mercoledì, marzo 26, 2008
Ricevo e volentieri diffondo. Sarò sicuramente all'incontro di sabato 29:

26-30 MARZO SETTIMANA CULTURA PALESTINESE

 Ø§Ù„حقيقة والذاكرة realtà e memoria
                  Settimana della Cultura Palestinese

Dal 26 al 30 marzo 2008 al Teatro Verdi e allo spazio Revel Scalo d’Isola

Promossa da Arci Milano e Teatro Verdi
con il Contributo della Provincia di Milano
Assessora alla Pace, Cooperazione Internazionale, Politiche giovanili
Assessora alla Cultura, Culture ed Integrazione
Assessore all’Istruzione e Edilizia Scolastica
In collaborazione con: Comunità Palestinese di Lombardia,
Vento di Terra Onlus, Action for Peace Milano


الحقيقة والذاكرة Realtà e memoria, è una manifestazione che Arci Milano e Teatro Verdi intendono
proporre alla Città di Milano attraverso la realizzazione di una serie di incontri di approfondimento
dedicati alla cultura palestinese.
Questa prima edizione sarà dedicata al teatro, alla letteratura, alla musica e al cinema.
Protagonisti sono l’attore Mohammad Bakri, lo scrittore Ibrahim Nasrallah, la regista e scrittrice Liana
Badr, il musicista Ramzi Aburedwan, lo storico Wasim Dahmash ed altre personalità palestinesi.
La questione palestinese è abitualmente affrontata e mostrata attraverso canoni politici e mediatici che
non restituiscono sufficiente conoscenza ed approfondimento della specificità della cultura.
Il progetto prevede una restituzione alla cultura ed alla società civile delle prerogative che appaiono
sempre più marginali ed inespressive: le forme dell’arte, attraverso la parola, la scrittura, la musica, il
cinema quale modalità e possibilità di dialogo e di conoscenza.
Vi è, oggi, un’estrema difficoltà nel poter mostrare, al pubblico, un percorso culturale autentico che
consenta una conoscenza non superficiale della complessa cultura palestinese. Le ragioni sono
conosciute: un devastante stato di perdurante occupazione militare limita la possibilità espressiva,
obbliga alla frammentazione, ne altera l’esistenza. La cultura diventa allora lo strumento fondamentale
per combattere contro la cancellazione della memoria e la negazione di un futuro: la più efficace forma
di difesa contro l’annientamento della propria identità nazionale.
La proposta intende essere un contributo alla conoscenza di un popolo, mostrare le radici di una cultura
per molti aspetti poco conosciuta ma non estranea storicamente alla grande matrice mediterranea,
consentire una riflessione, riportarne alla luce una quotidianità esemplare.


PROGRAMMA

Mercoledì 26 marzo - Revel Scalo d’Isola
Ore 18.00 Inaugurazione mostra fotografica “Fotografare l’Esilio.
20 giovani palestinesi guardano sé stessi e il Libano”.
Dai laboratori degli “Annual courses of Video and Digital
Photography” nel campo profughi di Mar Elias a Beirut.
Progetto a cura di Stefano Chiarini, Patrizio Esposito in collaborazione
con l’ong Beit Atfal Asoomud.
Allestimento a cura di Sabina Berra e Bruna Orlandi..
“Gli Occhi della Palestina”.
Proiezione - video non stop di Opere d’arte di artisti palestinesi
curata da “Vento di Terra”

Mercoledì 26 marzo – Teatro Verdi
Ore 21.00 “IL PESSOTTIMISTA” Spettacolo teatrale con Mohammad
Bakri tratto dall’omonimo testo di Emil Habibi.
Giovedì 27 marzo – Accademia della Pace presso il Teatro Verdi
Ore 10.00 “IL PESSOTTIMISTA” Spettacolo teatrale con Mohammad
Bakri tratto dall’omonimo testo di Emil Habibi ed incontro con
l’artista.

