domenica, ottobre 25, 2009
Questo post è dedicato all' amica, più che amica,



collega di
mind restlesness, Restodelmondo.

 

Anche lei toccata dal fuoco.

Poche cose sono certe, ora, nella mia vita. Ma una è di un' evidenza a tutta prova: Michael Muhammad Knight mi ha  accettata come amica su FB!!! Ok, magari avrà un agente che gli cura la pagina personale. Magari è un qualche burlone che, impassibilmente, usa il suo nome e il suo volto per attirare centinaia di lettori ammirati, ma, dalla precisione e la semplicità con la quale  descrive i suoi spostamenti e per una certa "artigianalità" delle foto, mi sembra proprio che non possa essere che lui, l' americano tornato all' Islam che ha fatto conoscere alla nostra generazione la bellezza, l' innocenza e la santa radicalità del Taqwacore.

E apre un discorso più ampio sull' amicizia. 

Su FB, l' accettazione delle richieste di amicizia sarà anche solo virtuale, forse un mero fatto di buona educazione,  ma, per chi capisce lo spirito del Social Network, consente di avvicinare e di aggregare persone con interessi, conoscenze, passioni simili che difficilmente, nella viscosità di un forum, potrebbero conoscersi bene e dialogare.

Io quando ho letto Islampunk (brutto titolo: cosa c'entri Giovanni Findus dei bei tempi andati con l' ingegnere pakistano di Syracuse, mi sfugge) conoscevo  Falecius solo dal suo blog o da poche conversazioni.

Cresciuta nella diffidenza, lo credevo un professore trentacinquenne, alto, veneziano e leggermente femmineo che si fingesse ventitreenne (si era all' inizio del 2007) per "cuccare" le ragazzine.

E invece...

Ero in un periodo molto difficile: forse, la depressione indottami dal mio ameno contesto familiare, si stava trasformando in rabbia. L' Eutirox dato per errore o un SSRI, la venlafaxina, stavano slatentizzando l' ipomania.

Però, sono stati mesi produttivi. Ho letto qualcosa come un centinaio di libri all' anno,  ho scritto una tesi, ho conosciuto persone, mi sono innamorata.

Mai veramente il tempo è sprecato: Marta ha ragione sul compensare, sul recuperare, sul tirare avanti. Seneca non capiva niente.

Soprattutto, il fuoco che ti tocca, ti avvicina a Dio. Ho ricominciato a trovare non pace, che in questo mondo non è data, ma senso, ordine, significato, scansione al mio pensiero e al mio sentire, nella religione.

No, non ho fatto il grande salto (anche Michael M. Knight nasce cattolico) ; e non è probabile che lo faccia, almeno a breve: anche se questo papa è stato messo lì, dallo Spirito Santo, naturalmente propenso agli scherzi da prete, per testare la fede di noi dissidenti.

Ho letto Illich, Ellul, le prediche di Romero, gli Esercizi di Sant' Ignazio, i mistici carmelitani, su su verso i padri della Chiesa. E, naturalmente, mi sono voluta rendere la vita facile, percorrendoli against the grain, come un percorso di liberazione interiore, dal dogma, dal transeunte, dalla temporalità.

Scontrandomi ogni giorno con la solitudine, il silenzio di Dio e il significato del soffrire. E no, Dio non grava le persone di carichi superiori alle loro forze.

Vorrei capire in quanti, a Messa, quando dicono le parole "sia fatta la Tua volontà", si rendono conto dell' impegno terribile che si stanno prendendo.

Sono scoraggiata dal vedere come la pratica cattolica si stia trasformando, in Italia, specie per i fedeli colti, in un affare di clientele devozionali: a Parma alle cinque del pomeriggio di ogni sabato in San Giovanni si dice messa per i tridentini, anche prima del placet ratzingeriano alle funzioni. Spirava aria di catacomba fino al 7 luglio 2007; ora sono fieri della loro albagìa di happy few e ti fulminano con uno sguardo se disturbi il loro suggestivo salmodiare in latino pseudo-umanistico.

In Santa Cristina celebra Don Luciano; le stesse sfaccendate humanitarians che spendono centinaia di euri al Ceres per mangiare biologgico&naturale  le si ritrova in deliquio mondano-terzomondista ogni domenica, verso le undici. Per partecipare a qualcosa di autentico e sentito, consiglio di andare alla celebrazione delle 12 e 30, quella animata dalla comunità africana, che sia le signore di cui sopra, sia il furbo Camillo Langone, ignorano comprensibilmente.

Dei Gesuiti, del loro disincanto, della loro cruda disciplina, ho già parlato altrove. Noto che fidelizzano gli adulti (anziani) più che i giovani. Noi, pochi, che facciamo gli Esercizi, siamo ai margini delle clientele devozionali neo-settecentesche viste in quest' ultimo decennio.

Ho sempre pensato che molti interrogativi , quali  osservanza religiosa  vs. obbedienza al potere politico, femminismo di una credente  vs. mercificazione desacralizzata del corpo della donna,  severità della condotta personale vs. moralismo istituzionalizzato, virtù privatissime vs. pubblico lassismo, attraversassero le tre religioni del libro, e fossero un portato, interessante, da affrontare all' icy fire di una fede autentica, temperata da tanta, tanta ironia. Date un' occhiata all' ultimo post di Miguel Martinez  e soprattutto ai commenti dei suoi splendidi lettori e ve ne renderete conto.

Secondo me, da lì può ripartire il dialogo tra diverse fedi. Da noi dissidenti. Perché, ormai, l'universo religioso, politico, è parcellizzato, dispeso in mille rivoli; ognuno si cerca i propri contatti: nessuno scandalo se i Cavalieri dell' Ordine Costantiniano di retaggio sanfedista e borbonico  ricevono un' onorificenza da Bashar al - Assad.

Se un discendente del Cardinale Ruffo stringe la mano a un eminente membro del Ba' th per impegnarsi nell’appoggiare l’importante compito del dialogo interecumenico ed interreligioso tra la Siria e l’Europa, non è strano che un islamologo, cattolico, anarchico e festaiolo e la di lui ragazza stringano amicizia con il teorico del Taqwacore...

martedì, maggio 26, 2009
Ho appena saputo che questa putrida nazione di ignoranti e presuntuosi imbecilli conserva sul proprio territorio sovrano almeno una statua di Fiorenzo Bava Beccaris.
Ripeto. In Italia, nel 2009, esiste una statua intitolata a Fiorenzo Bava Beccaris.

