lunedì, settembre 07, 2009
Sembra essere una notte perfetta, questa. Il caldo dei giorni scorsi è cessato e Radio 3, d' infilata, sta trasmettendo le migliori registrazioni della Petite Bande di Sigiswald Kuijken: Bach, Rameau, Haydn.

Ho appena finito di leggere Dissipatio H.G. di Morselli. Noto con piacere di non essere stata la sola ad ipotizzare una trasposizione filmica. Guido Schittone immaginava, tanti anni fa,  una sua direzione affidata a Michelangelo "da Ferrara" Antonioni. Devo dire che no, non sono poi così d' accordo. Per trasporre sullo schermo, in quegli anni Settanta l' opera postrema di Guido Morselli, ci sarebbe voluto, secondo me, un regista attento a quella che Morselli definisce la "vischiosità delle cose": vischiosità affettiva, si intende. Un quadernino appena iniziato, un vinile con una sonata di Albinoni, il vassoio della colazione preparato, con ruvida amorevolezza, dai propri pastori di malga assunti ai cieli (o volatilizzatisi), in una notte di fine primavera.

Ci sarebbe voluto un regista come il Bolognini del bellissimo La prima notte di quiete.

Morselli è però ironico, quasi sorridente nel descrivere la serena disperazione dell' ultimo superstite dell' umanità. Fa coincidere la scomparsa in toto della popolazione mondiale con il suicidio rinviato del protagonista, suggellato da una micidiale craniata contro l'imbocco del pozzo-caverna dove aveva deciso di annegarsi. Morselli è uno scrittore della catastrofe, come giustamente lo rubrica Francesco Muzzioli : contempla la propria condizione irreversibile dal fondo dell' apocalisse, ma non è mai cupo. In quest' opera, si permette anche giochi di parole, espliciti o taciuti H.G. come humani generis, certo, ma anche come Hausgericht, la città dalle 25000 abitazioni e dalle 7000 filiali bancarie dissoltasi nel corpo dei suoi satolli in una notte. Oppure come H.G. (Wells) . Me lo faceva notare Falecius. Il tempo si è fermato. Morselli fa considerazioni, a mio avviso, assolutamente esatte sull' ego in liquidazione di chi è destinato alla solitudine:

Prendo alle pp. 143 e 144 dell' edizione Adelphi, del 1977:




"E dunque, perché ex-uomo, adesso,  dal 2 giugno in qua?

C'è l' interpretazione ovvia, del tipo: esigenza vitale del contesto sociale, delle trame interpersonali, e conseguenze della loro scomparsa. -Erano i verbalismi-gelatina del sociologismo, e li scarto subito, per tastare un' interpretazione diversa: l' uomo sarebbe cessato come, e quando, è cessato il tempo.

Si suppone che, abolito il tempo, l' uomo perda la sua consistenza. E' un supposto che sa di 'philosophaillerie', però non lo respingo a priori, non è una banalità. Ma intanto, per quale ragione il tempo è abolito e s' inaugura un anno-zero destinato a restare sempre zero? E' un' impressione che io ho avuta, a volte, dopo il 2 giugno, ma il fenomeno resta da spiegare. Se il tempo è forma del senso interno, finché c'è un 'senso interno' , ossia un individuo cosciente, ci dovrebbe essere anche il tempo.

Una spiegazione poetico-teologica la tenta Dostoevskij (sic) nei Demoni. La mette in bocca  ad un suo personaggio, certo Kirilov, se ricordo bene; che dice 'Quando l' umanità sarà arrivata alla felicità vera, non esisterà più il tempo. Il tempo infatti sarà superfluo' . I cari estinti, sono arrivati alla felicità vera?Se lo meriterebbero, poveretti. "




Significativo, che in un universo divenuto improvvisamente ostile , dove i confini si annullano e l' essere senziente è confuso e abbacinato, come nel mondo gelido del ciclo lessinghiano di Canopus, o nel buio, lento mondo coperto di neve dell' Ecumene della Le Guin, anche il genere dell' individuo diventi labile. Gli sfortunati personaggi di Un luogo senza tempo perdono, via via, i loro caratteri sessuali: i seni rientrano nel corpo, li genitali si rattrappiscono fino a sparire nei ventri, e braccia rinsecchiscono come quelle di un impubere o, che poi è lo stesso, di un morto, incapace di generare e di perpetuare l' esistenza dei suoi discendenti e la propria, le barbe si coprono di fiori di ghiaccio. Gli abitanti del pianeta della Mano sinistra delle tenebre, invece, entrano in kemmer (estro sessuale ermafrodita) con puntualità. Ma il tempo, anche se tremendamente rallentato, su Gethen, esiste ancora: Lady Ursula si premura di darci, alla fine del romanzo, delle tabelle di conversione tra tempo getheniano e tempo terrestre; le gonadi getheniane sono perfettamente regolate sui tempi planetari, sensibilissime ad ogni variazione di luce o temperatura. Cosa che non avviene per i morituri di Canopus: si trovano a fronteggiare un' emergenza; i getheniani, invece, è da tanto che vivono così. Da quando una genìa opportunamente modificati di umani cominciò a popolare l' Ecumene e le sue colonie più fredde, come Gethen, appunto.

