giovedì, settembre 17, 2009

La fonte è questa: i grassetti però sono miei.

Dichiarazioni del deputato socialista Andrea Costa alla Camera dei Deputati dopo la sconfitta di Dogali 3 Febbraio 1887.


Costa Andrea. Signori! Poche e franche parole, non perché manchino gli argomenti, ma perché tengo anch'io conto delle condizioni della Camera, e capisco che in questi momenti ognuno di noi deve sforzarsi più che possa di esser breve.

Fin da quando nel maggio del 1885 si discusse la politica coloniale del governo (dico del governo, perché fu incominciata e continuata all'insaputa del Parlamento, ed il Parlamento non fu chiamato se non a mettere la sabbia su ciò che si era fatto), fin d'allora, io ed alcuni amici, riconoscendo che l'Italia, l'Italia vera, l'Italia che lavora e che produce, lungi dal desiderare una politica coloniale, voleva invece rivolte tutte le sue attività al suo miglioramento agricolo ed industriale, al suo progresso morale e politico; fin da allora, dico, noi presentammo un ordine del giorno in cui, opponendoci a tutte le velleità di spedizioni africane, che ci hanno dato i bei frutti che ora vediamo, proponevamo il richiamo delle truppe nostre dall'Africa.

Ora, di fronte all'avvenimento doloroso di cui diede un pallido cenno due giorni fa l'onorevole presidente del Consiglio, e per cui il cuor nostro sanguina come il vostro, di fronte a questo doloroso avvenimento, il nostro grido è lo stesso di due anni fa. Noi vi diciamo oggi, come allora: cessate da queste imprese pazze o criminose; richiamate le nostre truppe dall'Africa. E non ci lasciamo impressionare dalle frasi altisonanti di onore della bandiera, di prestigio militare, o che so io: tutta questa roba qui (Oh! oh!) è di quella che si adopera sempre per far passare la merce molte volte avariata. (Rumori a destra - Sì, sì, all'estrema sinistra).

Io non ho bisogno infatti di insegnarvi la storia; voi la sapete quanto o più di me, e sapete quante volte questi argomenti siano stati adoperati per fini più o meno ignobili.

La patria? Ma dove la vediamo noi nelle imprese africane? E la bandiera? La bandiera della patria la vedo sui campi di battaglia per la libertà e per la indipendenza, la vedo nelle imprese civili che fanno risalire sempre più la nazione verso le altezze dell'ideale; non la vedo, non la posso vedere nell'impresa africana.

E l'onore della bandiera?

Non è da questa parte che si deve render conto dell'onore della bandiera e del prestigio militare, ma dalla parte di coloro che siedono al governo o che il governo sostennero e sostengono; e davvero mal si invoca l'onore della bandiera quando, incominciando da Lissa e Custoza, questo onore è stato trascinato nel fango sino a Saati[3]. (Vive proteste a sinistra, al centro e a destra).

Presidente (Con forza). Onorevole Costa, io non posso tollerare una simile affermazione; se la nostra bandiera è stata qualche volta sfortunata è stata però sempre onorata. (Vivi applausi da tutte le parti della Camera). Ascolti la voce del patriottismo, onorevole Costa! (Bene!).

Costa Andrea. È appunto per patriottismo ben inteso che io parlo, giacché non credo che sia patriottico il perseverare nell'impresa d'Africa. (Vive proteste a destra).

Presidente. Onorevole Costa, ella può esprimere la sua opinione, ma non offendere i sentimenti degli altri.

Costa Andrea. Credo che quei signori non abbiano il diritto di pretendere che io abbia sentimenti diversi da quelli che ho. (Rumori a destra).

Noi siamo altrettanto patrioti quanto loro ...

Voci a destra. No! No!

Voci a sinistra. Sì! Sì!

Costa Andrea. ... e patrioti nel vero senso della parola. Giacché gli è appunto perché amiamo il nostro paese (Denegazioni a destra) che non lo vogliamo vedere impegnato in imprese pazze o criminose (Vive proteste a destra e al centro) dove, a quel che dite voi stessi, si può perdere anche l'onore ...

Presidente. Ella, onorevole Costa, può dire imprese avventurose non mai criminose. Del resto il patriottismo non è il monopolio di nessuno, ed io non dubito che esso sia sentimento comune a tutta la Camera. (Approvazioni).

Costa Andrea. Onorevole presidente, se quei signori avessero verso di me la stessa tolleranza che io ho verso di loro, creda bene che non si verificherebbe ciò ch'ella deplora ... (Rumori).

Presidente. Continui, onorevole Costa, continui il suo discorso.

Costa Andrea. Risponderò ad un'altra obiezione che mi si fa, e che è la più grave, in quanto che non viene solamente da quei banchi, ma viene altresì dai banchi dell'opposizione e pur troppo, mi duole il notarlo, anche da alcuni miei amici dell'estrema sinistra.

Si dice: infine in Africa ci siamo e bisogna restarci. Noi non possiamo, dopo una sconfitta, andarcene via con le pive nel sacco! Ora, signori miei, io capirei questo ragionamento, quando uno qualunque di voi potesse venirmi a dire che quando avremo accordato questi cinque milioni e mandato nuovi soldati in Africa, saremo sicuri di vendicare l'onore d'Italia e di ritornare gloriosi e trionfanti.

Ma io vi domando, o signori che sedete al banco dei ministri, a voi onorevole Genala, che sbagliate di un miliardo (Commenti), a voi onorevole Di Robilant[4], che confondete quattro predoni con un esercito agguerrito, potete darci voi questa sicurezza che, quando avremo votato i cinque milioni, saprete rivendicare l'onore d'Italia? (Bene! all'estrema. sinistra). No, o signori, voi non mi potete dare questa sicurezza: ed io alla mia volta, non vi darò un centesimo! (Rumori e risa ironiche).

Sì, lo capisco, siamo pochi noi quassù; il nostro ordine del giorno è firmato da quattro soli, lo capisco; ma siate certi, signori miei, che molto probabilmente, per non dirvi sicuramente, il nostro ordine del giorno avrà maggiore eco nel paese che le vostre pazzie africane, e tutte le vostre frasi di patriottismo. (Oh! Oh! - Vivi rumori a destra).

Presidente. Onorevole Costa, ella non deve chiamare frasi le manifestazioni di un sentimento che è nell'animo di tutti i suoi colleghi. (Bene!).

Costa Andrea. Ho finito. Il nostro ordine del giorno è tanto chiaro, che non credo abbia bisogno di ulteriore svolgimento.

Noi siamo convinti che esso corrisponda ai sentimenti della grande maggioranza del popolo italiano che lavora e produce, e che vi dà, alla fine, e gli uomini e il danaro ...

Voce al centro. Lo rappresentiamo tutti!

Costa Andrea. E, conchiudendo, mi riferirò ad una frase pronunciata ieri l'altro dall'onorevole Baccarini, il quale in questo ordine d'idee è molto dissenziente da me. Egli disse che l'impresa africana è una impresa non nobile; or bene, noi, francamente, per una impresa non nobile, non ci sentiamo di dare né un uomo, né un soldo.

Richiamate le milizie dall'Africa (Rumori) e vi apriremo tutti i crediti che chiederete, ma per continuare nelle pazzie africane, noi non vi daremo, ripeto, né un uomo, né un soldo.

sabato, giugno 06, 2009
Siccome è un paio di volte che cito Renan, ho deciso di aprire questa parentesi dentro all'inciso, e affrontare la questione del "semitico".
Il "semitico" è essenzialmente un gruppo linguistico. Anzi, oggi è un gruppo linguistico e nient'altro. A rigore, "antisemitismo" significherebbe "ostilità verso chi parla una lingua semitica"; e in generale, nessuno sano di mente considera i gruppi linguistici qualcosa per cui valga la pena di spendere ostilità. Eppure, in origine, significava più o meno quello, anche se questo non impediva agli antisemiti di avercela anche con gli ebrei che parlavano yiddish (che è una lingua germanica).
Chiariamoci, non intendo fare la storia dell'antisemitismo in Europa, che è lunga ed è stata già fatta da gente più preparata di me. Voglio più che altro spiegare perché noi chiamiamo "antisemitismo" l'odio verso gli Ebrei, quando si potrebbe dire "antiebraismo" o "antigiudaismo" (che in effetti si usa a volte per indicare la polemica contro la religione ebraica, distinta dagli Ebrei in quanto persone).
Uno dei motivi principali si chiama Ernest Renan.