Si tratta di uno stato di cose che non mi permetterebbe di continuare ad esserne cittadino senza avere conati di vomito, solo che il solo pensiero della trafila burocratica necessaria a rinunciare alla cittadinanza me ne provoca di peggiori.
Sebbene il Vittoriano mi avesse già spinto molto vicino al limite della sopportazione, questa cosa grida semplicemente vendetta.

LA STATUA DI BAVA BECCARIS DEVE ESSERE ABBATTUTA IN UN TRIPUDIO DI FOLLA, SUBITO.

Le persone che hanno voluto quella statua sono probabilmente morte, quindi eviterò commenti astiosi sulle loro madri e mi limiterò a non far dire messe a suffragio. Quanto a Bava Beccaris stesso, immagino che in Purgatorio avrà molto, molto tempo per riflettere sulla sua schifosissima vita terrena da pezzo di merda, e che da quella superiore posizione gradirebbe quantomeno non vedersi onorato per i suoi delitti.
Ma il fatto che quella statua esista ancora mi risulta del tutto incomprensibile.
Cannoneggiare folle inermi di persone affamate uccidendone varie decine, nel proprio paese, in tempo di pace, non credo possa essere considerato accettabile da nessuno, oggi. Se la borghesia del tempo lo riteneva un prezzo onesto da pagare per i propri privilegi, ed erigeva con le proprie tasse statue a chi lo faceva, vuol dire solo che i comunisti e gli anarchici del tempo avevano ragione, ed i cosiddetti "liberali" avevano torto marcio, ed erano anche ipocriti. E dato che l'altroieri era il Ventiquattro Maggio, ed il Piave mormorava calmo e placido e quella stupenda borghesia liberale portò l'Italia e l'Europa e gran parte del resto del mondo dentro allo spaventoso massacro che è la Grande Guerra, sappiamo con certezza che è così.
Che nella storia di quel periodo esistevano una ragione ed un torto, un giusto ed uno sbagliato, un oppressore ed un oppresso. E non esiste nessun ragionevole dubbio che Fiorenzo Bava Beccaris stesse, con tutte le sue forze, dalla parte sbagliata, avesse torto marcio e fosse un oppressore.
Ma abbiamo superato quel tempo buio e adesso dovremmo avere, se Silvio ce la lascia per un po', una Costituzione relativamente avanzata che garantisce le libertà fondamentali dell'individuo e non permette di sparare su folle inermi. Per cui, mentre pretendiamo di sapere cosa è successo a Genova nel 2001, come e perché, esigiamo anche che il nostro esercito tenga alto il suo onore, a cui gli eserciti notoriamente tengono, concedendo a Bava Beccaris l'equivalente alla memoria dello strappare le mostrine, radiarlo dai ranghi, e coprirlo di disonore.
Esigiamo che le onoreficenze militari a lui concesse siano ritirate postume e possibilmente annullate, dalla cazzo di Sacra Rota se necessario.

Va ribadito che un generale di un qualsiasi esercito che ordina alle truppe di sparare su una folla inerme di concittadini affamati si sta comportando da nemico del proprio paese e per quanto mi riguarda è un esercito occupante contro il quale la resistenza armata è legittima. Infatti intitoliamo vie a Gaetano Bresci, l'eroe che uccise il tiranno. Re Umberto I di Savoia era un fottuto tiranno.
Solo i tiranni danno onoreficenze ai generali che sparano sulle folle affamate.
Uccidere i tiranni è lecito perfino per la dottrina cattolica, tra l'altro.

LA STATUA DI BAVA BECCARIS DEVE ESSERE ABBATTUTA IN UN TRIPUDIO DI FOLLA, SUBITO.

Cioè, noi stiamo qui a discutere se sia il caso di intitolare una scuola a Pisacane o a Makiguchi, o cosa cazzo ci facesse il primo ministro della repubblica al compleanno di un'adolescente cretina (no, non voglio saperlo; non esiste comunque una ragione plausibile) e nel frattempo ci sono statue di macellai assassini in piedi nelle nostre città, e le maestre nella scuola, comunque chiamata, pare sostengano che uno diviso zero fa uno*.

Per quanto riguarda la insignificante questione del nome futuro della Pisacane, ripeto ancora una volta che il problema, banalmente, non esiste; trattasi di madornale cazzata a tutti i livelli. Questo non significa dire che la scuola debba essere intitolata a Makiguchi, in quanto il nome Pisacane non ha mai dato fastidio a nessuno. Però se anche venissa chiamata Makiguchi non cambierebbe un beneamatissimo stracazzo di niente, a parte la scritta sopra al portone; poi noto che cambiare questa costa, in misura minimale, tempo e denaro che potrebbero secondo me essere spesi per cose più costruttive per la memoria storica di questo posto, tipo contribuire ad
ABBATTERE LA FOTTUTA STATUA DI BAVA BECCARIS IN UN TRIPUDIO DI FOLLA, SUBITO.

A differenza del pezzo di merda di Bava Beccaris, infatti, sia Pisacane che Makiguchi sono dei modelli educativi che potrei senza vergogna vedere proposti ai miei eventuali figli. Entrambi hanno resistito con coraggio ad un ordine ingiusto ed oppressivo e si sono impegnati con forza per realizzare un mondo migliore, anche se su metodi e risultati si potrebbe discutere.
Devo dire che non ho sentito parlare in termini molto lusinghieri della Soka Gakkai, il gruppo buddhista fondato da Makiguchi. Ma non la conosco quasi per niente e quindi non approfondisco la faccenda. Nessuna delle critiche comunque mi risulta riguardare la figura di Makiguchi. Del resto la spedizione di Sapri fu un imbrazzante fallimento.
Naturalmente se il consiglio avesse proposto di intitolare la scuola a Bava Beccaris, probabilmente le avrei dato fuoco, col consiglio d'istituto dentro. 
Ma mentre noi discutiamo di queste irrilevanti cazzate, dentro quelle scuole, comunque chiamate, rischia di crescere una generazione di bambini che pensano che 1 diviso 0 faccia 1. O che, peggio ancora, considererà Bava Beccaris come uno a cui è stata eretta una cazzo di statua.
 


*No. Non fa uno. Non esiste un numero che moltiplicato per zero dia uno.
Tuttavia, da quel che ho capito è possibile che quell'operazione abbia come risultato infinito in alcune situazione che comunque non riguardano problemi da scuola elementare.

 



 
giovedì, aprile 30, 2009
Mi incoraggiano a parlare di storia della filosofia, così racconto una storia che probabilmente non è molto nota, e di cui io ho saputo recentemente a lezione. Si tratta più di storia della scienza, in realtà, ma in un'epoca in cui le due cose non erano ancora nettamente distinte.



