categoria:cazzate, satira, reductio ad absurdum
Nelle università, dopo gli scritti e gli insegnamenti degli umanisti, si erano abbondantemente rotti le palle della Scolastica, in particolare dato che i preti avevano fatto il santo favore di levarsi di culo dalle università per andare a studiare nei seminari istituiti dal Concilio di Trento. Per secoli la filosofia e la teologia era andate di pari passo: la prima provvedeva a fondare la base razionale per l' accettazione della Rivelazione, la seconda forniva la necessaria moderazione delle divagazioni eterodosse del pensiero umano. Il principio della centralità della capacità di giudizio individuale, proclamato dai primi riformatori e ricevuto con tanto entusiasmo da parte loro seguaci, ha come conseguenza logica un ampliamento e una netta presa di posizione nei confronti dei poteri della mente umana, a scapito delle autorità ecclesiale, con il corollario che che lo scetticismo, l'ateismo e il materialismo trovano favore nei circoli più culturalmente avanzati dell’ epoca.
Tuttavia, di fronte a prove evidenti dei limiti della mente umana, si registra una reazione, sia da parte di studiosi cattolici che di quelli protestanti, contro la presunta infallibilità della ragione. I filosofi cattolici sono inclini a diffidare assolutamente della ragione, e a fare affidamento esclusivamente sull’ autorità divina come garanzia di verità. In altre parole, accettano il Tradizionalismo, mentre i protestanti, altrettanto sospetti nei confronti della ragione, proclamano che nel giudicare il valore della Rivelazione, il sentimento e la volontà umana debbano essere ascoltati come pure l'intelligenza, vale a dire che accettano quello che è chiamato, nei paesi di lingua anglosassone e che non trova un corrispettivo in una traduzione decente italiana, Sentimentalism.
Il tentativo di sostituire la tradizione scolastica da parte di alcuni nuovi sistemi filosofici ha dato luogo a varie scuole di pensiero, la maggior parte delle quali può essere fatta risalire, in ultima analisi, a Bacone e Descartes, il primo alfiere del metodo induttivo, l’ altro del metodo deduttivo. René Descartes (1596-1649) nasce in Turenna e riceve la sua prima educazione dei Gesuiti. Seguendo il suo desiderio di vedere il mondo, sian stati i troppi libri o il suo provincialismo, prende servizio come soldato nell’ esercito del principe Maurizio di Nassau, e successivamente in quella del principe elettore di Baviera. Si ritira dalla vita attiva per dedicarsi allo studio della matematica e della filosofia. In un primo momento trova un tranquillo rifugio in Olanda; da lì migra a Stoccolma su invito della regina Cristina. In Svezia, dopo qualche mese di residenza, muore di una malattia polmonare. La signorina Wasa pretende che Cartesio le faccia lezione di buon mattino, costringendolo ad improvvide uscite ad orari antelucani, nel bel mezzo di un gelido inverno svedese. Descartes ci lascia le penne. Per tutta la sua vita , Cartesio rimane un sincero e devoto praticante cattolico, nonostante non si sia peritato di sbudellare gente per conto terzi. Mettendo da parte la Rivelazione, la quale egli dichiara di non volere affrontare, Descartes, dall’ applicazione del suo principio del dubbio metodico, perviene alla conclusione che il fondamento di ogni certezza risieda nella proposizione Cogito ergo sum . Da un esame delle proprie idee su un essere più perfetto, arriva alla conclusione che Dio esiste, e all' esistenza di un Essere Supremo buono e saggio che ha dato la ragione agli uomini, la coscienza e la capacità percettiva al fine di acquisire conoscenza ; egli sostiene che queste facoltà non possano condurre gli uomini in errore, e che, di conseguenza, la veridicità di Dio è il fondamento ultimo di ogni certezza.
Le teorie di Cartesio sono condotte alla loro logica conclusione dai suoi successori. Blaise Pascal (1623-1662) è influenzato ampiamente dal misticismo del Medioevo. Pascal pone in secondo piano la ragione, verso la quale si mostra diffidente, ed esalta al contrario la fede , come unico mezzo per risolvere le difficoltà che il puro intellettualismo non può risolvere. Arnold Geulincx (1625-1669) prima cattolico, poi divenuto calvinista, argomentando a partire dall’ antitesi supposta da Cartesio tra mente e materia, sostiene che la materia, essendo inerte non possa produrre le sensazioni e le volizioni esperite dagli esseri umani , e che, pertanto, queste debbano essere causate da Dio. In altre parole propone la teoria dell’ Occasionalismo. Questa dottrina occasionalistica come dispensante una spiegazione delle sensazioni è stato ampliata e approfondita da Nicolas Malebranche (1638-1715), uno allievo della Sorbona, al fine di spiegare l'origine delle idee umane. Questi ha sostenuto che non possano provenire da fuori, perché non vi può essere alcun contatto tra mente e materia, che non possano venire dalla mente stessa, perché la creazione è un attributo unicamente dell’ Essere Infinito e che, pertanto, esse debbano venire da Dio. Quindi, secondo Malebranche, è in Dio o nell’Essenza Divina che noi vediamo tutte le cose. (Una chiara proposizione di ontologismo). Se tutte le attività e tutte le conoscenze provengono direttamente da Dio, è naturale concludere, come fa Baruch Spinoza (1632-77), che esista solo una sostanza dotata dei due attributi di pensiero e di estensione. Ciò conduce ad elaborare una teoria avvicinabile al Monismo, e, lato sensu, al Panteismo.
Da questi lunghi pipponi si evince che il rifiuto del sistema scolastico e il divorzio tra teologia e la filosofia conduce al caos dogmatico e, in definitiva, al rifiuto della Rivelazione divina. Con i suoi attacchi contro le vecchie prove dell’ esistenza di Dio e contro i motivi della loro credibilità, coi quali ha posto l'accento sul dubbio metodico come l' unica strada sicura per la certezza, e con i sospetti sollevati da lui contro l'affidabilità assoluta e indubitabile della ragione umana, Descartes involontariamente apre la strada allo scetticismo e all' ateismo. Anche se il suo sistema è condannato da Roma e vietato più di una volta da Luigi XIV, è ripreso in Francia dagli Oratoriani e dalla maggior parte dei più importanti studiosi.
