lunedì, settembre 07, 2009
Sembra essere una notte perfetta, questa. Il caldo dei giorni scorsi è cessato e Radio 3, d' infilata, sta trasmettendo le migliori registrazioni della Petite Bande di Sigiswald Kuijken: Bach, Rameau, Haydn.

Ho appena finito di leggere Dissipatio H.G. di Morselli. Noto con piacere di non essere stata la sola ad ipotizzare una trasposizione filmica. Guido Schittone immaginava, tanti anni fa,  una sua direzione affidata a Michelangelo "da Ferrara" Antonioni. Devo dire che no, non sono poi così d' accordo. Per trasporre sullo schermo, in quegli anni Settanta l' opera postrema di Guido Morselli, ci sarebbe voluto, secondo me, un regista attento a quella che Morselli definisce la "vischiosità delle cose": vischiosità affettiva, si intende. Un quadernino appena iniziato, un vinile con una sonata di Albinoni, il vassoio della colazione preparato, con ruvida amorevolezza, dai propri pastori di malga assunti ai cieli (o volatilizzatisi), in una notte di fine primavera.

Ci sarebbe voluto un regista come il Bolognini del bellissimo La prima notte di quiete.

Morselli è però ironico, quasi sorridente nel descrivere la serena disperazione dell' ultimo superstite dell' umanità. Fa coincidere la scomparsa in toto della popolazione mondiale con il suicidio rinviato del protagonista, suggellato da una micidiale craniata contro l'imbocco del pozzo-caverna dove aveva deciso di annegarsi. Morselli è uno scrittore della catastrofe, come giustamente lo rubrica Francesco Muzzioli : contempla la propria condizione irreversibile dal fondo dell' apocalisse, ma non è mai cupo. In quest' opera, si permette anche giochi di parole, espliciti o taciuti H.G. come humani generis, certo, ma anche come Hausgericht, la città dalle 25000 abitazioni e dalle 7000 filiali bancarie dissoltasi nel corpo dei suoi satolli in una notte. Oppure come H.G. (Wells) . Me lo faceva notare Falecius. Il tempo si è fermato. Morselli fa considerazioni, a mio avviso, assolutamente esatte sull' ego in liquidazione di chi è destinato alla solitudine:

Prendo alle pp. 143 e 144 dell' edizione Adelphi, del 1977:




"E dunque, perché ex-uomo, adesso,  dal 2 giugno in qua?

C'è l' interpretazione ovvia, del tipo: esigenza vitale del contesto sociale, delle trame interpersonali, e conseguenze della loro scomparsa. -Erano i verbalismi-gelatina del sociologismo, e li scarto subito, per tastare un' interpretazione diversa: l' uomo sarebbe cessato come, e quando, è cessato il tempo.

Si suppone che, abolito il tempo, l' uomo perda la sua consistenza. E' un supposto che sa di 'philosophaillerie', però non lo respingo a priori, non è una banalità. Ma intanto, per quale ragione il tempo è abolito e s' inaugura un anno-zero destinato a restare sempre zero? E' un' impressione che io ho avuta, a volte, dopo il 2 giugno, ma il fenomeno resta da spiegare. Se il tempo è forma del senso interno, finché c'è un 'senso interno' , ossia un individuo cosciente, ci dovrebbe essere anche il tempo.

Una spiegazione poetico-teologica la tenta Dostoevskij (sic) nei Demoni. La mette in bocca  ad un suo personaggio, certo Kirilov, se ricordo bene; che dice 'Quando l' umanità sarà arrivata alla felicità vera, non esisterà più il tempo. Il tempo infatti sarà superfluo' . I cari estinti, sono arrivati alla felicità vera?Se lo meriterebbero, poveretti. "




Significativo, che in un universo divenuto improvvisamente ostile , dove i confini si annullano e l' essere senziente è confuso e abbacinato, come nel mondo gelido del ciclo lessinghiano di Canopus, o nel buio, lento mondo coperto di neve dell' Ecumene della Le Guin, anche il genere dell' individuo diventi labile. Gli sfortunati personaggi di Un luogo senza tempo perdono, via via, i loro caratteri sessuali: i seni rientrano nel corpo, li genitali si rattrappiscono fino a sparire nei ventri, e braccia rinsecchiscono come quelle di un impubere o, che poi è lo stesso, di un morto, incapace di generare e di perpetuare l' esistenza dei suoi discendenti e la propria, le barbe si coprono di fiori di ghiaccio. Gli abitanti del pianeta della Mano sinistra delle tenebre, invece, entrano in kemmer (estro sessuale ermafrodita) con puntualità. Ma il tempo, anche se tremendamente rallentato, su Gethen, esiste ancora: Lady Ursula si premura di darci, alla fine del romanzo, delle tabelle di conversione tra tempo getheniano e tempo terrestre; le gonadi getheniane sono perfettamente regolate sui tempi planetari, sensibilissime ad ogni variazione di luce o temperatura. Cosa che non avviene per i morituri di Canopus: si trovano a fronteggiare un' emergenza; i getheniani, invece, è da tanto che vivono così. Da quando una genìa opportunamente modificati di umani cominciò a popolare l' Ecumene e le sue colonie più fredde, come Gethen, appunto.

L' anonimo superstite di Dissipatio, non sente più obblighi verso sé stesso, perché non ci sono gli altri a cui si deve decenza, rispetto, disponibilità al dialogo e agli obblighi del viere civile. Quegli altri in cui ci si specchia. Indossa dessous femminili con la massima naturalezza, perché ben si adattano alla sua pinguedine. Non conosce altre necessità che quelle legate alla mera sopravvivenza. Mangiare, bere, espletare le proprie funzioni corporali. Eros e thanatos vinti per sempre: non ha pulsioni sessuali, perché il naturale oggetto del desiderio (la donna: il protagonista, nonostante il suo grottesco travestimento, che adatta solo per star comodo, era eterosessuale) scompare assieme all' altra metà del cielo. Non si vuole più suicidare, né tantomeno morire di cause naturali perché:



"...il suicidio richiede un destinatario o dei destinatari. Qualcuno che noi decidiamo di punire, o viceversa di ammaestrare (vedi: Bruto). Non avendo destinatari, non posso più uccidermi, come non posso più spedire telegrammi."




e



"La mia non è un' esistenza larvale. Non sono uno spettro che beve cognac Dos Hermanos o un cadavere che fuma tabacco Capstan (Navy Cut) in una pipa, ma non sono più me stesso, neppure quel poco che ero. Sopravvivo grazie a non si sa quale artificio. In una campana pneumatica, o sotto una tenda a ossigeno.  Privato della mia identità, e per colmo di stranezza, capace di ricordarmela."



Dissipatio
, dove il protagonista vive in perenne attesa di un' apocalisse mancata, differita sine die, è una distopia, e, a mio parere, tra le più belle. Le utopie, per sussistere, hanno sempre bisogno, se non di una palingenesi, di un progetto di vita alternativo, di un' ipotesi di società differente, anche se in nuce spaventevole o coercitiva.

Qui avviene esattamente il contrario:



"In altri tempi, prevedevo a breve scadenza una solidarietà necessaria fra gli uomini di ogni razza e residenza (la chiamavo 'socialidarietà', socio-solidarietà, remota dall' umanitarismo e dalla charitas), che il restringersi dello spazio avrebbe imposto al Pianeta dell' Economia, mettendo fine al vuoto sermoneggiare di amore e di pace su basi mistiche e giuridiche. Questo, molti anni fa, e sonostato debitamente deluso. Del resto, nessuna socialidarietà sarebbe bastata a farmi accettare Crisopoli. E dunque perché mai l' accetto ora. Un caso di 'self-coercion', ignara o quantomeno immotivata? Che si ridurrebbe a sottospecie dell' atto gratuito. Un' inconsulta deriva della barchetta di carta, venuta a Crisopoli per affondarvi."




Poi  la liturgia dell' opera. Non so se Morselli fosse personalmente credente, ma il suo superstite sembrerebbe esserlo: fa considerazioni teologiche puntuali e colte, cita Agostino, Salviano, San Tommaso. Si indigna per la densità di banche poste ad insidiare e ad invadere lo spazio del sacro, come mercanti nel tempio, nota la stridente contraddizione tra la permanenza del sacro, svuotato della sua connotazione di ecclesia pauperum e ridotto a mera testimonianza architettonica, a guscio vuoto, e l' immarcescibilità della risorsa aurea, del denaro contante che persino in absentia trabocca da banche deserte e caveaux.

Nonostante il superstite fosse, credo, toccato, dall' ingombrante dubbio della fede, dal disperante dono che costituisce, e forse proprio per questo, si balocca con la morte, intessendo una sorta di mutuale autoerotismo coi suoi strumenti:




La soluzione finale, liscia e pulita, facile, l’avevo a portata di mano. Sono andato a prenderla, la mia ragazza dall’occhio nero, mi sono ridisteso sul letto con lei. Ho premuto la bocca sulla sua, a lungo. L’ho sollecitata col dito, una prima volta. Non abbastanza a fondo. E una seconda volta, sempre con la bocca sulla sua. Non la terza, perché d’un tratto l’ombra mi ha avvolto. E la quiete”.


Più avanti: “Quella notte (mi dico), tornando dalla grotta del Sifone; la ragazza dall’occhio nero, la browning 7 e 65, l’avevo vicina, quando mi sono coricato. E so che poi ho premuto il grilletto. È un’arma che non s’incanta.

         L’ho puntata bene?


         Me la sono puntata alla bocca. E la mattina c’era una chiazza di sangue,  sul cuscino.

         Ma i morti non vedono se stessi, il loro stesso sangue che hanno versato.


         Chi lo garantisce, che i morti non si vedano?"


Morselli , al contrario , non aveva tempo da perdere coi titillamenti alla ragazza dall' occhio nero.

Un secco comunicato alla questura:  non ho rancori. E poi il buio.

Ma già aveva avvertito, una quindicina di anni prima:

"
Tutto è inutile. Ho lavorato senza mai un risultato; ho oziato, la mia vita si è svolta nella identica maniera. Ho pregato, non ho ottenuto nulla; ho bestemmiato, non ho ottenuto nulla. Sono stato egoista sino a dimenticarmi dell’esistenza degli altri; nulla è cambiato né in me né intorno a me. Ho fatto qualche poco di bene, non sono stato compensato; ho fatto del male, non sono stato punito. Tutto è egualmente inutile".


lunedì, luglio 27, 2009
So che mi arriveranno strali scandolezzati da ogni parte, tentativi di correzione del tipo "ma non è lui che era un coglione, sono gli altri , da destra e da sinistra, ad averne fatto un santino."

