venerdì, ottobre 30, 2009
Sto scrivendo una cosa stranissima che in teoria dovrebbe diventare un articolo accademico ma per il momento è un delirio che riguarda Guerre Stellari, Luciano di Samosata, la Guida Galattica per autostoppisti, il Taqwacore e Gilgamesh, con accenni tra l'altro a Batman, Philip José Farmer, l'Odissea, il Silmarillion e Lester del Rey.
Insomma, un casino pazzesco, perché a me le cose accademiche piace farle partire così. Non so se lo leggerete mai, perché in realtà si tratta di una specie di introduzione concettuale ad una cosa un più seria su una novella araba medievale. Adesso siete curiosi, lo so. L'ho fatto apposta, in fondo ho Darth Vader come sfondo del desktop per un motivo, e il motivo è che sono suo figlio e sono passato al Lato Oscuro. Se vi chiedete cosa hanno a che fare tutte queste cose con le novelle arabe medievali:
a) non avete neanche una remota idea di cosa potesse essere a volte la letteratura araba medievale (ma vi giuro che fino a pochi mesi fa non ce l'avevo neanch'io).
b) dovete aspettare che io scriva tutta la nebulosa confusa di cose che mi passano per la testa in forma chiara, che questa nebulosa, trasformata in articolo, venga peer-reviewed, e che venga pubblicata. Ci vorrà più di un anno, siate pazienti.

Nel frattempo però, tutto il delirio introduttivo non entrerà direttamente nell'articolo serio, e diventerà materiale per l'altro articoloide che sto provando a scrivere e che nessuno sano di mente dovrebbe pubblicarmi mai, almeno spero. Quindi posso accennare qualcosa qui, giustappunto perché sono cattivo. Dimenticavo, ci dovrebbe essere di mezzo anche Il richiamo di Cthulhu.

L'idea di fondo è che la fantascienza è il mito della modernità tecnologica. Non è un'idea mia, ma di Joseph Campbell che in fatto di miti ne sa sicuramente molto più di me ( e che può invocare a supporto gente come Eliade e Jung; non mi risulta che nessuno dei due abbia affermato espressamente una cosa del genere, ma posso affermare che sarebbe perlomeno sensata nella teoria generale di Jung sul mito. Su Eliade non sono affatto sicuro). D'altra parte c'è Lester del Rey che sostiene che il mito (in particolare Gilgamesh e l'Odissea) sia fantascienza antica, il che mi sarebbe parso una madornale cazzata, prima di scoprire che esiste una cosa chiamata fantascienza babilonese, scritta da un genio di nome Ted Chiang.

Ted Chiang è a mio modesto avviso una delle cose migliori che sia mai capitata alla fantascienza, forse la più importante più o meno da quando è uscito La notte che bruciammo Chrome di Sterling e Gibson, anche se concedo alcune eccezioni. Ad esempio c'è un racconto di un certo Chris Lawson (di cui non so assolutamente nulla) che s'intitola Scritto nel sangue, del 1997, e che non posso dire che è bellissimo perché "bellissimo" è riduttivo. Esistono cose in letteratura di fronte alle quali il superlativo assoluto non basta più. Ecco, Scritto nel sangue di Lawson e la raccolta Storie della tua vita di Chiang sono alcune di queste cose.
La raccolta di Chiang è davvero oltre. Se vi piace la fantascienza, fidatevi di me. Leggetela. Punto. Spacca al quadrato. Ripeto, fantascienza babilonese. Grazie, Roseau.

[Adesso arriva Selene che giustamente mi fa notare un sacco di libri di fantascienza strafighissimi che non conoscevo e mi fa cambiare idea.]

In attesa di Selene, al mia opinione è che Ted Chiang sembra come Asimov, Heinlein e la Guin messi insieme, e non è facile farmi dire una cosa del genere.
Ad esempio, per dire, Lester del Rey è autore che apprezzo abbastanza, ma di recente ho letto un suo romanzo (presumo che si trattasse di un juvenile malriuscito) che s'intitola Destinazione Luna, e che naturalmente oggi è invecchiatissimo, ma io sono relativamente abituato a cercare di mettermi dal punto di vista del lettore americano del 1955.
E no, non funziona neanche da quel punto di vista, e il motivo lo spiega Heinlein ne i Cadetti dello Spazio, che è uno juvenile appena meglio riuscito (e comunque una delle cose meno buone di Heinlein, tra quelle che ho letto).
Un ragazzino adolescente paranoico che ruba una nave spaziale per arrivare sulla Luna prima del "nemico" (nel romanzo di del Rey non sono proprio i sovietici, ma gli assomigliano quanto basta) e che sulla Luna rischia di morire per mancanza di provviste obbligando a fare una spedizione internazionale per salvarlo, bè, no, non può essere un eroe. E tantomeno il pilota spaziale già designato per la prima spedizione lunare che ruba un'altra astronave e parte prima che si apra la finestra di lancio per andare a salvarlo (ottenendo come risultato di essere il primo cadavere sulla Luna).
Ecco, chiarito questo punto, l'Undicesimo Comandamento resta un capolavoro e For I Am Jealous People (mi rifiuto di citarlo col titolo italiano) anche.
Comunque del Rey ha scritto in un articolo che l'epopea di Gilgamesh è la prima opera di fantascienza, il che mi sembra di una pretenziosità immane anche tenendo presente Ted Chiang. Ma si può partire da qui per cercare di capire alcune cose interessanti su mito e fantascienza (e fantasy, secondo me), ed è una delle cose che sto provando a fare.
Dall'altro lato, sapete tutti  che i Jedi di Guerre Stellari sono una religione realmente esistente, e quindi qualcosa al fondo deve starci.
Se poi sia materia per gli studi letterari o per la psicologia clinica, lo saprò tra qualche anno.

Ecco.

Comunque, volevo dire:

sabato, luglio 11, 2009
Giochino estivo da Settimana Enigmistica: trovate le dieci piccole differenze tra questa foto e questa .

Troppo difficile? Colpa della assuefazione alle icone. Abbiamo bisogno di commuoverci più che di capire. Di offrire la nostra adesione emotiva e non mediata all' evento, che è vero solo perché è rappresentato.

Almeno, così la pensano i media.

E non importa se la cognizione degli scontri seguiti alle elezioni iraniane si confonde in un continuum iper-asiatico, indistinto e un po'  fiabesco, con la protesta degli Uyghur.

Ürümqi  è la periferia immediata di Teheran, e Ahmadinejad l' emanazione dell' Unico Grande Satana antioccidentale guidato dalla Cina.

Ma per la coscienza del lettore di quotidiani occidentale, supposto idiota, la foto di una donna che sfida l' Autorità Repressiva , armata solo del proprio dito proteso, è liberatoria come la strombazzata che, nel sonoro dei vecchi film western annunciava l' arrivano i nostri e l' immancabile vittoria dei buoni.

Catarticoooh
.


Anche se il dito proteso è un fotomontaggio. Anche se tutte queste immagini saranno consegnate all' inevitabile obsolescenza nel giro di qualche giorno, e sostituite con altre, perfettamente intercambiabili, e adattabili all' infinito al cliché Davide/Golia, alla dinamica "oppresso che sfida eroicamente l' oppressore".



P.S. Non potrò scrivere su questo blog per una quindicina di giorni. E' già successo un' altra volta, esattamente undici mesi fa.

Spero che adesso questo avvenga per motivi più lievi di un ricovero in O. P.


Ciao e a presto, cari lettori.



Roberta.
martedì, luglio 07, 2009
Lo Xinjiang è "Cina" all'incirca nello stesso modo in cui l'Irlanda del Nord è "Inghilterra".
sabato, giugno 13, 2009

Grazie Gasparri. Sei più comico tu di un qualsiasi Marcoré che ti possa imitare.


 


sabato, giugno 13, 2009
Ed ecco un' invenzione che potrà candidarsi a buon titolo all' Ig Nobel. Dopo il pop corn da microonde, iattura maleodorante  di ogni multisala in cui difetti un' adeguata ventilazione, ecco la pasta precotta da cinema. Lo so che è demenziale solo l' idea. Un bel respiro. Ripeto. Pasta. Precotta. Da cinema. Servita in un festosissimo bicchierone  blu, che l' articolista si premura di descrivere grande "come i 250 cc della Coca".

Vorrei sapere dove stia l'innovazione in questo preparato, rispetto alla pasta surgelata precotta da preparare saltandola quattro volte in padella. E, soprattutto, a chi caspita pensano di fare concorrenza.

Al kebabbaro, contro cui il sindaco di Parma, come altri in Italia, sta conducendo una patetica e stupidissima crociata "per la tipicità" fuori tempo massimo? Chi va dal kebabbaro non ha né molti soldi da spendere nei ristoranti -a Parma pretenziosissimi- del centro, né molto tempo da dedicare alla preparazione di pietanze fatte in casa. Il cibo take away, storicamente, ha contribuito ad alleggerire molto la percezione della fatica del lavoro domestico alle donne dei paesi arabi, che dedicavano meno tempo a cucinare e maggior tempo a sé. Il marito portava loro le pietanze che qualsiasi cuoco fast food di qualsiasi mercato vendeva, destinandole all' asporto. Poi, questo tipo di pasta non salvaguarda certo la tipicità del piatto nazionale italiano, facendone invece una parodia. Non  spenderei troppe lacrime su questo punto (chi mi conosce bene sa quanto poco sia nazionalista anche in cucina) , non fosse altro che il piatto, per cuocere così alla svelta, debba essere pieno di additivi.

