano più vieto che è invalso nel biografismo del “genio” di matrice idealistica e romantica.


Pieri un giorno mi disse in tutta franchezza, leggendo alcune mie desolate e balorde considerazioni, che gli avevo incautamente sottoposto:


“Eh, signorina, se dovessimo chiamar poeti tutti quelli che il babbo maltrattava, che nascevano gobbi o che avevano difficoltà a farsela dare dalle ragazze, riempiremmo uno stadio. E poi si sa che voi belle la date solo ai pescatori di spugne!”


Mi aveva vaccinata a vita contro ogni cedimento larmoyant alla contemplazione del mio proprio io, contro ogni periclitante giro del mio ombelico attorno al mio malessere interiore.


Vi lascio questa lettera, che non ho mai reso pubblica, e che conservo tra le cose più care:


Io non vorrei che Lei cadesse vittima di una falsa prospettiva, generatrice di false attese. I professori non sono dei santi, nè dei confessori, né degli psicanalisti 'gratis'. lei non va dal benzinaio per intrattenerlo sul male di vivere. Alcuni professori (e io sono fra questi) per indole personale e per una qualche deriva professionale, sono più disposti a porgere un qualche ascolto anche, diciamo, 'umano' agli studenti che incontrano sulla loro strada, ma, debbo essere franco con Lei, non è detto che siano i migliori professori e che questa loro indulgenza sia un bene, né in sé, né per gli studenti. C'è il rischio, molto pesante, dell''umano troppo umano'. Studiare è un'altra cosa e, prima di tutto, è una dura professione. Non è un lavoro più 'alto' o più 'duro' di altri, ma è un lavoro con proprie tecniche, con proprii obblighi, con proprie inderogabili esigenze. Lo studente specie di letteratura a volte tende ad ascoltare con troppa assiduità il proprio io (non il male di vivere di Montale ci interessa ma i modi della sua arte in cui il tema del male di vivere si è espresso) e crede suo diritto offrire una audizione agli insegnanti, ma, Le ripeto, se non è un peccato, non è nemmeno un rimedio.

E poi:


[...] so che Lei si fida di me come professore. Ecco, prima di tutto riprenda le forze; sappia che crisi nervose anche più gravi sono tipiche della giovinezza; poi passano. E studi studi studi. Vuol dire passare da un libro all'altro, schedarli, rivoltarli, farli propri. Son come le scale per arrampicarsi. Studiare vuol dire dimenticare se stessi e realizzarsi tutti nell'oggetto dello studio. Quando l'operazione, assai dura e non facile, e non immediata, riesce, uno si avvede d'un tratto che avendo dimenticato se stesso, è nel frattempo cresciuto. Io questo Le auguro, con amicizia. (passo e chiudo).





*Marzio Pieri, Roma Magica, La Finestra, Trento, 2002, p.126.
lunedì, luglio 27, 2009
So che mi arriveranno strali scandolezzati da ogni parte, tentativi di correzione del tipo "ma non è lui che era un coglione, sono gli altri , da destra e da sinistra, ad averne fatto un santino."

Eh no.

Dicendo così, lui è sempre nel giusto, e passa dall' essere un santino al costituire una reliquia.

Certo, a sentire Zigaina parlare del suo interesse per Eliade e Frazer, si può credere che non gli dispiacerebbe.

Ma a me ha fatto sempre saltare la mosca al naso questa frase pasoliniana:



"O esprimersi e morire o restare inespressi e immortali"



oppure, nella sua variante:



"La morte non è nel non poter comunicare ma nel non poter più essere compresi."



Pasolini, nelle Lettere luterane, scrive:



"I giovani maschi che camminano quasi religiosamente per strada tenendo con aria protettiva una mano sulla spalla della donna, o stringendola romanticamente per mano, fanno ridere o stringono il cuore. Niente è più insincero di un simile rapporto che realizza in concreto la coppia consumistica."



Parole sante, verrebbe da dire. Peccato che non siano sue. O meglio. Pasolini non è stato il primo a comprendere che la soddisfazione personale attraverso i beni di consumo e la riduzione ad oggetto delle persone erano strettamente connesse. Ci aveva già pensato, per così dire,  la Scuola di Francoforte, ed in particolare il suo filosofo più grande e fumiste: Theodor Wiesengrund Adorno*, a stabilire il nesso tra capitalismo basato su produzione e consumo e la nozione di sesso basata esclusivamente sul piacere. Ciò che caratterizza tutto il discorso pasoliniano, facendo intravvedere personali idiosincrasie e, spiace dirlo, un orientamento sessuale mai pienamente accettato, è il passo ulteriore: vedere il sesso come rituale conformistico. Dopo aver dichiarato questo, la conclusione è una sola. Il piacere è scomparso dalla soddisfazione personale che il sesso offriva.

E infatti, sempre da Lettere Luterane:



"La società preconsumistica aveva bisogno di uomini forti, e dunque casti. La società consumistica ha invece bisogno di uomini deboli, e perciò lussuriosi. Al mito della donna chiusa e separata (il cui obbligo alla castità implicava la castità dell'uomo) si è sostituito il mito della donna parte e vicina, sempre a disposizione. Al trionfo dell'amicizia tra maschi e dell'erezione, si è sostituito il trionfo della coppia e dell'impotenza. I maschi giovani sono traumatizzati dall'obbligo che impone loro la permissività: cioè l'obbligo di far sempre e liberamente l'amore."



Se si guarda ai film di Pasolini, non c'è una donna dotata di un qualsiasi, seppur minimo, appeal sessuale: la donna è madre (quindi al di sopra di ogni desiderio sessuale esplicito, anche se rivestita, fino al ridicolo, fino alla spudorata burletta psicoanalitica, di implicazioni edipiche: Edipo Re, Il Vangelo secondo Matteo, dove è sua madre Susanna Colussi a recitare la parte della Madonna, Teorema, Mamma Roma, Medea), o puttana, defraudata quindi di un desiderio sessuale proprio, e sfogo-contenitore di quello maschile,  (Mamma Roma, ancora, Salò o le 120 giornate di Sodoma, Decamerone), o è bambina o comunque minorata (l' Assurdina Caì di Che cosa sono le nuvole?, Zumurrud de Il fiore delle Mille e una Notte).