Eh no.

Dicendo così, lui è sempre nel giusto, e passa dall' essere un santino al costituire una reliquia.

Certo, a sentire Zigaina parlare del suo interesse per Eliade e Frazer, si può credere che non gli dispiacerebbe.

Ma a me ha fatto sempre saltare la mosca al naso questa frase pasoliniana:



"O esprimersi e morire o restare inespressi e immortali"



oppure, nella sua variante:



"La morte non è nel non poter comunicare ma nel non poter più essere compresi."



Pasolini, nelle Lettere luterane, scrive:



"I giovani maschi che camminano quasi religiosamente per strada tenendo con aria protettiva una mano sulla spalla della donna, o stringendola romanticamente per mano, fanno ridere o stringono il cuore. Niente è più insincero di un simile rapporto che realizza in concreto la coppia consumistica."



Parole sante, verrebbe da dire. Peccato che non siano sue. O meglio. Pasolini non è stato il primo a comprendere che la soddisfazione personale attraverso i beni di consumo e la riduzione ad oggetto delle persone erano strettamente connesse. Ci aveva già pensato, per così dire,  la Scuola di Francoforte, ed in particolare il suo filosofo più grande e fumiste: Theodor Wiesengrund Adorno*, a stabilire il nesso tra capitalismo basato su produzione e consumo e la nozione di sesso basata esclusivamente sul piacere. Ciò che caratterizza tutto il discorso pasoliniano, facendo intravvedere personali idiosincrasie e, spiace dirlo, un orientamento sessuale mai pienamente accettato, è il passo ulteriore: vedere il sesso come rituale conformistico. Dopo aver dichiarato questo, la conclusione è una sola. Il piacere è scomparso dalla soddisfazione personale che il sesso offriva.

E infatti, sempre da Lettere Luterane:



"La società preconsumistica aveva bisogno di uomini forti, e dunque casti. La società consumistica ha invece bisogno di uomini deboli, e perciò lussuriosi. Al mito della donna chiusa e separata (il cui obbligo alla castità implicava la castità dell'uomo) si è sostituito il mito della donna parte e vicina, sempre a disposizione. Al trionfo dell'amicizia tra maschi e dell'erezione, si è sostituito il trionfo della coppia e dell'impotenza. I maschi giovani sono traumatizzati dall'obbligo che impone loro la permissività: cioè l'obbligo di far sempre e liberamente l'amore."



Se si guarda ai film di Pasolini, non c'è una donna dotata di un qualsiasi, seppur minimo, appeal sessuale: la donna è madre (quindi al di sopra di ogni desiderio sessuale esplicito, anche se rivestita, fino al ridicolo, fino alla spudorata burletta psicoanalitica, di implicazioni edipiche: Edipo Re, Il Vangelo secondo Matteo, dove è sua madre Susanna Colussi a recitare la parte della Madonna, Teorema, Mamma Roma, Medea), o puttana, defraudata quindi di un desiderio sessuale proprio, e sfogo-contenitore di quello maschile,  (Mamma Roma, ancora, Salò o le 120 giornate di Sodoma, Decamerone), o è bambina o comunque minorata (l' Assurdina Caì di Che cosa sono le nuvole?, Zumurrud de Il fiore delle Mille e una Notte).

Insomma, davanti ad una donna adulta, non necessariamente madre, dotata di un desiderio proprio, Pasolini che fa? Urlacchia sdegnato come un Ippolito qualsiasi accanto a Fedra! E va bene che le donne non gli interessano. Ma da qui a considerarle una minaccia apportatrice di lussuria e di corruzione alla castità del fantomatico maschio forte&casto della società preindustriale, ce ne corre.

A chi, per esempio, con robusto seppur miope buonsenso, gli faceva notare che era meglio la desolante visione della coppia mercificata ma "moderna", piuttosto che quella, tabuata e arcaica, dei muti corteggiamenti sui sagrati delle chiese friulane, o delle fuitine sicule, o dei delitti d' onore, Pasolini, insofferente alle finezze del dialogo e abituato ad argomentare a frasi oracolari, risponde nell' unico modo possibile: ignorandolo.

Ci casca con tutte le scarpe. Emula proprio l' atteggiamento heideggeriano che Adorno (sì sì, proprio lui), stigmatizza: distribuisce attorno a sé un tabù secondo cui ogni comprensione delle sue idee sarebbe contemporaneamente una falsificazione.

Perché? Perché è un coglione. Sopravvalutato.

E adesso, andate pure in deliquio per le Lettere luterane, provate a ravvisare parole profetiche sull' attualità, negli Scritti corsari.

Guardate un po' come è stato profetico. Chi aderisce più pronamente OGGI a quel modello di coppia da lui stigmatizzato. Se i giovani maschi che a lui stringevano il cuore o le giovani mie coetanee che a me strappano un sorriso.




*Rileggersi in ginocchio La dialettica dell' Illuminismo e Minima moralia.
mercoledì, giugno 10, 2009

Vorrei tornare su Waltz With Bashir con una disamina più approfondita delle mie posizioni, anche a seguito di alcuni commenti particolarmente risentiti a riguardo.

Come rappresentazione della futilità della guerra e della confusione, del terrore e dell’ abbrutimento di coloro che vi prendono parte ,  Waltz With Bashir è un grande esempio di  genere. Ciò è dovuto in parte al racconto, in cui il protagonista fa un viaggio per recuperare i suoi inaccessibili ricordi di guerra.


L’ effetto è rafforzato anche dall'uso di un’  animazione sofisticata, allucinatoria, che contribuisce a fornire un ritratto fresco e assieme impressionante di ragazzi in guerra. (A titolo personale mi ha colpito per il fatto che molti dei soldati fossero, nel 1982, più giovani di me, e altrettanto giovani di una controparte terrorizzata).

Il film esplora la natura della memoria e come evitare la dissonanza cognitiva data dal reprimere e dal censurare psicologicamente azioni ed eventi che non sono in linea con il modo di vedere noi stessi. Così il nostro protagonista, stimolato da un ex-commilitone nell’  emersione della propria memoria in forma di incubi,  cerca di scoprire gli eventi che l’  hanno cancellata.


Fin qui tutto bene, e la questione un poco fumosa del modo in cui abbia intrapreso questa compositio memoriae,  approcciata  attraverso interviste, è ben compensata dai sogni presentati in  lunghe e suggestive sequenze di flashback.

Tuttavia, a causa di quella che sembra essere  una tenace aderenza alla sua esperienza personale, il regista Folman manca l'opportunità di imprimere una svolta al  film verso  qualcosa di più grande, di tracciare un parallelo tra il proprio atteggiamento evitante di una scomoda verità e quello del suo paese, Israele, che non riesce ad affrontare a livello politico e collettivo una verità altrettanto scottante:  chi un tempo era vittima si è trasformato in carnefice. Questo atteggiamento mentale si è consolidato, nel tempo, attorno ad un’ omissione ,  non è chiaro  se deliberata o inconscia : guardare ai fatti troppo da vicino  sarebbe stato davvero troppo da sopportare, anche per un regista che ha avuto il coraggio di affrontare un argomento che è stato finora una  macchia inesplorata  sulla coscienza nazionale. E le omissioni sono tante, nella sceneggiatura: concretamente quelle  riguardanti episodi che, se fossero stati inseriti attraverso una migliore mise en scène, avrebbero  facilmente fatto stabilire allo spettatore connessioni personali   senza esagerare nel ricorso all'allegoria.

Per esempio il famoso assedio di Beirut precedente il massacro è appena menzionato. Tre mesi di intensi bombardamenti israeliani che, secondo le Nazioni Unite, hanno ucciso settemila persone e ferite ottantamila, l'80% delle  quali erano civili. I numeri degli  uccisi nell’ assedio di Beirut sono circa due volte la più grande stima dell’ ammontare delle vittime  dell’ eccidio  di Sabra e Shatila, compiuto dai Falangisti, con l’ avallo di Tsahal. 


Di per sé,  sarebbe  un’  interessante domanda chiedersi  se le  uccisioni effettuate da parte dell’ esercito regolare di uno Stato siano meno odiose di quelli perpetrate da  una falange armata e accecata dall’ odio.  Purtroppo, allora  non vi è  stata  alcuna possibilità di porsela.

C’ è più di una mancata contestualizzazione degli eventi: al tempo dell’ uccisione di Bashir Gemayel,   l'OLP era già salpata da Beirut sotto la supervisione di una forza multinazionale, lasciando poca resistenza attiva in  a città (fatta eccezione rispetto a quella formata  da gruppi della sinistra libanese), e nessuna nei campi. Il film dà l'impressione che siano stati i Palestinesi ad uccidere Gemayel , una impossibilità logistica. (Mi risulta siano stati ambienti maroniti di sinistra, cioè... "nazional-socialisti", che in Libano figurano essere di sinistra per il fatto di opporsi alla falange. Così mi dice Falecius, che ringrazio).  L’ intento dei Falangisti non era la vendetta - senza dubbio sono stati alimentati e rinfocolati nel loro odio, oltre che da   droga e alcol, dalla morte di Gemayel -, ma il loro esasperato e inutile intento è stato sempre quello di ottenere un Libano ad egemonia maronita , ed ecco la  scomoda e taciuta la verità . Si è trattato di un intento di cui Israele era ben  consapevole e da cui  ha tratto  il massimo vantaggio. I Falangisti  pensavano di stare lottando per difendere la propria comunità minacciata dalla distruzione. Propaganda, ovviamente. Ma la sinistra libanese all' epoca agitava questo spettro in maniera piuttosto truculenta.  Avete presente Damour? E'  un interessante thread che il film evita di approfondire , e né Folman coglie l’ironia del fatto che  la  Falange  (alleata di Israele durante l'invasione) sia stata creata dal nonno di Bashir Gemayel  dopo una visita di ispirazione  nella Germania nazista. 

