martedì, aprile 01, 2008
La mia vita sentimentale va, nei limiti del possibile (chi mi conosce sa quanto la situazione sia difficile) bene. Almeno, meglio di quanto sia mai andata prima.
Comunque non posso parlarne pubblicamente, quindi basta.

Tra ieri ed oggi ho fatto un paio di cazzate. Di quelle che si fanno per distrazione, stupidità e stanchezza. Tipo, dovevo lavare i piatti e mi sono messo a fare un'altra cosa, e poi me ne sono dimenticato, e stamattina mi sono alzato tardi e ho trovato che qualcuno li aveva già lavati al posto mio e adesso quindi mi sento in colpa, il che è una cazzata perché si tratta comunque di una cosa stupida, però, uffa, forse dovrei gestire la mia vita con più criterio (tipo, andare a dormire ad ore decenti, svegliarmi la mattina presto, fare le cose che devo fare, giocare meno ad Age of Empire).
Sto studiando, per ragioni che è troppo complicato spiegare, la letteratura thailandese. Devo ammettere che è molto interessante.

Milano: questo week-end ero a Milano.
Abbiamo letto pezzi di ABCdiario, il libro che dovete comprare almeno una volta nella vita perché l'ho scritto anch'io, e bè, complimenti, applausi, insomma, è andata bene.
Poi la presentazione di "Cento Anni di Cultura Palestinese" di Isabella Camera d'Afflitto, una delle migliori studiose di letteratura araba viventi in Italia. Presentato dall'autrice, da Wasim Dahmash e da Paolo Branca, come dire, tre dei migliori arabisti d'Italia a parlare nella stessa stanza, bello, sì, davvero, proprio bello.
E infine a cena da Saida. Una gran donna, Saida, devo dire. Vabbé, lo sapevo già. Ma che risate!
Poi sono tornato a casa. Stanchissimo, ma contento, solo che poi faccio le cazzate come quella dei piatti e allora, anche se è una bella giornata, mi secca un po', perché giustamente i coinquilini avranno da ridire, e insomma, io in casa sono il più casinista e il più distratto, e insomma.

Tutto questo pippone si proponeva di introdurre alcune considerazioni elettorali, il problema è ha preso vita autonoma e nel frattempo ho dimenticato le mie considerazioni sui vari votometri e politometri che quindi scriverò un'altra volta, e vi beccate un post para-intimista.


lunedì, marzo 24, 2008
E' indispensabile abbattere l'istituto patriarcale fin dalle fondamenta, annientando il potere totalitario che esso esercita sulla libertà delle persone.
Il patriarcato lavora in una quantità di modi subdoli, usando il ricatto psicologico e morale, la dipendenza economica, il controllo dei tempi e degli spazi dei soggetti "subalterni" (tipicamente mogli e figli/e, ma non è detto). Se non vi riesce, ricorre alla violenza brutale.
In questo senso il patriarcato e il cronotopo che dominato dalla sua struttura di dominio riproduce cronotopo neocoloniale dell'imperialismo; si ha in entrambi i casi una struttura di dipendenza, materiale ed ideologica, che lega il figlio alla famiglia d'origine in un rapporto di dipendenza che è stato costruito artatamente durante la fase di crescita, al pari di una ex-colonia con la madrepatria.
Il patriarcato è il microcosmo dell'imperialismo, e l'imperialismo è il macrocosmo del patriarcato. Entrambi si appoggiano sullo Stato e sul Capitale, e questi ultimi si sostengono a vicenda e riproducono ed istituzionalizzano i due mondi dell'oppressione individuale e collettiva.
A questo Moloch occorre rispondere.
E' vitale affermare la propria indipendenza, come costituzione ontologica di noi stessi. Liberarsi dalle catene della soggezione e dell'oppressione che ci avvincono e ci legano fin dentro la nostra mente (alienazione).
Non permettere la dipendenza è la condizione necessaria per qualsiasi realizzazione positiva.
Resistere, resistere, resistere.
martedì, febbraio 19, 2008
Idea: Angolosbocco
Realizzazione grafica: Uriel
Trasmissione dello spunto: Falecio




giovedì, febbraio 14, 2008
Quanto prima serve ad introdurre il fatto che esistono delle persone che testimoniano la propria fede in Cristo a costo della vita.
Queste persone sono ufficialmente ammirate e venerate dalla Chiesa. Sono i Santi Martiri, e non c'è niente di meglio di un martirio per il cristianesimo per ottenere un posto nel calendario.

