Apprendo con una certa costernazione che si è formato un comitato a sostegno del conferimento del Nobel ad Alda Merini. Capofila dell’ iniziativa, sarebbe Dario Fo. Chissà perché la cosa non mi sorprende.... Si tratta, a mio parere, quello conferito a Fo, del Nobel per la Letteratura più immeritato degli ultimi vent’ anni. Quando, oramai più di dieci anni fa, alla irrisione di Mario Luzi da parte della mia professoressa di lettere, reo, secondo lei, di ritenersi più meritevole del riconoscimento che il giullare pavese, feci sommessamente notare che forse un po’ di ragione ce l’ aveva, mi sentii rispondere che “era un baciapile rincoglionito”.
Adesso come allora non sto dicendo che Luzi sia il più grande poeta del ‘900 italiano (a mio personalissimo parere, se la giocano Sereni, Zanzotto, Raboni e Piccolo, con una mia particolare preferenza per il primo), ma, comunque, ha rivestito un ruolo importante nella cultura italiana del Dopoguerra. Certo, non è mai stato un marxista e la sua poesia ha sempre avuto quell’ odoruzzo d’ incenso da parrocchia - bene fiorentina, quelle lapiriane, come disse, una volta, a lezione Marzio Pieri, di quelle arrampicate sui colli urgenti dalle ripe fogliose e nerastre, perennemente prossime al marciume.
Si rileggano le prime raccolte, in particolare Avvento Notturno: le immagini di angeli lugenti e cristalli sognanti nelle città deserte, scolpite nei marmi toscani, hanno poco o nulla a che spartire con il sensuoso orfismo onofriano, o con la suggestione ancora dannunziana di qualche numinoso Poema Paradisiaco. Molto hanno, invece, a che vedere con la filigrana di Mallarmé –ma asciugata dall’ inesauribile, dispersa in mille rivoli, variazione, ravvisabile in Ungaretti- precisa semmai ce ne fu una, ferma attesa di una parousia notturna del divino come rivelazione individuale, come ineffabile intermittenza. Vegliate dunque, perchè non sapete né il giorno né 1’ora. (Mt, 25, 11-13)
Rimandi, quindi, ovvi a François Mauriac, ma pure, non dichiaratamente, a un Heidegger (ancora lui!) “inespresso”: quello della Introduzione alla metafisica, poi, per le raccolte successive, quello della Lettera sull’ umanesimo.
La poesia di Luzi, vergine un po’ folle, analogamente al linguaggio heideggeriano, esplora la possibile influenza del paradigma biblico della Parola sulla concezione dell’ essere, secondo quella che potrebbe essere definita come intima interconnessione tra linguaggio ed essere, fino ad identificare l’ Essere con il Dire originario, in analogia al Logos della rivelazione giovannea.
La poesia di Luzi ha prodotto tanti epigoni, specie in area toscana, tante vergini savie e inerti; quella di Sereni è fatta della materia delle comete: finora, nessun avvistamento simile, ma tanti ‘analogisti’ sulla sua orbita geostazionaria.
Per questo, a mio modesto parere, se proprio bisognava sprecare un Nobel, tanto valeva conferirlo a Luzi. Ma, si sa. L’ impegno, l’impegno in servizio permanente. Quello che sindacalizza tante professoressotte di liceo, quelle, più preoccupate che un linguista con velleità d’ ispettore non verificasse la loro effettiva preparazione che di insegnare decentemente il latino. Ma siamo al Linguistico, signoramia, che volete che gliene freghi del latino. Se non seguite e giocate a briscola tressette scalareale durante le lezioni, cazzi vostri. Disse la professoressotta, tirandosi la bazza indignata fino all’ occhi.
Ma non divagherò più.
La Merini, dicevo.
Personalmente, trovo la Merini ampiamente sopravvalutata. Non arrivo a dire che non valga niente; di certo diverse sue poesie sono degne di nota, ma secondo me presa nel complesso è piuttosto noiosa e non eccelsa.
Penso che la sua grande celebrità (superiore a quella che normalmente arride ai poeti, anche ai migliori) sia dovuta, più che alla poetessa, al personaggio. Al fatto che si sia fatta tutti quegli anni di manicomio, che ha avuto due decine di uomini e quattro figli, e che si voltoli nel lercio perché, dice lei, il maiale pulito non ingrassa.
Persino il posato blog di Rai Vaticano le perdona la sua patente infrazione alla morale sessuale propugnata da Santa Romana Chiesa. Tanto, cariloro, hanno una lunga consuetudine con le puttane sante: Maria Egiziaca, Maria Maddalena, Santa Margherita da Cortona....lei poi scrive di Maria e di grembi spasmodici e violati.
The luxury of filth, come diceva un fortunato slogan di qualche anno fa per una marca di jeans.
La Merini mi sembra una riuscitissima réclame di sé stessa. Imperversa da Chiambretti, dialogando improbabilmente col giovane rom montenegrino salvato dalla sua sorte miseranda dal cuordoro di un albergatore di San Benedetto del Tronto.
Però, quando viene intervistata, con tutto il rispetto la trovo un po' querula, sempre lì a lamentarsi di tutto. Che non ci sono più i clown, che anche l’ idiozia di Berlusconi l’ ha delusa, o che ha avuto gli operai in casa che l’ hanno infastidita. Ne siamo costernati, davvero. Ma cosa dovremmo fare, metterci a piangere? Querelare il suo padrone di casa e convocare una riunione di condominio urgente?