Lo spirito del diciottesimo secolo è nettamente sfavorevole agli ordini religiosi. I razionalisti, i frammassoni, e i sostenitori dell’ Assolutismo illuminato fanno fronte comune nella lotta contro la fondazione di nuove congregazioni e per garantire la soppressione delle confraternite religiose che erano già state fondate. In Austria, a Napoli, in Spagna, in Francia si conduce un’ assidua campagna per lo scioglimento di ordini e congregazioni , o, spesso, più realisticamente, per modificare le loro regole, al fine di rescindere il legame con Roma e di assoggettare i religiosi all’ autorità dei governanti secolari. Durante la campagna molte case religiose sono soppresse in Austria e in altri territori dell' Impero, ma la vittoria di gran lunga più importante dei sostenitori di questa campagna, è senza dubbio la soppressione della Compagnia di Gesù.
Eppure, a dispetto di ogni intenzione secolarizzatrice , gli ordini religiosi mantengono terreno, lgli uomini di chiesa continuano nel loro apostolato, gettando le basi di nuovi organismi, che sono destinati a prendere parte ad un deciso revival religioso nel XIX secolo. Uno dei più notevoli tra questi uomini di chiesa è Sant'Alfonso Maria de 'Liguori (1696-1787). Nato vicino a Napoli, dapprima si dedica alla professione di avvocato, ma ben presto l’ abbandona per donarsi totalmente a Dio, coerentemente all’ ispirazione un po’ melensa dei suoi scritti. E’ ordinato sacerdote nel 1726. Nel 1732 getta le basi di una nuova società religiosa, la Congregazione del Santissimo Redentore, che è approvata da Benedetto XIV nel 1749. Dopo aver rifiutato vari onori fu costretto ad accettare il Vescovado di sant' Agata dei Goti nel 1762, da cui si ritirò nel 1775 per dedicarsi alla preghiera e alla composizione trattati spirituali che gli riservano un posto importante non solo, semplicemente, come teologo morale, ma come maestro di vita ascetica. Nel 1744 pubblica le sue Note sulla Teologia Morale di Busenbaum, che costituisce la base della sua Theologia Moralis pubblicata nel 1753-55, e che vede nove edizioni nel corso della vita dell’ autore. E’ dichiarato Venerabile nel 1796 da Pio VI, canonizzato nel 1839 da Gregorio XVI, infine, riconosciuto come Dottore della Chiesa da Pio IX nel 1871, significativamente all’ indomani della presa di Roma.
La Congregazione del Santissimo Redentore (Redentoristi) è stata fondata da Alfonso Maria de’ Liguori a Scala, vicino Amalfi, nel regno di Napoli (1732), ed è stata approvata nel
I Passionisti (La Congregazione dei Chierici Scalzi della Santissima Croce e Passione di Nostro Signore Gesù Cristo: un nome lungo lungo che manco la Wertmüller) sono stati fondati da san Paolo della Croce (1694-1775). Questi nasce a Ovada, vicino a Genova, è ordinato da Benedetto XIII nel 1727, che allo stesso tempo concede la sua approvazione delle regole elaborate per la nuova società. Fonda la sua prima casa ad Argentaro e, quindi, procede alla fondazione della Congregazione dei Passionisti. La nuova società ha ricevuto la sanzione formale e l'approvazione di Clemente XIV nel 1769 e di Pio VI (1775). Prima della morte del fondatore, diverse case sono istituite in Italia, rimpiazzando quelle abolite durante le soppressioni seguite il propagarsi dell’ onda lunga della Rivoluzione Francese nella penisola . La congregazione è, tuttavia, ricostituita da Pio VII (1814), e si diffonde rapidamente in Europa, negli Stati Uniti, in Sud America. La prima casa dei Passionisti in Inghilterra è istituita dal celebre Padre Domenico a Aston Hall nello Staffordshire (1842), e la prima casa in Irlanda è stato aperta presso Mount Argus nel 1856.
Un altro oratoriano francese del periodo, Bernard Lamy (1640-1715), tratta il tema dell’ introduzione alle Scritture nei suoi due libri Apparatus ad Biblia Sacra (1687) e Apparatus Biblicus (1696) . Come professore di filosofia Lamy aveva già suscitato una forte opposizione, a causa del suo evidente orientamento verso il cartesianismo, né incontrarono migliore accoglienza i suoi studi sulle Scritture. Egli contesta il carattere storico delle narrazioni contenute nei libri di Tobia e di Giuditta, sostenendo che , nonostante i decreti del Concilio di Trento vadano in direzione contraria, debba essere attribuita meno autorità ai libri biblici di tradizione deuterocanonica, rispetto a quelli di tradizione protocanonica. Tra i principali commentatori delle Sacre Scritture dell’ epoca figurano Le Maistre de Saci († 1684), un giansenista, che pubblica la traduzione del Vecchio e Nuovo Testamento. La sua traduzione dei Vangeli sarà poi messa all’ Indice; Piconio (Henri de Picquigny , 1633-1709 ) , un cappuccino
In nessun ambito della scienza teologica si registrano maggiori progressi nel corso dei secoli XVII e XVIII che in quello della storia ecclesiastica e della teologia storica . Ciò è dovuto in gran parte al lavoro e all'esempio dei Benedettini di Saint Maur. Uomini come Luc d'Achery (1609-1685), Stephen Baluze (1630-1718), Jean Mabillon (1632-1704), Edmond Martène (1654-1739), Théodore Ruinart (1657-1709), Ludovico Antonio Muratori (1672-1750), Dom Martin Bouquet (1685-1754), il gesuita Jean Hardouin, (1646-1729), Domenico Mansi (1692-1769), e gli orientalisti Giuseppe Simeone Assemani (1687-1768) e il fratello Luigi Giuseppe (1710-82) gettano le basi della moderna ricerca storica, per la loro corretta pubblicazione di edizioni di scrittori tardoantichi e altomedievali e dei decreti dei vari concili generali, nazionali e provinciali, così come risulta esemplare l’ uso delle fonti storiche impiegate per le loro dissertazioni accademiche . Oltre alla pubblicazione di raccolte di fonti originali, opere come
Alcune delle figure più note e autorevoli nell’ ambito del diritto canonico nel corso del XVII e XVIII secolo sono Benedetto XIV, (1675-1758) - molti suoi trattati sono considerati imprescindibili punti di riferimento anche dai canonisti a noi contemporanei; Ernricus (sì, si scrive così) Pirhing (1606-1679), gesuita, professore a Dillingen e Ingolstadt, ben noto come teologo e canonista; Johann Georg Reiffenstuel (1641-1703), francescano bavarese, per qualche tempo professore a Freising, autore di numerose opere teologiche e ineguagliabile canonista ai suoi tempi; Zeger Bernhard van Espen (1649-1728) professore all'Università di Lovanio, forte sostenitore del gallicanesimo e del giansenismo, la cui grande opera Jus Canonicum Universum è segnata dalle inclinazioni filogallicane dell’ autore; Francis Xavier Schmalzgrueber (1663-1735), un gesuita bavarese, professore di Diritto Canonico a Ingolstadt e a Dillingen, che oltre a trattati su temi quali i processi canonici , la disciplina del sacramento del matrimonio e del clero secolare e regolare, pubblica un lavoro che copre ogni argomento del diritto canonico, lo Jus Eccl. Universum (un altro, questo patre pavarese, con del gran tempo da perdere) ; infine, ultimo ma non meno importante, l'italiano Lucio Ferraris († 1763), il cui Prompta Bibliotheca Canonica gode di grandissima fortuna editoriale dopo la morte dell’ autore: l’ ultima edizione di questa opera sarà addirittura stampata nel 1899.