Dunque, un trentina di anni fa, un vescovo di una città dell'America Centrale comincia a fare delle osservazioni riguardo il fatto che Cristo non aveva molta simpatia per i ricchi e i potenti, e che di conseguenza la Chiesa dovrebbe stare dalla parte dei poveri e degli oppressi quando i ricchi e i potenti si mettono a tiranneggiare.
Non era un'idea nuova, dato che essenzialmente era una conseguenza piuttosto elementare del Vangelo, ma andava contro una tradizione consolidata dei religiosi dell'America Centrale, che non amavano farsi scotennare dagli sgherri dei proprietari terrieri e quindi avevano lasciato stare questi ammennicoli come il Vangelo e Gesù Cristo. Sostenevano che il cristianesimo significasse che i ricchi e potenti facessero il cazzo volevano.
Questo vescovo, che si chiamava Romero, aveva idee leggermente diverse, e pensava che il cristianesimo si basasse sui Vangeli e richiedesse ai cristiani di comportarsi con giustizia, ad esempio c'è quella storia delle due tuniche...
In questo paese dell'America Centrale era in corso una guerra spietata tra i poveri e gli oppressi da una parte e i ricchi e potenti dall'altra, anche se parlare di "guerra" può essere fuorviante.
In realtà alcuni poveri ed oppressi, incoraggiati anche da religiosi che la pensavano come Romero (e da qualche prete di un'altra religione, che venerava un altro ebreo con la barba vissuto in Germania) avevano cercato di alzare la testa, al che i ricchi e i potenti avevano lanciato una strage a senso unico contro chiunque gli chiedesse un minimo di giustizia, umanità e moderazione nello sfruttare il prossimo.
Non è molto evangelico, sfruttare il prossimo e tantomeno ammazzarlo se obietta allo sfruttamento.
Romero diceva questa cosa, cioè professava il cristianesimo. Di conseguenza, gli spararono nella cattedrale della capitale (lui era vescovo della capitale).
C'è un precedente, un arcivescovo di Canterbury fatto assassinare dal ricco e potente di turno perché aveva obiettato a certi comportamenti del ricco e potente che non erano proprio evangelici.
Quello lì è una santo martire venerato, giustamente. E Romero?
E Romero NO. A ventotto anni di distanza dal suo martirio (quando in media un martire si santifica di corsa corsissima), il più alto esempio di martire cristiano del Ventesimo secolo NON è ancora un Santo della Chiesa.

Ecco perché Ratzinger mi sta sui coglioni.

martedì, febbraio 12, 2008
Questo blog è contro la censura bigotta.



Update: il blog "paganesimo" che, a quanto ne sapevo, era stato chiuso per questa immagine qui sopra (che considero assolutamente innocua) ha riaperto. Inoltre ho saputo da fonte certa (cioè l'ho letto sullo stesso paganesimo) che l'immagine per cui era stato censurato era un'altra.
Falecio è rimane contrario alla censura (anche in questo caso), ma si rifiuta di postare quell'immagine su questo blog, dal momento gli fa abbastanza senso & schifo, a dirla tutta.

martedì, gennaio 22, 2008
Premetto che a me, Ratzinger sta eminentemente sui coglioni, per vari motivi riassumibili nel fatto che sta facendo del cattolicesimo una cosa in cui non mi riconosco più, e precisamente il baluardo identitario della civiltà occidentale, qualunque cosa significhi.

Non mi piacciono i suoi discorsi, non mi piace la sua impostazione teologica. Io sono un irrazionalista, e pretendo il diritto di credere in Dio senza prove della Sue esistenza, senza che un teologo tedesco mi dica che occorre legare fede e ragione.
Inoltre, reclamo l'universalità del messaggio cristiano e quindi la sua autonomia dalla razionalità filosofica greco-latina (mi risulta che Gesù Cristo fosse un ebreo della Palestina che parlava in aramaico).
Non mi piace la logica per cui la Chiesa definisce un'ideologia comportamentale senza la quale uno non è un buon cristiano, con criteri che attengono a giudizi sulla vita sessuale ed affettiva, stabilendo ideologicamente delle norme universalmente valide. Non accetto la famiglia nucleare fondata sul matrimonio indissolubile come fondamento naturale e necessario della società, e mi permetto anzi bollare una simile idea come contraria allo spirito e alla lettera del Vangelo (Matteo, 10:34-36).

Detto questo, lui ha il diritto e la facoltà di sostenere le sue opinioni dai suoi pulpiti, di cui non mi pare soffra la mancanza, e anche dai pulpiti altri che gli vengano eventualmente offerti.

Si può dibattere a lungo sull'opportunità di offrirgli il pulpito dell'inaugurazione dell'anno accademico alla Sapienza, nel senso che secondo me oggettivamente non c'entrava un tubo, ma aveva tanto di diritto di trovarsi lì quanto qualsiasi altro barone, ministro, o chi volete. Riesco a pensare almeno un centinaio di nomi di gente assai più contestabile. Sia chiaro che quello è comunque un pulpito laico da cui si pontifica. Chi ci stia a pontificare non mi sembra particolarmente interessante. Non c'è una questione di libertà di parola o di censura, perché comunque si parla ad invito e senza contraddittorio, indipendentemente da chi parla e da quello dice.

Inoltre, il dibattito sull'opportunità di offrire il pulpito a Tizio, Caio o Joseph all'università di Sarcazzo Dove è di zero rilevanza per chiunque altro all'infuori della stessa, in linea teorica.
Quello che può avere (o no) un qualche interesse è:
a) quanto dirà Tizio Caio o Joseph una volta accettato l'invito
b) la modalità del dibattito.

Posto che non condivido quello il discorso che Ratzinger avrebbe (pare) detto alla Sapienza e lo ritengo poco interessante, l'unica discussione dotata di un minimo di senso su tutta la vicenda, cioè, ad ogni modo, su un evento che non si è verificato, riguarda le modalità e legittimità del dibattito.

Anzitutto, credo che esistano regolamenti, norme, statuti e sarcazzo cos'altro che stabiliscono chi, quando, perché e percome decide chi invitare all'inaugurazione dell'anno accademico. E il punto sta tutto lì. La decisione del rettore era regolare? Se sì, invito regolare, quindi legittimo, e chi vuole contestare si accomodi.
Se no, i contestatori hanno sbagliato tutto, o i media hanno imbrogliato le carte, ed il punto è che il rettore non aveva il diritto di fare l'invito, period.