Giovedì 27 marzo – Revel Scalo d’Isola
Ore 18.00 Proiezione film: “Haifa” di Rashid Masharawi, con Mohammad
Bakri, Palestina 1995- Durata 75’ – Sottotitoli in italiano
A seguire thè e dolci della Palestina.
Proiezione film: “Since you left” intervista con Emil Habibi a cura
di Mohammad Bakri, 2005 - Durata 60’ - Sottotitoli in italiano
Mohammad Bakri sarà presente ed introdurrà le
proiezioni.
A seguire thè e dolci della Palestina.

Giovedì 27 marzo – Teatro Verdi
Ore 21.00 “IL PESSOTTIMISTA” Replica dello spettacolo teatrale

Venerdì 28 marzo – Accademia della Pace
Ore 10.00 “Muri, lacrime e Za’ Tar”
Storie di vita e voci dalla Palestina
Presentazione del libro di Gianluca Solera
edito da Nuova Dimensione
Incontro con l’autore e letture di Saida Puppoli

Venerdì 28 marzo – Revel Scalo d’Isola
Ore 18.00 Incontro con Liana Badr, regista e scrittrice.
A seguire Proiezione de L’Uccello verde, dalla serie Memoria
Fertile, Palestina 2002 – Durata 42’
The gates are open. Sometimes!.
Palestina 2006 – Durata 55’
A seguire thè e dolci della Palestina.

Venerdì 28 marzo – Teatro Verdi
Ore 21.00 “Letteratura ed arte come resistenza”
Incontro con Liana Badrscrittrice e regista Ibrahim
Nasrallahpoeta e romanziere.
Coordina Isabella Camera D’Afflitto

Sabato 29 marzo – Revel Scalo d’Isola
Ore 18.00 Presentazione del libro “Cento anni di cultura palestinese”,
edito da Carocci Editore, con l’autrice Isabella Camera D’Afflitto
Paolo BrancaProfessore di Arabo presso l’Università Cattolica di
Milano ed esperto del mondo musulmano. Coordina Wasim
Dahmash.
Ore 19.30 Omaggio a Buthina Canaan Khoury - Proiezioni
Maria’s grotto, Palestina 2005 – Durata 65’
Women in struggle, Palestina 2004 – Durata 56’
Sottotitoli in italiano

Sabato 29 marzo – Teatro Verdi
Ore 21.00 Ramzi Aburedwan Quartett, concerto con Ramzi Aburedwan,
bouzouq, viola, Alessio Allegrini, corno francese, Ziad Benyousssef,
oud, Tareq Rantissi, percussioni.
Il concerto promuove il progetto della Fondazione Al
Kamandjati che si occupa della creazione e della gestione di
scuole di musica per bambini palestinesi che vivono nei campi
profughi.

Domenica 30 marzo – Teatro Verdi
Ore Ø§Ù„حقيقة والذاآرة“ 16.30 – Realtà e memoria”
Performance letteraria e teatrale dedicata alla Giornata
della terra.
Reading e testimonianze con Liana Badr, regista e scrittrice,
Ibrahim Nasrallahpoeta e romanziere.
Testi tratti dalle opere delle più importanti autrici/autori
palestinesi.
Coordina Wasim Dahmash.
Al termine spettacolo teatrale “Uomini sotto il sole”
dal romanzo di Ghassan Kanafani con Benedetta Laurà e
Rapsodia Trio.
Ore 20.30 Cena Palestinese (su prenotazione)
Sarà presente Zaidan Mohammed, Direttore del Centro di
Ricerca e monitoraggio dei Diritti umani in Israele.