Nell’ ambito della predicazione, la palma è indubbiamente detenuta dalla chiesa francese . Jacques-Bénigne Bossuet (1627 - 1704), a buon titolo il più grande dei predicatori francesi, è figlio di un avvocato di Digione. Fin dalla sua prima giovinezza si mette in luce per la sua notevole padronanza del testo sacro e degli autori classici. Studia all’ università di Parigi, e dopo essere rimasto due anni sotto la guida spirituale di san Vincenzo de’ Paoli, è ordinato sacerdote nel 1662. Fa ritorno a Metz, nella cui cattedrale aveva precedentemente detenuto un canonicato, e dove la sua abilità come predicatore e polemista attira presto l'attenzione. E’ nominato precettore del Delfino di Francia, ufficio che ricopre dal 1670 al 1681, quando è consacrato vescovo di Meaux. Come vescovo partecipa alla Assemblea del Clero francese negli anni 1681-82; nonostante non sia come molti suoi contemporanei uno strenuo difensore delle teorie gallicane, è generalmente accreditato come l’ autore della famosa Dichiarazione del Clero, nota per essere la raccolta degli articoli fondativi della chiesa gallicana. Su invito di Luigi XIV compone un trattato in difesa di questi articoli,
Fénelon (1651-1715), il grande contemporaneo e rivale di Bossuet, è inviato da giovane a formarsi nelle università di Cahors e di Parigi. In seguito, fa ritorno al seminario di Saint Sulpice, all’ epoca presieduto da M. Tronson, ai cui consigli saggi e prudenti il futuro arcivescovo di Cambrai sarà sempre profondamente debitore. Dopo la revoca dell'Editto di Nantes è inviato a predicare agli ugonotti, sui quali la gentilezza di Fénelon esercita una impressione molto più duratura e favorevole che non il ricorso alla violenza da parte di alcuni dei funzionari inviati da Luigi XIV. Successivamente è nominato precettore del Duca di Borgogna, nipote di Luigi XIV, per la cui istruzione ha composto le Fables, il Telemaque, e, a coronamento della sua opera di guida spirituale, è nominato Arcivescovo di Cambrai (1695). Non fa in tempo a godersi questo onore che è coinvolto in una controversia sul Quietismo, controversia che gli costa l'amicizia di Bossuet e il patrocinio di Luigi XIV, dal quale è bandito dalla corte francese. Ma Fénelon trova a Cambrai molti motivi di consolazione per ciò che ha dovuto lasciare a Parigi. E’ un modello di vescovo nel senso letterale del termine: si degna di muovere il culo e di visitare regolarmente le parrocchie, predica nella cattedrale e in tutta la diocesi, registrando sempre un' ottima audience, è affabile e sempre disponibile nei confronti di chi lo avvicina, indipendentemente dagli omaggi che gli rende o dalle regalìe che ne può ricevere. A differenza di Bossuet , non si è mai cagato in mano al pensiero di parlare apertis verbis contro il giansenismo e il gallicanesimo. Come predicatore e maestro di stile per la storia della letteratura francese è inferiore a Bossuet, ma come uomo e come vescovo, è, a mio avviso, incomparabilmente superiore. In aggiunta ai suoi lavori su questioni politiche e letterarie, Fénelon scrive diffusamente di teologia, di filosofia e sulla vita spirituale.
Il grande rilancio teologico iniziato col Concilio di Trento, e che si è fatto sentire nei paesi cattolici, si spegne molto gradualmente, seguito nel XVIII secolo da un periodo di declino. Studiosi come Bellarmino, De Lugo, e Suarez scompaiono senza lasciare dietro di loro nessuno all’ altezza della loro raffinata cultura teologica. Fatta eccezione per il settore della storia ecclesiastica e di tutta la teologia storica la tendenza è quella di un generale recesso della teologia, a favore della filologia biblica e della critica testuale.
Le cause principali che hanno spianato la strada a questo recesso della teologia dogmatica, o, meglio, normativa, sono state la diffusione del Giansenismo, delle dottrine gallicane, che hanno implicato un enorme impiego di energie nella controversistica, il ritiro di molti studiosi ecclesiastici, divenuti monaci o abbraccianti le professioni liberali nel secolo, la soppressione della Compagnia di Gesù e, prima ancora, il rifiuto della Scolastica a favore del sistema filosofico Cartesiano o di quello della scuola tedesca di Leibniz-Wolf .
All’ affermazione della scuola razionalista in Francia, minacciante gli stessi fondamenti del cattolicesimo, risponde l'attività di un nuovo gruppo di apologeti, che fanno per il cattolicesimo del XVIII secolo quello che era stato fatto, in epoca tardoantica, da uomini come Giustino Martire e Lattanzio contro i filosofi pagani. Anche se non sono mancati lavori di grande erudizione, pochi di essi hanno il fascino letterario e l’ interesse delle opere dei nuovi “nemici della religione”, limitandosi ad essere pipponi pletorici che nemmeno questi post. I principali apologeti in Francia in questo periodo sono Huet († 1721), Sommier († 1737), l'oratoriano Houteville († 1742), il gesuita Baltius, († 1743), Bullet, professore presso l'Università di Besançon († 1775), Bergier, uno dei più illustri allievi di Bullet, († 1790), Guenée († 1803), l'avversario in grado di tenere testa ad uno stronzo schiavista come Voltaire, e Feller, un altro gesuita († 1802), i cui Catechismo filosofico e Dizionario Storico hanno goduto di una diffusa popolarità a lungo, dopo la scomparsa dell’ autore.