Due, perché una bega del Senato Accademico della Sapienza diventa un tormentone nazionale? Chissenefrega?


domenica, gennaio 13, 2008
Da qualche tempo (ma davvero da qualche tempo? Forse è sempre stato così, ed io non me ne ero accorto? chissà) è in atto una grandiosa offensiva contro quelle che considero le principali conquiste di principio ottenute dalla civiltà occidentale, storicamente intesa.
Queste conquiste riguardano essenzialmente la sfera dei diritti e della libertà degli individui, ed in estrema sintesi derivano dal principio morale (che non è solo occidentale né solo moderno) che l'essere umano sia un fine in sé ed abbia il diritto di perseguire la ricerca della propria felicità e realizzazione.
Il fascismo rappresenta la negazione teorica di questo principio, sottomettendo l'individuo ad un fine altro che è lo Stato (nazionale). Eppure il fascismo fa parte a pieno titolo della realtà storica dell'Occidente moderno e sarebbe incomprensibile al di fuori della cultura occidentale moderna.
Il capitalismo sottomette invece l'individuo (ed il gruppo) ad una logica di rapporto economico asservendolo ad un ciclo di produzione e consumo (c'è una cosa chiamata entropia, che impedisce di produrre all'infinito) il cui fine è il profitto; come lavoratore e come consumatore, l'individuo deve essere reso disponibile al discorso di profitto, controllato e schedato, compito che lo Stato nazionale si accolla anche per conto del Capitale.
Non è che gli obiettivi, i metodi e le esigenze dello stato e del capitale siano sempre identici; possono anche essere contrastanti, in certi casi.
Ma non c'è contraddizione intrinseca. Il fascismo può anche essere visto come la forma che lo stato capitalista ha assunto in certe fasi storiche; mentre oggi, in genere, il capitalismo usa un'ideologia legittimante liberale e quindi fondata sulla logica delle conquiste sociali e dei diritti, anziché la loro negazione fascista.
Sono convinto che si stia facendo un passo indietro.
Conquiste elementari come lo habeas corpus e lo Stato di diritto, la segretezza delle comunicazioni, la stessa libertà di esprimere le proprie idee, sono di nuovo o sempre più minacciate, in una situazione in cui il modello organizzativo e la visione "d'impresa" cioè genuinamente capitalista, si è quasi interamente appropriata della società, stato incluso.
Da un certo momento, diciamo a partire da una ventina d'anni fa, il capitalismo ha trovato sempre meno necessario usare un'ideologia esterna, come quella liberale o nazionale, per legittimarsi. Questo gli ha permesso di colpire diverse conquiste liberali e sociali; e, tramite il discorso sulla "sicurezza" e il riciclo dell'armamentario identitario propriamente fascista, continua a spingere in questa direzione.  Nei paesi  occidentali,  banco di prova  di questa offensiva  capital-neofascista, è solitamente il meteco, lo straniero non cittadino, o non proprio cittadino. In Italia abbiamo una legge, la Bossi-Fini, che priva lo straniero di qualsiasi umanità, riducendolo ad una pura funzione delle esigenze del nostro, peraltro sgangherato, capitalismo, e perfettamente indesiderato ed indesiderabile per quanto riguarda il resto.
Fomentando ideologicamente l'odio e l'ostilità, grazie all'effetto mediatico dell'11 settembre e a tutta la fuffa intellettuale che ne è scaturita, è stato possibile al fascio-capitalismo segnare parecchi punti.
Sull'onda dell'emozione generata da un omicidio a Roma, recentemente alcuni comuni del Veneto hanno potuto limitare la residenza su base di censo, un atto che solo pochi anni fa sarebbe apparso inconcepibile.

Per questo, è necessario tenere alta vigilanza rispetto a fatti come questo, per questo è necessario opporsi all'invasione della logica del profitto nelle nostre vite, e al tempo stesso controllare da presso il potere dell'apparato dello Stato, per questo certe battaglie individuali o limitate diventano avamposti per la tutela dei diritti di tutti, e dovremmo essere grati a chi le combatte in prima persona, a chi tiene il fronte d'urto dove l'attacco del nuovo fascio-capitalismo, colpendo gruppi deboli o odiati, ha più possibilità di penetrare, di assuefarci alla arbitrarietà del suo potere.
Per questo ritengo essenziale, ad esempio, la battaglia giuridica contro le extraordinary rendition, o quella contro le espulsioni amministrative. Per questo trovo fondamentale non solo chiedere la giusta liberazione di un uomo innocente, Abou Elkassim Britel, ma esigere che lo Stato italiano si interessi della sua sorte. Invito chi non l'avesse già fatto a sottoscrivere la petizione per la sua liberazione. E per questo ringrazio chi, difendendo lui, difende il diritto e la giustizia per tutti, a partire dal suo avvocato Francesca Longhi.
Per questo ringrazio Sherif el-Sebaie, che fa informazione preziosa sul razzismo e l'islamofobia che alimentano e "legittimano" l'assalto ai diritti.
Ci sarebbero molte, moltissime altre persone da ringraziare, non me ne voglia chi non nomino.
Continuiamo a resistere.
Le difese devono reggere.