Questa immagine qui sopra, che spero non sballi completamente l'impaginazione del blog, è il frontespizio della prima edizione della Selenographia, sive lunae descriptio, dell'astronomo polacco Johannes Hevelius (o Jan Heweliusz), uscita a Danzica nel 1647.
Si tratta dunque di un'incisione, del Seicento, campo specifico della competenza di Roseau. La ragione per cui ne parlo io sono i due tizi che si vedono ai lati del titolo. Se cliccate sull'immagine per ingrandire, dovreste leggere i nomi dei due tizi sui piedistalli. Quello a sinistra è Galileo, abbastanza curiosamente vestito da arabo, che è poi il motivo per cui mi interessa.
Il secondo è Alhazen (o Alhacen). Non lo conoscete? Male, anche se non è colpa vostra.
Ma cominciamo dalla fine.
Hevelius non è noto quanto Galileo, ma è certamente un nome importante della storia dell'astronomia. Dobbiamo ad una sua opera successiva una delle prime sistemazioni delle costellazioni australi, e credo sia stata la sua origine polacca a lasciarci in eredità la piccola costellazione dello Scudo di Sobieski*.
La sua Selenographia è una eccellente descrizione astronomica della Luna, anche se fu messa in ombra dallo Almagestum Novum del gesuita italiano Riccioli, uscito nel 1651.
Notare che Hevelius era eliocentrista, mentre Riccioli era un fautore del sistema ticonico (una forma rivista di geocentrismo), il che, peraltro, non era così strano. Le osservazioni astronomiche di Tycho Brahe, il sostenitore di quella teoria, erano le più precise mai fatte senza telescopio, e per un certo tempo il suo sistema sembrò, proprio sul piano scientifico, un concorrente plausibile di quello copernicano. Poi c'era anche la resistenza filosofica e religiosa ad accettare di non essere al centro dell'Universo. Per dire, uno dei padri della scienza moderna, Francesco Bacone, era geocentrista.
Il punto di forza di Riccioli, però, fu l'evocatività del suo linguaggio, per cui ancor oggi noi parliamo di "mari" della Luna. Un'altra conseguenza del suo successo è che Tycho e l'oscuro Cristoforo Clavius, astronomi geocentristi, hanno dato sulla Luna il nome a dei crateri molto più grossi di Keplero o Galileo. I nomi li diede Riccioli, appunto.
Quello che interessa a me, comunque, è il frontespizio, ed in particolare i due tizi col turbante. Certamente Riccioli, nel suo frontespizio, non aveva messo turbanti, e nemmeno Hevelius lo fece poi nella sua Uranografia, il libro con le costellazioni australi uscito alcuni decenni dopo. Suppongo che le lunghe guerre del suo Paese contro l'Impero Ottomano a fine Seicento possano aver contribuito al cambiamento, così come il generale cambiamento nella vita religiosa polacca dopo l'invasione svedese del 1655. Prima la Polonia era una terra di tolleranza religiosa**, dopo vi imperversò la più becera Controriforma (un discorso a parte sarebbe da fare per i pogrom degli ebrei in Ucraina, che ebbero una spaventosa recrudescenza in quegli anni: gran parte dell'Ucraina era al tempo una provincia polacca).
Dimenticavo di dire che Hevelius era un eccellente incisore in prima persona, e certamente ha illustrato i suoi libri e sapeva benissimo come voleva il frontespizio.
Ora, Galileo col turbante è qualcosa che, uhm, turba. Nel senso che costringe a pensare ad un'immagine del mondo musulmano, nell'Europa della rivoluzione scientifica, come associata, tra le altre cose, alla scienza, e ad un sapere vitale, non solo ereditato. 
Un'immagine che evidentemente non era l'unica possibile, ma teniamo presente che in quegli anni, ad Oxford, si traduceva fior di scienza araba, grazie soprattutto al lavoro di due studiosi olandesi, i Pococke. Gente che faceva parte del circolo di John Locke, non proprio degli emarginati.***
Comunque è il tizio a sinistra, e il posto che gli è assegnato, ad essere interessante, per noi. Perché, mentre bene o male Galileo sappiamo tutti chi era e che ha fatto, Alhazen, chi era costui? Insomma, non sta nei vostri manuali di storia e filosofia, nemmeno quelli fatti bene. Però un cristiano occidentale del Seicento come Hevelius, che di sicuro sapeva il fatto suo, ritiene di poterlo mettere su quel piedistallo.
C'è qualcosa che non funziona. Sul piedistallo di sinistra, sotto al nome di Alhazen c'è l'immagine di qualcosa che sembra un cervello, la parola latina ratione, mentre sotto quello di destra, sotto al nome di Galileo, c'è un occhio e la parola sensu. Visto che Alhazen ha in mano un foglio con dei calcoli geometrici e Galileo un grosso cannocchiale, mi pare abbastanza chiaro dove si vuole arrivare.
Per Hevelius, Alhazen ci ha messo la teoria, il ragionamento, e Galileo l'osservazione. Alhazen è il predecessore della scienza galileiana.

A questo punto sarebbe il caso che vi dicessi chi è Alhazen, o meglio Abu Ali al-Hasan Ibn al-Haytham. E' un matematico, astronomo e fisico arabo, vissuto tra decimo e undicesimo secolo in Iraq ed Egitto. La sua opera più importante è un trattato di ottica intitolato Kitab al-Manazir, ben conosciuto nell'Occidente medievale, soprattutto perché negava l'idea greca che la visione venisse da raggi emessi dall'occhio. L'importanza stava specialmente nel fatto che per negarla, Alhazen utilizzò con successo un metodo sperimentale sei secoli prima di Galileo e Bacone (Francesco). E' particolarmente interessante che Alhazen avesse teorizzato l'uso di strumenti matematici nel metodo, cosa che per esempio Bacone ancora non riteneva possibile.

Adesso che sapete questo, l'accostamento a Galileo non vi appare più tanto strano. Quello che è strano, è che prima voi non lo sapevate, a meno di casi particolari (tipo esami di storia della scienza dati all'università).  
 
* Giovanni Sobieski era il re di Polonia, ricordato di solito per aver sconfitto i turchi di Kara Mustafa Köprülü a Vienna nel 1683. E' ricordato in Polonia come eroe nazionale.
** Vi avevano trovato asilo perfino gli unitariani, negatori della Trinità, seguaci dell'eretico italiano Sozzini. Tutte le Chiese del tempo erano concordi nel perseguitarli. Quando la Polonia diventò invivibile per loro, ripararono in Olanda.
*** Fin dai tempi dell'altro Bacone, Ruggero, nel Duecento, e perfino dell'ebreo spagnolo convertito Pietro Alfonsi nel dodicesimo secolo, in Inghilterra si era rivolta un'attenzione particolare agli aspetti tecnico-scientifici della scienza arabo-musulmana, mentre a Parigi interessavano più i problemi filosofici e metafisici.

