mercoledì, luglio 29, 2009

Apprendo con una certa costernazione che si è formato un comitato a sostegno del conferimento del Nobel ad Alda Merini. Capofila dell’ iniziativa, sarebbe Dario Fo. Chissà perché la cosa non mi sorprende.... Si tratta, a mio parere, quello conferito a Fo, del Nobel per la Letteratura  più immeritato degli ultimi vent’ anni. Quando, oramai più di dieci anni fa, alla irrisione di Mario Luzi da parte della mia professoressa di lettere, reo, secondo lei, di ritenersi più meritevole del riconoscimento che il giullare pavese, feci sommessamente notare che forse un po’ di ragione ce l’ aveva, mi sentii rispondere che “era un baciapile rincoglionito”.


Adesso come allora non sto dicendo che Luzi sia il più grande poeta del ‘900 italiano (a mio personalissimo parere, se la giocano Sereni, Zanzotto, Raboni e Piccolo, con una mia particolare preferenza per il primo), ma, comunque, ha rivestito un ruolo importante nella cultura italiana del Dopoguerra. Certo, non è mai stato un marxista e la sua poesia ha sempre avuto quell’ odoruzzo d’ incenso da parrocchia - bene fiorentina, quelle lapiriane, come disse, una volta, a lezione Marzio Pieri, di quelle arrampicate sui colli urgenti dalle ripe fogliose e nerastre, perennemente prossime al marciume.


Si rileggano le prime raccolte, in particolare Avvento Notturno: le immagini di angeli lugenti e cristalli sognanti nelle città deserte, scolpite nei marmi toscani, hanno poco o nulla a che spartire con il sensuoso orfismo onofriano, o con la suggestione ancora dannunziana di qualche numinoso Poema Paradisiaco. Molto hanno, invece, a che vedere con la filigrana di Mallarmé –ma asciugata dall’ inesauribile, dispersa in mille rivoli, variazione, ravvisabile in Ungaretti- precisa semmai ce ne fu una, ferma attesa di una parousia notturna del divino come rivelazione individuale, come ineffabile intermittenza. Vegliate dunque, perchè non sapete né il giorno né 1’ora. (Mt, 25, 11-13)


Rimandi, quindi, ovvi a François Mauriac, ma pure, non dichiaratamente,  a un Heidegger (ancora lui!) “inespresso”: quello della Introduzione alla metafisica, poi, per le raccolte successive, quello della  Lettera sull’ umanesimo.


La poesia di Luzi, vergine un po’ folle, analogamente al linguaggio heideggeriano, esplora la possibile influenza del paradigma biblico della Parola sulla concezione dell’ essere, secondo quella che potrebbe essere definita come intima interconnessione tra linguaggio ed essere, fino ad identificare l’ Essere con il Dire originario, in analogia al Logos della rivelazione giovannea.


La poesia di Luzi ha prodotto tanti epigoni, specie in area toscana, tante vergini savie e inerti; quella di Sereni è fatta della materia delle comete: finora, nessun avvistamento simile, ma tanti ‘analogisti’ sulla sua orbita geostazionaria.


Per questo, a mio modesto parere, se proprio bisognava sprecare un Nobel, tanto valeva conferirlo a Luzi. Ma, si sa. L’ impegno, l’impegno in servizio permanente. Quello che sindacalizza tante professoressotte di liceo, quelle, più preoccupate che un linguista con velleità d’ ispettore non verificasse la loro effettiva preparazione che di insegnare decentemente il latino. Ma siamo al Linguistico, signoramia, che volete che gliene freghi del latino. Se non seguite e giocate a briscola tressette scalareale durante le lezioni, cazzi vostri. Disse la professoressotta, tirandosi la bazza indignata fino all’ occhi.


Ma non divagherò più.


La Merini, dicevo.


Personalmente, trovo la Merini ampiamente sopravvalutata. Non arrivo a dire che non valga niente; di certo diverse sue  poesie sono degne di nota, ma secondo me presa nel complesso è piuttosto noiosa e non eccelsa.


Penso che la sua grande celebrità (superiore a quella che normalmente arride ai poeti, anche ai migliori) sia dovuta, più che alla poetessa, al personaggio. Al fatto che si sia fatta tutti quegli anni di manicomio, che ha avuto due decine di uomini e quattro figli, e che si voltoli nel lercio perché, dice lei, il maiale pulito non ingrassa.