martedì, gennaio 08, 2008
Breve riflessione: le mie idee sono generalmente considerate abbastanza radicali, il che va anche bene. Dopodiché però va detto, per carattere, sarei una persona moderata, nel senso che sono assolutamente convinto che est modus in rebus.
E allora penso che forse ad essere estremisti sono lo stato nazionale, il capitalismo finanziario globalizzato, la famiglia patriarcale "cattolica" e gli altri Valori™ dell'Occidente che lavora.
Che dite, è un'idea assurda?
lunedì, dicembre 24, 2007
Suscita sgomento e terrore e nelle menti degli Adulti™ la Grande Scoperta dell'Abissale Ignoranza dei Nostri Figli dell'Occidente™.
Pare sia Teribbbbbile & Agggghiacccianteee il fatto che il 60% degli alunni di sQuola media non sappia perché viene la notte.
La cosa è interessante, perché apre diverse considerazioni:
1) Non rompete i coglioni. L'Emergenza Scuola© l'avete creata, prodotta e determinata completamente voi. Sono dieci anni che alla scuola dello Stato vengono tolte risorse. Sono anni che se la prende con gli insegnati "fancazzisti e privilegiati".
Gli insegnati italiani italiani sono i peggio pagati e meno aiutati d'Europa, vivono in condizioni di precarietà e spesso solo una grande motivazione li spinge a continuare col loro lavoro nonostante le paghe modeste e gli insulti. Ed è un lavoro difficile. Non sarà faticoso come estrarre carbone in una miniera, ma è difficile. Richiede sensibilità, intelligenza, preparazione che spesso non gli viene fornita, investimenti culturali ed emotivi notevoli ed una pazienza infinita.
L'emergenza l'hanno creata gli stessi che la denunciano. Un grande quotidiano non ha il diritto morale di parlare di "emergenza nelle scuole" dopo aver accreditato Oriana Fallaci come riferimento del discorso pubblico sull'Islam.
Il ministro della (pubblica) Istruzione non può lamentarsi di questa situazione mentre ratifica l'enensimo regalo alle scuole private. E' corresponsabile.

Ad ogni modo, se i ragazzi sono ignoranti come zappe, è colpa degli adulti, genitori, docenti e soprattutto responsabili del sistema scolastico.
2) In quale punto del programma ministeriale di qualsiasi cosa si parla di spiegare perché viene la notte? Le maestre danno per scontato che i bambini lo sappiano. I genitori danno per scontato che le maestre glielo dicano. I professori danno per scontato che alle elementari gliel'abbiano detto.
Morale: questi non comunicano tra loro, i curricola fanno cagare, e i bamabini non sanno un cazzo.
3) nessuno parla con i bambini. Mio fratello ha quindici anni e fino all'altro ieri non sapeva la differenza tra ebrei e palestinesi: nessuno gliene aveva parlato. L'altro ieri parlandoci è venuto fuori che non lo sapeva. Gliel'ho spiegato. Adesso lo sa.
Invece per scoprire che il 60% deigli studenti delle medie non sanno perché è notte c'è voluto un sondaggio, al quale si risponde con l'emergenza.
4) Forse un genitore medio non è così sicuro del perché faccia notte da spiegarlo ad un bambino. Forse l'ignoranza è bene radicata. Forse la scuola non ha mai funzionato così bene, non ha mai creato vera cultura di massa in questo paese.
venerdì, dicembre 21, 2007
Ho un computer nuovo. Un bel computer leggero e davvero portatile, con un solo piccolo difetto: Windows Vista™.
Il meglio che si può dire di
Windows Vista™ è che fa schifo al cazzo, fa vomitare, è una merda, non fa niente di quello che vorrei che facesse e fa un sacco di cose che io non gli ho mai chiesto di fare, non capisco perché le faccia e e dipendesse da me gli impedirei di fare se solo capissi come. Per me, ed è chiaro che si tratta della mia personale e limitata situazione, è il sistema più user unfriendly dopo MS-DOS. La grafica è inquietante. L'italiano delle istruzioni oscuro e allusivo, le nuove funzioni fiche inutili ed incomprensibili, mentre tutte le cose utili che volevo avere non funzionano o sono introvabili.
Fosse stato per me, avrei cercato un computer con XP o qualcosa di diverso, ma questo  era il meglio che potessi permettermi (nel senso che non potevo chiedere ai miei la spesa necessaria ad acquistare un Mac, per dire, e i negozi di computer, che io sappia, non ti vendono portatili con Linux pre-installato, o se lo fanno questo costava comunque di meno).
Però sinceramente non potevo sospettare che Vista fosse una tale stramerda. Adesso, io capisco (forse)  che la gente che pensa che il computer sia un incrocio tra stereo, videoregistratore con TV e album fotografico del matrimonio, possa vederci dei progressi, ma per me un computer è essenzialmente una macchina da scrivere molto evoluta e collegata ad una rete.
Ora, Vista te lo "regalano" col computer, ma Office lo devi pagare (ed io non ho la minima intenzione di sganciare una lira in più a quella cosca di stronzi incompetenti di Redmond) e non intendo scrivere nemmeno un carattere della mia tesi di laurea su una versione trial di Office, né tantomeno su WordPad, ammesso che in Vista esista ancora qualcosa di simile a WordPad.
Certo che mi scarico OpenOffice, ci mancherebbe, e consiglio di fare altrettanto a qualsiasi persona di buonsenso. Se potete evitare di acquistare un computer con Vista, fatelo.
Chiusa la parentesi sui miei personali cazzi (adesso sto scrivendo dal computer di mia madre, tra parantesi; il mio ancora non si può connettere in rete, ma stavolta è colpa di Telecom, non di Microsoft) si diceva del Bhutan, mi pare.
Il Bhutan è uno stato himalayano così arretrato e povero che gli inglesi non diedero neppure la pena di unirlo al loro dominio sull'India in modo diretto, anche se era una specie di loro protettorato.
E', o meglio era, una monarchia tradizionale a legittimazione religiosa.
Gli inglesi fecero come con molti altri stati principeschi dell'India, cioè aiutarono un po' la classe dirigente locale (una qualche forma di aristocrazia e di clero) a rafforzare la propria presa su un'area che venne sempre meglio definendosi e che si configura come il Bhutan attuale. L'area era ed è, come per tutti gli stati di genesi coloniale, un mosaico etnico, sociale e credo anche religioso. Comunque il gruppo dirigente e l'area centrale da cui veniva erano e sono di lingua dzongka. Non so se dzongka indichi solo una lingua o anche un gruppo etnico (non è scontato che le due cose coincidano: molti indios americani sono di madrelingua castigliana senza che a nessuno passi per la testa di considerarli etnicamente spagnoli, sé stessi per primi), ma so che nel complesso del Bhutan attuale rappresenta una minoranza.
Una vera Sana Monarchia della Vecchia, ancorata ai Veri Valori della Tradizione, rispettosa del Ruolo delle Caste Consacrato dal Tempo dei Tempi, ed ispirata ai Gloriosi Saldi Principi della Fede dei Padri, avrebbe fatto quello che i saggi Asburgo e tanti altri dinasti della vecchia scuola facevano: evitare le beghe interetniche, trattare tutti relativamente bene finché pagano le tasse e non rompono, aprire il culo in due¹ a chiunque dia fastidio, e infischiarsene nel modo più assoluto di lingua e costumi bizzarri dei sudditi finché non interferiscono con l'esercizio del potere, il che tende ad accadere con certe religioni.
Invece il governo bhutanese, per ragioni che trascendono la mia comprensione, decise di adeguarsi alla tradizione inventata dell'occidente, fondata sulla statolatria omogeneizzante degli Stati nazionali.
Fondare uno stato nazionale omogeneo su un territorio disomogeneo è impresa che di solito riesce solo se le considerazioni di natura morale vengono estromesse dal discorso.
Se Cavour avesse pensato alle famiglie dei bersaglieri l'Italia non esisterebbe, e non so se la rimpiangerebbero in tanti.