Ma facciamo un passo indietro e diamo un breve sguardo a quella cosa spesso ignorata e vilipesa che è la realtà.
Nella realtà, gli esseri umani comunicano tra loro in vari modi, e uno dei modi più utilizzati e più efficaci sono le lingue. Una lingua è un sistema coerente ed articolato di segni (di solito suoni prodotti con la bocca, la gola e il naso) che producono un significato convenzionale nella mente di chi percepisce questi segni. Lo scopo essenziale di questi segni è veicolare il significato, il che vuol dire che il sistema (le regole per associare un gruppo di segni ad un significato) deve essere condiviso tra chi produce il messaggio e chi lo riceve.
Si può sostenere che universi di significato di due persone diverse non possono mai essere perfettamente e completamente coincidenti; e che la somma di piccole differenze e discrepanze possa arrivare a annullare la stessa possibilità della comunicazione. Laddove la differenza arriva al livello di rendere impossibile una comunicazione efficace e completa, abbiamo due lingue diverse.
Tuttavia, in questo modo stiamo segmentando in entità discrete quello che è un continuum di variazioni tra universi di significato e regole di comunicazione; possiamo aspettarci che questi sistemi di regole saranno tanto più simili quanto più ci sia esigenza di comunicare; e d'altra parte che le discrepanze si accumulino nel momento in persone che comunicavano tra loro smettono di farlo, producendo a lungo andare lingue diverse.
Diciamo che sono "gruppi linguistici" le lingue che hanno insiemi di regole parzialmente simili, a volte così tanto da consentire una comunicazione incompleta.
Possiamo organizzare questi gruppi in vari modi, a seconda del tipo di regola la cui somiglianza ci interessa di più.  Ad esempio, posso classificare insieme le lingue che antepongono il soggetto al verbo (lingue SV) e quelle che non lo fanno (lingue VS). Naturalmente questa regola da sola è troppo astratta e generale per assicurare una qualsiasi efficacia alla comunicazione.
Un criterio molto seguito è quello di tipo genealogico. Alcune regole presentano un tipo di affinità che suggerisce una origine comune, e questo ovviamente è molto interessante per chi si occupa dell'uomo nel tempo, cioè gli storici.
Alcune regole simili sopravvivono, altre spariscono, e questo nel corso nei secoli produce dapprima comunicazione parziale e poi incomprensione totale. Un italiano che non l'abbia studiato non può capire il francese, ma i due insiemi di regole mostrano chiaramente una somiglianza che si può spiegare in termini di (semplifico) progressiva differenziazione.
Ora, nella storia succedono sempre un sacco di cose antipatiche. Guerre, schiavitù, invasioni, deportazioni, massacri e tutto il cucuzzaro. Gente che prima non s'era mai vista né sentita nominare all'improvviso si trova di fronte, e di solito finisce a schiaffi. Tutto questo affascinava molto i professori universitari tedeschi dell'Ottocento che, per riscattare le loro misere vita borghesi, sognavano un mondo crudo ed eroico di grandi battaglie, sudore, sangue, stupri, cavalcate nelle steppe dell'Asia, una vita sana e selvaggia nella Foresta Nera ed eroismi vari ed eventuali. Questi sogni bagnati, che qualche generazione dopo i politici tedeschi si prodigarono a soddisfare (con le conseguenze che sappiamo) cominciano nel periodo in cui era successo uno di quei comunissimi incontri storici di cui sopra. Nello specifico, gli abitanti dell'India si erano trovati di fronte gli Inglesi, era finita a schiaffi e gli inglesi avevano vinto. Ovviamente gli inglesi e gli abitanti dell'India parlavano lingue molto diverse, ma gli inglesi, ad un certo momento, si erano accorti di alcune somiglianze tra i sistemi di regole di alcune lingue dell'India e quelli del latino e del greco.
Questo fatto attrasse la curiosità di alcuni professori tedeschi (e danesi) che si misero a comparare i sistemi di regole di svariate lingue e decisero che ce n'era abbastanza per pensare che avessero una origine comune. Ne emerse quindi un gruppo linguistico che venne chiamato "indo-germanico" o "indeuropeo" perché includeva (ed include) le lingue dell'Europa, tra cui quelle germaniche (parlate dagli inglesi, dai tedeschi e dai danesi, che si davano così molta importanza), e quelle dell'India. Include anche il persiano e altre lingue dell'area iranica, ma non è molto importante in questa sede. Naturalmente che le lingue germaniche, per esempio, formassero un gruppo linguistico definito da una origine comune era noto, dal momento che la loro differenziazione era relativamente recente e ben documentata e le somiglianze evidenti (con le cronache scritte a documentare la diffusione e la differenziazione delle varie lingue, almeno in parte). L'indeuropeo rimontava ad una origine comune ben più remota, a cui non era possibile accedere se non attraverso la comparazione linguistica, oppure attraverso il mito.
E molti popoli hanno miti che parlano di migrazioni, guerre ed invasioni, per la banale ragione che si trattava di eventi relativamente frequenti che avevano, come dire, un discreto impatto sulla vita delle persone. Miti che titillavano le fantasie sanguinarie dei professori tedeschi che dicevo. Ora, anche gli Indiani avevano miti di quel tipo, e andando a bene vedere alcuni somigliavano a quelli degli antichi Germani (o Celti, o Greci)! Wow!
Ricapitolando: le lingue dell'India settentrionale hanno un origine comune col tedesco ( e il latino, e il greco, e il russo, ecc...), e in India c'è un mito che parla di una stirpe nobile che conquista il paese arrivando a cavallo (semplifico).
Evidentemente anche noi tedeschi discendiamo da quella nobile schiatta di conquistatori a cavallo, e le nostre leggende ne conservano traccia!
Il passo successivo era dire che le gesta dei nobili conquistatori a cavallo andavano rievocate, sì, ma sui carri armati, ma questo succederà dopo.
I nobili conquistatori a cavallo si chiamano "Arya" nella lingua dell'India in cui sono tramandati questi miti (che è il sanscrito), e quindi eccoci, abbiamo gli Ariani. Ben presto, si cominciò a fantasticare parecchio sulle mirabolanti gesta di questi stupendi antenati, e non solo in Germania, ma anche in Francia ed Inghilterra, e da un certo momento in poi anche in India ed Iran. Anzi, l'Iran si chiama così a causa di quelle fantasticherie (la parola è collegata al sanscrito "arya"). Prima era chiamato generalmente "Persia". 

Ora, sarebbe interessante chiedersi se magari anche altre lingue fuori dal gruppo indeuropeo, non abbiano una origine comune anche loro, anche se certamente, si dicevano i professori tedeschi, nessuna origine può essere più figa dell'essere stata la lingua dei nobili cavalieri ariani conquistatori.
Certamente: erano ben note delle lingue simili tra loro in modo da fare pensare ad una origine comune, e lo si sapeva almeno dai tempi di Spinoza e Richard Simon. Almeno da Spinoza in poi, l'arabo e l'ebraico erano relativamente ben consciuti ai dotti europei, perché la loro conoscenza era ritenuta necessaria alla comprensione della Scrittura. Latino e greco non bastavano più. Ma ora si vedeva che le proprie origini ed antichità andavano chieste al sanscrito. In un certo senso, India capta ferum victorem cepit. Dove mettere, in questo nuovo mondo popolato di nobili cavalieri ariani a cavallo, la Bibbia scritta in una lingua diversa dalla loro?
Bè, la Bibbia stessa forniva una bozza di risposta. La somiglianza tra arabo ed ebraico non era sfuggita ad arabi ed ebrei, che infatti da secoli ammettevano nelle proprie tradizioni di avere un antenato comune, un tizio sconosciuto ed oscuro di nome Abramo. Arabo, ebraico e altre lingue simili furono riconosciute formare un gruppo linguistico dotato di origine comune, che fu detto "semitico" da Sem, un antenato di Abramo. Quasi tutti i popoli che la Bibbia e le tradizioni arabe indicavano come discendenti di Sem parlavano lingue semitiche, quindi la faccenda pareva semplice.
Fin qui, a parte la fantasticheria degli Ariani, tutto regolare.
Esistono somiglianze forti tra le lingue indeuropee* che provano una origine comune, e lo stesso vale per le lingue semitiche**, così come per altri gruppi. E' possibile risalire ancora più indietro, anche se naturalmente più lo si fa più lo cose diventano incerte i linguisti storici s'incazzano e diventano frustrati e nervosi. Ad ogni modo le somiglianze linguistiche forniscono informazioni storiche reali sebbene la loro interpretazione non sia nemmeno lontanamente semplice come credevano i professori tedeschi dell'Ottocento.
Questa è realtà.

Poi arriva l'ego dei professori, ormai non più solo tedeschi, che abbiamo già visto all'opera con gli Ariani.
Questo ego non può assolutamente accettare che al mondo sia esistito qualcosa di figo che non fosse stato prodotto dai trisavoli Ariani a cavallo, e osserva inoltre che nel mondo contemporaneo i presunti discendenti degli Ariani a cavallo prosperano e gli altri un po' meno. Ovviamente questa cosa eccita enormemente l'ego ariano che decide quindi che l'arianità è principio ordinatore e civilizzatore del tutto e che se non discendi dagli Ariani a cavallo non sei nessuno e devi morire muto e rassegnato. L'idea che i non-ariani stessero male non in quanto esseri genticamente inferiori ma in quanto erano stati aggrediti, espropriati e sterminati dagli Ariani con grossi cannoni era considerara poco carina da suggerire, anche se in effetti Joseph Conrad era stato piuttosto chiaro in merito.

Ecco, quindi che da una parte gente come il barone di Gobineau tenta di dimostrare che tutte le civiltà della storia sono state civili in quanto ariane, e che Renan si trova ad affrontare lo spinoso problema del "semitico".
Renan risolve questo problema dicendo che i "semiti" hanno per essenza una cultura particolare. Non è tutta quanta da buttar via, ma lasciata a sé stessa è intrinsecamente destinata alla sclerosi. La natura delle lingue semitiche e della "mentalità" semitica è incapace di pensiero razionale, e quindi solo gli Ariani potevano produrre la filosofia. I tetri beduini semiti avevano da offrire solo leggi e divinità trascendenti che parlano da quel cielo azzurro del deserto siriaco, e quando combinano qualcosa è perché qualche Ariano è in mezzo a loro. Questa "mentalità" semitica opererebbe anche nell'ebreo di lingua tedesca o francese (Renan è francese), perché fa parte della sua essenza. L'ebreo è quindi "inassimilabile" alle nazioni "ariane" non in quanto ebreo, non in quanto portatore di una diversità religiosa, ma in quanto semita portatore di una mentalità diversa (ed inferiore) di cui la religione è un sottoprodotto.
Naturalmente questa forma di razzismo a base linguistica seriva a scopi pratici che avevano inzialmente poco a che vedere con la vita degli ebrei di Francia e Germania, che era alquanto indisturbata (diversamente da quel che accadeva, per altre ragioni, in Russia). Serviva più che altro a legittimare cose come la dominazione francese sul Nordafrica arabo, e già che ci si era, a mettere gli uni contro gli altri gli arabofoni "semiti" e i berberofoni "camiti" nella zona. 