Ai venditori di pizza al taglio, al fritolin veneziano che ti serve lo scartosso de pesse nella apposita cartapaglia, ai panellari siciliani, venditori di frittelline di ceci e pani ca' meusa (milza di agnello appena appena salata, spruzzata di succo di limone e adagiata caldissima sulla vastedda aperta), ai venditori di arrosticini abruzzesi o ai trippajoli di San Lorenzo, a Firenze? Se c'era un motivo per cui, come giustamente mi faceva notare Marco, il panino o quello che con orrendo termine fighetto, si chiama oggi finger food, si è diffuso come cibo da passeggio, è stato quello economico, legato agli involucri. Un panino costa poco e non va imballato che in un tovagliolo. Lo scartosso de pesse o le olive ascolane possono essere serviti in un cono di cartapaglia. In una situazione di penuria di idrocarburi è semplicemente demenziale utilizzare plastica per le confezioni di questa pasta pronta in un minuto. Marco dice che devo ringraziare Darwin se questo prodotto , come prevediamo (e speriamo) non sfonderà, né occuperà segmenti di mercato significativi. L' idea cattiva non sopravvive alla selezione naturale.

A McDonald's, che, paradossalmente, appare essere più tipico di questa pasta innominabile? Il cliente medio di McDonald's -ammesso che esista un cliente medio- si aspetta, ragionevolmente, di mangiare lo stesso Big Mac uguale a sé stesso a tutte le latitudini del pianeta, rispettoso di uno standard pur sempre riconoscibile come cibo. Marco, per amore di verità e per poter criticare con cognizione di causa ciò, che fino ad oggi, gli sembrava il grado più basso dell' abiezione alimentare umana, una volta ha anche dato un morso ad un paninazzo di McDonald, rimanendone disgustato e trovando più saporito il PVC della cannuccia per suggere la bibita annessa, ma riconoscendo l' hamburger+pane comunque come cibo.

Questa roba non si sa bene cosa sia, ed è inquietante che nasca nella città dove ha sede l' agenzia EFSA, proposta da un' azienda che ha come slogan la casaling(U)ità del cibo, fatto come lo farebbero babbi e mamme amorevoli ai loro pargoli, ma che è in realtà la più grande multinazionale alimentare italiana.

Vi ricordate della pubblicità, in cui c'è un amorevole paparino che lavora per la Xxxxxxx come esperto d'aromi? Idilliaca, vero, l' orticello dei semplici in cui gioca ad indovinare gli aromi una leziosa bimbetta?? Bene, quando aprite il barattolo di pesto alla siciliana della Xxxxxxx, dimenticate tutto questo.

Il pesto è un comune sugo cremoso e rosso-aranciato, fatto di pomodori dalla spiccata acidità, di pochissimo olio d'oliva non extravergine , di un' ombra di basilico, di glutammato (!), formaggio tipo grana padano non bene a prova di D.O.P. al posto della ricotta di pecora e -udite- ANACARDI al posto dei tradizionali pinoli o mandorle.

Il sapore è simile a quello di una salsetta da snack Warner Village, il sale è moltissimo e va da sé che non abbia nulla a che spartire con la ricetta del vero pesto alla siciliana, che vi fornisco qui sotto.

Munitevi di un mortaio capiente e di pestello, meglio se di marmo entrambi.

Prendete, per 4 persone, 28 foglie medie di basilico,  50 grammi di pinoli e del pepe macinato fresco a piacere. Poneteli nel mortaio e aggiungete uno spicchio d' aglio rosso, sbucciato e piuttosto grande. Pestatele bene nel mortaio e, quando gli ingredienti saranno ridotti a poltiglia, aggiungete, a filo, l'equivalente di quattro cucchiai di olio extravergine d'oliva e continuate a pestare. Nel frattempo, avrete sbollentato e spellato quattro pomodori da sugo. Quelli comunemente detti ramati. Privateli dei semi e delle parti bianche filamentose e, intiepiditi, poneteli nel mortaio dove li amalgamerete, col pestello, al resto del sugo.

Quando il composto avrà assunto una consistenza cremosa, appena movimentata dai pezzetti di pinoli, aggiungete due cucchiai rasi di pecorino da grattugia e la ricotta di pecora, circa 150 grammi. Se siete fortunati e disponete della ricotta di bufala, usate pure quella. E' ottima e non così liscia come quella vaccina da supermercato (perfetta per i dolci) né così secca e grassa come quella tipo piacentina (abitualmente utilizzata per i tortelli d' erbetta parmigiani).

Mescolate e assaggiate la sapidità: aggiungete un pizzico di sale se troppo "dolce".

Pasta consigliata: tortiglioni, radiatori, farfalle, possibilmente di Gragnano. E' un errore usare la pasta lunga, tipo spaghetti o linguine che, come si dice in napoletano si "infaloppa" per il sugo troppo denso.  Se non volete spendere un miliardo per comprarvi la pasta di Gragnano, snobbate proditoriamente la pasta Xxxxxxx e comprate la pasta a marchio Coop. La fa un pastaio beneventano che usa trafila al bronzo e acqua di sorgente, e fa essiccare a freddo. Costa in media il 30% in meno della pasta Xxxxxxx ed è molto più buona, e la metà di quella di Gragnano, che è buona uguale.

Esiste anche un' affascinante variazione sul tema di questa ricetta, chiamata "pesto alla trapanese". La ricetta e la preparazione sono le stesse, ma con le mandorle d' Avola - sedici, che avrete sbollentate, spellate e fatte asciugare a circa 50° C nel forno per non più di 8'- al posto dei pinoli e SENZA la ricotta.
mercoledì, giugno 10, 2009

Vorrei tornare su Waltz With Bashir con una disamina più approfondita delle mie posizioni, anche a seguito di alcuni commenti particolarmente risentiti a riguardo.

Come rappresentazione della futilità della guerra e della confusione, del terrore e dell’ abbrutimento di coloro che vi prendono parte ,  Waltz With Bashir è un grande esempio di  genere. Ciò è dovuto in parte al racconto, in cui il protagonista fa un viaggio per recuperare i suoi inaccessibili ricordi di guerra.


L’ effetto è rafforzato anche dall'uso di un’  animazione sofisticata, allucinatoria, che contribuisce a fornire un ritratto fresco e assieme impressionante di ragazzi in guerra. (A titolo personale mi ha colpito per il fatto che molti dei soldati fossero, nel 1982, più giovani di me, e altrettanto giovani di una controparte terrorizzata).

Il film esplora la natura della memoria e come evitare la dissonanza cognitiva data dal reprimere e dal censurare psicologicamente azioni ed eventi che non sono in linea con il modo di vedere noi stessi. Così il nostro protagonista, stimolato da un ex-commilitone nell’  emersione della propria memoria in forma di incubi,  cerca di scoprire gli eventi che l’  hanno cancellata.


Fin qui tutto bene, e la questione un poco fumosa del modo in cui abbia intrapreso questa compositio memoriae,  approcciata  attraverso interviste, è ben compensata dai sogni presentati in  lunghe e suggestive sequenze di flashback.

Tuttavia, a causa di quella che sembra essere  una tenace aderenza alla sua esperienza personale, il regista Folman manca l'opportunità di imprimere una svolta al  film verso  qualcosa di più grande, di tracciare un parallelo tra il proprio atteggiamento evitante di una scomoda verità e quello del suo paese, Israele, che non riesce ad affrontare a livello politico e collettivo una verità altrettanto scottante:  chi un tempo era vittima si è trasformato in carnefice. Questo atteggiamento mentale si è consolidato, nel tempo, attorno ad un’ omissione ,  non è chiaro  se deliberata o inconscia : guardare ai fatti troppo da vicino  sarebbe stato davvero troppo da sopportare, anche per un regista che ha avuto il coraggio di affrontare un argomento che è stato finora una  macchia inesplorata  sulla coscienza nazionale. E le omissioni sono tante, nella sceneggiatura: concretamente quelle  riguardanti episodi che, se fossero stati inseriti attraverso una migliore mise en scène, avrebbero  facilmente fatto stabilire allo spettatore connessioni personali   senza esagerare nel ricorso all'allegoria.

Per esempio il famoso assedio di Beirut precedente il massacro è appena menzionato. Tre mesi di intensi bombardamenti israeliani che, secondo le Nazioni Unite, hanno ucciso settemila persone e ferite ottantamila, l'80% delle  quali erano civili. I numeri degli  uccisi nell’ assedio di Beirut sono circa due volte la più grande stima dell’ ammontare delle vittime  dell’ eccidio  di Sabra e Shatila, compiuto dai Falangisti, con l’ avallo di Tsahal. 


Di per sé,  sarebbe  un’  interessante domanda chiedersi  se le  uccisioni effettuate da parte dell’ esercito regolare di uno Stato siano meno odiose di quelli perpetrate da  una falange armata e accecata dall’ odio.  Purtroppo, allora  non vi è  stata  alcuna possibilità di porsela.