P.S. No, la tag non è un errore di battitura. 
sabato, marzo 28, 2009
E' buffo scoprire che il ragazzo che un tempo mi è piaciuto e che mi ha degnato di più di uno sguardo vivisettivo oggi s'è dato al teatro. Eccolo là, nudo, a "rappresentare il desiderio comune di un corpo normodotato", da parte di una Emma Bovary disabile, una povera ragazza nuda e senza collo, affetta da nanismo ed esibita con zelo di prosseneta dal regista.

Vi spiego come sia arrivata a lui. Non che io nutra particolari nostalgie per i miei amori mancati. Anzi.

Ma, chissà perché, mi imbatto nel blog di un personaggio consegnato all' obsolescenza, Domiziana Giordano. Tra un giro e l'altro in Internet in cerca dei suoi dati biografici, scopro che la signora ha 20 anni e un giorno esatti più di me, così come la sua fulva criniera immune dall' incanutimento. 4 settembre 1959.


Da un po' di settimane, come una foresta che ricresce dopo un incendio, attorno alle tempie mi stanno rispuntando i capelli, bronzigni ed estranei alle mie sopracciglia nere. E con loro i commenti più vari e improbabili:

"Ah, stai bene con le mèches!"

Mi ricordo che la Giordano ha fatto un film con Tarkovskij. Oddio, non sarà mica a lei che somiglio?! Naah, troppo alta, troppo diafana. Forse somiglio a Filippa Franzèn, come mi diceva.... ma com' è che si chiamava.....ma sì, quello bello, che somigliava a Laurent Terzieff, quello che faceva l' attore con quella banda di scoppiati guidati dalla miliardaria parmigiana....(seguono venticinque minuti a cercare di ricordarmi il nome del giovine)...ah sì! Lui.

Poi mi ricordo che, oltre a notare una somiglianza con quell' attrice mai più vista in nessun altro film, fu il primo ad accorgersi del mio lieve claudicare. Ho un' extrarotazione dell' anca dalla nascita, mai andata a posto del tutto. Capita che quando sono stanca zoppichi.



"Come Ema nella Vale  Abraao, di Oliveira" , dice lui
, una mattina della fine del 2002.

"Sì, ma spero di essere un poco più interessante della Bovary portoghese....anche se anche io sono andata a scuola dalle suore...come ti chiami?"

"(Nome)"

"E quanti anni hai?"

"Diciannove. E' un problema?"

"No, l'età legale l' hai raggiunta per farmi da Léon Dupuis".



Fortuna che non l' ha mai fatto, e che non l' ho mai incoraggiato in tal senso. Mi viene in mente un intraducibile (e osceno) proverbio siciliano, che qui non riferisco, ma che i lettori di Camilleri conosceranno bene. Diciamo che ha come corollario che  al puledro  rimase la sete. Ne gongolo ancora.

E' (ed era)  tanto bello quanto freddo. Ecco cos' era: crudele. E con un gusto narcisistico per le freak, per le donne prigioniere, di un corpo che è uno scherzo grottesco della natura e che anela alla normalità, o di storie che su un blog come questo si riferiscono non senza rossore, nella loro inverosimiglianza ottocentesca. Ma che erano reali.


In fondo, queste donne hanno desideri comuni, come Emma: una vita normale, tutte le cose belle della vita; percepiscono sé stesse come creature romantiche; s' accostano al corpo anelato; partoriscono; muoiono.

La blanche fleur penche et se meurt, come diceva non Flaubert, ma Apollinaire, altro rabdomante delle emozioni e dell' eros femminili.

Per quanto mi riguarda io, le cose belle della vita, ce le ho davvero; forse per troppa esitazione, questo mese,  ho ritardato il consegiumento di una.

Ma, per il resto, OGGI, davvero, le ho tutte: intelligenza, bellezza, cultura, possibilità di scelta. E soprattutto, un uomo che amo. Anche lui segnato, come me. Che come me, cammina in modo buffo, sulle punte e sbilanciato in avanti, come un bambino di tre anni.

Che, senza vergogna, s' identifica nei suoi voli romantici, rovesciando completamente, con furore uguale e contrario, i vagheggiamenti di distinzione e di eleganza di Emma.

Che, alla mia domanda su che cosa volesse fare nella vita, a quasi 25 anni, appena sceso dal treno che per la prima volta lo portava da me, sicuro ha risposto : "Vorrei fare lo scrittore!"

Che non mi ha infilzato su un puntaspilli di seta rossa, estratto dal panierino da  cucito di Emma, come un collezionista di lepidotteri dilettante.

Che quando gli si chiede dell' alieno nudo che plana da un lucernario in un suo racconto, non esita a dire , come già Flaubert per la sua aliena di Tostes: "Sono io".



Se siete curiosi di sapere chi sia l' attore e per quale compagnia reciti, sono spiacente: ho già avuto abbastanza guai per aver detto cosa pensi di quel gruppo di spostati, a Parma, che per il fatto di far recitare ipocritamente alla pari disabili fisici e psichici assieme ai normali, mostrandone le nudità e tentando di disturbare le aspettative del pubblico, si credono Grotowski o Diane Arbus. Cercatevelo da soli.
sabato, marzo 21, 2009

Sapevate che esite una band di Sumerian Metal? Io no.

Si chiamano
Melechesh, a mio avviso uno splendido nomeמלך(melech, re) e אש (esh, fuoco) e sono un armeno, un siriano, un olandese.

Avevano base a Gerusalemme, ma qualcuno deve aver considerato i contenuti delle loro canzoni offensivi e/o blasfemi; ora si sono ri-formati in Olanda, dopo l' uscita dal gruppo del batterista ucraino.

Devo ancora decidere se sono dei fantageni o soltanto dei cialtroni sesquipedali, che fanno dell' esotismo del riff e del ricorso a strumenti tradizionali come il buzuq un facile richiamo per chiunque voglia una sonorità "strana-a-tutti-i-costi" . O se il riferimento cvlto dei testi, che si richiamano alla storia e alla mitologia mediorientale, non sia solo fuffa spocchiosa delle peggiori.



