Ho letto recentemente un articolo di Jacques Le Goff, che per chi non lo sapesse non è esattamente l'ultimo arrivato. Credo sia ritenuto il più importante storico del Medioevo europeo al mondo, o poco ci manca.
Parlava della consapevolezza che le classi intellettuali europee nel Medioevo avevano di sé stesse, e dello sviluppo dell'università.
Tra le figure di cui parlava c'era un dottore della Sorbona del tredicesimo secolo, un filosofo di nome Sigieri di Brabante. Dovreste averne sentito parlare, perché in polemica contro di lui e i suoi seguaci fu scritto un testo intitolato De unitate intellectus contra Averroistas. L'autore è un certo Tommaso d'Aquino, Santo e Dottore della Chiesa, mica cazzi.
Vabbé, ho visto gente appena uscita dai licei che era incapace di collocare San Tommaso d'Aquino nel tempo, nello spazio e nella storia della filosofia.
Sebbene sia disposto ad accettare, per puro realismo, che uno studente universitario di lettere, in Italia, nel 2009, non abbia mai sentito nemmeno per sbaglio il nome di Averroè, sinceramente ignorare San Tommaso mi sembra un po' forte.
Ad ogni modo, Sigieri, seguendo una linea di pensiero già radicata nella cultura europea latina dal tempo di Pietro Abelardo (un'altra figura che secondo me è un po' sottovalutata) rivendicava per sé e per il suo gruppo professionale una identità corporativa come corpo intellettuale almeno parzialmente laico (o comunque, non necessariamente vincolato allo stato clericale) portatore di propri valori e di una propria autocoscienza; si tratta di quella che oggi chiameremmo intelligencija, usando una parola russa. Non mi interessa discutere adesso delle caratteristiche storiche della classe intellettuale russa che la rendono così paradigmatica ed interessante, ma mi limito ad osservare che aveva qualche vaga similarità con gli intellettuali latini del Medioevo. Costoro, comunque, in mancanza di parole russe*, ne usavano una greca, per definire sé stessi come corpo intellettuale: philosophi.
Questa parola non è casuale. Viene re-introdotta nel lessico latino medievale per indicare una categoria che in passato era quasi scomparsa, e che comunque, nemmeno in epoca romana era esistita in quanto corpo professionale autonomo.
Viene reintrodotta, peraltro, insieme ai testi di Aristotele, che all'epoca di Abelardo cominciano a circolare tradotti in latino in tutta Europa.
Philosophus, vuol dire perlopiù filosofo aristotelico.
Ora, questo Aristotele arriva in Europa attraverso diverse strade, ma la principale passa per le traduzioni fatte a Toledo, su impulso dei re di Castiglia e dell'abate Pietro il Venerabile di Cluny, dall'arabo al latino.
Si dà il caso che nel mondo musulmano del tempo, si usasse la parola faylasuf (plurale falasifa) per indicare soprattutto i pensatori aristotelici e platonici, che, in quanto classe intellettuale laica, rivendicavano da tempo una propria esistenza come corpo sociale e come élite intellettuale. Va detto che nell'Islam in genere, e nell'Islam dell'epoca in particolare, un clero come quello cattolico non esiste. Esistono persone che svolgono funzioni nelle moschee, ma non hanno mai avuto uno status specifico: in particolare, niente celibato obbligatorio e nessun sacramento d'ordinazione.
Nell'Islam non è praticamente mai esistito qualcosa come un monastero, e specialmente non è mai esistito in quanto centro di elaborazione e trasmissione del pensiero; del resto non mi risulta che sia mai stato necessario.
I luoghi della produzione culturale, religiosa e filosofica dell'Islam, nell'epoca che corrisponde al nostro Medioevo, erano essenzialmente centri cittadini legati alle corti o alle moschee. A finanziarli e sponsorizzarli provvedevano perlopiù i pubblici poteri, o la popolazione tramite donazioni; in particolare esisteva (ed esiste ancora) un sistema particolare di lascito ereditario perpetuo a scopi benefici che finanziava scuole, ospedali, università, moschee, caravanserragli e ponti sulla Drina.
