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mercoledì, novembre 07, 2007
In una ridente cittadina dell'Occidente-che-Lavora, provincia di Diopatriafamiglia, c'è via Nassirja.
Non sto scherzando. Esiste davvero. Ogni volta che passo per andare a trovare un mio amico, che abita lì a Diochiesapatria, vedo questo cartello. Via Nassirja. La prima volta che l'ho visto, ci messo qualche secondo a capire che si intendeva via Nasiriyya, che è la trascrizione corretta del nome di quella città dell'Oriente-Fanatico-e-Integralista che voi conoscete come Nassiriya, nello Ayatollahkistan. Sinceramente ignoro perché i principali giornali dell'Occidente-che-Lavora abbiano accuratamente evitato di chiedere a qualcuno come si scrive il nome di un posto dove per tre anni ha stazionato qualcosa come un reggimento dell'esercito italiano, scrivendolo tutti, concordemente, sbagliato. Anche se immagino che la doppia S sia giustificata dal fatto che l'Ayatollahkistan è notoriamente abitato da muSSulmani naziSSti, nemici delle libertà dell'Occidente-che-Lavora.
Ma il problema è un altro. A che cazzo pensava il sindaco di Diochiesapatria quando ha intitolato via Nassirja? Voglio dire, via Nassiriya va benissimo. Se non sa come si scrive quel nome l'inviato in Ayatollahkistan, cosa si pretende che ne possa sapere il sindaco di un paese in provincia di Diopatriafamiglia? Ma santa miseria, per scrivere Nassirja ci vuole dell'impegno. Bisogna non comprare un giornale per un po' di mesi, per dire.
In giro per l'Occidente-che-Lavora, potrete trovare diverse piazze e vie intitolate ai Caduti, o addirittura ai Martiri, di Nassiriya. Voglio dire, dato che l'Occidente-che-Lavora intitola piazze e monumenti vie ai Martiri d'Ungheria, che nessun Occidentale-che-Lavora sa più chi cazzo fossero, e ai Caduti di qualsiasi accidente di posto da cui qualcuno sia Caduto, eccetto le impalcature, tutto questo può andare. Ogni popolo onora giustamente i propri morti col dovuto e doveroso rispetto.
Ma in giro per l'Occidente-che-Lavora, che potremmo anche chiamare Italia che sifaccio prima a a scriverlo, in giro per l'Italia, dunque, trovate anche piazze, vie, vicoli e calli intitolate ai posti, anziché ai Martiri, ai Caduti ed ai Beatificati ad Imperitura Gloria, che sono morti di morte violenta in quei posti.
Questi posti, di cui la maggior parte degli italiani ha problemi ad azzeccare il continente, hanno nomi nostalgici come Sciara Sciat, Asmara, Massaua, Tripoli, Bengasi, Amba Alagi. E sopratutto, Adua. Non so quale delirio masochista faccia sì che in tutte le principali città d'Italia esista un via intitolata alla più bruciante e patetica disfatta della storia militare occidentale in Africa, nonché un capolavoro di supponente incompetenza militare, quale fu la battaglia di Adua. Troverete molte “via Adua” in Italia, ma poche “via Caduti, Martiri, Eroi e Santi di Adua”. Con Nassiriya è il contrario, figuriamoci con Nassirja. Non solo hanno sbagliato a scrivere il nome sul cartello stradale, facendo provare a tutta la popolazione alfabetizzata di Diochiesapatria un vago imbarazzo passando da lì, ma hanno anche reso una titolatura dal sapore pienamente coloniale, assegnandola al posto anziché ai Santi, Poeti e Navigatori morti di morte violenta ed inutile nel tale posto. E' interessante notare che le glorie della nostra storia coloniale essendo pochine, la toponomastica celebrativa in merito utilizza i nomi delle sconfitte: ad Amba Alagi, a Dogali, a Sciara Sciat, ad Adua, a Macallè, l'esercito italiano aveva perso. Le poche vittorie coloniali non sono ricordate: “via Forti di Agordat” o “via Coatit” io non le ho mai viste. Altre vittorie coloniali sono fasciste, quindi rimosse; avete mai sentito anche solo accennare ad una battaglia di Mai Ceu? Male: fu il più grosso scontro dell'esercito italiano tra le due guerre mondiali.
Oh, va detto anche che la peggiore sconfitta, pur non essendo fascista, è stata ugualmente rimossa dai nomi delle nostre vie: tutti sapete che ad Adua è successo qualcosa. Nessuno di voi, se non ha fatto indagini specifiche, ha mai sentito nominare Qasr Abu Hadi, e questo benché al Ministero delle Colonie la considerassero una sconfitta peggiore di Adua. Forse, il fatto di precedere di poco Caporetto ha un pochino oscurato la fama del luogo.
Dato che Nasiriyya si trova nell'Oriente-Fanatico-ed-Integralista, difficilmente avrebbe avuto l'onore di dar titolo, storpiata, a delle vie italiane, se degli Italiani non vi fossero Caduti, cioè morti di morte violenta, nell'Adempimento del loro Sacro Dovere di Servire e Difendere la Patria ed i Valori Eterni dell'Occidente che Lavora e della Famiglia. Perchè gli altri posti che danno nomi alle vie, in Italia, si trovano nell'Occidente che Lavora, oppure sono i posti di una bizzarra memoria storica: via Trento e Trieste, via Fiume, via Gorizia... dunque, alla fine, passando per Diochiesapatria, mi rimane un dubbio. Ma Nassirja, è da considerarsi sconfitta coloniale o terra irredenta?
domenica, ottobre 21, 2007
Voi non sapete niente.
Mentre a me, a leggere queste cose, torna su il mal d'Africa.
La sera in cui ho lasciato Tunisi, in un locale ad Ariana, ero con un amico senegalese che ho conosciuto lì. Mi ha raccontato, con le lacrime agli occhi, le stesse cose che racconta Reine Aké.
Tanto per confermare l'idiozia di Watson.
sabato, ottobre 20, 2007
Allora. Non è che la scoperta del DNA, in sé, abbia demolito l'antropologia razziale.
Sono state la liberazione di Auschwitz, prima, e Dien Bien Phu, poi, a farlo.
Sono stati le centinaia di migliaia di soldati senegalesi che combattevano nelle Forze Francesi Libere. Sono stati i milioni di indiani che disobbedivano alle autorità inglesi al grido "quit India!".
E' stata la fuga in sordina delle potenze coloniali da un paese africano ed asiatico dopo l'altro.
Sono stati i "Canti d'Ombra" di Léopold Sédar Senghor e i "Diari di un ritorno al paese natale" di Aimé Césaire.
L'antropologia razziale era un fatto politico, e fu la politica a screditarla.
