domenica, maggio 31, 2009

Ho letto recentemente un articolo di Jacques Le Goff, che per chi non lo sapesse non è esattamente l'ultimo arrivato. Credo sia ritenuto il più importante storico del Medioevo europeo al mondo, o poco ci manca.
Parlava della consapevolezza che le classi intellettuali europee nel Medioevo avevano di sé stesse, e dello sviluppo dell'università.

Tra le figure di cui parlava c'era un dottore della Sorbona del tredicesimo secolo, un filosofo di nome Sigieri di Brabante. Dovreste averne sentito parlare, perché in polemica contro di lui e i suoi seguaci fu scritto un testo intitolato De unitate intellectus contra Averroistas. L'autore è un certo Tommaso d'Aquino, Santo e Dottore della Chiesa, mica cazzi.


Vabbé, ho visto gente appena uscita dai licei che era
incapace di collocare San Tommaso d'Aquino nel tempo, nello spazio e nella storia della filosofia.
Sebbene sia disposto ad accettare, per puro realismo, che uno studente universitario di lettere, in Italia, nel 2009, non abbia mai sentito nemmeno per sbaglio il nome di Averroè, sinceramente ignorare San Tommaso mi sembra un po' forte.
Ad ogni modo, Sigieri, seguendo una linea di pensiero già radicata nella cultura europea latina dal tempo di Pietro Abelardo (un'altra figura che secondo me è un po' sottovalutata) rivendicava per sé e per il suo gruppo professionale una identità corporativa come corpo intellettuale almeno parzialmente laico (o comunque, non
necessariamente vincolato allo stato clericale) portatore di propri valori e di una propria autocoscienza; si tratta di quella che oggi chiameremmo intelligencija, usando una parola russa. Non mi interessa discutere adesso delle caratteristiche storiche della classe intellettuale russa che la rendono così paradigmatica ed interessante, ma mi limito ad osservare che aveva qualche vaga similarità con gli intellettuali latini del Medioevo. Costoro, comunque, in mancanza di parole russe*, ne usavano una greca, per definire sé stessi come corpo intellettuale: philosophi.


Questa parola non è casuale. Viene re-introdotta nel lessico latino medievale per indicare una categoria che in passato era quasi scomparsa, e che comunque, nemmeno in epoca romana era esistita in quanto corpo professionale autonomo.
Viene reintrodotta, peraltro, insieme ai testi di Aristotele, che all'epoca di Abelardo cominciano a circolare tradotti in latino in tutta Europa.
Philosophus, vuol dire perlopiù filosofo aristotelico.
Ora, questo Aristotele arriva in Europa attraverso diverse strade, ma la principale passa per le traduzioni fatte a Toledo, su impulso dei re di Castiglia e dell'abate Pietro il Venerabile di Cluny,
dall'arabo al latino.

Si dà il caso che nel mondo musulmano del tempo, si usasse la parola
faylasuf (plurale falasifa) per indicare soprattutto i pensatori aristotelici e platonici, che, in quanto classe intellettuale laica, rivendicavano da tempo una propria esistenza come corpo sociale e come élite intellettuale. Va detto che nell'Islam in genere, e nell'Islam dell'epoca in particolare, un clero come quello cattolico non esiste. Esistono persone che svolgono funzioni nelle moschee, ma non hanno mai avuto uno status specifico: in particolare, niente celibato obbligatorio e nessun sacramento d'ordinazione.

Nell'Islam non è praticamente mai esistito qualcosa come un monastero, e specialmente non è mai esistito in quanto centro di elaborazione e trasmissione del pensiero; del resto non mi risulta che sia mai stato necessario.

I luoghi della produzione culturale, religiosa e filosofica dell'Islam, nell'epoca che corrisponde al nostro Medioevo, erano essenzialmente centri cittadini legati alle corti o alle moschee. A finanziarli e sponsorizzarli provvedevano perlopiù i pubblici poteri, o la popolazione tramite donazioni; in particolare esisteva (ed esiste ancora) un sistema particolare di lascito ereditario perpetuo a scopi benefici che finanziava scuole, ospedali, università, moschee, caravanserragli e ponti sulla Drina.

Invece in Europa questo tipo di attività filosofiche erano scomparsa da secoli (più o meno dall'epoca di Boezio) e comunque la Cristianità sembrava aver chiarito il proprio atteggiamento verso il pensiero filosofico
scuoiando viva Ipazia con dei gusci d'ostrica**. Per cui quando un pensiero filosofico aristotelico riemerge in Europa, grazie a studiosi come Abelardo, tramite traduzioni dall'arabo, e gente come Sigieri rivendica con orgoglio lo status di philosophus, a me pare normale ipotizzare una derivazione arabo-islamica di quel tipo di orgoglio.


Le Goff non dedica a questo aspetto nemmeno una frase, ed è abbastanza sorprendente come riesca a discutere degli averroisti per varie pagine senza mai chiedersi se per caso le loro opinioni abbiano qualcosa a che fare con Averroè.


Si tratta di un atteggiamento fastidiosamente comune tra gli intellettuali di questo posto***.


Per dire, mi sono trovato a leggere un articolo di una nota studiosa di letterature comparate secondo cui testi celtici alto-medievali, tipo la Navigatio Sancti Brendani, avrebbero influenzato le storie di Sindbad il Marinaio nelle Mille e una Notte.

E' noto (lo scrive Le Goff in un altro lavoro) che semmai sono state suggestioni provenienti dal mondo arabo a sovrapporsi all'immaginario marino di origine celtica (tenete presente che le Mille e una Notte derivano in parte da testi indiani e persiani preislamici) anche se non hanno operato sulla Navigatio, che è stata scritta quando Maometto era un bambino. E' evidente che un mondo, quello musulmano di epoca califfale, che si pensava come centrale e in linea di massima lo era, difficilmente si sarebbe posto anche solo il problema di conoscere una letteratura latina irlandese che era considerata subalterna nella stessa Europa (che i musulmani dei primi secoli consideravano con buone ragioni una barbara periferia irrilevante).


Oppure: due grandi filosofi e storici della filosofia, Karl Loewith ed Etienne Gilson, hanno discusso a lungo “i problemi della città di Dio” cioè il percorso storico del pensiero europeo attorno alla realizzazione della civitas ideale, vedendolo in termini di laicizzazione di un ideale teologico (agostiniano). In sostanza dicono, in modo diverso, che molto del pensiero politico dell'Occidente ha radici nel monoteismo escatologico ebraico. Ed è tutto un gran parlare di giudeo-cristianesimo.