* Delle lingue indeuropee fanno parte le lingue iraniche (tra cui persiano e kurdo), indoarie (come la hindi, la bengali, l'urdu ed il sanscrito, parlate nel Nord dell'India), baltiche e slave, e l'armeno, nel gruppo satem; celtiche, germaniche, anatoliche (tra cui lo hittita; estinte), latino-falische (tra cui il latino e quindi le lingue romanze), osco-umbre (estinte), illiriche (da cui l'albanese, probabilmente), il tocario (parlato anticamente in Asia Centrale; estinto) e il greco, nel gruppo centum. Le esatte relazioni tra i diversi gruppi sono alquanto discusse e non ho voglia di parlarne qui.

** Le lingue semitiche comprendono oltre all'arabo e all'ebraico (che è praticamente una forma di fenicio), l'aramaico, l'accadico (assiro e babilonese), l'etiopico, l'amharico ed il tigrino parlati in Etiopia ed Eritrea, ed il maltese, che è in realtà un dialetto arabo che ha avuto una evoluzione particolare. Ce ne sono anche altre, ma caspita, accontentatevi.
 
venerdì, giugno 05, 2009

DISCLAIMER: m'è venuto un pippone lunghissimo, con le note e un sacco di digressioni. Qui e qui le puntate precedenti.

La storia delle idee è fatta di dibattiti. Ci sono state alcune grandi controversie, più o meno famose, che hanno costruito la storia del pensiero. Gente stracazzuta che litigava per un sacco di tempo su delle fottute iota, producendo nel frattempo dei capolavori del pensiero, o delle cagate pazzesche se girava male.
Alcune di queste controversie sono famose: le peggiori di tutte erano i concili ecumenici, che notoriamente non hanno mai conciliato uno stracazzo; in effetti, quasi tutti i concili terminavano con una minoranza arrabbiata che non era stata invitata al Concilio, o era stata fregata: ad esempio convocare un concilio d'inverno voleva dire che gli Armeni, anche se avessero avuto due secondi di tregua dalla loro lunga e mortale guerra d'indipendenza contro i persiani, avevano i valichi chiusi e non potevano scendere a Calcedonia a discutere della natura e volontà del Cristo e del Padre.
Inoltre i concili li convocava l'imperatore bizantino, che tendeva a seccarsi se non finivano come diceva lui.  Ad ogni modo, quasi tutti i concili hanno provocato scismi, scomuniche, incazzature e la costituzione di chiese separate come quelle copta, armena, siriaca, assira, maronita (poi reintegrata nella comunione con Roma) ed ariana (estinta). Questo solo nei primi secoli. Dopo, c'è la divisione tra Roma e le chiese greche, poi c'è tutta la storia particolare dei melkiti in Palestina (oggi divisi tra quelli in comunione con Roma e quelli in comunione con Costantinopoli) che si propongono come chiesa nazionale araba, ci sono i "cristiani di San Tommaso" (originariamente legati alla Chiesa assira) in India, tutta la sequela delle eresie medievali, lo scisma Hussita col concilio di Costanza,  infine c'è la Riforma con tutto il grande casino che ne segue, infine col concilio Vaticano I si separano da Roma i Vetero-Cattolici (che mi stanno particolarmente simpatici, anche se flirtano troppo con gli anglicani) e col Vaticano II tutta una galassia complicatissima di cattolici conservatori, sedevacantisti, lefebvriani (con lo scisma rientrato in maniera stranissima di recente), e altri eretici e strani personaggi vari, alcuni simpatici, altri decisamente meno.

Meno noti sono altri tipi di controversia intellettuale.
La disputa tra San Tommaso e gli averroisti parigini, o quella tra San Bernardo di Chiaravalle e Pietro Abelardo, per fare due esempi dell'Europa medievale. Più avanti nel tempo, credo che due discussioni in particolare siano state significative per la formazione della coscienza culturale europea moderna.

Entrambe ebbero luogo alla fine del Seicento ed ebbero per protagonista Jacques Bossuet, vescovo cattolico di Meaux, precettore del Delfino di Francia e consigliere di Luigi XIV, inspiratore, tra le altre cose, della revoca dell'Editto di Nantes, quello che garantiva la tolleranza religiosa ai calvinisti in Francia; la diaspora calvinista portò odio imperituro al Re Sole, idee e cultura francesi, nelle terre del suo esilio: Svizzera, Prussia, ma soprattutto Inghilterra, Olanda e Città del Capo (è per questo che tra gli Afrikaner attuali si trovano ancora molti cognomi francesi). Questi esuli tradussero la letteratura e la filosofia inglese in francese, così che l'Europa potesse leggerle, in un tempo in cui l'inglese non lo conosceva quasi nessun continentale. E la filosofia inglese del tempo voleva dire un personaggio insignificante come John Locke, per dire.

L'odio che portarono per l'assolutismo del Re Cristianissimo fu benzina per il fuoco della Rivoluzione Gloriosa e della successiva Guerra dei Nove Anni*, un evento che dovreste conoscere meglio.

Eppure, dopo la revoca dell'editto, nel bel mezzo della guerra in cui gli Stati tedeschi combattevano contro la Francia, un luterano, e nientemeno che Leibniz**, allora al servizio dell'Elettore di Hannover (cattolico, ma sovrano di una popolazione protestante) tentò di riallacciare i rapporti con Bossuet e intessé con lui una corrispondenza, con un obiettivo ambizioso: la riunificazione delle Chiese. Erano le migliori menti disponibili nei due campi, o quasi, e si impgnarono a fondo.

Il tentativo non fallì per i clamori della guerra e della politica, ma perché Leibniz non poteva cedere sul libero esame, né Bossuet sul libero arbitrio. Che Dio renda merito ad entrambi, perché il mondo sarebbe un posto peggiore se una delle due idee avesse perso***. Bossuet non capiva come ci si potesse accostare alla Scrittura senza la mediazione della tradizione e dell'autorità della Chiesa. In questo senso, si può dire che quell'epoca vide la fine del principio d'autorità come fondamento della validità della conoscenza****, e la discussione Leibniz/Bossuet ne sia stato uno dei segni.

La seconda controversia fu più spietata, più interessante, per me, e più significativa per la storia del pensiero moderno: anche qui, la faccenda era in buona parte religiosa.

Tuttavia, il rivale di Bossuet è uno che se non avete fatto studi specifici non avrete mai sentito nominare: si chiamava Richard Simon, ed era un oratoriano della Piccardia al tempo di Luigi XIV.

Richard Simon è l'uomo che ha creato il metodo storico-critico della Bibbia, cioè l'uomo a cui più di ogni altro dobbiamo la possibilità affrontare il testo sacro come un testo.
Mi dispiace per quei protestanti (un volta in inglese erano detti
fundamentalists) che ancora non ci sono arrivati, ma noialtri cattolici questa faccenda l'abbiamo digerita abbastanza. All'epoca fu un trauma, naturalmente. I libri di Simon finirono all'Indice e furono bruciati in Francia. Per stamparli dovette rivolgersi agli odiati eretici olandesi, gli stessi il cui atteggiamento verso la Scrittura Simon voleva contestare nel suo lavoro.

Bossuet stava andando via di testa quando seppe che la censura di Stato francese aveva dato il permesso di pubblicare il primo lavoro di Simon in Francia, la Critica del Vecchio Testamento. Quella pubblicazione costò a Simon l'espulsione dal suo Ordine.
Il cattolicesimo non voleva sentir parlare di "critica del testo" in rapporto alle Scritture. Curiosamente, furono i protestanti i primi a seguire Simon (va detto però che Simon aveva cominciato ad occuparsi del problema dopo aver letto Spinoza, che per alcuni aspetti voleva confutare).

Simon non accettò mai che le sue tesi fossero eretiche. Anzi, le vedeva come una prova a favore della cattolicesimo e una confutazione delle idee protestanti sul libero esame della Scrittura. Lottò con la convinzione e la testardaggine di chi credeva di essere nel giusto. E sappiamo che nel complesso lo era. Bossuet lottò con altrettanto accanimento contro quello che riteneva un pericolo spaventoso. Per salvare la Tradizione, si sminuiva la Scrittura. Inammissibile!

Anche in quella occasione, Bossuet alla lunga perse. Nemmeno il cattolico più conservatore, oggi, ammette che tutto il Pentateuco sia opera di Mosé senza nessun tipo di modifica o interpolazione posteriore. E tuttavia aveva avuto ragione. Dall'opera di Simon, e contro le stesse intenzioni dell'oratoriano, l'autorevolezza della Scrittura ne uscì scossa e, alla fine, quasi distrutta.

E' da questi dibattiti seicenteschi che emerge la coscienza intellettuale moderna, che ci porta a leggere altri e diverse vicende in termini di conflitti tra Ragione e Tradizione, tra Rivelazione e Filosofia*****.

Un dibattito analogo a quello Bossuet/Simon si svolse in Egitto negli anni Venti del secolo scorso, attorno al problema dell'autenticità della poesia araba antica, con grandi intellettuali che si scontravano.
Non sempre queste questioni sono affrontate attraverso amabili discussioni da salotto o cortesi scambi di lettere. Simon pagò le conseguenze delle sue idee di persona, e sappiamo tutti cosa successe a Galileo. In anni molto più recenti, Nasr Hamid Abu Zayd ha subito un divorzio forzato dalla moglie in seguito ad uno dei processi più bizzarri della storia, perché aveva applicato al Corano strumenti di critica testuale storica che lo rendevano, agli occhi della Corte,  apostata dall'Islam.