Insomma, davanti ad una donna adulta, non necessariamente madre, dotata di un desiderio proprio, Pasolini che fa? Urlacchia sdegnato come un Ippolito qualsiasi accanto a Fedra! E va bene che le donne non gli interessano. Ma da qui a considerarle una minaccia apportatrice di lussuria e di corruzione alla castità del fantomatico maschio forte&casto della società preindustriale, ce ne corre.

A chi, per esempio, con robusto seppur miope buonsenso, gli faceva notare che era meglio la desolante visione della coppia mercificata ma "moderna", piuttosto che quella, tabuata e arcaica, dei muti corteggiamenti sui sagrati delle chiese friulane, o delle fuitine sicule, o dei delitti d' onore, Pasolini, insofferente alle finezze del dialogo e abituato ad argomentare a frasi oracolari, risponde nell' unico modo possibile: ignorandolo.

Ci casca con tutte le scarpe. Emula proprio l' atteggiamento heideggeriano che Adorno (sì sì, proprio lui), stigmatizza: distribuisce attorno a sé un tabù secondo cui ogni comprensione delle sue idee sarebbe contemporaneamente una falsificazione.

Perché? Perché è un coglione. Sopravvalutato.

E adesso, andate pure in deliquio per le Lettere luterane, provate a ravvisare parole profetiche sull' attualità, negli Scritti corsari.

Guardate un po' come è stato profetico. Chi aderisce più pronamente OGGI a quel modello di coppia da lui stigmatizzato. Se i giovani maschi che a lui stringevano il cuore o le giovani mie coetanee che a me strappano un sorriso.




*Rileggersi in ginocchio La dialettica dell' Illuminismo e Minima moralia.
venerdì, luglio 03, 2009
Noto con una certa commozione, da cattolica, come all' interno della Chiesa, alcuni tra i suoi più autorevoli esponenti aderiscano toto corde alla più autentica regola dei loro ordini di appartenenza.

Leonardo sottolinea la mirabile (e coerente con lo spirito francescano) iniziativa di realizzare una cripta atta a contenere degnamente le sante spoglie di padre Pio. Padre Federico Lombardi, gesuita, si allinea alla perfetta esecuzione degli esercizi ignaziani. Agostino Marchetto (non certo un progressista: si deve a lui una controstoria del Concilio Vaticano II, in opposizione a quella redatta a cura del professor Alberto Melloni e del defunto professor Alberigo, due dossettiani, ohibò....) dichiara che le nuove norme introdotte dal pacchetto sicurezza "provocheranno dolore"? Arriva super-Lombardi a correggere il tiro, e a diffondere una vulgata non imbarazzante per la Santa Sede e gradita ai politici. Tanto che Gasparri chiosa soddisfatto: "Il Vaticano smaschera i bugiardi!!". Ma, un momento. Chi sarebbero i bugiardi? Monsignor Marchetto, che assolve semplicemente al suo compito di segretario del Pontificio Consiglio per la Pastorale dei Migranti,  o alcuni parlamentari dell' opposizione, o dell' ombra di essa, che fanno sommessamente notare al ministro Maroni come sia molto comodo, ma ideologicamente ipocrita citare l' autorità vaticana solo quando avalla le politiche governative? O i giornalisti, che raccolgono per mestiere le dichiarazioni dei prelati?

Il Vaticano, per bocca di monsignor Lombardi, si smarca prontamente.

Del resto, perché stupirsi? Ha preso alla lettera le parole di Sant' Ignazio di Loyola:



"Per essere sicuri di non sbagliare dobbiamo sempre regolarci in questo modo: quel che io vedo bianco, creda che sia nero, se la Chiesa gerarchica così stabilisce".



(E. E., 365, 1)
lunedì, giugno 15, 2009

Nelle università, dopo gli scritti e gli insegnamenti degli umanisti, si erano abbondantemente rotti le palle  della Scolastica, in particolare dato che i preti avevano fatto il santo favore di levarsi di culo dalle università  per andare a studiare nei seminari istituiti dal Concilio di Trento.  Per secoli la filosofia e la teologia era andate di pari passo: la prima  provvedeva a fondare la base razionale per l' accettazione della Rivelazione, la seconda forniva la necessaria moderazione delle divagazioni eterodosse del pensiero umano. Il principio della centralità della capacità di giudizio individuale, proclamato dai primi riformatori e ricevuto con tanto entusiasmo da parte loro seguaci, ha come conseguenza logica un ampliamento e una netta presa di posizione nei confronti  dei poteri della mente umana, a scapito delle autorità ecclesiale, con il corollario che che lo scetticismo, l'ateismo e il  materialismo  trovano favore nei circoli più culturalmente avanzati dell’ epoca.


Tuttavia, di fronte a prove evidenti dei limiti della mente umana, si registra una reazione, sia da parte di studiosi cattolici che di quelli protestanti, contro la presunta infallibilità della ragione. I filosofi cattolici sono inclini a diffidare assolutamente della  ragione, e a fare affidamento esclusivamente sull’ autorità divina come garanzia di verità. In altre parole, accettano il Tradizionalismo, mentre i protestanti, altrettanto sospetti nei confronti della  ragione, proclamano che nel giudicare il valore della  Rivelazione, il sentimento e la volontà umana debbano essere ascoltati come pure l'intelligenza, vale a dire che accettano quello che è chiamato, nei paesi di lingua anglosassone e che non trova un corrispettivo in una traduzione decente italiana,  Sentimentalism.