Nella teologia dogmatica i principali rappresentanti della scuola tomista sono senza dubbio Vincenzo Ludovico Gotti (1664-1742) e Charles René Billuart (1685-1757). Il primo di questi è nato a Bologna, è entrato nel noviziato dei Domenicani in tenera età, è stato l'autore di numerose opere polemiche dirette contro i luterani e i calvinisti . E' creato cardinale nel 1728 da Benedetto XIII. In considerazione della sua cultura, della sua prudenza, e della sua condotta di vita esemplare esercita una notevole influenza all'interno del suo ordine sia in Francia che nel resto d’ Europa, tanto che nel conclave del 1740 (che vede l’ elezione al soglio pontificio di un altro bolognese, Prospero Lambertini, come Benedetto XIV) la sua elezione al papato è favorita da un nutrito gruppo di colleghi ed è trombato per pochissimi voti. L’ opera principale del card. Gotti è il commento a San Tommaso, intitolato Scholastico-Theologia Dogmatica iuxta mentem D. Thomae (1727 - 1735).
Billuart è nato nelle Ardenne, in Belgio, e il completamento dei suoi studi classici si compie nel noviziato del convento domenicano di Lille. Negli anni durante i quali ricopre diverse posizioni di prestigio culturale nelle case domenicane belghe, le sue abilità di scrittore, professore e predicatore, attirano così tanto l'attenzione che, su richiesta dei colleghi di Billuart a Douai, il generale dell’ ordine decide di impegnarlo nella preparazione di un commento esaustivo e autorevole sulla Summa di San Tommaso. Dopo cinque anni di smonamento sulla Scolastica, completa l'edizione, pubblicata a Liegi in diciannove volumi , dal 1746 al 1751. Se ne stampa un compendio nel 1754.
Il più noto e abile esponente del sistema teologico di Duns Scotus è Claude Frassen (1621-1711). Nato a Peronne, entra nei Francescani ed è inviato a Parigi, dove insegna teologia per diversi anni anni. La sua grande opera è lo Scoto academicus, (Scoto for dummies) un commento o una spiegazione teologica del sistema di Duns Scotus. Sia per merito dell’ esposizione fedele del pensiero di Scoto che dell' ottimo metodo e dello stile leggibile in cui è composto, questo lavoro ha goduto e gode di una notevole reputazione. Tanto che persino i preti post-Vat II e non bene a prova di latino riescono a leggerlo. Tra i teologi della scuola agostiniana i due più noti sono Lorenzo Berti (1696 - 1766) il cui De theologiae disciplinis (1739-45) lo conduce ad una imputazione per giansenismo, da cui l' autore è prosciolto dal verdetto di Benedetto XIV e il cardinale Norris (1631-1704), per lungo tempo professore di storia ecclesiastica presso l' Università di Padova. Contro la sua opera,
Le infinite polemiche a cui ha dato luogo la diffusione del giansenismo avevano appannato la reputazione della Sorbona. Il più grande rappresentante di questo centro di formazione teologica del periodo è Honoré Tournely, saldo avversario del giansenismo ,
Sebbene Billuart , come molti dei suoi contemporanei, seguendo le orme di san Tommaso, si occupi sia di teologia dogmatica che di teologia morale, si afferma la tendenza a considerare quest' ultima come un servizio distinto e a dedicare attenzione a ciò che può essere definito il lato “casuistico-morale” della teologia. In una certa misura, almeno nei manuali destinati ad uso del clero, tale metodo è reso necessario dalla maggiore frequenza e dalla maggiore accuratezza delle confessioni. Ciò fornisce tuttavia una possibile spiegazione alla diffusione rapida, a livello della élite, del Giansenismo, che considera questo metodo un degrado della teologia, implicante uno iato tra religione e casuistica e il “ritorno” ad un farisaico cavillare. Strettamente connessa all' opposizione al nuovo metodo adottato dai teologi morali è stata la polemica sul Probabilismo, che divide le scuole durante la maggior parte dei secoli XVII e XVIII. Nella soluzione pratica di dubbi di coscienza, la soluzione offerta dal Probabilismo era stata applicata per secoli, ma è solo verso la fine del sedicesimo secolo che il principio è formulato definitivamente dal domenicano De Medina. E ' immediatamente accolto dalla quasi totalità dei gesuiti (figurarsi...!), così come da quasi tutti gli autori di teologia morale. I giansenisti, tuttavia, nel loro desiderio di nuocere alla reputazione dei loro avversari gesuiti , li accusano di aver introdotto questo nuovo sistema di lassismo morale, con l' obiettivo di offrire comode assoluzione anche alle porcate più arrapanti -per il confessore, che si autocompiaceva nel sentirsele narrare- della loro clientela devozionale. Questa accusa ha fatto breccia nell’ immaginario collettivo popolare: tanto che, per definire atteggiamenti di lassismo e doppiezza morale si parla ancora di “gesuitismo”, e ha contribuito a creare, per un certo periodo di tempo, specie in seguito, nel corso del XVIII sec., una percezione diffusa nettamente sfavorevole alla Compagnia di Gesù. La condanna del Probabilismo da parte dell’ Università di Lovanio nel 1655 e il clamore sollevato contro la casuistica da parte dei bacchettoni della fazione rigorista porta la maggior parte degli ordini religiosi e il clero di abbandonare le pratiche più “relativiste”, dal punto di vista morale. Due episodi che hanno avuto luogo poco dopo contribuiscono a rafforzare il partito antiprobabilista. Uno di questi è la condanna da parte della Santa Sede di alcuni principi molto lassisti avanzati da alcuni teologi che si erano definiti, nel 1679, come probabilisti; l'altro è la decisione presa da Innocenzo XI nel caso della difesa del Probabilismo, scritta da Thyrsus Gonzalez (1624-1705) in seguito generale dei Gesuiti. I suoi superiori gli aveva rifiutato l'autorizzazione a pubblicare il suo lavoro; mediante il ricorso al Papa tale divieto, nel 1680, decade. E non c'è da meravigliarsi: quel sant' uomo dell' Odescalchi era sanamente pragmatico. Pur di metterla nel culo a Luigi XIV, qualche anno dopo, mentre da una parte spedirà le sue truppe a Vienna a combattere contro il Turco, dall' altra finanzierà di nascosto le imprese militari del principe protestante Guglielmo d' Orange. Qualcuno in Vaticano, probabilmente non ha gradito. E ha reso ricca una bella ragazza dai capelli rossi di Pedaso, e il di lei consorte, un tipo buffo con gli occhialetti alla Camillo Benso. Questa però è un' altra storia.