Si tratta di una aberrazione storica e religiosa prima ancora che una violazione dei diritti umani. La critica storica del testo era ammessa nell'Islam medievale, sebbene in forme ovviamente diverse da quelle usate da Abu Zayd.

L'Islam medievale  ebbe i suoi dibattiti, i suoi conflitti ideali e perfino i suoi roghi di libri, esattamente come il Seicento europeo. C'erano state dispute religiose simili a quella tra libero arbitrio e libero esame di cui ho parlato. E ci fu la grande disputa che noi noi tendiamo a vedere tra fede e ragione, tra Atene e Gerusalemme. La grande disputa oppose, a distanza, di tempo e di spazio, due grandi intellettuali: al-Ghazali e Ibn Rushd, colui che conosciamo come Averroè.


 

 

* E' un evento relativamente poco conosciuto, tanto  che gli storici non sono d'accordo sul nome da dargli: in passato era nota "Guerra della Lega di Augusta" e ora come "Guerra della Grande Alleanza" o anche "Guerra di successione del Palatinato". Però è storicamente piuttosto importante. Per capirci, si tratta della guerra  che permise alla Rivoluzione Gloriosa inglese (1688) di sopravvivere, malgrado il diverso parere di Luigi XIV, e a scapito degli irlandesi. Non si tratta di una questione irrilevante. La Rivoluzione Gloriosa ha impedito all'Inghilterra di diventare una monarchia assoluta cattolica, e anche se tutte le persone coinvolte la percepirono come la giusta restaurazione di diritti consolidati dalla tradizione, rappresentò un momento fondamentale dell'evoluzione del liberalismo moderno. La guerra dei Nove Anni vide nascere una alleanza tra Austria, Inghilterra e Olanda che sarebbe durata in qualche forma fino al 1754 (più di 60 anni), segnò la battuta d'arresto dell'espansione francese sotto Luigi XIV, e può essere vista come l'ultima guerra di religione europea nata dalla Riforma, Irlanda esclusa. Ma è con quella guerra che in Irlanda cominciarono i guai, o meglio, che i guai assunsero la loro tipologia attuale.

** Tra le altre cose, Leibniz è stato probabilmente il primo a concepire qualcosa di lontanamente simile alla nostra cibernetica, eppure non ne parliamo poi granché.

*** Mi piacerebbe vederle entrambe nella stessa Chiesa, ma va bene anche così. Con questo, la revoca dell'Editto di Nantes provocò indicibili sofferenze e tremende ingiustizie, di cui, se c'è un Dio giusto, a Jacques Bossuet verrà chiesto conto.

**** Su questo andrebbe almeno nominato un altro esule calvinista espatriato in Olanda, Pierre Bayle, che probabilmente meriterebbe quasi tanto spazio quanto Cartesio nella storia del pensiero europeo.

Non è un caso se Diderot affermava di aver avuto "contemporanei" in quella generazione. Personalmente, trovo Bayle e i suoi contemporanei nel complesso più interessanti e più acuti di Diderot e Voltaire.


***** Nell'Ottocento, Ernest Renan riuscì a vedere questi due principi in termini di polarità razziali. Per farla semplice, lui contrappose un mondo "semitico" (ebraico ed arabo) portatore della Rivelazione e della Legge ad un mondo "ariano" che produce Logos, ragione filosofica. Si tratta di uno dei presupposti intellettuali dell'antisemitismo "scientifico", ma su questo tornerò un'altra volta.

La contrapposizione è stata posta da Leo Strauss, depurata naturalmente del suo aspetto razzista (Strauss era ebreo) nei due poli metaforici di Atene e Gerusalemme. Per l'Islam avrebbe forse più senso parlare di Alessandria e la Mecca, volendo restare in metafora.



domenica, maggio 03, 2009
Mi sembra di un'evidenza abbagliante il fatto che, se si vuol fare filosofia della storia, bisogna come minimo sindacale conoscere la cazzo di storia.

La filosofia della storia è, da quello che ne ho capito io, la branca della filosofia che si occupa dell'eventuale esistenza di "leggi" della storia, o dell'individuare un eventuale "significato e fine" della storia stessa.

Le "leggi" della storia sarebbero poi le leggi del comportamento umano, qualcosa che sarebbe meglio indagato da psicologi, antropologi e sociologi piuttosto che da filosofi. Va dato atto, tra gli altri, ad Auguste Comte l'aver tentato di fondare uno studio del comportamento umano basato su una conoscenza "scientifica" e non sulla rilettura di Tito Livio. Sebbene non ci sia nulla di scientifico nel metodo e nelle concezioni particolari di Comte, il concetto di sociologia come scienza può essere attribuito anche a lui.

"Il significato e fine della storia" sono qualcosa la cui esistenza va dimostrata. Secondo Löwith, che mi pare riprenda su questo punto Dilthey, l'idea che la storia abbia una significato ed un fine è un concetto teologico, che nasce dall'escatologia cristiana e dalle formulazioni di Agostino ed Orosio. Non capisco perché non citi Eusebio, in cui l'idea della provvidenzialità della storia (romana) finalizzata alla diffusione del cristianesimo è abbastanza trasparente, in opposizione ad Agostino, che vedeva nella storia romana una sequela di insensate perversioni. Per chi non lo sapesse, Eusebio è circa contemporaneo di Costantino il grande, mentre Agostino muore circa un secolo dopo. In sostanza, Eusebio vive la grandezza dell'Impero Romano cristiano, Agostino scrive la sua opera maggiore sotto lo shock del sacco di Roma da parte dei Visigoti di Alarico, peraltro anch'essi cristiani (ma eretici, seguaci delle dottrine di Ario).

Löwith crede che l'idea di un senso della storia come lo concepiva ad esempio Hegel (ma anche Voltaire) sia una laicizzazione dell'idea di un senso metafisico  della storia, disegno provvidenziale o pellegrinaggio dei cittadini della civitas dei che sia. Personaggi come Gioacchino da Fiore, Bossuet, teologo e storico dell'età di Luigi XIV, o Gimabattista Vico, fanno in qualche modo "da cerniera" tra le due visioni.

Ora, apro una piccola parentesi pro domo mea. Ragazzi, esistono due  [CENSURA] monoteismi universalistici con una divinità personale che agisce nella Storia e giudicherà vivi e morti alla fine della Storia. Uno è il cristianesimo, l'altro è l'Islam (l'Ebraismo non è universalistico). Qualsiasi affermazione riguardo l'origine teologica della filosofia della storia dovrebbe essere messa in rapporto con una verifica sull'eventuale esistenza di una filosofia della storia nelle società musulmane e del suo rapporto con una visione religiosa. Almeno una filosofia della storia esiste:  quella espressa dalla Muqaddima di Ibn Khaldun, che assomiglia per certi aspetti alla concezione vichiana. E penso proprio che se ne possano trovare altre, anche se al momento non me ne vengono in mente. Comunque non pretendevo cotanto studio, dal buon Löwith.

Mi sarei accontentato del fatto che si ponesse il problema: possibile che, avendo presupposti originari molto simili (greci e biblici) l'Islam non avesse proprio nulla da dire in proposito? Lo stesso vale per altri storici della filosofia, che affrontano problemi relativi al pensiero cristiano come se non esistesse nessun'altra cazzo di religione al mondo tranne l'ebraismo.

Il che peraltro riporta a quanto dicevo sopra, e cioè che discutere del senso, significato e fine della storia ne presuppone la conoscenza.

Hegel, invece, trasforma la sua apparente* ignoranza della storia del mondo non occidentale in un concetto filosofico, quello del "dispotismo orientale", entro il quale mette insieme Islam, Cina, India, Persia antica e (se ricordo bene) Egitto.

Non mi risulta che si ponga dubbi su cosa ci fosse "prima" del dispotismo orientale (la prima fase dello sviluppo del cazzo di Spirito) né che lavori su fonti storiche in senso proprio. Il suo sistema è un a priori che analizza "razionalmente" (almeno secondo lui) il modo di procedere dello Spirito, e se la realtà storica non si conforma al modo di procedere dello Spirito, tanto peggio per la realtà. Credo che questo sia in sintesi ciò che chiamiamo "idealismo". In effetti Hegel afferma che è "razionale" quel che è "reale", che è un po' come dire "grazie al cazzo". Come si fa a dire che tutto è razionale semplicemente perché è reale, cioè perché esiste? Se è così, la realtà storica deve conformarsi al comportamento dello Spirito (che però Hegel deduce a priori), e noi dovremmo capire razionalmente tutto ciò che esiste ed accade.

Ora, è possibile che Hegel pretendesse di capire razionalmente tutto ciò che esiste ed accade, ma questo vuol dire solo che era un misero alienato, visto che comunque lui non poteva conoscere l'esistere e l'accadere, ad esempio, del pianeta Nettuno. Gli esseri umani sani di mente in genere riconoscono che la loro capacità di comprensione razionale ha dei limiti. Si può fare appello ad una razionalità superiore e non limitata, che è in effetti ciò che fa Hegel, ma a quel punto, di nuovo, "grazie al cazzo". Posso giustificare qualsiasi aberrazione dicendo che è razionale su un livello che però voialtri scimmioni non capite e io sì perché sono figo.

Adesso do un cazzotto a tutti quelli che incontro e poi gli spiego che fa parte del disegno di una razionalità superiore. Del resto gli ho dato il cazzotto, no? E' successo, quindi è reale, quindi è razionale. Tiè.