Il tentativo di sostituire la tradizione scolastica da parte di alcuni nuovi sistemi filosofici ha dato luogo a varie scuole di pensiero, la maggior parte delle quali può essere fatta risalire,  in ultima analisi, a Bacone e Descartes, il primo  alfiere del metodo induttivo, l’ altro del metodo deduttivo. René Descartes (1596-1649) nasce  in Turenna e riceve la sua prima educazione dei Gesuiti. Seguendo il  suo desiderio di vedere il mondo, sian  stati i troppi libri o il suo provincialismo,  prende servizio come soldato nell’  esercito del principe Maurizio di Nassau, e successivamente in quella del principe elettore di Baviera. Si ritira dalla vita attiva per dedicarsi allo studio della matematica e della filosofia. In un primo momento trova un tranquillo rifugio in Olanda; da lì migra a Stoccolma su invito della regina Cristina. In Svezia, dopo qualche mese di residenza, muore di una malattia polmonare. La signorina Wasa pretende che Cartesio le faccia lezione di buon mattino, costringendolo ad improvvide uscite ad orari antelucani, nel bel mezzo di un gelido inverno svedese. Descartes ci lascia le penne. Per tutta la sua vita , Cartesio rimane un sincero e devoto praticante cattolico, nonostante non si sia peritato di sbudellare gente per conto terzi.  Mettendo da parte la Rivelazione, la quale egli dichiara di non volere affrontare, Descartes, dall’ applicazione del suo principio del dubbio metodico, perviene alla conclusione che il fondamento di ogni certezza risieda nella proposizione Cogito ergo sum  . Da un esame delle proprie idee su un essere più perfetto, arriva alla conclusione che Dio esiste, e  all' esistenza di un Essere Supremo buono e saggio che ha dato la ragione agli uomini, la coscienza e la capacità percettiva al fine di acquisire conoscenza ; egli sostiene che queste facoltà non possano condurre gli uomini in errore, e che, di conseguenza,  la veridicità di Dio è il fondamento ultimo di ogni certezza.

Le teorie di Cartesio sono condotte alla loro logica conclusione dai suoi successori. Blaise Pascal (1623-1662) è influenzato ampiamente dal misticismo del Medioevo. Pascal pone in secondo piano la ragione, verso la quale si mostra diffidente, ed esalta al contrario la fede , come unico mezzo per risolvere le difficoltà che il puro intellettualismo non può risolvere. Arnold Geulincx (1625-1669) prima cattolico,  poi divenuto calvinista, argomentando a partire  dall’ antitesi supposta da Cartesio tra  mente e materia, sostiene che la materia, essendo  inerte non possa produrre le sensazioni e le volizioni esperite dagli esseri umani , e che, pertanto, queste debbano essere causate da Dio. In altre parole propone la teoria dell’ Occasionalismo. Questa dottrina occasionalistica come dispensante una spiegazione delle sensazioni è stato ampliata e approfondita da Nicolas Malebranche (1638-1715), uno allievo della Sorbona, al fine di spiegare l'origine delle idee umane. Questi ha sostenuto che non possano provenire da fuori, perché non vi può essere alcun contatto tra mente e materia, che non possano  venire dalla mente stessa, perché la creazione è un attributo unicamente dell’ Essere Infinito e che, pertanto, esse debbano  venire da Dio. Quindi, secondo Malebranche, è in Dio o nell’Essenza Divina che noi vediamo tutte le cose. (Una chiara proposizione di ontologismo).  Se tutte le attività e tutte le conoscenze provengono direttamente da Dio, è naturale concludere, come fa Baruch Spinoza (1632-77), che esista solo una sostanza dotata dei due attributi di pensiero e di estensione. Ciò conduce ad elaborare una teoria avvicinabile al Monismo, e, lato sensu, al Panteismo.

Da questi lunghi pipponi  si evince che il rifiuto del sistema scolastico e il divorzio tra teologia e la filosofia conduce al caos dogmatico e, in definitiva, al rifiuto della Rivelazione divina. Con i suoi attacchi contro le vecchie prove dell’ esistenza di Dio e contro i motivi della loro credibilità, coi quali ha posto l'accento sul dubbio metodico come l' unica strada sicura per la certezza, e con i sospetti sollevati da lui contro l'affidabilità assoluta e indubitabile  della ragione umana, Descartes involontariamente apre la strada allo scetticismo e all' ateismo. Anche se il suo sistema è condannato da Roma e vietato più di una volta da Luigi XIV,  è  ripreso in Francia  dagli Oratoriani e dalla maggior parte dei più importanti studiosi.

Lo spirito del diciottesimo secolo è nettamente sfavorevole agli ordini religiosi. I razionalisti, i frammassoni, e i sostenitori dell’ Assolutismo illuminato fanno fronte comune nella lotta contro la fondazione di nuove congregazioni e per garantire la soppressione delle confraternite religiose che erano già state fondate. In Austria, a Napoli, in Spagna, in Francia si conduce un’ assidua campagna per lo scioglimento di ordini e congregazioni , o, spesso, più realisticamente, per modificare le loro regole, al fine di rescindere il legame con Roma e di assoggettare i religiosi all’ autorità dei governanti secolari. Durante la campagna molte case religiose  sono soppresse in Austria e in altri territori dell' Impero, ma la vittoria di gran lunga più importante dei sostenitori di questa campagna, è senza dubbio la soppressione della Compagnia di Gesù.


Eppure, a dispetto di ogni intenzione secolarizzatrice , gli ordini religiosi mantengono terreno, lgli uomini di chiesa continuano nel loro apostolato, gettando le basi di nuovi organismi, che sono  destinati a prendere parte ad un deciso revival religioso nel XIX secolo. Uno dei più notevoli tra questi uomini di chiesa  è Sant'Alfonso Maria de 'Liguori (1696-1787). Nato vicino a Napoli, dapprima si dedica alla professione di avvocato, ma ben presto l’ abbandona per donarsi  totalmente a Dio, coerentemente all’ ispirazione un po’ melensa dei suoi scritti. E’ ordinato sacerdote nel 1726. Nel 1732 getta le basi di una nuova società religiosa, la Congregazione del Santissimo Redentore, che è approvata da Benedetto XIV nel 1749. Dopo aver rifiutato vari onori fu costretto ad accettare il Vescovado di sant' Agata dei Goti  nel 1762,  da cui si ritirò nel 1775 per dedicarsi alla preghiera e alla composizione trattati spirituali che gli riservano un posto importante non solo, semplicemente,  come teologo morale,  ma come  maestro di vita ascetica. Nel 1744  pubblica le sue  Note sulla Teologia Morale di Busenbaum, che costituisce la base della sua Theologia Moralis pubblicata nel 1753-55, e che vede nove edizioni nel corso della vita dell’ autore. E’ dichiarato Venerabile nel 1796 da Pio VI, canonizzato nel 1839 da Gregorio XVI, infine,  riconosciuto come Dottore della Chiesa da Pio IX nel 1871, significativamente all’ indomani della presa di Roma.