C’ è più di una mancata contestualizzazione degli eventi: al tempo dell’ uccisione di Bashir Gemayel,   l'OLP era già salpata da Beirut sotto la supervisione di una forza multinazionale, lasciando poca resistenza attiva in  a città (fatta eccezione rispetto a quella formata  da gruppi della sinistra libanese), e nessuna nei campi. Il film dà l'impressione che siano stati i Palestinesi ad uccidere Gemayel , una impossibilità logistica. (Mi risulta siano stati ambienti maroniti di sinistra, cioè... "nazional-socialisti", che in Libano figurano essere di sinistra per il fatto di opporsi alla falange. Così mi dice Falecius, che ringrazio).  L’ intento dei Falangisti non era la vendetta - senza dubbio sono stati alimentati e rinfocolati nel loro odio, oltre che da   droga e alcol, dalla morte di Gemayel -, ma il loro esasperato e inutile intento è stato sempre quello di ottenere un Libano ad egemonia maronita , ed ecco la  scomoda e taciuta la verità . Si è trattato di un intento di cui Israele era ben  consapevole e da cui  ha tratto  il massimo vantaggio. I Falangisti  pensavano di stare lottando per difendere la propria comunità minacciata dalla distruzione. Propaganda, ovviamente. Ma la sinistra libanese all' epoca agitava questo spettro in maniera piuttosto truculenta.  Avete presente Damour? E'  un interessante thread che il film evita di approfondire , e né Folman coglie l’ironia del fatto che  la  Falange  (alleata di Israele durante l'invasione) sia stata creata dal nonno di Bashir Gemayel  dopo una visita di ispirazione  nella Germania nazista. 

Poi c'è il massacro stesso. La ricerca di base rivela questi fatti: una riunione antecedente  il massacro tra il  comandante delle forze israeliane a Beirut e il capo delle forze falangiste  ha avuto luogo, a condizione che Israele fornisse le foto aeree dei campi e con la  decisione  di provvedere ad  un sostegno logistico, ignorando deliberatamente ciò che sapeva benissimo i  falangisti  fossero  in grado di fare. Anche se la sede del comando israeliano che sorvegliava il campo è stata citata nel film, il fatto che vi sia stato  stato un ufficiale di collegamento della Falange  è stato passato sotto silenzio. In contatto con la milizia nel campo, non ha lasciato  agli ufficiali dell’ intelligence israeliana  alcun dubbio su ciò che stava succedendo. Sotto gli ordini, i  soldati israeliani hanno ripetutamente ricondotto e sedato i civili nei campi , ignorando  le loro esortazioni e le loro suppliche sul fatto che li stessero massacrando e violentando.  (Dal punto di vista drammaturgico, esplicitare questo episodio   avrebbe fornito   un esempio molto più potente di colpevolezza individuale del protagonista rispetto al fatto di essere lì  mentre si stavano sparando i razzi, come mostrato nel film. Questo momento di rivelazione risulta  indebolito  a causa dell’ autobiografismo troppo spinto del regista.) Molti soldati di Tsahal hanno  riferito che cosa stava succedendo a loro superiori, a tutti è stato  detto di non preoccuparsi. Sebbene un episodio inerente a questo atteggiamento è stato mostrato nel film,   la cecità volontaria e collettiva del comando israeliano sul massacro è stato sottovalutata. Infine, e cosa forse più importante, il fatto che sia l’esercito  israeliano che i servizi  di  intelligence controllassero (e fossero presenti all’ interno di esso)  lo stadio in cui camion carichi di residenti del campo siano stati condotti per essere processati, è stato  inoltre deliberatamente  lasciato fuori dalla narrazione filmica.

Tutte queste omissioni servono  ad annacquare la percezione del  ruolo di Israele nella vicenda, e il risultato è un cattivo servizio reso allo spettatore da  Folman, che ha lasciato troppe cose non dette.

Dopo aver detto  che Waltz with Bashir è comunque  un film importante e di straordinaria potenza evocativa, per  una serie di ragioni, di cui certo non è la meno importante il concedere alle vittime un certo riconoscimento  , ma anche perché, si ammette, sebbene implicitamente e peritosamente, che ci siano state certe persone nel comando israeliano  che hanno fatto accadere fatti gravissimi.


C’è sempre l’opzione che un israeliano si fermi un attimo a riflettere e si chieda 'Che cosa stavamo facendo, allora?' Nessun altro può farlo per loro.


Si deve rendere merito a Folman di aver compiuto il passo coraggioso, necessario ma non ancora sufficiente, di mettersi davanti allo specchio delle proprie responsabilità. Ciò che Folman non ha fatto fino in fondo, è stato avere la forza e l’onestà di sostenerne a lungo la vista, e di esaminarcisi molto profondamente.

sabato, giugno 06, 2009
Siccome è un paio di volte che cito Renan, ho deciso di aprire questa parentesi dentro all'inciso, e affrontare la questione del "semitico".
Il "semitico" è essenzialmente un gruppo linguistico. Anzi, oggi è un gruppo linguistico e nient'altro. A rigore, "antisemitismo" significherebbe "ostilità verso chi parla una lingua semitica"; e in generale, nessuno sano di mente considera i gruppi linguistici qualcosa per cui valga la pena di spendere ostilità. Eppure, in origine, significava più o meno quello, anche se questo non impediva agli antisemiti di avercela anche con gli ebrei che parlavano yiddish (che è una lingua germanica).
Chiariamoci, non intendo fare la storia dell'antisemitismo in Europa, che è lunga ed è stata già fatta da gente più preparata di me. Voglio più che altro spiegare perché noi chiamiamo "antisemitismo" l'odio verso gli Ebrei, quando si potrebbe dire "antiebraismo" o "antigiudaismo" (che in effetti si usa a volte per indicare la polemica contro la religione ebraica, distinta dagli Ebrei in quanto persone).
Uno dei motivi principali si chiama Ernest Renan.

Ma facciamo un passo indietro e diamo un breve sguardo a quella cosa spesso ignorata e vilipesa che è la realtà.
Nella realtà, gli esseri umani comunicano tra loro in vari modi, e uno dei modi più utilizzati e più efficaci sono le lingue. Una lingua è un sistema coerente ed articolato di segni (di solito suoni prodotti con la bocca, la gola e il naso) che producono un significato convenzionale nella mente di chi percepisce questi segni. Lo scopo essenziale di questi segni è veicolare il significato, il che vuol dire che il sistema (le regole per associare un gruppo di segni ad un significato) deve essere condiviso tra chi produce il messaggio e chi lo riceve.
Si può sostenere che universi di significato di due persone diverse non possono mai essere perfettamente e completamente coincidenti; e che la somma di piccole differenze e discrepanze possa arrivare a annullare la stessa possibilità della comunicazione. Laddove la differenza arriva al livello di rendere impossibile una comunicazione efficace e completa, abbiamo due lingue diverse.
Tuttavia, in questo modo stiamo segmentando in entità discrete quello che è un continuum di variazioni tra universi di significato e regole di comunicazione; possiamo aspettarci che questi sistemi di regole saranno tanto più simili quanto più ci sia esigenza di comunicare; e d'altra parte che le discrepanze si accumulino nel momento in persone che comunicavano tra loro smettono di farlo, producendo a lungo andare lingue diverse.
Diciamo che sono "gruppi linguistici" le lingue che hanno insiemi di regole parzialmente simili, a volte così tanto da consentire una comunicazione incompleta.
Possiamo organizzare questi gruppi in vari modi, a seconda del tipo di regola la cui somiglianza ci interessa di più.  Ad esempio, posso classificare insieme le lingue che antepongono il soggetto al verbo (lingue SV) e quelle che non lo fanno (lingue VS). Naturalmente questa regola da sola è troppo astratta e generale per assicurare una qualsiasi efficacia alla comunicazione.
Un criterio molto seguito è quello di tipo genealogico. Alcune regole presentano un tipo di affinità che suggerisce una origine comune, e questo ovviamente è molto interessante per chi si occupa dell'uomo nel tempo, cioè gli storici.
Alcune regole simili sopravvivono, altre spariscono, e questo nel corso nei secoli produce dapprima comunicazione parziale e poi incomprensione totale. Un italiano che non l'abbia studiato non può capire il francese, ma i due insiemi di regole mostrano chiaramente una somiglianza che si può spiegare in termini di (semplifico) progressiva differenziazione.
Ora, nella storia succedono sempre un sacco di cose antipatiche. Guerre, schiavitù, invasioni, deportazioni, massacri e tutto il cucuzzaro. Gente che prima non s'era mai vista né sentita nominare all'improvviso si trova di fronte, e di solito finisce a schiaffi. Tutto questo affascinava molto i professori universitari tedeschi dell'Ottocento che, per riscattare le loro misere vita borghesi, sognavano un mondo crudo ed eroico di grandi battaglie, sudore, sangue, stupri, cavalcate nelle steppe dell'Asia, una vita sana e selvaggia nella Foresta Nera ed eroismi vari ed eventuali. Questi sogni bagnati, che qualche generazione dopo i politici tedeschi si prodigarono a soddisfare (con le conseguenze che sappiamo) cominciano nel periodo in cui era successo uno di quei comunissimi incontri storici di cui sopra. Nello specifico, gli abitanti dell'India si erano trovati di fronte gli Inglesi, era finita a schiaffi e gli inglesi avevano vinto. Ovviamente gli inglesi e gli abitanti dell'India parlavano lingue molto diverse, ma gli inglesi, ad un certo momento, si erano accorti di alcune somiglianze tra i sistemi di regole di alcune lingue dell'India e quelli del latino e del greco.
Questo fatto attrasse la curiosità di alcuni professori tedeschi (e danesi) che si misero a comparare i sistemi di regole di svariate lingue e decisero che ce n'era abbastanza per pensare che avessero una origine comune. Ne emerse quindi un gruppo linguistico che venne chiamato "indo-germanico" o "indeuropeo" perché includeva (ed include) le lingue dell'Europa, tra cui quelle germaniche (parlate dagli inglesi, dai tedeschi e dai danesi, che si davano così molta importanza), e quelle dell'India. Include anche il persiano e altre lingue dell'area iranica, ma non è molto importante in questa sede. Naturalmente che le lingue germaniche, per esempio, formassero un gruppo linguistico definito da una origine comune era noto, dal momento che la loro differenziazione era relativamente recente e ben documentata e le somiglianze evidenti (con le cronache scritte a documentare la diffusione e la differenziazione delle varie lingue, almeno in parte). L'indeuropeo rimontava ad una origine comune ben più remota, a cui non era possibile accedere se non attraverso la comparazione linguistica, oppure attraverso il mito.
E molti popoli hanno miti che parlano di migrazioni, guerre ed invasioni, per la banale ragione che si trattava di eventi relativamente frequenti che avevano, come dire, un discreto impatto sulla vita delle persone. Miti che titillavano le fantasie sanguinarie dei professori tedeschi che dicevo. Ora, anche gli Indiani avevano miti di quel tipo, e andando a bene vedere alcuni somigliavano a quelli degli antichi Germani (o Celti, o Greci)! Wow!
Ricapitolando: le lingue dell'India settentrionale hanno un origine comune col tedesco ( e il latino, e il greco, e il russo, ecc...), e in India c'è un mito che parla di una stirpe nobile che conquista il paese arrivando a cavallo (semplifico).
Evidentemente anche noi tedeschi discendiamo da quella nobile schiatta di conquistatori a cavallo, e le nostre leggende ne conservano traccia!
Il passo successivo era dire che le gesta dei nobili conquistatori a cavallo andavano rievocate, sì, ma sui carri armati, ma questo succederà dopo.
I nobili conquistatori a cavallo si chiamano "Arya" nella lingua dell'India in cui sono tramandati questi miti (che è il sanscrito), e quindi eccoci, abbiamo gli Ariani. Ben presto, si cominciò a fantasticare parecchio sulle mirabolanti gesta di questi stupendi antenati, e non solo in Germania, ma anche in Francia ed Inghilterra, e da un certo momento in poi anche in India ed Iran. Anzi, l'Iran si chiama così a causa di quelle fantasticherie (la parola è collegata al sanscrito "arya"). Prima era chiamato generalmente "Persia". 