¹ Spesso alla lettera, con una grossa trave aguzza. Vlad l'Impalatore difendeva i Valori dell'Occidente Cristiano così, per dire.
martedì, dicembre 18, 2007

Mi arriva da una lettrice di questo blog una mail in cui mi si chiede, tra le altre cose, perché, e in che senso, mi definisco anarchico. Ho abbozzato la risposta in vari post, che ho riunito sotto la tag anarchy in the UK.

Forse però è utile dare un breve riassunto.

Sono anarchico perché credo nella dignità e nei diritti di tutti gli esseri umani. Perché credo che ogni Stato, per quanto animato dalle migliori intenzioni, finisce col limitare le libertà ed i diritti perseguendo il potere come fine.

Questo crea un gruppo di privilegiati (oggi va di moda parlare di "casta"). Lo Stato, per vivere, si appropria del frutto del lavoro degli uomini, allo scopo di mantenere il suo potere e le classi che lo sostengono.

Lo Stato è intimamente legato alla forza del Capitale, ed il Capitale è accumulazione di lavoro umano, che tende al profitto e al consumo.

Lo Stato diventa una gabbia che blocca la crescita della coscienza individuale e collettiva degli esseri umani.

L'anarchia non è assenza di ordine, ma assenza di costrizione e coercizione. Lo Stato, per legittimare il suo potere sugli uomini crea un'ideologia, nel senso di falsa coscienza, ed una apparato che annulla la persona. E' poco rilevante se questo apparato e questa ideologia siano fondate sulla costrizione massificante totalitaria o sulla seduzione consumista.

L'organizzazione dello Stato e del Capitale in Occidente ha indubbiamente portato grandi benefici a chi nell'Occidente vive, in termini di miglioramento delle condizioni di vita. Questo crea la base sociale di consenso necessaria ad una oligarchia di fatto per mantenersi, attuando uno scambio che può essere espresso in libertà contro sicurezza.

Ma la sicurezza può essere un risultato della fiducia e non solo della costrizione.

Io credo nella responsabilizzazione degli individui verso gli altri, che è poi, secondo me, il messaggio centrale ed autentico, rispetto alla vita terrrena, delle grandi religioni storiche, in particolare dell'Islam, del Cristianesimo, del Buddhismo e del Confucianesimo (nei limiti in cui questa puà esssere definita una religione). E senza nulla togliere alle altre.

L'aspirazione più grande dell'anarchia, come di ogni grande movimento rivoluzionario (sia laico che religioso) è quella di cambiare l'essere. Ma l'anarchismo, a differenza di altre proposte rivoluzionarie, non gli vuole imporre un cambiamento nella direzione che un certo gruppo desidera, ma dargli la possibilità di essere, individualmente e collettivamente, sé stesso, liberandolo dalla costrizione e dalla paura, dall'oppressione e dalla spoliazione del suo  lavoro.

La società anarchica si propone come quella in cui ogni essere umano, nel rispetto degli altri, possa realizzarsi compiutamente, senza l'alienazione di un potere economico, politico e sociale estraneo. Questo dovrebbe avvenire attraverso un processo di empowerment* e di responsabilizzazione.

Al centro si pone dunque la questione educativa: nell'anarchia la famiglia non cesserà di esistere come aggragazione volontaria, anche se sparirà il patriarcato.

Tuttavia, credo che l'educazione dovrebbe diventare, entro certi limiti, un fatto comunitario (una socializzazione dell' educazione avviene già, tramite la scuola statale).

Mi rendo perfettamente conto che esistono molti problemi irrisolti, che la società anarchica è, citando il libro** che mi ha influenzato di più a questo proposito, un'utopia ambigua.

E per me, è più una dimensione ideale, che non una possibilità concreta nel mondo attuale.

Per il resto rinvio al programma di Malatesta. Ok, è del 1919, ma fa sempre bene ripassare.

 


 

* Se conoscete una parola italiana che traduca questo termine, ditemelo, a me non viene.