I luoghi:
Teatro Verdi – Via Pastrengo, 16 – Milano – Tel. 026880038
Revel Scalo d’Isola - Via Tahon de Revel 3 – Milano - Tel. 02683185
Metissage Circolo Arci – Via De Castillia (ang.Borsieri) Milano – Tel.0236554664
Ingresso per lo spettacolo teatrale “Il Pessottimista” € 15,00 – Ridotto 10,00
Ingresso per il concerto del quartetto di Ramzi Aburedwan € 15,00 Posto unico
Tutti gli incontri e le proiezioni, compresa la Giornata di reading e performance dedicate alla
giornata della terra del 30 marzo 2008, sono ad ingresso gratuito.

PER INFORMAZIONI:
Teatro Verdi: 02 6880038
Teatro del Buratto: 02 2700247
giovedì, marzo 13, 2008
Fino a pochi minuti fa, in autobus, avevo delle idee brillanti da scrivere.
Non ce le ho più.
C'è un film che dovete vedere: Persepolis, di Marjane (o Marjan, non sono sicuro; questioni di traslitterazione, i francesi tendono a soggiogare qualsiasi altra lingua alla loro delirante ortografia) Satrapi (accento sull'ultima, vi prego; il prossimo che sento dire "satràpi" invece del corretto "satrapì" mi potrebbe irritare). Tratto dall'omonimo fumetto, che è il miglior fumetto degli ultimi anni che io conosca, Giappone e Corea del Sud esclusi (in Corea del Sud, mi dicono, stanno uscendo dei manga meravigliosi, ultimamente).

C'è un libro che dovete leggere: "Islampunk" (pessima ma comprensibile traduzione del titolo originale inglese, The Taqwacores, piuttosto arcano ai più, da queste parti; forse chi mi legge sa cos'è la taqwa, ma l'"italiano medio" no.) di Michael Muhammad Knight.
Non vi dico niente, per ora. Ma voi leggetelo.
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categoria:cultura, cinema, affetti, s ljubovju vspominat
giovedì, gennaio 24, 2008
Anche "Caramel" è un film da vedere.
Intanto, è il ritratto del contrario del mondo arabo come ce lo disegna la "propaganda di guerra" occidentale. Ok, ok, si parla del Libano, che è probabilmente il paese più occidentalizzato (anche in negativo, assicuro) del Medio Oriente, e parla prevalentemente di donne cristiane in Libano.
però è bello lo stesso, e non crediate che le libanesi cristiane siano molto più "libere" (in senso occidentale) di quelle musulmane. Il film mostra abbastanza bene questo.
E' una commedia leggera, divertente, e maledettamente femminile; vi garantisco che le ragazze libanesi sono, spesso, abbastanza così, per la mia esperienza.
E non che ci trovi nulla di male, sia chiaro.

Si potrebbero scrivere corse molto profonde & intelleggenti su "Caramel" e sulla società che descrive. Ma non mi va. Guardatelo.
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categoria:cinema
sabato, gennaio 19, 2008
Sono appena andato a vedere Cous Cous (premio speciale della Giuria a Venezia di quest'anno).
Dovreste farlo anche voi. Dovreste vederlo, tutti, e sopportare anche quella scena insopportabile che troverete verso la fine. L'ho trovata ai limiti della Convezione di Ginevra contro la tortura, però ha un suo senso, nel film.

Non è un film perfetto. Cioè, ha qualche leggera pecca, in certi punti, scene troppo lunghe.
Ma veramente pochino.

E' comunque un film da vedere assolutamente.
E' probabilmente il film dell'anno sull'Occidente moderno, sul capitalismo, sull'immigrazione, sulla burocrazia pubblica e privata (con la sua capacita di discriminare e schiacciare con un sorriso sulle labbra beffarde) e su quello che ci ostiniamo a chiamare stato di diritto, anche se tutte queste cose sono sullo sfondo. Sono il background, e sono un background reso meravigliosamente bene, in tutto il suo possibile orrore.
Il film parla, forse, di resistenza. Parla cioè di esseri umani che sono anzi tutto e meravigliosamente, tali.  Soprattutto, il film racconta meglio di qualsiasi altra storia abbia mai visto, la disgregazione della famiglia postmoderna, e della società che sulla famiglia si strutturava, frammista alla sua incredibile permanenza. Parla, o più esattamente fa parlare, con una efficacia eccezionale, di donne.
Faccio un po' di fatica a dirne di più senza raccontarvi la storia, e non voglio raccontarvi la storia, voglio che andiate al cinema e ve lo guardiate.
Diciamo che vi sto mettendo giù qualche parolina su quello che ci ho visto.
Abbastanza da essere due o tre volte sul punto di piangere per la rabbia o la commozione. E non è facile, col sottoscritto. Sono uscito con le idee un po' confuse, riguardo cosette come la civiltà occidentale.