Ora, sarebbe interessante chiedersi se magari anche altre lingue fuori dal gruppo indeuropeo, non abbiano una origine comune anche loro, anche se certamente, si dicevano i professori tedeschi, nessuna origine può essere più figa dell'essere stata la lingua dei nobili cavalieri ariani conquistatori.
Certamente: erano ben note delle lingue simili tra loro in modo da fare pensare ad una origine comune, e lo si sapeva almeno dai tempi di Spinoza e Richard Simon. Almeno da Spinoza in poi, l'arabo e l'ebraico erano relativamente ben consciuti ai dotti europei, perché la loro conoscenza era ritenuta necessaria alla comprensione della Scrittura. Latino e greco non bastavano più. Ma ora si vedeva che le proprie origini ed antichità andavano chieste al sanscrito. In un certo senso, India capta ferum victorem cepit. Dove mettere, in questo nuovo mondo popolato di nobili cavalieri ariani a cavallo, la Bibbia scritta in una lingua diversa dalla loro?
Bè, la Bibbia stessa forniva una bozza di risposta. La somiglianza tra arabo ed ebraico non era sfuggita ad arabi ed ebrei, che infatti da secoli ammettevano nelle proprie tradizioni di avere un antenato comune, un tizio sconosciuto ed oscuro di nome Abramo. Arabo, ebraico e altre lingue simili furono riconosciute formare un gruppo linguistico dotato di origine comune, che fu detto "semitico" da Sem, un antenato di Abramo. Quasi tutti i popoli che la Bibbia e le tradizioni arabe indicavano come discendenti di Sem parlavano lingue semitiche, quindi la faccenda pareva semplice.
Fin qui, a parte la fantasticheria degli Ariani, tutto regolare.
Esistono somiglianze forti tra le lingue indeuropee* che provano una origine comune, e lo stesso vale per le lingue semitiche**, così come per altri gruppi. E' possibile risalire ancora più indietro, anche se naturalmente più lo si fa più lo cose diventano incerte i linguisti storici s'incazzano e diventano frustrati e nervosi. Ad ogni modo le somiglianze linguistiche forniscono informazioni storiche reali sebbene la loro interpretazione non sia nemmeno lontanamente semplice come credevano i professori tedeschi dell'Ottocento.
Questa è realtà.

Poi arriva l'ego dei professori, ormai non più solo tedeschi, che abbiamo già visto all'opera con gli Ariani.
Questo ego non può assolutamente accettare che al mondo sia esistito qualcosa di figo che non fosse stato prodotto dai trisavoli Ariani a cavallo, e osserva inoltre che nel mondo contemporaneo i presunti discendenti degli Ariani a cavallo prosperano e gli altri un po' meno. Ovviamente questa cosa eccita enormemente l'ego ariano che decide quindi che l'arianità è principio ordinatore e civilizzatore del tutto e che se non discendi dagli Ariani a cavallo non sei nessuno e devi morire muto e rassegnato. L'idea che i non-ariani stessero male non in quanto esseri genticamente inferiori ma in quanto erano stati aggrediti, espropriati e sterminati dagli Ariani con grossi cannoni era considerara poco carina da suggerire, anche se in effetti Joseph Conrad era stato piuttosto chiaro in merito.

Ecco, quindi che da una parte gente come il barone di Gobineau tenta di dimostrare che tutte le civiltà della storia sono state civili in quanto ariane, e che Renan si trova ad affrontare lo spinoso problema del "semitico".
Renan risolve questo problema dicendo che i "semiti" hanno per essenza una cultura particolare. Non è tutta quanta da buttar via, ma lasciata a sé stessa è intrinsecamente destinata alla sclerosi. La natura delle lingue semitiche e della "mentalità" semitica è incapace di pensiero razionale, e quindi solo gli Ariani potevano produrre la filosofia. I tetri beduini semiti avevano da offrire solo leggi e divinità trascendenti che parlano da quel cielo azzurro del deserto siriaco, e quando combinano qualcosa è perché qualche Ariano è in mezzo a loro. Questa "mentalità" semitica opererebbe anche nell'ebreo di lingua tedesca o francese (Renan è francese), perché fa parte della sua essenza. L'ebreo è quindi "inassimilabile" alle nazioni "ariane" non in quanto ebreo, non in quanto portatore di una diversità religiosa, ma in quanto semita portatore di una mentalità diversa (ed inferiore) di cui la religione è un sottoprodotto.
Naturalmente questa forma di razzismo a base linguistica seriva a scopi pratici che avevano inzialmente poco a che vedere con la vita degli ebrei di Francia e Germania, che era alquanto indisturbata (diversamente da quel che accadeva, per altre ragioni, in Russia). Serviva più che altro a legittimare cose come la dominazione francese sul Nordafrica arabo, e già che ci si era, a mettere gli uni contro gli altri gli arabofoni "semiti" e i berberofoni "camiti" nella zona. 


* Delle lingue indeuropee fanno parte le lingue iraniche (tra cui persiano e kurdo), indoarie (come la hindi, la bengali, l'urdu ed il sanscrito, parlate nel Nord dell'India), baltiche e slave, e l'armeno, nel gruppo satem; celtiche, germaniche, anatoliche (tra cui lo hittita; estinte), latino-falische (tra cui il latino e quindi le lingue romanze), osco-umbre (estinte), illiriche (da cui l'albanese, probabilmente), il tocario (parlato anticamente in Asia Centrale; estinto) e il greco, nel gruppo centum. Le esatte relazioni tra i diversi gruppi sono alquanto discusse e non ho voglia di parlarne qui.