Ma perché, l'Islam non è un monoteismo escatologico?

A me sembra che discutere di una cosa che c'è in Occidente, dire che proviene dal monoteismo, e non porsi nemmeno il problema di vedere come vanno le cose nel monoteismo della porta accanto, è un metodo, come dire, un attimino carente.

*
Naturalmente la Russia esisteva, anche se non faceva parte della comunità intellettuale latina dell'epoca. Non c'era comunque la lingua russa moderna e nemmeno una classe intellettuale russa indipendente dal clero -perlopiù monaci-.

** Mi segnalano nei commenti che più realisticamente trattavasi di cocci (entrambi si chiamano òstraka in greco) ma l'immagine dei gusci d'ostrica ha qualcosa di più suggestivo.

Peraltro, non voglio insinuare che il cristianesimo sia fisiologicamente ostile alla filosofia. E' vero che, oltre alla povera Ipazia, Sigieri è stato assassinato e anche Abelardo ha fatto una fine orribile (e dopo, Giordano Bruno), ma abbiamo avuto anche Boezio ed Agostino prima, la Scolastica poi, per non parlare del cardinale Nicola da Cusa. Non c'è dubbio che Cartesio, Leibniz e Kant si considerassero filosofi cristiani.

Ad ogni modo la Ipazia ritratta da Raffaello nella Scuola di Atene (ai Musei Vaticani) è straordinaria.


*** L'Europa

martedì, maggio 26, 2009
Ho appena saputo che questa putrida nazione di ignoranti e presuntuosi imbecilli conserva sul proprio territorio sovrano almeno una statua di Fiorenzo Bava Beccaris.
Ripeto. In Italia, nel 2009, esiste una statua intitolata a Fiorenzo Bava Beccaris.

Si tratta di uno stato di cose che non mi permetterebbe di continuare ad esserne cittadino senza avere conati di vomito, solo che il solo pensiero della trafila burocratica necessaria a rinunciare alla cittadinanza me ne provoca di peggiori.
Sebbene il Vittoriano mi avesse già spinto molto vicino al limite della sopportazione, questa cosa grida semplicemente vendetta.

LA STATUA DI BAVA BECCARIS DEVE ESSERE ABBATTUTA IN UN TRIPUDIO DI FOLLA, SUBITO.

Le persone che hanno voluto quella statua sono probabilmente morte, quindi eviterò commenti astiosi sulle loro madri e mi limiterò a non far dire messe a suffragio. Quanto a Bava Beccaris stesso, immagino che in Purgatorio avrà molto, molto tempo per riflettere sulla sua schifosissima vita terrena da pezzo di merda, e che da quella superiore posizione gradirebbe quantomeno non vedersi onorato per i suoi delitti.
Ma il fatto che quella statua esista ancora mi risulta del tutto incomprensibile.
Cannoneggiare folle inermi di persone affamate uccidendone varie decine, nel proprio paese, in tempo di pace, non credo possa essere considerato accettabile da nessuno, oggi. Se la borghesia del tempo lo riteneva un prezzo onesto da pagare per i propri privilegi, ed erigeva con le proprie tasse statue a chi lo faceva, vuol dire solo che i comunisti e gli anarchici del tempo avevano ragione, ed i cosiddetti "liberali" avevano torto marcio, ed erano anche ipocriti. E dato che l'altroieri era il Ventiquattro Maggio, ed il Piave mormorava calmo e placido e quella stupenda borghesia liberale portò l'Italia e l'Europa e gran parte del resto del mondo dentro allo spaventoso massacro che è la Grande Guerra, sappiamo con certezza che è così.
Che nella storia di quel periodo esistevano una ragione ed un torto, un giusto ed uno sbagliato, un oppressore ed un oppresso. E non esiste nessun ragionevole dubbio che Fiorenzo Bava Beccaris stesse, con tutte le sue forze, dalla parte sbagliata, avesse torto marcio e fosse un oppressore.
Ma abbiamo superato quel tempo buio e adesso dovremmo avere, se Silvio ce la lascia per un po', una Costituzione relativamente avanzata che garantisce le libertà fondamentali dell'individuo e non permette di sparare su folle inermi. Per cui, mentre pretendiamo di sapere cosa è successo a Genova nel 2001, come e perché, esigiamo anche che il nostro esercito tenga alto il suo onore, a cui gli eserciti notoriamente tengono, concedendo a Bava Beccaris l'equivalente alla memoria dello strappare le mostrine, radiarlo dai ranghi, e coprirlo di disonore.
Esigiamo che le onoreficenze militari a lui concesse siano ritirate postume e possibilmente annullate, dalla cazzo di Sacra Rota se necessario.

Va ribadito che un generale di un qualsiasi esercito che ordina alle truppe di sparare su una folla inerme di concittadini affamati si sta comportando da nemico del proprio paese e per quanto mi riguarda è un esercito occupante contro il quale la resistenza armata è legittima. Infatti intitoliamo vie a Gaetano Bresci, l'eroe che uccise il tiranno. Re Umberto I di Savoia era un fottuto tiranno.
Solo i tiranni danno onoreficenze ai generali che sparano sulle folle affamate.
Uccidere i tiranni è lecito perfino per la dottrina cattolica, tra l'altro.

LA STATUA DI BAVA BECCARIS DEVE ESSERE ABBATTUTA IN UN TRIPUDIO DI FOLLA, SUBITO.

Cioè, noi stiamo qui a discutere se sia il caso di intitolare una scuola a Pisacane o a Makiguchi, o cosa cazzo ci facesse il primo ministro della repubblica al compleanno di un'adolescente cretina (no, non voglio saperlo; non esiste comunque una ragione plausibile) e nel frattempo ci sono statue di macellai assassini in piedi nelle nostre città, e le maestre nella scuola, comunque chiamata, pare sostengano che uno diviso zero fa uno*.

Per quanto riguarda la insignificante questione del nome futuro della Pisacane, ripeto ancora una volta che il problema, banalmente, non esiste; trattasi di madornale cazzata a tutti i livelli. Questo non significa dire che la scuola debba essere intitolata a Makiguchi, in quanto il nome Pisacane non ha mai dato fastidio a nessuno. Però se anche venissa chiamata Makiguchi non cambierebbe un beneamatissimo stracazzo di niente, a parte la scritta sopra al portone; poi noto che cambiare questa costa, in misura minimale, tempo e denaro che potrebbero secondo me essere spesi per cose più costruttive per la memoria storica di questo posto, tipo contribuire ad
ABBATTERE LA FOTTUTA STATUA DI BAVA BECCARIS IN UN TRIPUDIO DI FOLLA, SUBITO.