Insomma, basta. Guardatelo.

P.S.
Non ho mai assaggiato il couscous di pesce, ma in generale assicuro che la pietanza è ottima. Appena ho la possibilità, posto la ricetta.
venerdì, settembre 07, 2007
Lo so, lo so.

Non ho scritto niente per qualche giorno.
Allora, credo che per un po' di tempo continuerò a parlare di Tunisia, perché ci sono diverse cose da dire.
Poi vi giuro che finisco la faccenda di Tawfiq al-Hakim e il discorso su identità ebraica e questione palestinese.

Entro fine mese su secondoprotocollo potrete leggere qualche mio articolo più serio sempre sulla Tunisia, se riesco a tradurre certi documenti. Però abbiate un po' di pazienza, che adesso devo dare l'ultimo esame, e soprattutto non ho ancora Internet a casa nuova.

Devo ancora abituarmi alla nuova casa, e in più adesso sto dormendo da un'amica a Venezia per via di un certo "lavoro" che stiamo facendo al festival del cortometraggio (che non è il Festival del Cinema). In sostanza, stiamo girando un film, ed io dovrei essere il regista.

Il film non uscirà mai, però ci si diverte un sacco.

A parte questo, il ritorno in Italia è stato difficile. Riabituarsi all'euro, per esempio. Le monete mi sembravano assurdamente piccole.
Fiumicino... bhè, sono sicuro che esiste un modo migliore per organizzare la struttura spaziale di un aeroporto, e anche della Stazione Termini, se solo si partisse dal presupposto che dovrebebro essere degli ambienti in cui un viaggiatore con i bagagli dovrebbe potersi muovere comodamente e non è tenuto a conoscere preventivamente la disposizione di locali, servizi eccetera. Ad esempio, perché l'Ufficio postale dell'Aeroporto di Fiumicino non c'è il Postamat?

Comunque, il vero shock culturale da rientro l'ho avuto quando ho avuto la disgraziata idea di comprare il giornale per aggiornarmi sul paese in cui stavo rientrando.

Si tratta di una sensazione che se siete stati a lungo all'estero conoscete, altrimenti è difficile da spiegare.
Posso definirla come sentirsi sommersi da ondate crescenti di cialtroneria.
Ogni riga del giornale aggiunge una goccia nel vaso di schifo in cui vi sentite riimmersi.
E non mi riferisco al contenuto delle notizie, che è la più assoluta irrilevanza. Dichiarazioni irreali di politici presumibilmente rincoglioniti come Domenici che per giustificare la sua assurda crociata contro il racket dei lavavetri, portata avanti arrestando i ricattati, riesce a scomodare Lenin, anche se, a dirla come va detta, non c'entra uno stracazzo di niente.

Tutto ciò che diceva il giornale era fastidioso o irrilevante, ma soprattutto non era scritto in italiano.
Era scritto in Neolingua, la lingua ufficiale del Socing di Oceania in 1984.
Un linguaggio spiazzante, comprensibile solo agli iniziati, che dopo un mese di distacco si ritrova con un senso di nausea stupita, come il primo giorno di scuola.