Dopo Auschwitz, diventava moralmente difficile parlare di "razze inferiori". Avveniva, certo. per altri vent'anni, negli Stati Uniti ci fu la segregazione razziale. In Sudafrica, l'apartheid durò fino al 1994.
Ma l'importanza della scoperta del DNA stava nel fatto che lo studio delle caratterestiche fiscihe dell'uomo si spostò dai fenotipi ai genotipi.
E se è possibile individuare delle "razze" sulla base di alcune caratteristiche fenotipiche (colore della pelle, conformazione del cranio, taglio della palpebra. Minchia, cose fondamentali) a livello di genotipo queste cose semplicemente non esistono.
Signori, le razze umane non esistono in quanto realtà genetiche. L'antropologia razziale ha passato due secoli a studiare il nulla più assoluto.
Qualche sospetto poteva nascere. In due secoli, questa pseudo-scienza non era riuscita a creare una classificazione condivisa. I criteri di classificazione principali (pelle, cranio, palpebra) non avevano relazioni tra loro (esistono neri dolicocefali e brachicefali, e lo stesso vale per gli asiatici. Ci sono africani con la piega mongolica della palpebra. Eccetera). Alcuni studiosi, di cui fatico ad accettare la buonafede, definirono le tre "razze" principali (i famosi "bianchi", "neri" e gialli") come appartenti a generi tassonomici diversi.
Per chi non sapesse nulla di biologia, una specie è, per definizione, un insieme di individui che possono accoppiarsi e generare prole fertile. In genere, il figlio di un accoppiamento misto tra un europeo/a ed un'africano/a o asiatico/a dà prole fertile, come può assicurarvi gran parte della popolazione dei Caraibi.
Per legittimare le loro teorie, gli antropologi razziali degli anni Trenta, specialmente quelli legati al nazismo, arrivarono al punto di negare questa evidenza. Qui, la scienza non c'entra più nulla.
Siamo al puro delirio politico, che del resto, all'epoca, aveva avvolto la biologia in una spessa cappa. In Unione Sovietica regnava Lysenko. Stati Uniti, Svezia ed altri paesi sperimentavano programmi eugenetici (impresa notevole, in un'epoca in cui si ignorava tutto del DNA). In Italia si varavano le leggi razziali e s'invadeva l'Etiopia con motivazioni razziste, ed in Germania comandavano i nazi. La segregazione negli USA toccava il culmine. Gli Indios erano schiacciati in tutta l'America Latina. Il Sudafrica si preparava a varare l'apartheid.
Poi, il totalitarismo fondato sulla razza perse la guerra, e gli imperi europei crollarono. Negli Stati Uniti, i neri ottennero dei diritti. La Svezia abbandonò il programma eugenetico. L'antropologia razziale si mostrò per quello che era, una pseudo-scienza, e venne abbandonata. Ma lasciò dei memi. Nei libri di testo, ancora negli anni Ottanta, si parlava di "razze" come di qualcosa di reale. E Gentilini è ancora qui a sparare cazzate. La razza, demolita come concetto scientifico dalla genetica e sconfitta come idea-guida a livello politico e morale, sopravvive come discorso nel sottobosco culturale dell'Occidente, da cui riemerge di tanto in tanto.
E' perciò tanto più paradossale che a riesumarla sia lo scopritore del DNA, cioè la persona che forse più di ogni altro (volendolo o meno, non importa) ha contribuito alla distruzione dell'antropologia razziale come scienza.
Il fatto di aver vinto un premio Nobel non mette al riparo dall'essere una testa di cazzo. Il Nobel per la Fisica fu conferito, ad esempio, a Johannes Stark, che in seguito sarebbe diventato uno dei principali scienziati nazisti. A differenza di Werner Heisenberg, che servì il Reich per patriottismo, ma probabilmente senza convinzione, Stark era un nazista fanatico. Non accettava la "scienza degenerata" (la meccanica quantistica e la relatività) e probabilmente neppure la capiva. Il fatto che molti degli scienziati "degenerati", come Einstein e la Meitner, fossero ebrei, lo indusse ad aderire al nazismo sperando in una rivincita accademica.
Dunque, Watson ha il diritto di essere uno stronzo razzista e di dire puttanate in merito, anche se il fatto di aver vinto il premio Nobel per aver demolito le basi "scientifiche" del razzismo dovrebbe dargli delle responsabilità.
Il punto è che se Tonino Carino da Canicattì dice la stessa cosa (evidentemente, sulla base di competenza più o meno analoga), Repubblica non titola "la teoria di Tonino Carino", e giustamente. Intanto, dire che "i neri sono meno intelligenti dei bianchi", se anche fosse un'affermazione scientifica (non lo è, perché "neri", "bianchi" ed "intelligenza" non sono concetti scientifici definiti, il che rende l'affermazione non falsicabile), non sarebbe una teoria. Se io dico "viva la figa", esprimo una cosa che penso, ma non è una teoria. Se un Nobel dice "viva la figa", il fatto che lui abbia vinto il Nobel non conferisce nessuna dignità suppletiva alla frase.
Non c'è stato, nelle parole di Watson, nessuno "sdoganamento" di niente, perché, scientificamente, ha detto una cosa che vale quanto un "viva la figa". Non ha detto niente.
Il tizio ha semplicemente sparato una puttanata.
Ma forse, era un esperimento: ha dimostrato che una "razza" inferiore esiste, alla fine. Quella dei cretini che parlano a caso.
UPDATE: riporto qui un'osservazione di Lisa su Watson:
" La spiegazione occamisticamente più semplice è che sia rincoglionito in vecchiaia.
Quella immediatamente successiva come livello di complessità, è che avesse pregiudizi razzisti anche prima ma che, quando era tutto nei su'panni (come si dice in Toscana), aveva la lucidità e la lungimiranza di tenerseli per sé, mentre con l'età e con le grandi soddisfazioni raggiunte ha perso completamente i freni inibitori.
In ogni caso, non credo che tali convinzioni possano inficiare la validità delle sue scoperte scientifiche. Newton era un patito di ciarpame esoterico, nonché un arrogantissimo inquisitore responsabile di non so quante condanne a morte, ma la sua teoria generale della gravitazione si usa ancora oggi per spedire le sonde nello spazio. :)"
venerdì, ottobre 19, 2007
Secondo Sven Lindqvist, ai primi dell'Ottocento i colonizzatori dell'Oceania e e le autorità europee da cui dipendevano avevano perfettamente chiaro che la distruzione delle società native dipendevano dalla loro intrusione, e che essi avevano una parte attiva e di primo piano nel portarla avanti.