Poi c'è il massacro stesso. La ricerca di base rivela questi fatti: una riunione antecedente  il massacro tra il  comandante delle forze israeliane a Beirut e il capo delle forze falangiste  ha avuto luogo, a condizione che Israele fornisse le foto aeree dei campi e con la  decisione  di provvedere ad  un sostegno logistico, ignorando deliberatamente ciò che sapeva benissimo i  falangisti  fossero  in grado di fare. Anche se la sede del comando israeliano che sorvegliava il campo è stata citata nel film, il fatto che vi sia stato  stato un ufficiale di collegamento della Falange  è stato passato sotto silenzio. In contatto con la milizia nel campo, non ha lasciato  agli ufficiali dell’ intelligence israeliana  alcun dubbio su ciò che stava succedendo. Sotto gli ordini, i  soldati israeliani hanno ripetutamente ricondotto e sedato i civili nei campi , ignorando  le loro esortazioni e le loro suppliche sul fatto che li stessero massacrando e violentando.  (Dal punto di vista drammaturgico, esplicitare questo episodio   avrebbe fornito   un esempio molto più potente di colpevolezza individuale del protagonista rispetto al fatto di essere lì  mentre si stavano sparando i razzi, come mostrato nel film. Questo momento di rivelazione risulta  indebolito  a causa dell’ autobiografismo troppo spinto del regista.) Molti soldati di Tsahal hanno  riferito che cosa stava succedendo a loro superiori, a tutti è stato  detto di non preoccuparsi. Sebbene un episodio inerente a questo atteggiamento è stato mostrato nel film,   la cecità volontaria e collettiva del comando israeliano sul massacro è stato sottovalutata. Infine, e cosa forse più importante, il fatto che sia l’esercito  israeliano che i servizi  di  intelligence controllassero (e fossero presenti all’ interno di esso)  lo stadio in cui camion carichi di residenti del campo siano stati condotti per essere processati, è stato  inoltre deliberatamente  lasciato fuori dalla narrazione filmica.

Tutte queste omissioni servono  ad annacquare la percezione del  ruolo di Israele nella vicenda, e il risultato è un cattivo servizio reso allo spettatore da  Folman, che ha lasciato troppe cose non dette.

Dopo aver detto  che Waltz with Bashir è comunque  un film importante e di straordinaria potenza evocativa, per  una serie di ragioni, di cui certo non è la meno importante il concedere alle vittime un certo riconoscimento  , ma anche perché, si ammette, sebbene implicitamente e peritosamente, che ci siano state certe persone nel comando israeliano  che hanno fatto accadere fatti gravissimi.


C’è sempre l’opzione che un israeliano si fermi un attimo a riflettere e si chieda 'Che cosa stavamo facendo, allora?' Nessun altro può farlo per loro.


Si deve rendere merito a Folman di aver compiuto il passo coraggioso, necessario ma non ancora sufficiente, di mettersi davanti allo specchio delle proprie responsabilità. Ciò che Folman non ha fatto fino in fondo, è stato avere la forza e l’onestà di sostenerne a lungo la vista, e di esaminarcisi molto profondamente.

lunedì, giugno 08, 2009
Qual' è la maniera migliore per rendere i personaggi di un film simili ad eroi, per definizione tutti giovani e belli?

Fargli compiere azioni di valore e umanità straordinari? No. E' troppo facile, per nulla realistico. Piuttosto, è meglio farli apparire come persone normali, seppur nella loro complessità, alle prese con decisioni difficili. Persone con preoccupazioni anche gravi e costrette a compiere azioni molto cattive.

Ma sempre con ottime ragioni, e senza mai dimenticarsi di fargli versare gobiose lagrime dopo il misfatto.

Il film di Ari Folman Waltz with Bashir * mi ha ricordato un' altra pellicola sulla difesa israeliana: Munich, di Steven Spielberg. Un manipolo di valorosi  pagato dal Mossad comprendente, tra gli altri, un ragioniere, un costruttore e venditore di giocattoli bombarolo e un meccanico, mandati in giro per il mondo da Golda Meir a caccia del cattivo di turno. Non è un lavoro facile. E' un lavoro sporco, ingrato e sanguinoso. Comporta più dilemmi morali del numero di stanziamenti  nei Territori Occupati. Però lo si fa per una buona causa.

Il nemico è semplicemente un fanatico.

Molto opportunamente, Spielberg conclude il film prima che questo drappello di valorosi uccida, in Norvegia, un cameriere di una pizzeria di origine marocchina, che non c'entra nulla coi cattivi a cui danno la caccia.

Il tema di Waltz with Bashir è il medesimo. Un esercito composto da gente normale, che più tardi diventerà regista, titolare di una catena di rivendite di felafel, istruttore di karate va in un paese straniero -il Libano del 1982- e uccide un sacco di gente.

E' una missione ingrata e difficile, che implica il sentirsi male per un quarto di secolo, ad operazioni concluse. Ma la si fa per una giusta causa, e, ovviamente, DOPO, si versano gobiose lagrime. Dopo, appunto. Dopo.

Appropriatamente, nel film di Folman non è l' esercito, infinitamente più morale dei suoi alleati  , a compiere le peggiori atrocità. E' una singola falange di fanatici. L'onore di Tsahal è salvo.

Waltz with Bashir fa spandere gobiose lagrime. Abbracciamoci, sembra dire il regista. Non vedete come piangiamo? Non siamo dei bruti, ma solo gente normale.

Siamo creature pensanti, complesse e  sensibboli.

Lo capite quanto è difficile e inducente forme di stress post-traumatico, introdurre l' apartheid, costruire un muro e sparare proiettili al fosforo bianco su donne e bambini?




* Sì, mi sono voluta fare del male, guardando questo film nel giorno delle elezioni in Libano. Alla fine del film, avrei voluto essere il ventisettesimo cane feroce del branco che insegue in sogno Boaz, l' amico del  protagonista. Quello che si fa il bagno tutto ignudo su una spiaggia di Beirut illuminata a giorno dai traccianti. Il "bel ragazzo tormentato con gli occhi azzurri c'est moi",  ci informa Ari Folman.

(Ri)-leggersi I cani del Sinai, di Franco Fortini.

Bashir, per chi non avesse colto il riferimento, è Bashir Gemayel, con la cui gigantografia il soldato Frenkel intreccia un valzer, ritmato dal mitra, che imbraccia sparacchiando a vanvera.

Se volete una bella recensione del film e non vi piace leggere le mie cazzate a riguardo, andate qui .
venerdì, maggio 15, 2009

Seconda giornata a Cannes segnata da storie estreme




Sangue, angosce e bugie:

il sesso malato d’Oriente


Il prete vampiro (e blasfemo), una bambola che prende vita e l’impossibilità di essere omosessuali nella Cina dei divieti



da uno dei nostri inviati  
Giuseppina Manin



CANNES - Freud se la sa­rebbe data a gambe levate. Fosse capitato al Festival e vi­sto i tre film «made in Far East» proiettati nelle ultime 24 ore, il povero Sigmund si sarebbe rituffato sul lettino o magari avrebbe preso un volo per l’Oriente. (???)  Dove il sesso, te­ma in declino nel nostro esau­sto Occidente, sembra aver trovato l’estrema frontiera. (Certo, come no: l' ha proprio trovata....da  svariati secoli, forse. Il Ratimanjari indiano, l' Uta Makura giapponese, il Ruyijun Zhuan in Cina....) Forse, direbbe sempre il papà della psy,(confidenzialmente chiamata: come la gine, il cine, il super...) perché rimozioni private e repressioni pubbli­che faranno anche i loro dan­ni ma certo contribuiscono a tener desta l’attenzione sul problema, a ingigantirlo, a non farlo scordare neanche un attimo. Così, a furia di pen­sarci su ecco che da quelle par­ti, tra Cina, Corea e Giappone, ( ma sì: proprio quelle parti: un' area grande un quarto dell' Asia...con storie culturali assolutamente indistinguibili...tanto, sempre musi gialli un po' toccati sono....) sull’eros e le sue infinite decli­nazioni ne sanno davvero una più del diavolo. (Ma va!?!) Salvo poi vi­verlo malissimo, con paure, angosce, sensi di colpa e sma­nie di castigo che neanche la santa Inquisizione e la regina Vittoria. (Inquisizione che è sempre stata spietata con gli eretici e che solo in un secondo momento, quando stava per autodivorarsi per troppa efficienza, ha appuntato la sua attenzione sui trasgressori della morale sessuale. Senza troppi risultati, peraltro. La regina Vittoria bendava le gambe dei tavoli per verecondia, ma non mi risulta nutrisse  particolari angosce mentre, col consorte Alberto di Sassonia-Coburgo-Gotha sfogliava in privato album di foto pornografiche. Poi: in epoca vittoriana sono usciti molti romanzi erotici , religiosi, o "gotici", o tutte queste cose assieme. Basti pensare a tutta la pubblicistica anonima come The Lustful Turk, The Romance of Lust, Venus in India o come la  raccolta The Pearl. Per non parlare dell' opera letteraria di Dante Gabriel Rossetti o di Algernon Swinburne).



Sesso, sangue, bugie e dvd. Questi gli elementi cardine che attraversano i tre film in questione, Spring Fever del ci­nese Lou Ye, Air Doll del giap­ponese Kore-Eda Hirokazu, Thirst del coreano Park Chan-wook. Quest’ultimo, già autore di Oldboy e Lady Ven­detta, ama Bach e quindi le va­riazioni infinite. (Cazzo c' entra??? Se c'è una forma finita nella musica di Bach è proprio la variazione.....)  Avendone esaurite buona parte nei pre­cedenti capitoli, ora si spinge su un fronte inedito: il porno vampirismo ecclesiale. Che Dracula fosse assetato di san­gue, meglio se di vergine, ce lo avevano già raccontato Mel Brooks, Coppola, Herzog. Ma che indossasse la tonaca e re­citasse giaculatorie, questa an­cora non s’era vista. (Ignorante, non l' hai vista tu. Se avessi letto il poemetto di Byron del 1813, intitolato The Giaour, ti saresti imbattuta in una singolare -e fortunata, per la tradizione letteraria successiva-  figura di monaco vampiro) Pronto a farsi martire per la fede, padre Sang-Yyun (un no­me un destino)  (ah ah, che ridere) si fa cavia umana per testare un vaccino contro un virus che prima di ucciderti ti riempie di pusto­le. Muore e risorge, esce ben­dato come Lazzaro e comincia a fare miracoli. Ma seguendo alla lettera il «prendete e beve­te questo è il mio sangue» si accorge che non può più far­ne a meno. (......) E gli prende una tremenda smania di sesso che invano cerca di reprimere prendendo a randellate col flauto le incontrollabili erezio­ni. (Tafazzi d' oriente) La donna che gli causa tali subbugli non è da meno. (Certo, come ne La Morte Amoureuse, di Théophile Gaulthier.  Che strano, non te ne sei accorta... Ma d' altra parte, per te Cina, Corea e Giappone sono"quelle parti lì".)Si in­fligge forbiciate tra le gambe diventando così irresistibile oggetto di desiderio per il suc­chiasangue cattolico. «Adoro i film di vampiri e volevo in­ventarne uno tutto mio — di­ce Park Chan-wook —. Senza canini sporgenti, senza aglio e castelli gotici. Un vampiro a fin di bene, che per cercare la santità finisce nei gorghi del male». (Quest' ultima frase mi ricorda uno scrittorello russo misconosciuto...un tale Fëdor Michajlovič Dostoevskij).

