Rosa mi passa la palla, e grazie per la simpatia... Si tratta di indicare un libro sulla Sho'ah.
Non è una domanda facile. Sarebbe fin troppo semplice citare "Se questo è un uomo" di Primo Levi e chiuderla lì, ma appunto perché è così semplice, non voglio farlo.
Premetto che non sono un esperto di Sho'ah e in generale conosco meglio il mondo (i mondi) musulmani che quelli ebraici.
Di "Essere senza destino" di Imre Kertesz parlo (non abbastanza) qui, ma non penso si possa considerare il miglior libro sulla Sho'ah.
Ho già scritto quale credo che sia il messaggio e l'insegnamento della Sho'ah, e, Rosa mi perdoni, sono un fautore della sua "normalizzazione". E' bene che mi spieghi meglio, perché detta così la mia posizione potrebbe essere fraintesa.
Credo che la Sho'ah non sia nata nel vuoto, non sia stata un'esplosione improvvisa di sistematica follia omicida.
Al contrario esisteva, da decenni, un teoria, ed in qualche misura anche una prassi, che ha permesso, costruito, legittimato quegli eventi spaventosi. Un virus che è cresciuto lentamente.
C'è un filo che unisce lo sterminio dei Nama e degli Herero, degli Armeni e che arriva al progetto di annientamento del popolo ebraico. Auschwitz comincia nel Congo di "Cuore di Tenebra".
Questo filo lo mostra benissimo Sven Lindquist in libro che mi ha molto colpito, "Sterminate quelle bestie", che però non definirei un libro sulla Sho'ah; in effetti, è un libro sul colonialismo.
Io credo fermamente che l'orrore della Sho'ah debba essere ricordato, e specialmente per un motivo, ed il motivo l'ha detto meglio di me Primo Levi: "E' successo, vuol dire che può succedere ancora".
Che il Male Assoluto è sempre una possibilità dell'umano, e contro questo occorre essere vigili. Una cultura che legittima lo sterminio, che è capace di coinvolgere un intero popolo nell'annientamento di un altro, com'è accaduto poi in Ruanda, può sempre emergere e risvegliare il diavolo.
Però, da buon arabista, il libro che segnalerò è un altro; "Il settimo milione" di Tom Segev, giornalista e storico israeliano. Un testo che mi ha commosso fino alle lacrime.
Il libro non parla dell'Olocausto; fa la storia della memoria della Sho'ah in Israele, e mostra come questa memoria abbia condizionato in maniera decisiva la storia d'Israele, e la percezione che gli israeliani hanno del proprio stato, ma in modi diversi e complessi, che forse non sospetteremmo. Non si tratta di denunciare l'uso politico della memoria, anche se questo c'è stato; difficile definire altrimenti Menahem Begin che dichiara, prima dell'invasione del Libano che porterà a Sabra e Chatila: "Credetemi, l'alternativa è Treblinka".
E leggendo il libro di Segev, non ho dubbi che ne fosse sinceramente convinto.
Mi resta da passare la catena.
A Erika, così scrive qualcosa.
A Khadija, che, sono sicuro, mi saprà stupire.
A Lisa, perché sono veramente curioso di sapere che libro citerà.
A Vincenza di Marginalia.
Ad Alessio.
E poi a chi vuole, s'intende.
Non è una domanda facile. Sarebbe fin troppo semplice citare "Se questo è un uomo" di Primo Levi e chiuderla lì, ma appunto perché è così semplice, non voglio farlo.
Premetto che non sono un esperto di Sho'ah e in generale conosco meglio il mondo (i mondi) musulmani che quelli ebraici.
Di "Essere senza destino" di Imre Kertesz parlo (non abbastanza) qui, ma non penso si possa considerare il miglior libro sulla Sho'ah.
Ho già scritto quale credo che sia il messaggio e l'insegnamento della Sho'ah, e, Rosa mi perdoni, sono un fautore della sua "normalizzazione". E' bene che mi spieghi meglio, perché detta così la mia posizione potrebbe essere fraintesa.
Credo che la Sho'ah non sia nata nel vuoto, non sia stata un'esplosione improvvisa di sistematica follia omicida.
Al contrario esisteva, da decenni, un teoria, ed in qualche misura anche una prassi, che ha permesso, costruito, legittimato quegli eventi spaventosi. Un virus che è cresciuto lentamente.
C'è un filo che unisce lo sterminio dei Nama e degli Herero, degli Armeni e che arriva al progetto di annientamento del popolo ebraico. Auschwitz comincia nel Congo di "Cuore di Tenebra".
Questo filo lo mostra benissimo Sven Lindquist in libro che mi ha molto colpito, "Sterminate quelle bestie", che però non definirei un libro sulla Sho'ah; in effetti, è un libro sul colonialismo.
Io credo fermamente che l'orrore della Sho'ah debba essere ricordato, e specialmente per un motivo, ed il motivo l'ha detto meglio di me Primo Levi: "E' successo, vuol dire che può succedere ancora".
Che il Male Assoluto è sempre una possibilità dell'umano, e contro questo occorre essere vigili. Una cultura che legittima lo sterminio, che è capace di coinvolgere un intero popolo nell'annientamento di un altro, com'è accaduto poi in Ruanda, può sempre emergere e risvegliare il diavolo.
Però, da buon arabista, il libro che segnalerò è un altro; "Il settimo milione" di Tom Segev, giornalista e storico israeliano. Un testo che mi ha commosso fino alle lacrime.
Il libro non parla dell'Olocausto; fa la storia della memoria della Sho'ah in Israele, e mostra come questa memoria abbia condizionato in maniera decisiva la storia d'Israele, e la percezione che gli israeliani hanno del proprio stato, ma in modi diversi e complessi, che forse non sospetteremmo. Non si tratta di denunciare l'uso politico della memoria, anche se questo c'è stato; difficile definire altrimenti Menahem Begin che dichiara, prima dell'invasione del Libano che porterà a Sabra e Chatila: "Credetemi, l'alternativa è Treblinka".
E leggendo il libro di Segev, non ho dubbi che ne fosse sinceramente convinto.
Mi resta da passare la catena.
A Erika, così scrive qualcosa.
A Khadija, che, sono sicuro, mi saprà stupire.
A Lisa, perché sono veramente curioso di sapere che libro citerà.
A Vincenza di Marginalia.
Ad Alessio.
E poi a chi vuole, s'intende.
postato da: falecius alle ore 14:05 | Permalink | commenti (7)
categoria:cultura, letteratura, affetti
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