L' anonimo superstite di Dissipatio, non sente più obblighi verso sé stesso, perché non ci sono gli altri a cui si deve decenza, rispetto, disponibilità al dialogo e agli obblighi del viere civile. Quegli altri in cui ci si specchia. Indossa dessous femminili con la massima naturalezza, perché ben si adattano alla sua pinguedine. Non conosce altre necessità che quelle legate alla mera sopravvivenza. Mangiare, bere, espletare le proprie funzioni corporali. Eros e thanatos vinti per sempre: non ha pulsioni sessuali, perché il naturale oggetto del desiderio (la donna: il protagonista, nonostante il suo grottesco travestimento, che adatta solo per star comodo, era eterosessuale) scompare assieme all' altra metà del cielo. Non si vuole più suicidare, né tantomeno morire di cause naturali perché:



"...il suicidio richiede un destinatario o dei destinatari. Qualcuno che noi decidiamo di punire, o viceversa di ammaestrare (vedi: Bruto). Non avendo destinatari, non posso più uccidermi, come non posso più spedire telegrammi."




e



"La mia non è un' esistenza larvale. Non sono uno spettro che beve cognac Dos Hermanos o un cadavere che fuma tabacco Capstan (Navy Cut) in una pipa, ma non sono più me stesso, neppure quel poco che ero. Sopravvivo grazie a non si sa quale artificio. In una campana pneumatica, o sotto una tenda a ossigeno.  Privato della mia identità, e per colmo di stranezza, capace di ricordarmela."



Dissipatio
, dove il protagonista vive in perenne attesa di un' apocalisse mancata, differita sine die, è una distopia, e, a mio parere, tra le più belle. Le utopie, per sussistere, hanno sempre bisogno, se non di una palingenesi, di un progetto di vita alternativo, di un' ipotesi di società differente, anche se in nuce spaventevole o coercitiva.

Qui avviene esattamente il contrario:



"In altri tempi, prevedevo a breve scadenza una solidarietà necessaria fra gli uomini di ogni razza e residenza (la chiamavo 'socialidarietà', socio-solidarietà, remota dall' umanitarismo e dalla charitas), che il restringersi dello spazio avrebbe imposto al Pianeta dell' Economia, mettendo fine al vuoto sermoneggiare di amore e di pace su basi mistiche e giuridiche. Questo, molti anni fa, e sonostato debitamente deluso. Del resto, nessuna socialidarietà sarebbe bastata a farmi accettare Crisopoli. E dunque perché mai l' accetto ora. Un caso di 'self-coercion', ignara o quantomeno immotivata? Che si ridurrebbe a sottospecie dell' atto gratuito. Un' inconsulta deriva della barchetta di carta, venuta a Crisopoli per affondarvi."




Poi  la liturgia dell' opera. Non so se Morselli fosse personalmente credente, ma il suo superstite sembrerebbe esserlo: fa considerazioni teologiche puntuali e colte, cita Agostino, Salviano, San Tommaso. Si indigna per la densità di banche poste ad insidiare e ad invadere lo spazio del sacro, come mercanti nel tempio, nota la stridente contraddizione tra la permanenza del sacro, svuotato della sua connotazione di ecclesia pauperum e ridotto a mera testimonianza architettonica, a guscio vuoto, e l' immarcescibilità della risorsa aurea, del denaro contante che persino in absentia trabocca da banche deserte e caveaux.

Nonostante il superstite fosse, credo, toccato, dall' ingombrante dubbio della fede, dal disperante dono che costituisce, e forse proprio per questo, si balocca con la morte, intessendo una sorta di mutuale autoerotismo coi suoi strumenti:




La soluzione finale, liscia e pulita, facile, l’avevo a portata di mano. Sono andato a prenderla, la mia ragazza dall’occhio nero, mi sono ridisteso sul letto con lei. Ho premuto la bocca sulla sua, a lungo. L’ho sollecitata col dito, una prima volta. Non abbastanza a fondo. E una seconda volta, sempre con la bocca sulla sua. Non la terza, perché d’un tratto l’ombra mi ha avvolto. E la quiete”.


Più avanti: “Quella notte (mi dico), tornando dalla grotta del Sifone; la ragazza dall’occhio nero, la browning 7 e 65, l’avevo vicina, quando mi sono coricato. E so che poi ho premuto il grilletto. È un’arma che non s’incanta.

         L’ho puntata bene?


         Me la sono puntata alla bocca. E la mattina c’era una chiazza di sangue,  sul cuscino.

         Ma i morti non vedono se stessi, il loro stesso sangue che hanno versato.


         Chi lo garantisce, che i morti non si vedano?"


Morselli , al contrario , non aveva tempo da perdere coi titillamenti alla ragazza dall' occhio nero.

Un secco comunicato alla questura:  non ho rancori. E poi il buio.

Ma già aveva avvertito, una quindicina di anni prima:

"
Tutto è inutile. Ho lavorato senza mai un risultato; ho oziato, la mia vita si è svolta nella identica maniera. Ho pregato, non ho ottenuto nulla; ho bestemmiato, non ho ottenuto nulla. Sono stato egoista sino a dimenticarmi dell’esistenza degli altri; nulla è cambiato né in me né intorno a me. Ho fatto qualche poco di bene, non sono stato compensato; ho fatto del male, non sono stato punito. Tutto è egualmente inutile".


giovedì, settembre 03, 2009
Avanti, la dico anche io la mia cazzata. Voglio anche io entrare in un dibattito assolutamente surreale, degno di Maria De Filippi o come cazzo si chiama il suo programma. Uomini e donne?

Boh.

Non so se esista realmente un sesso ludico, non so se le donne dopo i trenta siano in scadenza o ci si sentano. Io propenderei più per la seconda ipotesi. Non so nemmeno se esistano uomini talmente affamati di figa da non distinguere una femmina di mammifero da un paracarro (ma penso che non ne esistano).

So per certo, e qui Uriel ha ragione, che molte donne hanno la stessa varietà nella loro immaginazione sessuale di un paramecio.

Ogni volta che ho avuto la malaugurata idea di verbalizzare le mie, di fantasie sessuali, messe in pratica o meno, mi sono vista guardare inorridita dall' amica di turno.

Inutile spiegare: sapete com' è, ho gli arretrati, non ho avuto educazione alcuna e nessuna paura indotta.

No. La strana sono io.

Altra cosa.