In altri gorghi di sentimenti crudeli (perché poi?) e segreti convivi, ci conduce Lou Ye in Spring Fe­ver, dove la scoperta di un tra­dimento anomalo, l’amante del marito è un uomo, inne­sca un vortice di amori tragici e proibiti. Come proibito è il regista, bersagliato da sempre dalla censura cinese che, per aver portato a Cannes Sum­mer Palace, sui fatti di Tie­nammen, gli ha proibito di fa­re film per cinque anni. Ma lui, sfi­dando le autorità di Pechino, ha girato questo in clandesti­nità, a rischio suo e degli atto­ri, impegnati in scene omoero­tiche di un realismo inedito. «Fino al 2001 l’omosessualità in Cina era considerata una malattia mentale (e nel 2009 in Europa c' è qualcuno che si chiede ancora se la sia...) — ricorda —. Ora va un po’ meglio, ma la strada per una vera libertà di affetti è lunga. Spero di es­sere l’ultimo regista bandito in Cina». Naturalmente il film non sarà distribuito in patria. «Non uscirà nelle sale ma sarà visto da tantissimi cinesi. La pirateria è da condannare, ma quando c’è la censura è il solo modo di far girare le opere».




E a proposito di dvd, una singolare metafora tra cinema e sesso la offre Hirokazu in Air Doll, storia «molto uma­na » di una bambola gonfiabi­le «life size», fidanzata ideale di un uomo di mezza età che in lei trova tutto quel che cer­ca: la compagna che ascolta e non parla mai, l’amante sem­pre disponibile, mai un mal di testa. (ma che bello giocare coi luoghi comuni)  «Nazomi, sei fantasti­ca », la loda. E se durante l’amore si sente il cigolio della gomma... pazienza. Ma nean­che con le bambole si sta tran­quilli. Una ventata di magia fa sì che un giorno Nazomi inizi a sbattere i suoi occhioni fissi e il resto. (Il resto de che??Manco avesse la còrea di Huntington...) Sempre più donna, trova lavoro in un blockbuster e si innamora di un commes­so che le fa scoprire di avere un cuore. «I film si devono ve­dere al cinema, i dvd sono dei sostituti», bofonchia il pro­prietario del negozio. Proprio come la bambola lo è della donna vera. D’altra parte alla gonfiabile un merito va rico­nosciuto: appena si affloscia un po’, basta un colpo di pom­petta e oplà, si tira su tutta, pimpante e turgida più di pri­ma. Un miracolo che a noi, po­vere donne in carne e ossa, non capita mai (Dio che miracolo. Ma tanto, di donne intercambiabili e sostitutive, anche in carne ed ossa, ce ne sono, purtroppo....).



15 maggio 2009


lunedì, marzo 30, 2009

Saviano ha fatto un atto di coraggio notevole esponendosi e affrontandone le conseguenze in prima persona, è giovane ed era in una posizione socioculturale di relativa sicurezza e lontananza dal fenomeno camorristico:  chiunque conosca bene Napoli, credo sia  consapevole dell’ importanza del ceto (ancora si dice così) d’ appartenenza per i suoi cittadini. La borghesia napoletana vive praticamente seclusa nei quartieri-bene , (Vomero, Pizzofalcone, Posillipo, Mergellina...), non addentrandosi se non di rado e per motivi di comprovata necessità. Saviano è figlio di un medico, allievo dello storico meridionalista Francesco Barbagallo, espressione della tradizione culturale di quella borghesia napoletana laica, illuminata  e legalitaria che risale alla rivoluzione giacobina del 1799, e, per li rami, alla noblesse de robe di Vincenzo Cuoco e addirittura di Giulio Genoino . Dunque, lo scrittore trentenne è naturaliter lontano anni luce dall’ arcaismo rituale del mondo camorristico, dalla sua brutalità, dalle sue pretese intellettuali del tutto velleitarie. Nonostante questo, ha voluto conoscere e sapere. Certo, per farlo, si è giovato di ottime entrature: anni di gavetta a Nazione Indiana, non proprio la porta di servizio delle riviste letterarie, articoli per la cronaca locale, poi  il Manifesto (sotto l’ egida del dominus partenopeo dell’  inserto culturale, Alias: Gabriele Frasca. Mi ricordo ancora una manciata di distici saporosi indirizzati dal mio carissimo professore di letteratura italiana, Marzio Pieri, al critico del quotidiano comunista, che aveva preso  l’ improvvida iniziativa di recensire,  senza conoscerla approfonditamente,  l’ opera di Giacomo Lubrano: Frasca, Frasca/me lo metto in tasca) , poi la consacrazione definitiva e la pubblicazione per la più grande casa editrice italiana, sotto l’ egida del barba Goffredo Fofi e della defunta vestale di Pasolini, Enzo Siciliano. Sono abbastanza imbarazzanti, a questo proposito, le pagine dedicate in Gomorra, da Saviano, al culto dello scrittore di origine friulana:

da pag 232-233:

Dovevo forse anch’ io scegliermi un Palazzo, il Palazzo, da far saltare in aria, ma ancor prima di infilarmi nella schizofrenia dell’ attentatore, appena entrai nella crisi asmatica di rabbia mi rimbombò nelle orecchie l’ Io so di Pasolini come un jingle musicale che si ripeteva sino all’ assillo. E così invece di setacciare i palazzi da far saltare in aria, sono andato a Casarsa, sulla tomba di Pasolini. Ci sono andato da solo, anche se queste cose per renderle meno patetiche bisognerebbe farle in compagnia. In banda. Un gruppo di fedeli lettori, una fidanzata. Ma io ostinatamente sono andato da solo.


Casarsa è un bel posto, uno di quei posti in cui ti viene facile pensare a qualcuno che voglia campare di scrittura, e invece ti è difficile pensare a qualcuno che se ne va dal paese per scendere più giù, oltre la linea dell’ inferno. Andai sulla tomba di Pasolini non per un omaggio, neanche per una celebrazione. Pier Paolo Pasolini. Il nome uno e trino, come diceva Caproni, non è il mio santino laico, né un Cristo letterario. Mi andava di trovare un posto. Un  posto dove fosse ancora possibile riflettere senza vergogna sulla possibilità della parola. La possibilità di scrivere dei meccanismi del potere, al di là delle storie, oltre i dettagli. Riflettere se era ancora possibile fare i nomi, a uno a uno, indicare i visi, spogliare i corpi dei reati e renderli elementi dell’ architettura dell’ autorità. Se era ancora possibile inseguire come porci da tartufo le dinamiche del reale, l’ affermazione dei poteri, senza metafore, senza mediazioni, con la sola lama della scrittura.


Detto questo, spiace constatare che, se da quella che si ritiene la propria parte di riferimento, politico e culturale, vengono solo elogi sperticati al grande e coraggioso scrittore –taccio per carità di patria della puntata speciale di Che tempo che fa, con un Fazio dall’ occhio più al tegamino del solito*- gli attacchi, altrettanto ingiustificati, e, a mio avviso, gravissimi , provengono    tutti da personaggi legati a vario titolo all’ attuale compagine governativa. Buon ultimo è stato il prefetto di Parma, Paolo Scarpis, già insediato nella petite capitale in seguito all’ improvvida decisione maturata nel marzo di un anno fa dal Consiglio dei Ministri, di promoveatur ut amoveatur nei confronti del dottor Nicola Tranfaglia.


Secondo Scarpis, gli allarmi di Saviano riguardanti le infiltrazioni camorristiche in provincia di Parma, sarebbero sparate di un signore che abita a 800 km di distanza e che non conosce la realtà dei fatti.


Peccato però che il capo della DDA di Bologna, Silverio Piro, si dica sorpreso delle parole del dottor Scarpis. E che un articolo, non firmato da Saviano e pubblicato dall’ Espresso in tempi non recenti, documenti il contrario. D’ altra parte, Parma, che pure non sdogana i suoi terroni, è molto attenta a non emarginarli, qualora si possono concluderi buoni affari. E’ o non è la patria di un tale che sosteneva che con la mafia ci si dovesse convivere??




*e chissà se Saviano avrà notato l' occhio del presentatore e l' avrà associato alla sua personale ossessione metaforica delle uova, ricorrente in Gomorra. La materia cerebrale di Carmela Attrice detta Pupetta scivola fuori dal cranio, dopo che i sicari le hanno sparato in faccia come da un uovo rotto, gli occhi "glaciali" di Erminia Giuliano sono affondati in tuorli di ombretto nero, nelle ultime pagine del romanzo, gli occhi di Mario Tamburino, sfortunato camionista vittima della tossicità dei fusti di veleni industriali smaltiti dalla camorra, sembrano tuorli d' uovo che le palpebre non contenevano più.
domenica, marzo 29, 2009

A me Saviano non è mai stato simpatico: espressione topicamente accigliata da scrittore impegnato che emerge dal bianco e nero drammatico della controcopertina, volto precocemente invecchiato da ragazzo cresciuto troppo in fretta in una realtà difficile e soprattutto la presunzione, ostentatamente dichiarata, “che le mie parole possano cambiare le cose”.