* Mi ha detto qualcuno che conosce Hegel molto meglio di me, che Hegel in effetti si informava moltissimo sul mondo orientale e si teneva al corrente degli studi in materia. Prendo atto, ma non posso dire che sia servito a granché, visti i risultati.
sabato, aprile 25, 2009
Berlusconi dice, oggi, 25 aprile 2009, che occorre costruire un "sentimento nazionale unitario".
Sentimento. Nazionale. Unitario. 2009.

Faccio sommessamente notare che la maggior parte della penisola italiana è stata conquistata dal Piemonte nel 1861.
Ripeto, 1861.
Centoquarantotto fottuti anni fa (e sì, qui a Roma stanno già ammorbando coi preparativi del centocinquantesimo. Con un po' di fortuna sarò all'estero a quell'epoca). I miei bisnonni non erano ancora nati. Capisco che rispetto alla Gran Bretagna, unificata nel 1707, o alla Danimarca, che esiste dall'undicesimo secolo, per non parlare del Giappone* o della Cambogia**, possano sembrare pochini, ma in generale forse questo posto ha preoccupazioni un poco più serie, centocinquanta anni dopo la sua costituzione come Stato, che la creazione di un sentimento nazionale.

Ad esempio, far ascoltare più Judas Priest e meno Povia ai giovani di questo posto, come presupposto ad una sana crescita mentale e culturale.
Oppure, dato stiamo celebrando oggi la sconfitta della dittatura fascista che era anche razzista e antisemita, una priorità potrebbe essere l'abolizione delle leggi razziali e il ripristino del diritto di manifestare le proprie idee.

Ma poi. Berlusconi si è accorto di essere al governo in coalizione con un partito che rifiuta ideologicamente il sentimento nazionale italiano? Come pensa di spiegare a questa gente, fascista in quasi tutto tranne che nel nazionalismo italiano, che proprio di sentimento nazionale italiano c'è bisogno? E poi, glielo spiega nel giorno in cui ci celebra la sconfitta del fascismo, cioè.
Il fascismo è stato molte cose, un certo numero delle quali, come la difesa del privilegio e il razzismo identitario e violento, condivise con i partiti attualmente al governo e in specie con la Lega. Però una di queste cose è stata la massima esaltazione del nazionalismo unitario italiano nella storia, che la Lega non condivide minimamente. Una delle cose che spinse migliaia di giovani italiani ad aggredire gli infelici popoli libico***, etiope e spagnolo, e poi a gettarsi nella Seconda Guerra Mondiale, era, con ogni evidenza, il sentimento nazionale.

Si può, naturalmente, teorizzare che esistano un patriottismo buono ed uno cattivo (uno che spinge a costruire insieme agli altri, e uno che spinge ad assalire gli stranieri), e che il fascismo rappresentava il secondo tipo, mentre Berlusconi si riferiva al primo.

Tuttavia resta il fatto che dire "ci serve più nazionalismo" nel celebrare la sconfitta rovinosa del principale movimento nazionalista della storia di questo paese, sia appena un po' ridicolo. 

P.S. Cazzo c'entra il Muro di Berlino???


* La cui esistenza come nazione unitaria risale almeno al sesto secolo.

** Se si accetta l'impero del Funan come antenato diretto della nazione cambogiana moderna, parliamo di quasi milleottocento anni di storia nazionale.

*** Sì, lo so che l'Italia aggredì il territorio libico nel 1911, prima del fascismo. Ma i libici opposero una strenua resistenza che durò fino al 1933 e fu stroncata solo con la deportazione sistematica della popolazione e le stragi indiscriminate. Uno dei principali responsabili di questa politica in epoca fascista fu il conte Volpi di Misurata, peraltro fondatore della SADE, la società che costruì la diga del Vajont; è il tizio a cui è intitolata la Coppa Volpi del Festival di Venezia.
Il grande boia coloniale del fascismo, comunque, è stato Rodolfo Graziani, futuro ministro della Difesa della Repubblica di Salò. L'Etiopia (e credo anche la Libia) chiese per anni, invano, di poterlo processare anche per i crimini (particolarmente atroci e lesivi delle leggi di guerra) commessi in Africa. Naturalmente Graziani è stato condannato come gerarca di Salò, ma la maggior parte della pena gli fu condonata, malgrado fosse personalmente responsabile di alcune scelte particolarmente efferate anche in Italia. Se ricordo bene, ha scontato due anni di carcere. Liberato, fu tra i più attivi esponenti del primo MSI. 
mercoledì, novembre 07, 2007

In una ridente cittadina dell'Occidente-che-Lavora, provincia di Diopatriafamiglia, c'è via Nassirja.

Non sto scherzando. Esiste davvero. Ogni volta che passo per andare a trovare un mio amico, che abita lì a Diochiesapatria, vedo questo cartello. Via Nassirja. La prima volta che l'ho visto, ci messo qualche secondo a capire che si intendeva via Nasiriyya, che è la trascrizione corretta del nome di quella città dell'Oriente-Fanatico-e-Integralista che voi conoscete come Nassiriya, nello Ayatollahkistan. Sinceramente ignoro perché i principali giornali dell'Occidente-che-Lavora abbiano accuratamente evitato di chiedere a qualcuno come si scrive il nome di un posto dove per tre anni ha stazionato qualcosa come un reggimento dell'esercito italiano, scrivendolo tutti, concordemente, sbagliato. Anche se immagino che la doppia S sia giustificata dal fatto che l'Ayatollahkistan è notoriamente abitato da muSSulmani naziSSti, nemici delle libertà dell'Occidente-che-Lavora.

Ma il problema è un altro. A che cazzo pensava il sindaco di Diochiesapatria quando ha intitolato via Nassirja? Voglio dire, via Nassiriya va benissimo. Se non sa come si scrive quel nome l'inviato in Ayatollahkistan, cosa si pretende che ne possa sapere il sindaco di un paese in provincia di Diopatriafamiglia? Ma santa miseria, per scrivere Nassirja ci vuole dell'impegno. Bisogna non comprare un giornale per un po' di mesi, per dire.

In giro per l'Occidente-che-Lavora, potrete trovare diverse piazze e vie intitolate ai Caduti, o addirittura ai Martiri, di Nassiriya. Voglio dire, dato che l'Occidente-che-Lavora intitola piazze e monumenti vie ai Martiri d'Ungheria, che nessun Occidentale-che-Lavora sa più chi cazzo fossero, e ai Caduti di qualsiasi accidente di posto da cui qualcuno sia Caduto, eccetto le impalcature, tutto questo può andare. Ogni popolo onora giustamente i propri morti col dovuto e doveroso rispetto.

Ma in giro per l'Occidente-che-Lavora, che potremmo anche chiamare Italia che sifaccio prima a a scriverlo, in giro per l'Italia, dunque, trovate anche piazze, vie, vicoli e calli intitolate ai posti, anziché ai Martiri, ai Caduti ed ai Beatificati ad Imperitura Gloria, che sono morti di morte violenta in quei posti.

Questi posti, di cui la maggior parte degli italiani ha problemi ad azzeccare il continente, hanno nomi nostalgici come Sciara Sciat, Asmara, Massaua, Tripoli, Bengasi, Amba Alagi. E sopratutto, Adua. Non so quale delirio masochista faccia sì che in tutte le principali città d'Italia esista un via intitolata alla più bruciante e patetica disfatta della storia militare occidentale in Africa, nonché un capolavoro di supponente incompetenza militare, quale fu la battaglia di Adua. Troverete molte “via Adua” in Italia, ma poche “via Caduti, Martiri, Eroi e Santi di Adua”. Con Nassiriya è il contrario, figuriamoci con Nassirja. Non solo hanno sbagliato a scrivere il nome sul cartello stradale, facendo provare a tutta la popolazione alfabetizzata di Diochiesapatria un vago imbarazzo passando da lì, ma hanno anche reso una titolatura dal sapore pienamente coloniale, assegnandola al posto anziché ai Santi, Poeti e Navigatori morti di morte violenta ed inutile nel tale posto. E' interessante notare che le glorie della nostra storia coloniale essendo pochine, la toponomastica celebrativa in merito utilizza i nomi delle sconfitte: ad Amba Alagi, a Dogali, a Sciara Sciat, ad Adua, a Macallè, l'esercito italiano aveva perso. Le poche vittorie coloniali non sono ricordate: “via Forti di Agordat” o “via Coatit” io non le ho mai viste. Altre vittorie coloniali sono fasciste, quindi rimosse; avete mai sentito anche solo accennare ad una battaglia di Mai Ceu? Male: fu il più grosso scontro dell'esercito italiano tra le due guerre mondiali.

Oh, va detto anche che la peggiore sconfitta, pur non essendo fascista, è stata ugualmente rimossa dai nomi delle nostre vie: tutti sapete che ad Adua è successo qualcosa. Nessuno di voi, se non ha fatto indagini specifiche, ha mai sentito nominare Qasr Abu Hadi, e questo benché al Ministero delle Colonie la considerassero una sconfitta peggiore di Adua. Forse, il fatto di precedere di poco Caporetto ha un pochino oscurato la fama del luogo.