Persino il posato blog di Rai Vaticano le perdona la sua patente infrazione alla morale sessuale propugnata da Santa Romana Chiesa. Tanto, cariloro, hanno una lunga consuetudine con le puttane sante: Maria Egiziaca, Maria Maddalena, Santa Margherita da Cortona....lei poi scrive di Maria e di grembi spasmodici e violati.


The luxury of filth, come diceva un fortunato slogan di qualche anno fa per una marca di jeans.


La Merini mi sembra una riuscitissima réclame di sé stessa. Imperversa da Chiambretti, dialogando improbabilmente col giovane rom montenegrino salvato dalla sua sorte miseranda dal cuordoro di un albergatore di San Benedetto del Tronto.


Però, quando viene intervistata, con tutto il rispetto la trovo un po' querula, sempre lì a lamentarsi di tutto. Che non ci sono più i clown, che anche l’ idiozia di Berlusconi l’ ha delusa, o che ha avuto gli operai in casa che l’ hanno infastidita.  Ne siamo costernati, davvero. Ma cosa dovremmo fare, metterci a piangere? Querelare il suo padrone di casa e convocare una riunione di condominio urgente?


Poi. Basta col mito della poetessa marginale. La signora Merini ha avuto, fin dalla più giovane età, ottime entrature nel mondo letterario italiano. Ha conosciuto , giovanissima, Sereni,  Turoldo, Quasimodo, Pasolini. E’ stata l’ amante, quindicenne,  di Giorgio Manganelli, che lei dipinge come un mostro misogino. Forse, ma le sue visioni sono tra le più  autentiche.


Cito sempre il professor Pieri:


Una volta Giorgio Manganelli doveva tenere una relazione a un convegno junghiano; gli mancò la parola e la relazione, che poi scrisse, non parlava del soggetto che egli era stato chiamato a trattare ma dei motivi profondi per cui non era riuscito a parlarne, come sarebbe stato del tutto ovvio. La relazione apparve, poi, negli Atti del convegno e, piu tardi, figurò in una delle più labirintiche e sapienziali raccolte di scritti manganelliani. L' uomo che aveva ritessuto il filo tra la letteratura e la menzogna, era uomo dei più schietti ed, anzi, esposti. L’ hilarotragoedia, di cui era maestro, si riscontrava con l’ hypocondria*.


Ovvio che si baloccasse con l’ adesione carnale, disperante, della vita della Merini alla sua produzione poetica. Dirà, ormai anziana:


"Più bella della poesia è stata la mia vita".


Ohibò. La conflagrazione con l’ uomo che dichiarò candidamente: 


Io amo i poveri, e soffrirei in un mondo senza poveri; i poveri sono le brioches dell'anima.


era inevitabile. La poesia non è un balsamo per le anime belle. Poi il manicomio, poi il matrimonio e la comune infelicità coniugale. E gli editori, per cui la pazzia è un quid pluris per le vendite, farle cerchio tutt’ intorno come pescecani attirati dal sangue, alla sua senile reprise poetica. Pronti a coglierne ogni tardivo mestruo in versi.


Falecius, che è molto più buono di me, dice che proporre la Merini per il Nobel sarebbe un modo per lavarsi la propria cattiva coscienza da parte di tutto il mondo letterario italiano. Forse, ma solo in seconda istanza. Tanto, quelle come la Merini, una Mestiziamoratti un assessore impietosito un prete lo trovano sempre, a salvarle da un’ indigenza, anche quella, di maniera.


Semmai, il Nobel, ancora di più che la pazzia, aumenterebbe le vendite in un settore, quello delle raccolte di versi, dove se si arriva a tirature dell’ ordine del migliaio si grida al miracolo.


E poi, come ho già spiegato per l’ Acaro Ascolano, l’ artista sensibbbole tutto genio e sregolatezza piace, fa simpatia, aderisce all’ ideale caricaturalmente sturmeriano più vieto che è invalso nel biografismo del “genio” di matrice idealistica e romantica.