** Le lingue semitiche comprendono oltre all'arabo e all'ebraico (che è praticamente una forma di fenicio), l'aramaico, l'accadico (assiro e babilonese), l'etiopico, l'amharico ed il tigrino parlati in Etiopia ed Eritrea, ed il maltese, che è in realtà un dialetto arabo che ha avuto una evoluzione particolare. Ce ne sono anche altre, ma caspita, accontentatevi.
 
giovedì, giugno 04, 2009
Ci sono discorsi che si espandono mentre li porto avanti, fino a diventare delle cose mostruosamente grosse e ingestibili, come è successo alla mia serie di post sulle identità storiche e su quella ebraica in particolare, discorso che dopo sei mesi e trentasei post era diventato un trattato di storia ottomana, al che ho capito che era meglio lasciar perdere e comunque prendersi meno sul serio.
Adesso rischio di fare la stessa fine con questa cosa della storia della filosofia.
Parlare di Sigieri e Tommaso mi serve ad introdurre il fatto che, da queste parti, in questo cosiddetto Occidente, c'è stata un'epoca in cui quello che veniva dall'Islam era nuovo, moderno ed interessante. Quest'epoca coincideva con le Crociate, peraltro.
Questo è notevole.
Normalmente le crociate sono viste come un momento imperialistico di un Occidente aggressivo contro l'Islam, e  sia in Occidente che nel mondo musulmano esistono motivi ideologici per vederle così. I due punti di vista naturalmente non coincidono; ma, nell'ottica occidentale, vedere le crociate come un momento di espansione imperialistica (seppur variamente giustificata e legittimata, per alcuni occidentali) permette di proiettare a quell'epoca la centralità globale dell'Occidente.
E' solo di recente che mi sono reso conto che si tratta di una proiezione falsa, e che le Crociate non sono l'antefatto del colonialismo. Il motivo per cui lo dico è che nello stesso tempo l'Occidente era avido di sapere musulmano. Il tempo politico dell'espansionismo e il tempo egemone nella storia delle idee non coincidono. In altre parole, il mondo musulmano era egemone, sul piano culturale e anche, almeno fino alle invasioni mongole, politico. E l'Occidente lo sapeva.
Voler vedere nella storia del mondo occidentale una vocazione imperialista di lunga durata ha un senso, a prima vista, ma solo per chi non conosce abbastanza bene le vicende dei mondi non occidentali. Conviene ammettere che l'imperialismo sia il comportamento normale delle strutture di potere statale che hanno la possibilità di praticarlo. Il problema è lo Stato, non l'Occidente, qualsiasi cosa sia poi in definitiva l'Occidente.

Be', nel Medioevo è semplice. L'Occidente era il mondo cristiano di cultura latina (o se preferite, latino-germanica) e i suoi confini erano quelli dell'Islam a sud e quelli dell'ortodossia greco-bizantina ad est. I popoli europei pagani (Slavi, Magiari, Normanni, più tardi Finnici, Lettoni ed infine Lituani) entrano a far parte dell'Occidente nella misura in cui si convertono al cattolicesimo.
Si tratta di una definizione che lascia delle incertezze: la Lituania, col battesimo assai tardivo del suo re, pone dei problemi: a quel tempo si era già parzialmente acculturata all'Europa ed era una potenza politica sullo scenario "occidentale". E soprattutto i cristiani cattolici che vivevano nei territori musulmani, e che dovevano essere molto più numerosi di oggi. Le chiese di rito latino del Nordafrica sopravvissero fino al dodicesimo secolo, e quelle di Andalus e della Sicilia fino a che esistettero una Andalus e una Sicilia sotto governo musulmano.
Nella mia definizione, queste comunità non fanno parte dell'Occidente, perché si trovano in un universo culturale e politico dove l'Islam e la lingua araba sono dominanti.
L'Occidente in senso stretto, invece, per acquisire la cultura arabo-musulmana egemone (e quindi fonte di prestigio) a cui non è politicamente soggetto, deve tradurla in latino.  
 
mercoledì, maggio 20, 2009
Viviamo in questo mondo tanto grande e complesso, afflitto da immensi problemi e alle prese con questioni epocali, circondati da una società in profonda crisi economica, culturale, esistenziale, con segmenti enormi della popolazione mondiale che sprofondano nella miseria e conflitti sempre più inquietanti all'orizzonte.
Viviamo in un mondo complesso, che il sussidiario delle elementari, preso a spiegarci vita, morte e miracoli di Emilio ed Attilio Bandiera, non fornisce elementi per gestire.
Viviamo in un mondo in cui la vasta difficoltà dei problemi ci fa sentire piccoli ed ignoranti, e ci rivolgiamo dunque per guida ed indirizzo a chi è più colto e più saggio di noi, ed è pagato profumatamente anche dalle nostre tasse per esserlo. Ad esempio, quel gruppo corporativo di difensori dei valori liberali che va sotto il nome di Ordine dei Giornalisti.
Queste persone sono pagate per fornirci una guida ed un'illuminazione tra le nebbie di un sapere che ci sovrasta con la sua enormità, indicandoci i problemi che ci affliggono, in modo che poi possiamo risolverli. Tra queste guide illuminate, le più eccelse danno la loro lettura dei problemi attuali più significativi (in base al loro giudizio, senz'altro saggio) in posizioni di particolare rilievo sui quotidiani più importanti.

Ad esempio la prima pagina del Corriere della Sera di stamattina. Sorvoliamo sul fatto che il "Corriere della Sera" esca la mattina. Un editorialista tra i più illustri della nostra Nazione ha evidenziato il fatto di fondamentale importanza del momento, e gli ha dedicato il suo prezioso editoriale di prima pagina. L'editoralista è Ernesto Galli della Loggia.
Il problema più scottante che abbiamo secondo lui, è che il consiglio d'istituto di una scuola elementare della periferia di Roma vorrebbe cambiare nome alla scuola.
Che terribile tragedia! Come sapete, è uno dei sigilli dell'Apocalisse, e la profezia Maya dice che quando le scuole elementari cambieranno nome, gli alieni del pianeta Zstuglotlth noto ai Sumeri e ai Dogon verranno a prenderci, e scopriremo che la Terra in realtà era un allevamento per i loro animali da carne: le zanzare, cui noi facciamo da mangime.

La scuola si trova in zona Tor Pignattara. Si dà il caso che io ci abiti. In questo momento mi trovo a duecento metri scarsi dall'incrocio tra Via Tor Pignattara e via Casilina. E' bello trovarsi per puro caso al centro della notizia, anche se io, per saperlo, ho dovuto leggere il blog di uno che sta a Londra (con cui sono abbastanza d'accordo, anche se non completamente). Non posso dire di vivere molto il quartiere, in effetti.
E' un quartiere a netta prevalenza di popolazione immigrata, ma personalmente non percepito particolari problemi di criminalità o difficile integrazione, anche se, visto che non parlo hindi o bengali, in un'occasione ho avuto qualche difficoltà ad ordinare un piatto di riso. Oh, alla fine ci si è capiti, eh. Nel raggio di cento metri da casa mia ci sono due ristoranti "indiani" (uno kashmiri ed uno bangla).

Ora, non ho tempo né voglia di smontare frase per frase il poderoso nulla verbale costruito dal Corriere della Sera intorno a questa vicenda essenzialmente irrilevante. Mi limito a dire che a mio avviso, siamo di fronte ad articoli inutili, che riferiscono una discussione priva di senso su un problema che, semplicemente, non esiste.
Voglio dire che se solo qualcuno accendesse il cervello, si accorgerebbe che non ha la stracazzo di minima importanza se la scuola sia intitolata a Carlo Pisacane, a Tsunesaburo Makiguchi o a tua sorella zoccola in calore, sebbene confesso che "Istituto Comprensivo Tua Sorella Zoccola in Calore" non suoni granché bene.

Quello che invece mi sembra che potrebbe avere importanza è cosa ci succede, dentro quella scuola. Perché una scuola in cui il 90% degli alunni sarebbe di origine straniera è una scuola in cui, come minimo, è lecito aspettarsi qualche ovvia difficoltà pratica.

(continua, forse, se avrò voglia).
venerdì, maggio 15, 2009

Seconda giornata a Cannes segnata da storie estreme




Sangue, angosce e bugie:

il sesso malato d’Oriente


Il prete vampiro (e blasfemo), una bambola che prende vita e l’impossibilità di essere omosessuali nella Cina dei divieti



da uno dei nostri inviati  
Giuseppina Manin



CANNES - Freud se la sa­rebbe data a gambe levate. Fosse capitato al Festival e vi­sto i tre film «made in Far East» proiettati nelle ultime 24 ore, il povero Sigmund si sarebbe rituffato sul lettino o magari avrebbe preso un volo per l’Oriente. (???)  Dove il sesso, te­ma in declino nel nostro esau­sto Occidente, sembra aver trovato l’estrema frontiera. (Certo, come no: l' ha proprio trovata....da  svariati secoli, forse. Il Ratimanjari indiano, l' Uta Makura giapponese, il Ruyijun Zhuan in Cina....) Forse, direbbe sempre il papà della psy,(confidenzialmente chiamata: come la gine, il cine, il super...) perché rimozioni private e repressioni pubbli­che faranno anche i loro dan­ni ma certo contribuiscono a tener desta l’attenzione sul problema, a ingigantirlo, a non farlo scordare neanche un attimo. Così, a furia di pen­sarci su ecco che da quelle par­ti, tra Cina, Corea e Giappone, ( ma sì: proprio quelle parti: un' area grande un quarto dell' Asia...con storie culturali assolutamente indistinguibili...tanto, sempre musi gialli un po' toccati sono....) sull’eros e le sue infinite decli­nazioni ne sanno davvero una più del diavolo. (Ma va!?!) Salvo poi vi­verlo malissimo, con paure, angosce, sensi di colpa e sma­nie di castigo che neanche la santa Inquisizione e la regina Vittoria. (Inquisizione che è sempre stata spietata con gli eretici e che solo in un secondo momento, quando stava per autodivorarsi per troppa efficienza, ha appuntato la sua attenzione sui trasgressori della morale sessuale. Senza troppi risultati, peraltro. La regina Vittoria bendava le gambe dei tavoli per verecondia, ma non mi risulta nutrisse  particolari angosce mentre, col consorte Alberto di Sassonia-Coburgo-Gotha sfogliava in privato album di foto pornografiche. Poi: in epoca vittoriana sono usciti molti romanzi erotici , religiosi, o "gotici", o tutte queste cose assieme. Basti pensare a tutta la pubblicistica anonima come The Lustful Turk, The Romance of Lust, Venus in India o come la  raccolta The Pearl. Per non parlare dell' opera letteraria di Dante Gabriel Rossetti o di Algernon Swinburne).