Che cazzo vorrà mai dire la frase "puoi aspirare a qualcosa di meglio", che genitori, amici, consigliori vari, si sentono in dovere di dire alla fanciulla che sta loro a cuore, se è appena graziosa?

Ma che caspita credete? Che la bellezza metta al riparo da qualcosa? Serva a qualcosa?

Tra due giorni avrò trent' anni, e la mia bellezza flawless non mi è servita a nulla. Mai.

Nessuno ha mai fatto la fila per me. Nessuno mi ha mai corteggiata.

Perché ho una testa che non funziona, un carattere infernale e una salute -mentale e fisica- così fragile da interrompermi ogni tentativo non bene ponderato e senza rete di indipendenza.

Solo un falecio poteva innamorarsi di me.

E a lui, la sua intelligenza commovente e la sua capacità di amare, cos'è servita, se non a garantirsi per sempre l' anima (appesa a un filo), il cuore e la poca testa di questa bambola che scrive, ora? E che si sta disidratando di lacrime. Quelle no, non sono di paraffina.

E non è un lugubre buco che mi fa fare pipì liberandomi dai germi, quello che mi farà fare letto-bagno per un mese. E' un fagiolo di carne che mi fa male come una ferita affettiva.

Perché non so, e non voglio conoscere i motivi che mi fanno stare insieme all' uomo che amo. Uno sfigato, per il common sense delle marines delle relazioni eterosessuali.

Ma sfigata la sono anche io, più di lui. Chi mi conosce sa il perché, chi leggerà potrà intuire il mio senso di frustrazione -immotivato, certo, ma ben presente, specie alla luce di quanto successo negli ultimi giorni. Nonostante il mio faccino di porcellana e i miei bei riccioli, che si stanno imbiancando.

Il nostro amore è una gemma impura: vi sono frammisti fastidi, rancori, sentimenti inconfessati e ingenui di calcolo, aspirazioni di gloria e di prestigio intellettuali, sogni piccoloborghesi e ansie rivoluzionarie.

Ma è più forte di tutto, e brucia nella sua luce ogni scoria.

E anche più fragile di ogni cosa. Ora smetto di parlare dell' amore, perché ho paura che, a definirlo, svanisca per sempre, consegnandomi alla solita vita dalla direzione già segnata.

Questo per me è un lasciarsi lentamente morire, recedere, arrendersi.

E non posso permetterlo. Non possiamo consentirlo.
martedì, settembre 01, 2009
E ora ripetere cento, mille, millanta volte la seguente frase:



"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"

"I problemi psicologici sono un lusso costoso che NON mi posso assolutamente permettere"



.......



(Come exergo, rileggersi questa poesia).
lunedì, luglio 27, 2009
So che mi arriveranno strali scandolezzati da ogni parte, tentativi di correzione del tipo "ma non è lui che era un coglione, sono gli altri , da destra e da sinistra, ad averne fatto un santino."

Eh no.

Dicendo così, lui è sempre nel giusto, e passa dall' essere un santino al costituire una reliquia.

Certo, a sentire Zigaina parlare del suo interesse per Eliade e Frazer, si può credere che non gli dispiacerebbe.

Ma a me ha fatto sempre saltare la mosca al naso questa frase pasoliniana:



"O esprimersi e morire o restare inespressi e immortali"



oppure, nella sua variante:



"La morte non è nel non poter comunicare ma nel non poter più essere compresi."



Pasolini, nelle Lettere luterane, scrive:



"I giovani maschi che camminano quasi religiosamente per strada tenendo con aria protettiva una mano sulla spalla della donna, o stringendola romanticamente per mano, fanno ridere o stringono il cuore. Niente è più insincero di un simile rapporto che realizza in concreto la coppia consumistica."



Parole sante, verrebbe da dire. Peccato che non siano sue. O meglio. Pasolini non è stato il primo a comprendere che la soddisfazione personale attraverso i beni di consumo e la riduzione ad oggetto delle persone erano strettamente connesse. Ci aveva già pensato, per così dire,  la Scuola di Francoforte, ed in particolare il suo filosofo più grande e fumiste: Theodor Wiesengrund Adorno*, a stabilire il nesso tra capitalismo basato su produzione e consumo e la nozione di sesso basata esclusivamente sul piacere. Ciò che caratterizza tutto il discorso pasoliniano, facendo intravvedere personali idiosincrasie e, spiace dirlo, un orientamento sessuale mai pienamente accettato, è il passo ulteriore: vedere il sesso come rituale conformistico. Dopo aver dichiarato questo, la conclusione è una sola. Il piacere è scomparso dalla soddisfazione personale che il sesso offriva.

E infatti, sempre da Lettere Luterane:



"La società preconsumistica aveva bisogno di uomini forti, e dunque casti. La società consumistica ha invece bisogno di uomini deboli, e perciò lussuriosi. Al mito della donna chiusa e separata (il cui obbligo alla castità implicava la castità dell'uomo) si è sostituito il mito della donna parte e vicina, sempre a disposizione. Al trionfo dell'amicizia tra maschi e dell'erezione, si è sostituito il trionfo della coppia e dell'impotenza. I maschi giovani sono traumatizzati dall'obbligo che impone loro la permissività: cioè l'obbligo di far sempre e liberamente l'amore."



Se si guarda ai film di Pasolini, non c'è una donna dotata di un qualsiasi, seppur minimo, appeal sessuale: la donna è madre (quindi al di sopra di ogni desiderio sessuale esplicito, anche se rivestita, fino al ridicolo, fino alla spudorata burletta psicoanalitica, di implicazioni edipiche: Edipo Re, Il Vangelo secondo Matteo, dove è sua madre Susanna Colussi a recitare la parte della Madonna, Teorema, Mamma Roma, Medea), o puttana, defraudata quindi di un desiderio sessuale proprio, e sfogo-contenitore di quello maschile,  (Mamma Roma, ancora, Salò o le 120 giornate di Sodoma, Decamerone), o è bambina o comunque minorata (l' Assurdina Caì di Che cosa sono le nuvole?, Zumurrud de Il fiore delle Mille e una Notte).