Ma se il Papa ha certamente favorito il Probabilismo, non è chiaro se la sua decisione determini un avallo concreto di questa dottrina. La condanna emessa da Alessandro VIII nel 1690 infligge un duro colpo al rigorismo. Infine, nel secolo successivo, gli scritti di sant’ Alfonso de’ Liguori (presente? Quel core napulitano autore di quell' assalto iperglicemico chiamato Tu scendi dalle stelle... ) , pongono fine agli estremismi in entrambe le dottrine.
Tra i grandi teologi del tempo vi sono i Gesuiti Lacroix (1652-1714), Paul Antoine Gabriel (1679-1743) professore presso il Collegio dei Gesuiti di Pont-à-Mousson, Billuart (1685-1757), Eusebio Amort (1692-1775), e il Salmanticenses, il gesuita autore della serie sulla teologia morale iniziata a Salamanca nel 1665 . Ma l’ autore di teologia morale di gran lunga più notevole nel corso del diciottesimo secolo è s. Alfonso de ' Liguori (1697-1787), fondatore dei Redentoristi. Un sant’ uomo, uno studioso, un pragmatico e un missionario, con una lunga e variegata esperienza nella cura delle anime, egli comprende meglio della maggior parte dei suoi contemporanei come tenere una posizione equilibrata fra rigorismo e lassismo. Anche se il suo punto di vista è stato criticato severamente (in particolare, la sua predilezione verso gli eccessi devozionali ricchi di effusione emotiva, ma poveri di sostanza teologica e dottrinale) i suoi scritti teologici a suo tempo hanno trovato il favore della grande maggioranza dei teologi e la loro approvazione da parte della Chiesa ha contribuito a porre fine alla corrente rigorista, che è rimasta attiva, sebbene carsicamente, anche dopo che l’ origine giansenista delle posizioni più estreme era stata dimenticata.
La diffusione di teorie razionaliste o indifferentiste non mancano di indebolire la reverenza per la Bibbia che era stata inculcata dai primi riformatori come unica fonte della rivelazione di Dio agli uomini. Prendendo le mosse dal principio luterano del libero esame, altri riformatori, indipendentemente dalla loro ispirazione e infallibilità, rivendicano di sottoporre le Scritture all'autorità della ragione umana. Fausto Socini (1539 - 1604), uno dei fondatori della setta sociniana, (ma va' ?!) , insiste sul fatto che tutto ciò che nelle Scritture che sembra contrario alla ragione non avrebbe potuto venire da Dio, e dovrebbe essere eliminato. Per un po ' di tempo, mentre il fervore religioso è al suo apice, sia i luterani che i calvinisti si attengono saldamente ai loro formulari religiosi e rifiutano di accettare le opinioni dei Socini sulle Scritture. Ma una volta che la religione dogmatica è assaltata da parte della nuova scuola filosofico-razionalista in Inghilterra, Germania, Francia la strada è spianata per l' accettazione di opinioni più liberali. Da un lato, molti eterodossi si appuntano a sottolineare gli errori e le incongruenze della Bibbia, come prova che non avrebbero potuto venire da Dio, mentre, dall'altro, molti studiosi protestanti, pur attenendosi ancora alla teoria della rivelazione divina, cercarono di eliminare da essa il soprannaturale senza rifiutare apertamente l'autorità delle Scritture.
È con questo disegno che Jacob Semler (1725-91) ha formulato la Teoria dell’ adattamento, in base alla quale Cristo e gli Apostoli hanno adattato le loro azioni e la loro lingua ai concetti erronei prevalente tra gli ebrei del loro tempo, e per questo motivo tutto ciò che, nel testo biblico, si spinge ai margini del misterioso e dell’ incongruità, dovrebbe essere affrontato con una semplice rinuncia alla superstizione, sorpassata perché risalente ai tempi della predicazione di Cristo . Un altro metodo per arrivare a una conclusione simile a quella di Semler, è adottato da Kant, che sosteneva che la Bibbia è stata scritta solo per inculcare la morale e per rafforzare il senso morale nell’ umanità, e che tutto ciò che viene registrato in essa deve essere interpretato dalla ragione alla luce dell'oggetto che i suoi autori avevano in vista.
Con teorie liberali così bene argomentate sull’ autorità e sull’ ispirazione delle Scritture nell’ aria, è quasi impossibile che gli esegeti cattolici possano sfuggire a queste influenze. Uno degli esegeti cattolici più capaci dell’ epoca, l’ oratoriano francese Richard Simon (1638-1712), è accusato dai suoi contemporanei di avere un approccio troppo razionalista nelle sue teorie di interpretazione scritturale. E’ un uomo che ha studiato a fondo le lingue bibliche ed è perfettamente in grado di ponderare le difficoltà storiche e letterarie che potrebbero essere sollevate, come obiezione contro l' ispirazione e la infallibilità dell' Antico Testamento. Egli sostiene che la Bibbia è una produzione letteraria, e che, come tale, deve essere interpretata sulla base delle idee e dei metodi di composizione prevalenti nel paese o nel momento in cui i vari libri sono stati scritti. Le sue opinioni sono contenute nella sua Histoire Critique de Vieux Testament (1678) e nella sua Histoire Critique de Texte du Nouveau Testament (1689), entrambe le quali, anche se senza dubbio sono tra i lavori che hanno notevolmente influenzato lo studio delle Scritture da parte cattolica, rivoluzionandoli, a partire dal momento della loro pubblicazione in Olanda, sono severamente criticate , e sono condannate dalla Congregazione dell’ Indice.
Grazie Gasparri. Sei più comico tu di un qualsiasi Marcoré che ti possa imitare.
Vorrei tornare su Waltz With Bashir con una disamina più approfondita delle mie posizioni, anche a seguito di alcuni commenti particolarmente risentiti a riguardo.
Come rappresentazione della futilità della guerra e della confusione, del terrore e dell’ abbrutimento di coloro che vi prendono parte , Waltz With Bashir è un grande esempio di genere. Ciò è dovuto in parte al racconto, in cui il protagonista fa un viaggio per recuperare i suoi inaccessibili ricordi di guerra.