Pieri un giorno mi disse in tutta franchezza, leggendo alcune mie desolate e balorde considerazioni, che gli avevo incautamente sottoposto:


“Eh, signorina, se dovessimo chiamar poeti tutti quelli che il babbo maltrattava, che nascevano gobbi o che avevano difficoltà a farsela dare dalle ragazze, riempiremmo uno stadio. E poi si sa che voi belle la date solo ai pescatori di spugne!”


Mi aveva vaccinata a vita contro ogni cedimento larmoyant alla contemplazione del mio proprio io, contro ogni periclitante giro del mio ombelico attorno al mio malessere interiore.


Vi lascio questa lettera, che non ho mai reso pubblica, e che conservo tra le cose più care:


Io non vorrei che Lei cadesse vittima di una falsa prospettiva, generatrice di false attese. I professori non sono dei santi, nè dei confessori, né degli psicanalisti 'gratis'. lei non va dal benzinaio per intrattenerlo sul male di vivere. Alcuni professori (e io sono fra questi) per indole personale e per una qualche deriva professionale, sono più disposti a porgere un qualche ascolto anche, diciamo, 'umano' agli studenti che incontrano sulla loro strada, ma, debbo essere franco con Lei, non è detto che siano i migliori professori e che questa loro indulgenza sia un bene, né in sé, né per gli studenti. C'è il rischio, molto pesante, dell''umano troppo umano'. Studiare è un'altra cosa e, prima di tutto, è una dura professione. Non è un lavoro più 'alto' o più 'duro' di altri, ma è un lavoro con proprie tecniche, con proprii obblighi, con proprie inderogabili esigenze. Lo studente specie di letteratura a volte tende ad ascoltare con troppa assiduità il proprio io (non il male di vivere di Montale ci interessa ma i modi della sua arte in cui il tema del male di vivere si è espresso) e crede suo diritto offrire una audizione agli insegnanti, ma, Le ripeto, se non è un peccato, non è nemmeno un rimedio.

E poi:


[...] so che Lei si fida di me come professore. Ecco, prima di tutto riprenda le forze; sappia che crisi nervose anche più gravi sono tipiche della giovinezza; poi passano. E studi studi studi. Vuol dire passare da un libro all'altro, schedarli, rivoltarli, farli propri. Son come le scale per arrampicarsi. Studiare vuol dire dimenticare se stessi e realizzarsi tutti nell'oggetto dello studio. Quando l'operazione, assai dura e non facile, e non immediata, riesce, uno si avvede d'un tratto che avendo dimenticato se stesso, è nel frattempo cresciuto. Io questo Le auguro, con amicizia. (passo e chiudo).





*Marzio Pieri, Roma Magica, La Finestra, Trento, 2002, p.126.
lunedì, luglio 27, 2009
So che mi arriveranno strali scandolezzati da ogni parte, tentativi di correzione del tipo "ma non è lui che era un coglione, sono gli altri , da destra e da sinistra, ad averne fatto un santino."

Eh no.

Dicendo così, lui è sempre nel giusto, e passa dall' essere un santino al costituire una reliquia.

Certo, a sentire Zigaina parlare del suo interesse per Eliade e Frazer, si può credere che non gli dispiacerebbe.

Ma a me ha fatto sempre saltare la mosca al naso questa frase pasoliniana:



"O esprimersi e morire o restare inespressi e immortali"



oppure, nella sua variante:



"La morte non è nel non poter comunicare ma nel non poter più essere compresi."



Pasolini, nelle Lettere luterane, scrive:



"I giovani maschi che camminano quasi religiosamente per strada tenendo con aria protettiva una mano sulla spalla della donna, o stringendola romanticamente per mano, fanno ridere o stringono il cuore. Niente è più insincero di un simile rapporto che realizza in concreto la coppia consumistica."



Parole sante, verrebbe da dire. Peccato che non siano sue. O meglio. Pasolini non è stato il primo a comprendere che la soddisfazione personale attraverso i beni di consumo e la riduzione ad oggetto delle persone erano strettamente connesse. Ci aveva già pensato, per così dire,  la Scuola di Francoforte, ed in particolare il suo filosofo più grande e fumiste: Theodor Wiesengrund Adorno*, a stabilire il nesso tra capitalismo basato su produzione e consumo e la nozione di sesso basata esclusivamente sul piacere. Ciò che caratterizza tutto il discorso pasoliniano, facendo intravvedere personali idiosincrasie e, spiace dirlo, un orientamento sessuale mai pienamente accettato, è il passo ulteriore: vedere il sesso come rituale conformistico. Dopo aver dichiarato questo, la conclusione è una sola. Il piacere è scomparso dalla soddisfazione personale che il sesso offriva.