La Congregazione del Santissimo Redentore (Redentoristi) è stata fondata da  Alfonso Maria de’ Liguori  a Scala, vicino Amalfi, nel regno di Napoli (1732), ed è stata approvata nel 1749. L' obiettivo dei suoi membri è quello di imitare le virtù e l' esempio di Gesù Cristo, Redentore dell’ umanità , nella consacrazione particolare delle loro vite alla predicazione della parola di Dio ai poveri. L'opposizione del primo ministro  del Regno di Napoli, Bernardo  Tanucci, rappresenta una fonte di grande difficoltà per il fondatore. Dopo la caduta del Tanucci,  Alfonso Maria de’ Liguori  pensa che gli si offra una buona occasione per assicurare ai Redentoristi l'approvazione del governo, ma è  indotto da alcuni amici che lo vogliono fregare , mettendolo da parte, ad accettare una modifica della Costituzione dell’ ordine, il Regolamento (1779-80), che porta ad un separazione tra le case Redentoriste del Regno di  Napoli e quelle situate negli  Stati Pontifici. La controversia è , tuttavia, risolta nel 1793. La Società si diffonde rapidamente in Italia, in Germania, dove i suoi interessi sono salvaguardati da Padre Hofbauer, e durante il diciannovesimo secolo, sono istituite case  in ogni paese in Europa, in America e in Australia.

I Passionisti (La Congregazione dei Chierici Scalzi della Santissima Croce e Passione di Nostro Signore Gesù Cristo: un nome lungo lungo che manco la Wertmüller) sono stati fondati da san Paolo della Croce (1694-1775). Questi  nasce a Ovada, vicino a Genova, è ordinato da Benedetto XIII nel 1727, che allo stesso tempo concede la sua approvazione delle regole elaborate per la nuova società.  Fonda la sua prima casa ad Argentaro e, quindi, procede alla fondazione della Congregazione dei Passionisti. La nuova società ha ricevuto la sanzione formale e l'approvazione di Clemente XIV nel 1769 e di Pio VI (1775). Prima della morte del fondatore, diverse case sono istituite in Italia, rimpiazzando quelle abolite durante le soppressioni seguite il propagarsi dell’ onda lunga della Rivoluzione Francese nella penisola . La congregazione è, tuttavia, ricostituita da Pio VII (1814), e si diffonde rapidamente in Europa, negli Stati Uniti, in Sud America. La prima casa dei Passionisti in Inghilterra è istituita dal  celebre Padre Domenico a Aston Hall nello  Staffordshire (1842), e la prima casa in Irlanda è stato aperta presso Mount Argus nel 1856.

lunedì, giugno 15, 2009

Un altro oratoriano francese del periodo, Bernard Lamy (1640-1715), tratta il tema dell’ introduzione alle Scritture nei suoi due libri Apparatus ad Biblia Sacra (1687)   e Apparatus Biblicus (1696) . Come professore di filosofia Lamy aveva già suscitato una forte opposizione, a causa del suo evidente orientamento verso il cartesianismo, né incontrarono migliore accoglienza i suoi studi sulle Scritture. Egli contesta il carattere storico delle narrazioni contenute nei libri di Tobia e di Giuditta, sostenendo che , nonostante i decreti del Concilio di Trento vadano in direzione contraria, debba essere attribuita  meno autorità ai libri biblici di tradizione  deuterocanonica, rispetto a quelli di tradizione protocanonica. Tra i principali commentatori  delle Sacre Scritture dell’ epoca figurano Le Maistre de Saci († 1684), un giansenista, che  pubblica la traduzione del Vecchio e Nuovo Testamento.  La sua traduzione dei Vangeli sarà poi messa all’ Indice; Piconio (Henri de Picquigny , 1633-1709 ) , un cappuccino la cui Triplex Exposito Sacrosancta DN Jesu Christi Evangelia (1726), è considerata insuperata anche ai nostri giorni; Louis de Carrières (1622-1717) : la sua Sainte Bible en Francais avec un commentaire litteral fondata sul precedente lavoro di traduzione del  De Saci,   è riconosciuta come uno dei migliori e più semplici commenti  delle  Scritture; Charles Francois Houbigant (1686-1783), anche lui un oratoriano, che ha pubblicato una edizione della Bibbia ebraica e il testo greco dei libri deuterocanonici insieme a dei Prolegomena, e Dom Calmet (1672-1757), benedettino, appartenente all' ordine con più tempo da perdere della storia della Chiesa, che pubblica in ventitré volumi un commento dell’ Antico e Nuovo Testamento, accompagnato da una introduzione ai vari libri (1707-1716).