Come trovo odiosa la santificazione in vita del coraggioso scrittore, per almeno tre motivi:

1) Additandolo alla pubblica attenzione, acclamandolo come l’ unico esempio di resistenza alla camorra, si rischia, a mio parere, l’ effetto-Falcone: la popolarità lo espone a rischi che corre già abbondantemente, vivendo da più di due anni sotto scorta. Rischi che ricadrebbero anche e soprattutto (abbiamo visto come le organizzazioni di stampo mafioso non  vadano troppo per il sottile) immediatamente e inevitabilmente sugli uomini incaricati di proteggerlo.


2) Ogni intervento pubblico dello scrittore genera inevitabilmente attese che, alla lunga, possono essere a stento sostenute. Faccio sommessamente notare che, a più di due anni dall’ uscita di Gomorra, Saviano non ha più prodotto nessun altra opera letteraria: tanti articoli, tanti reportage, centinaia di interventi, ma nessun altro successo paragonabile a Gomorra. Certo, l’ anonimato prima di Gomorra gli garantiva una libertà di movimento e una certa invisibilità verso le occhiutissime sentinelle dei capizona: persone comuni, persino ex  vittime della camorra, che, stanche di continue intimidazioni, hanno ceduto, prestandosi al gioco dei loro aguzzini. Eppure, un saggio di riflessioni sullo spostamento degli episodi di maggiore  violenza  dall’ agro aversano ai quartieri storici di Napoli  e sulla ripresa della guerra tra clan camorristici cittadini, sarebbe interessante e necessario. Soprattutto per capire le dinamiche del conflitto: passata l’ emergenza rifiuti, le logiche di spartizione criminali e affaristiche della camorra si sono spostate in città, portando ad una serie di sparatorie durata sei mesi -dal marzo 2008 al novembre dello stesso anno- e sfociata in una sorta di ‘pax sarniana’ , voluta dai Di Sarno di Ponticelli e volta a porre fine alla faida tra i Ricci, alleati dei boss di Ponticelli nei Quartieri Spagnoli, e gli Elia del Pallonetto-Santa Lucia.

3) Parlare male, o semplicemente, mostrarsi meno che entusiasti di Saviano, equivale ad  esporsi agli stessi rischi di indignata censura, mi si passi il paragone, di chiunque voglia esprimere un’ opinione critica sulla retorica della Memoria e sulla riduttività dell’ espressione Shoah per designare lo sterminio nazista. Saviano è un testimone importante, senz’ altro il più noto al vasto pubblico,  dell’ inferno dentro e attorno Napoli, ma non  l’ unico. Pochi mesi prima che uscisse Gomorra, una piccola casa editrice napoletana, L’ Ancora del Mediterraneo, pubblicò un densissimo e molto ben informato saggio, Le strade della violenza. Malviventi e bande di camorra a Napoli . L’ autore è Isaia Sales, laureato come Saviano in filosofia, saggista di rango, già autore di libri che documentano la pervasività della camorra nell’ area campana, e non solo in essa. Si ricordi, per tutti, il suo primo libro, La camorra le camorre ,  datato 1988. Il libro di Sales passò pressoché inosservato, mentre Gomorra balzò da subito in testa alle classifiche dei bestseller. Per una ragione molto semplice: Sales è un uomo di apparato –per anni consigliere economico del discusso  ex sindaco della città, Antonio Bassolino- cresciuto nella Segreteria Nazionale del PCI, poi DS, per anni collaboratore de L’ Unità. Ha avuto modo di studiare il fenomeno camorristico più da vicino rispetto a Saviano, di illustrarne con maggiore precisione le connessioni col potere politico, di produrre un saggio che ha tutti i pregi e i difetti di un buon saggio: grande precisione documentaria e una forma spesso assai poco coinvolgente, se non arida. Nulla delle descrizioni hard boiled tipiche di Saviano, a metà strada tra Palahniuk e Malaparte.

Inoltre, Sales, nato nel 1950, è un vecchio. Se non anagraficamente, lo è per l’industria culturale italiana, sempre in cerca della primizia da lanciare, del giovane, non importa se di talento o no, ma presentato come tale, da presentare immancabilmente come caso letterario, e da bruciare in poche stagioni, consegnandolo all’ oblio non appena raggiunti il paio di milioni di copie.

Il giovane scrittore è la risposta, meno becera ma altrettanto funzionale al turbocapitalismo massmediatico, della Jeune-Fille televisiva.

Indurre  Saviano a una sovraesposizione mediatica significa incappare  nell’errore – particolarmente insidioso – di identificare e confondere l’ indubbia forza morale dell’autore del libro ,  il valore civile dell’ opera ,  con la qualità letteraria  del  romanzo , assai scarsa. Saviano è un  ottimo  cronista , un giornalista impegnato e coraggioso,  un  saggista, anche.  Comincio ad avere qualche difficoltà a definirlo un intellettuale. Di sicuro, però,  non è un romanziere. E’ fuor di dubbio che Gomorra resterà nella storia  politica e sociale italiana, in quella editoriale, persino in quella del cinema. Ma non in quella della letteratura.  Ciò può anche essere irrilevante per il lettore che s’ accosta ingenuamente a Gomorra, sentendosi, solo per averne letto le (faticosissime e ripetitive) pagine, corroborato ed acquietato nel profondo della propria coscienza civile. Ma non lo è per il critico.



(segue....)
sabato, marzo 28, 2009
E' buffo scoprire che il ragazzo che un tempo mi è piaciuto e che mi ha degnato di più di uno sguardo vivisettivo oggi s'è dato al teatro. Eccolo là, nudo, a "rappresentare il desiderio comune di un corpo normodotato", da parte di una Emma Bovary disabile, una povera ragazza nuda e senza collo, affetta da nanismo ed esibita con zelo di prosseneta dal regista.

Vi spiego come sia arrivata a lui. Non che io nutra particolari nostalgie per i miei amori mancati. Anzi.

Ma, chissà perché, mi imbatto nel blog di un personaggio consegnato all' obsolescenza, Domiziana Giordano. Tra un giro e l'altro in Internet in cerca dei suoi dati biografici, scopro che la signora ha 20 anni e un giorno esatti più di me, così come la sua fulva criniera immune dall' incanutimento. 4 settembre 1959.


Da un po' di settimane, come una foresta che ricresce dopo un incendio, attorno alle tempie mi stanno rispuntando i capelli, bronzigni ed estranei alle mie sopracciglia nere. E con loro i commenti più vari e improbabili:

"Ah, stai bene con le mèches!"

Mi ricordo che la Giordano ha fatto un film con Tarkovskij. Oddio, non sarà mica a lei che somiglio?! Naah, troppo alta, troppo diafana. Forse somiglio a Filippa Franzèn, come mi diceva.... ma com' è che si chiamava.....ma sì, quello bello, che somigliava a Laurent Terzieff, quello che faceva l' attore con quella banda di scoppiati guidati dalla miliardaria parmigiana....(seguono venticinque minuti a cercare di ricordarmi il nome del giovine)...ah sì! Lui.

Poi mi ricordo che, oltre a notare una somiglianza con quell' attrice mai più vista in nessun altro film, fu il primo ad accorgersi del mio lieve claudicare. Ho un' extrarotazione dell' anca dalla nascita, mai andata a posto del tutto. Capita che quando sono stanca zoppichi.



"Come Ema nella Vale  Abraao, di Oliveira" , dice lui
, una mattina della fine del 2002.

"Sì, ma spero di essere un poco più interessante della Bovary portoghese....anche se anche io sono andata a scuola dalle suore...come ti chiami?"

"(Nome)"

"E quanti anni hai?"

"Diciannove. E' un problema?"

"No, l'età legale l' hai raggiunta per farmi da Léon Dupuis".



Fortuna che non l' ha mai fatto, e che non l' ho mai incoraggiato in tal senso. Mi viene in mente un intraducibile (e osceno) proverbio siciliano, che qui non riferisco, ma che i lettori di Camilleri conosceranno bene. Diciamo che ha come corollario che  al puledro  rimase la sete. Ne gongolo ancora.

E' (ed era)  tanto bello quanto freddo. Ecco cos' era: crudele. E con un gusto narcisistico per le freak, per le donne prigioniere, di un corpo che è uno scherzo grottesco della natura e che anela alla normalità, o di storie che su un blog come questo si riferiscono non senza rossore, nella loro inverosimiglianza ottocentesca. Ma che erano reali.


In fondo, queste donne hanno desideri comuni, come Emma: una vita normale, tutte le cose belle della vita; percepiscono sé stesse come creature romantiche; s' accostano al corpo anelato; partoriscono; muoiono.

La blanche fleur penche et se meurt, come diceva non Flaubert, ma Apollinaire, altro rabdomante delle emozioni e dell' eros femminili.

Per quanto mi riguarda io, le cose belle della vita, ce le ho davvero; forse per troppa esitazione, questo mese,  ho ritardato il consegiumento di una.

Ma, per il resto, OGGI, davvero, le ho tutte: intelligenza, bellezza, cultura, possibilità di scelta. E soprattutto, un uomo che amo. Anche lui segnato, come me. Che come me, cammina in modo buffo, sulle punte e sbilanciato in avanti, come un bambino di tre anni.

Che, senza vergogna, s' identifica nei suoi voli romantici, rovesciando completamente, con furore uguale e contrario, i vagheggiamenti di distinzione e di eleganza di Emma.

Che, alla mia domanda su che cosa volesse fare nella vita, a quasi 25 anni, appena sceso dal treno che per la prima volta lo portava da me, sicuro ha risposto : "Vorrei fare lo scrittore!"

Che non mi ha infilzato su un puntaspilli di seta rossa, estratto dal panierino da  cucito di Emma, come un collezionista di lepidotteri dilettante.

Che quando gli si chiede dell' alieno nudo che plana da un lucernario in un suo racconto, non esita a dire , come già Flaubert per la sua aliena di Tostes: "Sono io".



Se siete curiosi di sapere chi sia l' attore e per quale compagnia reciti, sono spiacente: ho già avuto abbastanza guai per aver detto cosa pensi di quel gruppo di spostati, a Parma, che per il fatto di far recitare ipocritamente alla pari disabili fisici e psichici assieme ai normali, mostrandone le nudità e tentando di disturbare le aspettative del pubblico, si credono Grotowski o Diane Arbus. Cercatevelo da soli.
giovedì, marzo 05, 2009
Disclaimer: come mai successo nei miei precedenti post, questo contiene riferimenti a situazioni scabrose o a esperienze personali mie particolarmente forti. Se siete minorenni o particolarmente sensibili, non leggete oltre.