E infatti, sempre da Lettere Luterane:



"La società preconsumistica aveva bisogno di uomini forti, e dunque casti. La società consumistica ha invece bisogno di uomini deboli, e perciò lussuriosi. Al mito della donna chiusa e separata (il cui obbligo alla castità implicava la castità dell'uomo) si è sostituito il mito della donna parte e vicina, sempre a disposizione. Al trionfo dell'amicizia tra maschi e dell'erezione, si è sostituito il trionfo della coppia e dell'impotenza. I maschi giovani sono traumatizzati dall'obbligo che impone loro la permissività: cioè l'obbligo di far sempre e liberamente l'amore."



Se si guarda ai film di Pasolini, non c'è una donna dotata di un qualsiasi, seppur minimo, appeal sessuale: la donna è madre (quindi al di sopra di ogni desiderio sessuale esplicito, anche se rivestita, fino al ridicolo, fino alla spudorata burletta psicoanalitica, di implicazioni edipiche: Edipo Re, Il Vangelo secondo Matteo, dove è sua madre Susanna Colussi a recitare la parte della Madonna, Teorema, Mamma Roma, Medea), o puttana, defraudata quindi di un desiderio sessuale proprio, e sfogo-contenitore di quello maschile,  (Mamma Roma, ancora, Salò o le 120 giornate di Sodoma, Decamerone), o è bambina o comunque minorata (l' Assurdina Caì di Che cosa sono le nuvole?, Zumurrud de Il fiore delle Mille e una Notte).

Insomma, davanti ad una donna adulta, non necessariamente madre, dotata di un desiderio proprio, Pasolini che fa? Urlacchia sdegnato come un Ippolito qualsiasi accanto a Fedra! E va bene che le donne non gli interessano. Ma da qui a considerarle una minaccia apportatrice di lussuria e di corruzione alla castità del fantomatico maschio forte&casto della società preindustriale, ce ne corre.

A chi, per esempio, con robusto seppur miope buonsenso, gli faceva notare che era meglio la desolante visione della coppia mercificata ma "moderna", piuttosto che quella, tabuata e arcaica, dei muti corteggiamenti sui sagrati delle chiese friulane, o delle fuitine sicule, o dei delitti d' onore, Pasolini, insofferente alle finezze del dialogo e abituato ad argomentare a frasi oracolari, risponde nell' unico modo possibile: ignorandolo.

Ci casca con tutte le scarpe. Emula proprio l' atteggiamento heideggeriano che Adorno (sì sì, proprio lui), stigmatizza: distribuisce attorno a sé un tabù secondo cui ogni comprensione delle sue idee sarebbe contemporaneamente una falsificazione.

Perché? Perché è un coglione. Sopravvalutato.

E adesso, andate pure in deliquio per le Lettere luterane, provate a ravvisare parole profetiche sull' attualità, negli Scritti corsari.

Guardate un po' come è stato profetico. Chi aderisce più pronamente OGGI a quel modello di coppia da lui stigmatizzato. Se i giovani maschi che a lui stringevano il cuore o le giovani mie coetanee che a me strappano un sorriso.




*Rileggersi in ginocchio La dialettica dell' Illuminismo e Minima moralia.
venerdì, luglio 24, 2009
Fosse per me, introdurrei la fustigazione per qualsiasi editore che osi defraudare i propri lettori omettendo di fornire il fottuto testo in lingua originale dei libri tradotti*.
Lo so che sarebbero libri grossi il doppio.