Questo poteva accadere tramite lo sterminio organizzato (come in Tasmania, dove erano organizzate battute di caccia agli indigeni) o semplicemente sottraendo terra e alterando l'ecologia in cui i nativi vivevano. L'idea che i nativi morissero perché destinati a farlo, in quanto "inferiori" diventò egemone solo nella seconda metà dell'Ottocento, man mano che l'antropologia razziale si disegnava come scienza autonoma e le dottrine evoluzionistiche di Lamarck, Darwin e Wallace prendevano faticosamente piede. Inoltre, la scoperta dell'indeuropeo da parte di Bopp, nel 1816, permise di sostenere le teorie razziali con argomenti basati sulla linguistica storica.
L'inferiorità del negro, dell'aborigeno, dell'amerindio, che fino ad allora era stata vista prevalentemente in termini sociali (schiavo) o religiosi (infedele) e quindi come non intrinseca, venne oggettivizzata in fatto "scientifico". Il secolo di egemonia del discorso razziale nella cultura occidentale va dal 1851, anno in cui uscì il celebre libro sulle razze di de Gobineau, ed il 1945, anno in cui crollò il regime che aveva fatto della razza il fulcro della propria ideologia, ed in suo nome aveva legittimato orrori terrificanti.
Quel secolo vide la conquista europea dell'Africa, la distruzione dei nativi nell'Ovest americano e l'assoggettamento, in varie forme, di tutta l'Asia. Il fatto che la "razza" europea dominasse il mondo e fosse "superiore" sembrava un'ovvia realtà, che la "scienza" confermava.
L'antropologia razziale si basava sull'analisi e la comparazione di aspetti somatici (fenotipi) dei diversi gruppi umani. Un colpo mortale le venne dalla scoperta di Watson, nel 1953, della doppia elica del DNA.
venerdì, ottobre 19, 2007
Non si deve pensare che i primi antropologi razziali avessero consapevolmente creato una scienza che legittimasse la schiavitù e le conquiste coloniali. Bisogna tenere presente che all'inizio, nel tardo Settecento e ai primi dell'Ottocento, l'antropologia razziale era considerata una scienza naturale di cui si occupavano naturalisti non specializzati. Cuvier, Blumenbach, Humboldt, Buffon, tutti noti per ben altre conquiste in vari campi della biologia e di altre scienze, contribuirono alla nascita dell'antropologia razziale.
Il fatto che tali studi avessero successo e potessero essere organizzati in una branca del nascente sapere scientifico sulla natura, però, dovrebbe essere visto assieme al fatto che il Settecento fu il Secolo d'Oro dello schiavismo e della tratta, specialmente nei Caraibi (il sistema schiavistico degli Stati Uniti invece fiorì più tardi e si sviluppò soprattutto nel primo Ottocento, grazie all'intoduzione delle macchine a vapore per lavorare il cotone).
Le condizioni degli schiavi erano particolarmente dure nella zona di le Cap, al nord di quella che è oggi Haiti. A quel tempo, era la colonia più redditizia che esistesse, e forniva alle casse francesi più ricchezza delle Tredici Colonie britanniche messe insieme. Non sorprende che, dopo la grande rivolta degli schiavi, Napoleone avesse inviato uno dei suoi migliori generali con un esercito numeroso per riprendersela.
Gli schiavi avevano sconfitto francesi, inglesi e spagnoli, e sconfissero anche le armate di Napoleone. La moderna Haiti è l'unico caso al mondo di una nazione nata da una rivolta vittoriosa di schiavi.
Sia il cristianesimo che il razionalismo illuministico nel Settecento ponevano questioni etiche rispetto al trattamento mostruoso che era inflitto agli schiavi. La documentazione proveniente da Haiti (l'unica che conosco nel dettaglio) è agghiacciante, ma si può pensare che le cose non fossero affatto diverse in Giamaica, Alabama, o Venezuela. Ragioni religiose e sensibilità umanistica si combinarono per indurre i governi a limitare la tratta o tutelare gli schiavi. La Danimarca fu la prima nazione europea ad abolire la schiavitù, seguita dalla Francia rivoluzionaria: ma questa solo perché gli schiavi di Haiti avevano già spezzato con la forza le loro catene, massacrato i loro padroni, e giurato fedeltà alla République contro la Gran Bretagna schiavista. Napoleone, convinto razzista e legato agli interessi della borghesia arricchita dal traffico haitiano, reintrodusse la schiavitù, anche se non riuscì a ricondurvi Haiti. Tuttavia, la rivolta haitiana era stata una lezione talmente dura che appena vent'anni dopo la sua affermazione, il Congresso di Vienna abolì la tratta.
La schiavitù restava, se pure in declino. Appariva sempre di più come moralmente sbagliata. Ma soprattutto, rappresentava interessi ormai in declino. La rivoluzione francese, quella industriale e quella haitiana avevano messo in difficoltà lo schiavismo a livello morale, economico e militare.
Ma le teorie scientifiche che avevano cominciato a prendere forma per difenderla, le sopravvissero, dato che erano viste, appunto, come una scienza oggettiva.
giovedì, ottobre 18, 2007
Quasi tutte le società umane tendono a creare una suddivisione del tipo "noi" e "gli altri".
Normalmente, questo accade in termini per cui "noi siamo meglio degli altri".
Ad esempio, gli Assiri si consideravano il centro del mondo, eletti dal loro dio nazionale ed ordinatori della periferira barbara ed incivile. Gli antichi Greci e, in un'epoca successiva, i Cinesi ritenevano gli altri popoli "barbari". Anche gli Egiziani avevano un spiccato senso di superiorità sui popoli vicini, e nel caso specifico, possediamo anch i testi di uno di questi popoli, gli Ebrei, che riflettono un sentimento simile. Le grandi religioni storiche della tradizione abramitica hanno distinto tra "fedeli" e "infedeli".
In generale, il Cristianesimo e l'Islam riconoscono l'uguale dignità di tutti gli esseri umani; se non in questa vita (entrambe le fedi ammettevano in linea di principio la schiavitù) di fronte a Dio tutti i credenti saranno uguali. Quanto ai non credenti, essi sono esseri umani che non conoscono la Verità; compito del credente sarà quello di esortarli ad accettare la Rivelazione, per la loro stessa salvezza.
Ma laddove gli "infedeli" rappresentino una minaccia, i "credenti" hanno il diritto-dovere di combatterli. Questo è il "jihad al-asghar" nella tradizione musulmana, ed uno dei casi di "bellum justum" in quella cristiana latina.