Invece in Europa questo tipo di attività filosofiche erano scomparsa da secoli (più o meno dall'epoca di Boezio) e comunque la Cristianità sembrava aver chiarito il proprio atteggiamento verso il pensiero filosofico scuoiando viva Ipazia con dei gusci d'ostrica**. Per cui quando un pensiero filosofico aristotelico riemerge in Europa, grazie a studiosi come Abelardo, tramite traduzioni dall'arabo, e gente come Sigieri rivendica con orgoglio lo status di philosophus, a me pare normale ipotizzare una derivazione arabo-islamica di quel tipo di orgoglio.
Le Goff non dedica a questo aspetto nemmeno una frase, ed è abbastanza sorprendente come riesca a discutere degli averroisti per varie pagine senza mai chiedersi se per caso le loro opinioni abbiano qualcosa a che fare con Averroè.
Si tratta di un atteggiamento fastidiosamente comune tra gli intellettuali di questo posto***.
Per dire, mi sono trovato a leggere un articolo di una nota studiosa di letterature comparate secondo cui testi celtici alto-medievali, tipo la Navigatio Sancti Brendani, avrebbero influenzato le storie di Sindbad il Marinaio nelle Mille e una Notte.
E' noto (lo scrive Le Goff in un altro lavoro) che semmai sono state suggestioni provenienti dal mondo arabo a sovrapporsi all'immaginario marino di origine celtica (tenete presente che le Mille e una Notte derivano in parte da testi indiani e persiani preislamici) anche se non hanno operato sulla Navigatio, che è stata scritta quando Maometto era un bambino. E' evidente che un mondo, quello musulmano di epoca califfale, che si pensava come centrale e in linea di massima lo era, difficilmente si sarebbe posto anche solo il problema di conoscere una letteratura latina irlandese che era considerata subalterna nella stessa Europa (che i musulmani dei primi secoli consideravano con buone ragioni una barbara periferia irrilevante).
Oppure: due grandi filosofi e storici della filosofia, Karl Loewith ed Etienne Gilson, hanno discusso a lungo “i problemi della città di Dio” cioè il percorso storico del pensiero europeo attorno alla realizzazione della civitas ideale, vedendolo in termini di laicizzazione di un ideale teologico (agostiniano). In sostanza dicono, in modo diverso, che molto del pensiero politico dell'Occidente ha radici nel monoteismo escatologico ebraico. Ed è tutto un gran parlare di giudeo-cristianesimo.
Ma perché, l'Islam non è un monoteismo escatologico?
A me sembra che discutere di una cosa che c'è in Occidente, dire che proviene dal monoteismo, e non porsi nemmeno il problema di vedere come vanno le cose nel monoteismo della porta accanto, è un metodo, come dire, un attimino carente.
* Naturalmente la Russia esisteva, anche se non faceva parte della comunità intellettuale latina dell'epoca. Non c'era comunque la lingua russa moderna e nemmeno una classe intellettuale russa indipendente dal clero -perlopiù monaci-.
** Mi segnalano nei commenti che più realisticamente trattavasi di cocci (entrambi si chiamano òstraka in greco) ma l'immagine dei gusci d'ostrica ha qualcosa di più suggestivo.
Peraltro, non voglio insinuare che il cristianesimo sia fisiologicamente ostile alla filosofia. E' vero che, oltre alla povera Ipazia, Sigieri è stato assassinato e anche Abelardo ha fatto una fine orribile (e dopo, Giordano Bruno), ma abbiamo avuto anche Boezio ed Agostino prima, la Scolastica poi, per non parlare del cardinale Nicola da Cusa. Non c'è dubbio che Cartesio, Leibniz e Kant si considerassero filosofi cristiani.
Ad ogni modo la Ipazia ritratta da Raffaello nella Scuola di Atene (ai Musei Vaticani) è straordinaria.
*** L'Europa
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