In nessun ambito della scienza teologica si registrano maggiori progressi nel corso dei  secoli XVII e XVIII che in quello della storia ecclesiastica e della teologia storica . Ciò è dovuto in gran parte al lavoro e all'esempio dei Benedettini di Saint Maur. Uomini come Luc d'Achery (1609-1685), Stephen Baluze (1630-1718), Jean Mabillon (1632-1704), Edmond Martène (1654-1739), Théodore Ruinart (1657-1709), Ludovico Antonio Muratori (1672-1750), Dom Martin Bouquet (1685-1754), il gesuita  Jean Hardouin,  (1646-1729), Domenico Mansi (1692-1769), e gli orientalisti Giuseppe Simeone Assemani (1687-1768) e il fratello Luigi Giuseppe (1710-82) gettano le basi della moderna ricerca storica, per la loro corretta pubblicazione di edizioni di scrittori tardoantichi e altomedievali e dei decreti dei vari concili generali, nazionali  e provinciali, così come risulta esemplare l’ uso delle fonti storiche impiegate  per le loro dissertazioni accademiche . Oltre alla pubblicazione di raccolte di fonti originali, opere come la Gallia Christiana, iniziata nel 1715 dai Benedettini di Saint Maur e continuata da loro fino alla Rivoluzione Francese, la España Sagrada ,  iniziata  dall’  agostiniano Enrique Florez nel 1747, e l’ Italia Sacra (1643-1662) di Ferdinando Ughelli costituiscono una vera miniera di informazioni per le successive generazioni di storici della Chiesa. Tra i più valenti scrittori storici di questo periodo si hanno Sebastien Louis Le Nain de Tillemont (1637 - 1689), l'autore della Histoire des Empereurs pendant les six premiers Siecles and Memoires pour servir a l'histoire eccl. des six premiers siecles (1693); Claude Fleury (1640-1725) la cui grande opera, la  Histoire Ecclesiastique (che tratta il periodo compreso tra l' Ascensione fino al Concilio di Costanza nel 1414) , si segnala principalmente per le tendenze gallicane del suo autore, e Natalis Alexander (Noel Alexandre, 1639-1724), un domenicano francese, che pubblica un prezioso contributo alla  storia della Chiesa sotto  il titolo Selecta Historiae Eccl. Capita, ecc, ma che è stato condannato da Innocenzo XI nel 1684,  a causa della marcata pregiudiziale sul gallicanesimo del suo autore.


Alcune delle figure più note e autorevoli nell’ ambito del diritto canonico nel corso del XVII e XVIII secolo sono Benedetto XIV, (1675-1758) - molti suoi trattati sono considerati imprescindibili punti di riferimento anche dai canonisti a noi contemporanei; Ernricus (sì, si scrive così) Pirhing (1606-1679), gesuita, professore a Dillingen e Ingolstadt, ben noto come teologo e canonista; Johann Georg Reiffenstuel (1641-1703), francescano bavarese, per qualche tempo professore a Freising, autore di numerose opere teologiche e ineguagliabile canonista ai suoi tempi; Zeger Bernhard van Espen (1649-1728) professore all'Università di Lovanio, forte sostenitore del gallicanesimo  e del  giansenismo, la cui grande opera Jus Canonicum Universum è segnata dalle inclinazioni filogallicane dell’ autore; Francis Xavier Schmalzgrueber (1663-1735), un gesuita bavarese, professore di Diritto Canonico a Ingolstadt e a Dillingen, che oltre a trattati su temi quali i processi canonici , la disciplina del sacramento del matrimonio e del  clero secolare e regolare, pubblica un lavoro che copre ogni argomento del diritto canonico, lo Jus Eccl. Universum (un altro, questo patre pavarese,  con del gran tempo da perdere) ; infine, ultimo ma non meno importante,  l'italiano Lucio Ferraris († 1763), il cui Prompta Bibliotheca Canonica gode di grandissima fortuna editoriale dopo la morte dell’ autore: l’ ultima edizione di questa opera sarà addirittura stampata nel 1899.


Nell’ ambito della predicazione, la palma è indubbiamente detenuta dalla chiesa francese . Jacques-Bénigne Bossuet (1627 - 1704), a buon titolo il più grande dei predicatori francesi, è figlio di un avvocato di  Digione. Fin dalla sua prima giovinezza si mette in luce per la sua  notevole padronanza del testo sacro  e degli  autori classici. Studia all’ università di Parigi, e dopo essere rimasto due anni sotto la guida spirituale di san Vincenzo de’ Paoli, è ordinato sacerdote nel 1662. Fa ritorno a Metz, nella cui cattedrale aveva precedentemente detenuto un canonicato, e dove la sua abilità come predicatore e polemista attira presto l'attenzione. E’ nominato precettore del Delfino di Francia, ufficio che ricopre dal 1670 al 1681, quando è consacrato vescovo di Meaux. Come vescovo partecipa  alla Assemblea del Clero francese negli anni 1681-82; nonostante non sia come molti suoi contemporanei uno strenuo difensore delle teorie gallicane, è generalmente accreditato come l’ autore della famosa Dichiarazione del Clero, nota per essere  la raccolta degli articoli fondativi della chiesa gallicana. Su invito di Luigi  XIV compone un trattato in difesa di questi articoli, la Defensio Declarationis , pubblicata dopo la sua morte (1730). Bossuet è un oratore molto più avanzato  rispetto ai predicatori del suo tempo e, come scrittore e polemista ha  pochi eguali. La sua instancabile energia e le sue  capacità di polemista  sono attestate per il numero di opere uscite, in un breve giro d’ anni, dalla sua penna.   Di queste,  le  più istruttive e note sono il Discours sur l'histoire Universelle (1681), e la  Histoire des Variations des Eglises Protestantes (1688-89). La sua volontà di fermezza , tuttavia, nelle relazioni intrattenute con la corte che lo conduce a mostrare simpatia verso tendenze gallicane a cui non ha mai aderito toto corde, la sua incapacità di muovere una paglia per arginare il flagello del giansenismo, la sua personale aspirazione allo zelo nella cura spirituale della sua diocesi, in contrasto evidente con l’ energia dispiegata cercando di  far tacere quel santerellino di Fénelon e altri avversari meno noti,  ma altrettanto rompiballe e agguerriti , non possono essere taciuti da chiunque voglia pervenire ad una valutazione storica imparziale del carattere di Bossuet. Che era con ogni probabilità un grandissimo stronzo e un arrivista, disposto a mangiarsi giganteschi piattoni di merda pur di mantenere una posizione di prestigio a corte.