Roseau.



Dà un' impressione di piccola dignità compunta, invece, il libro di Tullio Avoledo, intitolato La ragazza di Vajont.


Non perché narri col tono monocorde e dolente di un misantropo scapolo di Maniago una distopia appena appena spostata rispetto all' orizzonte degli eventi attuale -è il 2007 e il mondo è più o meno lo stesso di  oggi, ma sprofondato in una desolazione post-tecnologica, causata da una nazificazione del continente europeo,  di cui lo scapolo misantropo di Maniago citato prima è stato il deus ex machina per l' Italia. Come se non si fossero ripetuto, abbastanza, in decine e decine di libri e centinaia di articoli e dibattiti, fino quasi a far perdere all' assunto -vero- di significato, che il nazismo trae il suo consenso dal piccoloborghese spaventato dal casino per strada, dal disordine, dalla musica negra e sudaticcia, dall' inflazione a quindici zeri e da ogni forma di entartete Kunst. No. Come la  maggioranza della sci-fi italiana, anche l ' opera di Avoledo ha il fiato corto. Tocca temi immensi, ma non è sorretto da nessuna teoria politica alternativa alla banalità del male a cui sembra essersi rassegnato il protagonista,  dopo essere stato brevemente rinchiuso da un Vecchio neonazista in un' isola-fortezza sinistramente simile a Goli Otok  perché  accusato di essere comunista, e da lì rilasciato, in seguito all' accettazione di collaborazione incondizionata col regime. A p. 165 dice:


"Persone, intere famiglie, venivano fatte salire  a forza su quei camion, come io avevo progettato. Raggiungevano destinazioni prefissate, a orari stabiliti. Nessuno di loro tornava. Era mio il know how dietro quei viaggi senza ritorno. Cosa provavo, mentre queste cose succedevano? Cosa pensavo? Vorrei poter dire che mi sentivo colpevole, ma...."


Non c'è nessuna invenzione fantatecnologica almeno avvincente, e, quel che è più grave, il libro è reso dignitosamente compunto da uno stile appesantito da un lirismo che vorrebbe essere rarefatto e invece risulta ridondante e onnipresente, come un basso fruscio,  per una distopia.

"L' aria sembrava un diapason che il mio respiro bastava a far vibrare".

Poi, le citazioni di almeno altri quattro autori mitteleuropei: Magris, per le desolate constatazioni sul nazismo del protagonista e sulla sua percezione dei ricordi e della memoria; Pasolini, per il ritorno alla cultura contadina , ma con segno opposto, non più vagheggiamento primitivista, ma  come incubo postapocalittico; Mauresig, per l'insistita solttolineatura dei gusti musicali del protagonista -come in Canone Inverso, modesto il romanzo e ancor più modesto il film, l' uomo -voce narrante inquietantemente somigliante nel nome e nell' anagrafe all' autore, ama la Ciaccona di Bach e fa ogni giorno i conti coi fantasmi di un passato che non può cancellare, perché non lo può conoscere appieno. E poi......il sesso. Preciso: io sono stata una grande ed entusiasta consumatrice di letteratura erotica. Ho letto di tutto: dalle Mille e una notte a libracci innominabili e semipornografici, passando per De Sade, Lawrence, Miller, la Nin, Apollinaire. Ma in nessuna, mai, di queste opere, ho mai visto descrivere una fellatio con la stessa partecipazione e acribia documentaria da entomologo, che evidentemente aveva colto  Avoledo nello scrivere certe pagine. Se, anziché cazzo e bocca ci fossero state le parole spiritromba e bignonia, il risultato sarebbe stato lo stesso*. Anzi, ancora di più si sarebbero avvicinate all' immagine mentale che mi ero formata, leggendo una scena di cunnilingus. Sesso, scabro. In cui nessun dettaglio è risparmiato con precisione documentaria, sequenza per sequenza, movimento per movimento, a scapito del calore o di un minimo segno di coinvolgimento emotivo dei protagonisti, che, a parte una sospesa e trattenuta tenerezza, non sembrano provare altri affetti l'una per l'altro.  Curiosità, ossessione, piacere, golosità, frenesia sessuale. Ma affetti? L'unico affettuoso sembra essere delegato alla musica: è il penultimo movimento di una sonata di Telemann.

Fin troppo scontato il messaggio: in una wasteland morale oltre che del paesaggio, le persone non possono più provare affetti. Il protagonista è complesso, dolente, costretto a combattere con le ombre di un passato che non può dimenticare perché non sa se la sua memoria gli riporti la realtà o la sua distorsione; la ragazza di Vajont non ha nome: è la Ragazza Archetipica, un prosopon laico, anzi profano, come la Donna Silenziosa che, pur nel suo essere pupazza, almeno aveva le fattezze caricaturali di Alma Mahler. La ragazza di Vajont è l'ennesima variazione sul tema dell' ewige Weibich: come il protagonista, prende il nome da un luogo, ma non ci è dato di saperne il nome. E nemmeno di intuirlo. Di lei sappiamo solo che è una mischling, che è topicamente vitale, vicina allo stato di natura, angelicamente incolta-come Effi Briest- furba, sensibile. E bellissima. Di lei , o della sua forza vitale, si crea un' ossessione il malaticcio, spento protagonista, traendone momenti di piacere e persino l' opportunità, prima di morire tra l'oblio e il senso di colpa per un passato tremendo ma frammentario, di riscattarsi moralmente. Lui, alla fine del romanzo, fa espatriare lei in Svizzera, lontano dall' efficiente sistema di sterminio totalitario che egli stesso aveva contribuito a riportare in auge. Fine della storia.

Il romanzo non è brutto, anzi. Ma è raggelante.

Forse, non sono più abituata al passo da Totentanz di certa letteratura mitteleuropea. O di certa musica. Si, sì. Bello leggere Trakl o ascoltare rapiti nella vertigine Der Tod und das Maedchen, fino a che non vedo in un mattino d' agosto del 1996, la mia amica C. ,quella col seno bianco e tenero che spuntava impassibile dalla camicia da piratessa, morta. Suicida. Lei 18 anni, io nemmeno 17. Le chiudo gli occhi che mostrano il bianco dalle palpebre non completamente chiuse. Mostra tedio nella morte, una smorfia amara. Insopportabile.

E ancora è stato bello leggere Nostra Signora Morte di Voghera, o soltanto la Coscienza di Zeno. Indagare con aria di peritosa clandestinità i sintomi della malattia, anzi, della Krankheit di Alberta Malfenti. Fino ai 23 anni. Poi, come la bella Alberta, sono guarita anche io, dall 'ipertiroidismo, nel mio caso indotto e non meritevole del severo nome prussiano di Basedow.Come lei, da ironica e altera, sono diventata vulnerabile e suscettibilissima...

No, è veramente troppo. L' Angst di un libro -non mi stancherò mai di ripeterlo- pur dignitoso e di indubbie qualità letterarie, mi raggela e mi stringe la gola come l'aria fredda della sua ambientazione invernale.

Scusate.



* Certe descrizioni delle abitudini sessuali degli animali, fatte da Lisa/Tupaia, nel suo meraviglioso blog, sono infinitamente più toccanti e piene di calore, di vivacità, aliene da qualsiasi pratica dissettiva e/o autoptica, delle pagine dello scrittore di Valvasone.
venerdì, febbraio 13, 2009

Forse i lettori di questo blog penseranno che io abbia preso gusto a trattare di argomenti riguardanti l'inizio e la fine della vita, il corpo (specie femminile) e la speculazione etica, morale, economica al quale è sottoposto. Non è proprio così. Però, presuntuosamente, tento ogni giorno di combattere al meglio la mia minuscola "guerra all' errore" , rispetto alle cialtronerie mediatiche e/o politiche, nello stesso ambito mediatico. Per quella piccolissima visibilità che questo blog mi permette di offrire a notizie che passerebbero per inerzia o annegherebbero in tonnellate di buonismo.


Copioincollo dal Corriere della Sera:


promozione sanitaria

Salma Hayek allatta


un bambino in Sierra Leone


Missione in Africa della star messicana per promuovere l'allattamento al seno








NOTIZIE CORRELATE







NEW YORK
- Iniziativa pro-allattamento al seno di Salma Hayek. L'attrice messicana, madre di una figlia di un anno, è intervenuta a sostegno dell’allattamento naturale in Sierra Leone, un Paese dove la pratica trova uno scoglio culturale: un uomo non può avere rapporti sessuali con una donna che allatta. L'attrice non solo è andata in Africa in missione umanitaria ma ha addirittura allattato di fronte alle telecamere un bambino.

INSEGNARE LA GENEROSITÀ - «Penso che la mia bambina sarebbe molto orgogliosa di poter dividere il suo latte e quando crescerà farò in modo che continui a essere una persona generosa e altruista - ha affermato Salma Hayek - Credo che questa sia la cosa migliore che posso insegnarle come madre». L'attrice ha detto che a ispirarla è un gesto della sua bisnonna, che vedendo in strada, in un piccolo paesino messicano, un bambino che piangeva perchè la madre non aveva latte, lo ha allattato lei stessa senza pensarci due volte. Per un caso curioso, il bambino africano malato allattato dall’attrice era nato lo stesso giorno della figlia Valentina.



11 febbraio 2009








Analizziamo innanzitutto il titolo: Salma Hayek allatta un bambino in Sierra Leone. Sono presenti almeno due clic solleticanti l'immaginario collettivo. Il nome di una famosa attrice legato all' esotismo di un luogo remoto e teatro, fino ad alcuni anni fa, di una delle più sanguinose -e ricordate soltanto ex post- guerre cosiddette civili che il mondo ricordi.


Soltanto nell' occhiello è ricordato il vero scopo di quella che viene, pomposamente, definita una missione . Significativo anche il ricorso alla parola missione. Oltre all' ovvio rimando all' impegno personale della Hayek, che intende dedicarsi con piena dedizione alla causa -encomiabile- dell' allattamento al seno, la parola missione, nel lettore occidentale medio, ha implicazioni civilizzatrici rispetto a popoli o a singoli arretrati o adusi a costumi considerati barbarici. Parlavo qualche giorno fa con un padre gesuita mio amico, che mi raccontava come, sebbene molto meno compromessa, rispetto a quella protestante,  con le imprese coloniali otto-novecentesche, anche l'azione missionaria cattolica paghi lo scotto di un gigantesco rimosso , ossia della pretesa di superiorità culturale verso le popolazioni evangelizzate, e del relegamento di esse in uno stadio di edenica, innocente minorità intellettuale.