L’ effetto è rafforzato anche dall'uso di un’ animazione sofisticata, allucinatoria, che contribuisce a fornire un ritratto fresco e assieme impressionante di ragazzi in guerra. (A titolo personale mi ha colpito per il fatto che molti dei soldati fossero, nel 1982, più giovani di me, e altrettanto giovani di una controparte terrorizzata).
Il film esplora la natura della memoria e come evitare la dissonanza cognitiva data dal reprimere e dal censurare psicologicamente azioni ed eventi che non sono in linea con il modo di vedere noi stessi. Così il nostro protagonista, stimolato da un ex-commilitone nell’ emersione della propria memoria in forma di incubi, cerca di scoprire gli eventi che l’ hanno cancellata.
Fin qui tutto bene, e la questione un poco fumosa del modo in cui abbia intrapreso questa compositio memoriae, approcciata attraverso interviste, è ben compensata dai sogni presentati in lunghe e suggestive sequenze di flashback.
Tuttavia, a causa di quella che sembra essere una tenace aderenza alla sua esperienza personale, il regista Folman manca l'opportunità di imprimere una svolta al film verso qualcosa di più grande, di tracciare un parallelo tra il proprio atteggiamento evitante di una scomoda verità e quello del suo paese, Israele, che non riesce ad affrontare a livello politico e collettivo una verità altrettanto scottante: chi un tempo era vittima si è trasformato in carnefice. Questo atteggiamento mentale si è consolidato, nel tempo, attorno ad un’ omissione , non è chiaro se deliberata o inconscia : guardare ai fatti troppo da vicino sarebbe stato davvero troppo da sopportare, anche per un regista che ha avuto il coraggio di affrontare un argomento che è stato finora una macchia inesplorata sulla coscienza nazionale. E le omissioni sono tante, nella sceneggiatura: concretamente quelle riguardanti episodi che, se fossero stati inseriti attraverso una migliore mise en scène, avrebbero facilmente fatto stabilire allo spettatore connessioni personali senza esagerare nel ricorso all'allegoria.
Per esempio il famoso assedio di Beirut precedente il massacro è appena menzionato. Tre mesi di intensi bombardamenti israeliani che, secondo le Nazioni Unite, hanno ucciso settemila persone e ferite ottantamila, l'80% delle quali erano civili. I numeri degli uccisi nell’ assedio di Beirut sono circa due volte la più grande stima dell’ ammontare delle vittime dell’ eccidio di Sabra e Shatila, compiuto dai Falangisti, con l’ avallo di Tsahal.
Di per sé, sarebbe un’ interessante domanda chiedersi se le uccisioni effettuate da parte dell’ esercito regolare di uno Stato siano meno odiose di quelli perpetrate da una falange armata e accecata dall’ odio. Purtroppo, allora non vi è stata alcuna possibilità di porsela.
C’ è più di una mancata contestualizzazione degli eventi: al tempo dell’ uccisione di Bashir Gemayel, l'OLP era già salpata da Beirut sotto la supervisione di una forza multinazionale, lasciando poca resistenza attiva in a città (fatta eccezione rispetto a quella formata da gruppi della sinistra libanese), e nessuna nei campi. Il film dà l'impressione che siano stati i Palestinesi ad uccidere Gemayel , una impossibilità logistica. (Mi risulta siano stati ambienti maroniti di sinistra, cioè... "nazional-socialisti", che in Libano figurano essere di sinistra per il fatto di opporsi alla falange. Così mi dice Falecius, che ringrazio). L’ intento dei Falangisti non era la vendetta - senza dubbio sono stati alimentati e rinfocolati nel loro odio, oltre che da droga e alcol, dalla morte di Gemayel -, ma il loro esasperato e inutile intento è stato sempre quello di ottenere un Libano ad egemonia maronita , ed ecco la scomoda e taciuta la verità . Si è trattato di un intento di cui Israele era ben consapevole e da cui ha tratto il massimo vantaggio. I Falangisti pensavano di stare lottando per difendere la propria comunità minacciata dalla distruzione. Propaganda, ovviamente. Ma la sinistra libanese all' epoca agitava questo spettro in maniera piuttosto truculenta. Avete presente Damour? E' un interessante thread che il film evita di approfondire , e né Folman coglie l’ironia del fatto che la Falange (alleata di Israele durante l'invasione) sia stata creata dal nonno di Bashir Gemayel dopo una visita di ispirazione nella Germania nazista.
Poi c'è il massacro stesso. La ricerca di base rivela questi fatti: una riunione antecedente il massacro tra il comandante delle forze israeliane a Beirut e il capo delle forze falangiste ha avuto luogo, a condizione che Israele fornisse le foto aeree dei campi e con la decisione di provvedere ad un sostegno logistico, ignorando deliberatamente ciò che sapeva benissimo i falangisti fossero in grado di fare. Anche se la sede del comando israeliano che sorvegliava il campo è stata citata nel film, il fatto che vi sia stato stato un ufficiale di collegamento della Falange è stato passato sotto silenzio. In contatto con la milizia nel campo, non ha lasciato agli ufficiali dell’ intelligence israeliana alcun dubbio su ciò che stava succedendo. Sotto gli ordini, i soldati israeliani hanno ripetutamente ricondotto e sedato i civili nei campi , ignorando le loro esortazioni e le loro suppliche sul fatto che li stessero massacrando e violentando. (Dal punto di vista drammaturgico, esplicitare questo episodio avrebbe fornito un esempio molto più potente di colpevolezza individuale del protagonista rispetto al fatto di essere lì mentre si stavano sparando i razzi, come mostrato nel film. Questo momento di rivelazione risulta indebolito a causa dell’ autobiografismo troppo spinto del regista.) Molti soldati di Tsahal hanno riferito che cosa stava succedendo a loro superiori, a tutti è stato detto di non preoccuparsi. Sebbene un episodio inerente a questo atteggiamento è stato mostrato nel film, la cecità volontaria e collettiva del comando israeliano sul massacro è stato sottovalutata. Infine, e cosa forse più importante, il fatto che sia l’esercito israeliano che i servizi di intelligence controllassero (e fossero presenti all’ interno di esso) lo stadio in cui camion carichi di residenti del campo siano stati condotti per essere processati, è stato inoltre deliberatamente lasciato fuori dalla narrazione filmica.
Tutte queste omissioni servono ad annacquare la percezione del ruolo di Israele nella vicenda, e il risultato è un cattivo servizio reso allo spettatore da Folman, che ha lasciato troppe cose non dette.