Poi. Basta col mito della poetessa marginale. La signora Merini ha avuto, fin dalla più giovane età, ottime entrature nel mondo letterario italiano. Ha conosciuto , giovanissima, Sereni, Turoldo, Quasimodo, Pasolini. E’ stata l’ amante, quindicenne, di Giorgio Manganelli, che lei dipinge come un mostro misogino. Forse, ma le sue visioni sono tra le più autentiche.
Cito sempre il professor Pieri:
Una volta Giorgio Manganelli doveva tenere una relazione a un convegno junghiano; gli mancò la parola e la relazione, che poi scrisse, non parlava del soggetto che egli era stato chiamato a trattare ma dei motivi profondi per cui non era riuscito a parlarne, come sarebbe stato del tutto ovvio. La relazione apparve, poi, negli Atti del convegno e, piu tardi, figurò in una delle più labirintiche e sapienziali raccolte di scritti manganelliani. L' uomo che aveva ritessuto il filo tra la letteratura e la menzogna, era uomo dei più schietti ed, anzi, esposti. L’ hilarotragoedia, di cui era maestro, si riscontrava con l’ hypocondria*.
Ovvio che si baloccasse con l’ adesione carnale, disperante, della vita della Merini alla sua produzione poetica. Dirà, ormai anziana:
"Più bella della poesia è stata la mia vita".
Ohibò. La conflagrazione con l’ uomo che dichiarò candidamente:
Io amo i poveri, e soffrirei in un mondo senza poveri; i poveri sono le brioches dell'anima.
era inevitabile. La poesia non è un balsamo per le anime belle. Poi il manicomio, poi il matrimonio e la comune infelicità coniugale. E gli editori, per cui la pazzia è un quid pluris per le vendite, farle cerchio tutt’ intorno come pescecani attirati dal sangue, alla sua senile reprise poetica. Pronti a coglierne ogni tardivo mestruo in versi.
Falecius, che è molto più buono di me, dice che proporre la Merini per il Nobel sarebbe un modo per lavarsi la propria cattiva coscienza da parte di tutto il mondo letterario italiano. Forse, ma solo in seconda istanza. Tanto, quelle come la Merini, una Mestiziamoratti un assessore impietosito un prete lo trovano sempre, a salvarle da un’ indigenza, anche quella, di maniera.
Semmai, il Nobel, ancora di più che la pazzia, aumenterebbe le vendite in un settore, quello delle raccolte di versi, dove se si arriva a tirature dell’ ordine del migliaio si grida al miracolo.
E poi, come ho già spiegato per l’ Acaro Ascolano, l’ artista sensibbbole tutto genio e sregolatezza piace, fa simpatia, aderisce all’ ideale caricaturalmente sturmeriano più vieto che è invalso nel biografismo del “genio” di matrice idealistica e romantica.
Pieri un giorno mi disse in tutta franchezza, leggendo alcune mie desolate e balorde considerazioni, che gli avevo incautamente sottoposto:
“Eh, signorina, se dovessimo chiamar poeti tutti quelli che il babbo maltrattava, che nascevano gobbi o che avevano difficoltà a farsela dare dalle ragazze, riempiremmo uno stadio. E poi si sa che voi belle la date solo ai pescatori di spugne!”
Mi aveva vaccinata a vita contro ogni cedimento larmoyant alla contemplazione del mio proprio io, contro ogni periclitante giro del mio ombelico attorno al mio malessere interiore.
Vi lascio questa lettera, che non ho mai reso pubblica, e che conservo tra le cose più care:
Io non vorrei che Lei cadesse vittima di una falsa prospettiva, generatrice di false attese. I professori non sono dei santi, nè dei confessori, né degli psicanalisti 'gratis'. lei non va dal benzinaio per intrattenerlo sul male di vivere. Alcuni professori (e io sono fra questi) per indole personale e per una qualche deriva professionale, sono più disposti a porgere un qualche ascolto anche, diciamo, 'umano' agli studenti che incontrano sulla loro strada, ma, debbo essere franco con Lei, non è detto che siano i migliori professori e che questa loro indulgenza sia un bene, né in sé, né per gli studenti. C'è il rischio, molto pesante, dell''umano troppo umano'. Studiare è un'altra cosa e, prima di tutto, è una dura professione. Non è un lavoro più 'alto' o più 'duro' di altri, ma è un lavoro con proprie tecniche, con proprii obblighi, con proprie inderogabili esigenze. Lo studente specie di letteratura a volte tende ad ascoltare con troppa assiduità il proprio io (non il male di vivere di Montale ci interessa ma i modi della sua arte in cui il tema del male di vivere si è espresso) e crede suo diritto offrire una audizione agli insegnanti, ma, Le ripeto, se non è un peccato, non è nemmeno un rimedio.
E poi:
[...] so che Lei si fida di me come professore. Ecco, prima di tutto riprenda le forze; sappia che crisi nervose anche più gravi sono tipiche della giovinezza; poi passano. E studi studi studi. Vuol dire passare da un libro all'altro, schedarli, rivoltarli, farli propri. Son come le scale per arrampicarsi. Studiare vuol dire dimenticare se stessi e realizzarsi tutti nell'oggetto dello studio. Quando l'operazione, assai dura e non facile, e non immediata, riesce, uno si avvede d'un tratto che avendo dimenticato se stesso, è nel frattempo cresciuto. Io questo Le auguro, con amicizia. (passo e chiudo).
*Marzio Pieri, Roma Magica, La Finestra, Trento, 2002, p.126.