Insomma, davanti ad una donna adulta, non necessariamente madre, dotata di un desiderio proprio, Pasolini che fa? Urlacchia sdegnato come un Ippolito qualsiasi accanto a Fedra! E va bene che le donne non gli interessano. Ma da qui a considerarle una minaccia apportatrice di lussuria e di corruzione alla castità del fantomatico maschio forte&casto della società preindustriale, ce ne corre.

A chi, per esempio, con robusto seppur miope buonsenso, gli faceva notare che era meglio la desolante visione della coppia mercificata ma "moderna", piuttosto che quella, tabuata e arcaica, dei muti corteggiamenti sui sagrati delle chiese friulane, o delle fuitine sicule, o dei delitti d' onore, Pasolini, insofferente alle finezze del dialogo e abituato ad argomentare a frasi oracolari, risponde nell' unico modo possibile: ignorandolo.

Ci casca con tutte le scarpe. Emula proprio l' atteggiamento heideggeriano che Adorno (sì sì, proprio lui), stigmatizza: distribuisce attorno a sé un tabù secondo cui ogni comprensione delle sue idee sarebbe contemporaneamente una falsificazione.

Perché? Perché è un coglione. Sopravvalutato.

E adesso, andate pure in deliquio per le Lettere luterane, provate a ravvisare parole profetiche sull' attualità, negli Scritti corsari.

Guardate un po' come è stato profetico. Chi aderisce più pronamente OGGI a quel modello di coppia da lui stigmatizzato. Se i giovani maschi che a lui stringevano il cuore o le giovani mie coetanee che a me strappano un sorriso.




*Rileggersi in ginocchio La dialettica dell' Illuminismo e Minima moralia.
sabato, luglio 11, 2009
Giochino estivo da Settimana Enigmistica: trovate le dieci piccole differenze tra questa foto e questa .

Troppo difficile? Colpa della assuefazione alle icone. Abbiamo bisogno di commuoverci più che di capire. Di offrire la nostra adesione emotiva e non mediata all' evento, che è vero solo perché è rappresentato.

Almeno, così la pensano i media.

E non importa se la cognizione degli scontri seguiti alle elezioni iraniane si confonde in un continuum iper-asiatico, indistinto e un po'  fiabesco, con la protesta degli Uyghur.

Ürümqi  è la periferia immediata di Teheran, e Ahmadinejad l' emanazione dell' Unico Grande Satana antioccidentale guidato dalla Cina.

Ma per la coscienza del lettore di quotidiani occidentale, supposto idiota, la foto di una donna che sfida l' Autorità Repressiva , armata solo del proprio dito proteso, è liberatoria come la strombazzata che, nel sonoro dei vecchi film western annunciava l' arrivano i nostri e l' immancabile vittoria dei buoni.

Catarticoooh
.


Anche se il dito proteso è un fotomontaggio. Anche se tutte queste immagini saranno consegnate all' inevitabile obsolescenza nel giro di qualche giorno, e sostituite con altre, perfettamente intercambiabili, e adattabili all' infinito al cliché Davide/Golia, alla dinamica "oppresso che sfida eroicamente l' oppressore".



P.S. Non potrò scrivere su questo blog per una quindicina di giorni. E' già successo un' altra volta, esattamente undici mesi fa.

Spero che adesso questo avvenga per motivi più lievi di un ricovero in O. P.


Ciao e a presto, cari lettori.



Roberta.
martedì, luglio 07, 2009
Lo Xinjiang è "Cina" all'incirca nello stesso modo in cui l'Irlanda del Nord è "Inghilterra".
venerdì, luglio 03, 2009
Noto con una certa commozione, da cattolica, come all' interno della Chiesa, alcuni tra i suoi più autorevoli esponenti aderiscano toto corde alla più autentica regola dei loro ordini di appartenenza.

Leonardo sottolinea la mirabile (e coerente con lo spirito francescano) iniziativa di realizzare una cripta atta a contenere degnamente le sante spoglie di padre Pio. Padre Federico Lombardi, gesuita, si allinea alla perfetta esecuzione degli esercizi ignaziani. Agostino Marchetto (non certo un progressista: si deve a lui una controstoria del Concilio Vaticano II, in opposizione a quella redatta a cura del professor Alberto Melloni e del defunto professor Alberigo, due dossettiani, ohibò....) dichiara che le nuove norme introdotte dal pacchetto sicurezza "provocheranno dolore"? Arriva super-Lombardi a correggere il tiro, e a diffondere una vulgata non imbarazzante per la Santa Sede e gradita ai politici. Tanto che Gasparri chiosa soddisfatto: "Il Vaticano smaschera i bugiardi!!". Ma, un momento. Chi sarebbero i bugiardi? Monsignor Marchetto, che assolve semplicemente al suo compito di segretario del Pontificio Consiglio per la Pastorale dei Migranti,  o alcuni parlamentari dell' opposizione, o dell' ombra di essa, che fanno sommessamente notare al ministro Maroni come sia molto comodo, ma ideologicamente ipocrita citare l' autorità vaticana solo quando avalla le politiche governative? O i giornalisti, che raccolgono per mestiere le dichiarazioni dei prelati?

Il Vaticano, per bocca di monsignor Lombardi, si smarca prontamente.

Del resto, perché stupirsi? Ha preso alla lettera le parole di Sant' Ignazio di Loyola:



"Per essere sicuri di non sbagliare dobbiamo sempre regolarci in questo modo: quel che io vedo bianco, creda che sia nero, se la Chiesa gerarchica così stabilisce".