* Non me ne fotte un cazzo se è in un alfabeto non latino. Oggigiorno posso stampare IO in arabo dal mio sfigatissimo computer di casa dei miei, che non è stato nemmeno costruito in questo secolo, con un volgarissimo Windows XP Home. Con le potenze dei computer attuali, escludo che chiunque possa avere problemi con Unicode, e se li ha, dovrebbe sbrigarsi a risolverli. Esigo che l'ultimo degli editori sia in grado di stampare tutti i cazzo di alfabeti della Terra e anche tutte le traslitterazioni scientifiche di essi in latino o cirillico.
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categoria:scazzi, satira
venerdì, luglio 24, 2009
Andrea Di Vita mi fa notare come il lettore medio della fantascienza negli anni '50 fosse, oltre che ragazzino, brufoloso e sottraente gli spicci della paghetta all' insaputa dei genitori, anche un terribile smanettone. Una pubblicità della Scuola Radio Elettra su ogni copia dell' Urania. E infatti. (Oh, non ridete, ma io, donna a quasi trent' anni sonati, ho smanettato che manco un ragazzino alle prese con diodi e valvole per caricare queste foto. E Roseau scoprì lo scanner. Ce lo avevo senza saperlo da quattro anni e non l'ho mai utilizzato).

Ma gli Urania, probabilmente, assolvevano anche al compito di colmare (con risultati tra il comico e il patetico)  una delle maggiori carenze della formazione culturale dei giovani. Non è mica un caso che gli studenti italiani delle scuole medie di primo e secondo grado siano oggi i peggiori in matematica e in genere, in tutte le materie scientifiche, rispetto ai loro colleghi europei. E certo non è colpa degli Urania di un tempo, che oggi provocano, in chi li legge, la stessa languorosa, nostalgica e un po' intenerita curiosità di chi si accosta alle pagine espressionistiche dell' Enciclopedia Conoscere che sfogliava da bambino.

Almeno, cinquanta anni fa, fatta la tara al tono pedagogico e semplicistico o benpensante degli Urania o della Conoscere, un tredicenne proveniente da una famiglia culturalmente non avanzata, si poteva accostare alla scienza potendo ragionevolmente sperare di capirne qualcosa.

Quando ero bambina io -venti anni fa, anche di più- esisteva un bellissimo mensile, Airone. Aveva le foto smaglianti della National Geographic e un certo tono professorale negli articoli. Ma era dettagliatissimo. Si può dire che quel -poco- che ne so di botanica l'ho imparato sulle sue pagine patinate, più che sui libri di botanica, scritti un secolo fa da qualche satollo monsignore, e custoditi tra gli scuri scaffali della biblioteca della mia scuola.

Adesso Airone è un bric-à-brac di articoli scopiazzati e mal tradotti da una ventina di riviste, perlopiù statunitensi, e fa il verso a quell' immane contenitore di fuffa pseudoscientifica  che è Focus *.

Parallelamente alla decadenza dell' editoria di divulgazione scientifica, è andato scemando l'  interesse di massa per la fantascienza. Un tempo gli Urania uscivano settimanalmente, poi quindicinalmente. Ora mensilmente, e ogni tanto escono le serie speciali, tipo la collana Millemondi -per inciso, l' uscita Millemondi di luglio 2009, è, a detta di Falecius, una figata autentica. Sempre sia ringraziato il mio bravo edicolante sotto i Portici del Grano, che per passione personale continua a tenere in edicola i bianchi libretti.

La fantascienza è, ad oggi, un fortino assediato dalla fuffa della letteratura para-postscientifica o medical, condita da abbondanti spruzzate fantasy niueigg'.

L' unica nota positiva, è che chi ne parla, o ne legge, oggi lo fa con piena cognizione di causa dell' importanza culturale -non più letteratura da ragazzini, accompagnata da non sempre riusciti intenti divulgativi- del genere. Forse, il ruolo della fantascienza, oggi, è duplice. Ipotizza scenari possibili come sempre, ma è presa molto, molto più sul serio da chi vi fa ricerca, perché spesso, chi ne scrive, fa anche ricerca in quei campi. E, dall' altra parte, gli scrittori, anche se non necessariamente scienziati, divulgano meglio di un tempo lo stato dell' arte. Penso ad un racconto di Larissa Lai, grottesco, intitolato Io amo il fegato, dove una ricercatrice elabora un programma in grado di far scrivere biologicamente ad un computer i codici genetici di un organo vitale. Oggi non converrebbe più scrivere sulla quarta di copertina dell' Urania che un certo scrittore cominciò a scrivere quel racconto quando le ricerche nei campi da lui narrati erano di là da venire, come è accaduto in quel dicembre del 1957, per edizione italiana di Destinazione Luna.