Per ora non mi dispiacciono affatto. Torno ad ascoltarmi l' ultimo concept-album dei MastodonCrack in the Skye, dedicato alla Russia zarista. Ma anche alla congettura di protezione cronologica di Hawking e ai viaggi astrali, resi possibili anche dalla pratica di meditazione, diffusa specialmente nelle chiese orientali, dell' esicasmo. Non so se Rasputin nelle sue fumide millanterie, vi ricorresse (o fingesse di ricorrervi): da quel che ne ho capito, . Questo album, per originalità di temi e ricercatezza del sound, ne sono quasi certa, non è fuffa. Ne attendo con ansia una recensione da Niccolò.

sabato, febbraio 28, 2009










Ab joi et ab joven m'apais,

e jois e jovens m'apaia,

que mos amiks es Io plus gais,

per qu'ieu sui coindet' e quaia;


e pois ieu li sui veraia,

bei.s taing qu'eI me sia verais,

qu'anc de lui amar non m'estrais

ni ai cor que m'en estraia.


Mout mi plait quar sai que vai mais

cei qu'ieu plus desir que m'aia,

e ced que primiers Io m'atrais

Dieu prec que gran joi l'atraia;


e qui que mal l'en retrala,

no./ creza, fors ce/qui retrais

c'om cuoill maintas vetz los balais

ah qu'el mezeis se balaia.


Dompna que en bon pretz s'enten

deu ben pausar s'entendenssa

en un pro cavallier va/en;

pok qu'i/I conois sa va/enssa,


que l'a us amara presenssa;

que dompna, pois am'a presen,

ja pois li pro ni li va/en

non dirant mas avinenssa.


Qu'ieu n'ai chausit un pro e gen,

per cui pretz meillur' e genssa,

Iarc et adreig e conoissen,

on es sens e conoissenssa.


prec li que m'aia crezenssa,

ni om no. l puosca far crezen

qu'ieu tassa vas lui faillimen,

so! non trob en lui faillensa.


Amics, la vostra vatenssa

sa ban li pro e li va/en,

per qu'ieu vos quier de mantenen,

si.us plai vostra mantenenssa


 



Di gioia e gioventù m'appago,

e gioia e gioventù m'appagano

ché il mio amico è il più gaio,

per cui sono graziosa e gaia;


e poiché sono con lui sincera,

ben pretendo che sia con me sincero,

che mai d'amarlo non m'astengo

né ho cuore di astenermene.


Molto mi piace, poiché  so che è il più valoroso

colui che più desidero mi abbia,

e prego Dio che attiri felicità

su colui che per primo lo trasse a me;


e non creda a nessuno di coloro che lo biasimano

salvo a chi ammonisce,

che si riceve a misura

di ciò che si è fatto.


Una dama che miri al buon pregio

ben deve porre il suo intento

su un prode cavaliere valoroso

poiché  conosce il suo valore;


e osi amarlo apertamente;

di una dama che ama senza nascondersi

i prodi e i valorosi

non diranno che bene.


Io ho scelto un uomo prode e cortese,

il cui pregio migliora e aumenta,

generoso, retto e assennato

in cui è giudizio e saggezza.


Lo prego di credermi,

e nessuno possa fargli credere

ch'io abbia mai commesso verso lui un torto;

e non trovo in lui alcun difetto.


Amico, il vostro valore

conoscono i prodi e i valenti,

per cui io vi chiedo di darmi,

se vi piace, la vostra protezione.


 




[...La comtessa de Dia si fo moiller d'En GuiIlem de Peitieus, bella domna e bona. et enamoret se d'En Rambaut d'Aurenga, e fez de lui mantas bonas cansos.]


[....La Contessa di Dia era la moglie di Guglielmo di Poitiers, una signora bella e buona. E si innamorò di Raimbaud d'Orange, e scrisse molte belle canzoni in suo onore.]


Chi sia questa straordinaria trobairitz, non è completamente chiarito. La tradizione la chiama Beatrix, contessa di Dia e la indica come la moglie di Guglielmo di Poitiers, conte di Valentinois dal 1158 al 1189; la contessa visse quindi nella seconda metà del XII secolo.La Vida, che pure tace il suo nome, ci dice che amò  il  trovatore Rimbaud d'Orange, e che per lui scrisse canzoni e plahn .Per voi, una clip da Youtube con questa canzone. La (brutta) traduzione in italiano dall' occitano è mia; la (bella) voce che sentite è di Montserrat Figueras. :D

 


domenica, febbraio 15, 2009
Il signor Li Zhuangping è uno dei tanti pittori della Nuova Cina, che nell' ultimo decennio hanno guadagnato l' attenzione della critica occidentale, specialmente europea. La tendenza maggioritaria dell' arte cinese contemporanea è il vulgairekitsch, la rielaborazione più vera del vero e oltraggiosamente colorata delle immagini diffuse dai media mainstream. Spenti i furori post-Tien an men del réalisme cynique o della pop-politik, gli artisti cinesi hanno scelto di registrare -apparentemente impassibili- l' esistente con la massima precisione, come già fecero gli iperrealisti statunitensi quaranta anni fa, al tempo della seconda ondata di industrializzazione del Dopoguerra, quella del benessere per (quasi) tutti e della disponibilità capillare dei beni di consumo. Fin troppo facile trovare analogie tra la Cina contemporanea, la cui economia cresce -pur in tempi di crisi generalizzata- del 7% all' anno , e degli Stati Uniti della metà degli Anni Sessanta  del '900, che, nell' onda lunga dell' euforia consumistica, stava cambiando anche antropologicamente. Basta leggersi L' opera d' arte nell' epoca della sua riproducibilità tecnica per inquadrare perfettamente il fenomeno.

Ma il signor Li Zhuangping dà scandalo. E su questo scandalo, vede alzare le proprie quotazioni di artista.

Le sue opere non sono qualitativamente diverse da certe serigrafie pacchianone che si possono acquistare in qualsiasi mercatino estivo di qualsiasi località balneare adriatica. Ciò che cambia è il contesto che le ha prodotte.  La Cina assorbe, elabora e restituisce qualsiasi tendenza culturale proveniente da qualsiasi angolo del pianeta. Basta vedere i quartieri delle nuove città: quartieri simili a sonnacchiosi boroughs statunitensi, con casette mono o bifamiliari dotate di giardini e canelupo sul retro, si alternano a ponti giapponesi e piccoli parchi zen, o a centri commerciali neogotici. Forse, una crescita economica travolgente, favorita da una classe politica che garantisce lo sviluppo di un solido capitalismo di stato (non è un caso che Massimo D' Alema sia uno dei più grandi ammiratori del c.d. Modello Cinese), non garantisce (e forse inibisce) l'elaborazione di una cultura originale. Ciò che non è minimamente inibito è la captazione di un certo mood culturale degli altri, dei detentori della cultura dominante. L' immagine della lolita, anche soltanto latamente incestuosa, è un topos dell' immaginario erotico della cultura occidentale da ben prima di Nabokov. Significativo, nella Bibbia, più ancora che l'episodio di Lot con le figlie, assai sbrigativo nella narrazione che asciuga ogni possibile valenza erotica, quello di Abisag e Davide. Per non parlare delle variazioni offerte dai manga giapponesi su questo tema. E il signor Li Zhuangping lo sa bene, e non esita a ritrarre sua figlia senza veli e a trarre profitto dal vellicamento della prurigine degli occidentali o dei , che, pur considerandolo un Cinese Cattivo, non esitano a spiare le sue opere sul sito de La Repubblica. Anzi, i più  progressisti magari appenderanno in salotto uno di questi quadri, con la stessa salace curiosità che portava i collezionisti settecenteschi di chinoiseries, ad accostare stimolanti stampe erotiche a civilissime, morali, conversation pieces.