E infatti: .....intervenuta a sostegno dell’allattamento naturale in Sierra Leone, un Paese dove la pratica trova uno scoglio culturale: un uomo non può avere rapporti sessuali con una donna che allatta. Ora: perché il giornalista chiama il divieto di aver rapporti sessuali scoglio culturale rispetto all' allattamento al seno? Che picchio c'entra con l'allattamento, come direbbe la mia amica Lisa, il fatto che una donna abbia o meno rapporti sessuali in quel periodo? Anzi, mi verrebbe da dire che questo divieto, in una cultura diversa ,ma non più arretrata rispetto a quella occidentale, mi sembra una norma di ovvio buonsenso e di tutela nei confronti della madre, al fine di evitare gravidanze troppo ravvicinate e garantire la corretta alimentazione del neonato , sottraendolo ad uno svezzamento precoce. Forse non è superfluo ricordare che l' allattamento NON provoca necessariamente l'interruzione dell' ovulazione: si possono avere cicli ovulatori come no; a fronte di una -pur diminuita- fertilità, NON è impossibile l' instaurarsi di una gravidanza. Se si pensa che in Sierra Leone , ove non intervenga un gentiluomo in bargigli ecclesiastici a proibirne per questioni morali l'uso , questioni culturali inerenti un certo virilismo trasversale alla maggior parte dei contesti culturali in cui il retaggio tribale è molto forte dissuadono gli uomini ad usare i profilattici, una sospensione -motivata empiricamente- dei rapporti sessuali per la durata dell' allattamento, non mi pare chissà quale scoglio culturale. Inoltre, l' ostacolo maggiore all' allattamento naturale, nei paesi africani, non mi sembra derivare da fumose motivazioni culturali locali, ma  dall' oscena pressione pubblicitaria di alcune grandi multinazionali dell' alimentazione, come la Nestlé, che, scorgendo in paesi ad alta natalità un appetibile segmento di mercato per il latte in polvere, lo pubblicizzano senza ritegno, snaturando abitudini consolidate ed esponendo a  gravissime infezioni gastrointestinali i bambini alimentati artificialmente, con latte preparato con acqua igienicamente incompatibile all' alimentazione. O , nella migliore delle ipotesi, compromettendone lo sviluppo di un sistema immunitario efficiente, facilmente sviluppabile mediante l'allattamento naturale.

.....ma ha addirittura allattato di fronte alle telecamere un bambino. Addirittura. Chissà poi perché il gesto più naturale del mondo debba avere lo stigma dell' eccezionalità. Forse perché si è svolto davanti alle telecamere. E il "davanti alle telecamere" , nell' economia della frase scelta dal cronista, assume maggiore importanza del destinatario del gesto, ossia del bambino. Il resto è una indegna melassa di buoni sentimenti . Con un tocco di buonismo politically correct: la bella attrice di mixed origins allatta il negretto sfortunato. Per farlo, si piazza innanzi alle telecamere, come già aveva fatto Madonna o la coppia Jolie-Pitt, intenti a costruire il loro personalissimo kindergarten multietnico.

A suggello di tutto l'articolo, la tirata moralistica, Penso che la mia bambina sarebbe molto orgogliosa di poter dividere il suo latte e quando crescerà farò in modo che continui a essere una persona generosa e altruista - ha affermato Salma Hayek - Credo che questa sia la cosa migliore che posso insegnarle come madre , il rimando all' Auctoritas Ancestrale L'attrice ha detto che a ispirarla è un gesto della sua bisnonna, che vedendo in strada, in un piccolo paesino messicano, un bambino che piangeva perchè la madre non aveva latte, lo ha allattato lei stessa senza pensarci due volte , e lo sconfinamento nella fiaba Per un caso curioso, il bambino africano malato allattato dall’attrice era nato lo stesso giorno della figlia Valentina.

Ce n'è abbastanza per irritare anche una tradizionalista, timorosa della scienza, cattolica con simpatie primitiviste come me. Ora : Salma Hayek mi è simpatica perché corrisponde ad un modello femminile che si discosta dallo stereotipo del bella-alta-bionda-magra, must be mediatico, ammiro la sua dedizione alla causa dell' allattamento al seno. Ma qui mi sembra si sia andato un po' oltre, e che la bella attrice non sia sfuggita ad un certo umanitarismo-wannabe che imperversa ad Hollywood dagli anni Novanta a questa parte, né ad un maldestro tentativo, seppur compiuto a fini encomiabili, di customizzare un gesto antico quanto l'umanità, e di renderlo glamour.


Tutto questo mentre migliaia di comuni mortali si sono viste censurare le loro foto di allattamento, certamente meno patinate di quelle ritraenti la signora Hayek, da Facebook, il maggiore netlogmondiale. Vi lascio con le immagini della campagna africana della Hayek, e con la preghiera di dire la vostra in proposito, come avete fatto sul mio altro post. Grazie.


mercoledì, marzo 26, 2008
Ricevo e volentieri diffondo. Sarò sicuramente all'incontro di sabato 29:

26-30 MARZO SETTIMANA CULTURA PALESTINESE

 الحقيقة والذاكرة realtà e memoria
                  Settimana della Cultura Palestinese

Dal 26 al 30 marzo 2008 al Teatro Verdi e allo spazio Revel Scalo d’Isola

Promossa da Arci Milano e Teatro Verdi
con il Contributo della Provincia di Milano
Assessora alla Pace, Cooperazione Internazionale, Politiche giovanili
Assessora alla Cultura, Culture ed Integrazione
Assessore all’Istruzione e Edilizia Scolastica
In collaborazione con: Comunità Palestinese di Lombardia,
Vento di Terra Onlus, Action for Peace Milano


الحقيقة والذاكرة Realtà e memoria, è una manifestazione che Arci Milano e Teatro Verdi intendono
proporre alla Città di Milano attraverso la realizzazione di una serie di incontri di approfondimento
dedicati alla cultura palestinese.
Questa prima edizione sarà dedicata al teatro, alla letteratura, alla musica e al cinema.
Protagonisti sono l’attore Mohammad Bakri, lo scrittore Ibrahim Nasrallah, la regista e scrittrice Liana
Badr, il musicista Ramzi Aburedwan, lo storico Wasim Dahmash ed altre personalità palestinesi.
La questione palestinese è abitualmente affrontata e mostrata attraverso canoni politici e mediatici che
non restituiscono sufficiente conoscenza ed approfondimento della specificità della cultura.
Il progetto prevede una restituzione alla cultura ed alla società civile delle prerogative che appaiono
sempre più marginali ed inespressive: le forme dell’arte, attraverso la parola, la scrittura, la musica, il
cinema quale modalità e possibilità di dialogo e di conoscenza.
Vi è, oggi, un’estrema difficoltà nel poter mostrare, al pubblico, un percorso culturale autentico che
consenta una conoscenza non superficiale della complessa cultura palestinese. Le ragioni sono
conosciute: un devastante stato di perdurante occupazione militare limita la possibilità espressiva,
obbliga alla frammentazione, ne altera l’esistenza. La cultura diventa allora lo strumento fondamentale
per combattere contro la cancellazione della memoria e la negazione di un futuro: la più efficace forma
di difesa contro l’annientamento della propria identità nazionale.
La proposta intende essere un contributo alla conoscenza di un popolo, mostrare le radici di una cultura
per molti aspetti poco conosciuta ma non estranea storicamente alla grande matrice mediterranea,
consentire una riflessione, riportarne alla luce una quotidianità esemplare.


PROGRAMMA

Mercoledì 26 marzo - Revel Scalo d’Isola
Ore 18.00 Inaugurazione mostra fotografica “Fotografare l’Esilio.
20 giovani palestinesi guardano sé stessi e il Libano”.
Dai laboratori degli “Annual courses of Video and Digital
Photography” nel campo profughi di Mar Elias a Beirut.
Progetto a cura di Stefano Chiarini, Patrizio Esposito in collaborazione
con l’ong Beit Atfal Asoomud.
Allestimento a cura di Sabina Berra e Bruna Orlandi..
“Gli Occhi della Palestina”.
Proiezione - video non stop di Opere d’arte di artisti palestinesi
curata da “Vento di Terra”

Mercoledì 26 marzo – Teatro Verdi
Ore 21.00 “IL PESSOTTIMISTA” Spettacolo teatrale con Mohammad
Bakri tratto dall’omonimo testo di Emil Habibi.
Giovedì 27 marzo – Accademia della Pace presso il Teatro Verdi
Ore 10.00 “IL PESSOTTIMISTA” Spettacolo teatrale con Mohammad
Bakri tratto dall’omonimo testo di Emil Habibi ed incontro con
l’artista.

Giovedì 27 marzo – Revel Scalo d’Isola
Ore 18.00 Proiezione film: “Haifa” di Rashid Masharawi, con Mohammad
Bakri, Palestina 1995- Durata 75’ – Sottotitoli in italiano
A seguire thè e dolci della Palestina.
Proiezione film: “Since you left” intervista con Emil Habibi a cura
di Mohammad Bakri, 2005 - Durata 60’ - Sottotitoli in italiano
Mohammad Bakri sarà presente ed introdurrà le
proiezioni.
A seguire thè e dolci della Palestina.

Giovedì 27 marzo – Teatro Verdi
Ore 21.00 “IL PESSOTTIMISTA” Replica dello spettacolo teatrale

Venerdì 28 marzo – Accademia della Pace
Ore 10.00 “Muri, lacrime e Za’ Tar”
Storie di vita e voci dalla Palestina
Presentazione del libro di Gianluca Solera
edito da Nuova Dimensione
Incontro con l’autore e letture di Saida Puppoli

Venerdì 28 marzo – Revel Scalo d’Isola
Ore 18.00 Incontro con Liana Badr, regista e scrittrice.
A seguire Proiezione de L’Uccello verde, dalla serie Memoria
Fertile, Palestina 2002 – Durata 42’
The gates are open. Sometimes!.
Palestina 2006 – Durata 55’
A seguire thè e dolci della Palestina.