Quindi, in queste (e altre) religioni, si poteva passare da "gli altri" a "noi" semplicemente tramite la conversione. Altre tradizioni, come quelle hinduiste in India, quella greca classica, quelle shintoiste in Giappone, ed in parte quella ebraica, attribuivano maggiore importanza alla nascita nella collocazione di gruppo di un individuo. La conversione era un fatto non semplice ed il convertito poteva essere considerato comunque come non pienamente integrato (questo si verificò in modo non sistematico anche nell'Islam e nel Cristianesimo). Nel sistema castale indiano, in teoria era generalmente impossibile passare da un gruppo ad un altro (tra i quali vi erano differenze religiose e rituali) se non uscendo dal sistema nel suo insieme (ad esempio abbracciando il buddhismo, o in seguito l'Islam e il sikh-panth).
Il Cristianesimo era dunque un'ideologia essenzialmente inclusiva.
Fin qui, per quanto a noi questo discorso possa dare vagamente fastidio (nella cultura europea attuale, tende a scivolare nel rimosso), è dunque tutto abbastanza normale.
Andò tutto benissimo finché i cristiani dell'Europa occidentale non invasero il resto del mondo. Questo fenomeno ebbe due grandi momenti di svolta: uno attorno al 1500, l'altro verso il 1800.
La conquista delle Americhe da parte degli Europei e l'avvio del commercio triangolare schiavistico misero in contatto ravvicinato la civiltà europea e cristiana con ambienti umani molto diversi. "Gli altri" avevano aspetti somatici visibilmente diversi, parlavano lingue sconsciute e possedevano culture sviluppate in modo indipendente (almeno, per la grandissima parte) dal continuum eurasiatico e mediterraneo.
Gli Europei, forti della loro superiorità tecnica, trattarono quelle genti con disprezzo e violenza estreme, e giunsero in alcuni casi a dubitare della loro umanità, imitando senza saperlo antichi popoli della Mesopotamia: ma nella cultura europea, permeata di cristianesimo, restava l'idea che lo scopo ultimo fosse la loro salvezza attraverso l'evangelizzazione.
Fu solo nella fase successiva che un'idea della superiorità intrinseca degli Europei si affermò, coincidendo col momento in cui gli essi diventarono abbastanza forti da assoggettare o almeno sconfiggere gli altri popoli eurasiatici. Questo accadde in un periodo che può essere grosso modo collocato tra la vittoria inglese a Plassey, che assicurò alla Gran Bretagna il dominio del Bengala nel 1756, e la spedizione di Napoleone in Egitto nel 1798. Il secolo successivo vide la distruzione di quanto restava delle civiltà native dell'America e di praticamente tutta la cultura nativa dell'Oceania, la conquista europea di tutta l'Africa l'assoggetamento economico dei pochi popoli asiatici rimasti autonomi (con la vistosa eccezione del Giappone), mentre l'Europa Orientale entrava nell'orbita culturale di quella occidentale e la prendeva sostanzialmente a modello (sottomettendo a sua volta i popoli nativi dell'Artico, dell'Asia centrale e della Siberia).
Occoreva un'ideologia che giustificasse questa colossale rapina, e non la si poteva trovare nel Cristianesimo, se non a costo di gravi forzature (che ci furono). Si ricorse dunque alla scienza. Nella seconda metà del Settecento, cominciò a delinearsi quella particolare branca della "scienza" occidentale chiamata antropologia razziale.
mercoledì, ottobre 17, 2007
Un'analisi sulla Tunisia.
venerdì, settembre 07, 2007
Lo so, lo so.
Non ho scritto niente per qualche giorno.
Allora, credo che per un po' di tempo continuerò a parlare di Tunisia, perché ci sono diverse cose da dire.
Poi vi giuro che finisco la faccenda di Tawfiq al-Hakim e il discorso su identità ebraica e questione palestinese.
Entro fine mese su secondoprotocollo potrete leggere qualche mio articolo più serio sempre sulla Tunisia, se riesco a tradurre certi documenti. Però abbiate un po' di pazienza, che adesso devo dare l'ultimo esame, e soprattutto non ho ancora Internet a casa nuova.
Devo ancora abituarmi alla nuova casa, e in più adesso sto dormendo da un'amica a Venezia per via di un certo "lavoro" che stiamo facendo al festival del cortometraggio (che non è il Festival del Cinema). In sostanza, stiamo girando un film, ed io dovrei essere il regista.
Il film non uscirà mai, però ci si diverte un sacco.
A parte questo, il ritorno in Italia è stato difficile. Riabituarsi all'euro, per esempio. Le monete mi sembravano assurdamente piccole.
Fiumicino... bhè, sono sicuro che esiste un modo migliore per organizzare la struttura spaziale di un aeroporto, e anche della Stazione Termini, se solo si partisse dal presupposto che dovrebebro essere degli ambienti in cui un viaggiatore con i bagagli dovrebbe potersi muovere comodamente e non è tenuto a conoscere preventivamente la disposizione di locali, servizi eccetera. Ad esempio, perché l'Ufficio postale dell'Aeroporto di Fiumicino non c'è il Postamat?
Comunque, il vero shock culturale da rientro l'ho avuto quando ho avuto la disgraziata idea di comprare il giornale per aggiornarmi sul paese in cui stavo rientrando.
Si tratta di una sensazione che se siete stati a lungo all'estero conoscete, altrimenti è difficile da spiegare.
Posso definirla come sentirsi sommersi da ondate crescenti di cialtroneria.
Ogni riga del giornale aggiunge una goccia nel vaso di schifo in cui vi sentite riimmersi.
E non mi riferisco al contenuto delle notizie, che è la più assoluta irrilevanza. Dichiarazioni irreali di politici presumibilmente rincoglioniti come Domenici che per giustificare la sua assurda crociata contro il racket dei lavavetri, portata avanti arrestando i ricattati, riesce a scomodare Lenin, anche se, a dirla come va detta, non c'entra uno stracazzo di niente.
Tutto ciò che diceva il giornale era fastidioso o irrilevante, ma soprattutto non era scritto in italiano.
Era scritto in Neolingua, la lingua ufficiale del Socing di Oceania in 1984.
Un linguaggio spiazzante, comprensibile solo agli iniziati, che dopo un mese di distacco si ritrova con un senso di nausea stupita, come il primo giorno di scuola.
Un linguaggio in cui la guerra è pace, la tirannia è libertà, e vale la pena di riferire qualsiasi incompresibile vaccata esca dalla bocca svergognata di Rutelli.
postato da: falecius alle ore 11:56 |
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sabato, settembre 01, 2007
Una volta Rosa, rispondendo ad una mia domanda sulla kasherut, mi ha detto che nell’ebraismo i gradi di osservanza “sono come i frattali”. La battuta è stupenda e mi permetto di citarla e di applicarla all’Islam.
Ho diverse conoscenti ed alcune care amiche musulmane. Probabilmente non costituiscono un campione rappresentativo, non dico dell’Islam in genere (nessuna di loro viene dal Sud e Sudest asiatico, dove si concentra metà dei musulmani del mondo, per esempio) ma nemmeno delle comunità d’appartenenza, che del resto sono diverse.