Sesso, sangue, bugie e dvd. Questi gli elementi cardine che attraversano i tre film in questione, Spring Fever del ci­nese Lou Ye, Air Doll del giap­ponese Kore-Eda Hirokazu, Thirst del coreano Park Chan-wook. Quest’ultimo, già autore di Oldboy e Lady Ven­detta, ama Bach e quindi le va­riazioni infinite. (Cazzo c' entra??? Se c'è una forma finita nella musica di Bach è proprio la variazione.....)  Avendone esaurite buona parte nei pre­cedenti capitoli, ora si spinge su un fronte inedito: il porno vampirismo ecclesiale. Che Dracula fosse assetato di san­gue, meglio se di vergine, ce lo avevano già raccontato Mel Brooks, Coppola, Herzog. Ma che indossasse la tonaca e re­citasse giaculatorie, questa an­cora non s’era vista. (Ignorante, non l' hai vista tu. Se avessi letto il poemetto di Byron del 1813, intitolato The Giaour, ti saresti imbattuta in una singolare -e fortunata, per la tradizione letteraria successiva-  figura di monaco vampiro) Pronto a farsi martire per la fede, padre Sang-Yyun (un no­me un destino)  (ah ah, che ridere) si fa cavia umana per testare un vaccino contro un virus che prima di ucciderti ti riempie di pusto­le. Muore e risorge, esce ben­dato come Lazzaro e comincia a fare miracoli. Ma seguendo alla lettera il «prendete e beve­te questo è il mio sangue» si accorge che non può più far­ne a meno. (......) E gli prende una tremenda smania di sesso che invano cerca di reprimere prendendo a randellate col flauto le incontrollabili erezio­ni. (Tafazzi d' oriente) La donna che gli causa tali subbugli non è da meno. (Certo, come ne La Morte Amoureuse, di Théophile Gaulthier.  Che strano, non te ne sei accorta... Ma d' altra parte, per te Cina, Corea e Giappone sono"quelle parti lì".)Si in­fligge forbiciate tra le gambe diventando così irresistibile oggetto di desiderio per il suc­chiasangue cattolico. «Adoro i film di vampiri e volevo in­ventarne uno tutto mio — di­ce Park Chan-wook —. Senza canini sporgenti, senza aglio e castelli gotici. Un vampiro a fin di bene, che per cercare la santità finisce nei gorghi del male». (Quest' ultima frase mi ricorda uno scrittorello russo misconosciuto...un tale Fëdor Michajlovič Dostoevskij).

In altri gorghi di sentimenti crudeli (perché poi?) e segreti convivi, ci conduce Lou Ye in Spring Fe­ver, dove la scoperta di un tra­dimento anomalo, l’amante del marito è un uomo, inne­sca un vortice di amori tragici e proibiti. Come proibito è il regista, bersagliato da sempre dalla censura cinese che, per aver portato a Cannes Sum­mer Palace, sui fatti di Tie­nammen, gli ha proibito di fa­re film per cinque anni. Ma lui, sfi­dando le autorità di Pechino, ha girato questo in clandesti­nità, a rischio suo e degli atto­ri, impegnati in scene omoero­tiche di un realismo inedito. «Fino al 2001 l’omosessualità in Cina era considerata una malattia mentale (e nel 2009 in Europa c' è qualcuno che si chiede ancora se la sia...) — ricorda —. Ora va un po’ meglio, ma la strada per una vera libertà di affetti è lunga. Spero di es­sere l’ultimo regista bandito in Cina». Naturalmente il film non sarà distribuito in patria. «Non uscirà nelle sale ma sarà visto da tantissimi cinesi. La pirateria è da condannare, ma quando c’è la censura è il solo modo di far girare le opere».




E a proposito di dvd, una singolare metafora tra cinema e sesso la offre Hirokazu in Air Doll, storia «molto uma­na » di una bambola gonfiabi­le «life size», fidanzata ideale di un uomo di mezza età che in lei trova tutto quel che cer­ca: la compagna che ascolta e non parla mai, l’amante sem­pre disponibile, mai un mal di testa. (ma che bello giocare coi luoghi comuni)  «Nazomi, sei fantasti­ca », la loda. E se durante l’amore si sente il cigolio della gomma... pazienza. Ma nean­che con le bambole si sta tran­quilli. Una ventata di magia fa sì che un giorno Nazomi inizi a sbattere i suoi occhioni fissi e il resto. (Il resto de che??Manco avesse la còrea di Huntington...) Sempre più donna, trova lavoro in un blockbuster e si innamora di un commes­so che le fa scoprire di avere un cuore. «I film si devono ve­dere al cinema, i dvd sono dei sostituti», bofonchia il pro­prietario del negozio. Proprio come la bambola lo è della donna vera. D’altra parte alla gonfiabile un merito va rico­nosciuto: appena si affloscia un po’, basta un colpo di pom­petta e oplà, si tira su tutta, pimpante e turgida più di pri­ma. Un miracolo che a noi, po­vere donne in carne e ossa, non capita mai (Dio che miracolo. Ma tanto, di donne intercambiabili e sostitutive, anche in carne ed ossa, ce ne sono, purtroppo....).



15 maggio 2009


mercoledì, maggio 13, 2009
S come stirare. Per molti è faticoso -spalle e schiena fanno male, dopo un po'- o semplicemente antipatico. I panni sembrano vivi e ribelli ad ogni piega.

Innanzitutto, dotatevi di un' asse che superi in altezza di circa quattro dita l' altezza del vostro ombelico. Ricopritela con un copriasse di cotone, bianco o dai colori resistenti. Per stirare poi le maniche, montate l' assetta apposita. Se siete alle prime prove di stiro, utilizzate una camicia di cotone, magari non troppo nuova, per "testare" la vostra abilità. Partite dal colletto: stiratelo prima al rovescio e poi al diritto; passate ai polsini, stirandone sempre prima l'interno, poi l' esterno. Poi stirate il lembi coi bottoni e, dall' esterno verso l' interno, il davanti. Girate quindi la camicia lungo l' asse e stiratene il retro. Infine, stiratene le maniche. Appendetela su una stampellina di metallo o piegatela, facendo attenzione a non incrociarne le maniche. I pantaloni si stirano partendo dalla cintura; se hanno le pinces, si stirano dal cavallo verso l' alto; poi si stirano una prima volta di piatto lungo la gamba; se sono jeans, ancora piegati in due. Piegate sempre i pantaloni afferandoli dal fondo, mettendo una mano di taglio o facendoli passare in una stampella fatta apposta (meglio quelle rettangolari, di plastica: occupano meno spazio negli armadi) circa a metà della loro lunghezza e piegandoli in due. La lana si stira proteggendola con una pezzuola umida, meglio se di lino, col ferro a 40° C circa, onde evitare l'effetto strinatura. La seta non andrebbe, in teoria, stirata: è fibra animale.Se non resistete, utilizzate il ferro a vapore a 40 ° e fate mooolta attenzione. Le fibre sintetiche: molte fibre moderne (microfibra, gore-tex, polyammide, lycra, elasthan) non necessitano nemmeno di stiratura. Se proprio non potete fare a meno di avere il body stirato o il coprispalle impeccabile, passate rapidamente il ferro appena tiepido e spento. Se, quando terrete alzato il ferro, in verticale, onde evitare che la piastra bruci l' assetta, ci passerete vicino scottandovi, risciacquate l'ustione con acqua molto fredda e metteteci sopra della tintura madre di calendula. Le creme come Foille o quelle a base grassa (tocoferolo) vanno messe dopo circa 12 h dall' ustione, appena si comincia a formare il siero. Se avete capi particolari, come una gonna a pieghe, portatela in lavanderia. Ho provato a stirare tutte le 35 pieghe di una gonna di gabardine che avevo comprato al mercato, per 2 €, e non è stato facile, né divertente. Nonostante l' avessi già rimessa a posto, rifoderata e lavata senza centrifugarla.

T come tempo. In un commento ad un precedente post di questa serie, Roberto osservava come sia importante non fare diventare i lavori di casa un' ossessione che sottragga tempo a voi o alla vostra relazione sentimentale. Non posso che essere d' accordo. Anche se io, per prima, sono un poco vittima (e fomentatrice) di questa ossessione.

U come università. Uscitene. Alla svelta. Ve ne prego. A meno che, come Falecius, non pensiate di trascorrervi il resto della vostra vita lavorativa.