(E. E., 365, 1)
mercoledì, luglio 01, 2009
1. Si scrive M-U-S-A-V-I. Le varianti "Mousavi" e "Musawi" sono sensate rispettivamente in francese ed in traslitterazione dall'arabo, solo che lui è persiano*.
Comunque, con una sola cazzo di s. Quella seconda S, semplicemente, non esiste da nessuna parte. Ripeto: Musavi si scrive con una s.

2. Non è un uomo nuovo né tantomeno il liberatore dell'Iran. Non è un coraggioso solitario outsider che si batte contro l'orrido regime teocratico.
E' un vecchio arnese dello stesso regime. E' stato primo ministro. Sotto l'Ayatollah Khomeyni in persona. Ha sulla coscienza un bel numero di esecuzioni ed espulsioni di oppositori politici. E' tra i responsabili della liquidazione violenta del partito comunista iraniano, che era un partito abbastanza grosso.
Con tutto il rispetto per i manifestanti (che credo siano in buonafede e non manipolati dalla CIA, e che credo anche abbiano le loro buone ragioni di lamentarsi) io non mi fiderei.


* E' possibile traslitterare il persiano, che si scrive con l'alfabeto arabo, secondo le stesse convenzioni usate per l'arabo. Il risultato sarà una trascrizione più distante dall'effettiva pronuncia, ma coerente e corretta. In questa traslitterazione si scriverà "Musawi". Ma si si pronuncerà sempre e comunque "Musavì" (l'accento corretto è sull'ultima).
mercoledì, luglio 01, 2009
Orwell was an optimist.
postato da: falecius alle ore 03:01 | Permalink | commenti (1)
categoria:cazzate, 1984, caffé lesso bollente
sabato, giugno 13, 2009

Grazie Gasparri. Sei più comico tu di un qualsiasi Marcoré che ti possa imitare.


 


sabato, giugno 13, 2009
Ed ecco un' invenzione che potrà candidarsi a buon titolo all' Ig Nobel. Dopo il pop corn da microonde, iattura maleodorante  di ogni multisala in cui difetti un' adeguata ventilazione, ecco la pasta precotta da cinema. Lo so che è demenziale solo l' idea. Un bel respiro. Ripeto. Pasta. Precotta. Da cinema. Servita in un festosissimo bicchierone  blu, che l' articolista si premura di descrivere grande "come i 250 cc della Coca".

Vorrei sapere dove stia l'innovazione in questo preparato, rispetto alla pasta surgelata precotta da preparare saltandola quattro volte in padella. E, soprattutto, a chi caspita pensano di fare concorrenza.

Al kebabbaro, contro cui il sindaco di Parma, come altri in Italia, sta conducendo una patetica e stupidissima crociata "per la tipicità" fuori tempo massimo? Chi va dal kebabbaro non ha né molti soldi da spendere nei ristoranti -a Parma pretenziosissimi- del centro, né molto tempo da dedicare alla preparazione di pietanze fatte in casa. Il cibo take away, storicamente, ha contribuito ad alleggerire molto la percezione della fatica del lavoro domestico alle donne dei paesi arabi, che dedicavano meno tempo a cucinare e maggior tempo a sé. Il marito portava loro le pietanze che qualsiasi cuoco fast food di qualsiasi mercato vendeva, destinandole all' asporto. Poi, questo tipo di pasta non salvaguarda certo la tipicità del piatto nazionale italiano, facendone invece una parodia. Non  spenderei troppe lacrime su questo punto (chi mi conosce bene sa quanto poco sia nazionalista anche in cucina) , non fosse altro che il piatto, per cuocere così alla svelta, debba essere pieno di additivi.

Ai venditori di pizza al taglio, al fritolin veneziano che ti serve lo scartosso de pesse nella apposita cartapaglia, ai panellari siciliani, venditori di frittelline di ceci e pani ca' meusa (milza di agnello appena appena salata, spruzzata di succo di limone e adagiata caldissima sulla vastedda aperta), ai venditori di arrosticini abruzzesi o ai trippajoli di San Lorenzo, a Firenze? Se c'era un motivo per cui, come giustamente mi faceva notare Marco, il panino o quello che con orrendo termine fighetto, si chiama oggi finger food, si è diffuso come cibo da passeggio, è stato quello economico, legato agli involucri. Un panino costa poco e non va imballato che in un tovagliolo. Lo scartosso de pesse o le olive ascolane possono essere serviti in un cono di cartapaglia. In una situazione di penuria di idrocarburi è semplicemente demenziale utilizzare plastica per le confezioni di questa pasta pronta in un minuto. Marco dice che devo ringraziare Darwin se questo prodotto , come prevediamo (e speriamo) non sfonderà, né occuperà segmenti di mercato significativi. L' idea cattiva non sopravvive alla selezione naturale.

A McDonald's, che, paradossalmente, appare essere più tipico di questa pasta innominabile? Il cliente medio di McDonald's -ammesso che esista un cliente medio- si aspetta, ragionevolmente, di mangiare lo stesso Big Mac uguale a sé stesso a tutte le latitudini del pianeta, rispettoso di uno standard pur sempre riconoscibile come cibo. Marco, per amore di verità e per poter criticare con cognizione di causa ciò, che fino ad oggi, gli sembrava il grado più basso dell' abiezione alimentare umana, una volta ha anche dato un morso ad un paninazzo di McDonald, rimanendone disgustato e trovando più saporito il PVC della cannuccia per suggere la bibita annessa, ma riconoscendo l' hamburger+pane comunque come cibo.

Questa roba non si sa bene cosa sia, ed è inquietante che nasca nella città dove ha sede l' agenzia EFSA, proposta da un' azienda che ha come slogan la casaling(U)ità del cibo, fatto come lo farebbero babbi e mamme amorevoli ai loro pargoli, ma che è in realtà la più grande multinazionale alimentare italiana.