Comunque, questo mi permette di avere un’idea di quanto variegati possano essere gli atteggiamenti riguardo al velo, sia come pratiche che come sentimenti. I motivi per cui si porta, o non si porta, il velo possono essere i più svariati, a seconda dei posti, del sentire personale (religioso, ma anche di semplice comodità), delle tradizioni locali e familiari, del contesto sociale, e certo, c’è anche l’imposizione. E diversi sono anche i tipi di velo, sempre a seconda di usanze e tradizioni che normalmente hanno poco a che fare con l’elaborazione della Shari’a. Esistono intere regioni, musulmane da secoli, ad esempio in Africa Nera e Indonesia, dove il velo è stato introdotto molto di recente, con le organizzazioni finanziate dai petrodollari sauditi e senza agganci nella tradizione islamica locale. Esistono al contrario paesi (tipo la Tunisia e la Turchia) in cui il velo è ufficialmente osteggiato (intendo dire, qui in Tunisia ci sono posti e attività in cui è illegale indossarlo) pur facendo parte della tradizione (almeno nelle città) da molto tempo.
Ci sono differenze tra città e campagna, tra nomadi e sedentari, tra Stati, regioni, gruppi, classi sociali e tendenze politiche.
C’è differenza tra osservanza rigorosa e fondamentalismo. L’osservanza rigorosa può sembrare, da fuori, fanatismo, e può anche essere ipocrita, ma è personale. In una società davvero libera, una donna che sente realizzato il suo rapporto con Dio solo indossando un burqa che la copre da capo a piedi, faccia inclusa, dovrebbe poterlo fare*. Comunque, non fa del male a nessuno, per quanto io possa pensare (e lo penso) che la sua scelta sia, come dire, molto strana.
Notare che qualcuno vorrebbe vietare il burqa, ma non è affatto disturbato dai conventi di clausura.
Il fondamentalismo è un’ideologia. Il fondamentalista pensa, per restare al nostro esempio, che una società che permette alle donne di non portare il burqa sia empia, ingiusta e ribelle a Dio, e quindi cerca di cambiarla (E’ un esempio. La maggior parte dei fondamentalisti non lo pensa, non riguardo al burqa almeno. C’è differenza sia tra i tipi di velo – hijab, chador, niqab, burqa, per dire solo quelli che ricordo io – che tra i tipi di fondamentalista).
*Lo so, lo so. Ma io sto parlando di un burqa indossato per libera scelta. Poi dovremmo farci delle domande su cosa significhi “libera scelta”, in generale, ed in particolare nel campo dell’abbigliamento femminile in Occidente: e questo riguarda sia i veli che gli ombelichi di fuori.
postato da: falecius alle ore 11:11 |
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venerdì, agosto 31, 2007
Nella cultura europea esiste una cosa che si chiama esotismo. Ha cominciato a diventare importante quando, alla fine del Settecento, l’Europa cominciò ad impegnarsi seriamente, negli intervalli tra le sue faide interne o contemporaneamente, nella conquista sistematica e nell’asservimento politico ed economico del resto del pianeta, distruggendo parecchie società umane ed animali lungo il cammino. Avete mai visto un tasmaniano? No, di sicuro. L’ultima è morta più di cento anni fa.
Mentre distruggevano, asservivano e poi costruivano secondo le loro esigenze che so, ad esempio, gli Stati Uniti d’America, per fare proprio un esempio a caso, o Novosibirsk, per fare un esempio per non far dire che sono antiamericano, o la città nuova di Tunisi, per fare un esempio di qualcosa che vedo tutti i giorni, insomma, mentre gli europei dei secoli scorsi facevano le loro cose, si interessavano anche alla gente che avevano sottomesso o che avevano intenzione di sottomettere o che comunque ritenevano utile conoscere in vista di una possibile sottomissione/sfruttamento/relazione profittevole di qualche tipo.
Va detto che, dal punto di vista delle classi agiate europee, la conquista del mondo appariva come un’eroica ed appassionante avventura. Certo, non erano loro a fare il lavoro sporco, per cui potevano pensare che i banditi della Compagnia delle Indie che stavano saccheggiando il Bengala fossero degli eroi.
L’esempio più alto ed illuminante è dato naturalmente da Rudyard Kipling, che del resto io considero uno dei più grandi autori inglesi, e che ha il grande pregio di sapere perfettamente di che cosa sta parlando e di ritenerlo pienamente giusto e legittimo.
Ad ogni modo si deve a questo complesso di circostanze se nel secolo scorso, Laura Veccia Vaglieri ha deciso di scrivere una grammatica prescrittiva della lingua araba letteraria che doveva servire ai funzionari italiani in Libia. Non se ne fece nulla, perché la battaglia di El-Alamein fu combattuta poco dopo e la Libia fu occupata dagli inglesi. Ma adesso, io posso studiare su quel libro. Nel frattempo, una gran quantità di artisti, scrittori, intellettuali europei in genere si interessava a usi e costumi e pensieri e stranezze (per loro) dei popoli conquistati o conquistabili. In particolare, erano colpiti dalle stranezze, o comunque dalle cose che loro facevano e gli europei no, o non più.
Per quanto riguarda l’area arabo-islamica, una cosa che affascinava molto gli europei (maschi) era il modo in cui arabi, persiani e turchi (maschi) trattavano le loro donne. E’ utile sottolineare che l’interesse era reciproco. L’”Oriente” arabo-islamico era tutt’altro che una massa passiva che guardava imperturbabile la conquista occidentale del mondo. Molti intellettuali arabi guardavano con interesse ai rapporti di genere in Europa, e alcuni ritenevano che fosse una buona idea prenderli, del tutto o in parte, a modello. Il che, entro certi limiti, accadde e continua ad accadere: spesso l’autista del mio autobus, qui a Tunisi, è una donna.
Gli europei erano, e soprattutto, sono, particolarmente interessati a due aspetti, molto evidenti ma non necessariamente i più importanti, della questione: l’harem ed il velo.
Dal momento che gli harem in senso tradizionale sono (e sono sempre stati) una realtà limitata nello spazio e nel tempo ad una ristretta elite, e hanno molta più importanza nell’immaginario europeo che nella realtà arabo-islamica*, parlerò del velo.
