mercoledì, novembre 18, 2009

A volte un commento è più utile di mille studi sociologici per capire che aria tiri in Italia. E per confermarmi alcuni sospetti per nulla confortanti sul sentimento diffuso  di paurapaurapaura, qualunque essa sia. Lo riporto per intero in questo post. Il testo,  originale e senza correzioni è quello in grigio.


non ho parole..., rouseau immagino, per scrivere queste cose non vivi nelle immediate vicinanze del casilino 900? vero???

No, non vivo nelle vicinanze . Abito a Parma. Città la cui amministrazione invita Shirin Ebadi oggi a parlare di diritti umani e ha vigili particolarmente solerti nel farli rispettare. Capisco la foga: ma almeno scrivi bene il mio nome. r come razzista, o come ottusa, s come signoramia, e come enti pubblici, a come ammazziamoli tutti, u come umiliazione.

leggendoti quasi quasi mi vedevo questi popoli .. di così romantiche tradizioni.. musiche.. quasi me li vedo danzare..


peccato che questa visione romantica.. dove cìè un , come dici "arcobaleno rflesso nell'olio minerale" (altamente tossico e inquinante permettimi) sia offuscata da dense nubi nere .. che non mi fanno vedere l'azzurro del cielo. l'arcobaleno che NON MI FANNO RESPIRARE!!!!!!!!!... che si innalzano minacciose da ogni dove del casilino 900 - cosa sarà? forse plastica, copertoni che vengono bruciati? ...


PECCATO CHE VEDO.un parco sotto casa e non ci sono bimbi che giocano, che rincorrono aquiloni.. (Infatti. Chi ne ha mai parlato? Quelli stavano in un  pessimo libro di ambientazione afghana) NO!


ci sono solo gruppi di persone che vengono dal casilino 900 che fanno corse con le macchine, moto e motorini.. che poi vengono dati alle fiamme.. (chissà se quei veicoli li avevano comprati magari a rate????) (ma certo però potrebbe essere qualche sporco fascista che si mascera da zingaro  passa tra le baracche con le macchine, entra nel parco nei punti in cui la recinzione è divelta - da fuoco alle macchine e scappa di nuovo attraverso il campo.. e il tutto per creare questa.. come la chiami? ---- ziganofobia uauaauaua).



Leggi meglio il mio post. I vagheggiamenti romantici alla Pier Paolo Pasolini fanno cascare le braccia anche a me. Ma se vuoi metterti in condizioni di discutere su internet, per favore, poni attenzione all' ortografia e alla punteggiatura, sennò nessuno prenderà in considerazione i tuoi strilli.

il punto è uno e uno soltanto.. chiunque vive in un contesto sociale deve integrarsi rispettando le regole di quel contesto.. io non perchè  cinesi, indiani, asiatici, filippini


perché, cinesi e indiani e filippini non sono asiatici?ah, già, sono domestici per definizione! Non sei comunque persuasiva quando cerchi di non essere razzista.


non danno questi problemi.. vivono in case lavorano..

magari anche per te e accudiscono la nonna allettata o evitano che tu ti sporchi le manine a lavare le scale...poi, che vuol dire dare problemi? zitto e muto a lavorare, e ringrazia che ti abbiamo ospitato? Se tu nelle Filippine potessi fare solo la serva in nero scommetto che non avresti sempre il sorriso sulle labbra....




parli di integrazione.. fammi ridere: da quanto tempo sono lì?? (da una cinquantina di anni) da quanto tempo vanno a scuola?? (da diversi cicli didattici)  un mese- due- un anno?? no.. molto di più-- e questa grande integrazione io non l'ho vista e non venirmi a dire che è colpa nostra! forse sono loro a non volersi integrare. ti è mai venuto il dubbio?


Se incontrano ostilità pregiudiziale è chiaro che non si vogliano integrare. O forse credi alla leggenda dello zingaro nomade "per scelta" , "per DNA" (sic) , "per cultura". Se vai in Romania, nelle aree rurali, le abitazioni stanziali più belle sono le loro, specie in Transilvania e Dobrugia. Se considerati persone e non "un problema" e lasciati in pace sono stanziali come i tuoi underdogs "asiatici", cinesi, filippini, indiani taaaanto bravi e integrati. E, sorpresa: lavorano, studiano, siedono persino in Parlamento. Sono state le cosiddette "società civili" (per non parlare dei regimi dittatoriali, come quelli di Ceausescu in Romania o come  i paranazisti di  Gyula Gömbös  in Ungheria, negli anni '30) a marginalizzarli e a spingerli a vivere di espedienti, perché li hanno riconosciuti come "diversi", o "incoercibili".

Quando poi, dal punto di vista degli "arianisti dai sogni bagnati", potrebbero essere identificati come l' epitome dell' Indoeuropeo se mai ce ne fosse uno. Sono come te. Parlano una lingua vicina all' italiano più di quanto non immagini. Forse per questo ti fanno coì paura.



vorrei richiamare la tua attenzione su un dato: cosa diresti se il tuo vicino di casa invece di buttare la spazzatura negli appositi secchioni te la buttasse davanti la porta dui casa? penseresti che è non sa vivere in un contesto civile giusto? ( a meno che tu non via in una discarica ed in tal caso sarebbe un problema) ecco non ho mai visto nessun occupante delle baracche del casilino 900 buttare una busta di immondizia negli appositi spazi bensì farne mucchi e poi darla alle fiamme.


Guarda, i miei amabili, italianissimi vicini fanno di peggio. La mia vicina di casa, architetto, fa mangiare suo figlio direttamente nella carta del prosciutto, lo molla diciotto ore al giorno alla tata moldava (ho sentito con le mie orecchie il bambino, 7 anni, "meno male che domani viene la Vitto!!")


[Viktoria, che per seguire questo piccolo nevrotico ha lasciato in Moldavia un figlio adolescente. Sai perché l' ha potuto fare? Perché tra di "loro", est europei e zingari, certi legami comunitari di minima ancora tengono. Scommetto che non ti fideresti a lasciare tuo figlio ad una vicina di casa o di affidarne l' educazione ad una tua zia anziana...]


Ebbene, nessuno si sogna di togliere la potestà su suo figlio a questa signora....


Ricorda che questo sindaco fascista è stato il primo a dotare il casilino 900 di luce acqua gabinetti e a vaccinare i bambini rom.

Ma dai?! E magari gli ha preso anche le impronte, li ha schedati e ha spostato il loro campo lontano dai centri abitati, chiudendolo come un serraglio.....




in conclusione vorrei dirti una cosa sola. E' per colpa di gente come te, che non fa altro che parlare, parlare parlare parlare e niente di concreto in termini di aiuti e proposte che nel 2009 bambini (mio dyo! i bambiiiiiini!!gli adulti tanto son tutti ladri possono anche crepare) vivono in una città come roma in quel modo, in mezzo a fogne, topi e veleni Vergognati!


Non mi sembra il caso di pubblicizzare in questa sede le mie attività: posso dirti che, quando una decina di anni fa, in un campo nomadi che era in prossimità della tangenziale di Parma morì assiderata una bambina di 11 mesi,  una mia amica carissima, figlia di un italiano e di una signora di Timişoara , una mia prof di francese e il solito prete rompicoglioni ed io,  fummo tra i pochi che si mossero, rischiando anche una denuncia, che non ci fu. A Parma hanno risolto il problema. E' città che vorrebbe essere off limits per immigrati irregolari, kebabbari, venditori ambulanti, zingari e prostitute....bel posticino, eh?


Alessandra Mussolini, spero


Cara Alessandra, grazie per il commento. Hai fornito, in poche righe, un esempio perspicuo dell' atteggiamento rubricabile come iononsonorazzistaperò. Non rinunciando a tutti gli stilemi che lo accompagnano: ziganofobia viscerale e disinformata, distinzione tra immigrato buono e immigrato cattivo, confusione zingaro-staniero, tentazioni autoritarie, censura degli arcaismi,  (nel 2009!!!!), civismo pro domo mea, pietà per i baNbini, ecologismo di maniera, deprecazione benpensante dell' illegalità del marginale.

Grazie perché hai fornito materiale per un post nuovo e per una discussione seria che non può essere liquidata per frasi fatte, come hai tentato di fare tu e un altro commentatore, il cui intervento  non riporto per non tediare i nostri  lettori.

sabato, novembre 14, 2009
E poi dite che l'Italia non è uno Stato Laico®.
Ok, lo Stato riconosce ancora Natale, Pasquetta, Immacolata, Ognissanti, Ferragosto, Epifania e Festa del Patrono come giorni festivi civili, più o meno. Non è una cosa molto laica, ma a me qualche giorno di vacanza in più non dispiace. Se poi ci vogliamo mettere anche 'Id al-Adha, Hanukkah, Nowruz, Diwali, eccetera, io ci sto. Del resto non è solo il cattolicesimo a produrre Giorni Festivi in Italia, ed è questo il fatto che vorrei sottolineare.
Venticinque Aprile, Primo Maggio, Due Giugno. I Giorni Festivi della Religione Civile di Stato della Repubblica Italiana. Che non sono feste di "tutti" più di quanto lo sia l'Immacolata Concezione, perché "tutti" comprende anche i nostalgici monarchici, e vorrei sapere che cazz'hanno da festeggiare, loro, il Due Giugno. Sia chiaro che la mia nostalgia per la monarchia dei Savoia è pari a quella che proverei per un tumore maligno dopo l'operazione.
Poi il Primo Maggio è la festa dei Lavoratori, il che va bene, ma ehi, perché diamine i politici la festeggiano?
Oltre alle feste davvero festive (alcune delle quali, come la Pasqua, non producono vacanza civile perché cadono di domenica) il calendario religioso cattolico ha delle altre ricorrenze di vario tipo, e in particolare commemora ogni giorno alcuni santi più o meno importanti, di solito nella data della loro morte.
Ad esempio, Santa Golandoxt, la Martire Vivente, si ricorda il 13 luglio.
Lo so che non sapete chi è, l'ho nominata apposta. Ahr ahr.
I Calendari Civili delle diverse nazioni hanno cominciato a commemorare l'Anniversario di questo e quest'altro, e le ideologie politiche ottocentesche hanno prodotto i loro martiri da ricordare nei Giorni, esattamente nella stessa maniera, e poi praticamente ogni organizzazione ha cominciato a proclamare la Giornata del Sarcazzo Cosa e a cercare di farla riconoscere dal Calendario Civile dello Stato, che in questo modo diventa sempre più simile ad un calendario liturgico, con il Parlamento al posto delle Congregazioni dei Riti e delle Cause dei Santi.
E così, abbiamo il Giorno della Memoria della Shoah (27 gennaio) ma anche un meno sbandierato Giorno della Ricordo delle Foibe (10 febbraio) che ovviamente non ricorda i massacri e le repressioni dei fascisti italiani e dei nazisti nostri alleati contro gli slavi prima. 
E adesso abbiamo un altro meraviglioso Giorno di Commemorazione Civile.
Il 12 Novembre, da quest'anno, lo Stato Italiano ricorda ufficialmente la "
Giornata del ricordo dei Caduti militari e civili nelle missioni internazionali per la pace". Suona bene, eh? Mica cazzi.
Il 12 Novembre 2003, infatti, fu colpita da un attentato la base dell'esercito italiano di Nasiriyya*, in Iraq**, e morirono 28 persone, tra cui 17 militari e 2 civili italiani. Gli altri morti erano iracheni, ma non è chiaro se siano contemplati nel Ricordo.
Ora, va benissimo commemorare le persone morte nelle missioni di pace.
Ma quella non era una missione di pace.
Rinfreschiamo la memoria. L'11 Settembre del 2001 un devastante attentato colpisce le Torri Gemelle di New York e il Pentagono. L'attentato è attribuito ad una organizzazione fondamentalista islamica chiamata al-Qa'ida, guidata dal saudita Usama bin Ladin, che si oppone alla presenza militare americana in Medio Oriente e alla politica filoisraeliana degli Stati Uniti. Bin Ladin si trova in Afghanistan, ospite del locale regime islamico dei Taleban, un gruppo afghano sostenuto dal Pakistan che ha occupato la maggior parte del paese nel corso degli anni Novanta ma è riconosciuto come governo legittimo solamente da pochi stati arabi del Golfo. Al-Qa'ida e i Taleban sono ideologicamente abbastanza vicini, ma hanno scopi diversi e non sono esattamente la stessa cosa.
Gli Stati Uniti vogliono colpire al-Qa'ida, ma i Taleban rifiutano di consegnare bin Ladin. A quel punto gli Stati Uniti, col sostegno più o meno esplicito di quesi tutto il resto del mondo, bombardano l'Afghanistan e appoggiano le fazioni afghane ostili ai Taleban, rovesciando il loro regime ed occupando poi il paese.
I paesi alleati degli USA, tra cui l'Italia, contribuiscono all'operazione.
Sebbene si possa discutere sulla legittimità di tutto ciò, due cose mi paiono innegabili:
- gli Stati Uniti si sentivano aggrediti e ritenevano l'invasione dell'Afghanistan una reazione "ragionevole".
- non si trattava di una "missione di pace" ma di una guerra contro al-Qa'ida e i Taleban.