Vi ricordate della pubblicità, in cui c'è un amorevole paparino che lavora per la Xxxxxxx come esperto d'aromi? Idilliaca, vero, l' orticello dei semplici in cui gioca ad indovinare gli aromi una leziosa bimbetta?? Bene, quando aprite il barattolo di pesto alla siciliana della Xxxxxxx, dimenticate tutto questo.

Il pesto è un comune sugo cremoso e rosso-aranciato, fatto di pomodori dalla spiccata acidità, di pochissimo olio d'oliva non extravergine , di un' ombra di basilico, di glutammato (!), formaggio tipo grana padano non bene a prova di D.O.P. al posto della ricotta di pecora e -udite- ANACARDI al posto dei tradizionali pinoli o mandorle.

Il sapore è simile a quello di una salsetta da snack Warner Village, il sale è moltissimo e va da sé che non abbia nulla a che spartire con la ricetta del vero pesto alla siciliana, che vi fornisco qui sotto.

Munitevi di un mortaio capiente e di pestello, meglio se di marmo entrambi.

Prendete, per 4 persone, 28 foglie medie di basilico,  50 grammi di pinoli e del pepe macinato fresco a piacere. Poneteli nel mortaio e aggiungete uno spicchio d' aglio rosso, sbucciato e piuttosto grande. Pestatele bene nel mortaio e, quando gli ingredienti saranno ridotti a poltiglia, aggiungete, a filo, l'equivalente di quattro cucchiai di olio extravergine d'oliva e continuate a pestare. Nel frattempo, avrete sbollentato e spellato quattro pomodori da sugo. Quelli comunemente detti ramati. Privateli dei semi e delle parti bianche filamentose e, intiepiditi, poneteli nel mortaio dove li amalgamerete, col pestello, al resto del sugo.

Quando il composto avrà assunto una consistenza cremosa, appena movimentata dai pezzetti di pinoli, aggiungete due cucchiai rasi di pecorino da grattugia e la ricotta di pecora, circa 150 grammi. Se siete fortunati e disponete della ricotta di bufala, usate pure quella. E' ottima e non così liscia come quella vaccina da supermercato (perfetta per i dolci) né così secca e grassa come quella tipo piacentina (abitualmente utilizzata per i tortelli d' erbetta parmigiani).

Mescolate e assaggiate la sapidità: aggiungete un pizzico di sale se troppo "dolce".

Pasta consigliata: tortiglioni, radiatori, farfalle, possibilmente di Gragnano. E' un errore usare la pasta lunga, tipo spaghetti o linguine che, come si dice in napoletano si "infaloppa" per il sugo troppo denso.  Se non volete spendere un miliardo per comprarvi la pasta di Gragnano, snobbate proditoriamente la pasta Xxxxxxx e comprate la pasta a marchio Coop. La fa un pastaio beneventano che usa trafila al bronzo e acqua di sorgente, e fa essiccare a freddo. Costa in media il 30% in meno della pasta Xxxxxxx ed è molto più buona, e la metà di quella di Gragnano, che è buona uguale.

Esiste anche un' affascinante variazione sul tema di questa ricetta, chiamata "pesto alla trapanese". La ricetta e la preparazione sono le stesse, ma con le mandorle d' Avola - sedici, che avrete sbollentate, spellate e fatte asciugare a circa 50° C nel forno per non più di 8'- al posto dei pinoli e SENZA la ricotta.
mercoledì, giugno 10, 2009

Vorrei tornare su Waltz With Bashir con una disamina più approfondita delle mie posizioni, anche a seguito di alcuni commenti particolarmente risentiti a riguardo.

Come rappresentazione della futilità della guerra e della confusione, del terrore e dell’ abbrutimento di coloro che vi prendono parte ,  Waltz With Bashir è un grande esempio di  genere. Ciò è dovuto in parte al racconto, in cui il protagonista fa un viaggio per recuperare i suoi inaccessibili ricordi di guerra.


L’ effetto è rafforzato anche dall'uso di un’  animazione sofisticata, allucinatoria, che contribuisce a fornire un ritratto fresco e assieme impressionante di ragazzi in guerra. (A titolo personale mi ha colpito per il fatto che molti dei soldati fossero, nel 1982, più giovani di me, e altrettanto giovani di una controparte terrorizzata).

Il film esplora la natura della memoria e come evitare la dissonanza cognitiva data dal reprimere e dal censurare psicologicamente azioni ed eventi che non sono in linea con il modo di vedere noi stessi. Così il nostro protagonista, stimolato da un ex-commilitone nell’  emersione della propria memoria in forma di incubi,  cerca di scoprire gli eventi che l’  hanno cancellata.


Fin qui tutto bene, e la questione un poco fumosa del modo in cui abbia intrapreso questa compositio memoriae,  approcciata  attraverso interviste, è ben compensata dai sogni presentati in  lunghe e suggestive sequenze di flashback.

Tuttavia, a causa di quella che sembra essere  una tenace aderenza alla sua esperienza personale, il regista Folman manca l'opportunità di imprimere una svolta al  film verso  qualcosa di più grande, di tracciare un parallelo tra il proprio atteggiamento evitante di una scomoda verità e quello del suo paese, Israele, che non riesce ad affrontare a livello politico e collettivo una verità altrettanto scottante:  chi un tempo era vittima si è trasformato in carnefice. Questo atteggiamento mentale si è consolidato, nel tempo, attorno ad un’ omissione ,  non è chiaro  se deliberata o inconscia : guardare ai fatti troppo da vicino  sarebbe stato davvero troppo da sopportare, anche per un regista che ha avuto il coraggio di affrontare un argomento che è stato finora una  macchia inesplorata  sulla coscienza nazionale. E le omissioni sono tante, nella sceneggiatura: concretamente quelle  riguardanti episodi che, se fossero stati inseriti attraverso una migliore mise en scène, avrebbero  facilmente fatto stabilire allo spettatore connessioni personali   senza esagerare nel ricorso all'allegoria.