Il velo evoca un sacco di cose, e le evoca essenzialmente perché la donna europea media normalmente non lo porta (le suore non sono “donne europee medie”). Per molti europei, il fondamentalismo islamico si riassume in “quelli vogliono imporre il velo alle donne”, cosa che in alcuni casi è vera, ma non è tra gli scopi principali di nessun gruppo, partito o movimento islamista di cui abbia notizia. E’ un problema capitale quasi solo per gli occidentali, e lo è per la sua valenza estetica e simbolica. Cioè perché simboleggia una alternativa estetica al modello occidentale, e perché evoca stranezza, lontananza, “il mondo fatato delle Mille e una Notte” e si accompagna bene a deserto, cammelli, tende e un sacco di altre cose marginali nelle reali società arabo-islamiche ma centrali nell’immaginario popolare europeo su di loro. Esotismo, appunto.
* In alcuni casi gli harem dei sultani o dei visir erano il teatro di intrighi e scontri politici. E’ ben nota l’influenza di mogli e regine madri su alcuni sultani ottomani. Ma non ne so molto e comunque vale quello che dico per il velo.
mercoledì, agosto 29, 2007
Nel Corano sono contenuti un serie di precetti, alcuni dei quali sono di natura legislativa, definiscono cioè le pene per certi crimini, o il modo di gestire determinati conflitti, o ancora vietano certi comportamenti (come il prestito ad interesse ed il consumo di bevande fermentate) o ne permettono altri. Non si tratta, nell’insieme, di qualcosa che possa regolare da solo e per intero la vita sociale e politica di una grande comunità urbana, e rurale, nemmeno nel settimo secolo.
Naturalmente, c’erano dei rimedi: dove il Corano taceva, o non diceva abbastanza, si poteva ricorrere alla tradizioni consuetudinarie locali, ad istituti giuridici diversi, e naturalmente alla Sunna, cioè alla tradizione dei detti e delle azioni del Profeta e dei suoi compagni, che rappresentavano un modello di comportamento autorevole, e quindi una fonte d’imitazione.
Ma soprattutto, si ricorreva all’elaborazione, partendo dai precetti coranici, di un corpus complessivo, attraverso uno sforzo interpretativo (ijtihad) che aveva due metodi fondamentali: l’analogia (ad esempio, il Corano vieta il consumo di alcolici fermentati: partendo dall’assunto che il problema risieda nell’alcol, e non nel processo di fermentazione, il divieto è stato esteso da quasi tutte le scuole anche agli alcolici distillati, benché mi pare di ricordare che esistano gruppi che li ammettono) e il consenso della comunità, intesa perlopiù come studiosi in grado di dare un parere competente. Inoltre sono ammessi, ma non da tutte le scuole, metodi sussidiari: il principio di “bene comune”, il ricorso alla consuetudine e l’opinione personale delle persone qualificate.
Comunque sia, l’Ijtihad, condotto da migliaia di studiosi per svariate generazioni, non ha condotto alla stesura del “Manuale del musulmano e dello Stato Islamico” o a un “Corpus Iuris” sorretto dal consenso generale di una maggioranza di studiosi autorevoli. Ha prodotto una quantità di testi ritenuti autorevoli, più o meno a seconda delle scuole, e, nel mondo sunnita, quattro diverse tradizioni giuridiche (madhhab, letteralmente “direzione”, di solito reso con “scuola giuridica” o, impropriamente, “rito”) tutte ritenute valide ed ortodosse. Oggi la distinzione tra i madhhab tradizionali, sembra stare sfumando di fronte all’emergere di nuove correnti di pensiero come il salafismo e il cosiddetto riformismo islamico, entrambi fenomeni abbastanza variegati, ma questi non sono riconosciute come scuole canoniche. Tutto questo prodotto si chiama Shari’a (letteralmente, “strada”, “via”).
Va comunque sottolineato il fatto che il sistema giuridico islamico tradizionale, in quanto tale, esiste forse ancora in Arabia Saudita ( e non ne sono sicuro ): in tutti gli altri paesi è stato sostituito da forme basate su quelle degli Stati nazionali europei (codici di leggi organizzati in articoli, tribunali, in alcuni paesi giurie) anche se i contenuti dei codici civili possono essere quelli della Shari’a per una parte più o meno grande.
Tra le questioni che suscitarono l’interesse dei giuristi musulmani c’erano ovviamente quelle fiscali.
Essi definirono intanto che il Tesoro statale apparteneva il linea di principio alla comunità; il potere esecutivo ne era l’amministratore ed in teoria era chiamato a renderne conto, a Dio e agli uomini: di fatto però un organismo rappresentativo dei musulmani che esercitasse il controllo sull’esecutivo e su come impiegasse il denaro pubblico non è esistito in nessuno stato musulmano pre-moderno di mia conoscenza. Questo ruolo poteva in qualche caso essere esercitato dai dottori della Legge, gli ulama’ che elaboravano il diritto e tra cui lo Stato nominava i qadi; costoro fungevano in qualche maniera da coscienza morale del governo, ma questa funzione non fu mai istituzionalizzata, e rifiutando un ruolo politico vero e proprio, rinunciarono alla possibilità di istituire un embrione di parlamento che controllasse la monarchia.
La shari’a stabiliva anche i tipi di tassazione permessi; nell’Islam, la proprietà privata è ammessa e tutelata e l’idea di fondo è che non si può privare qualcuno arbitrariamente dei suoi averi. In generale, c’erano un tributo pro capite versato dai non musulmani residenti (per la cronaca, a quanto ne so non esiste più da nessuna parte da vari decenni, e non sono al corrente di proposte serie di reintrodurlo in nessun paese), una decima fondiaria, un’imposta per scopi religiosi e di assistenza sociale che poteva variare a seconda delle disponibilità del contribuente (la zakat, uno dei principali obblighi religiosi di ogni musulmano, che era una vera e propria tassa, ma a volte era gestita direttamente dagli ulama’, che così disponevano di una certa autonomia economica dallo stato) e una tassa di un quinto sui bottini di guerre e razzie, (e quindi anche sui riscatti per i prigionieri, che altrimenti diventavano schiavi). Almeno, mi pare fossero queste, ma non ho modo di controllare. Non si trova mai un manuale di diritto musulmano a portata di mano, quando ne hai bisogno.
All’epoca delle conquiste la maggior parte della popolazione dell’Impero Arabo era non musulmana, e le imposte che pagava erano la fonte maggiore di gettito; ma con l’islamizzazione (che fu rapida anche perché presentava vantaggi fiscali, e fu per questo scoraggiata dai primi califfi, creando un sistema di disuguaglianza giuridica tra neo-convertiti e musulmani arabi conquistatori, non fondata dal punto di vista religioso e in seguito scomparsa) le cose cambiarono. Gli stati musulmani cominciarono a imporre tasse non previste dalla legge religiosa, emanando direttive amministrative in tal senso (la shari’a non contempla aspetti come i regolamenti amministrativi, che rimasero sempre di competenza dei poteri esecutivi).