** "I reietti dell'altro pianeta" di U.K. LeGuin

postato da: falecius alle ore 15:35 | Permalink | commenti (4)
categoria:politica, anarchy in the uk
lunedì, dicembre 17, 2007

La metafora del Moloch per descrivere il potere totalitario nazista, è stato usato dal grande regista russo Sokurov nel suo film su Hitler ed Eva Braun, intitolato, appunto, Moloch.

Un'altra metafora diffusa, sia da noi che nell'Islam, per descrivere un potere tirannico, ingiusto, sfruttatore ed oppressivo, è quella del Faraone; che cm'è noto viene dall'egizio per-'aa¹ che significa "grande casa" e quindi Palazzo, nel senso che questa espressione può avere nell'Antico oriente: centro di direzione economica, politica, amministrativa, in alcuni casi religiosa, centro del sistema distributivo e del commercio, in Egitto, casa del Dio Vivente, il re del paese che noi chiamiamo appunto Faraone esi faceva venerare dai suoi sudditi come incarnazione del dio-falco, Her (Horo).

Tuttavia, la più grande delle Grandi Case avrebbe invidiato il potere del più piccolo staterello nazionale moderno. Le Grandi Case pensavano in termini di accumulazione e redistribuzione, non di investimento, scambio e consumo. Inoltre, i palazzi del Bronzo e del Ferro mancavano di un fondamentale strumento del moderno capitalismo: la moneta.

Il nostro Moloch si distingue dal Faraone per essere ideologicamente e strutturalmente dinamico. Il Moloch consuma ed investe ciò che accumula. Quello che accumula, in forma di tassa o di profitto, è ovviamente il frutto del lavoro degli uomini, che glielo cedono in cambio di ovvi benefici,  o perché costretti, con l'ideologia o con la coercizione.

Il potere del Moloch è tale che l'individuo, nello Stato Moderno, fuori dallo Stato non esiste. Nella società che pretende di essere la più libera mai esistita, senza documenti dello Stato si è nulla. Ognuno deve essere individualmente schedato e questo anche per la sua stessa comodità (pensate al bancomat o alla tessera sanitaria). I Palazzi antichi non avevano l'anagrafe ma il catasto a fini fiscali, che registrava le famiglie. E' con la statolatria dei giacobini che si tenta l'esperiemento di assoggettare ugualmente allo Stato tutti gli individui, eliminando le strutture intermedie dell'età feudale come regioni, stati (nel senso dell'Ancien Régime) e corporazioni.

Gli ideali nazi-fascisti ripresero con ancora più vigore questo progetto. In entrambi i casi, la base sociale di questi progetti fu la piccola borghesia, e questi furono portati avanti col sostegno almeno iniziale del capitalismo (il capitale francese al tempo della rivoluzione era in gran parte sviluppato intorno alle monocolture schiavistiche di canna da zucchero ad Haiti, e la sua forza fu notevolmente indebolita dalla rivolta degli schiavi).

Il controllo dei lavoratori svolto dallo Stato trasforma quest'ultimo nel braccio armato del capitale ma anche nel suo difensore giuridico. Il capitalismo italiano, nei limiti in cui se ne può parlare, non sarebbe praticamente esistito senza il sostegno politico, economico, giuridico dello Stato sotto forma di esenzioni, sovvenzioni, indulgenze, agganci, politiche specifiche nell'interesse di grandi aziende.

Questo non è specifico dell'Italia: sappiamo bene perché le grandi aziende americane finanzino i vari candidati alla presidenza, o quali interessi economici dei Konzern tedeschi e degli zaibatsu giapponesi stessero dietro alle politiche estere di questi due stati ai primi del novecento, ad esempio nella corsa tedesca agli armamenti navali. Ed è noto come la de Beers influì sulla politica imperiale inglese in Sudafrica.

Il Moloch ha dunque due scopi, collegati tra loro: il profitto ed il potere. Il profitto è impossibile senza il potere, che assicura l'efficacia del sistema economico.

Il profitto accumulato e reinvestito, alla fine deve essere consumato. E ogni uomo o donna che che non è assoggettabile al potere o utilizzabile per il profitto deve essere distrutto.

Come Kronos, il Moloch, divora i suoi figli: la sua espansione l'ha già portato a superare la dimensione dello Stato nazionale, ancora utile per certi fini, ma troppo angusta; un giorno, rimasto solo, divorerà sé stesso.


¹ Non sono sicuro della traslitterazione

domenica, dicembre 16, 2007

Abbiamo visto nel post precedente che il "libero mercato" non ha nulla di "naturale". Esso si fonda su convenzioni giuridiche ed economiche stipulate implicitamente all'interno della società, e che queste rendono possibile lo scambio e l'accumulazione, l'investimento, il commercio, il formarsi o meno di monopoli, le modalità di sfruttamento del lavoro e delle risorse, lo stesso concetto di merce.

Lo stesso vale per il diritto "naturale". E' possibile ammettere l'esistenza di un diritto naturale come atto di fede, ed indubbiamente le stipulazioni giuridiche sono o dovrebbero essere razionali, ma non sono naturali. Dato che viviamo in una società basata sul mercato e sul diritto, questa società crea un'ideologia che legittima come naturali ed ovvie le convezioni che li fondano.

Lo Stato, in generale, e lo stato burocratico e nazionale in particolare, sono ugualmente delle convezioni difese da una ideologia che in passato era ideologia religiosa ed in seguito fu ideologia razionalista o nazionalista. Non c'è niente di intrisecamente razionale nell'idea di Stato, anche se è razionale il baratto contrattualista "libertà contro sicurezza". Razionale ma non necessario né inevitabile.