A questo punto, approfittando dello shock e della rabbia degli americani dopo gli attacchi dell'11 Settembre, una componente dell'amministrazione americana, i neocon, riesce a far accettare il proprio progetto strategico, che in sé non era nuovo ma che gli americani non avrebbero mai voluto portare avanti senza gli attentati. Ricordo che il presidente Bush era stato eletto su una piattaforma di isolazionismo internazionale e aveva aspramente criticato l'attivismo del suo predecessore Clinton nei Balcani durante la campagna elettorale.

Il progetto strategico dei neocon prevede sostanzialmente la conquista militare e l'assoggettamento politico del Medio Oriente, il controllo delle risorse e delle rotte petrolifere, la penetrazione nella sfera d'influenza russa in Asia Centrale ed Europa orientale, e la distruzione dei regimi e dei gruppi mediorientali ostili agli USA e ad Israele.
In poche parole, continuare a dominare il mondo attraverso la superiorità militare. Per quanto gli scopi immediati della spedizione afghana fossero diversi e più sopportabili, si inquadrava perfettamente nel piano.
Adesso i neocon dovevano convincere gli americani ed il resto del mondo ad accettare le parti successive del progetto, che non avevano granché che fare con al-Qa'ida, i cui capi e centri operativi continuavano a trovarsi soprattutto in Afghanistan e Pakistan. La cattura di bin Ladin, scopo dichiarato della guerra afghana, non fu mai ottenuta.

Ad ogni modo, i neocon decisero di invadere l'Iraq. L'Iraq era governato da una dittatura militare decisamente efferata, e decisamente ostile agli Stati Uniti, ma anche nemica di al-Qa'ida. L'Iraq era anche un paese povero, soffocato da un lungo embargo economico voluto dagli stessi Stati Uniti, che l'avevano bombardato in due occasioni negli anni precedenti. Il regime iracheno aveva già perso il controllo di fatto sulle regioni del paese a maggioranza kurda.
Ci voleva una enorme dose di fantasia, oltre che di cinismo e di ignoranza, per far passare questa nazione allo stremo per una minaccia globale da fermare subito.
A questo scopo, non fu risparmiato nessuno sforzo. La Terra fu investita dalla più spaventosa sequela di menzogne deliberatamente orchestrate dai tempi della propaganda staliniana, con prove false di ipotetiche "armi di distruzione di massa" irachene esibite davanti alle Nazioni Unite, affermazioni infondate di connivenze tra al-Qa'ida e il regime iracheno, veline false del SISMI fabbricate su commissione USA per sostenere che l'Iraq stava comperando uranio.
Saddam era un pezzo di merda, certo, ma coi neocon perse la gara.
E nonostante tutto, nonostante una propaganda assolutamente orwelliana, la maggior parte del mondo non credette ai neocon. Riuscirono a convincere molti americani e alcuni altri, e ad ottenere l'appoggio dei governi inglese, spagnolo, polacco e, in misura minore, italiano; ma l'opposizione ai loro piani rimase fortissima, anche a livello internazionale. Nessuna organizzazione internazionale avallò la guerra contro l'Iraq giustificata dalle presunte "connivenze con al-Qa'ida" e "armi di distruzione di massa".
E l'amministrazione americana invase l'Iraq lo stesso, fregandosene di tutto e di tutti.
Ora, Saddam era un pezzo di merda, siamo d'accordo. Ma quell'invasione non poteva e non può essere giustificata. Posso capire la logica del progetto strategico che le stava dietro, ma lo giudico ingiusto.
Sebbene il petrolio ha avuto un ruolo ovvio nella scelta di invadere l'Iraq, io non ho mai pensato che fosse la motivazione più importante. Io credo che il motivo principale fosse il semplice fatto di dimostrare che gli Stati Uniti potevano farlo. Che il diritto internazionale, le Nazioni Unite, il sistema di sicurezza collettivo, la verità e l'opinione pubblica mondiale erano meno importanti della volontà e dell'interesse dell'America.
Ci riuscirono, almeno all'inizio. E nonostante tutto, nonostante la carta delle Nazioni Unite e il precedente della Società delle Nazioni, il resto del mondo mugugnò e rimase a guardare.
L'invasione dell'Iraq del 2003 ha avuto sulle Nazioni Unite lo stesso impatto che l'invasione italiana dell'Etiopia e quella giapponese della Cina ebbero sulla Società delle Nazioni negli Trenta, e ha ottenuto lo stesso tipo di reazione: una minchia di niente.
Dopo l'invasione dell'Iraq, gli americani chiesero ai loro alleati di dare una mano nel controllo del territorio conquistato, e l'Italia fu tra i "volenterosi" che accettarono di fornire ascari occupanti, dopo che una risoluzione ONU ebbe dato uno straccio di legittimità legale a posteriori all'aggressione americana.
Alcuni di questi soldati italiani furono uccisi il 12 novembre 2003 a Nasiriyya.
Al di là del fatto che nell'attentato morirono anche dei civili, dal punto di vista dei combattenti iracheni (nel caso specifico vicini ad al-Qa'ida) quella caserma era un legittimo obiettivo militare.
Io detesto profondamente ideologia, scopi e metodi di al-Qa'ida, ma in quel caso stavano resistendo ad una occupazione militare straniera e non voluta, che seguiva una aggressione a sangue freddo.

Mi dispiace per i morti di quell'attentato. Meritavano di meglio, meritavano un governo e un comando che non rischiasse le loro vite in una spedizione immorale ed inutile. Non li accuso di nulla e auguro pace alle loro anime.
Ma ci vuole il Miniver di Orwell per definire la loro una "missione di pace".
E' un insulto alla storia, all'intelligenza e alla giustizia ricordare nel giorno della loro morte i caduti delle "missioni di pace" (non voglio discutere se tali missioni possano esistere o no. Facciamo conto che siano perlomeno possibili).
Si tratta di una trovata propagandistica del tipo più basso e sciocco.
Ecco, credo di aver ricordato abbastanza.