Per esempio il famoso assedio di Beirut precedente il massacro è appena menzionato. Tre mesi di intensi bombardamenti israeliani che, secondo le Nazioni Unite, hanno ucciso settemila persone e ferite ottantamila, l'80% delle  quali erano civili. I numeri degli  uccisi nell’ assedio di Beirut sono circa due volte la più grande stima dell’ ammontare delle vittime  dell’ eccidio  di Sabra e Shatila, compiuto dai Falangisti, con l’ avallo di Tsahal. 


Di per sé,  sarebbe  un’  interessante domanda chiedersi  se le  uccisioni effettuate da parte dell’ esercito regolare di uno Stato siano meno odiose di quelli perpetrate da  una falange armata e accecata dall’ odio.  Purtroppo, allora  non vi è  stata  alcuna possibilità di porsela.

C’ è più di una mancata contestualizzazione degli eventi: al tempo dell’ uccisione di Bashir Gemayel,   l'OLP era già salpata da Beirut sotto la supervisione di una forza multinazionale, lasciando poca resistenza attiva in  a città (fatta eccezione rispetto a quella formata  da gruppi della sinistra libanese), e nessuna nei campi. Il film dà l'impressione che siano stati i Palestinesi ad uccidere Gemayel , una impossibilità logistica. (Mi risulta siano stati ambienti maroniti di sinistra, cioè... "nazional-socialisti", che in Libano figurano essere di sinistra per il fatto di opporsi alla falange. Così mi dice Falecius, che ringrazio).  L’ intento dei Falangisti non era la vendetta - senza dubbio sono stati alimentati e rinfocolati nel loro odio, oltre che da   droga e alcol, dalla morte di Gemayel -, ma il loro esasperato e inutile intento è stato sempre quello di ottenere un Libano ad egemonia maronita , ed ecco la  scomoda e taciuta la verità . Si è trattato di un intento di cui Israele era ben  consapevole e da cui  ha tratto  il massimo vantaggio. I Falangisti  pensavano di stare lottando per difendere la propria comunità minacciata dalla distruzione. Propaganda, ovviamente. Ma la sinistra libanese all' epoca agitava questo spettro in maniera piuttosto truculenta.  Avete presente Damour? E'  un interessante thread che il film evita di approfondire , e né Folman coglie l’ironia del fatto che  la  Falange  (alleata di Israele durante l'invasione) sia stata creata dal nonno di Bashir Gemayel  dopo una visita di ispirazione  nella Germania nazista. 

Poi c'è il massacro stesso. La ricerca di base rivela questi fatti: una riunione antecedente  il massacro tra il  comandante delle forze israeliane a Beirut e il capo delle forze falangiste  ha avuto luogo, a condizione che Israele fornisse le foto aeree dei campi e con la  decisione  di provvedere ad  un sostegno logistico, ignorando deliberatamente ciò che sapeva benissimo i  falangisti  fossero  in grado di fare. Anche se la sede del comando israeliano che sorvegliava il campo è stata citata nel film, il fatto che vi sia stato  stato un ufficiale di collegamento della Falange  è stato passato sotto silenzio. In contatto con la milizia nel campo, non ha lasciato  agli ufficiali dell’ intelligence israeliana  alcun dubbio su ciò che stava succedendo. Sotto gli ordini, i  soldati israeliani hanno ripetutamente ricondotto e sedato i civili nei campi , ignorando  le loro esortazioni e le loro suppliche sul fatto che li stessero massacrando e violentando.  (Dal punto di vista drammaturgico, esplicitare questo episodio   avrebbe fornito   un esempio molto più potente di colpevolezza individuale del protagonista rispetto al fatto di essere lì  mentre si stavano sparando i razzi, come mostrato nel film. Questo momento di rivelazione risulta  indebolito  a causa dell’ autobiografismo troppo spinto del regista.) Molti soldati di Tsahal hanno  riferito che cosa stava succedendo a loro superiori, a tutti è stato  detto di non preoccuparsi. Sebbene un episodio inerente a questo atteggiamento è stato mostrato nel film,   la cecità volontaria e collettiva del comando israeliano sul massacro è stato sottovalutata. Infine, e cosa forse più importante, il fatto che sia l’esercito  israeliano che i servizi  di  intelligence controllassero (e fossero presenti all’ interno di esso)  lo stadio in cui camion carichi di residenti del campo siano stati condotti per essere processati, è stato  inoltre deliberatamente  lasciato fuori dalla narrazione filmica.

Tutte queste omissioni servono  ad annacquare la percezione del  ruolo di Israele nella vicenda, e il risultato è un cattivo servizio reso allo spettatore da  Folman, che ha lasciato troppe cose non dette.

Dopo aver detto  che Waltz with Bashir è comunque  un film importante e di straordinaria potenza evocativa, per  una serie di ragioni, di cui certo non è la meno importante il concedere alle vittime un certo riconoscimento  , ma anche perché, si ammette, sebbene implicitamente e peritosamente, che ci siano state certe persone nel comando israeliano  che hanno fatto accadere fatti gravissimi.


C’è sempre l’opzione che un israeliano si fermi un attimo a riflettere e si chieda 'Che cosa stavamo facendo, allora?' Nessun altro può farlo per loro.


Si deve rendere merito a Folman di aver compiuto il passo coraggioso, necessario ma non ancora sufficiente, di mettersi davanti allo specchio delle proprie responsabilità. Ciò che Folman non ha fatto fino in fondo, è stato avere la forza e l’onestà di sostenerne a lungo la vista, e di esaminarcisi molto profondamente.

lunedì, giugno 08, 2009
Qual' è la maniera migliore per rendere i personaggi di un film simili ad eroi, per definizione tutti giovani e belli?