Fénelon (1651-1715), il grande contemporaneo e rivale di Bossuet, è inviato da giovane a formarsi nelle università di Cahors e di Parigi. In seguito, fa ritorno al seminario di Saint Sulpice, all’ epoca presieduto da M. Tronson, ai  cui consigli saggi e prudenti  il futuro arcivescovo di Cambrai sarà sempre profondamente debitore. Dopo la revoca dell'Editto di Nantes è inviato a predicare agli ugonotti, sui quali la gentilezza  di Fénelon  esercita una impressione molto più duratura e favorevole che non  il ricorso alla violenza da parte di alcuni dei funzionari inviati da Luigi XIV. Successivamente è nominato precettore del Duca di Borgogna, nipote di Luigi  XIV,  per la cui istruzione ha composto le Fables, il Telemaque,  e, a coronamento della sua opera di guida spirituale,  è nominato Arcivescovo di Cambrai (1695). Non fa in tempo a godersi questo onore che   è coinvolto in una controversia sul Quietismo, controversia che gli costa l'amicizia di Bossuet e il patrocinio di Luigi XIV, dal quale è bandito dalla corte francese. Ma Fénelon trova a Cambrai molti motivi di consolazione per ciò che ha dovuto lasciare a Parigi. E’ un modello di vescovo nel senso letterale del termine: si degna di muovere il culo e di visitare regolarmente le  parrocchie, predica nella cattedrale e in tutta la diocesi, registrando sempre un' ottima audience, è affabile e sempre disponibile nei confronti di chi lo avvicina, indipendentemente dagli omaggi che gli rende o dalle regalìe che ne può ricevere. A differenza di Bossuet , non si è mai cagato in mano al pensiero di  parlare  apertis verbis contro il giansenismo e il gallicanesimo. Come predicatore e maestro di stile per la storia della letteratura francese è inferiore a Bossuet, ma come uomo e come vescovo, è, a mio avviso, incomparabilmente superiore. In aggiunta ai suoi lavori su questioni politiche e letterarie,  Fénelon  scrive diffusamente  di teologia, di filosofia e sulla vita spirituale.

postato da: roseau alle ore 19:22 | Permalink | commenti
categoria:citazioni, cultura, politica, letteratura, religione, società, fisolofia
lunedì, giugno 15, 2009

Il grande rilancio teologico  iniziato col Concilio di Trento, e che si è fatto sentire nei paesi cattolici, si  spegne molto gradualmente, seguito nel XVIII secolo da un periodo di declino. Studiosi come Bellarmino, De Lugo, e Suarez scompaiono  senza lasciare dietro di loro nessuno all’ altezza della loro raffinata cultura teologica.  Fatta eccezione per il settore della storia ecclesiastica e di tutta la teologia storica la tendenza è quella  di un generale recesso della teologia, a favore della filologia biblica e della critica testuale.

Le cause principali che hanno spianato la strada a questo recesso della teologia dogmatica, o, meglio, normativa,  sono state la diffusione del Giansenismo, delle dottrine gallicane, che hanno implicato un enorme impiego di energie nella controversistica, il ritiro di molti studiosi ecclesiastici, divenuti monaci o abbraccianti  le professioni liberali nel secolo, la soppressione della Compagnia di Gesù e, prima ancora, il rifiuto della Scolastica a favore del sistema filosofico Cartesiano o di quello della scuola tedesca di Leibniz-Wolf .


All’ affermazione  della scuola razionalista in Francia, minacciante  gli stessi fondamenti del cattolicesimo, risponde   l'attività di un nuovo gruppo di apologeti, che  fanno  per il cattolicesimo del XVIII secolo quello che era stato fatto, in epoca tardoantica, da uomini come Giustino Martire e Lattanzio contro i filosofi pagani. Anche se  non sono mancati lavori di grande erudizione, pochi di essi hanno il fascino letterario e l’ interesse delle opere dei nuovi “nemici della religione”, limitandosi ad essere pipponi pletorici che nemmeno questi post. I principali apologeti in Francia in questo periodo sono Huet († 1721), Sommier († 1737), l'oratoriano Houteville († 1742), il gesuita  Baltius, († 1743), Bullet, professore presso l'Università di Besançon († 1775), Bergier, uno dei più illustri allievi di Bullet, († 1790), Guenée († 1803), l'avversario in grado di  tenere testa  ad uno stronzo schiavista come Voltaire, e Feller, un altro gesuita  († 1802), i cui Catechismo filosofico  e Dizionario Storico hanno  goduto di una diffusa popolarità a lungo, dopo la scomparsa dell’ autore.

Nella teologia dogmatica i principali rappresentanti della scuola tomista sono senza dubbio Vincenzo Ludovico  Gotti (1664-1742) e Charles René Billuart (1685-1757). Il primo di questi è nato a Bologna, è entrato nel noviziato dei Domenicani in tenera età, è stato l'autore di numerose opere polemiche dirette contro i luterani e i calvinisti . E'  creato cardinale nel 1728 da Benedetto XIII. In considerazione della sua cultura, della sua  prudenza, e della sua condotta di vita esemplare  esercita una  notevole  influenza  all'interno del suo ordine sia in Francia che nel resto d’ Europa, tanto che nel conclave del 1740 (che vede l’ elezione al soglio pontificio di un altro bolognese, Prospero Lambertini, come Benedetto XIV)  la sua elezione al papato è favorita da un nutrito gruppo di   colleghi ed è  trombato per pochissimi voti. L’ opera principale del card. Gotti è il commento a  San Tommaso, intitolato Scholastico-Theologia Dogmatica iuxta mentem D. Thomae (1727 - 1735).


Billuart è nato nelle Ardenne,  in Belgio, e il completamento dei  suoi  studi classici si compie nel  noviziato del convento domenicano di  Lille. Negli anni  durante i quali ricopre diverse posizioni di prestigio culturale nelle case domenicane belghe,  le sue abilità di scrittore, professore e predicatore,  attirano così tanto l'attenzione che, su richiesta dei colleghi di Billuart a Douai, il generale dell’ ordine decide di impegnarlo nella preparazione di un commento esaustivo e autorevole sulla Summa di San Tommaso. Dopo cinque anni di smonamento  sulla Scolastica, completa  l'edizione,  pubblicata a Liegi in diciannove volumi , dal 1746 al 1751. Se ne stampa un compendio nel 1754.