* Si scrive così, con una sola cazzo di S e due fottute Y. Non m'interessa cosa credono i giornalisti italiani, quella S è una sola, e la cosa non è oggetto di dibattito. Vi piacerebbe se all'estero scrivessero "Millano"?
** Che si scrive proprio con la con la Q, sempre con la Q, nient'altro che con la Q. Sennò m'incazzo.
venerdì, settembre 18, 2009
Finora ho parlato di "Afghanistan" come di un'unità, ma era solo una semplificazione. In effetti, tutte le entità politiche di cui ho parlato hanno incluso in qualche momento la maggior parte dell'Afghanistan, ma anche parecchi altri posti, il particolare parti del Pakistan, o dell'Asia centrale, e naturalmente, nel caso dei persiani, l'Iran.
In nessun momento prima del diciottesimo secolo "Afghanistan" significava qualcosa. I confini attuali del paese sono la catena montuosa che lo separa dal Pakistan, la Linea Durand, una linea spezzata abbastanza casuale che tra deserti e montagne lo separa dall'Iran e dal Turkmenistan, frutto anch'essa di compromessi politici ottocenteschi, e a nord il fiume Amu Darya, l'Oxus degli antichi, oltre il quale si trovano Uzbekistan e Tajikistan. Nessuna di queste frontiere è storicamente molto antica, e tutte separano gruppi etnici simili o identici. In particolare, la principale etnia afghana, i pashtun, o pakhtun, o pathan, vivono a cavallo della linea Durand. I Tajiki vivono in gran numero a sud dello Amu Darya, e anche un po' di Uzbeki. (Vedi anche qui)
Nell'Afghanistan nord-occidentale vivono popolazioni che parlano forme di persiano: i Farsiwan, gli Aymaq, gli Hazara. Nel sud vivono piccoli gruppi di Baluchi, che parlano una lingua vagamente affine al kurdo e sono assai più numerosi oltrefrontiera, in Pakistan e in Iran. In entrambi i paesi sono in pessimi rapporti coi rispettivi governi e ci sono scontri armati.
Nel Settecento gran parte dell'Afghanistan era soto controllo della decadente dinastia persiana dei Safavidi, mentre il resto era sotto gli ancor più decadenti Moghul di Delhi. La pianura a nord dello Hindukush, sullo Amu Darya, si faceva i fatti suoi con dei piccoli khan locali turchi. Un bel giorno, verso il 1720 i pashtun si ribellarono alla Persia, la invasero, e minacciarono anche l'India.
La dinastia safavide crollò, ma le sorti dello stato persiano furono risollevate da Nadir Shah, che sconfisse i Pashtun, preseguì saccheggiando Delhi, s'impegolò in un a guerra contro gli ottomani e morì lasciando l'Afghanistan a sé stesso e la Persia contesa tra due dinastie rivali.
Si dice che Nadir Shah sia stato il fondatore di una nazione, ma non della sua: di quella afghana, cioè di quella dei Pashtun. Dalla sua convulsa nascita, questa 'nazione' ha conosciuto traversie, divisioni fortissime, almeno tre guerre civili e considerevoli variazioni di confini. Ma, cacciati i Persiani, non ha mai permesso a nessuno di conquistarla.
venerdì, settembre 18, 2009
Non sono mai stato in Afghanistan e probabilmente non ci andrò nel futuro prevedibile. Non sono nemmeno un esperto di Afghanistan. Non conosco la lingua pashto, e il mio persiano è scarso. Conosco la letteratura 'afghana' del periodo medievale, scritta in persiano, ma non quella degli ultimi secoli.
Ho letto qualcosa, non abbastanza. Ma ho un'idea sufficientemente chiara della storia di quel paese.
La storia è una severa maestra.
La storia è complicata, intricata, difficile. Impone ricostruzioni complesse, non sempre affidabili, e spesso viziate delle ideologie e concezioni personali dello storico.
La storia, secondo certi giornalisti, dice che non si può conquistare l'Afghanistan. Questa affermazione è basata sul fatto che gli inglesi ci hanno provato due volte nell'Ottocento e i sovietici una volta nel Novecento, e sono stati sconfitti. Gli americani una volta nel Duemila, e i risultati, dopo otto anni, sono scarsi.
Eppure la Persia ha conquistato e tenuto l'Afghanistan dal 530 al 330 a.C. e poi dal 500 d.C. al 640 d.C..
I Macedoni di Alessandro Magno, una piccola minoranza di invasori, hanno governato l'Afghanistan dal 327 al 50 a.C.. Verso il 50 d.C. il paese fu occupato dai Kushana, un popolo che parlava il tocario, una lingua indeuropea ora estinta, provenienti dall'odierno Xinjinang cinese, e che ne fecero il centro di un impero durato due secoli, che si estendeva sulla maggior parte degli attuali Pakistan, Uzbekistan e Turkmenistan e su una vasta regione dell'India.
Sia i Greci che i Kushana si convertirono al buddhismo, adottandone (se non addirittura elaborando) la versione Mahayana, che dall'Afghanistan si diffuse in Cina, Giappone e Corea.
Per oltre un secolo il paese fu dominato dagli Eftaliti, una popolazione imparentata con gli Unni, finché i Persiani non li sconfissero sotto Khosrow Parviz verso il 500 d.C..
In seguito, attorno al 660, vennero gli Arabi, che in pochi decenni assunsero il controllo della maggior parte della regione, vi diffusero l'Islam al punto di farne, col tempo, la religione della quasi totalità della popolazione. Solo all'estremità orientale del paese, verso lo Himalaya e quello che oggi è la forntiera col Pakistan, la piccola popolazione che chiamava sé stessa Kalash, e che gli arabi chiamavano Kafir, cioè "pagani" conservò una fede pagana, legata da quel che ne ho capito ad un culto solare. Il paese Kafir fu sottomesso dagli emiri di Kabul e convertito all'Islam nel 1893, e ribattezzato Nuristan, "paese della luce".
Gli Arabi governarono la maggior parte dell'Afghanistan fino al 900 (dopo Cristo, naturalmente!) quando furono rimpiazzati da una dinastia persiana con centro nell'odierno Uzbekistan, i Samanidi, alla cui corte nacque la letteratura moderna in lingua persiana. I Samanidi furono sconfitti nell'undicesimo secolo da tribù di invasori turchi che a quel tempo dialgavano in tutta la parte orientale del mondo musulmano, proveniendo dall'Asia Centrale. In Afghanistan prese il potere la dinastia dei Ghaznavidi, che aveva appunto la sua capitale a Ghazni, vicino Kabul, e che governò anch'essa l'Afghanistan per circa un secolo. Sotto il suo più grande sovrano, Mahmud, il potere Ghaznavide si estendeva dall'Iran orientale a Delhi. Mahmud è ricordato da un lato per l'enorme impulso che diede alla poesia, all'architettura e alle arti in generale, dall'altro per la spietatezza con cui saccheggiò i templi induisti e buddhisti dell'India. Dopo la sua morte l'Afghanistan passò in potere dei Ghoridi, il cui centro era la città di Ghor, ad ovest di Ghazni. Per un po' i Ghaznavidi rimase Lahore in Pakistan, ma nel 1206 un generale al servizio dei Ghoridi conquistò definitivamente l'India nordoccidentale e fondò il sultanato di Delhi. Lo stato dei Ghoridi crollò sotto un'altra invasione, quella dei Mongoli. I Mongoli governarono in Afghanistan dalla metà del tredicesimo secolo fino al Cinquecento. In seguito, un principe di origine mongola, discendente di Tamerlano, cacciato dal suo principato in Uzbekistan s'impadronì di Kabul, e da lì attaccò Delhi. Nel 1526, a Panipat, la dinastia mongola entrava in India. A Delhi un imperatore mongolo (mughal in lingua locale) avrebbe regnato fino al 1856. Fino ai primi anni del Settecento, la regione di Kabul sarebbe stata una delle loro province e anzi un dei centri principali per il reclutamento delle loro truppe e dei loro funzionari. La parte occidentale dell'Afghanistan, nel frattempo, faceva parte della Persia, il nordest era controllato dallo stato uzbeko nel Cinqucento e poi dagli staterelli turchi che emersero dalla sua disgregazione. Le zone montuose più impervie erano sempre state e rimasero indipendenti, limitandosi a pagare un tributo in uomini o risorse all'egemone di turno, così come avevano fatto almeno dall'epoca di Dario di Persia duemila anni prima.
Devo precisare che nessuno degli Stati che ho citato aveva frontiere nemmeno approssimativamente simili a quelle dell'Afghanistan di oggi.
Comunque, come vedete, fino a verso il 1700 l'Afghanistan è stato prevalentemente governato da élite straniere, a volte neanche della stessa religione dei locali (che non sembra si siano convertiti in massa al buddhismo, e di certo non adottarono lo sciamanesimo dei primi khan mongoli), che del resto impiegavano al loro servizio la popolazione locale quando potevano. L'Afghanistan è stato invaso spesso e volentieri, per la semplice ragione che si trova nella regione di passaggio tra Iran, Asia Centrale (e la Cina al di là) ed India. In particolare, la via di terra tra India e Cina passava per l'Afghanistan (nessuno tentava di attraversare il Tibet).
Il segreto di questi invasori era semplice, e può essere riassunto nel non rompere troppo le palle alla gente*.
Vedremo poi cos'è accaduto, negli ultimi trecento anni, a chi invece ha rotto le palle agli afghani.

* Con l'eccezione dei Mongoli nel tredicesimo secolo e sotto Tamerlano, che all'inzio adottavano una strategia basata sul regno del terrore: ogni opposizione sarebbe stata stroncata senza pietà, e le piramidi di teschi fuori dalle città saccheggiate e incendiate stavano a dimostrarlo.
giovedì, settembre 17, 2009

La fonte è questa: i grassetti però sono miei.

Dichiarazioni del deputato socialista Andrea Costa alla Camera dei Deputati dopo la sconfitta di Dogali 3 Febbraio 1887.


Costa Andrea. Signori! Poche e franche parole, non perché manchino gli argomenti, ma perché tengo anch'io conto delle condizioni della Camera, e capisco che in questi momenti ognuno di noi deve sforzarsi più che possa di esser breve.

Fin da quando nel maggio del 1885 si discusse la politica coloniale del governo (dico del governo, perché fu incominciata e continuata all'insaputa del Parlamento, ed il Parlamento non fu chiamato se non a mettere la sabbia su ciò che si era fatto), fin d'allora, io ed alcuni amici, riconoscendo che l'Italia, l'Italia vera, l'Italia che lavora e che produce, lungi dal desiderare una politica coloniale, voleva invece rivolte tutte le sue attività al suo miglioramento agricolo ed industriale, al suo progresso morale e politico; fin da allora, dico, noi presentammo un ordine del giorno in cui, opponendoci a tutte le velleità di spedizioni africane, che ci hanno dato i bei frutti che ora vediamo, proponevamo il richiamo delle truppe nostre dall'Africa.

Ora, di fronte all'avvenimento doloroso di cui diede un pallido cenno due giorni fa l'onorevole presidente del Consiglio, e per cui il cuor nostro sanguina come il vostro, di fronte a questo doloroso avvenimento, il nostro grido è lo stesso di due anni fa. Noi vi diciamo oggi, come allora: cessate da queste imprese pazze o criminose; richiamate le nostre truppe dall'Africa. E non ci lasciamo impressionare dalle frasi altisonanti di onore della bandiera, di prestigio militare, o che so io: tutta questa roba qui (Oh! oh!) è di quella che si adopera sempre per far passare la merce molte volte avariata. (Rumori a destra - Sì, sì, all'estrema sinistra).

Io non ho bisogno infatti di insegnarvi la storia; voi la sapete quanto o più di me, e sapete quante volte questi argomenti siano stati adoperati per fini più o meno ignobili.

La patria? Ma dove la vediamo noi nelle imprese africane? E la bandiera? La bandiera della patria la vedo sui campi di battaglia per la libertà e per la indipendenza, la vedo nelle imprese civili che fanno risalire sempre più la nazione verso le altezze dell'ideale; non la vedo, non la posso vedere nell'impresa africana.

E l'onore della bandiera?

Non è da questa parte che si deve render conto dell'onore della bandiera e del prestigio militare, ma dalla parte di coloro che siedono al governo o che il governo sostennero e sostengono; e davvero mal si invoca l'onore della bandiera quando, incominciando da Lissa e Custoza, questo onore è stato trascinato nel fango sino a Saati[3]. (Vive proteste a sinistra, al centro e a destra).

Presidente (Con forza). Onorevole Costa, io non posso tollerare una simile affermazione; se la nostra bandiera è stata qualche volta sfortunata è stata però sempre onorata. (Vivi applausi da tutte le parti della Camera). Ascolti la voce del patriottismo, onorevole Costa! (Bene!).

Costa Andrea. È appunto per patriottismo ben inteso che io parlo, giacché non credo che sia patriottico il perseverare nell'impresa d'Africa. (Vive proteste a destra).

Presidente. Onorevole Costa, ella può esprimere la sua opinione, ma non offendere i sentimenti degli altri.

Costa Andrea. Credo che quei signori non abbiano il diritto di pretendere che io abbia sentimenti diversi da quelli che ho. (Rumori a destra).

Noi siamo altrettanto patrioti quanto loro ...

Voci a destra. No! No!

Voci a sinistra. Sì! Sì!

Costa Andrea. ... e patrioti nel vero senso della parola. Giacché gli è appunto perché amiamo il nostro paese (Denegazioni a destra) che non lo vogliamo vedere impegnato in imprese pazze o criminose (Vive proteste a destra e al centro) dove, a quel che dite voi stessi, si può perdere anche l'onore ...

Presidente. Ella, onorevole Costa, può dire imprese avventurose non mai criminose. Del resto il patriottismo non è il monopolio di nessuno, ed io non dubito che esso sia sentimento comune a tutta la Camera. (Approvazioni).

Costa Andrea. Onorevole presidente, se quei signori avessero verso di me la stessa tolleranza che io ho verso di loro, creda bene che non si verificherebbe ciò ch'ella deplora ... (Rumori).

Presidente. Continui, onorevole Costa, continui il suo discorso.

Costa Andrea. Risponderò ad un'altra obiezione che mi si fa, e che è la più grave, in quanto che non viene solamente da quei banchi, ma viene altresì dai banchi dell'opposizione e pur troppo, mi duole il notarlo, anche da alcuni miei amici dell'estrema sinistra.