Non c'è assolutamente niente di intrisecamente razionale nel concetto di nazionalità. Le nazioni sono fatti (anche nel senso di costrutti) storico-politici. Inoltre, dovrebbe essere chiaro che l'etnia e lo Stato eventualmente basato su di essa lavorano in feedback, ossia, sono gli Stati a creare le nazioni attraverso un capillare processo di indottrinamento ideologico a partire dall'istruzione obbligatoria di massa nella lingua nazionale. Questo processo è possibile grazie ad uno stato macchina burocratico la cui formazione secolare conosce una prima una svolta importante nella Francia di Enrico di Borbone, alla fine del Cinquecento. Le diverse etnie della Francia divennero col tempo una sola nazione unita dalla comune fedeltà allo Stato, e che si esprimevano nelle loro relazioni politiche in quello che era stato in origine il dialetto dell'area di Parigi; anche se a casa parlavano (e parlano) bretone o provenzale. Non c'era niente di inevitabile o necessario nel fatto che la lingua germanica dell'Olanda sia diventata una lingua nazionale letteraria codificata, e quella dell'Alsazia no (o almeno non altrettanto). Questo fenomeno richiese secoli e si compì solo quando la tecnica moderna, l'urbanizzazione e la concentrazione produttiva generata dalla rivoluzione industriale capitalistica resero possibile la leva, l'istruzione di massa e l'irregimentazione dei lavoratori nelle fabbriche, nei partiti e nei sindacati.

Quando cioè, alla fine dell'Ottocento, le nazioni europee smisero di essere società prevalentemente agricole e provinciali, mentra la forza della borghesia e del nazionalismo spazzava via gli ultimi resti del decentramento feudale, accentrando l'amministrazione e la popolazione e mettendo tra l'altro a disposizione del capitale industriale e finanziario masse enormi di contadini trasformati in proletari. L'accumulazione capitalistica (assieme alla rapina colonialista, gestita a lungo per mezzo e a favore di compagnie private) metteva a disposizione dello Stato la base imponibile necessaria per costruire ed allargare il suo apparato amministrativo, repressivo e sociale, che portava avanti la nazionalizzazione.

Alcune aree opposero a questo una strenua ed implacabile resistenza, specialmente di fronte a Stati deboli: il Moloch nazionalista avanzò vittoriosamente in Francia, Germania ed Ungheria, e più tardi in Turchia; in Spagna non riuscì mai ad avere ragione dei Baschi (che adesso hanno il loro analogo apparato in miniatura) né, nel Regno Unito, degli Irlandesi (caso un po' particolare, dato che in certa misura l'Irlanda potrebbe essere visto come una colonia inglese). Non so sia un caso che l'ideologia di resistenza di questi due popoli fosse basata su un feroce attaccamento al cattolicesimo.

Un storia simile potrebbe essere raccontata per la resistenza implacabile dei Kurdi alla nazionalizzazione in Iraq e Turchia, (al contrario della loro relativa integrazione in Iran e Siria) nonostante i mezzi di estrema violenza coercitiva adottati da questi Stati-macchina nazionali.

Integrare chi era integrabile nella struttura produttiva dell'appartato statale e capitalistico: distruggere chi non lo era, culturalmente ed al limite fisicamente: ecco che il Moloch concepisce e porta avanti, dalla Tasmania in poi, il genocidio.

Ecco che la costruzione della nazione degli Stati Uniti procede mediante la distruzione della popolazione nativa non assoggettabile al sistema, e lo sfruttamento sistematico della sua terra, in buona parte per l'allevamento capitalistico su larga scala di bovini da carne. Al tempo stesso, gli immigrati (bianchi) provenienti, a milioni, dall'Europa e dall'Impero Ottomano sono integrati nel capitalismo urbano, scolarizzati in inglese e nazionalizzati più o meno completamente nel melting pot.

Ecco che il nazionalismo turco passa per il genocidio armeno. E che la caparbia ostinazione di Ebrei e Zingari ad essere sé stessi nell'Europa degli Stati nazionali porta al risultato mostruoso che conosciamo, al Moloch supremo dell'organizzazione capitalistica, razionale e spersonalizzata della produzione di morte e nella consuzione dei corpi nel fuoco, dopo averne impiegato ogni particella utile. Un'amministrazione burocratica efficiente e concentrata messa al servizio della morte come fine in sé.

Non forse è un caso che noi chiamiamo "Olocausto" quello che per gli Ebrei è la Sho'ah: l'Olocausto era il sacrificio in cui la vittima era interamente bruciata. Come nella fornace del ventre di ferro di Moloch.

domenica, dicembre 16, 2007

Malgrado la sua voracità oppressiva, il sistema dei templi dei palazzi e degli imperi dell'Età del Bronzo, crollato sotto il suo stesso peso e per l'invasione dei Popoli del Mare, dei Frigi, degli Aramei e degli Israeliti, non era un Moloch.

Gli mancavano la potenza tecnica, la coscienza ideologica, la burocrazia moderna ed il capitale. Fino all'età persiana, non esisteva neppure la moneta.

Inoltre, anche se gli Stati cittadini o imperiali innescavano la corrosione della solidarietà gentilizia e familiare, questa non venne mai meno, né ci fu mai un tentativo cosciente di spezzarla. La burocrazia scribale registrava i capifamiglia, il diritto consuetudinario rimaneva prevalente malgrado i codici di Ur-nammu o di Hammurapi, che del resto vi si ispiravano largamente, e che comunque avevano un intento più celebrativo ("io sono il re giusto") che legislativo ("dovete fare così").

L'accumulazione avveniva soprattutto tramite le tasse, pagate anche in natura o in lavoro (che potevano essere mascherate da offerte religiose), e mancava completamente una logica di investimento, se non ad un livello piccolissimo. L'usura esisteva e conduceva di norma all'asservimento; contro questo processo furono redatte le norme del Codice dell'Alleanza nel libro dell'Esodo, che istituivano gli anni sabbatici e giubilari. Ricordiamo che gli Ebrei nasconono come contadini in fuga dalla servitù per debiti, secondo una probabile etimologia.