Dopo aver detto che Waltz with Bashir è comunque un film importante e di straordinaria potenza evocativa, per una serie di ragioni, di cui certo non è la meno importante il concedere alle vittime un certo riconoscimento , ma anche perché, si ammette, sebbene implicitamente e peritosamente, che ci siano state certe persone nel comando israeliano che hanno fatto accadere fatti gravissimi.
C’è sempre l’opzione che un israeliano si fermi un attimo a riflettere e si chieda 'Che cosa stavamo facendo, allora?' Nessun altro può farlo per loro.
Si deve rendere merito a Folman di aver compiuto il passo coraggioso, necessario ma non ancora sufficiente, di mettersi davanti allo specchio delle proprie responsabilità. Ciò che Folman non ha fatto fino in fondo, è stato avere la forza e l’onestà di sostenerne a lungo la vista, e di esaminarcisi molto profondamente.
DISCLAIMER: m'è venuto un pippone lunghissimo, con le note e un sacco di digressioni. Qui e qui le puntate precedenti.
La storia delle idee è fatta di dibattiti. Ci sono state alcune grandi controversie, più o meno famose, che hanno costruito la storia del pensiero. Gente stracazzuta che litigava per un sacco di tempo su delle fottute iota, producendo nel frattempo dei capolavori del pensiero, o delle cagate pazzesche se girava male.
Alcune di queste controversie sono famose: le peggiori di tutte erano i concili ecumenici, che notoriamente non hanno mai conciliato uno stracazzo; in effetti, quasi tutti i concili terminavano con una minoranza arrabbiata che non era stata invitata al Concilio, o era stata fregata: ad esempio convocare un concilio d'inverno voleva dire che gli Armeni, anche se avessero avuto due secondi di tregua dalla loro lunga e mortale guerra d'indipendenza contro i persiani, avevano i valichi chiusi e non potevano scendere a Calcedonia a discutere della natura e volontà del Cristo e del Padre.
Inoltre i concili li convocava l'imperatore bizantino, che tendeva a seccarsi se non finivano come diceva lui. Ad ogni modo, quasi tutti i concili hanno provocato scismi, scomuniche, incazzature e la costituzione di chiese separate come quelle copta, armena, siriaca, assira, maronita (poi reintegrata nella comunione con Roma) ed ariana (estinta). Questo solo nei primi secoli. Dopo, c'è la divisione tra Roma e le chiese greche, poi c'è tutta la storia particolare dei melkiti in Palestina (oggi divisi tra quelli in comunione con Roma e quelli in comunione con Costantinopoli) che si propongono come chiesa nazionale araba, ci sono i "cristiani di San Tommaso" (originariamente legati alla Chiesa assira) in India, tutta la sequela delle eresie medievali, lo scisma Hussita col concilio di Costanza, infine c'è la Riforma con tutto il grande casino che ne segue, infine col concilio Vaticano I si separano da Roma i Vetero-Cattolici (che mi stanno particolarmente simpatici, anche se flirtano troppo con gli anglicani) e col Vaticano II tutta una galassia complicatissima di cattolici conservatori, sedevacantisti, lefebvriani (con lo scisma rientrato in maniera stranissima di recente), e altri eretici e strani personaggi vari, alcuni simpatici, altri decisamente meno.
Meno noti sono altri tipi di controversia intellettuale.
La disputa tra San Tommaso e gli averroisti parigini, o quella tra San Bernardo di Chiaravalle e Pietro Abelardo, per fare due esempi dell'Europa medievale. Più avanti nel tempo, credo che due discussioni in particolare siano state significative per la formazione della coscienza culturale europea moderna.
Entrambe ebbero luogo alla fine del Seicento ed ebbero per protagonista Jacques Bossuet, vescovo cattolico di Meaux, precettore del Delfino di Francia e consigliere di Luigi XIV, inspiratore, tra le altre cose, della revoca dell'Editto di Nantes, quello che garantiva la tolleranza religiosa ai calvinisti in Francia; la diaspora calvinista portò odio imperituro al Re Sole, idee e cultura francesi, nelle terre del suo esilio: Svizzera, Prussia, ma soprattutto Inghilterra, Olanda e Città del Capo (è per questo che tra gli Afrikaner attuali si trovano ancora molti cognomi francesi). Questi esuli tradussero la letteratura e la filosofia inglese in francese, così che l'Europa potesse leggerle, in un tempo in cui l'inglese non lo conosceva quasi nessun continentale. E la filosofia inglese del tempo voleva dire un personaggio insignificante come John Locke, per dire.
L'odio che portarono per l'assolutismo del Re Cristianissimo fu benzina per il fuoco della Rivoluzione Gloriosa e della successiva Guerra dei Nove Anni*, un evento che dovreste conoscere meglio.
Eppure, dopo la revoca dell'editto, nel bel mezzo della guerra in cui gli Stati tedeschi combattevano contro la Francia, un luterano, e nientemeno che Leibniz**, allora al servizio dell'Elettore di Hannover (cattolico, ma sovrano di una popolazione protestante) tentò di riallacciare i rapporti con Bossuet e intessé con lui una corrispondenza, con un obiettivo ambizioso: la riunificazione delle Chiese. Erano le migliori menti disponibili nei due campi, o quasi, e si impgnarono a fondo.
Il tentativo non fallì per i clamori della guerra e della politica, ma perché Leibniz non poteva cedere sul libero esame, né Bossuet sul libero arbitrio. Che Dio renda merito ad entrambi, perché il mondo sarebbe un posto peggiore se una delle due idee avesse perso***. Bossuet non capiva come ci si potesse accostare alla Scrittura senza la mediazione della tradizione e dell'autorità della Chiesa. In questo senso, si può dire che quell'epoca vide la fine del principio d'autorità come fondamento della validità della conoscenza****, e la discussione Leibniz/Bossuet ne sia stato uno dei segni.
La seconda controversia fu più spietata, più interessante, per me, e più significativa per la storia del pensiero moderno: anche qui, la faccenda era in buona parte religiosa.
Tuttavia, il rivale di Bossuet è uno che se non avete fatto studi specifici non avrete mai sentito nominare: si chiamava Richard Simon, ed era un oratoriano della Piccardia al tempo di Luigi XIV.
Richard Simon è l'uomo che ha creato il metodo storico-critico della Bibbia, cioè l'uomo a cui più di ogni altro dobbiamo la possibilità affrontare il testo sacro come un testo.