A differenza del pezzo di merda di Bava Beccaris, infatti, sia Pisacane che Makiguchi sono dei modelli educativi che potrei senza vergogna vedere proposti ai miei eventuali figli. Entrambi hanno resistito con coraggio ad un ordine ingiusto ed oppressivo e si sono impegnati con forza per realizzare un mondo migliore, anche se su metodi e risultati si potrebbe discutere.
Devo dire che non ho sentito parlare in termini molto lusinghieri della Soka Gakkai, il gruppo buddhista fondato da Makiguchi. Ma non la conosco quasi per niente e quindi non approfondisco la faccenda. Nessuna delle critiche comunque mi risulta riguardare la figura di Makiguchi. Del resto la spedizione di Sapri fu un imbrazzante fallimento.
Naturalmente se il consiglio avesse proposto di intitolare la scuola a Bava Beccaris, probabilmente le avrei dato fuoco, col consiglio d'istituto dentro. 
Ma mentre noi discutiamo di queste irrilevanti cazzate, dentro quelle scuole, comunque chiamate, rischia di crescere una generazione di bambini che pensano che 1 diviso 0 faccia 1. O che, peggio ancora, considererà Bava Beccaris come uno a cui è stata eretta una cazzo di statua.
 


*No. Non fa uno. Non esiste un numero che moltiplicato per zero dia uno.
Tuttavia, da quel che ho capito è possibile che quell'operazione abbia come risultato infinito in alcune situazione che comunque non riguardano problemi da scuola elementare.

 



 
lunedì, maggio 25, 2009
Commuove oggi  ritrovare nelle parole del Presidente del Consiglio la stessa indignazione preoccupata per la Civiltà Della Nostra Illustre Nazione che già ispirò Luigi Carlo Farini, esempio praeclaro di governante illuminato e di Padre della Patria.....
sabato, maggio 23, 2009
Ho ascoltato un servizio alla radio sul 'caso della settimana', AKA 'la fiera dell'irrilevanza', in cui si intervistavano dei genitori (alcuni chiaramente di origine straniera, a giudicare dall'accento) su di un fondamentale problema dell'esistenza umana di ogni tempo e luogo: meglio Makiguchi o Pisacane?
Intere generazioni hanno trascorso notti insonni a risolvere l'annoso dilemma.
L'ultima intervista era a Flora Arcangeli, la presidente, o qualcosa di simile, del comitato delle mamme per l'integrazione o qualcosa del genere. Trattandosi di una che probabilmente mi abita dietro casa, non voglio infierire su quello che lei ha detto. Mi limiterò ad dichiarare il mio totale dissenso, cortese ma fermo, su ogni singola affermazione da lei fatta, virgole incluse.

Le altre interviste (anche degli stranieri) erano tutte contrarie al cambiamento di nome.
Si ripropone quindi la domanda: quando questo veniva proposto da un organismo democraticamente eletto in cui genitori sono rappresentati, queste persone dov'erano? I loro rappresentanti dove stavano. Cadono tutti dalle nuvole? Possibile? Certamente è possibile, ma mi lascia perplesso questo tentativo di far passare il nome di Makiguchi come una imposizione calata dall'alto delle maestre comuniste radical-chic animate da furore ideologico contro l'Italia e l'Occidente. Semplicemente perché non mi sembra che sia stato così.

Detto questo, ribadita cioè l'irrilevanza galattica della questione in sé, si può tranquillamente convenire con i genitori sul fatto che non esiste nessuna esigenza specifica di cambiare nome alla scuola, e che non è certo questo cambiamento a "fare" l' "integrazione". Semplicemente perché i problemi della "integrazione" si giocano su altri piani, che non sono simbolico-identitari, né sono di cultura "italiana" (ammesso e NON concesso che esista una cosa come la "cultura italiana" e che Carlo Pisacane ne sia uan figura particolarmente significativa). A questo livello si può parlare di assimilazione che è quello che Galli della Loggia, tra gli altri, ci vuole ammannire quando parla di "integrazione". "Voi dovete diventare italiani e venerare la retorica risorgimentale" . Retorica che costruisce un santino nazionalistico attorno ad un rivoluzionario socialista radicale.

L'integrazione si gioca sulle libertà civili e politiche per tutti, sulle condizioni sociali di minimo benessere, al limite, sul rispetto generale di un patto sociale condiviso, e sull'accesso alla cultura. Non alla ipotetica cultura "italiana" ma alla cultura in generale. Che può comprendere Makiguchi e forse anche Pisacane, ma certamente comprende, per dire, al-Khwarizmi.




sabato, maggio 23, 2009
Fosse stato per il povero Carlo Pisacane (qui qualche stralcio delle sue opinioni, in un post che condivido) questa gente probabilmente sarebbe stata fucilata dopo processo sommario.
Sottolineo le parole della 'preside' (che da qualche anno si chiama 'dirigente', ma sorvoliamo):
"
scelte decise democraticamente dagli organi collegiali del nostro istituto" in riferimento alla proposta di cambiare nome. Organi collegiali in cui, come è noto, i genitori godono di rappresentanza. Dal Corriere*, infatti, emergeva che "i genitori"** non fossero d'accordo con una decisione  unanime del Consiglio e si fossero quindi lamentati; insieme a Galli della Loggia, che contestava lo stesso diritto del Consiglio d'Istituto democraticamente eletto di esprimere la sua opinione sul nome della scuola. La domanda che sorge è: dove cazzo eravate, o comunque dov'erano i vostri rappresentanti in Consiglio, quando la decisione veniva presa? Perché non si sono lamentati allora?
Questo tende a confermare la mia radicata opinione, per cui, in generale, un genitore fa parte del problema e non della soluzione, a prescindere dal problema.
Opinione che Makiguchi non condivideva, per inciso.

Tra l'altro, trovate così impronunciabile quel nome? Ma-ki-gu-chi. Dai, è facile, a parte che il ch si legge c dolce come in chip e non c dura come in chilo. Ma ce la potete fare, ormai questa cosa della ch fa parte della nostra cultura ortografica. La fonologia del giapponese è molto simile a quella dell'italiano.
E comunque si può sempre scrivere Machiguci, (pronunciato uguale) secondo le regole dell'ortografia italiana tradizionale, gli ideogrammi del nome giapponese non s'offendono mica.