Dato che Nasiriyya si trova nell'Oriente-Fanatico-ed-Integralista, difficilmente avrebbe avuto l'onore di dar titolo, storpiata, a delle vie italiane, se degli Italiani non vi fossero Caduti, cioè morti di morte violenta, nell'Adempimento del loro Sacro Dovere di Servire e Difendere la Patria ed i Valori Eterni dell'Occidente che Lavora e della Famiglia. Perchè gli altri posti che danno nomi alle vie, in Italia, si trovano nell'Occidente che Lavora, oppure sono i posti di una bizzarra memoria storica: via Trento e Trieste, via Fiume, via Gorizia... dunque, alla fine, passando per Diochiesapatria, mi rimane un dubbio. Ma Nassirja, è da considerarsi sconfitta coloniale o terra irredenta?



postato da: falecius alle ore 06:03 | Permalink | commenti (7)
categoria:politica, cazzate, medio oriente, africa, satira, squola, informazione, società, 1984
domenica, ottobre 21, 2007
Voi non sapete niente.
Mentre a me, a leggere queste cose, torna su il mal d'Africa.
La sera in cui ho lasciato Tunisi, in un locale ad Ariana, ero con un amico senegalese che ho conosciuto lì. Mi ha raccontato, con le lacrime agli occhi, le stesse cose che racconta Reine Aké.
Tanto per confermare l'idiozia di Watson.


sabato, ottobre 20, 2007
Allora. Non è che la scoperta del DNA, in sé, abbia demolito l'antropologia razziale.
Sono state la liberazione  di Auschwitz, prima, e Dien Bien Phu, poi, a farlo.
Sono stati le centinaia di migliaia di soldati senegalesi che combattevano nelle Forze Francesi Libere. Sono stati i milioni di indiani che disobbedivano alle autorità inglesi al grido "quit India!".
E' stata la fuga in sordina delle potenze coloniali da un paese africano ed asiatico dopo l'altro.
Sono stati i "Canti d'Ombra" di Léopold Sédar Senghor e i "Diari di un ritorno al paese natale" di Aimé Césaire.
L'antropologia razziale era un fatto politico, e fu la politica a screditarla.
Dopo Auschwitz, diventava moralmente difficile parlare di "razze inferiori". Avveniva, certo. per altri vent'anni, negli Stati Uniti ci fu la segregazione razziale. In Sudafrica, l'apartheid durò fino al 1994.
Ma l'importanza della scoperta del DNA stava nel fatto che lo studio delle caratterestiche fiscihe dell'uomo si spostò dai fenotipi ai genotipi.
E se è possibile individuare delle "razze" sulla base di alcune caratteristiche fenotipiche (colore della pelle, conformazione del cranio, taglio della palpebra. Minchia, cose fondamentali) a livello di genotipo queste cose semplicemente non esistono.
Signori, le razze umane non esistono in quanto realtà genetiche. L'antropologia razziale ha passato due secoli a studiare il nulla più assoluto.
Qualche sospetto poteva nascere. In due secoli, questa pseudo-scienza non era riuscita a creare una classificazione condivisa. I criteri di classificazione principali (pelle, cranio, palpebra) non avevano relazioni tra loro (esistono neri dolicocefali e brachicefali, e lo stesso vale per gli asiatici. Ci sono africani con la piega mongolica della palpebra. Eccetera). Alcuni studiosi, di cui fatico ad accettare la buonafede, definirono le tre "razze" principali (i famosi "bianchi", "neri" e gialli") come appartenti a generi tassonomici diversi.
Per chi non sapesse nulla di biologia, una specie è, per definizione, un insieme di individui che possono accoppiarsi e generare prole fertile. In genere, il figlio di un accoppiamento misto tra un europeo/a ed un'africano/a o asiatico/a dà prole fertile, come può assicurarvi gran parte della popolazione dei Caraibi.
Per legittimare le loro teorie, gli antropologi razziali degli anni Trenta, specialmente quelli legati al nazismo, arrivarono al punto di negare questa evidenza. Qui, la scienza non c'entra più nulla.
Siamo al puro delirio politico, che del resto, all'epoca, aveva avvolto la biologia in una spessa cappa. In Unione Sovietica regnava Lysenko. Stati Uniti, Svezia ed altri paesi sperimentavano programmi eugenetici (impresa notevole, in un'epoca in cui si ignorava tutto del DNA). In Italia si varavano le leggi razziali e s'invadeva l'Etiopia con motivazioni razziste, ed in Germania comandavano i nazi. La segregazione negli USA toccava il culmine. Gli Indios erano schiacciati in tutta l'America Latina. Il Sudafrica si preparava a varare l'apartheid.

Poi, il totalitarismo fondato sulla razza perse la guerra, e gli imperi europei crollarono. Negli Stati Uniti, i neri ottennero dei diritti. La Svezia abbandonò il programma eugenetico. L'antropologia razziale si mostrò per quello che era, una pseudo-scienza, e venne abbandonata. Ma lasciò dei memi. Nei libri di testo, ancora negli anni Ottanta, si parlava di "razze" come di qualcosa di reale. E Gentilini è ancora qui a sparare cazzate. La razza, demolita come concetto scientifico dalla genetica e sconfitta come idea-guida a livello politico e morale, sopravvive come discorso nel sottobosco culturale dell'Occidente, da cui riemerge di tanto in tanto.
E' perciò tanto più paradossale che a riesumarla sia lo scopritore del DNA, cioè la persona che forse più di ogni altro (volendolo o meno, non importa) ha contribuito alla distruzione dell'antropologia razziale come scienza.

Il fatto di aver vinto un premio Nobel non mette al riparo dall'essere una testa di cazzo. Il Nobel per la Fisica fu conferito, ad esempio, a Johannes Stark, che in seguito sarebbe diventato uno dei principali scienziati nazisti. A differenza di Werner Heisenberg, che servì il Reich per patriottismo,  ma probabilmente senza convinzione, Stark era un nazista fanatico. Non accettava la "scienza degenerata" (la meccanica quantistica e la relatività) e probabilmente neppure la capiva. Il fatto che molti degli scienziati "degenerati", come Einstein e la Meitner, fossero ebrei, lo indusse ad aderire al nazismo sperando in una rivincita accademica.
Dunque, Watson ha il diritto di essere uno stronzo razzista e di dire puttanate in merito, anche se il fatto di aver vinto il premio Nobel per aver demolito le basi "scientifiche" del razzismo dovrebbe dargli delle responsabilità.
Il punto è che se Tonino Carino da Canicattì dice la stessa cosa (evidentemente, sulla base di competenza più o meno analoga), Repubblica non titola "la teoria di Tonino Carino", e giustamente. Intanto, dire che "i neri sono meno intelligenti dei bianchi", se anche fosse un'affermazione scientifica (non lo è, perché "neri", "bianchi" ed "intelligenza" non sono concetti scientifici definiti, il che rende l'affermazione non falsicabile), non sarebbe una teoria. Se io dico "viva la figa", esprimo una cosa che penso, ma non è una teoria. Se un Nobel dice "viva la figa", il fatto che lui abbia vinto il Nobel non conferisce nessuna dignità suppletiva alla frase.
Non c'è stato, nelle parole di Watson, nessuno "sdoganamento" di niente, perché, scientificamente, ha detto una cosa che vale quanto un "viva la figa". Non ha detto niente.
Il tizio ha semplicemente sparato una puttanata.
Ma forse, era un esperimento: ha dimostrato che  una "razza" inferiore esiste, alla fine. Quella dei cretini che parlano a caso.

UPDATE: riporto qui un'osservazione di Lisa su Watson:

"
La spiegazione occamisticamente più semplice è che sia rincoglionito in vecchiaia.

Quella immediatamente successiva come livello di complessità, è che avesse pregiudizi razzisti anche prima ma che, quando era tutto nei su'panni (come si dice in Toscana), aveva la lucidità e la lungimiranza di tenerseli per sé, mentre con l'età e con le grandi soddisfazioni raggiunte ha perso completamente i freni inibitori.

In ogni caso, non credo che tali convinzioni possano inficiare la validità delle sue scoperte scientifiche. Newton era un patito di ciarpame esoterico, nonché un arrogantissimo inquisitore responsabile di non so quante condanne a morte, ma la sua teoria generale della gravitazione si usa ancora oggi per spedire le sonde nello spazio. :)
"

 

venerdì, ottobre 19, 2007
Secondo Sven Lindqvist, ai primi dell'Ottocento i colonizzatori dell'Oceania e e le autorità europee da cui dipendevano avevano perfettamente chiaro che la distruzione delle società native dipendevano dalla loro intrusione, e che essi avevano una parte attiva e di primo piano nel portarla avanti.
Questo poteva accadere tramite lo sterminio organizzato (come in Tasmania, dove erano organizzate battute di caccia agli indigeni) o semplicemente sottraendo terra e alterando l'ecologia in cui i nativi vivevano. L'idea che i nativi morissero perché destinati a farlo, in quanto "inferiori" diventò egemone solo nella seconda metà dell'Ottocento, man mano che l'antropologia razziale si disegnava come scienza autonoma e le dottrine evoluzionistiche di Lamarck, Darwin e Wallace prendevano faticosamente piede. Inoltre, la scoperta dell'indeuropeo da parte di Bopp, nel 1816, permise di sostenere le teorie razziali con argomenti basati sulla linguistica storica.
L'inferiorità del negro, dell'aborigeno, dell'amerindio, che fino ad allora era stata vista prevalentemente in termini sociali (schiavo) o religiosi (infedele) e quindi come non intrinseca, venne oggettivizzata in fatto "scientifico". Il secolo di egemonia del discorso razziale nella cultura occidentale va dal 1851, anno in cui uscì il celebre libro sulle razze di de Gobineau, ed il 1945, anno in cui crollò il regime che aveva fatto della razza il fulcro della propria ideologia, ed in suo nome aveva legittimato orrori terrificanti.
Quel secolo vide la conquista europea dell'Africa, la distruzione dei nativi nell'Ovest americano e l'assoggettamento, in varie forme, di tutta l'Asia. Il fatto che la "razza" europea dominasse il mondo e fosse "superiore" sembrava un'ovvia realtà, che la "scienza" confermava.