Un linguaggio in cui la guerra è pace, la tirannia è  libertà, e vale la pena di riferire qualsiasi incompresibile vaccata esca dalla bocca svergognata di Rutelli.
giovedì, giugno 14, 2007
Ieri sera sono andato al cinema con due amiche (lasciamo perdere il tipo di ragazze con cui vado di solito al cinema) a vedere "il matrimonio di Tuya", meritato vincitore dell'Orso d'Oro di Berlino.

E' un film cinese, ambientato nella Mongolia Interna (la parte della Mongolia storica appartenente alla Repubblica Popolare Cinese).
Un mia coinquilina una volta ha chiesto: "ma esiste davvero, la Mongolia?". Ora, per quanto mi riguarda, che una laureanda in discipline umanistiche dell'università di Venezia possa dubitare dell'esistenza della Mongolia è qualcosa che si situa ai confini della realtà, in contrasto con l'ordine naturale delle cose, Ad ogni modo posso assicurarvi che la Mongolia esiste, e che ne esistono addirittura tre: Mongolia Interna (cinese) Mongolia Esterna (indipendente) Mongolia Buriata (repubblica della Federazione Russa).

Il film è ambientato in una Mongolia Interna che sta iniziando a partecipare alla modernizzazione capitalistica, e ai relativi dissesti sociali, del resto della Cina.

La protagonista, Tuya, è una donna coraggiosa, che porta su di sé il compito di mantenere la famiglia, due figli e marito invalido, pascola il gregge di pecore, cavalca il cavallo ed il cammello, porta l'acqua dal pozzo (i problemi legati alla scarsità d'acqua sono importanti nel film) finché, tentando di soccorrere un amico in un incidente, ha una lesione alla schiena.
A questo punto decide, d'accordo col marito, di divorziare, per potersi sposare con qualcuno che li mantenga.
Si vede quale sia il doppio ruolo della famiglia: cellula di sotegno economico indispensabile, ma anche luogo di affetti a cui Tuya non è disposta a rinunciare (il divorzio ed il secondo matrimonio sono solo finzioni giuridiche per restare con l'ex-marito).

Non vi racconto la trama e le vicende dei pretendenti. Andate a vedere questo film, ne vale davvero la pena. Tra le altre cose, ha una fotografia eccellente.
Volevo però sottilineare la forza ed il fascino di questa figura femminile, che affronta problemi gravissimi, consola con dolcezza quando in realtà dovrebbe essere consolata, e che lotta anche per mantenere un mondo di affetti contro le esigenze di un'economia diversa da quella tradizionale e sempre più invasiva.
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categoria:cultura, donne, cinema
venerdì, marzo 30, 2007
In armeno, "Grande male". E' il nome che gli armeni danno al loro sterminio.
Il genocidio degli armeni fu commesso dai nazionalisti turchi che governavano l'Impero Ottomano nel 1915 durante la prima Guerra Mondiale. I morti furono circa ottocentomila o più, i deportati ed i rifugiati credo almeno un milione. A volte Metz Yeghern viene indicato come il primo genocidio del Novecento. Questo è inesatto. Si tratta comunque dell'occasione in cui il termine "genocidio" ed il principio della punizione internazionale dei responsabili vennero enunciati per la prima volta.

Il primo genocidio del Novecento fu lo sterminio dei Nama e degli Herero, due popolazioni di pastori dell'Africa Sud-Occidentale Tedesca, nel 1904-1905. Il Kaiser tedesco aveva emanato contro di loro il Vernichtungsbefehl, l'ordine di annienntamento totale. I morti furono nell'ordine dei centomila.
Non ho informazioni precise, ma mi risulta che ufficiali tedeschi, che avevano partecipato allo sterminio, alla deportazione e alla sorveglianza degli Herero nei campi di concentramento africani, assistettero poi le milizie del Comitato Unione e Progresso turco nel massacro e nella deportazione degli armeni. Alcuni di loro avrebbero servito il nazismo con le loro competenze nello sterminio di massa. Ad esempio, un certo professor Fischer avrebbe studiato gli Herero che si trovavano ai lavori forzati nel campo di Shark Island, dove la mortalità tra i detenuti era superiore all' 80%. Fischer sarebbe stato il maestro di Mengele, il medico nazista di Auschwitz: possiamo immaginare cosa gli abbia insegnato al corso di Antropologia Razziale (che all'epoca era considerata una scienza).