* Sorvolo sulla 'italianità' del titolo. "Zì, bwana, noi multietnici". Un buon vecchio predicato nominale pareva brutto?
**
quelli italiani, cioè il 10%, par di capire, dei genitori totali della  scuola; ma ai genitori degli alunni stranieri non è chiaro se qualcuno abbia chiesto qualcosa.

giovedì, maggio 21, 2009

Dal Corriere della Sera di oggi:



SCUOLA,  DA MAKIGUCHI A MONTESSORI


Così si fa l’ integrazione


Spesso sono i picco­li episodi che rive­lano i grandi fatti. Che cosa sia diven­tata ad esempio, per tan­ta parte, la scuola giapponese, quale sia il senso co­mune che vi regna, quale sia anzi il senso comune che probabilmente ha già messo abbondanti radici in tutto il Paese, ce lo di­ce quanto è appena acca­duto a Tokio, alla scuola materna ed elementare Maria Montessori. La cui pre­side, con l’accordo unani­me del consiglio d’istitu­to, ha deciso che il nome di Makiguchi non è proprio il più adatto per una scuo­la che accoglie tanti alun­ni non giapponesi, apparte­nenti, come c’informano i giornali, a ben 24 etnie diverse, con prevalenza di olandesi, tedeschi,  francesi, danesi e, last but not least, italiani . I giapponesi sono da sempre un' esigua minoranza in questo istituto.


La Montessori: avete presen­te? Ci hanno fatto anche una fiction su Canale 5. Un’ utopista, con la testa piena di idee inizialmente confu­se sulla pedagogia e sull’ inserimento sociale dell’ alunno, un medico –la prima laureata in medicina in Italia- ,  la “vezzosissima medichessa e chirurga” , che si era fissata di fare una scuola per i figli degli operai del quartiere romano di San Lorenzo, ora  territorio della sinistra etnochic, i cui figli ciondolano, al giorno d’ oggi,  nelle birrerie fino all’ alba. Sono studenti di inutili e fumosi dottorati in arabistica, spesso accompagnati da attempate fuoricorso in trasferta, altro che bimbi “anormali”, come li chiamava la Montessori. Perché, diciamocelo, tutto questo politicamente corretto è stucchevole. La normalità è semplice, riconoscibile, pulita. Un figlio di un fabbro, all’ inizio del ‘900 non sarebbe mai potuto essere normale. E anche oggi, è inutile illudere i nostri giovani con false promesse di opportunità di inserimento sociale, col miraggio di una società interclassista e meritocratica. Non a caso, Maria Montessori ha considerato l’ India, col suo rigido sistema castale, come una seconda patria. Ora si è aperta una scuola a lei dedicata in un paese come il Giappone, prono ad un’ etica shintoista dalla quale i giovani hanno, finora, tentato di sfuggire consegnadosi anima e corpo a mode effimere e perverse. Bambine-cantanti erotizzate, giovinetti dalla sessualità ambigua emuli di Mishima, gothic lolitas che hanno tinto le chiome corvine, mortificandole coi colori fluo da fumetto triste.


Un’ italia­na poi, figuriamoci!, a chi volete che interessi? Chi volete che la conosca que­sta Montessori? E invece no: resesi conto dell’ ipocrita e quasi beffarda dedica di una scuola elementare al padre dell’ «educazione cre­ativa », le autorità giapponesi sono corse ai ripari, invocando il nome bonario della pedagogista italiana. E che poi sia italiana non può che fare sicuramente piacere ai tanti alunni asiatici, in specie a quelli cinesi che, come si sa, nutrono per il Bel Paese una sorta di culto, dettato dall’ italian life style e dalle tante griffes italiane che hanno delocalizzato in Cina.


In realtà c’è poco da iro­nizzare su questo Giappone di oggi, di cui i poveri inse­gnanti della ex Makiguchi, alla fine, appaiono più che altro delle vittime. Vit­time di un Paese che ha una venerazione idolatri­ca verso tutto ciò che sa di tradizione e di culto degli antenati, e che solo oggi, dopo la pubblicazione di allarmanti statistiche sui suicidi  in età scolare, non permette più che certe denominazioni mendaci siano affibbiate  a scuole drammaticamente, spietatamente selettive e meritocratiche. Al punto che il sistema d’ esami ai quali erano sottoposti i mandarini del paese eternamente rivale, la Cina, sembri una burletta .


Ci vorranno anni prima che, oltre al nome della scuola, possa mutarne anche l’indirizzo pedagogico. Ma questo è già un primo passo. In un  paese così ipnotizza­to dalle mitologie etiche tradizionali, e in­sieme così abituato a ve­dersi secondo l’immagi­ne a-morale che gli fabbri­cano ogni giorno i suoi tanti disegnatori di profes­sione, da credere che or­mai la propria storia, la propria identità, non vo­gliano dire al mondo altro che efficienza e abnegazione al lavoro, l’ attenzione posta dalla Montessori all’ innata moralità del bambino potrà significare una piccola rivoluzione. Inoltre, in un paese che di fron­te all’immigrazione emargina gentilmente perché l’ occidentale non saprà mai bene la lingua, così graficamente astrusa, così tipologicamente lontana, si è tentato di fare la sola cosa utile che c’è da fare. Cioè cercare di conservare, di continuare a perpetuare la Cultura Occidentale  degli stranieri legal­mente presenti in Giappone, conceden­dogli dunque con larghez­za (larghezza!lo si capisca una volta per tutte) di mezzi uno spazio vitale, fin dalla prima infanzia e rendendoli orgogliosi della propria lin­gua, della propria storia, della propria cultura: prin­cipalmente nella scuola, che di tutto ciò deve, o meglio dovrebbe, essere il simbolo operante. Invece preferiamo arrenderci alla dhimmitude culturale, non solo, ingiustificatamente, nei confronti dei tanti islamici presenti senza troppi titoli nel nostro Paese, ma anche, come i poveri ebrei, cittadini di serie B nell’ impero ottomano, quando portiamo il nostro ingegno e la nostra creatività nel paese del Sol Levante. E con loro la speranza più grande del nostro grande popolo, ingiustamente bistrattato: i nostri figli.


Ernesto Galli Della Loggia



21 maggio 2009




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Disclaimer: quest' articolo è evidentemente frutto di un gioco, lanciato dal mio ragazzo, Falecius.