Fargli compiere azioni di valore e umanità straordinari? No. E' troppo facile, per nulla realistico. Piuttosto, è meglio farli apparire come persone normali, seppur nella loro complessità, alle prese con decisioni difficili. Persone con preoccupazioni anche gravi e costrette a compiere azioni molto cattive.

Ma sempre con ottime ragioni, e senza mai dimenticarsi di fargli versare gobiose lagrime dopo il misfatto.

Il film di Ari Folman Waltz with Bashir * mi ha ricordato un' altra pellicola sulla difesa israeliana: Munich, di Steven Spielberg. Un manipolo di valorosi  pagato dal Mossad comprendente, tra gli altri, un ragioniere, un costruttore e venditore di giocattoli bombarolo e un meccanico, mandati in giro per il mondo da Golda Meir a caccia del cattivo di turno. Non è un lavoro facile. E' un lavoro sporco, ingrato e sanguinoso. Comporta più dilemmi morali del numero di stanziamenti  nei Territori Occupati. Però lo si fa per una buona causa.

Il nemico è semplicemente un fanatico.

Molto opportunamente, Spielberg conclude il film prima che questo drappello di valorosi uccida, in Norvegia, un cameriere di una pizzeria di origine marocchina, che non c'entra nulla coi cattivi a cui danno la caccia.

Il tema di Waltz with Bashir è il medesimo. Un esercito composto da gente normale, che più tardi diventerà regista, titolare di una catena di rivendite di felafel, istruttore di karate va in un paese straniero -il Libano del 1982- e uccide un sacco di gente.

E' una missione ingrata e difficile, che implica il sentirsi male per un quarto di secolo, ad operazioni concluse. Ma la si fa per una giusta causa, e, ovviamente, DOPO, si versano gobiose lagrime. Dopo, appunto. Dopo.

Appropriatamente, nel film di Folman non è l' esercito, infinitamente più morale dei suoi alleati  , a compiere le peggiori atrocità. E' una singola falange di fanatici. L'onore di Tsahal è salvo.

Waltz with Bashir fa spandere gobiose lagrime. Abbracciamoci, sembra dire il regista. Non vedete come piangiamo? Non siamo dei bruti, ma solo gente normale.

Siamo creature pensanti, complesse e  sensibboli.

Lo capite quanto è difficile e inducente forme di stress post-traumatico, introdurre l' apartheid, costruire un muro e sparare proiettili al fosforo bianco su donne e bambini?




* Sì, mi sono voluta fare del male, guardando questo film nel giorno delle elezioni in Libano. Alla fine del film, avrei voluto essere il ventisettesimo cane feroce del branco che insegue in sogno Boaz, l' amico del  protagonista. Quello che si fa il bagno tutto ignudo su una spiaggia di Beirut illuminata a giorno dai traccianti. Il "bel ragazzo tormentato con gli occhi azzurri c'est moi",  ci informa Ari Folman.

(Ri)-leggersi I cani del Sinai, di Franco Fortini.

Bashir, per chi non avesse colto il riferimento, è Bashir Gemayel, con la cui gigantografia il soldato Frenkel intreccia un valzer, ritmato dal mitra, che imbraccia sparacchiando a vanvera.

Se volete una bella recensione del film e non vi piace leggere le mie cazzate a riguardo, andate qui .
lunedì, maggio 25, 2009
Commuove oggi  ritrovare nelle parole del Presidente del Consiglio la stessa indignazione preoccupata per la Civiltà Della Nostra Illustre Nazione che già ispirò Luigi Carlo Farini, esempio praeclaro di governante illuminato e di Padre della Patria.....
sabato, maggio 23, 2009
Fosse stato per il povero Carlo Pisacane (qui qualche stralcio delle sue opinioni, in un post che condivido) questa gente probabilmente sarebbe stata fucilata dopo processo sommario.
Sottolineo le parole della 'preside' (che da qualche anno si chiama 'dirigente', ma sorvoliamo):
"
scelte decise democraticamente dagli organi collegiali del nostro istituto" in riferimento alla proposta di cambiare nome. Organi collegiali in cui, come è noto, i genitori godono di rappresentanza. Dal Corriere*, infatti, emergeva che "i genitori"** non fossero d'accordo con una decisione  unanime del Consiglio e si fossero quindi lamentati; insieme a Galli della Loggia, che contestava lo stesso diritto del Consiglio d'Istituto democraticamente eletto di esprimere la sua opinione sul nome della scuola. La domanda che sorge è: dove cazzo eravate, o comunque dov'erano i vostri rappresentanti in Consiglio, quando la decisione veniva presa? Perché non si sono lamentati allora?
Questo tende a confermare la mia radicata opinione, per cui, in generale, un genitore fa parte del problema e non della soluzione, a prescindere dal problema.
Opinione che Makiguchi non condivideva, per inciso.

Tra l'altro, trovate così impronunciabile quel nome? Ma-ki-gu-chi. Dai, è facile, a parte che il ch si legge c dolce come in chip e non c dura come in chilo. Ma ce la potete fare, ormai questa cosa della ch fa parte della nostra cultura ortografica. La fonologia del giapponese è molto simile a quella dell'italiano.
E comunque si può sempre scrivere Machiguci, (pronunciato uguale) secondo le regole dell'ortografia italiana tradizionale, gli ideogrammi del nome giapponese non s'offendono mica.

* Sorvolo sulla 'italianità' del titolo. "Zì, bwana, noi multietnici". Un buon vecchio predicato nominale pareva brutto?
**
quelli italiani, cioè il 10%, par di capire, dei genitori totali della  scuola; ma ai genitori degli alunni stranieri non è chiaro se qualcuno abbia chiesto qualcosa.