Il più noto e abile  esponente  del  sistema teologico di Duns Scotus è  Claude Frassen  (1621-1711). Nato a Peronne,  entra nei Francescani ed  è  inviato a Parigi, dove insegna teologia per diversi anni anni. La sua grande opera è lo  Scoto academicus, (Scoto for dummies) un commento o una spiegazione teologica del sistema di Duns Scotus. Sia per merito  dell’ esposizione fedele del pensiero di Scoto che dell' ottimo metodo e dello stile leggibile in cui è composto,  questo lavoro ha  goduto e gode di una notevole reputazione. Tanto che persino i preti post-Vat II e non bene a prova di latino riescono a leggerlo.
Tra i teologi della scuola agostiniana i due più noti sono Lorenzo Berti (1696 - 1766) il cui De theologiae disciplinis (1739-45) lo conduce  ad una imputazione per  giansenismo, da cui l' autore è prosciolto  dal verdetto di Benedetto XIV  e il cardinale Norris (1631-1704), per  lungo tempo professore di storia ecclesiastica  presso l' Università di Padova. Contro  la sua opera, la  Historia Pelagiana e Vindiciae Augustanae, è stato,  per qualche tempo, in vigore  un divieto   emanato  dalla Inquisizione spagnola, poi  cassato  in appello a Benedetto XIV.

Le infinite polemiche a cui ha dato luogo la diffusione del giansenismo avevano appannato  la reputazione della Sorbona. Il più grande rappresentante di questo centro di formazione teologica del  periodo è Honoré Tournely,  saldo avversario del giansenismo , la cui opera intitolata Praelectiones Theologicae (1738-40) è  considerata come una delle opere più importanti del tempo. In difesa della Santa Sede contro gli attacchi di Febronius , le opere più importanti ci arrivano da  Zaccaria (1714-95) che scrive diffusamente  sulla teologia, sulla storia ecclesiastica e sul diritto canonico; da Alfonso Muzzarelli (1749-1813), domenicano, dal cardinale Orsi (1693 - 1761), e dal  cardinale Gerdil (1718-1802), alla cui elezione al papato dopo la  morte di Pio VI,  è  posto il veto dall' Imperatore. La Theologia Wirceburgenis , pubblicata dai Gesuiti di Würzburg  tra il 1766 e il 1771, fornisce  una completa e sapiente sintesi di tutto il dibattito  teologico dell’ epoca.

Sebbene Billuart , come  molti dei suoi contemporanei, seguendo le orme di san Tommaso, si  occupi   sia di teologia dogmatica  che di teologia  morale, si afferma la tendenza a considerare quest' ultima come un servizio distinto e a dedicare   attenzione a ciò che può essere definito il lato “casuistico-morale”  della teologia. In una certa misura, almeno nei manuali destinati ad uso  del clero, tale metodo è  reso necessario dalla maggiore  frequenza e dalla maggiore accuratezza delle confessioni.  Ciò fornisce tuttavia una possibile spiegazione alla diffusione rapida, a livello della élite, del Giansenismo, che considera questo metodo un degrado della teologia, implicante uno iato tra religione e casuistica e il “ritorno” ad un farisaico cavillare. Strettamente connessa  all' opposizione al nuovo metodo adottato dai teologi morali è stata la polemica sul Probabilismo, che divide le scuole durante la maggior parte dei secoli XVII e XVIII. Nella soluzione pratica di dubbi di coscienza,  la soluzione  offerta dal Probabilismo era stata  applicata per secoli, ma è  solo verso la fine del sedicesimo secolo che il principio è formulato definitivamente dal domenicano  De Medina. E ' immediatamente accolto dalla quasi totalità  dei gesuiti (figurarsi...!),  così come da quasi tutti gli  autori   di teologia morale. I giansenisti, tuttavia, nel loro desiderio di nuocere alla reputazione dei loro avversari  gesuiti , li accusano di aver introdotto questo nuovo sistema di lassismo  morale, con l' obiettivo di offrire comode assoluzione anche alle porcate più arrapanti -per il confessore, che si autocompiaceva nel sentirsele narrare-  della loro clientela devozionale. Questa accusa ha fatto breccia nell’ immaginario collettivo popolare: tanto che, per definire atteggiamenti di lassismo e doppiezza morale si parla ancora di “gesuitismo”, e ha contribuito a creare, per un certo periodo di tempo, specie in seguito, nel corso del XVIII sec.,  una percezione diffusa  nettamente sfavorevole alla Compagnia di Gesù. La condanna del Probabilismo da parte dell’ Università di Lovanio nel 1655 e il clamore sollevato contro la casuistica da parte dei bacchettoni della  fazione rigorista  porta la maggior parte degli ordini religiosi e il clero di abbandonare le pratiche più “relativiste”, dal punto di vista morale. Due episodi che hanno avuto luogo poco dopo contribuiscono a rafforzare il partito antiprobabilista. Uno di questi è  la condanna da parte della Santa Sede di alcuni principi molto lassisti avanzati da alcuni teologi che si erano definiti, nel 1679, come probabilisti;  l'altro è  la decisione presa da Innocenzo XI nel caso della difesa del Probabilismo, scritta  da Thyrsus Gonzalez (1624-1705) in seguito  generale dei Gesuiti. I suoi superiori gli aveva rifiutato l'autorizzazione a pubblicare il suo lavoro; mediante il ricorso al Papa tale divieto, nel 1680, decade. E non c'è da meravigliarsi: quel sant' uomo dell' Odescalchi era sanamente pragmatico. Pur di metterla nel culo a Luigi XIV, qualche anno dopo, mentre da una parte spedirà  le sue truppe a Vienna a combattere contro il Turco, dall' altra finanzierà di nascosto le imprese militari del principe protestante Guglielmo d' Orange. Qualcuno in Vaticano, probabilmente non ha gradito. E ha reso ricca una bella ragazza dai capelli rossi di Pedaso, e il di lei consorte, un tipo buffo con gli occhialetti alla Camillo Benso. Questa però è un' altra storia.