Venerdì 28 marzo – Teatro Verdi
Ore 21.00 “Letteratura ed arte come resistenza”
Incontro con Liana Badrscrittrice e regista Ibrahim
Nasrallahpoeta e romanziere.
Coordina Isabella Camera D’Afflitto

Sabato 29 marzo – Revel Scalo d’Isola
Ore 18.00 Presentazione del libro “Cento anni di cultura palestinese”,
edito da Carocci Editore, con l’autrice Isabella Camera D’Afflitto
Paolo BrancaProfessore di Arabo presso l’Università Cattolica di
Milano ed esperto del mondo musulmano. Coordina Wasim
Dahmash.
Ore 19.30 Omaggio a Buthina Canaan Khoury - Proiezioni
Maria’s grotto, Palestina 2005 – Durata 65’
Women in struggle, Palestina 2004 – Durata 56’
Sottotitoli in italiano

Sabato 29 marzo – Teatro Verdi
Ore 21.00 Ramzi Aburedwan Quartett, concerto con Ramzi Aburedwan,
bouzouq, viola, Alessio Allegrini, corno francese, Ziad Benyousssef,
oud, Tareq Rantissi, percussioni.
Il concerto promuove il progetto della Fondazione Al
Kamandjati che si occupa della creazione e della gestione di
scuole di musica per bambini palestinesi che vivono nei campi
profughi.

Domenica 30 marzo – Teatro Verdi
Ore الحقيقة والذاآرة“ 16.30 – Realtà e memoria”
Performance letteraria e teatrale dedicata alla Giornata
della terra.
Reading e testimonianze con Liana Badr, regista e scrittrice,
Ibrahim Nasrallahpoeta e romanziere.
Testi tratti dalle opere delle più importanti autrici/autori
palestinesi.
Coordina Wasim Dahmash.
Al termine spettacolo teatrale “Uomini sotto il sole”
dal romanzo di Ghassan Kanafani con Benedetta Laurà e
Rapsodia Trio.
Ore 20.30 Cena Palestinese (su prenotazione)
Sarà presente Zaidan Mohammed, Direttore del Centro di
Ricerca e monitoraggio dei Diritti umani in Israele.


I luoghi:
Teatro Verdi – Via Pastrengo, 16 – Milano – Tel. 026880038
Revel Scalo d’Isola - Via Tahon de Revel 3 – Milano - Tel. 02683185
Metissage Circolo Arci – Via De Castillia (ang.Borsieri) Milano – Tel.0236554664
Ingresso per lo spettacolo teatrale “Il Pessottimista” € 15,00 – Ridotto 10,00
Ingresso per il concerto del quartetto di Ramzi Aburedwan € 15,00 Posto unico
Tutti gli incontri e le proiezioni, compresa la Giornata di reading e performance dedicate alla
giornata della terra del 30 marzo 2008, sono ad ingresso gratuito.

PER INFORMAZIONI:
Teatro Verdi: 02 6880038
Teatro del Buratto: 02 2700247
giovedì, marzo 13, 2008
Fino a pochi minuti fa, in autobus, avevo delle idee brillanti da scrivere.
Non ce le ho più.
C'è un film che dovete vedere: Persepolis, di Marjane (o Marjan, non sono sicuro; questioni di traslitterazione, i francesi tendono a soggiogare qualsiasi altra lingua alla loro delirante ortografia) Satrapi (accento sull'ultima, vi prego; il prossimo che sento dire "satràpi" invece del corretto "satrapì" mi potrebbe irritare). Tratto dall'omonimo fumetto, che è il miglior fumetto degli ultimi anni che io conosca, Giappone e Corea del Sud esclusi (in Corea del Sud, mi dicono, stanno uscendo dei manga meravigliosi, ultimamente).

C'è un libro che dovete leggere: "Islampunk" (pessima ma comprensibile traduzione del titolo originale inglese, The Taqwacores, piuttosto arcano ai più, da queste parti; forse chi mi legge sa cos'è la taqwa, ma l'"italiano medio" no.) di Michael Muhammad Knight.
Non vi dico niente, per ora. Ma voi leggetelo.
postato da: falecius alle ore 00:33 | Permalink | commenti (31)
categoria:cultura, cinema, affetti, s ljubovju vspominat
giovedì, gennaio 24, 2008
Anche "Caramel" è un film da vedere.
Intanto, è il ritratto del contrario del mondo arabo come ce lo disegna la "propaganda di guerra" occidentale. Ok, ok, si parla del Libano, che è probabilmente il paese più occidentalizzato (anche in negativo, assicuro) del Medio Oriente, e parla prevalentemente di donne cristiane in Libano.
però è bello lo stesso, e non crediate che le libanesi cristiane siano molto più "libere" (in senso occidentale) di quelle musulmane. Il film mostra abbastanza bene questo.
E' una commedia leggera, divertente, e maledettamente femminile; vi garantisco che le ragazze libanesi sono, spesso, abbastanza così, per la mia esperienza.
E non che ci trovi nulla di male, sia chiaro.

Si potrebbero scrivere corse molto profonde & intelleggenti su "Caramel" e sulla società che descrive. Ma non mi va. Guardatelo.
postato da: falecius alle ore 01:31 | Permalink | commenti (5)
categoria:cinema
sabato, gennaio 19, 2008
Sono appena andato a vedere Cous Cous (premio speciale della Giuria a Venezia di quest'anno).
Dovreste farlo anche voi. Dovreste vederlo, tutti, e sopportare anche quella scena insopportabile che troverete verso la fine. L'ho trovata ai limiti della Convezione di Ginevra contro la tortura, però ha un suo senso, nel film.

Non è un film perfetto. Cioè, ha qualche leggera pecca, in certi punti, scene troppo lunghe.
Ma veramente pochino.

E' comunque un film da vedere assolutamente.
E' probabilmente il film dell'anno sull'Occidente moderno, sul capitalismo, sull'immigrazione, sulla burocrazia pubblica e privata (con la sua capacita di discriminare e schiacciare con un sorriso sulle labbra beffarde) e su quello che ci ostiniamo a chiamare stato di diritto, anche se tutte queste cose sono sullo sfondo. Sono il background, e sono un background reso meravigliosamente bene, in tutto il suo possibile orrore.
Il film parla, forse, di resistenza. Parla cioè di esseri umani che sono anzi tutto e meravigliosamente, tali.  Soprattutto, il film racconta meglio di qualsiasi altra storia abbia mai visto, la disgregazione della famiglia postmoderna, e della società che sulla famiglia si strutturava, frammista alla sua incredibile permanenza. Parla, o più esattamente fa parlare, con una efficacia eccezionale, di donne.
Faccio un po' di fatica a dirne di più senza raccontarvi la storia, e non voglio raccontarvi la storia, voglio che andiate al cinema e ve lo guardiate.
Diciamo che vi sto mettendo giù qualche parolina su quello che ci ho visto.
Abbastanza da essere due o tre volte sul punto di piangere per la rabbia o la commozione. E non è facile, col sottoscritto. Sono uscito con le idee un po' confuse, riguardo cosette come la civiltà occidentale.

Insomma, basta. Guardatelo.

P.S.
Non ho mai assaggiato il couscous di pesce, ma in generale assicuro che la pietanza è ottima. Appena ho la possibilità, posto la ricetta.
venerdì, settembre 07, 2007
Lo so, lo so.

Non ho scritto niente per qualche giorno.
Allora, credo che per un po' di tempo continuerò a parlare di Tunisia, perché ci sono diverse cose da dire.
Poi vi giuro che finisco la faccenda di Tawfiq al-Hakim e il discorso su identità ebraica e questione palestinese.

Entro fine mese su secondoprotocollo potrete leggere qualche mio articolo più serio sempre sulla Tunisia, se riesco a tradurre certi documenti. Però abbiate un po' di pazienza, che adesso devo dare l'ultimo esame, e soprattutto non ho ancora Internet a casa nuova.

Devo ancora abituarmi alla nuova casa, e in più adesso sto dormendo da un'amica a Venezia per via di un certo "lavoro" che stiamo facendo al festival del cortometraggio (che non è il Festival del Cinema). In sostanza, stiamo girando un film, ed io dovrei essere il regista.

Il film non uscirà mai, però ci si diverte un sacco.

A parte questo, il ritorno in Italia è stato difficile. Riabituarsi all'euro, per esempio. Le monete mi sembravano assurdamente piccole.
Fiumicino... bhè, sono sicuro che esiste un modo migliore per organizzare la struttura spaziale di un aeroporto, e anche della Stazione Termini, se solo si partisse dal presupposto che dovrebebro essere degli ambienti in cui un viaggiatore con i bagagli dovrebbe potersi muovere comodamente e non è tenuto a conoscere preventivamente la disposizione di locali, servizi eccetera. Ad esempio, perché l'Ufficio postale dell'Aeroporto di Fiumicino non c'è il Postamat?

Comunque, il vero shock culturale da rientro l'ho avuto quando ho avuto la disgraziata idea di comprare il giornale per aggiornarmi sul paese in cui stavo rientrando.

Si tratta di una sensazione che se siete stati a lungo all'estero conoscete, altrimenti è difficile da spiegare.
Posso definirla come sentirsi sommersi da ondate crescenti di cialtroneria.
Ogni riga del giornale aggiunge una goccia nel vaso di schifo in cui vi sentite riimmersi.
E non mi riferisco al contenuto delle notizie, che è la più assoluta irrilevanza. Dichiarazioni irreali di politici presumibilmente rincoglioniti come Domenici che per giustificare la sua assurda crociata contro il racket dei lavavetri, portata avanti arrestando i ricattati, riesce a scomodare Lenin, anche se, a dirla come va detta, non c'entra uno stracazzo di niente.

Tutto ciò che diceva il giornale era fastidioso o irrilevante, ma soprattutto non era scritto in italiano.
Era scritto in Neolingua, la lingua ufficiale del Socing di Oceania in 1984.
Un linguaggio spiazzante, comprensibile solo agli iniziati, che dopo un mese di distacco si ritrova con un senso di nausea stupita, come il primo giorno di scuola.

Un linguaggio in cui la guerra è pace, la tirannia è  libertà, e vale la pena di riferire qualsiasi incompresibile vaccata esca dalla bocca svergognata di Rutelli.