L' autore è la qui presente roseau, al secolo Roberta Amato, la quale è lieta di farsi una bevuta aggratise, da brava fuoricorso attempata, in una delle tante birrerie ed enoteche che frequentiamo le -ahimé troppo rare- volte che stiamo insieme.



giovedì, maggio 21, 2009
Paura a Porta Maggiore




Oggi mi è successa una cosa. Stavo andando ad un appuntamento con una vecchia amica del liceo, e ci stavo andando in treno. Da casa mia (Torpignattara) alla stazione Termini c'è questo trenino urbano che è in realtà il tronco residuo della più antica linea ferroviaria del Lazio, la Roma-Frascati voluta dal Papa Re. Non arriva proprio alla stazione Termini, che è stata costruita praticamente sopra al vecchio capolinea, ma comunque in zona. Da Termini partono autobus per qualsiasi parte di Roma o quasi, a patto di conoscerli e avere tempi indeterminati. Comunque, il trenino che parte da un punto vicino al Raccordo Anulare, attraversa Centocelle, sferraglia sotto casa mia, e poi attraversa la parte sudorientale di Roma parallelamente alla via Casilina, o per un po', dentro la Casilina. Quindi segue per un tratto la Prenestina e infine arriva a Porta Maggiore.

Porta Maggiore è il principale ingresso nelle mura aureliane sul lato est di Roma, anche perché ha intorno due notevoli piazzali, è sulla direttrice che va verso Termini, e insomma corrisponde ad uno snodo bello grosso. Oltre al mio trenino, nei pressi ci si incrociano tre grosse vie (Casilina, Prenestina e la circonvallazione Tiburtina) alcuni viali, varie linee di autobus e un numero imprecisato ma notevole di linee di tram. In sostanza si tratta del passaggio quasi obbligato che connette circa un quarto della periferia di Roma col centro, e due settori di periferia piuttosto grossi tra di loro e con la zona di San Lorenzo, quella dove si va a fare bisboccia (una delle tante). Un discreto collo di bottiglia, e non è la prima volta che si ingorga peggio di un lavandino. In quei casi, ho scoperto che farsi il tragitto tra Torpignattara e la città universitaria della Sapienza a piedi può diventare conveniente, anche se sono quasi sei chilometri.

Comunque, stavolta il trenino si è piantato alla fine della Prenestina, causando un discreto bordello. Io sono sceso, ho avvisato del ritardo e sono andato a piedi all'appuntamento.

Ho sempre saputo che attraversare la strada è un'attività da intraprendere con cautela, ma solo da quando abito a Roma mi è sorto il sospetto che la viabilità sembra appositamente concepita per uccidermi.

L'automobilista romano non ha mai sentito nominare le strisce pedonali, e non si pone nemmeno il dubbio su che cosa mi induca a stare fermo sul bordo della strada. Inoltre, le strisce pedonali mancano in alcuni punti della città, tipo tra Porta Maggiore e San Lorenzo, dove a me sembra ovvio pensare che qualcuno attraverserà la strada lì. Non fatelo. E' un suicidio.

Inoltre, laddove esistano dei semafori pedonali, hanno delle tempistiche inquietanti. C'è un semaforo, tra Termini e Castro Pretorio, in cui il verde per i pedoni scatta insieme a quello per le auto che vengono dal viale. Il problema è che è verde per i pedoni che vanno dritti e per le auto che vanno dritte o che svoltano a destra, e svoltando a destra vanno a Termini. In sostanza, una minaccia. Ho idea che nessuno abbia realmente pensato a Roma come ad un posto in cui uno potesse, volesse o dovesse muoversi a piedi. E se i trasporti pubblici fossero fatti di conseguenza, lo accetterei pure, ma così come stanno le cose, Alemanno dovrebbe darmi la vettura di cortesia. Con autista, perché non intendo imparare a guidare in questo delirio di città.

Un'altra cosa che non va bene nei semafori pedonali di Roma è la durata del verde. Dovrei provare a cronometrarlo, dubito superi i 5 secondi. Sicuramente meno del tempo che una persona normale impiega ad attraversare una strada. In compenso il giallo dura tipo il triplo, il che non ha evidentemente senso.

Ne deduco che Roma è in realtà una colossale trappola immaginata solo per schiacciarmi ed uccidermi. Fintantoché non ci riescono, gli automobilisti ingorgati strombazzano a frotte, facendo sorgere nella mia mente taciti inviti a suonare dove c'è più traffico. In figa alle troie delle loro madri, scusate il francese. Suonando il clacson come cretini non rimuovono il tram bloccato sulle rotaie, in compenso mi tirano scemo. Stronzi.*

*Potrà sembrarvi che i miei toni siano eccessivi. No. E' una cosa che mi fa realmente ammattire. Pregate che non mi porti mai fino alla crisi isterica conclamata, perché in quel caso non rispondo delle mie azioni e potrei diventare pericoloso per me stesso e per il prossimo.




Delirio a Torpignattara




In tutto questo, andando verso l'università, ho notato una cosa. La linea d'autobus numero 3, che faceva un pezzo di strada tra Porta Maggiore e Viale Regina Margherita, parallela alla mia. La linea 3 non l'ho mai presa, ma il capolinea è piazza Thorvaldsen, e lo so perché è scritto sull'apposito pannello del bus.

E allora ho pensato, eccheccazzo, ma perché in Italia deve esserci piazza Thorvaldsen? Chi cazzo è Thorvaldsen? E' uno scultore danese del Sette-Ottocento. Embè? Ci vuole un corso di lingua per pronunciarlo. E' un' offesa alla cultura italiana, nella città dove abbiamo la fottuta Pietà di Michelangelo, intitolare una piazza ad un inutile artista culoghiaccio di cui non frega niente a nessuno.

Ho pensato queste cose, perché, minchia, siamo in Italia, e bisogna difendere la cultura italiana, incluse le filastrocche imbecilli, e sottolineare il fatto che siamo in Italia e non ce ne incula un cazzo della Danimarca, ribattezzando piazza Thorvaldsen come piazza Michelangelo.

Perché l'Italia, è, era e sempre sarà la cazzo di Italia, anzi Itaglia, e non vogliamo contaminazione con lo straniero nei nomi di luoghi pubblici. Chi è un cazzo di consiglio comunale democraticamente eletto per dare un nome culoghiaccio ed estraneo alla nostra cultura ad una piazza di tutti (gli italiani di pura razza ariana, s'intende?). E se queste cose possono stare sulla prima pagina del Corriere della Sera a firma di Galli della Loggia, io posso essere tanto razzis... ehm, tanto antidan... volevo dire, tanto liberale e patriottico quanto lui.