Ciò che non suscita assolutamente riprovazione, è l' impiego , da parte di Oliviero Toscani, della propria figlia trentasettenne e a seno nudo per una campagna benefica in favore della prevenzione del tumore al seno. L' iniziativa è encomiabile, eh.

E poco importa se proviene da quello stesso uomo che ha proposto dei soldi a Beppino Englaro per ritrarre l' agonia della sua povera figlia Eluana.

Di Toscani, che considero altrettanto odioso quanto geniale, non ho mai sopportato la funzionalizzazione del sensazionalismo di alcune sue campagne, più che al perseguimento di cause nobilissime, ad una esclusiva alimentazione del Culto della Personalità dell' Artista. Culto della Personalità che ha tra le sue vestali certe signori della Milano-bene, laica, progressista e libertaria, che trovano cool farsi visitare il seno a centinaia di migliaia di euro alla volta da Veronesi e collaboratori dell' Istituto Europeo di Oncologia, piuttosto che affidarsi alle cure di un qualsiasi, anonimo, ma altrettanto bravo oncologo di una qualsiasi struttura pubblica.

Il fatto che Toscani  abbia lavorato per anni per un' azienda che lucra(va) profitti in maniera  predatoria sulle popolazioni indigene argentine, pur proclamandosi paladina dell'  antirazzismo e contraria al lavoro minorile, non è che una conferma del fondamentale cinismo del personaggio.

Beninteso, io non mi scandalizzo se un artista utilizza come modello per un nudo chiunque abbia con lui/lei un legame di parentela. Egon Schiele utilizzò sua sorella Gerti per i più delicati e sconvolgenti nudi della storia della pittura.

Semmai, mi lascia assai perplessa l' ipocrisia secondo la quale se è un misconosciuto pittore cinese a ritrarre la figlia nuda e trasfigurata in un immaginario erotico fumettistico e sognante, debba suscitare riprovazione, perché tanto cinese=irriducibilmente "altro", mentre se a farlo è un fotografo acclamato, allora è cosa buona e giusta. Anche se quelle immagini pubblicizzano un' istituzione, più che la campagna da essa promossa, che tratta le pazienti in modo quantomeno discutibile.
sabato, gennaio 10, 2009
Arrivo io, buona ultima, a parlare di Giovanni Allevi. Dopo la geniale trilogia di Betty, Niccolò che lo assimila ad un artropode chiomato e fornisce un succoso compendio della Storia della Mvsica, l' esilarante vignetta dei Nasoni.

Adesso, la polemica più ricorrente nei forum musicali è: ma stai con Allevi o con Ughi?

Personalmente, con nessuno dei due. Dell' assoluta mancanza di talento dell' Ascolano * hanno scritto in tanti. Quel che mi preoccupa, è che alla prima pubblica critica ufficiale di questo patetico freak della tastiera, Uto Ughi sia assurto a nume tutelare della Mvsica Classica e che si siano formate addirittura due opposte fazioni all' interno di un pubblico che accoglieva con la stessa attenzione anestetizzata e televisiva le inconsistenze di Allevi e le titaniche imprese di Ughi.

Ughi, al pari di Allevi, sfrutta abilmente una certa visibilità mediatica e l' aura ottocentesco-idealistica di musicista ispirato, ancora viva in Italia, dove la formazione musicale è ancora considerata accessoria per la completezza formativa di chi si voglia considerare, con una qualche legittimità, una persona colta. Certo, Ughi ha talento, Allevi no, ma l' assenza di cultura adorante degli indotti musicali, che costituiscono la maggioranza del pubblico sia televisivo che -duole dirlo- delle sale da concerto, pronti ad andare in sollucchero per chiunque si autoproclami, a parole o con gli atteggiamenti, Mvsicista Accreditato&MossoDalSacroFuoco, ha permesso che fossero equanimemente ospitati e incensati su Rai Tre.

Il carinismo un po' autistico alleviano è insopportabile tanto quanto la spocchia, ai limiti della misantropia, di Uto Ughi, ma, si sa, sono perdonabili in artisti che si vogliono, topicamente, tutti genio ed eccentricità.

E i media accolgono, rilanciano, amplificano e contribuiscono colpevolmente a diffondere questa mentalità, in un feedback perverso di emozioni di immediato consumo.

Così, capita di vedere, nella puntata del 1° febbraio 2008 de Le Storie-Diario italiano , Corrado Augias che si spertica in lodi imbarazzanti all' indirizzo del malmostoso violinista; lo si vede anche deprecare, con aria da solone la pessima legge del 1999 che ha equiparato il titolo di studio rilasciato dai Conservatori a quello rilasciato dagli altri istituti di Alta Formazione (Accademie, Università) , innalzando il limite d' età per l' ammissione ai corsi.

Augias passa poi a dileggiare i soliti 'ggiovani, coreograficamente presenti come ospiti in studio, perché -signoramia- non abbastanza appassionati di Mvsica Classica, che è considerata, da loro , inevitabilmente troppo noiosa.

Tre mesi dopo, nel maggio del 2008, Augias incontra l' Ascolano e sembra dimenticarsi di conversare amabilmente col prodotto più riuscito della liberalizzazione dei limiti anagrafici per l' accesso ai Conservatori. E il prodotto di un certo marketing buonista, 'dddemocratico, alla portata di un pubblico vasto, accogliente, pronto a ricevere con calore tanto i commoventi aneddoti dell' autobiografico In viaggio con la strega, quanto l' umanità garbata, timida, intimista di un Weltroni romanziere o di una Comencini scrittora.

