giovedì, ottobre 18, 2007
Quasi tutte le società umane tendono a creare una suddivisione del tipo "noi" e "gli altri".
Normalmente, questo accade in termini per cui "noi siamo meglio degli altri".
Ad esempio, gli Assiri si consideravano il centro del mondo, eletti dal loro dio nazionale ed ordinatori della periferira barbara ed incivile. Gli antichi Greci e, in un'epoca successiva, i Cinesi ritenevano gli altri popoli "barbari". Anche gli Egiziani avevano un spiccato senso di superiorità sui popoli vicini, e nel caso specifico, possediamo anch i testi di uno di questi popoli, gli Ebrei, che riflettono un sentimento simile. Le grandi religioni storiche della tradizione abramitica hanno distinto tra "fedeli" e "infedeli".

In generale, il Cristianesimo e l'Islam riconoscono l'uguale dignità di tutti gli esseri umani; se non in questa vita (entrambe le fedi ammettevano in linea di principio la schiavitù) di fronte a Dio tutti i credenti saranno uguali. Quanto ai non credenti, essi sono esseri umani che non conoscono la Verità; compito del credente sarà quello di esortarli ad accettare la Rivelazione, per la loro stessa salvezza.
Ma laddove gli "infedeli" rappresentino una minaccia, i "credenti" hanno il diritto-dovere di combatterli. Questo è il "jihad al-asghar" nella tradizione musulmana, ed uno dei casi di "bellum justum" in quella cristiana latina.
Quindi, in queste (e altre) religioni, si poteva passare da "gli altri" a "noi" semplicemente tramite la conversione. Altre tradizioni, come quelle hinduiste in India, quella greca classica, quelle shintoiste in Giappone, ed in parte quella ebraica, attribuivano maggiore importanza alla nascita nella collocazione di gruppo di un individuo. La conversione era un fatto non semplice ed il convertito poteva essere considerato comunque come non pienamente integrato (questo si verificò in modo non sistematico anche nell'Islam e nel Cristianesimo). Nel sistema castale indiano, in teoria era generalmente impossibile passare da un gruppo ad un altro (tra i quali vi erano differenze religiose e rituali) se non uscendo dal sistema nel suo insieme (ad esempio abbracciando il buddhismo, o in seguito l'Islam e il sikh-panth).
Il Cristianesimo era dunque un'ideologia essenzialmente inclusiva.

Fin qui, per quanto a noi questo discorso possa dare vagamente fastidio (nella cultura europea attuale, tende a scivolare nel rimosso), è dunque tutto abbastanza normale.
Andò tutto benissimo finché i cristiani dell'Europa occidentale non invasero il resto del mondo. Questo fenomeno ebbe due grandi momenti di svolta: uno attorno al 1500, l'altro verso il 1800.
La conquista delle Americhe da parte degli Europei e l'avvio del commercio triangolare schiavistico misero in contatto ravvicinato la civiltà europea e cristiana con ambienti umani molto diversi. "Gli altri" avevano aspetti somatici visibilmente diversi, parlavano lingue sconsciute e possedevano culture sviluppate in modo indipendente (almeno, per la grandissima parte) dal continuum eurasiatico e mediterraneo.
Gli Europei, forti della loro superiorità tecnica, trattarono quelle genti con disprezzo e violenza estreme, e giunsero in alcuni casi a dubitare della loro umanità, imitando senza saperlo antichi popoli della Mesopotamia: ma nella cultura europea, permeata di cristianesimo, restava l'idea che lo scopo ultimo fosse la loro salvezza attraverso l'evangelizzazione.
Fu solo nella fase successiva che un'idea della superiorità intrinseca degli Europei si affermò, coincidendo col momento in cui gli essi diventarono abbastanza forti da assoggettare o almeno sconfiggere gli altri popoli eurasiatici. Questo accadde in un periodo che può essere grosso modo collocato tra la vittoria inglese a Plassey, che assicurò alla Gran Bretagna il dominio del Bengala nel 1756, e la spedizione di Napoleone in Egitto nel 1798. Il secolo successivo vide la distruzione di quanto restava delle civiltà native dell'America e di praticamente tutta la cultura nativa dell'Oceania, la conquista europea di tutta l'Africa  l'assoggetamento  economico dei pochi popoli asiatici rimasti autonomi (con la vistosa eccezione del Giappone), mentre l'Europa Orientale entrava nell'orbita culturale di quella occidentale e la prendeva sostanzialmente a modello (sottomettendo a sua volta i popoli nativi dell'Artico, dell'Asia centrale e della Siberia).
Occoreva un'ideologia che giustificasse questa colossale rapina, e non la si poteva trovare nel Cristianesimo, se non a costo di gravi forzature (che ci furono). Si ricorse dunque alla scienza. Nella seconda metà del Settecento, cominciò a delinearsi quella particolare branca della "scienza" occidentale chiamata antropologia razziale.
postato da: falecius alle ore 21:32 | Permalink | commenti (4)
Commenti
#1   18 Ottobre 2007 - 21:52
 
Nota: questo post contiene grosse semplificazioni di fenomeni molto più complessi. Prendetelo come la cornice del quadro, più che il disegno.
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#2   18 Ottobre 2007 - 23:09
 
Uno scrittore fantasy, mi pare Terry Pratchett, diceva che gli uomini hanno la malaugurata abitudine di chiamare il proprio gruppo etnico "i veri uomini". Quando incontrano un altro gruppo, li chiamano "gli Altri" o, nella peggiore delle ipotesi, "Il Nemico". Se qualcuno si decidesse a chiamare gli altri "Un Altro Po' di Veri Uomini", probabilmente non esisterebbe più la maggior parte dei problemi del mondo.
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#3   18 Ottobre 2007 - 23:13
 
Non conosco Pratchett, ma dal non molto che so di antropologia, ha ragione.
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#4   19 Ottobre 2007 - 11:20
 
Fal,

Pratchett te lo consiglio: il suo umorismo (almeno secondo me) è molto Douglas-Adams-ish.

(bel post)

E.
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categoria:cultura, politica, religione, medio oriente, africa, russia, società, 1984, autoscontri di civiltà, guerra allerrore