Un po’ come in Italia, dove la Costituzione dice che la legge è uguale per tutti e non ci sono discriminazioni basate su sesso razza ecc. ecc. e poi arriva un ministro qualsiasi e fa una stupida circolare applicativa dell’articolo due milioni e seicentoquarantovemilasettecentoventuno quater della legge 5362829023 del 311 avanti Cristo, ed ecco che all’improvviso non c’è nessun problema se un cittadino italiano di origine negra (non staremo mica a sottilizzare su quale sia la sua tribù di bingo-bongo, neh?) è rapito e torturato dalla CIA (che sarebbe, noto, il servizio segreto di un alleato) senza che la nostra ambasciata si degni di informarsi se per caso è ancora vivo.
A questo punto uno si domanda, se gli alleati sono così, cosa cazzo ci faranno i nemici (chiunque essi siano. Ah, sì, i Turki). C’è da preoccuparsi.
mercoledì, agosto 29, 2007
La differenza tra una religione e un’ideologia religiosa potrebbe essere espressa così: una religione, in linea di massima, tende a tutelare dall’oppressione, se non altro perché chiede agli oppressori un comportamento morale; un’ideologia religiosa generalmente legittima un potere, o una richiesta di potere. E naturalmente un’ideologia religiosa ha necessariamente una dimensione pubblica, che in alcuni casi la religione in senso stretto non ha. In altre parole, se alcune religioni esprimono una coesione di gruppo, altre, possono essere completamente private. Un’ideologia religiosa deve operare nello spazio pubblico.*
La distinzione presenta una quantità di sfumature, dato che esistono ideologie religiose d’opposizione, di cui la più conosciuta ed importante oggi è il fondamentalismo islamico sunnita.
Comunque, mi sembra una ipotesi di lavoro accettabile.
Per fare un esempio, potrei richiamare la differenza tra lo sciismo minoritario, messianico, e spesso socialmente rivoluzionario nei primi secoli dell’Islam, e quello, maggioritario, quietista, socialmente conservatore e legato ad un’identità nazionale e statale, nel periodo safavide (lo sciismo attuale, con l’entrata in scena del khomeinismo, combina aspetti dell’uno e dell’altro; è indubbiamente l’ideologia religiosa del regime iraniano e di alcuni importanti movimenti in Iraq e Libano; ma è piuttosto progressivo dal punto di vista sociale, specie in Libano).
Ideologia religiosa è dunque la religione antica (olimpica), instrumentum regni secondo Machiavelli, ma anche, in un contesto completamente diverso, il culto della personalità di Stalin.
Detto questo, andiamo a vedere cosa succede all’Islam.
Il fatto che Gesù abbia detto “Date a Cesare quel che è di Cesare” (chissà perché, ma non si cita mai la seconda parte della frase, probabilmente più importante: “e a Dio quel che è di Dio”) può essere un punto di partenza per capire una distinzione importante tra il Cristianesimo, religione del Sacramento e della Chiesa, e l’Islam, religione della Parola e della Legge.
Ma non basta, e in effetti le cose sono enormemente più complesse: basti notare che la Chiesa ha avanzato a lungo pretese teocratiche (la dottrina del Sole e della Luna), cosa non mi risulta mai avvenuta in modo netto nel mondo musulmano prima di Khomeyni.
Dunque nell’Islam centrale pre-moderno abbiamo un potere politico che è:
Essenzialmente un potere esecutivo e militare il cui problema principale è riscuotere le tasse
Un potere limitato da vincoli religiosi in campo legislativo e giudiziario
Un potere separato da quello religioso
Un potere legittimato da quello religioso finché ne rispetta i vincoli
Nella stragrande maggioranza dei casi, questo potere era detenuto da un individuo (normalmente chiamato sultan, termine che in origine indicava in astratto l’autorità politica esecutiva, o amir, “colui che dà gli ordini”) attorniato da un corte di consiglieri, ministri, generali e funzionari che si occupavano dell’amministrazione, il cui potere reale variava, ma con i quali il sultano era invitato a consultarsi dalla consuetudine e dalla religione stessa.
Di questo apparato di potere facevano parte anche degli uomini di religione, in particolare quelli che venivano nominati giudici (qadi); ma a parte il conferimento della carica, solitamente l’esecutivo non aveva il controllo sul giudiziario, ed i qadi disponevano normalmente di una discreta autonomia.
Tuttavia, i dottori della Legge in genere, che come corpo collettivo disponevano, in un certo senso, del potere legislativo, diffidavano della Corte e ne vivevano al di fuori; alcuni dei più celebri sapienti furono lodati per aver rifiutato la carica di qadi.
Oggi consideriamo che uno Stato abbia tra i suoi compiti principali quello di fare le leggi ed applicarle: ma nel passato islamico non era così, perché le leggi in teoria erano già nel Corano e nella Sunna, e la loro applicazione spettava sì allo Stato ma specialmente alla comunità. Il compito principale della macchina statale, era ad assicurare la difesa e procurarsi le risorse per farlo, rispettando la Legge divina, o meglio, il sistema legale elaborato da generazioni di dotti, attraverso i commentari, le fatwe (pareri; il termine nell’italiano giornalistico attuale ha assunto una spiacevole connotazione negativa, ma si tratta semplicemente di una specie di sentenza personale, o parere autorevole, che un giurista emette su una questione specifica) e la giurisprudenza (cioè le sentenze dei Qadi, mai vincolanti per casi diversi). Questo sistema legale si chiama Shari’a, e dato che le opinioni di dotto autorevoli sono diverse e la pluralità in materia è stata spesso accettata, non rappresenta un corpus completamente coerente ed unitario comune a tutto l’Islam, come sono ad esempio i codici di diritto romano.
In teoria era ammesso ribellarsi ad un potere esecutivo che violasse la Shari’a, ma dato che la ribellione poteva produrre la fitna, cioè l’anarchia e la discordia nella comunità, in generale si preferiva un cattivo governo a nessun tipo di governo.
Questo era ovviamente il punto di vista dei dotti, che appartenevano alla classe alta urbana ed in parte dipendevano per il proprio sostentamento dal governo (cioè dal meccanismo di redistribuzione delle tasse pagate sui raccolti ed il commercio), cui fornivano quindi, in cambio, l’ideologia religiosa di legittimazione.
* La cosa è significativa in alcune società, perché può comportare una religiosità divisa per generi: ho notato spesso come nelle donne il sentimento religioso sia vissuto in una dimensione più privata e personale, ma anche più intensa.
lunedì, agosto 27, 2007
Se avessi saputo prima, che basta essere linkati tra i blogger canaglia o tra i Pericoli per l'Occidente di Miguel, per avere un pied-à-terre gratis a Tunisi... ;)
Stavolta ve lo dico subito: le mie prossime mete, in cui tenere adunate sediziose e terroriste, potrebbero essere: Algeria, Armenia, Iran, Libano, Siria e Turchia. Cosi' Hasnaa Malik della IADL si organizza :)))
Intanto ringrazio Metoikos per la splendida serata e Saidatun per l'esilarante videoconferenza.