Oggi però non volevo tirarvi cotolette storiche su Metz Yeghern ed efferatezze coloniali tedesche.
Volevo dirvi cosa ho fatto in questi giorni, cioè vedere "la Masseria delle Allodole" dei fratelli Taviani e andare al convegno di Studi Armeni e Caucasici della mia facoltà. Ah, sì, e andare alla presentazione di un libro sulla multietnicità della Russia zarista e sovietica.
Chi segue questo blog sa che ho due amiche armeniste, e che questo blog sostiene la cattedra di Armeno dell'università ca' Foscari. Inoltre, io personalmente mi occupo del Libano, paese in cui esiste una comunità armena numerosa ed importante.
A parte "Metz Yeghern" e "Bariluis" (buongiorno) non so una parola di armeno, e non sono in grado di leggerlo (si scrive con un suo speciale alfabeto di 38 lettere, inventato da Mesrop Mastoch nel 405 d.C.).
Il convegno è stato interessante, ho imparato un sacco di cose. Ad esempio l'armeno, sia classico che moderno, è stata la prima lingua non europea ad avere una traduzione della Divina Commedia. E che il tipico abbigliamento cosacco viene in realtà dai Circassi del Caucaso (un popolo in diaspora, come gli Armeni, in cui per qualche misterioso motivo, qualche predicatore americano sotto acido ha voluto vedere l'Anticristo, forse per qualche delirante associazione con i biblici Gog e Magog). Eccetera.
Ma volevo parlarvi del film.

Ci sono due cose che si possono dire a favore "La Masseria delle Allodole": ha il merito di affrontare il Metz Yeghern, argomento che senza dubbio merita una rinfrescata, e l'attrice che interpreta la moglie del colonnello Arkan è brava.
Per il resto, l'approssimazione della ricostruzione storica è il minore dei difetti: a parte l'invezione di una fantomatica "confraternita dei mendicanti" nel complesso quell'aspetto è accettabile. Certo, se da questo film sperate in qualche modo avere chiarita o spiegata la storia del massacro, perdereste due ore invano. Si vedono solo degli esaltati con delle dubbie uniformi che dicono qualcosa di non chiaro sulla "Grande Turchia" e poi tranciano di netto le teste della gente con delle sciabole da parata (non ci riuscirebbe nemmeno Maciste). Si ricava inoltre l'impressione che l'esercito ottomano non avesse soldati semplici (per la cronaca, le atrocità furono commesse quasi completamente da bande irregolari, non dalle truppe in uniforme; era l'amministrazione civile del partito Ittihad e del Ministero degli Interni, più che la piramide di comando militare, ad occuparsi della logistica del massacro. L'esercito regolare ottomano, ovvero l'unica presenza dello Stato turco nel film, ebbe un ruolo del tutto secondario). Del resto, non pretendevo un'analisi della psicologia genocida.

Il vero punto debole è la sceneggiatura. Credo di non aver mai visto un tale concentrazione di insensatezze, comportamenti illogici, non sequitur e buone idee narrative lasciate cadere nel nulla come in queste due ore. Per cui poi l'aspetto storico si perde, e complice la discutibile provenienza degli attori, si ottiene una specie di Elisa di Rivombrosa in salsa transcaucasica, con la protagonista che non fa una sola cosa intelligente in tutto il film (e infatti si innamora solo di ufficiali che hanno ordini per sterminare la sua gente).


postato da: falecius alle ore 11:17 | Permalink | commenti (8)
categoria:cultura, politica, cinema, medio oriente, informazione