Chi ha introdotto il racconto di Lester Del Rey, ha sottolineato quattro volte in poche righe come quando Lester del Rey scrisse questo suo "Destinazione Luna", nessun satellite artificiale gravitava ancora nell' orbita della terra.

Trovo commovente -e romantica- la passione di Falecius, nato nel 1983, per un genere in recesso. Mi avverte, mentre sto scrivendo questo post, che sta leggendo un thread sullo stato della fantascienza in Italia, dove qualcuno conclude il discorso con queste parole:

"Non riconoscerebbero un capolavoro nemmeno se glielo facessero mangiare".

Non è sempre così, e per fortuna.

Aspettate che, oltre che SITS, Falecius grokki Storie della tua vita di Ted Chiang...


*Come farà mai il geniale Andrea Biavardi a dirigere con lo stesso stile e con lo stesso piglio intrepido tre riviste tanto diverse tra loro, io non lo so. E' un mistero da fantascienza. Certo è che sulla rivista sulla cui copertina campeggiava, un tempo, la Panthera tigris Sumatrae oggi campeggiano spesso due belle (?) pvppe siliconate... In fondo, è natura anche quella.

giovedì, luglio 23, 2009
Ok, ok, ho letto "Straniero in Terra Straniera" di Heinlein. Ci ho messo un pomeriggio e la mattina dopo. Ora però devo grokkarne la pienezza.

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categoria:il senso della vita, fantascienza, buone notizie, mondi possibili
giovedì, luglio 23, 2009
Stamattina avevo appuntamento con la signora Sonia, appassionata di fantascienza e  curatrice del sito Spiritolibrario. Già a Natale, avevo trovato da lei per Falecius un pregevole Massimo, datato 1984, contenente i tre romanzi di Heinlein Universo, Fanteria dello Spazio e La luna è una severa maestra.

Come al solito, la consegna dei libri è avvenuta al Centro Torri, su su a nord di Parma, in realtà non distantissimo da casa mia, ma raggiungibile in maniera indaginosa, specie se non si ha l' auto -non so guidare- e se stanno facendo sempiterni lavori di manutenzione stradale.

La mattina è partita bene: ho preso al volo l' 8, poi ho aspettato pochissimo il 13.

C'è stata una lunga deviazione. Panico. Il bus ha imboccato la tangenziale! Via San Leonardo è interrotta per lavori e la consueta fermata del bus è spostata dietro il centro commerciale, in via Paradigna. Mi sono accodata a una signora che borbottava per il cantiere perenne parmigiano. Ho paura ad attraversare gli incroci senza semaforo da sola; Parma è stata molto ossequiosa delle normative europee nel sostituire i semafori con decine di rotonde e gli automobilisti, mediamente, quando vedono un pedone, accelerano. Ma ho trent' anni, e un po' mi vergogno di questa cosa. Sento, tuttavia, che sparirà, a breve, tra qualche anno, quando attraverserò un incrocio tenendo per mano un Alienino Falecio. O, a sensazione, il suo corrispettivo femminile dal crine blu.




Sono stata molto soddisfatta degli acquisti, e ho deciso di farmi un giro in via D' Azeglio.* E' giovedì, c'è il mercatino dei libri usati. Di solito gli Urania li portano a richiesta, ma già in edicola, quella di piazzale Corridoni, vicino al ponte, ho trovato un fichissimo racconto lungo di Lester Del Rey, Destinazione Luna, uno dei primi Urania, datato 1957, quando ancora il direttore della collana era Giorgio Monicelli, fratello del regista Mario e massimo divulgatore della fantascienza in Italia. Il romanzo, pagato veramente poco per la sua "antichità", 1,80 €, deve essere di una ingenuità disarmante.

Ma ancora più ingenua, male-oriented e vellicante ogni più recondito desiderio maschile di autostima, è sicuramente questa pubblicità, presente nella controcopertina posteriore di Destinazione Luna:




Forse che si dava per scontato che il lettore medio di fantascienza, oggi come allora, è basso, grasso, antiatletico, miope e peloso? **

A me stupisce molto di più notare che, più di cinquant' anni fa, la fantascienza fosse considerata un genere letterario con un pubblico prevalentemente maschile, anche e soprattutto da case editrici -allora- piuttosto progressiste.