V come vicini. Se sono anziani, rassegnatevi: a meno che non siano vecchi hippies o libertari a prova di regime, vi romperanno le scatole perché fate casino, perché c'è un viavai di gente che non si capisce mica, perché lasciate l'ombrello aperto fuori dalla porta se dovete salire le scale da soli  con cinquemila borse e pacchi. Cercate di non mettervi proditoriamente a dispetto; salutate anche se dentro di voi vi chiedete se dormendo già alle nove di sera si stiano preparando al sonno eterno. Gli anziani sono meglio disposti verso il giovane educato e taaanto bravo. Se avete bambini piccoli, forse è una buona idea dire loro di non giocare o alzare la voce davanti al loro uscio o impedirgli di mandare aeroplanini, palloni, sorpresine degli ovetti sul balcone della dirimpettaia ottantenne. Se avete animali, le cose si complicano ancora di più: evitate di far compiere alla vostra bestiola un' incursione negli spazi dei vicini. Purtroppo, il pazzo capace di avvelenare il cane o il gatto non è così raro. Una volta mi scappò la tartaruga terricola e ci volle del bello e del buono per recuperarla: si era andata ad infilare sotto il contatore del gas della vicina, ovviamente seminterrato.

W come week-end. Adesso, a causa della crisi, sono diffusi i week end  mordi e fuggi. Lo dicono autorevoli testate: Donna Moderna, Cosmopolitan, Flair, Men's health, Max . Mica io, che non vado in vacanza, propriamente detta, da 5 anni. Un consiglio: evitate di farvi una vascata di  chilometri per andare al mare poche ore, arrivando lì già bolliti a prendere il sole, modello gamberone, nelle ore più calde della giornata.

Fatevi un giro nei dintorni, se vi va, pranzate al sacco, andate a vedere un bel film o quella cosa (monumento, strada, libro) che avreste sempre voluto conoscere ma che non avete mai avuto tempo per farlo. O, cosa che preferisco, dedicatevi al Culto Fancazzista, di cui Falecius è Sacerdote*. :D

Z come zanzara tigre. Se non disponete di un laghetto con la gambusia, attenetevi alle istruzioni di profilassi di disinfestazione del vostro comune. Niente acqua stagnante nei sottovasi; sempre un pezzo di rame puro nei posti dove possono esserci ristagni d' acqua; quando annaffiate proteggetevi le gambe con dei pantaloni sufficientemente spessi e non grattatevi mai i pomfi, che andranno subito unti col Gentalyn beta. Il veleno (o la saliva dell' animale), infatti, ha l' antipatica caratteristica di fare infezione sulla pelle di soggetti particolarmente esposti. Per proteggervi dalla zanzara tigre, l' unica essenza naturale e non inquinante, sembra essere l' olio essenziale di tea tree, che purtroppo puzza terribilmente. Comprate prodotti repellenti che ne contengano a concentrazioni sopportabili.



* 14 maggio 2009: Aggiornamento ex telephonio cellari: con l' immotu proprio Valetudinem otiorum, il dottor Falecius Firmanus si è autonominato Papa del Culto Fancazzista. Si ricorda in questa sede che le cariche ecclesiastiche che verranno conferite da Sua Voluttà sono tutte sine cura ;-)
mercoledì, maggio 13, 2009
Ieri ero ad un convegno in Campidoglio, ed a un certo punto la rappresentante del Comune, venuta a portare il saluto delle Autorità, ha detto che Roma ha "la comunità ebraica più antica del mondo".
La cosa, peraltro, non aveva niente a che vedere col tema del convegno in quanto tale, ma rientrava in un discorso volto a giustificare, se ho ben capito, l'esistenza di una specie di politica estera autonoma del Comune di Roma, in base, suppongo, al presupposto che gli ebrei romani siano stranieri; in quel discorso la loro presenza era collegata a quella della Moschea di Roma (la più grande d'Europa) che è in effetti, è stata costruita con finanziamenti di stati stranieri (Marocco in particolare). Niente di terribile, anche lo Stato italiano finanzia missioni cattoliche all'estero tramite l'otto per mille (mentre non credo che la Moschea di Roma svolga attività missionaria). 
Vabbé, del resto il sindaco di Roma ha la storia politica che ha.
Ora, però, scopriamo che gli ebrei vivevano prima a Roma e poi in Palestina. Benissimo, io ho un'idea. Sloggiamo la provincia di Roma, tutta, dagli italiani, e ci trasferiamo gli ebrei israeliani in massa. I profughi palestinesi tornano in Palestina (ex-Israele) e finalmente gli ebrei hanno la loro patria nel loro luogo d'orgine: il Lazio. Pensateci, una patria per gli ebrei ricavata a spese di un popolo realmente responsabile per il loro sterminio! Niente più lotte, niente più litigi!
Ah, dove mettiamo i romani? Non lo so, che ne dite di ammassarli in campi profughi nella Striscia di Formia e vedere se tra sessant'anni cominciano a farsi esplodere? 

Evidentemente in Campidoglio i nomi di Alessandria d'Egitto e Babilonia non dicono nulla.

PS: il Papa ha chiesto "una patria per i palestinesi". Suggerisco sommessamente che possa trattarsi della Palestina. 
martedì, maggio 12, 2009
Ieri ho ricevuto una telefonata.



R: Pronto?

O: Buongiorno signora, stiamo conducendo una piccola indagine per la Regno Verde...Conosce?

R: [...]

O: E' un' azienda di Cosmesi Biologica. Lei ha mai utilizzato cosmetici biologici?

R: Mah, sì...almeno spero....La Lush dovrebbe utilizzare materie prime bio, salvo gli ingredienti scritti in nero.

O: Se oggi dovesse acquistare un prodotto per la cura personale, a cosa darebbe   la priorità? Capelli, viso,  cellulite?

R: Oggi a nulla, sono già bellissima così.

O: Ah, va bene, grazie....

R: Prego.




E non bevete una certa acqua minerale: vi potrebbe venire la bocca come un forno, la voce chioccia e un terribile accento piemontais. Ogni vocale uno sbadiglio.

mercoledì, maggio 06, 2009
N come nascita: preparatevi all’ evento senza patemi. Durante la gravidanza, ricordatevi che 3 o 4 ecografie bastano a controllare la crescita del nascituro. Se c’è qualcosa che non va, sarà il medico a segnalarvelo e a prescrivere ulteriori accertamenti. Non ricorrete alla morfologica perché ve l’ ha consigliata la vostra amica. Non andate sui forum di mamme, generatori di ansie. Mangiate e bevete con moderazione quel che vi pare. Non fumate, certo, ma evitate di diventare ortoressiche perché siete incinte. Ricordate: la gravidanza non è una malattia, anche in caso di patologie pregresse. Assumete più ferro e folacina. Quando starete per partorire, cercate di non invocare l’ epidurale alla prime doglie. E’ vostro diritto ottenerla, ma sappiate che si tratta di una procedura invasiva, che vi toglierà la sensibilità e la possibilità di muovervi dalla vita in giù per alcune ore, anche dopo il parto.

Se non correttamente eseguita, poi, ha l’ 1% di probabilità di crearvi paralisi transitorie. In casi –c’è da dire, rari- sono stati segnalate paralisi permanenti. Gli anestetici utilizzati dall’ epidurale, poi, bloccano il feedback per la secrezione di ossitocina, che normalmente si innesca con la suzione durante l’ allattamento, aumentando il rischio di depressione post partum, rendendo più dolorose le lochizioni e meno “gradevole” l’ allattamento stesso. Se doveste incappare in un medico interventista e vi dovesse proporre il cesareo, siate caparbie: nessuna meglio di voi sa valutare i rischi e i benefici dell’ intervento. Cercate di rimanere lucide, per quel che vi è possibile, anche durante il travaglio. Non fate prendervi dal panico e pensate al fatto che l’ OMS consiglia di attenersi all’ 8-10% dei casi nel ricorso al cesareo. Molti cesarei sono quindi inutili, e frutto della ipermedicalizzzazione dell’ evento-nascita e del timore dei medici di denunce da parte della puerpera. Altra grande assente, nel panorama sanitario connesso alla salute materna e infantile in Italia, è la doula, o la sage-femme. La levatrice, insomma. Contattate, se potete, un ‘ ostetrica che vi segua e vi prepari al parto in tutta tranquillità, e che vi assista nel grande momento.

N come neve. Se abitate in un condominio e siete tra gli inquilini più giovani, toccherebbe a voi liberare il passaggio pedonale. Non fate come nei telefilm americani, dove scende il tipo con la megapala e i sali. Anche se siete giovani, rischiereste il colpo della strega, più per il peso dell’ attrezzo che per lo sforzo effettivo compiuto a rimuovere la neve. Non versate l’ alcool sul vetro dell’ auto, come ho visto fare da alcuni, per sciogliere il ghiaccio. Un po’ di sale grosso dovrebbe bastare sia per evitare scivoloni, sia per sbrinare il lunotto.

N come Nutella. E’ una droga. Fa male. E’ piena di grassi idrogenati e fa venire la cellulite. Ho visto decine di studentesse fuorisede mescolarla allo yogurt o intingervi i pavesini, nutrendosene e saltando i pasti, con l’ illusione di risparmiare tempo e denaro. Poi ne ho viste anche le conseguenze. Ricoveri improvvisi per appendicite e eruzioni cutanee spettacolari.

O come ospiti. Accamparsi in casa dell’ amico particolarmente ospitale è bello e divertente. Ma ricordatevi che dopo i 40 anni (e a volte, purtroppo, anche prima) non tutti sono disposti a dormire per terra. Riservate un letto “normale” all’ ospite meno giovane, più delicato o meno in salute.

Cercate di informarvi preventivamente sulle abitudini alimentari di ciascuno, fate la spesa qualche giorno prima e, se siete in confidenza con loro, fatevi aiutare nella preparazione delle cibarie e/o dell’ eventuale festa. E, all’ indomani, nel riordino.