Si dice: infine in Africa ci siamo e bisogna restarci. Noi non possiamo, dopo una sconfitta, andarcene via con le pive nel sacco! Ora, signori miei, io capirei questo ragionamento, quando uno qualunque di voi potesse venirmi a dire che quando avremo accordato questi cinque milioni e mandato nuovi soldati in Africa, saremo sicuri di vendicare l'onore d'Italia e di ritornare gloriosi e trionfanti.

Ma io vi domando, o signori che sedete al banco dei ministri, a voi onorevole Genala, che sbagliate di un miliardo (Commenti), a voi onorevole Di Robilant[4], che confondete quattro predoni con un esercito agguerrito, potete darci voi questa sicurezza che, quando avremo votato i cinque milioni, saprete rivendicare l'onore d'Italia? (Bene! all'estrema. sinistra). No, o signori, voi non mi potete dare questa sicurezza: ed io alla mia volta, non vi darò un centesimo! (Rumori e risa ironiche).

Sì, lo capisco, siamo pochi noi quassù; il nostro ordine del giorno è firmato da quattro soli, lo capisco; ma siate certi, signori miei, che molto probabilmente, per non dirvi sicuramente, il nostro ordine del giorno avrà maggiore eco nel paese che le vostre pazzie africane, e tutte le vostre frasi di patriottismo. (Oh! Oh! - Vivi rumori a destra).

Presidente. Onorevole Costa, ella non deve chiamare frasi le manifestazioni di un sentimento che è nell'animo di tutti i suoi colleghi. (Bene!).

Costa Andrea. Ho finito. Il nostro ordine del giorno è tanto chiaro, che non credo abbia bisogno di ulteriore svolgimento.

Noi siamo convinti che esso corrisponda ai sentimenti della grande maggioranza del popolo italiano che lavora e produce, e che vi dà, alla fine, e gli uomini e il danaro ...

Voce al centro. Lo rappresentiamo tutti!

Costa Andrea. E, conchiudendo, mi riferirò ad una frase pronunciata ieri l'altro dall'onorevole Baccarini, il quale in questo ordine d'idee è molto dissenziente da me. Egli disse che l'impresa africana è una impresa non nobile; or bene, noi, francamente, per una impresa non nobile, non ci sentiamo di dare né un uomo, né un soldo.

Richiamate le milizie dall'Africa (Rumori) e vi apriremo tutti i crediti che chiederete, ma per continuare nelle pazzie africane, noi non vi daremo, ripeto, né un uomo, né un soldo.

sabato, luglio 11, 2009
Giochino estivo da Settimana Enigmistica: trovate le dieci piccole differenze tra questa foto e questa .

Troppo difficile? Colpa della assuefazione alle icone. Abbiamo bisogno di commuoverci più che di capire. Di offrire la nostra adesione emotiva e non mediata all' evento, che è vero solo perché è rappresentato.

Almeno, così la pensano i media.

E non importa se la cognizione degli scontri seguiti alle elezioni iraniane si confonde in un continuum iper-asiatico, indistinto e un po'  fiabesco, con la protesta degli Uyghur.

Ürümqi  è la periferia immediata di Teheran, e Ahmadinejad l' emanazione dell' Unico Grande Satana antioccidentale guidato dalla Cina.

Ma per la coscienza del lettore di quotidiani occidentale, supposto idiota, la foto di una donna che sfida l' Autorità Repressiva , armata solo del proprio dito proteso, è liberatoria come la strombazzata che, nel sonoro dei vecchi film western annunciava l' arrivano i nostri e l' immancabile vittoria dei buoni.

Catarticoooh
.


Anche se il dito proteso è un fotomontaggio. Anche se tutte queste immagini saranno consegnate all' inevitabile obsolescenza nel giro di qualche giorno, e sostituite con altre, perfettamente intercambiabili, e adattabili all' infinito al cliché Davide/Golia, alla dinamica "oppresso che sfida eroicamente l' oppressore".



P.S. Non potrò scrivere su questo blog per una quindicina di giorni. E' già successo un' altra volta, esattamente undici mesi fa.

Spero che adesso questo avvenga per motivi più lievi di un ricovero in O. P.


Ciao e a presto, cari lettori.



Roberta.
martedì, luglio 07, 2009
Lo Xinjiang è "Cina" all'incirca nello stesso modo in cui l'Irlanda del Nord è "Inghilterra".
martedì, luglio 07, 2009
Per una voce, quella di Falecius, che si rialza, tante ne vengono spente. Sono abbastanza sicura che la protesta degli Uyghur di queste ultime ore non godrà né dell' attenzione  riservata dai media occidentali alla cosiddetta Onda Verde iraniana, né del favore ideale che riscosse, un anno fa, all' inaugurazione delle Olimpiadi cinesi, la causa del Tibet oppresso.


Perché sono brutti, turchi e muSSulmani. Persino  Vittorio Emanuele Parsi e Fausto Biloslavo -fieri sostenitori della causa tibetana e sempre pronti a denunciare gli abusi del regime di Pechino-, non si stupirebbero delle probabili infiltrazioni di Al Qaeda (sic!!!!) nel movimento di autodeterminazione Uyghur e della probabile presenza di guerriglieri dagli occhi a mandorla nelle file del Terrorismo Intenazionale Islamico.


Che dire?

Il solito doppiopesismo del sistema di informazione nostrano.

Questo blog continua a sostenere la causa di autodeterminazione del popolo uiguro. Ha tolto il banner per non appesantire troppo il template.

Ma rimette il link al quale il banner portava.
mercoledì, giugno 10, 2009

Vorrei tornare su Waltz With Bashir con una disamina più approfondita delle mie posizioni, anche a seguito di alcuni commenti particolarmente risentiti a riguardo.

Come rappresentazione della futilità della guerra e della confusione, del terrore e dell’ abbrutimento di coloro che vi prendono parte ,  Waltz With Bashir è un grande esempio di  genere. Ciò è dovuto in parte al racconto, in cui il protagonista fa un viaggio per recuperare i suoi inaccessibili ricordi di guerra.


L’ effetto è rafforzato anche dall'uso di un’  animazione sofisticata, allucinatoria, che contribuisce a fornire un ritratto fresco e assieme impressionante di ragazzi in guerra. (A titolo personale mi ha colpito per il fatto che molti dei soldati fossero, nel 1982, più giovani di me, e altrettanto giovani di una controparte terrorizzata).

Il film esplora la natura della memoria e come evitare la dissonanza cognitiva data dal reprimere e dal censurare psicologicamente azioni ed eventi che non sono in linea con il modo di vedere noi stessi. Così il nostro protagonista, stimolato da un ex-commilitone nell’  emersione della propria memoria in forma di incubi,  cerca di scoprire gli eventi che l’  hanno cancellata.


Fin qui tutto bene, e la questione un poco fumosa del modo in cui abbia intrapreso questa compositio memoriae,  approcciata  attraverso interviste, è ben compensata dai sogni presentati in  lunghe e suggestive sequenze di flashback.

Tuttavia, a causa di quella che sembra essere  una tenace aderenza alla sua esperienza personale, il regista Folman manca l'opportunità di imprimere una svolta al  film verso  qualcosa di più grande, di tracciare un parallelo tra il proprio atteggiamento evitante di una scomoda verità e quello del suo paese, Israele, che non riesce ad affrontare a livello politico e collettivo una verità altrettanto scottante:  chi un tempo era vittima si è trasformato in carnefice. Questo atteggiamento mentale si è consolidato, nel tempo, attorno ad un’ omissione ,  non è chiaro  se deliberata o inconscia : guardare ai fatti troppo da vicino  sarebbe stato davvero troppo da sopportare, anche per un regista che ha avuto il coraggio di affrontare un argomento che è stato finora una  macchia inesplorata  sulla coscienza nazionale. E le omissioni sono tante, nella sceneggiatura: concretamente quelle  riguardanti episodi che, se fossero stati inseriti attraverso una migliore mise en scène, avrebbero  facilmente fatto stabilire allo spettatore connessioni personali   senza esagerare nel ricorso all'allegoria.

Per esempio il famoso assedio di Beirut precedente il massacro è appena menzionato. Tre mesi di intensi bombardamenti israeliani che, secondo le Nazioni Unite, hanno ucciso settemila persone e ferite ottantamila, l'80% delle  quali erano civili. I numeri degli  uccisi nell’ assedio di Beirut sono circa due volte la più grande stima dell’ ammontare delle vittime  dell’ eccidio  di Sabra e Shatila, compiuto dai Falangisti, con l’ avallo di Tsahal. 


Di per sé,  sarebbe  un’  interessante domanda chiedersi  se le  uccisioni effettuate da parte dell’ esercito regolare di uno Stato siano meno odiose di quelli perpetrate da  una falange armata e accecata dall’ odio.  Purtroppo, allora  non vi è  stata  alcuna possibilità di porsela.

C’ è più di una mancata contestualizzazione degli eventi: al tempo dell’ uccisione di Bashir Gemayel,   l'OLP era già salpata da Beirut sotto la supervisione di una forza multinazionale, lasciando poca resistenza attiva in  a città (fatta eccezione rispetto a quella formata  da gruppi della sinistra libanese), e nessuna nei campi. Il film dà l'impressione che siano stati i Palestinesi ad uccidere Gemayel , una impossibilità logistica. (Mi risulta siano stati ambienti maroniti di sinistra, cioè... "nazional-socialisti", che in Libano figurano essere di sinistra per il fatto di opporsi alla falange. Così mi dice Falecius, che ringrazio).  L’ intento dei Falangisti non era la vendetta - senza dubbio sono stati alimentati e rinfocolati nel loro odio, oltre che da   droga e alcol, dalla morte di Gemayel -, ma il loro esasperato e inutile intento è stato sempre quello di ottenere un Libano ad egemonia maronita , ed ecco la  scomoda e taciuta la verità . Si è trattato di un intento di cui Israele era ben  consapevole e da cui  ha tratto  il massimo vantaggio. I Falangisti  pensavano di stare lottando per difendere la propria comunità minacciata dalla distruzione. Propaganda, ovviamente. Ma la sinistra libanese all' epoca agitava questo spettro in maniera piuttosto truculenta.  Avete presente Damour? E'  un interessante thread che il film evita di approfondire , e né Folman coglie l’ironia del fatto che  la  Falange  (alleata di Israele durante l'invasione) sia stata creata dal nonno di Bashir Gemayel  dopo una visita di ispirazione  nella Germania nazista. 

Poi c'è il massacro stesso. La ricerca di base rivela questi fatti: una riunione antecedente  il massacro tra il  comandante delle forze israeliane a Beirut e il capo delle forze falangiste  ha avuto luogo, a condizione che Israele fornisse le foto aeree dei campi e con la  decisione  di provvedere ad  un sostegno logistico, ignorando deliberatamente ciò che sapeva benissimo i  falangisti  fossero  in grado di fare. Anche se la sede del comando israeliano che sorvegliava il campo è stata citata nel film, il fatto che vi sia stato  stato un ufficiale di collegamento della Falange  è stato passato sotto silenzio. In contatto con la milizia nel campo, non ha lasciato  agli ufficiali dell’ intelligence israeliana  alcun dubbio su ciò che stava succedendo. Sotto gli ordini, i  soldati israeliani hanno ripetutamente ricondotto e sedato i civili nei campi , ignorando  le loro esortazioni e le loro suppliche sul fatto che li stessero massacrando e violentando.  (Dal punto di vista drammaturgico, esplicitare questo episodio   avrebbe fornito   un esempio molto più potente di colpevolezza individuale del protagonista rispetto al fatto di essere lì  mentre si stavano sparando i razzi, come mostrato nel film. Questo momento di rivelazione risulta  indebolito  a causa dell’ autobiografismo troppo spinto del regista.) Molti soldati di Tsahal hanno  riferito che cosa stava succedendo a loro superiori, a tutti è stato  detto di non preoccuparsi. Sebbene un episodio inerente a questo atteggiamento è stato mostrato nel film,   la cecità volontaria e collettiva del comando israeliano sul massacro è stato sottovalutata. Infine, e cosa forse più importante, il fatto che sia l’esercito  israeliano che i servizi  di  intelligence controllassero (e fossero presenti all’ interno di esso)  lo stadio in cui camion carichi di residenti del campo siano stati condotti per essere processati, è stato  inoltre deliberatamente  lasciato fuori dalla narrazione filmica.