Mi dispiace per quei protestanti (un volta in inglese erano detti fundamentalists) che ancora non ci sono arrivati, ma noialtri cattolici questa faccenda l'abbiamo digerita abbastanza. All'epoca fu un trauma, naturalmente. I libri di Simon finirono all'Indice e furono bruciati in Francia. Per stamparli dovette rivolgersi agli odiati eretici olandesi, gli stessi il cui atteggiamento verso la Scrittura Simon voleva contestare nel suo lavoro.
Bossuet stava andando via di testa quando seppe che la censura di Stato francese aveva dato il permesso di pubblicare il primo lavoro di Simon in Francia, la Critica del Vecchio Testamento. Quella pubblicazione costò a Simon l'espulsione dal suo Ordine.
Il cattolicesimo non voleva sentir parlare di "critica del testo" in rapporto alle Scritture. Curiosamente, furono i protestanti i primi a seguire Simon (va detto però che Simon aveva cominciato ad occuparsi del problema dopo aver letto Spinoza, che per alcuni aspetti voleva confutare).
Simon non accettò mai che le sue tesi fossero eretiche. Anzi, le vedeva come una prova a favore della cattolicesimo e una confutazione delle idee protestanti sul libero esame della Scrittura. Lottò con la convinzione e la testardaggine di chi credeva di essere nel giusto. E sappiamo che nel complesso lo era. Bossuet lottò con altrettanto accanimento contro quello che riteneva un pericolo spaventoso. Per salvare la Tradizione, si sminuiva la Scrittura. Inammissibile!
Anche in quella occasione, Bossuet alla lunga perse. Nemmeno il cattolico più conservatore, oggi, ammette che tutto il Pentateuco sia opera di Mosé senza nessun tipo di modifica o interpolazione posteriore. E tuttavia aveva avuto ragione. Dall'opera di Simon, e contro le stesse intenzioni dell'oratoriano, l'autorevolezza della Scrittura ne uscì scossa e, alla fine, quasi distrutta.
E' da questi dibattiti seicenteschi che emerge la coscienza intellettuale moderna, che ci porta a leggere altri e diverse vicende in termini di conflitti tra Ragione e Tradizione, tra Rivelazione e Filosofia*****.
Un dibattito analogo a quello Bossuet/Simon si svolse in Egitto negli anni Venti del secolo scorso, attorno al problema dell'autenticità della poesia araba antica, con grandi intellettuali che si scontravano.
Non sempre queste questioni sono affrontate attraverso amabili discussioni da salotto o cortesi scambi di lettere. Simon pagò le conseguenze delle sue idee di persona, e sappiamo tutti cosa successe a Galileo. In anni molto più recenti, Nasr Hamid Abu Zayd ha subito un divorzio forzato dalla moglie in seguito ad uno dei processi più bizzarri della storia, perché aveva applicato al Corano strumenti di critica testuale storica che lo rendevano, agli occhi della Corte, apostata dall'Islam.
Si tratta di una aberrazione storica e religiosa prima ancora che una violazione dei diritti umani. La critica storica del testo era ammessa nell'Islam medievale, sebbene in forme ovviamente diverse da quelle usate da Abu Zayd.
L'Islam medievale ebbe i suoi dibattiti, i suoi conflitti ideali e perfino i suoi roghi di libri, esattamente come il Seicento europeo. C'erano state dispute religiose simili a quella tra libero arbitrio e libero esame di cui ho parlato. E ci fu la grande disputa che noi noi tendiamo a vedere tra fede e ragione, tra Atene e Gerusalemme. La grande disputa oppose, a distanza, di tempo e di spazio, due grandi intellettuali: al-Ghazali e Ibn Rushd, colui che conosciamo come Averroè.
* E' un evento relativamente poco conosciuto, tanto che gli storici non sono d'accordo sul nome da dargli: in passato era nota "Guerra della Lega di Augusta" e ora come "Guerra della Grande Alleanza" o anche "Guerra di successione del Palatinato". Però è storicamente piuttosto importante. Per capirci, si tratta della guerra che permise alla Rivoluzione Gloriosa inglese (1688) di sopravvivere, malgrado il diverso parere di Luigi XIV, e a scapito degli irlandesi. Non si tratta di una questione irrilevante. La Rivoluzione Gloriosa ha impedito all'Inghilterra di diventare una monarchia assoluta cattolica, e anche se tutte le persone coinvolte la percepirono come la giusta restaurazione di diritti consolidati dalla tradizione, rappresentò un momento fondamentale dell'evoluzione del liberalismo moderno. La guerra dei Nove Anni vide nascere una alleanza tra Austria, Inghilterra e Olanda che sarebbe durata in qualche forma fino al 1754 (più di 60 anni), segnò la battuta d'arresto dell'espansione francese sotto Luigi XIV, e può essere vista come l'ultima guerra di religione europea nata dalla Riforma, Irlanda esclusa. Ma è con quella guerra che in Irlanda cominciarono i guai, o meglio, che i guai assunsero la loro tipologia attuale.
** Tra le altre cose, Leibniz è stato probabilmente il primo a concepire qualcosa di lontanamente simile alla nostra cibernetica, eppure non ne parliamo poi granché.
*** Mi piacerebbe vederle entrambe nella stessa Chiesa, ma va bene anche così. Con questo, la revoca dell'Editto di Nantes provocò indicibili sofferenze e tremende ingiustizie, di cui, se c'è un Dio giusto, a Jacques Bossuet verrà chiesto conto.
**** Su questo andrebbe almeno nominato un altro esule calvinista espatriato in Olanda, Pierre Bayle, che probabilmente meriterebbe quasi tanto spazio quanto Cartesio nella storia del pensiero europeo.
Non è un caso se Diderot affermava di aver avuto "contemporanei" in quella generazione. Personalmente, trovo Bayle e i suoi contemporanei nel complesso più interessanti e più acuti di Diderot e Voltaire.
***** Nell'Ottocento, Ernest Renan riuscì a vedere questi due principi in termini di polarità razziali. Per farla semplice, lui contrappose un mondo "semitico" (ebraico ed arabo) portatore della Rivelazione e della Legge ad un mondo "ariano" che produce Logos, ragione filosofica. Si tratta di uno dei presupposti intellettuali dell'antisemitismo "scientifico", ma su questo tornerò un'altra volta.
La contrapposizione è stata posta da Leo Strauss, depurata naturalmente del suo aspetto razzista (Strauss era ebreo) nei due poli metaforici di Atene e Gerusalemme. Per l'Islam avrebbe forse più senso parlare di Alessandria e la Mecca, volendo restare in metafora.