Ughi è diverso nella forma, ma è sostanzialmente , anche lui, un prodotto. Di una cultura diversa, sbrigativamente definita di destra; in realtà neoaristocratica, furtwangleriana, da musicista algido, sposato misticamente alla propria arte. Solitario, schivo, sprezzante. Forse qualcuno dovrebbe avvertire il Maestro di Busto Arsizio -ma di origini ostentatamente mitteleuropee- che lo Sturm und Drang è finito da un paio di secoli. Ma lui, niente: continua ad eseguire con virtuosismo impeccabile un repertorio di classicità aurea: Bach, Tartini, Vivaldi, Pugnani, Geminiani e l'immancabile Beethoven -quell' op. 61, diventata una sorta di sigla del suo talento- e a fungere da richiamo per gli abbonati rotariani alle stagioni concertistiche delle cittadine di provincia.

Ricordo che qui a Parma, quando si seppe che Ughi avrebbe dato forfait e che sarebbe stato sostituito da Massimo Quarta (violinista altrettanto bravo, ma meno onninamente acclamato genio di Ughi) **, il pubblico di abbonati alla stagione concertistica si irritò moltissimo. Rimase freddo, e applaudì svogliatamente i tre bis che conclusero il concerto.



Vi posto, a titolo puramente esemplificativo dell' atteggiamento prono, provinciale e ingenuamente esaltante dell' Artista Genio, gli stralci imbarazzanti di due puntate di Che tempo che fa. (Quelle del programma di Augias sono state rimosse dal sito). Vi risparmio Allevi-Pierrot che viene cosparso da petali di margherite mentre suona da Antonio Albanese alias Epifanio. Avrebbe risvegliato in me un' insana passione per l'arma bianca.

Ma vi prego di notare lo stesso lo stupor ecstaticus di Fabio Fazio, coagulato nel suo occhio da pollo di allev-amento......  :)



Qui Ughi..............



......e qui Allevi....



* il fatto che Falecius sia fermano e io di origini marchigiane non troppo remote è puramente casuale ;)

**e, a dir la verità, di violinisti altrettanto bravi di Diodato Emilio in arte Uto, ce ne sarebbero almeno una decina. Per limitarsi agli italiani , Fabio Biondi , Domenico Nordio , Guliano Carmagnola -protagonista, negli anni Novanta, con i musicisti trevigiani della 'Gioiosa Marca', di alcune fiammeggianti rivisitazioni vivaldiane. E soprattutto l' immensa Chiara Banchini. Che sarebbe svizzera italiana, in realtà.

Poi c' è Gidon Kremer. Ma lui meriterebbe un post a parte. Taggato anche fantascienza.  :D


domenica, novembre 16, 2008

Bella idea, davvero, quella di inaugurare l' Auditorium del Carmine, a Parma, con il trio in mi bemolle maggiore op. 70, n° 6, (e non n° 2, come recitava erroneamente il dépliant) di Beethoven. Se avessero inaugurato col trio n° 5, però, chiamato significativamente Gli Spettri, avrebbero fatto meglio. Beethoven l'ha finito di comporre nel novembre del 1808, giusto due secoli fa. Rievocato dal Largo centrale, spiriticamente, il tema della seconda sinfonia. Dopo un restauro durato quattro anni, la Chiesa tardo-quattrocentesca delle Carmelitane , presenza-fantasma annessa al Conservatorio, che oggi occupa l'ex-convento, è stata riattata a sala multifunzionale. "Per lo studio, la fruizione e la ricerca della pagina musicale", come recitava pomposamente, qualche giorno fa, l'articolo della Gazzetta di Parma, il più antico quotidiano d' Italia, ma non per questo il meno infame. Interessante il battage pubblicitario dell' inaugurazione -voluta fortemente dalla fondazione ARCUS che fa capo al Comune e da una locale fondazione bancaria-  avvenuto mediante una tardiva comunicazione al quotidiano locale che ha richiamato un migliaio di persone (su trecento posti disponibili)  , in grandissima parte pensionati desiderosi di riempire un pomeriggio altrimenti tetro. E gli inviti: trecento inviti, tanti quanti i posti, distribuiti secondo la consueta logica elitaria della Petite Capitale : in ordine, clienti della banca, amici degli amici, amici di chi frequenta il Conservatorio. Io, che rientro nella terza e più innocua categoria, sono immediatamente squadrata da capo a piedi da una signora, la faccia smaltata di fondotinta noisette.


"Ce l'ha l'invito?" 


"Sì"


"Ma io ho prenotato per telefono, eh!"


"E io per mail!"



Facendomi largo tra imbucati, postulanti e VIP, riesco a raggiungere un posto. Le poltroncine sono color rosso rubino, scandalosamente morbide e larghe, urresiane, più adatte ad un salotto che a favorire l' attenzione di un pubblico competente. Hanno qualcosa di escrementizio, per dirla come la Le Guin. Un restauro piuttosto attento dello spazio ha salvaguardato l'architettura tardogotica della chiesa, riportando alla luce lacerti di affreschi di Michelangelo Macaleo e una cupola affrescata di Antonio Bernabei, epigono seicentesco del Correggio. Ma lo spazio, austero, diviso in tre sezioni da pilastri di mattoni rossi e capitelli rivestiti di cotto, è stato saturato dalla distesa di poltroncine vellutate come una rossa lingua e da pannelli orientabili di abete rosso. Abete rosso, fortunatamente. Quello con cui si fanno i violini. Almeno, si avrà un riverbero acustico meno secco di quello garantito dai pannelli in legno di ciliegio, in uso presso l' Auditorium di Renzo Piano, un ex zuccherificio Eridania riconvertito a sala da concerto, vicino a casa mia, da me chiamato Il Fienile. La logica mondano-salottiera, però, è la medesima: si è cercato di ottimizzare (brutta parola) gli spazi, creando gradinate da cinema anni '50 laddove c'erano, rispettivamente, una navata e un nastro trasportatore per le barbabietole. A Parma, la partecipazione ad un evento musicale è un' occasione per mettersi in mostra, intrattenersi in garbati conversari con il vicino della propria civile condizione, sentirsi parte di un evento esclusivo. Purtroppo, nella stragrande maggioranza dei casi, è SOLO quello. A conferma di questa mia constatazione, arriva la millanteria del dépliant illustrativo dell' auditorium: domenica 16, open day (sic! non potevano dire "visite guidate gratuite per tutto il giorno"? Troppo didattico.....) . A seguire, il maestro V. , che eseguirà brani di J. S. Bach e Felix Mendelssohn-Bartholdy sull' organo bachiano Weigle.