Ma se il Papa ha certamente favorito il Probabilismonon è chiaro se la  sua decisione determini un avallo concreto di questa dottrina.  La condanna emessa da Alessandro VIII nel 1690 infligge un duro colpo al rigorismo. Infine, nel secolo successivo, gli scritti di sant’ Alfonso de’ Liguori (presente? Quel  core napulitano autore di quell' assalto  iperglicemico chiamato Tu scendi dalle stelle... ) , pongono fine agli estremismi in entrambe le dottrine.

Tra i grandi teologi del tempo vi sono i Gesuiti Lacroix (1652-1714), Paul Antoine Gabriel (1679-1743) professore presso il Collegio dei Gesuiti di Pont-à-Mousson, Billuart (1685-1757), Eusebio Amort (1692-1775), e il  Salmanticenses, il gesuita autore della serie sulla teologia morale iniziata a Salamanca nel 1665 . Ma l’ autore di teologia morale  di gran lunga più notevole nel corso del diciottesimo secolo è s. Alfonso de ' Liguori (1697-1787), fondatore dei Redentoristi. Un sant’ uomo, uno studioso, un pragmatico e un missionario, con una lunga e variegata esperienza nella cura delle anime, egli comprende meglio della maggior parte dei suoi contemporanei come tenere una posizione equilibrata fra rigorismo e lassismo. Anche se il suo punto di vista è stato criticato  severamente (in particolare, la sua predilezione verso gli eccessi devozionali ricchi di effusione emotiva, ma poveri di sostanza teologica e dottrinale) i suoi scritti teologici a suo tempo hanno trovato il favore della grande maggioranza dei teologi e la loro approvazione da parte della Chiesa ha contribuito a porre fine alla corrente rigorista, che è rimasta attiva, sebbene carsicamente,  anche dopo che  l’ origine giansenista delle posizioni più estreme era stata dimenticata.

La diffusione di teorie razionaliste o indifferentiste non mancano di indebolire la reverenza  per la Bibbia che era stata inculcata dai primi riformatori come unica fonte della rivelazione di Dio agli uomini. Prendendo le mosse dal  principio luterano del libero esame, altri riformatori, indipendentemente dalla loro ispirazione e infallibilità, rivendicano di sottoporre le Scritture all'autorità della ragione umana. Fausto Socini (1539 - 1604), uno dei fondatori della setta sociniana, (ma va' ?!) , insiste sul fatto che tutto ciò che nelle Scritture che sembra contrario alla ragione non avrebbe potuto venire da Dio, e dovrebbe essere eliminato. Per un po ' di tempo, mentre il fervore religioso è al suo apice, sia i  luterani che i calvinisti si attengono saldamente ai  loro formulari religiosi e rifiutano di accettare le opinioni  dei Socini sulle Scritture. Ma una volta che la religione dogmatica  è assaltata da parte della nuova scuola  filosofico-razionalista  in Inghilterra,  Germania,  Francia la strada è spianata per l' accettazione di opinioni più liberali. Da un lato, molti eterodossi si appuntano a sottolineare gli errori e le incongruenze della Bibbia, come prova che non avrebbero potuto venire da Dio, mentre, dall'altro, molti studiosi protestanti, pur attenendosi ancora  alla teoria della rivelazione divina, cercarono di eliminare da essa il soprannaturale senza rifiutare apertamente l'autorità delle Scritture.

È con questo disegno che Jacob Semler (1725-91) ha formulato la Teoria  dell’ adattamento, in base alla quale Cristo e gli Apostoli hanno adattato le  loro azioni e la loro lingua ai concetti erronei prevalente tra gli ebrei del loro tempo, e per questo motivo  tutto ciò che, nel testo biblico,  si spinge ai margini del misterioso e dell’ incongruità, dovrebbe essere affrontato con una semplice rinuncia alla  superstizione, sorpassata perché risalente ai tempi della predicazione di Cristo . Un altro metodo per arrivare a una conclusione simile a quella di Semler, è adottato da Kant, che sosteneva che la Bibbia è stata scritta solo per inculcare la morale e per rafforzare il senso morale nell’ umanità, e che tutto ciò che viene registrato in essa deve essere interpretato dalla ragione alla luce dell'oggetto che i suoi autori avevano in vista.

Con  teorie liberali così bene argomentate sull’ autorità e sull’ ispirazione delle Scritture nell’ aria, è quasi impossibile che gli  esegeti cattolici possano  sfuggire a  queste influenze. Uno degli esegeti cattolici più capaci dell’ epoca, l’ oratoriano francese  Richard Simon (1638-1712), è accusato dai suoi contemporanei  di avere un approccio troppo razionalista nelle sue teorie di interpretazione scritturale. E’ un uomo che ha studiato a fondo le lingue bibliche ed è perfettamente in grado di ponderare le difficoltà storiche e letterarie  che potrebbero essere sollevate, come obiezione contro l' ispirazione e la infallibilità dell' Antico Testamento. Egli sostiene  che la Bibbia è una produzione letteraria, e che, come tale, deve essere interpretata sulla base  delle idee e dei  metodi di composizione prevalenti nel paese o nel momento in cui i vari libri sono stati scritti. Le sue opinioni sono contenute nella sua Histoire Critique de Vieux Testament (1678) e nella sua Histoire Critique de Texte du Nouveau Testament (1689), entrambe le  quali, anche se senza dubbio sono tra i lavori che hanno notevolmente influenzato lo studio delle Scritture da parte cattolica, rivoluzionandoli, a partire dal momento della loro pubblicazione in Olanda, sono  severamente criticate , e sono  condannate dalla Congregazione dell’ Indice.

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