Il Moloch ha bisogno di una burocrazia capillare, di un apparato statale esteso che detenga il monopolio della violenza legittima, e per questo ha ancora più bisogno di qualsiasi altro sistema politico di una ampia ideologia legittimante.

La legge del taglione poteva essere sancita dai codici babilonesi, ma non era necessariamente compito delle autorità statali babilonesi applicarla; perfino nella shari'a ( ma non nelle sue applicazioni moderne negli Stati nazionali in cui è in vigore) aspetti di quello che noi chiameremmo diritto penale erano visti in termini di diritto privato e rapporti tra famiglie allargate.

Questo apparato crea un sistema di convenzioni giuridiche che lo legittimano e rendono possibile il capitalismo: nessuna accumulazione di capitale è possibile senza una moneta unica garantita dal potere statale, ed il cui valore è fatto accettare dalla forza dello Stato stesso. E' lo Stato ed il diritto positivo che produce a dare forza e valore ai contratti. E' la legge dello Stato a definire che si può vendere come merce, ad esempio, la forza lavoro ed il tempo di un essere umano, ma non l'essere umano in sé* (o al contrario, che questo sia possibile**).

E' la legge a decidere che la terra sia liberamente vendibile, e che la superficie del mare invece non lo è (per ora); a noi pare normale, ma per i nativi americani dell'Ottocento vendere la terra era una follia blasfema ed inconcepibile.

* Questo è in parte possibile in un caso, anche se la nostra ideologia non lo percepisce come una compravendita: le adozioni internazionali. Il fatto che per noi non ci sia compravendita non vuol dire nulla: in molte società, essendo la terra concepita come inalienabile (come per noi gli esseri umani) gli scambi di proprietà terriera venivano codificati ad esempio come contratti di adozione: è il caso dei testi cuneiformi dell'archivio di Nuzi, in Iraq.

Nemmeno il fatto che l'"acquirente" non agisca in vista di un utile economico o in un logica di investimento, è rilevante. La relazione non è in nessun modo di natura schiavile. Quello che è "comprato" non è un "uomo" ma un "figlio", ma la sostanza non cambia. Sia chiaro però che io non ho nulla contro le adozioni internazionali in sé. Voglio solo mostrare come funzionino certi meccanismi.

** L'eliminazione della schiavitù giuridica permette al capitale di monetarizzare il rapporto di lavoro, ed è quindi funzionale ad espandere la sua sfera d'azione, indipendentemente dal fatto che le condizioni lavorativa siano più o meno "schiavistiche". In senso proprio, la schiavitù è una relazione giuridica e non  riguarda la natura e le condizioni del lavoro: gli schiavi personali di personaggi potenti potevano vivere in condizioni infinitamente migliori di quelli della maggior parte dei popolani giuridicamente liberi, o addirittura, nel caso dell'Egitto dei Mamelucchi, rappresentare la classe dominante.

domenica, dicembre 16, 2007

Il Capitale ha bisogno dello Stato. E non di un qualsiasi Stato, ma di uno Stato-macchina del tipo europeo moderno. Per una serie di fenomeni storici complessi, questo tipo di Stato è diventato anche uno Stato nazionale.

Anche in passato l'economia era strettamente legata alla politica. Oltre lo stadio elementare del piccolo baratto, lo scambio e l'accumulazione necessitavano di strutture politiche spersonalizzate su larga scala. Pensate all'organizzazione che poteva essere necessaria, quasi cinquemila anni fa, per portare le pietre dure estratte in Afghanistan fino alle città sumere in Iraq.

Questo commercio era amministrato, con dotazioni fornite dal palazzo reale e dal tempio cittadini, tramite mercanti che dipendevano da essi. Una volta arrivati a destinazione (di solito un luogo di intermediazione, e non il lontanissimo centro di produzione della materia prima) è probabile che lo scambio in sé avvenisse sotto forme ideologiche dello scambio di doni.

Dal punto di vista sumero, i "Barbari" fornivano le materie prime al centro del mondo, per glorificare i loro dei. lapislazzuli, stagno, cedri del Libano, servivano alla costruzione dei loro templi. Gli scambi erano resi possibili dall'accumulazione di risorse locali attuata dai grandi sistemi redistributivi controllati da templi e gestiti dal palazzo. I sistemi redistributivi e di accumulazione dell'età del Bronzo rubavano ai poveri per dare ai ricchi, e si imperniavano in una inscidibile unità di religione, economia e politica. Erano sistemi generalmente impersonali, almeno nella sostanza, rispetto ai quali le solidarietà familiari allargate da un lato si corrodevano (la cosa è testimoniata in modo eccellente dai contratti e dai testi giuridici riguardo l'eredità, e ne resta una traccia perfino nel Quarto Comandamento: era necessario dire "onora il padre e la madre" in un'epoca in cui questo non era più scontato) e dell'altro potevano fornire, se non una resistenza, quantomeno una viscosità rispetto al sistema.

I conflitti tra le città cananee e filistee ed i primi Israeliti, che si trovano nei libri di Giosuè e dei Giudici, spogliati dei loro elementi tardi e leggendari, raccontano anche la storia di un conflitto tra due poli d'aggregazione, i Palazzi reali cittadini e le tribù basata sulla solidarietà di clan epressa nel codice delle relazioni genealogiche (che potevano essere all'occorrenza riformulate, come accade a anche oggi tra i beduini, in funzione di rivalità ed alleanze).