Dunque. Chiunque abbia un po' di pratica musicale sa benissimo che un organo bachiano non esiste, poiché la meccanica organistica, all' epoca di Bach, era ancora ampiamente "in divenire" e non tipologicamente definibile e cristallizzata in quel monstre a mantici che è l'organo moderno. Bach stesso ha suonato su diverse tipologie d' organo, nel corso della sua esistenza. Si spazia da quella, canterina, più vicina ai modelli francesi e italiani coevi, dell' organo della Chiesa di Sankt Wenzel, a Neumburg agli austeri organi luterani, dal suono longitudinale, fondo, di Weimar e Halle. L'organo di Sankt Wenzeslas ha un doppio pedale e tre tastiere con registro a 16' e dispone di una vasta palette di liquidi, cangianti registri d'assolo. Quelli luterani, per solito, presentano al contrario registri d' assolo più smorzati, a favore di una sonorità più corale. Nella Chiesa del Carmine, in alto, nella controfacciata, è stato collocato un moderno organo Weigle , una sorta di vaporiera metallica, dalle canne minacciose come cerbottane di metallo dolce, che avrebbe probabilmente necessitato di un ambiente più vasto. Del perché si sia scelto di collocare una macchina sonora così possente in un ambiente dalle dimensioni in fondo modeste, non mi so dare spiegazione. Al massimo, se proprio non ci si vuol distaccare dalla tipologia d' après , vi avrei inserito un organo con le caratteristiche simili a quelle del piccolo Nacchini, in San Servolo, a Venezia. Avrebbe consentito l'esecuzione di un repertorio certamente più limitato, ma non meno affascinante della triade Bach-Haendel-Buxtehude ubiquitariamente presente in tutti i programmi organistici che si vorrebbero mainstream, e non lo sono mai abbastanza.  Ad esempio, si sarebbe potuto suonare Gabrieli, Torelli, Frescobaldi, Legrenzi. E, saltando a pié pari Sette e Ottocento, opere di César Franck o Bela Bartòk - sono sempre stata favorevole all' esecuzione delle pagine per celesta di questo autore su organi "moderni". Mi risulta  inoltre incomprensibile capire perché a pochi passi dalla chiesa del Carmine sia mangiato dai tarli un organo settecentesco, praticamente integro e privo di superfetazioni successive, opera ultima di Bernardo Poncini, datata 1754. Si trova nella chiesa dei Gesuiti, San Rocco, ed è muto da quasi un secolo e bisognoso di un urgente restauro. In attesa che qualche fondazione col cuore non troppo vicino al portafoglio si prenda cura dell' organo Poncini, spero, tra qualche ora, quando andrò al concerto, di non sentire in questo nuovo giocattolo offerto alla crème parmigiana, ridondanze vaccine e dinamiche sonore schiacciate.


 

domenica, settembre 21, 2008
Io sto con la poiana. Per una volta che il comune di Parma l’aveva pensata giusta, per eliminare il problema dei piccioni, ecco levarsi il coro di sdegno della Lipu, in difesa di quelli che io considero dei sacchetti di merda alati. Peccato che l’iniziativa sia limitata al breve lasso di tempo della mostra sul più carnoso dei pittori emiliani, tanto che, secondo la consueta, trita prassi mitopoietica dei giornali, il simpatico rapace è già diventata la poiana del Correggio. A me piace immaginarla simile a quell’ aquila giovannea, che il Correggio dipinse sul tamburo della cupola della chiesa parmigiana dedicata all’ Evangelista. Al pari dell’ Albatros di Baudelaire, da terra, in scorcio, osservata da sotto in su, sembra possente ma aggraziata, glifo di santità e precisa ricognizione zoologica. Da vicino è sgraziata, ali enormi, zampe corte e tozze. Forse è stato un errore montare un’ impalcatura che porti alla cupola. Si perde ogni correzione prospettica, il tratto pittorico si sfa, tutte le incertezze, abilmente dissimulate, di quello che, a parer mio, non è nulla di più che un abile frescante che ha molto mediato e ammorbidito l’aurea misura raffaellesca, emergono evidenti. Ma ebbe e continua ad avere successo. Questa mostra  si appresta ad essere il più grande evento storico-artistico che Parma ricordi. Che differenza con la mostra del Parmigianino. Era il 2003, l’occasione ghiotta, l’anniversario tondo. Correvano infatti i cinquecento anni dalla nascita del Mazzola. La mostra andò bene ma non benissimo: sulle 60000 visite, perlopiù di persone venute da fuori Parma, attirate dall’ estro “salvatico” , come lo definisce Vasari, del primo dei manieristi. La città e i parmigiani snobbarono quasi la mostra. Ristoranti e bar rimasero chiusi alla domenica, e i turisti si dovettero arrangiare. Fu il trionfo dei kebabbari, la loro rivalsa nei confronti della gastronomia conservativa al butirro tipica della cittadina.

Questa volta, invece, sembrano aver fatto le cose in grande: l’ apertura della mostra ha coinciso con la tre giorni gavazzante della festa del prosciutto, le cosce delle ninfe correggesche rivivono nei deliqui dei gourmands che affollano i chioschi. Perché quello è Correggio: un pittore dei sensi, da gustare più che da intendere: nuvole di panna, carnagioni di marzapane, Danae fecondate da piogge bionde di grana. E’ l’illustrazione dell’ opera di Folengo, benedettino, non casualmente ospite dell’ Abbazia di San Giovanni Evangelista tra il 1522 e il 1523, appena un anno dopo che l’oblato Antonio Allegri aveva terminato di affrescarne la cupola, e stava ponendo mano a quella del Duomo. Parmigianino era un divino fanciullo, che già disseminava i pennacchi della cupola di San Giovanni di putti impertinenti, con gli occhi a mandorla. L’ossessione glittica, materica, c’era già tutta: il cristallo di rocca à cabochon che ferma il manto del San Vitale riluce ancora oggi di violetto, come il lampo di una pupilla divina. I capezzoli delle sue Madonne occhieggiano turgidi da castissimi veli trasparenti: è la Virgo Lactans, o Galaktotróphousa, di origine bizantina, ma che trova il suo archetipo nell’ immagine di Iside allattante Horus, mediata dall’ ermetismo rinascimentale, simbolo dello stadio alchemico dell’ albedo. Certo non le serene, domestiche maternità ritratte del Correggio, padre oculato di tre figli. Non gli hanno perdonato la genialità, a Francesco Mazzola, nato a Parma, morto esule a Casalmaggiore, avvelenato dal piombo e dal mercurio dei suoi matracci alchemici. Al Correggio perdonano persino di essere, per l’appunto, di Correggio, definendolo “figlio delle nostre terre” : facile, rassicurante, D.O.P., come Ligabue e il lambrusco. Nessuno è profeta in patria, tantomeno a Parma.
postato da: roseau alle ore 00:25 | Permalink | commenti (1)
categoria:arte