Tutte queste omissioni servono  ad annacquare la percezione del  ruolo di Israele nella vicenda, e il risultato è un cattivo servizio reso allo spettatore da  Folman, che ha lasciato troppe cose non dette.

Dopo aver detto  che Waltz with Bashir è comunque  un film importante e di straordinaria potenza evocativa, per  una serie di ragioni, di cui certo non è la meno importante il concedere alle vittime un certo riconoscimento  , ma anche perché, si ammette, sebbene implicitamente e peritosamente, che ci siano state certe persone nel comando israeliano  che hanno fatto accadere fatti gravissimi.


C’è sempre l’opzione che un israeliano si fermi un attimo a riflettere e si chieda 'Che cosa stavamo facendo, allora?' Nessun altro può farlo per loro.


Si deve rendere merito a Folman di aver compiuto il passo coraggioso, necessario ma non ancora sufficiente, di mettersi davanti allo specchio delle proprie responsabilità. Ciò che Folman non ha fatto fino in fondo, è stato avere la forza e l’onestà di sostenerne a lungo la vista, e di esaminarcisi molto profondamente.

sabato, giugno 06, 2009
Siccome è un paio di volte che cito Renan, ho deciso di aprire questa parentesi dentro all'inciso, e affrontare la questione del "semitico".
Il "semitico" è essenzialmente un gruppo linguistico. Anzi, oggi è un gruppo linguistico e nient'altro. A rigore, "antisemitismo" significherebbe "ostilità verso chi parla una lingua semitica"; e in generale, nessuno sano di mente considera i gruppi linguistici qualcosa per cui valga la pena di spendere ostilità. Eppure, in origine, significava più o meno quello, anche se questo non impediva agli antisemiti di avercela anche con gli ebrei che parlavano yiddish (che è una lingua germanica).
Chiariamoci, non intendo fare la storia dell'antisemitismo in Europa, che è lunga ed è stata già fatta da gente più preparata di me. Voglio più che altro spiegare perché noi chiamiamo "antisemitismo" l'odio verso gli Ebrei, quando si potrebbe dire "antiebraismo" o "antigiudaismo" (che in effetti si usa a volte per indicare la polemica contro la religione ebraica, distinta dagli Ebrei in quanto persone).
Uno dei motivi principali si chiama Ernest Renan.

Ma facciamo un passo indietro e diamo un breve sguardo a quella cosa spesso ignorata e vilipesa che è la realtà.
Nella realtà, gli esseri umani comunicano tra loro in vari modi, e uno dei modi più utilizzati e più efficaci sono le lingue. Una lingua è un sistema coerente ed articolato di segni (di solito suoni prodotti con la bocca, la gola e il naso) che producono un significato convenzionale nella mente di chi percepisce questi segni. Lo scopo essenziale di questi segni è veicolare il significato, il che vuol dire che il sistema (le regole per associare un gruppo di segni ad un significato) deve essere condiviso tra chi produce il messaggio e chi lo riceve.
Si può sostenere che universi di significato di due persone diverse non possono mai essere perfettamente e completamente coincidenti; e che la somma di piccole differenze e discrepanze possa arrivare a annullare la stessa possibilità della comunicazione. Laddove la differenza arriva al livello di rendere impossibile una comunicazione efficace e completa, abbiamo due lingue diverse.
Tuttavia, in questo modo stiamo segmentando in entità discrete quello che è un continuum di variazioni tra universi di significato e regole di comunicazione; possiamo aspettarci che questi sistemi di regole saranno tanto più simili quanto più ci sia esigenza di comunicare; e d'altra parte che le discrepanze si accumulino nel momento in persone che comunicavano tra loro smettono di farlo, producendo a lungo andare lingue diverse.
Diciamo che sono "gruppi linguistici" le lingue che hanno insiemi di regole parzialmente simili, a volte così tanto da consentire una comunicazione incompleta.
Possiamo organizzare questi gruppi in vari modi, a seconda del tipo di regola la cui somiglianza ci interessa di più.  Ad esempio, posso classificare insieme le lingue che antepongono il soggetto al verbo (lingue SV) e quelle che non lo fanno (lingue VS). Naturalmente questa regola da sola è troppo astratta e generale per assicurare una qualsiasi efficacia alla comunicazione.
Un criterio molto seguito è quello di tipo genealogico. Alcune regole presentano un tipo di affinità che suggerisce una origine comune, e questo ovviamente è molto interessante per chi si occupa dell'uomo nel tempo, cioè gli storici.
Alcune regole simili sopravvivono, altre spariscono, e questo nel corso nei secoli produce dapprima comunicazione parziale e poi incomprensione totale. Un italiano che non l'abbia studiato non può capire il francese, ma i due insiemi di regole mostrano chiaramente una somiglianza che si può spiegare in termini di (semplifico) progressiva differenziazione.
Ora, nella storia succedono sempre un sacco di cose antipatiche. Guerre, schiavitù, invasioni, deportazioni, massacri e tutto il cucuzzaro. Gente che prima non s'era mai vista né sentita nominare all'improvviso si trova di fronte, e di solito finisce a schiaffi. Tutto questo affascinava molto i professori universitari tedeschi dell'Ottocento che, per riscattare le loro misere vita borghesi, sognavano un mondo crudo ed eroico di grandi battaglie, sudore, sangue, stupri, cavalcate nelle steppe dell'Asia, una vita sana e selvaggia nella Foresta Nera ed eroismi vari ed eventuali. Questi sogni bagnati, che qualche generazione dopo i politici tedeschi si prodigarono a soddisfare (con le conseguenze che sappiamo) cominciano nel periodo in cui era successo uno di quei comunissimi incontri storici di cui sopra. Nello specifico, gli abitanti dell'India si erano trovati di fronte gli Inglesi, era finita a schiaffi e gli inglesi avevano vinto. Ovviamente gli inglesi e gli abitanti dell'India parlavano lingue molto diverse, ma gli inglesi, ad un certo momento, si erano accorti di alcune somiglianze tra i sistemi di regole di alcune lingue dell'India e quelli del latino e del greco.
Questo fatto attrasse la curiosità di alcuni professori tedeschi (e danesi) che si misero a comparare i sistemi di regole di svariate lingue e decisero che ce n'era abbastanza per pensare che avessero una origine comune. Ne emerse quindi un gruppo linguistico che venne chiamato "indo-germanico" o "indeuropeo" perché includeva (ed include) le lingue dell'Europa, tra cui quelle germaniche (parlate dagli inglesi, dai tedeschi e dai danesi, che si davano così molta importanza), e quelle dell'India. Include anche il persiano e altre lingue dell'area iranica, ma non è molto importante in questa sede. Naturalmente che le lingue germaniche, per esempio, formassero un gruppo linguistico definito da una origine comune era noto, dal momento che la loro differenziazione era relativamente recente e ben documentata e le somiglianze evidenti (con le cronache scritte a documentare la diffusione e la differenziazione delle varie lingue, almeno in parte). L'indeuropeo rimontava ad una origine comune ben più remota, a cui non era possibile accedere se non attraverso la comparazione linguistica, oppure attraverso il mito.
E molti popoli hanno miti che parlano di migrazioni, guerre ed invasioni, per la banale ragione che si trattava di eventi relativamente frequenti che avevano, come dire, un discreto impatto sulla vita delle persone. Miti che titillavano le fantasie sanguinarie dei professori tedeschi che dicevo. Ora, anche gli Indiani avevano miti di quel tipo, e andando a bene vedere alcuni somigliavano a quelli degli antichi Germani (o Celti, o Greci)! Wow!
Ricapitolando: le lingue dell'India settentrionale hanno un origine comune col tedesco ( e il latino, e il greco, e il russo, ecc...), e in India c'è un mito che parla di una stirpe nobile che conquista il paese arrivando a cavallo (semplifico).
Evidentemente anche noi tedeschi discendiamo da quella nobile schiatta di conquistatori a cavallo, e le nostre leggende ne conservano traccia!
Il passo successivo era dire che le gesta dei nobili conquistatori a cavallo andavano rievocate, sì, ma sui carri armati, ma questo succederà dopo.
I nobili conquistatori a cavallo si chiamano "Arya" nella lingua dell'India in cui sono tramandati questi miti (che è il sanscrito), e quindi eccoci, abbiamo gli Ariani. Ben presto, si cominciò a fantasticare parecchio sulle mirabolanti gesta di questi stupendi antenati, e non solo in Germania, ma anche in Francia ed Inghilterra, e da un certo momento in poi anche in India ed Iran. Anzi, l'Iran si chiama così a causa di quelle fantasticherie (la parola è collegata al sanscrito "arya"). Prima era chiamato generalmente "Persia". 

Ora, sarebbe interessante chiedersi se magari anche altre lingue fuori dal gruppo indeuropeo, non abbiano una origine comune anche loro, anche se certamente, si dicevano i professori tedeschi, nessuna origine può essere più figa dell'essere stata la lingua dei nobili cavalieri ariani conquistatori.
Certamente: erano ben note delle lingue simili tra loro in modo da fare pensare ad una origine comune, e lo si sapeva almeno dai tempi di Spinoza e Richard Simon. Almeno da Spinoza in poi, l'arabo e l'ebraico erano relativamente ben consciuti ai dotti europei, perché la loro conoscenza era ritenuta necessaria alla comprensione della Scrittura. Latino e greco non bastavano più. Ma ora si vedeva che le proprie origini ed antichità andavano chieste al sanscrito. In un certo senso, India capta ferum victorem cepit. Dove mettere, in questo nuovo mondo popolato di nobili cavalieri ariani a cavallo, la Bibbia scritta in una lingua diversa dalla loro?
Bè, la Bibbia stessa forniva una bozza di risposta. La somiglianza tra arabo ed ebraico non era sfuggita ad arabi ed ebrei, che infatti da secoli ammettevano nelle proprie tradizioni di avere un antenato comune, un tizio sconosciuto ed oscuro di nome Abramo. Arabo, ebraico e altre lingue simili furono riconosciute formare un gruppo linguistico dotato di origine comune, che fu detto "semitico" da Sem, un antenato di Abramo. Quasi tutti i popoli che la Bibbia e le tradizioni arabe indicavano come discendenti di Sem parlavano lingue semitiche, quindi la faccenda pareva semplice.
Fin qui, a parte la fantasticheria degli Ariani, tutto regolare.
Esistono somiglianze forti tra le lingue indeuropee* che provano una origine comune, e lo stesso vale per le lingue semitiche**, così come per altri gruppi. E' possibile risalire ancora più indietro, anche se naturalmente più lo si fa più lo cose diventano incerte i linguisti storici s'incazzano e diventano frustrati e nervosi. Ad ogni modo le somiglianze linguistiche forniscono informazioni storiche reali sebbene la loro interpretazione non sia nemmeno lontanamente semplice come credevano i professori tedeschi dell'Ottocento.
Questa è realtà.