E mi raccomando, voialtri divertitevi, finché avete tempo. Sto per tornare in Italia, e ho intenzione di radere al suolo e saccheggiare un paio di città secondo l'uso dei beduini hilaliani mussulmani ed arabbi dell'undicesimo secolo. Da solo, e a mani nude.
Nota per poliziotti, magistrati ed agenti della CIA: non vi ritengo stupidi, ma a scanso d'equivoci, ho creato la tag "satira".
lunedì, agosto 27, 2007
Le teocrazie sono in generale dei fenomeni abbastanza rari, negli ultimi tremila anni o giù di lì. La maggior parte dei regimi politici pre-moderni cercava, e normalmente aveva, una legittimazione religiosa, in base a principi variabili. Poteva trattarsi dell’idea europea della monarchia di diritto divino, sviluppata in ambienti luterani ma rapidamente adottata anche dai cattolici, di quella cinese del Mandato Celeste o di quella musulmana sunnita, secondo cui il governante era legittimo in quanto esecutore della Legge Divina e difensore dei suoi credenti. Per gli sciiti la legittimità era basata sull’ascendenza da Ali, ma nel corso del tempo la faccenda si complica parecchio, soprattutto a causa delle scissioni interne allo sciismo. Per gli sciiti detti “imamiti” l’ultimo governante legittimo è scomparso nel nono secolo, e quindi noi vivremmo in una specie di interregno in cui qualsiasi potere politico è un’usurpazione; i dotti ed i sapienti della Legge avrebbero il compito di guidare i credenti all’obbedienza della Legge anche in assenza di un’autorità a cui si possa obbedire, il che ha portato alla recente elaborazione da parte dell’ayatollah Khomeyni del Velayat-e Faqih, su cui si fonda l’attuale regime politico dell’Iran. Semplificando, l’idea è che, essendo comunque il potere politico necessario, sono coloro che conoscono la legge sacra a doverlo detenere, o meglio custodire, al meglio delle loro capacità, fino al ritorno del suo detentore legittimo, l’Imam (che sarebbe occultato, probabilmente in una dimensione ultraterrena). Il sistema permette un discreto grado di partecipazione popolare alla gestione del potere (i votanti iraniani, a differenza di quelli di quasi tutti i paesi arabi o del Pakistan, dispongono di una scelta reale tra i candidati, che se eletti esercitano un potere reale, anche se con grossi limiti) ma in sostanza legittima qualcosa che altrimenti la tradizione musulmana, e specialmente quella sciita, ha normalmente evitato: la gestione diretta del potere da parte dei religiosi.
Naturalmente, Khomeyni, nel proporre le sue idee, si è fondato su una tradizione pre-esistente; ha cioè interpretato testi precedenti impiegandone le potenzialità in quella direzione, che prima non era stata esplorata. E’ importante notare che, fin quando lo sciismo imamita fu ovunque una minoranza, esso rifiutò il più possibile ogni collusione col potere; ma nel Cinquecento una dinastia sciita, i Safavidi, prese il potere in Iran e lo trasformò in una terra a maggioranza sciita il che obbligava a vedere la questione in un’altra maniera, e il potere safavide fu ritenuto accettabile (ottenne una sanzione religiosa) in assenza dell’Imam, a condizione che rispettasse la shari’a, garantisse la sicurezza e proteggesse i sudditi.
Ho scritto, non a caso “rispettasse” e non “facesse rispettare”; nell’Islam, il concetto di un sovrano assoluto, ed in particolare legibus solutus, come in Europa non è mai esistito, alla faccia delle teorie sciocche sul “dispotismo orientale”. Alcuni sovrani, come l’Aghlabide Ibrahim II qui in Tunisia, che completò la conquista araba della Sicilia, tentarono di affermare tale potere assoluto; incontrarono una resistenza insormontabile e fallirono, come hanno fallito i partiti unici moderni.
Lo Stato antico e medievale era in genere una macchina che aveva in input l’esattore delle tasse ed in output il soldato, assorbendo una parte del gettito per quelle che potremmo chiamare “spese di gestione”: il lubrificante, ovvero legge, ordine e ideologia, e ovviamente la centralina di comando e controllo, ovvero la classe dirigente, che andava mantenuta, e anche bene.
All’interno di questo schema estremamente ampio, esistono naturalmente innumerevoli varianti, ed anche delle eccezioni: l’esercito poteva essere professionale o di leva, il regime repubblicano o monarchico, le tasse sul commercio o sul raccolto, il meccanismo distributivo poteva avere priorità diverse; ma come tendenza di massima tendeva a togliere ai poveri per dare ai ricchi ( più esattamente, per rendere ricca la classe dirigente), a togliere alle campagne per dare alle città, a togliere alle periferie e dare al centro (normalmente la capitale). Le tasse potevano essere tributi pagati da Stati vassalli, dazi doganali, imposte fondiarie, percentuali su certe transazioni in denaro o in natura, pedaggi, imposte sulle più svariate cose, tipo i matrimoni (il famigerato ius primae noctis era una tassa sul matrimonio; veniva pagata in natura, ma normalmente non tramite prestazioni sessuali, anche se immagino che qualche signorotto ne abbia approfittato) o puro e semplice bottino. In effetti, lo Stato in un certo senso non produceva l’esercito se non per mantenere ed estendere la sua capacità di riscuotere imposte dai sudditi o razziare i nemici, e tutto l’affare finiva col mordersi la coda.
Ad esempio Roma funzionava sfruttando (vale a dire, rapinando) sistematicamente le province a vantaggio dapprima della sola Roma, poi di tutta l’Italia; durante la tarda repubblica le province non erano altro che territori occupati che le legioni sottoponevano ad ogni sorta di estorsione ed angheria, da cui proconsoli e propretori tornavano immensamente arricchiti.
Lo stesso accadde con la Compagnia delle Indie all’inizio del suo dominio sul Bengala, che nacque come concessione dell’appalto per la riscossione delle tasse: il sistema, che lasciava la responsabilità dell’esercizio del potere al sovrano locale sottraendogliene i mezzi, venne definito da qualcuno il peggior regime politico mai esistito: in effetti, si trattava di una rapina legalizzata su vasta scala, condotta con metodi brutali. Vale la pena di ricordare che nel 1756 il Bengala era una delle regioni più prospere dell’India e sul punto di far decollare un proprio sviluppo industriale basato sul tessile, come l’Inghilterra; adesso il Bangladesh è uno dei paesi più poveri del mondo.
Naturalmente uno Stato er