E allora, caro Andrea Di Vita, perché rilevare OGGI se Starman Jones può sembrare maschilista o meno?

Certo che lo potrebbe sembrare. Quella era la mentalità, quello era il pubblico dei lettori che, nel 1953, in pieno maccartismo, durante anni ipocriti e puritani per gli Stati Uniti, la condivideva.

Ma Heinlein scrive, soprattutto, un bel romanzo di formazione. Gli ho dato una scorsa, e, francamente, mi rammarico un po' di avere altre cose da fare che leggermelo d' un fiato.

Anzi. Per non cadere in tentazione,  lunedì lo spedirò a Falecius, il quale è pregato di dirmi dove desidera riceverli, o se preferisce averli da me brevi manu, quando ci vedremo. Nel frattempo, attendiamo tutti la recensione di SITS.




*In via d' Azeglio ho acquistato anche Imboscata alla città (lo so, il titolo è orrendo, tradotto in italiano), di Mack Reynolds, e un numero di Galaxy del 1959, contenente un racconto di Clifford Simak, Creature.

* *Ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale... ;)
mercoledì, luglio 22, 2009
Mi rendo conto che sono riuscito a restare così a lungo tanto ottimista sulla natura umana solo perché non andavo mai su Yahoo! Answers™.
domenica, luglio 19, 2009


La Fanucci l'ha finalmente ristampato, per fortuna ( e forse anche un po' per nostra insistenza). Dato che risulta essere un capolavoro, la cui presenza nelle librerie italiane è assolutamente auspicabile, ne siamo assolutamente entusiasti e siamo corsi a prenderne possesso, ringraziando Fanucci.
Farò sapere appena l'avrò letto.
sabato, luglio 11, 2009
Giochino estivo da Settimana Enigmistica: trovate le dieci piccole differenze tra questa foto e questa .

Troppo difficile? Colpa della assuefazione alle icone. Abbiamo bisogno di commuoverci più che di capire. Di offrire la nostra adesione emotiva e non mediata all' evento, che è vero solo perché è rappresentato.

Almeno, così la pensano i media.

E non importa se la cognizione degli scontri seguiti alle elezioni iraniane si confonde in un continuum iper-asiatico, indistinto e un po'  fiabesco, con la protesta degli Uyghur.

Ürümqi  è la periferia immediata di Teheran, e Ahmadinejad l' emanazione dell' Unico Grande Satana antioccidentale guidato dalla Cina.

Ma per la coscienza del lettore di quotidiani occidentale, supposto idiota, la foto di una donna che sfida l' Autorità Repressiva , armata solo del proprio dito proteso, è liberatoria come la strombazzata che, nel sonoro dei vecchi film western annunciava l' arrivano i nostri e l' immancabile vittoria dei buoni.

Catarticoooh
.


Anche se il dito proteso è un fotomontaggio. Anche se tutte queste immagini saranno consegnate all' inevitabile obsolescenza nel giro di qualche giorno, e sostituite con altre, perfettamente intercambiabili, e adattabili all' infinito al cliché Davide/Golia, alla dinamica "oppresso che sfida eroicamente l' oppressore".



P.S. Non potrò scrivere su questo blog per una quindicina di giorni. E' già successo un' altra volta, esattamente undici mesi fa.

Spero che adesso questo avvenga per motivi più lievi di un ricovero in O. P.


Ciao e a presto, cari lettori.



Roberta.
martedì, luglio 07, 2009
Lo Xinjiang è "Cina" all'incirca nello stesso modo in cui l'Irlanda del Nord è "Inghilterra".
martedì, luglio 07, 2009
Per una voce, quella di Falecius, che si rialza, tante ne vengono spente. Sono abbastanza sicura che la protesta degli Uyghur di queste ultime ore non godrà né dell' attenzione  riservata dai media occidentali alla cosiddetta Onda Verde iraniana, né del favore ideale che riscosse, un anno fa, all' inaugurazione delle Olimpiadi cinesi, la causa del Tibet oppresso.