Poi arriva l'ego dei professori, ormai non più solo tedeschi, che abbiamo già visto all'opera con gli Ariani.
Questo ego non può assolutamente accettare che al mondo sia esistito qualcosa di figo che non fosse stato prodotto dai trisavoli Ariani a cavallo, e osserva inoltre che nel mondo contemporaneo i presunti discendenti degli Ariani a cavallo prosperano e gli altri un po' meno. Ovviamente questa cosa eccita enormemente l'ego ariano che decide quindi che l'arianità è principio ordinatore e civilizzatore del tutto e che se non discendi dagli Ariani a cavallo non sei nessuno e devi morire muto e rassegnato. L'idea che i non-ariani stessero male non in quanto esseri genticamente inferiori ma in quanto erano stati aggrediti, espropriati e sterminati dagli Ariani con grossi cannoni era considerara poco carina da suggerire, anche se in effetti Joseph Conrad era stato piuttosto chiaro in merito.

Ecco, quindi che da una parte gente come il barone di Gobineau tenta di dimostrare che tutte le civiltà della storia sono state civili in quanto ariane, e che Renan si trova ad affrontare lo spinoso problema del "semitico".
Renan risolve questo problema dicendo che i "semiti" hanno per essenza una cultura particolare. Non è tutta quanta da buttar via, ma lasciata a sé stessa è intrinsecamente destinata alla sclerosi. La natura delle lingue semitiche e della "mentalità" semitica è incapace di pensiero razionale, e quindi solo gli Ariani potevano produrre la filosofia. I tetri beduini semiti avevano da offrire solo leggi e divinità trascendenti che parlano da quel cielo azzurro del deserto siriaco, e quando combinano qualcosa è perché qualche Ariano è in mezzo a loro. Questa "mentalità" semitica opererebbe anche nell'ebreo di lingua tedesca o francese (Renan è francese), perché fa parte della sua essenza. L'ebreo è quindi "inassimilabile" alle nazioni "ariane" non in quanto ebreo, non in quanto portatore di una diversità religiosa, ma in quanto semita portatore di una mentalità diversa (ed inferiore) di cui la religione è un sottoprodotto.
Naturalmente questa forma di razzismo a base linguistica seriva a scopi pratici che avevano inzialmente poco a che vedere con la vita degli ebrei di Francia e Germania, che era alquanto indisturbata (diversamente da quel che accadeva, per altre ragioni, in Russia). Serviva più che altro a legittimare cose come la dominazione francese sul Nordafrica arabo, e già che ci si era, a mettere gli uni contro gli altri gli arabofoni "semiti" e i berberofoni "camiti" nella zona. 


* Delle lingue indeuropee fanno parte le lingue iraniche (tra cui persiano e kurdo), indoarie (come la hindi, la bengali, l'urdu ed il sanscrito, parlate nel Nord dell'India), baltiche e slave, e l'armeno, nel gruppo satem; celtiche, germaniche, anatoliche (tra cui lo hittita; estinte), latino-falische (tra cui il latino e quindi le lingue romanze), osco-umbre (estinte), illiriche (da cui l'albanese, probabilmente), il tocario (parlato anticamente in Asia Centrale; estinto) e il greco, nel gruppo centum. Le esatte relazioni tra i diversi gruppi sono alquanto discusse e non ho voglia di parlarne qui.

** Le lingue semitiche comprendono oltre all'arabo e all'ebraico (che è praticamente una forma di fenicio), l'aramaico, l'accadico (assiro e babilonese), l'etiopico, l'amharico ed il tigrino parlati in Etiopia ed Eritrea, ed il maltese, che è in realtà un dialetto arabo che ha avuto una evoluzione particolare. Ce ne sono anche altre, ma caspita, accontentatevi.
 
sabato, maggio 23, 2009
Fosse stato per il povero Carlo Pisacane (qui qualche stralcio delle sue opinioni, in un post che condivido) questa gente probabilmente sarebbe stata fucilata dopo processo sommario.
Sottolineo le parole della 'preside' (che da qualche anno si chiama 'dirigente', ma sorvoliamo):
"
scelte decise democraticamente dagli organi collegiali del nostro istituto" in riferimento alla proposta di cambiare nome. Organi collegiali in cui, come è noto, i genitori godono di rappresentanza. Dal Corriere*, infatti, emergeva che "i genitori"** non fossero d'accordo con una decisione  unanime del Consiglio e si fossero quindi lamentati; insieme a Galli della Loggia, che contestava lo stesso diritto del Consiglio d'Istituto democraticamente eletto di esprimere la sua opinione sul nome della scuola. La domanda che sorge è: dove cazzo eravate, o comunque dov'erano i vostri rappresentanti in Consiglio, quando la decisione veniva presa? Perché non si sono lamentati allora?
Questo tende a confermare la mia radicata opinione, per cui, in generale, un genitore fa parte del problema e non della soluzione, a prescindere dal problema.
Opinione che Makiguchi non condivideva, per inciso.

Tra l'altro, trovate così impronunciabile quel nome? Ma-ki-gu-chi. Dai, è facile, a parte che il ch si legge c dolce come in chip e non c dura come in chilo. Ma ce la potete fare, ormai questa cosa della ch fa parte della nostra cultura ortografica. La fonologia del giapponese è molto simile a quella dell'italiano.
E comunque si può sempre scrivere Machiguci, (pronunciato uguale) secondo le regole dell'ortografia italiana tradizionale, gli ideogrammi del nome giapponese non s'offendono mica.

* Sorvolo sulla 'italianità' del titolo. "Zì, bwana, noi multietnici". Un buon vecchio predicato nominale pareva brutto?
**
quelli italiani, cioè il 10%, par di capire, dei genitori totali della  scuola; ma ai genitori degli alunni stranieri non è chiaro se qualcuno abbia chiesto qualcosa.

giovedì, maggio 21, 2009
Paura a Porta Maggiore




Oggi mi è successa una cosa. Stavo andando ad un appuntamento con una vecchia amica del liceo, e ci stavo andando in treno. Da casa mia (Torpignattara) alla stazione Termini c'è questo trenino urbano che è in realtà il tronco residuo della più antica linea ferroviaria del Lazio, la Roma-Frascati voluta dal Papa Re. Non arriva proprio alla stazione Termini, che è stata costruita praticamente sopra al vecchio capolinea, ma comunque in zona. Da Termini partono autobus per qualsiasi parte di Roma o quasi, a patto di conoscerli e avere tempi indeterminati. Comunque, il trenino che parte da un punto vicino al Raccordo Anulare, attraversa Centocelle, sferraglia sotto casa mia, e poi attraversa la parte sudorientale di Roma parallelamente alla via Casilina, o per un po', dentro la Casilina. Quindi segue per un tratto la Prenestina e infine arriva a Porta Maggiore.

Porta Maggiore è il principale ingresso nelle mura aureliane sul lato est di Roma, anche perché ha intorno due notevoli piazzali, è sulla direttrice che va verso Termini, e insomma corrisponde ad uno snodo bello grosso. Oltre al mio trenino, nei pressi ci si incrociano tre grosse vie (Casilina, Prenestina e la circonvallazione Tiburtina) alcuni viali, varie linee di autobus e un numero imprecisato ma notevole di linee di tram. In sostanza si tratta del passaggio quasi obbligato che connette circa un quarto della periferia di Roma col centro, e due settori di periferia piuttosto grossi tra di loro e con la zona di San Lorenzo, quella dove si va a fare bisboccia (una delle tante). Un discreto collo di bottiglia, e non è la prima volta che si ingorga peggio di un lavandino. In quei casi, ho scoperto che farsi il tragitto tra Torpignattara e la città universitaria della Sapienza a piedi può diventare conveniente, anche se sono quasi sei chilometri.

Comunque, stavolta il trenino si è piantato alla fine della Prenestina, causando un discreto bordello. Io sono sceso, ho avvisato del ritardo e sono andato a piedi all'appuntamento.

Ho sempre saputo che attraversare la strada è un'attività da intraprendere con cautela, ma solo da quando abito a Roma mi è sorto il sospetto che la viabilità sembra appositamente concepita per uccidermi.

L'automobilista romano non ha mai sentito nominare le strisce pedonali, e non si pone nemmeno il dubbio su che cosa mi induca a stare fermo sul bordo della strada. Inoltre, le strisce pedonali mancano in alcuni punti della città, tipo tra Porta Maggiore e San Lorenzo, dove a me sembra ovvio pensare che qualcuno attraverserà la strada lì. Non fatelo. E' un suicidio.

Inoltre, laddove esistano dei semafori pedonali, hanno delle tempistiche inquietanti. C'è un semaforo, tra Termini e Castro Pretorio, in cui il verde per i pedoni scatta insieme a quello per le auto che vengono dal viale. Il problema è che è verde per i pedoni che vanno dritti e per le auto che vanno dritte o che svoltano a destra, e svoltando a destra vanno a Termini. In sostanza, una minaccia. Ho idea che nessuno abbia realmente pensato a Roma come ad un posto in cui uno potesse, volesse o dovesse muoversi a piedi. E se i trasporti pubblici fossero fatti di conseguenza, lo accetterei pure, ma così come stanno le cose, Alemanno dovrebbe darmi la vettura di cortesia. Con autista, perché non intendo imparare a guidare in questo delirio di città.

Un'altra cosa che non va bene nei semafori pedonali di Roma è la durata del verde. Dovrei provare a cronometrarlo, dubito superi i 5 secondi. Sicuramente meno del tempo che una persona normale impiega ad attraversare una strada. In compenso il giallo dura tipo il triplo, il che non ha evidentemente senso.

Ne deduco che Roma è in realtà una colossale trappola immaginata solo per schiacciarmi ed uccidermi. Fintantoché non ci riescono, gli automobilisti ingorgati strombazzano a frotte, facendo sorgere nella mia mente taciti inviti a suonare dove c'è più traffico. In figa alle troie delle loro madri, scusate il francese. Suonando il clacson come cretini non rimuovono il tram bloccato sulle rotaie, in compenso mi tirano scemo. Stronzi.*

*Potrà sembrarvi che i miei toni siano eccessivi. No. E' una cosa che mi fa realmente ammattire. Pregate che non mi porti mai fino alla crisi isterica conclamata, perché in quel caso non rispondo delle mie azioni e potrei diventare pericoloso per me stesso e per il prossimo.




Delirio a Torpignattara




In tutto questo, andando verso l'università, ho notato una cosa. La linea d'autobus numero 3, che faceva un pezzo di strada tra Porta Maggiore e Viale Regina Margherita, parallela alla mia. La linea 3 non l'ho mai presa, ma il capolinea è piazza Thorvaldsen, e lo so perché è scritto sull'apposito pannello del bus.