Thorvaldsen si deve integrare, cazzo, deve dimostrare la sua italianità.

Ah, è morto? Cazzi suoi, rispediamo indietro il suo nome clandestino ed impronuciabile. Tanto è nato in Islanda, quindi anche extracomunitario, e non me ne frega un cazzo se era suddito danese e quindi dentro Schengen. Del resto, ce ne è mai fottuto qualcosa, a noi razz... patrioti, quando si trattava di sputare sul primo romeno preso a caso, che fosse cittadino comunitario?

No, non ce n'è mai fregato un cazzo, nemmeno ai massimi livelli, quando il Ministro degli Esteri D'Alema convocò l'ambasciatore della Romania per un omicidio commesso da un cittadino romeno in Italia.

Immaginate se, ad ogni delitto di mafia commesso all'estero, il governo del paese interessato chiedesse spiegazioni all'ambasciatore italiano.

E adesso, immaginate l'articolo che Galli della Loggia scriverebbe per commentare l'ipotetica intitolatura di una scuola elementare giapponese a Maria Montessori. Offro da bere a chi riesce a farne l'imitazione migliore.

mercoledì, maggio 20, 2009
Viviamo in questo mondo tanto grande e complesso, afflitto da immensi problemi e alle prese con questioni epocali, circondati da una società in profonda crisi economica, culturale, esistenziale, con segmenti enormi della popolazione mondiale che sprofondano nella miseria e conflitti sempre più inquietanti all'orizzonte.
Viviamo in un mondo complesso, che il sussidiario delle elementari, preso a spiegarci vita, morte e miracoli di Emilio ed Attilio Bandiera, non fornisce elementi per gestire.
Viviamo in un mondo in cui la vasta difficoltà dei problemi ci fa sentire piccoli ed ignoranti, e ci rivolgiamo dunque per guida ed indirizzo a chi è più colto e più saggio di noi, ed è pagato profumatamente anche dalle nostre tasse per esserlo. Ad esempio, quel gruppo corporativo di difensori dei valori liberali che va sotto il nome di Ordine dei Giornalisti.
Queste persone sono pagate per fornirci una guida ed un'illuminazione tra le nebbie di un sapere che ci sovrasta con la sua enormità, indicandoci i problemi che ci affliggono, in modo che poi possiamo risolverli. Tra queste guide illuminate, le più eccelse danno la loro lettura dei problemi attuali più significativi (in base al loro giudizio, senz'altro saggio) in posizioni di particolare rilievo sui quotidiani più importanti.

Ad esempio la prima pagina del Corriere della Sera di stamattina. Sorvoliamo sul fatto che il "Corriere della Sera" esca la mattina. Un editorialista tra i più illustri della nostra Nazione ha evidenziato il fatto di fondamentale importanza del momento, e gli ha dedicato il suo prezioso editoriale di prima pagina. L'editoralista è Ernesto Galli della Loggia.
Il problema più scottante che abbiamo secondo lui, è che il consiglio d'istituto di una scuola elementare della periferia di Roma vorrebbe cambiare nome alla scuola.
Che terribile tragedia! Come sapete, è uno dei sigilli dell'Apocalisse, e la profezia Maya dice che quando le scuole elementari cambieranno nome, gli alieni del pianeta Zstuglotlth noto ai Sumeri e ai Dogon verranno a prenderci, e scopriremo che la Terra in realtà era un allevamento per i loro animali da carne: le zanzare, cui noi facciamo da mangime.

La scuola si trova in zona Tor Pignattara. Si dà il caso che io ci abiti. In questo momento mi trovo a duecento metri scarsi dall'incrocio tra Via Tor Pignattara e via Casilina. E' bello trovarsi per puro caso al centro della notizia, anche se io, per saperlo, ho dovuto leggere il blog di uno che sta a Londra (con cui sono abbastanza d'accordo, anche se non completamente). Non posso dire di vivere molto il quartiere, in effetti.
E' un quartiere a netta prevalenza di popolazione immigrata, ma personalmente non percepito particolari problemi di criminalità o difficile integrazione, anche se, visto che non parlo hindi o bengali, in un'occasione ho avuto qualche difficoltà ad ordinare un piatto di riso. Oh, alla fine ci si è capiti, eh. Nel raggio di cento metri da casa mia ci sono due ristoranti "indiani" (uno kashmiri ed uno bangla).

Ora, non ho tempo né voglia di smontare frase per frase il poderoso nulla verbale costruito dal Corriere della Sera intorno a questa vicenda essenzialmente irrilevante. Mi limito a dire che a mio avviso, siamo di fronte ad articoli inutili, che riferiscono una discussione priva di senso su un problema che, semplicemente, non esiste.
Voglio dire che se solo qualcuno accendesse il cervello, si accorgerebbe che non ha la stracazzo di minima importanza se la scuola sia intitolata a Carlo Pisacane, a Tsunesaburo Makiguchi o a tua sorella zoccola in calore, sebbene confesso che "Istituto Comprensivo Tua Sorella Zoccola in Calore" non suoni granché bene.

Quello che invece mi sembra che potrebbe avere importanza è cosa ci succede, dentro quella scuola. Perché una scuola in cui il 90% degli alunni sarebbe di origine straniera è una scuola in cui, come minimo, è lecito aspettarsi qualche ovvia difficoltà pratica.

(continua, forse, se avrò voglia).
martedì, maggio 19, 2009
postato da: falecius alle ore 17:33 | Permalink | commenti (1)
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martedì, maggio 19, 2009
Una volta, nelle scuole italiane avulse da ogni elementare progetto educativo, le maestre che per qualche motivo si dovevano allontanare dalla classe, incaricavano l' allievo più disciplinato -solitamente una femmina- di scrivere alla lavagna i nomi dei compagni. Divisi in due liste separate: sulla destra i buoni, a  sinistra i cattivi.

A effettuare  questo discutibilissimo provvedimento disciplinare, era, appunto, uno scolaro, a cui l' insegnante demandava, sicura della propria autorità anche in absentia,  il compito di sorvegliare la capacità di autodisciplina della classe.