Perché sono brutti, turchi e muSSulmani. Persino  Vittorio Emanuele Parsi e Fausto Biloslavo -fieri sostenitori della causa tibetana e sempre pronti a denunciare gli abusi del regime di Pechino-, non si stupirebbero delle probabili infiltrazioni di Al Qaeda (sic!!!!) nel movimento di autodeterminazione Uyghur e della probabile presenza di guerriglieri dagli occhi a mandorla nelle file del Terrorismo Intenazionale Islamico.


Che dire?

Il solito doppiopesismo del sistema di informazione nostrano.

Questo blog continua a sostenere la causa di autodeterminazione del popolo uiguro. Ha tolto il banner per non appesantire troppo il template.

Ma rimette il link al quale il banner portava.
martedì, luglio 07, 2009
Speravate di esservi liberati di me, bastardi?
Invece no. Qualunque accidenti di cosa abbia preso a quest'arnese negli ultimi giorni, è passata. Misteriosamente come aveva smesso di funzionare, adesso il mio computer funziona di nuova. Miracolo, credo. E' la cosa più simile ad un raffreddore che abbia mai visto capitare ad un software.
postato da: falecius alle ore 10:20 | Permalink | commenti (2)
categoria:buone notizie
martedì, luglio 07, 2009
Ho il [CENSURA] computer momentaneamente rotto (/#!@ porc...@!@ caz... +##/ fanc...).
Finché quello [CENSURA] orribile arnese di [CENSURA] non ha avrà ripreso a funzionare, [CENSURA] (e no ho nessun modo di sapere quando cioè potrà avvenire) sarò poco o punto presente in rete e specie sul blog.

(Segue serie di bestemmie.
Dio, la Madonna e San Pietro, infastiditi dal casino scendono giù e mi chiedono di smetterla. Ok, la smetto.)

Se qualcuno ha un laptop nuovo da regalarmi, senza e sottolineo senza Windows [CENSURA] Vista, si faccia vivo. Nel frattempo sul blog la padrona assoluta ed incontrastata sarà Roseau. Arrivederci a tutti.

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categoria:cazzate, scazzi, satira
venerdì, luglio 03, 2009
Noto con una certa commozione, da cattolica, come all' interno della Chiesa, alcuni tra i suoi più autorevoli esponenti aderiscano toto corde alla più autentica regola dei loro ordini di appartenenza.

Leonardo sottolinea la mirabile (e coerente con lo spirito francescano) iniziativa di realizzare una cripta atta a contenere degnamente le sante spoglie di padre Pio. Padre Federico Lombardi, gesuita, si allinea alla perfetta esecuzione degli esercizi ignaziani. Agostino Marchetto (non certo un progressista: si deve a lui una controstoria del Concilio Vaticano II, in opposizione a quella redatta a cura del professor Alberto Melloni e del defunto professor Alberigo, due dossettiani, ohibò....) dichiara che le nuove norme introdotte dal pacchetto sicurezza "provocheranno dolore"? Arriva super-Lombardi a correggere il tiro, e a diffondere una vulgata non imbarazzante per la Santa Sede e gradita ai politici. Tanto che Gasparri chiosa soddisfatto: "Il Vaticano smaschera i bugiardi!!". Ma, un momento. Chi sarebbero i bugiardi? Monsignor Marchetto, che assolve semplicemente al suo compito di segretario del Pontificio Consiglio per la Pastorale dei Migranti,  o alcuni parlamentari dell' opposizione, o dell' ombra di essa, che fanno sommessamente notare al ministro Maroni come sia molto comodo, ma ideologicamente ipocrita citare l' autorità vaticana solo quando avalla le politiche governative? O i giornalisti, che raccolgono per mestiere le dichiarazioni dei prelati?

Il Vaticano, per bocca di monsignor Lombardi, si smarca prontamente.

Del resto, perché stupirsi? Ha preso alla lettera le parole di Sant' Ignazio di Loyola:



"Per essere sicuri di non sbagliare dobbiamo sempre regolarci in questo modo: quel che io vedo bianco, creda che sia nero, se la Chiesa gerarchica così stabilisce".



(E. E., 365, 1)
venerdì, luglio 03, 2009
Orwell was a fucking hopeless optimist. Really.
postato da: falecius alle ore 13:05 | Permalink | commenti (7)
categoria:1984, invasione delle tupaie naziste