L'antropologia razziale si basava sull'analisi e la comparazione di aspetti somatici (fenotipi) dei diversi gruppi umani. Un colpo mortale le venne dalla scoperta di Watson, nel 1953, della doppia elica del DNA.
venerdì, ottobre 19, 2007
Non si deve pensare che i primi antropologi razziali avessero consapevolmente creato una scienza che legittimasse la schiavitù e le conquiste coloniali. Bisogna tenere presente che all'inizio, nel tardo Settecento e ai primi dell'Ottocento, l'antropologia razziale era considerata una scienza naturale di cui si occupavano naturalisti non specializzati. Cuvier, Blumenbach, Humboldt, Buffon, tutti noti per ben altre conquiste in vari campi della biologia e di altre scienze, contribuirono alla nascita dell'antropologia razziale.
Il fatto che tali studi avessero successo e potessero essere organizzati in una branca del nascente sapere scientifico sulla natura, però, dovrebbe essere visto assieme al fatto che il Settecento fu il Secolo d'Oro dello schiavismo e della tratta, specialmente nei Caraibi (il sistema schiavistico degli Stati Uniti invece fiorì più tardi e si sviluppò soprattutto nel primo Ottocento, grazie all'intoduzione delle macchine a vapore per lavorare il cotone).
Le condizioni degli schiavi erano particolarmente dure nella zona di le Cap, al nord di quella che è oggi Haiti. A quel tempo, era la colonia più redditizia che esistesse, e forniva alle casse francesi più ricchezza delle Tredici Colonie britanniche messe insieme. Non sorprende che, dopo la grande rivolta degli schiavi, Napoleone avesse inviato uno dei suoi migliori generali con un esercito numeroso per riprendersela.
Gli schiavi avevano sconfitto francesi, inglesi e spagnoli, e sconfissero anche le armate di Napoleone. La moderna Haiti è l'unico caso al mondo di una nazione nata da una rivolta vittoriosa di schiavi.
Sia il cristianesimo che il razionalismo illuministico nel Settecento ponevano questioni etiche rispetto al trattamento mostruoso che era inflitto agli schiavi. La documentazione proveniente da Haiti (l'unica che conosco nel dettaglio) è agghiacciante, ma si può pensare che le cose non fossero affatto diverse in Giamaica, Alabama, o Venezuela. Ragioni religiose e sensibilità umanistica si combinarono per indurre i governi a limitare la tratta o tutelare gli schiavi. La Danimarca fu la prima nazione europea ad abolire la schiavitù, seguita dalla Francia rivoluzionaria: ma questa solo perché gli schiavi di Haiti avevano già spezzato con la forza le loro catene, massacrato i loro padroni, e giurato fedeltà alla République contro la Gran Bretagna schiavista. Napoleone, convinto razzista e legato agli interessi della borghesia arricchita dal traffico haitiano, reintrodusse la schiavitù, anche se non riuscì a ricondurvi Haiti. Tuttavia, la rivolta haitiana era stata una lezione talmente dura che appena vent'anni dopo la sua affermazione, il Congresso di Vienna abolì la tratta.
La schiavitù restava, se pure in declino. Appariva sempre di più come moralmente sbagliata. Ma soprattutto, rappresentava interessi ormai in declino. La rivoluzione francese, quella industriale e quella haitiana avevano messo in difficoltà lo schiavismo a livello morale, economico e militare.
Ma le teorie scientifiche che avevano cominciato a prendere forma per difenderla, le sopravvissero, dato che erano viste, appunto, come una scienza oggettiva.
postato da: falecius alle ore 13:28 | Permalink | commenti
categoria:cultura, politica, africa, società, 1984, autoscontri di civiltà
giovedì, ottobre 18, 2007
Quasi tutte le società umane tendono a creare una suddivisione del tipo "noi" e "gli altri".
Normalmente, questo accade in termini per cui "noi siamo meglio degli altri".
Ad esempio, gli Assiri si consideravano il centro del mondo, eletti dal loro dio nazionale ed ordinatori della periferira barbara ed incivile. Gli antichi Greci e, in un'epoca successiva, i Cinesi ritenevano gli altri popoli "barbari". Anche gli Egiziani avevano un spiccato senso di superiorità sui popoli vicini, e nel caso specifico, possediamo anch i testi di uno di questi popoli, gli Ebrei, che riflettono un sentimento simile. Le grandi religioni storiche della tradizione abramitica hanno distinto tra "fedeli" e "infedeli".

In generale, il Cristianesimo e l'Islam riconoscono l'uguale dignità di tutti gli esseri umani; se non in questa vita (entrambe le fedi ammettevano in linea di principio la schiavitù) di fronte a Dio tutti i credenti saranno uguali. Quanto ai non credenti, essi sono esseri umani che non conoscono la Verità; compito del credente sarà quello di esortarli ad accettare la Rivelazione, per la loro stessa salvezza.
Ma laddove gli "infedeli" rappresentino una minaccia, i "credenti" hanno il diritto-dovere di combatterli. Questo è il "jihad al-asghar" nella tradizione musulmana, ed uno dei casi di "bellum justum" in quella cristiana latina.
Quindi, in queste (e altre) religioni, si poteva passare da "gli altri" a "noi" semplicemente tramite la conversione. Altre tradizioni, come quelle hinduiste in India, quella greca classica, quelle shintoiste in Giappone, ed in parte quella ebraica, attribuivano maggiore importanza alla nascita nella collocazione di gruppo di un individuo. La conversione era un fatto non semplice ed il convertito poteva essere considerato comunque come non pienamente integrato (questo si verificò in modo non sistematico anche nell'Islam e nel Cristianesimo). Nel sistema castale indiano, in teoria era generalmente impossibile passare da un gruppo ad un altro (tra i quali vi erano differenze religiose e rituali) se non uscendo dal sistema nel suo insieme (ad esempio abbracciando il buddhismo, o in seguito l'Islam e il sikh-panth).
Il Cristianesimo era dunque un'ideologia essenzialmente inclusiva.

Fin qui, per quanto a noi questo discorso possa dare vagamente fastidio (nella cultura europea attuale, tende a scivolare nel rimosso), è dunque tutto abbastanza normale.
Andò tutto benissimo finché i cristiani dell'Europa occidentale non invasero il resto del mondo. Questo fenomeno ebbe due grandi momenti di svolta: uno attorno al 1500, l'altro verso il 1800.
La conquista delle Americhe da parte degli Europei e l'avvio del commercio triangolare schiavistico misero in contatto ravvicinato la civiltà europea e cristiana con ambienti umani molto diversi. "Gli altri" avevano aspetti somatici visibilmente diversi, parlavano lingue sconsciute e possedevano culture sviluppate in modo indipendente (almeno, per la grandissima parte) dal continuum eurasiatico e mediterraneo.
Gli Europei, forti della loro superiorità tecnica, trattarono quelle genti con disprezzo e violenza estreme, e giunsero in alcuni casi a dubitare della loro umanità, imitando senza saperlo antichi popoli della Mesopotamia: ma nella cultura europea, permeata di cristianesimo, restava l'idea che lo scopo ultimo fosse la loro salvezza attraverso l'evangelizzazione.
Fu solo nella fase successiva che un'idea della superiorità intrinseca degli Europei si affermò, coincidendo col momento in cui gli essi diventarono abbastanza forti da assoggettare o almeno sconfiggere gli altri popoli eurasiatici. Questo accadde in un periodo che può essere grosso modo collocato tra la vittoria inglese a Plassey, che assicurò alla Gran Bretagna il dominio del Bengala nel 1756, e la spedizione di Napoleone in Egitto nel 1798. Il secolo successivo vide la distruzione di quanto restava delle civiltà native dell'America e di praticamente tutta la cultura nativa dell'Oceania, la conquista europea di tutta l'Africa  l'assoggetamento  economico dei pochi popoli asiatici rimasti autonomi (con la vistosa eccezione del Giappone), mentre l'Europa Orientale entrava nell'orbita culturale di quella occidentale e la prendeva sostanzialmente a modello (sottomettendo a sua volta i popoli nativi dell'Artico, dell'Asia centrale e della Siberia).
Occoreva un'ideologia che giustificasse questa colossale rapina, e non la si poteva trovare nel Cristianesimo, se non a costo di gravi forzature (che ci furono). Si ricorse dunque alla scienza. Nella seconda metà del Settecento, cominciò a delinearsi quella particolare branca della "scienza" occidentale chiamata antropologia razziale.
mercoledì, ottobre 17, 2007
Un'analisi sulla Tunisia.
postato da: falecius alle ore 11:22 | Permalink | commenti (4)
categoria:politica, religione, africa, tunisi
venerdì, settembre 07, 2007
Lo so, lo so.

Non ho scritto niente per qualche giorno.
Allora, credo che per un po' di tempo continuerò a parlare di Tunisia, perché ci sono diverse cose da dire.
Poi vi giuro che finisco la faccenda di Tawfiq al-Hakim e il discorso su identità ebraica e questione palestinese.

Entro fine mese su secondoprotocollo potrete leggere qualche mio articolo più serio sempre sulla Tunisia, se riesco a tradurre certi documenti. Però abbiate un po' di pazienza, che adesso devo dare l'ultimo esame, e soprattutto non ho ancora Internet a casa nuova.

Devo ancora abituarmi alla nuova casa, e in più adesso sto dormendo da un'amica a Venezia per via di un certo "lavoro" che stiamo facendo al festival del cortometraggio (che non è il Festival del Cinema). In sostanza, stiamo girando un film, ed io dovrei essere il regista.

Il film non uscirà mai, però ci si diverte un sacco.