Il fatto che una preside di un istituto tecnico abbia bisogno di fare lei una simile lista, la dice lunga sulla mancanza di autorità e di autorevolezza non solo della sua personale dirigenza, ma di tutta l'istituzione scolastica italiana. Che è debole, in bilico tra lassismo rassegnato, politiche di integrazione culturale spesso affidate a personale incapace e impreparato, dove i pochi volenterosi rischiano di soccombere o, peggio, di essere oggetto dell' astio dei colleghi che insegnano per ripiego, e mai seguiti dalle classi.

La professoressa Rosanna Cipollina* ha preferito abdicare al proprio ruolo, sostituendo qualsiasi possibilità di incontro con gli studenti di altri paesi con l'ossequio a norme ancora in fieri nel loro percorso parlamentare, e, cosa a mio avviso, grave, abbandonandosi ad una mentalità poliziesca che fa leva su paure inconfessate (e inconfessabili, specie per chi si occupa di educazione) dell'  incontro con l' altro. Le politiche di respingimento e di rifiuto di chi è diverso per storia, cultura, religione sono il contrario dell' educazione. Servono a ottenere consenso. L' educazione servirebbe a sviluppare una capacità di critica.

E' quello che la scuola in questo paese fa maggiormente fatica a recepire, pensando che la consapevolezza della diversità incoraggi il clustering culturale (quando invece si sa che avviene in caso di pressioni sociali ostili ad una determinata comunità) o, peggio, sia un vezzo di certa sinistra buonista e vagamente umanitaria, a cui rinunciare in nome di una omogeneità culturale imposta da programmi non aggiornati, stilati in situazioni demografiche molto diverse da quelle attuali. Due giorni fa, su Radio 3, sentivo, prima del concerto di musica classica, di mezzogiorno, lo sfogo querulo di un professore:

"Una giovane insegnante delle medie, piena di buona volontà, ha chiesto agli studenti stranieri di raccontare qualcosa della propria cultura. Io mi sono chiesto: ma a che cosa serve chiedergli di fare il marocchino?Non si rischia di porre l' accento sulle differenze, piuttosto che sulle cose che abbiamo in comune con le altre culture?"

Io punterei l' attenzione sulla parola fare: come se ci si aspettasse, inautenticamente, che un ragazzino di dodici anni si adegui ad un ruolo che non gli appartiene veramente, perché la società, la famiglia o la scuola stessa l' hanno scelto per lui. Per solito, a quella età, si comincia, faticosamente, a essere qualcuno. E dare per scontata l'inautenticità dell' esperienza certo non aiuta l' adolescente nell' affermazione della propria personalità e nella consapevolezza di sé.

Poi fare il marocchino. E' interessante che l' aggettivo che indichi la nazionalità della comunità di persone immigrate più "storicamente" presente in Italia sia diventato una sorta di antonomasia per designare qualsiasi straniero. E' un notevole processo di riduzione dell' ignoto, e potenzialmente minaccioso, al noto.

Poi l' aggettivo di nazionalità esprime un concetto che in sé nasce come intrinsecamente antidemocratico.

Il sentimento nazionale storicamente è sorto nella élite e poi è stato esteso, anche ingannevolmente, anche con una retorica patriottarda bieca, al popolo**.
Zygmunt Bauman sostiene che le democrazie nazionali siano state costruite sulle "vite di scarto" delle classi subalterne: ora, queste persone "scartate" dall' illuminato processo democratico e inclusivo non possono che aderire inautenticamente a qualsiasi modello (nazionale, culturale, politico) gli si voglia applicare. Quindi, dice il docente democratico sebbene querulo, meglio che "si trovino cose in comune con le altre culture". Ma così facendo, è sempre la comunità autoctona, diciamo così, a porsi in posizione di forza e a non compiere nessuno sforzo di integrazione, assimilando a sé l' altro, in nome di ciò che è immediatamente riconoscibile e che non crea problemi.

L' intervista terminava con una chiosa della conduttrice, che avrebbe  voluto essere spiritosa. "Eh sì, in effetti, se facessimo raccontare ad un ragazzino italiano cosa vuol dire essere italiani, ne verrebbero fuori delle belle..."

Appunto, il ragazzino italiano, in base ad una sua appartenenza storicamente sancita, ha il diritto a essere qualcosa, e nessuno gli chiede (o teme) che aderisca a un ruolo.

E' un' adesione, quella alla mia cittadinanza, che ogni giorno che passa, mi risulta sempre più difficile e imbarazzante
.

* Non nuova, a quanto pare, ad episodi discriminatori e recentemente trasferita da La Spezia a Genova.

**Chiaramente mi riferisco agli Stati Nazionali moderni. Come Marco mi ha fatto notare nel commento #1, la preside e molti altri paiono aver in mente il modello fallace della democrazia ateniese.