E allora ho pensato, eccheccazzo, ma perché in Italia deve esserci piazza Thorvaldsen? Chi cazzo è Thorvaldsen? E' uno scultore danese del Sette-Ottocento. Embè? Ci vuole un corso di lingua per pronunciarlo. E' un' offesa alla cultura italiana, nella città dove abbiamo la fottuta Pietà di Michelangelo, intitolare una piazza ad un inutile artista culoghiaccio di cui non frega niente a nessuno.

Ho pensato queste cose, perché, minchia, siamo in Italia, e bisogna difendere la cultura italiana, incluse le filastrocche imbecilli, e sottolineare il fatto che siamo in Italia e non ce ne incula un cazzo della Danimarca, ribattezzando piazza Thorvaldsen come piazza Michelangelo.

Perché l'Italia, è, era e sempre sarà la cazzo di Italia, anzi Itaglia, e non vogliamo contaminazione con lo straniero nei nomi di luoghi pubblici. Chi è un cazzo di consiglio comunale democraticamente eletto per dare un nome culoghiaccio ed estraneo alla nostra cultura ad una piazza di tutti (gli italiani di pura razza ariana, s'intende?). E se queste cose possono stare sulla prima pagina del Corriere della Sera a firma di Galli della Loggia, io posso essere tanto razzis... ehm, tanto antidan... volevo dire, tanto liberale e patriottico quanto lui.

Thorvaldsen si deve integrare, cazzo, deve dimostrare la sua italianità.

Ah, è morto? Cazzi suoi, rispediamo indietro il suo nome clandestino ed impronuciabile. Tanto è nato in Islanda, quindi anche extracomunitario, e non me ne frega un cazzo se era suddito danese e quindi dentro Schengen. Del resto, ce ne è mai fottuto qualcosa, a noi razz... patrioti, quando si trattava di sputare sul primo romeno preso a caso, che fosse cittadino comunitario?

No, non ce n'è mai fregato un cazzo, nemmeno ai massimi livelli, quando il Ministro degli Esteri D'Alema convocò l'ambasciatore della Romania per un omicidio commesso da un cittadino romeno in Italia.

Immaginate se, ad ogni delitto di mafia commesso all'estero, il governo del paese interessato chiedesse spiegazioni all'ambasciatore italiano.

E adesso, immaginate l'articolo che Galli della Loggia scriverebbe per commentare l'ipotetica intitolatura di una scuola elementare giapponese a Maria Montessori. Offro da bere a chi riesce a farne l'imitazione migliore.

domenica, maggio 03, 2009
Mi sembra di un'evidenza abbagliante il fatto che, se si vuol fare filosofia della storia, bisogna come minimo sindacale conoscere la cazzo di storia.

La filosofia della storia è, da quello che ne ho capito io, la branca della filosofia che si occupa dell'eventuale esistenza di "leggi" della storia, o dell'individuare un eventuale "significato e fine" della storia stessa.

Le "leggi" della storia sarebbero poi le leggi del comportamento umano, qualcosa che sarebbe meglio indagato da psicologi, antropologi e sociologi piuttosto che da filosofi. Va dato atto, tra gli altri, ad Auguste Comte l'aver tentato di fondare uno studio del comportamento umano basato su una conoscenza "scientifica" e non sulla rilettura di Tito Livio. Sebbene non ci sia nulla di scientifico nel metodo e nelle concezioni particolari di Comte, il concetto di sociologia come scienza può essere attribuito anche a lui.

"Il significato e fine della storia" sono qualcosa la cui esistenza va dimostrata. Secondo Löwith, che mi pare riprenda su questo punto Dilthey, l'idea che la storia abbia una significato ed un fine è un concetto teologico, che nasce dall'escatologia cristiana e dalle formulazioni di Agostino ed Orosio. Non capisco perché non citi Eusebio, in cui l'idea della provvidenzialità della storia (romana) finalizzata alla diffusione del cristianesimo è abbastanza trasparente, in opposizione ad Agostino, che vedeva nella storia romana una sequela di insensate perversioni. Per chi non lo sapesse, Eusebio è circa contemporaneo di Costantino il grande, mentre Agostino muore circa un secolo dopo. In sostanza, Eusebio vive la grandezza dell'Impero Romano cristiano, Agostino scrive la sua opera maggiore sotto lo shock del sacco di Roma da parte dei Visigoti di Alarico, peraltro anch'essi cristiani (ma eretici, seguaci delle dottrine di Ario).

Löwith crede che l'idea di un senso della storia come lo concepiva ad esempio Hegel (ma anche Voltaire) sia una laicizzazione dell'idea di un senso metafisico  della storia, disegno provvidenziale o pellegrinaggio dei cittadini della civitas dei che sia. Personaggi come Gioacchino da Fiore, Bossuet, teologo e storico dell'età di Luigi XIV, o Gimabattista Vico, fanno in qualche modo "da cerniera" tra le due visioni.

Ora, apro una piccola parentesi pro domo mea. Ragazzi, esistono due  [CENSURA] monoteismi universalistici con una divinità personale che agisce nella Storia e giudicherà vivi e morti alla fine della Storia. Uno è il cristianesimo, l'altro è l'Islam (l'Ebraismo non è universalistico). Qualsiasi affermazione riguardo l'origine teologica della filosofia della storia dovrebbe essere messa in rapporto con una verifica sull'eventuale esistenza di una filosofia della storia nelle società musulmane e del suo rapporto con una visione religiosa. Almeno una filosofia della storia esiste:  quella espressa dalla Muqaddima di Ibn Khaldun, che assomiglia per certi aspetti alla concezione vichiana. E penso proprio che se ne possano trovare altre, anche se al momento non me ne vengono in mente. Comunque non pretendevo cotanto studio, dal buon Löwith.

Mi sarei accontentato del fatto che si ponesse il problema: possibile che, avendo presupposti originari molto simili (greci e biblici) l'Islam non avesse proprio nulla da dire in proposito? Lo stesso vale per altri storici della filosofia, che affrontano problemi relativi al pensiero cristiano come se non esistesse nessun'altra cazzo di religione al mondo tranne l'ebraismo.

Il che peraltro riporta a quanto dicevo sopra, e cioè che discutere del senso, significato e fine della storia ne presuppone la conoscenza.

Hegel, invece, trasforma la sua apparente* ignoranza della storia del mondo non occidentale in un concetto filosofico, quello del "dispotismo orientale", entro il quale mette insieme Islam, Cina, India, Persia antica e (se ricordo bene) Egitto.

Non mi risulta che si ponga dubbi su cosa ci fosse "prima" del dispotismo orientale (la prima fase dello sviluppo del cazzo di Spirito) né che lavori su fonti storiche in senso proprio. Il suo sistema è un a priori che analizza "razionalmente" (almeno secondo lui) il modo di procedere dello Spirito, e se la realtà storica non si conforma al modo di procedere dello Spirito, tanto peggio per la realtà. Credo che questo sia in sintesi ciò che chiamiamo "idealismo". In effetti Hegel afferma che è "razionale" quel che è "reale", che è un po' come dire "grazie al cazzo". Come si fa a dire che tutto è razionale semplicemente perché è reale, cioè perché esiste? Se è così, la realtà storica deve conformarsi al comportamento dello Spirito (che però Hegel deduce a priori), e noi dovremmo capire razionalmente tutto ciò che esiste ed accade.

Ora, è possibile che Hegel pretendesse di capire razionalmente tutto ciò che esiste ed accade, ma questo vuol dire solo che era un misero alienato, visto che comunque lui non poteva conoscere l'esistere e l'accadere, ad esempio, del pianeta Nettuno. Gli esseri umani sani di mente in genere riconoscono che la loro capacità di comprensione razionale ha dei limiti. Si può fare appello ad una razionalità superiore e non limitata, che è in effetti ciò che fa Hegel, ma a quel punto, di nuovo, "grazie al cazzo". Posso giustificare qualsiasi aberrazione dicendo che è razionale su un livello che però voialtri scimmioni non capite e io sì perché sono figo.

Adesso do un cazzotto a tutti quelli che incontro e poi gli spiego che fa parte del disegno di una razionalità superiore. Del resto gli ho dato il cazzotto, no? E' successo, quindi è reale, quindi è razionale. Tiè.



* Mi ha detto qualcuno che conosce Hegel molto meglio di me, che Hegel in effetti si informava moltissimo sul mondo orientale e si teneva al corrente degli studi in materia. Prendo atto, ma non posso dire che sia servito a granché, visti i risultati.
domenica, aprile 05, 2009

« Vogliamo la pace senza armi nucleari
Nel mondo c'è ancora pericolo atomico »

Bene. Comincia a smantellare le tue bombe atomiche, no?

Obama a Praga: coesione per la pace, dialogo con la Russia. «Arsenali in sicurezza entro quattro anni»

 
 

MILANO

Come sarebbe a dire Milano? Non era a Praga?

- «La protesta pacifica getta le basi per un impero. Ed è più potente di qualsiasi altra arma».

Impero? Ma di che cazzo sta parlando? Cosa significa?

Barack Obama ha aperto così, ricordando la primavera di Praga (fatta da comunisti, N.d.R.) e l'evoluzione della Repubblica Ceca, (che all'epoca della Primavera di Praga non esisteva, ma vabbè) passata dall'essere un Paese soggiogato all'ideologia comunista (??????) a nazione assurta al rango di leader europeo,

A parte che come cazzo è scritto, ma da quando in qua la Repubblica Ceca è una "nazione leader europea"?

il suo discorso

Nel frattempo ci siamo persi sul panegirico della Primavera di Praga e non capiamo: discorso di chi? Al sei mica ci arriva, questo.

a margine del vertice Stati Uniti-Ue, pronunciato all'aperto, davanti a circa 30 mila persone radunate nella piazza Hradcani,

Sono abbastanza convinto che si scrive in un altro modo, così: Hradčany

dinanzi al castello della città.

Il soggetto, ragazzi, il soggetto. Nelle frasi a volte serve.

Le sfide del momento, ha detto il presidente americano, richiedono coesione: non possiamo permetterci di essere divisi,

Noi chi?

come è avvenuto per troppo tempo. Anche perché, ha sottolineato, la «guerra fredda» ha tenuto per mezzo secolo il mondo con il fiato sospeso.

Sì, ma è anche finita vent'anni fa. Buongiorno.

«Adesso - ha commentato - è giunta l'ora di voltare pagina».

Ripeto: è finita vent'anni fa. Buongiorno.

RISCHIO NUCLEARE - Obama ha poi spiegato che servono «nuove relazioni con la Russia per prospettiva comune».

Se metti le virgolette devi citare Obama, NON il lancio ANSA telegrafico senza neanche gli articoli. Semmai, servono "nuove relazioni con la Russia per UNA prospettiva comune". In italiano si dice così.

«Una di queste - ha puntualizzato - è il futuro delle armi nucleari nel 21esimo secol. [sic!] L’esistenza di migliaia di armi nucleari è l’eredità più pericolosa della guerra fredda.

Infatti il problema con l'atomica israeliana o pakistana era la guerra fredda.

Intere generazioni hanno vissuto con la consapevolezza che il mondo potesse essere distrutto in pochi istanti.

Anche la mia. E adesso, come leader della principale potenza nucleare della Terra, chiediti perché.

Città come Praga avrebbero potuto cessare di esistere in un attimo.