A parte questo, il ritorno in Italia è stato difficile. Riabituarsi all'euro, per esempio. Le monete mi sembravano assurdamente piccole.
Fiumicino... bhè, sono sicuro che esiste un modo migliore per organizzare la struttura spaziale di un aeroporto, e anche della Stazione Termini, se solo si partisse dal presupposto che dovrebebro essere degli ambienti in cui un viaggiatore con i bagagli dovrebbe potersi muovere comodamente e non è tenuto a conoscere preventivamente la disposizione di locali, servizi eccetera. Ad esempio, perché l'Ufficio postale dell'Aeroporto di Fiumicino non c'è il Postamat?

Comunque, il vero shock culturale da rientro l'ho avuto quando ho avuto la disgraziata idea di comprare il giornale per aggiornarmi sul paese in cui stavo rientrando.

Si tratta di una sensazione che se siete stati a lungo all'estero conoscete, altrimenti è difficile da spiegare.
Posso definirla come sentirsi sommersi da ondate crescenti di cialtroneria.
Ogni riga del giornale aggiunge una goccia nel vaso di schifo in cui vi sentite riimmersi.
E non mi riferisco al contenuto delle notizie, che è la più assoluta irrilevanza. Dichiarazioni irreali di politici presumibilmente rincoglioniti come Domenici che per giustificare la sua assurda crociata contro il racket dei lavavetri, portata avanti arrestando i ricattati, riesce a scomodare Lenin, anche se, a dirla come va detta, non c'entra uno stracazzo di niente.

Tutto ciò che diceva il giornale era fastidioso o irrilevante, ma soprattutto non era scritto in italiano.
Era scritto in Neolingua, la lingua ufficiale del Socing di Oceania in 1984.
Un linguaggio spiazzante, comprensibile solo agli iniziati, che dopo un mese di distacco si ritrova con un senso di nausea stupita, come il primo giorno di scuola.

Un linguaggio in cui la guerra è pace, la tirannia è  libertà, e vale la pena di riferire qualsiasi incompresibile vaccata esca dalla bocca svergognata di Rutelli.
sabato, settembre 01, 2007

Una volta Rosa, rispondendo ad una mia domanda sulla kasherut, mi ha detto che nell’ebraismo i gradi di osservanza “sono come i frattali”. La battuta è stupenda e mi permetto di citarla e di applicarla all’Islam.

Ho diverse conoscenti ed alcune care amiche musulmane. Probabilmente non costituiscono un campione rappresentativo, non dico dell’Islam in genere (nessuna di loro viene dal Sud e Sudest asiatico, dove si concentra metà dei musulmani del mondo, per esempio) ma nemmeno delle comunità d’appartenenza, che del resto sono diverse.

Comunque, questo mi permette di avere un’idea di quanto variegati possano essere gli atteggiamenti riguardo al velo, sia come pratiche che come sentimenti. I motivi per cui si porta, o non si porta, il velo possono essere i più svariati, a seconda dei posti, del sentire personale (religioso, ma anche di semplice comodità), delle tradizioni locali e familiari, del contesto sociale, e certo, c’è anche l’imposizione. E diversi sono anche i tipi di velo, sempre a seconda di usanze e tradizioni che normalmente hanno poco a che fare con l’elaborazione della Shari’a. Esistono intere regioni, musulmane da secoli, ad esempio in Africa Nera e Indonesia, dove il velo è stato introdotto molto di recente, con le organizzazioni finanziate dai petrodollari sauditi e senza agganci nella tradizione islamica locale. Esistono al contrario paesi (tipo la Tunisia e la Turchia) in cui il velo è ufficialmente osteggiato (intendo dire, qui in Tunisia ci sono posti e attività in cui è illegale indossarlo) pur facendo parte della tradizione (almeno nelle città) da molto tempo.

Ci sono differenze tra città e campagna, tra nomadi e sedentari, tra Stati, regioni, gruppi, classi sociali e tendenze politiche.

C’è differenza tra osservanza rigorosa e fondamentalismo. L’osservanza rigorosa può sembrare, da fuori, fanatismo, e può anche essere ipocrita, ma è personale. In una società davvero libera, una donna che sente realizzato il suo rapporto con Dio solo indossando un burqa che la copre da capo a piedi, faccia inclusa, dovrebbe poterlo fare*. Comunque, non fa del male a nessuno, per quanto io possa pensare (e lo penso) che la sua scelta sia, come dire, molto strana.

Notare che qualcuno vorrebbe vietare il burqa, ma non è affatto disturbato dai conventi di clausura.

Il fondamentalismo è un’ideologia. Il fondamentalista pensa, per restare al nostro esempio, che una società che permette alle donne di non portare il burqa sia empia, ingiusta e ribelle a Dio, e quindi cerca di cambiarla (E’ un esempio. La maggior parte dei fondamentalisti non lo pensa, non riguardo al burqa almeno. C’è differenza sia tra i tipi di velo – hijab, chador, niqab, burqa, per dire solo quelli che ricordo io – che tra i tipi di fondamentalista).

 

*Lo so, lo so. Ma io sto parlando di un burqa indossato per libera scelta. Poi dovremmo farci delle domande su cosa significhi “libera scelta”, in generale, ed in particolare nel campo dell’abbigliamento femminile in Occidente: e questo riguarda sia i veli che gli ombelichi di fuori.

 

venerdì, agosto 31, 2007
Nella cultura europea esiste una cosa che si chiama esotismo. Ha cominciato a diventare importante quando, alla fine del Settecento, l’Europa cominciò ad impegnarsi seriamente, negli intervalli tra le sue faide interne o contemporaneamente, nella conquista sistematica e nell’asservimento politico ed economico del resto del pianeta, distruggendo parecchie società umane ed animali lungo il cammino. Avete mai visto un tasmaniano? No, di sicuro. L’ultima è morta più di cento anni fa.
Mentre distruggevano, asservivano e poi costruivano secondo le loro esigenze che so, ad esempio, gli Stati Uniti d’America, per fare proprio un esempio a caso, o Novosibirsk, per fare un esempio per non far dire che sono antiamericano, o la città nuova di Tunisi, per fare un esempio di qualcosa che vedo tutti i giorni, insomma, mentre gli europei dei secoli scorsi facevano le loro cose, si interessavano anche alla gente che avevano sottomesso o che avevano intenzione di sottomettere o che comunque ritenevano utile conoscere in vista di una possibile sottomissione/sfruttamento/relazione profittevole di qualche tipo.
Va detto che, dal punto di vista delle classi agiate europee, la conquista del mondo appariva come un’eroica ed appassionante avventura. Certo, non erano loro a fare il lavoro sporco, per cui potevano pensare che i banditi della Compagnia delle Indie che stavano saccheggiando il Bengala fossero degli eroi.
L’esempio più alto ed illuminante è dato naturalmente da Rudyard Kipling, che del resto io considero uno dei più grandi autori inglesi, e che ha il grande pregio di sapere perfettamente di che cosa sta parlando e di ritenerlo pienamente giusto e legittimo.
Ad ogni modo si deve a questo complesso di circostanze se nel secolo scorso, Laura Veccia Vaglieri ha deciso di scrivere una grammatica prescrittiva della lingua araba letteraria che doveva servire ai funzionari italiani in Libia. Non se ne fece nulla, perché la battaglia di El-Alamein fu combattuta poco dopo e la Libia fu occupata dagli inglesi. Ma adesso, io posso studiare su quel libro. Nel frattempo, una gran quantità di artisti, scrittori, intellettuali europei in genere si interessava a usi e costumi e pensieri e stranezze (per loro) dei popoli conquistati o conquistabili. In particolare, erano colpiti dalle stranezze, o comunque dalle cose che loro facevano e gli europei no, o non più.
Per quanto riguarda l’area arabo-islamica, una cosa che affascinava molto gli europei (maschi) era il modo in cui arabi, persiani e turchi (maschi) trattavano le loro donne. E’ utile sottolineare che l’interesse era reciproco. L’”Oriente” arabo-islamico era tutt’altro che una massa passiva che guardava imperturbabile la conquista occidentale del mondo. Molti intellettuali arabi guardavano con interesse ai rapporti di genere in Europa, e alcuni ritenevano che fosse una buona idea prenderli, del tutto o in parte, a modello. Il che, entro certi limiti, accadde e continua ad accadere: spesso l’autista del mio autobus, qui a Tunisi, è una donna.
Gli europei erano, e soprattutto, sono, particolarmente interessati a due aspetti, molto evidenti ma non necessariamente i più importanti, della questione: l’harem ed il velo.
Dal momento che gli harem in senso tradizionale sono (e sono sempre stati) una realtà limitata nello spazio e nel tempo ad una ristretta elite, e hanno molta più importanza nell’immaginario europeo che nella realtà arabo-islamica*, parlerò del velo.
Il velo evoca un sacco di cose, e le evoca essenzialmente perché la donna europea media normalmente non lo porta (le suore non sono “donne europee medie”). Per molti europei, il fondamentalismo islamico si riassume in “quelli vogliono imporre il velo alle donne”, cosa che in alcuni casi è vera, ma non è tra gli scopi principali di nessun gruppo, partito o movimento islamista di cui abbia notizia. E’ un problema capitale quasi solo per gli occidentali, e lo è per la sua valenza estetica e simbolica. Cioè perché simboleggia una alternativa estetica al modello occidentale, e perché evoca stranezza, lontananza, “il mondo fatato delle Mille e una Notte” e si accompagna bene a deserto, cammelli, tende e un sacco di altre cose marginali nelle reali società arabo-islamiche ma centrali nell’immaginario popolare europeo su di loro. Esotismo, appunto.

* In alcuni casi gli harem dei sultani o dei visir erano il teatro di intrighi e scontri politici. E’ ben nota l’influenza di mogli e regine madri su alcuni sultani ottomani. Ma non ne so molto e comunque vale quello che dico per il velo.