P come polvere: va tolta dopo aver aspirato e/o spazzato i pavimenti. Col panno antistatico. Non cedete alla tentazione di squassare lo straccio sul davanzale del vicino. :D

P come pulizie. Invece di aspettare, aspettare, rimandandole giorno per giorno, dedicate un giorno alla settimana alle pulizie generali e riassettate quotidianamente, cercando di tenere le stanze il più possibile pulite e ordinate. Faticherete di meno e impiegherete meno tempo nel giorno deputato al riordino grande. Però, cercate di non essere maniacali: non costringete chi vive con voi a girare con le pattine per una settimana, dopo aver incerato e lucidato il pavimento. Non arrivate ai miei estremi di tenere sempre uno straccio inumidito con aceto accanto ai lavandini e una pezzuola asciutta, perché le macchie d’ acqua mi danno fastidio.

Q come quaranta anni. La vita, se non comincerà adesso, almeno migliorerà. Siete ancora giovani. Cominciate, nella stragrande maggioranza dei casi, ad essere meno precari sul lavoro. Se siete donne, cominciate ORA ad essere veramente affascinanti. E allora, non lamentatevi!

R  come rifiuti. Vanno divisi, sempre. Non siate pigri e risciacquate le confezioni di plastica o latta che vanno nello scatolame; predisponete un borsone capiente che contenga carta e giornali; compattate l’ umido, tenendolo ben separato dal secco. Se il vostro comune non vi fornisce gli appositi contenitori per la divisione domestica, rompete le scatole all’ Assessorato alle Politiche Ambientali. Se non ottenete risposta, compratevi i contenitori in posti ameni tipo il Penny Market, resistendo per una mezz’ ora all’ orrore.

S come scuola. Un mese fa circa, parlando con Marco, ho auspicato che la scuola italiana venisse occupata, abbattuta, rasa al suolo. E che sopra vi fosse sparso il sale, perché la ritengo irriformabile. Quindi rifondata ex-novo.

Marco però mi ha fatto, saggiamente, notare, che per fare questa operazione, potrebbero passare una generazione o più, e chi ne fa parte, uscirebbe dalle superiori con nessuna istruzione, che è sempre peggio del modesto grado di conoscenze e competenze con le quali, mediamente, escono i maturandi OGGI.

E che per chi ci lavora, dal primo dei presidi orgoglioso del suo bel liceo che vince il certamen di latino, o le olimpiadi di matematica all’ ultimo dei bidelli precari, sarebbe il massacro sociale.

Non litigate con gli insegnanti dei vostri figli, a meno che non si siano dimostrati ripetutamente e irrimediabilmente inadempienti. Piuttosto, se le discussioni col corpo docente dovessero farsi troppo frequenti, al punto di compromettere la serenità e la correttezza tra i vostri ragazzi e i loro insegnanti, considerate l’ ipotesi di educarli privatamente, se ne siete culturalmente all’ altezza.

Ma li priverete di un’ esperienza educativa fondamentale, che né una casa piena di amici coetanei, né i viaggi, né letture interessanti, riusciranno completamente a sostituire. E ve lo dice una che ODIAVA andare a scuola, pur amando studiare. A scuola ho imparato a difendermi, a fare a botte. Ma anche ad essere meno ingenua e più forte.
domenica, maggio 03, 2009
Mi sembra di un'evidenza abbagliante il fatto che, se si vuol fare filosofia della storia, bisogna come minimo sindacale conoscere la cazzo di storia.

La filosofia della storia è, da quello che ne ho capito io, la branca della filosofia che si occupa dell'eventuale esistenza di "leggi" della storia, o dell'individuare un eventuale "significato e fine" della storia stessa.

Le "leggi" della storia sarebbero poi le leggi del comportamento umano, qualcosa che sarebbe meglio indagato da psicologi, antropologi e sociologi piuttosto che da filosofi. Va dato atto, tra gli altri, ad Auguste Comte l'aver tentato di fondare uno studio del comportamento umano basato su una conoscenza "scientifica" e non sulla rilettura di Tito Livio. Sebbene non ci sia nulla di scientifico nel metodo e nelle concezioni particolari di Comte, il concetto di sociologia come scienza può essere attribuito anche a lui.

"Il significato e fine della storia" sono qualcosa la cui esistenza va dimostrata. Secondo Löwith, che mi pare riprenda su questo punto Dilthey, l'idea che la storia abbia una significato ed un fine è un concetto teologico, che nasce dall'escatologia cristiana e dalle formulazioni di Agostino ed Orosio. Non capisco perché non citi Eusebio, in cui l'idea della provvidenzialità della storia (romana) finalizzata alla diffusione del cristianesimo è abbastanza trasparente, in opposizione ad Agostino, che vedeva nella storia romana una sequela di insensate perversioni. Per chi non lo sapesse, Eusebio è circa contemporaneo di Costantino il grande, mentre Agostino muore circa un secolo dopo. In sostanza, Eusebio vive la grandezza dell'Impero Romano cristiano, Agostino scrive la sua opera maggiore sotto lo shock del sacco di Roma da parte dei Visigoti di Alarico, peraltro anch'essi cristiani (ma eretici, seguaci delle dottrine di Ario).

Löwith crede che l'idea di un senso della storia come lo concepiva ad esempio Hegel (ma anche Voltaire) sia una laicizzazione dell'idea di un senso metafisico  della storia, disegno provvidenziale o pellegrinaggio dei cittadini della civitas dei che sia. Personaggi come Gioacchino da Fiore, Bossuet, teologo e storico dell'età di Luigi XIV, o Gimabattista Vico, fanno in qualche modo "da cerniera" tra le due visioni.

Ora, apro una piccola parentesi pro domo mea. Ragazzi, esistono due  [CENSURA] monoteismi universalistici con una divinità personale che agisce nella Storia e giudicherà vivi e morti alla fine della Storia. Uno è il cristianesimo, l'altro è l'Islam (l'Ebraismo non è universalistico). Qualsiasi affermazione riguardo l'origine teologica della filosofia della storia dovrebbe essere messa in rapporto con una verifica sull'eventuale esistenza di una filosofia della storia nelle società musulmane e del suo rapporto con una visione religiosa. Almeno una filosofia della storia esiste:  quella espressa dalla Muqaddima di Ibn Khaldun, che assomiglia per certi aspetti alla concezione vichiana. E penso proprio che se ne possano trovare altre, anche se al momento non me ne vengono in mente. Comunque non pretendevo cotanto studio, dal buon Löwith.

Mi sarei accontentato del fatto che si ponesse il problema: possibile che, avendo presupposti originari molto simili (greci e biblici) l'Islam non avesse proprio nulla da dire in proposito? Lo stesso vale per altri storici della filosofia, che affrontano problemi relativi al pensiero cristiano come se non esistesse nessun'altra cazzo di religione al mondo tranne l'ebraismo.

Il che peraltro riporta a quanto dicevo sopra, e cioè che discutere del senso, significato e fine della storia ne presuppone la conoscenza.

Hegel, invece, trasforma la sua apparente* ignoranza della storia del mondo non occidentale in un concetto filosofico, quello del "dispotismo orientale", entro il quale mette insieme Islam, Cina, India, Persia antica e (se ricordo bene) Egitto.

Non mi risulta che si ponga dubbi su cosa ci fosse "prima" del dispotismo orientale (la prima fase dello sviluppo del cazzo di Spirito) né che lavori su fonti storiche in senso proprio. Il suo sistema è un a priori che analizza "razionalmente" (almeno secondo lui) il modo di procedere dello Spirito, e se la realtà storica non si conforma al modo di procedere dello Spirito, tanto peggio per la realtà. Credo che questo sia in sintesi ciò che chiamiamo "idealismo". In effetti Hegel afferma che è "razionale" quel che è "reale", che è un po' come dire "grazie al cazzo". Come si fa a dire che tutto è razionale semplicemente perché è reale, cioè perché esiste? Se è così, la realtà storica deve conformarsi al comportamento dello Spirito (che però Hegel deduce a priori), e noi dovremmo capire razionalmente tutto ciò che esiste ed accade.

Ora, è possibile che Hegel pretendesse di capire razionalmente tutto ciò che esiste ed accade, ma questo vuol dire solo che era un misero alienato, visto che comunque lui non poteva conoscere l'esistere e l'accadere, ad esempio, del pianeta Nettuno. Gli esseri umani sani di mente in genere riconoscono che la loro capacità di comprensione razionale ha dei limiti. Si può fare appello ad una razionalità superiore e non limitata, che è in effetti ciò che fa Hegel, ma a quel punto, di nuovo, "grazie al cazzo". Posso giustificare qualsiasi aberrazione dicendo che è razionale su un livello che però voialtri scimmioni non capite e io sì perché sono figo.

Adesso do un cazzotto a tutti quelli che incontro e poi gli spiego che fa parte del disegno di una razionalità superiore. Del resto gli ho dato il cazzotto, no? E' successo, quindi è reale, quindi è razionale. Tiè.



* Mi ha detto qualcuno che conosce Hegel molto meglio di me, che Hegel in effetti si informava moltissimo sul mondo orientale e si teneva al corrente degli studi in materia. Prendo atto, ma non posso dire che sia servito a granché, visti i risultati.