E di Cinisello Balsamo ne vogliamo parlare? Solo che Praga nella guerra fredda stava, come dire, di là. Perché cessasse di esistere occorreva che gli Stati Uniti lo decidessero.

La guerra fredda è finita, ma le armi ci sono ancora.

Ma anche Praga c'è ancora.

Il rischio di attacchi nucleari, anzi, è aumentato:

Bravo. Quindi il problema non è la guerra fredda? (che, nel caso qualcuno non se ne fosse accorto, è finita da vent'anni).

più Paesi si sono dotati di armi atomiche, c’è il mercato nero,

Adesso vado al mercato nero e mi compro due chili di uranio arricchito. Tiè.

i terroristi sono orientati a comprare e rubare armi nucleari.

Chi? I terroristi chi? Quali? Cosa significa? Orientati? Trovano il plutonio con le bussole?

Ci sono ancora nazioni e popoli che violano leggi contro la proliferazione.

E' vero, ad esempio i palestinesi proliferano un sacco. Invece quello che ha le bombe atomiche in segreto e non ha sottoscritto i trattati per la limitazione degli armamenti atomici è Israele.

Un sacco di popoli non hanno un cazzo di meglio da fare che violare le leggi contro la proliferazione. Il terrore dell'atomica Masai.

A proposito, non esistono "leggi" contro la proliferazione. Esistono "trattati" contro la proliferazione. E' vero che in inglese possono essere considerati "law", ma in italiano no.

E si potrebbe arrivare al punto in cui non ci si potrà più difendere da loro»

Dobbiamo difenderci da Israele? Questa è nuova.

«LIBERI DALLA PAURA» - «Dobbiamo agire per vivere liberi dalla paura nel 21esimo secolo - ha esortato il capo della Casa Bianca -. Gli Stati Uniti sanno di avere una responsabilità nel guidare questo processo.

Sta dicendo che gli USA rinunciano ad invadere ed occupare paesi esteri terrorizzandone la popolazione, e a minacciare le capitali straniere con missili armati di testate atomiche? Sta dicendo questo?

No, impossibile, non lo sta dicendo.


Lo faremo e chiederemo agli altri di fare altrettanto.

Sì, lo sta dicendo. Oppure sta dicendo che pretende dagli altri qualcosa che non è disposto a fare?

Guideremo il mondo verso una pace senza armi nucleari.

E' vero, lo sta proprio dicendo.

Fino a che queste armi ci saranno, gli Usa manterranno un prorpio [sic!] arsenale necessario per garantire la difesa di tutti gli alleati.

Ah, ecco, mi pareva. "Comincia tu" "No, comincia prima tu".

Ma con la Russia negozieremo un nuovo trattato di riduzione delle armi già a partire quest'anno».

"Comincia tu!" "No, prima tu!"

 
 

«ROAD MAP», NORD COREA E IRAN - Obama ha poi sintetizzato la «road map»

Automobilisti della politica internazionale.

per il nuovo scenario senza testate atomiche: «I Paesi che hanno armi nucleari dovranno lavorare per lo smantellamento;

"Comincia tu!"

quelli che non le hanno non le dovranno acquisire.

E quelli che ce le hanno ma non lo dicono?

E tutti potranno usare l'energia nucleare per scopi pacifici.

Anche l'Iran?

Possiamo pensare di creare una banca internazionale per il nucleare a scopi pacifici.

Ma c'è, si chiama AIEA

E tutti i paesi che faranno test saranno tenuti sotto controllo».

Anche Israele?

Ma, ha aggiunto, «non dobbiamo farci illusioni: alcuni Paesi violeranno le regole e dobbiamo essere pronti a reagire.

Sta dicendo che vuole bombardare Tel Aviv?

Proprio stamattina abbiamo visto che la Corea del Nord ha violato le regole ancora una volta.

Quali regole?

Questa provocazione comporta la necessità di una reazione.

Ah, sì?

E' il momento di una risposta forte. La Corea del Nord deve sapere che il rispetto non arriverà mai attraverso la minaccia nucleare: quindi tutti dobbiamo fare pressione perché cambi tendenza».



Obama ha poi citato il caso dell'Iran, che a sua volta potrebbe finire con l'utilizzare il nuclerare [sic!] per scopi non pacifici.

"Potrebbe finire per". Wow. Il nucleare non pacifico capita.

Per questo, ha detto, ha un senso continuare lavorare per lo scudo anti-missili che vede le nazioni del centro-Europa, tra cui proprio la Repubblica Ceca, in prima linea per la dislocazione degli apparati difensivi.

Certo. Tutta Praga è terrorizzata dall'Iran.

Sta ora a Teheran, ha detto Obama, fare una scelta su come vorrà sviluppare il proprio programma nucleare.

Sono dieci anni che dicono come vogliono svilupparlo. Forse sta anche agli altri decidere se credergli.

IN SICUREZZA ENTRO QUATTRO ANNI - Al Qaeda, ha infine ricordato il presidente americano, «ha detto più che vuole la bomba e che non avrà remore nell'utilizzarla. Dobbiamo impedire che ne venga in possesso».

Vabbè...

A questo proposito Obama si è preso l'impegno di mettere in sicurezza tutto il materiale nucleare presente negli arsenali ereditati dalla guerra fredda in un tempo massimo di quattro anni.

Questo vuol dire che esistono arsenali americani ereditati dalla guerra fredda, e che non sono sicuri? Sta dando al al-Qa'ida quattro anni di tempo e glielo dice pure? Ma complimentoni.

Alessandro Sala

L'alunno dimostra un leggero disagio verso la lingua italiana e una palese difficoltà a riportare le già sconclusionate parole di Obama.

Il suo periodare tende all'eccessiva ipotassi, fino al limite dell'anacoluto, a tutto discapito della chiarezza.

La retorica è pomposa, esagerata e fumosa. L'articolo dà per scontate troppe cose.

Voto: quattro meno meno.


domenica, febbraio 15, 2009
Il signor Li Zhuangping è uno dei tanti pittori della Nuova Cina, che nell' ultimo decennio hanno guadagnato l' attenzione della critica occidentale, specialmente europea. La tendenza maggioritaria dell' arte cinese contemporanea è il vulgairekitsch, la rielaborazione più vera del vero e oltraggiosamente colorata delle immagini diffuse dai media mainstream. Spenti i furori post-Tien an men del réalisme cynique o della pop-politik, gli artisti cinesi hanno scelto di registrare -apparentemente impassibili- l' esistente con la massima precisione, come già fecero gli iperrealisti statunitensi quaranta anni fa, al tempo della seconda ondata di industrializzazione del Dopoguerra, quella del benessere per (quasi) tutti e della disponibilità capillare dei beni di consumo. Fin troppo facile trovare analogie tra la Cina contemporanea, la cui economia cresce -pur in tempi di crisi generalizzata- del 7% all' anno , e degli Stati Uniti della metà degli Anni Sessanta  del '900, che, nell' onda lunga dell' euforia consumistica, stava cambiando anche antropologicamente. Basta leggersi L' opera d' arte nell' epoca della sua riproducibilità tecnica per inquadrare perfettamente il fenomeno.

Ma il signor Li Zhuangping dà scandalo. E su questo scandalo, vede alzare le proprie quotazioni di artista.

Le sue opere non sono qualitativamente diverse da certe serigrafie pacchianone che si possono acquistare in qualsiasi mercatino estivo di qualsiasi località balneare adriatica. Ciò che cambia è il contesto che le ha prodotte.  La Cina assorbe, elabora e restituisce qualsiasi tendenza culturale proveniente da qualsiasi angolo del pianeta. Basta vedere i quartieri delle nuove città: quartieri simili a sonnacchiosi boroughs statunitensi, con casette mono o bifamiliari dotate di giardini e canelupo sul retro, si alternano a ponti giapponesi e piccoli parchi zen, o a centri commerciali neogotici. Forse, una crescita economica travolgente, favorita da una classe politica che garantisce lo sviluppo di un solido capitalismo di stato (non è un caso che Massimo D' Alema sia uno dei più grandi ammiratori del c.d. Modello Cinese), non garantisce (e forse inibisce) l'elaborazione di una cultura originale. Ciò che non è minimamente inibito è la captazione di un certo mood culturale degli altri, dei detentori della cultura dominante. L' immagine della lolita, anche soltanto latamente incestuosa, è un topos dell' immaginario erotico della cultura occidentale da ben prima di Nabokov. Significativo, nella Bibbia, più ancora che l'episodio di Lot con le figlie, assai sbrigativo nella narrazione che asciuga ogni possibile valenza erotica, quello di Abisag e Davide. Per non parlare delle variazioni offerte dai manga giapponesi su questo tema. E il signor Li Zhuangping lo sa bene, e non esita a ritrarre sua figlia senza veli e a trarre profitto dal vellicamento della prurigine degli occidentali o dei , che, pur considerandolo un Cinese Cattivo, non esitano a spiare le sue opere sul sito de La Repubblica. Anzi, i più  progressisti magari appenderanno in salotto uno di questi quadri, con la stessa salace curiosità che portava i collezionisti settecenteschi di chinoiseries, ad accostare stimolanti stampe erotiche a civilissime, morali, conversation pieces.

Ciò che non suscita assolutamente riprovazione, è l' impiego , da parte di Oliviero Toscani, della propria figlia trentasettenne e a seno nudo per una campagna benefica in favore della prevenzione del tumore al seno. L' iniziativa è encomiabile, eh.

E poco importa se proviene da quello stesso uomo che ha proposto dei soldi a Beppino Englaro per ritrarre l' agonia della sua povera figlia Eluana.

Di Toscani, che considero altrettanto odioso quanto geniale, non ho mai sopportato la funzionalizzazione del sensazionalismo di alcune sue campagne, più che al perseguimento di cause nobilissime, ad una esclusiva alimentazione del Culto della Personalità dell' Artista. Culto della Personalità che ha tra le sue vestali certe signori della Milano-bene, laica, progressista e libertaria, che trovano cool farsi visitare il seno a centinaia di migliaia di euro alla volta da Veronesi e collaboratori dell' Istituto Europeo di Oncologia, piuttosto che affidarsi alle cure di un qualsiasi, anonimo, ma altrettanto bravo oncologo di una qualsiasi struttura pubblica.

Il fatto che Toscani  abbia lavorato per anni per un' azienda che lucra(va) profitti in maniera  predatoria sulle popolazioni indigene argentine, pur proclamandosi paladina dell'  antirazzismo e contraria al lavoro minorile, non è che una conferma del fondamentale cinismo del personaggio.

Beninteso, io non mi scandalizzo se un artista utilizza come modello per un nudo chiunque abbia con lui/lei un legame di parentela. Egon Schiele utilizzò sua sorella Gerti per i più delicati e sconvolgenti nudi della storia della pittura.

Semmai, mi lascia assai perplessa l' ipocrisia secondo la quale se è un misconosciuto pittore cinese a ritrarre la figlia nuda e trasfigurata in un immaginario erotico fumettistico e sognante, debba suscitare riprovazione, perché tanto cinese=irriducibilmente "altro", mentre se a farlo è un fotografo acclamato, allora è cosa buona e giusta. Anche se quelle immagini pubblicizzano un' istituzione, più che la campagna da essa promossa, che tratta le pazienti in modo quantomeno discutibile.