domenica, maggio 17, 2009
Scrivevo qui una breve storia del concetto di progresso nell'Europa moderna. Si tratta di un concetto che nasce da due fenomeni: una fu la disputa letteraria degli antichi e dei moderni, inaugurata da Tassoni, proseguita da Boileau e Perrault, e in cui le ragioni dei moderni furono difese in modo determinante dalla Digression di Fontenelle, nel 1688 (l'anno della Rivoluzione Gloriosa e dell'inizio della Guerra dei Nove Anni, quella in cui l'Inghilterra soggiogò definitivamente l'Irlanda e Strasburgo divenne francese).
L'altro fu la scienza fisica elaborata da Galileo, Cartesio e Newton.* La nascita della scienza mostrava con concreta evidenza la possibilità di un accumulo progressivo del sapere nel corso del tempo, purché gli esseri umani avessero fatto uso della ragione per indagare i segreti della Natura. Quel che era certo, e notato debitamente da Fontenelle, era che ai suoi tempi se ne sapesse di più che nell'antica Grecia.
Tuttavia, solo Francesco Bacone aveva confusamente intuito l'opportunità che le scoperte scientifiche valessero (solo) come applicazioni. Del resto Bacone non immaginò mai il metodo galileiano-cartesiano. Per lui, la scienza era indistinguibile dall'artigianato tecnologico. Il concetto di modellizzazione matematica della realtà, fondamentale per la scienza che si sarebbe sviluppata, non lo sfiorò mai.
Gli si può attribuire il merito di aver rivalutato le arti meccaniche, ma aveva esagerato nell'altra direzione. Inoltre, era un maledetto puritano antisemita e patriarcale; la lettura del passo della Nuova Atlantide in cui si descrive la festa in onore del loro cazzo di patriarca familiare sarebbe la cosa più rivoltante dell'intera letteratura inglese**, se non fosse ridicola. E con questo ho detto quanto basta per fare a pezzi Bacone.
In generale, la scienza del Seicento si percepiva ancora come una branca della filosofia, e alcuni dei più importanti scienziati dell'epoca, come Leibniz e Pascal, sono ricordati anche come importanti filosofi. Loro due in effetti furono particolarmente attenti alle applicazioni: come dovreste sapere, Pascal progettò e Leibniz perfezionò una calcolatrice meccanica. Ma erano aspetti secondari di un'attività prevalentemente speculativa, finalizzata alla comprensione dei fenomeni, non al loro controllo.
La questione delle applicazioni è importante, perché sono la condizione per passare da una conoscenza in una comunità scientifica di dotti ad una azione sociale della conoscenza stessa. Questo si verificò soprattutto nel corso del Settecento, in particolare con la macchina a vapore di James Watt, che rappresentava un perfezionamento di modelli più vecchi e molto meno efficienti. E' difficile dire che Watt sia stato il primo a calare la conoscenza teorica (matematica) della nuova scienza nella progettazione di un macchinario complesso di utilità pratica. Ma senza dubbio il suo lavoro ebbe conseguenze sociali a lungo termine, cosa che invenzioni meccaniche precedenti come il termometro o la calcolatrice non avevano. Inoltre, alla fine del Settecento una frontiera della conoscenza quasi interamente nuova si stava spalancando agli scienziati con le scoperte di Lavoisier (credo sia stato lui a formulare per primo la legge delle proporzioni costanti e definite, pilastro della chimica moderna).
Dopo la Rivoluzione francese, e durante la Rivoluzione industriale, era plausibile la sensazione che il progresso fosse una forza a sé stante, qualcosa che trascinava gli uomini volenti o nolenti, ed in questo, i pensatori come Saint-Simon, Comte o Hegel riaccostavano il progresso a quello che era stato il Fato degli antichi e la Provvidenza del cristianesimo.
In aperta opposizione con la cultura pre-rivoluzionaria dei Lumi, espressa da Voltaire, che vedeva nel progresso una possibilità volontaria priva di necessità intrinseca.
  


 

* E naturalmente,
Tycho, Keplero, Torricelli, Pascal, Mersenne, Leeuwenhoek, eccetera.
** Ho deciso che l'esaltazione  dell'istutizione familiare nelle società patriarcale è oscena, sempre e comunque. Non mi interessa se l'aveva scritta nel Seicento. Bastava leggere i Vangeli.
sabato, maggio 16, 2009
Continua da qui e qui.

Una volta affermato che la filosofia di Hegel è perlomeno discutibile, è spontaneo chiedersi perché abbia avuto tanto successo. Perché quasi mai un pensiero filosofico è stato altrettanto sopravvalutato, e pochissimi altri filosofi hanno avuto un'influenza tanto vasta e profonda sul pensiero successivo; forse solo Platone, Aristotele e Cartesio.
Evidentemente Hegel rispondeva in modo efficace ad un problema molto sentito nella sua epoca (in Occidente) e che potremmo chiamare il problema della storia.
Per Platone la disciplina paradigmatica era la matematica (in particolare la geometria), per Aristotele probabilmente era la biologia, per la scienza moderna da Galileo e Cartesio era la fisica. Per la filosofia successiva alla Rivoluzione francese, il paradigma era dominato dalla storia. La comprensione della storia era diventato il problema intellettuale più urgente del pensiero occidentale.
Il motivo era proprio la rivoluzione francese, o più esattamente, l'insieme di eventi che erano confluiti e derivati da essa.
Sebbene non fosse la prima rivoluzione moderna d'Europa ( preceduta dalle due rivoluzioni inglesi, dalla guerra d'indipendenza olandese e dall'ottava guerra ugonotta) e comunque prima c'era stata la rivoluzione nordamericana, la rivoluzione francese fu la prima (in Europa) ad operare in base ad un principio di progresso.
I rivoluzionari inglesi, olandesi ed ugonotti, così come ancora prima i contadini tedeschi, gli anabattisti di Münster, i lollardi o i seguaci dello Shaykh Bedreddin in Asia Minore, si percepivano come restauratori di un ordine primordiale violato dal tiranno, che fosse il sultano ottomano, Filippo di Spagna o Enrico di Valois.
La Francogallia del nobile ugonotto Houtman è il testo esemplare di questo punto di vista (più moderno è l'altro grande testo della propaganda rivoluzionaria ugonotta, la Vindiciae contra Tyrannos del Mornay, dove viene teorizzato il tirannicidio che, ironicamente sarà messo poi in pratica dai cattolici contro Enrico IV, il re che concesse la libertà di culto agli ugonotti).
In effetti, quando vinsero, i rivoluzionari calvinisti non sovvertirono la società degli Stati.
E' vero che in Inghilterra ottennero il Bill of Rights, ma questo era percepito a quel tempo (nel 1688) come la riaffermazioni di antichi diritti consuetudinari. Non erano diritti umani, ma diritti degli inglesi, come notava un secolo dopo il Burke. E infatti niente nel Bill of Rights impedì a quegli stessi rivoluzionari di devastare e colonizzare l'Irlanda. Fanno ancora le processioni commemorative, i loro discendenti, in Ulster, di cose successe nel 1689. Fino a qualche anno fa erano processioni abbastanza sanguinose.
Avete presente l'IRA? Adesso, io non voglio mettermi a giustificarla oltre il dovuto, ma anche a me girerebbero le palle se ogni anno della gente si mettesse a sfilare armata sotto casa mia festeggiando la sconfitta dei miei antenati quattrocento anni e la loro (e mia, fino ad un certo momento) esclusione dalla vita politica.
Ok, chiusa parentesi. In effetti anche la rivoluzione francese era iniziata con il tentativo di restaurare le antiche libertà costituite di un società di Stati. Ma nel frattempo erano successe delle cose, nella cultura europea. In particolare era successo che Alessandro Tassoni aveva teorizzato la superiorità della letteratura moderna sui modelli classici, dando inizio alla madre di tutte le dispute letterarie.  Inoltre erano successi Galileo, Bacone, Cartesio e Newton, cioè la nascita della scienza moderna.
Si era affermata l'ipotesi, sostenuta in particolare dall'accademico di Francia Fontenelle, uno che invece è sottovalutato, che il passare del tempo porti da un accumulo di sapere e di conoscenza, e quindi ad un progresso continuo. Il concetto era stato espresso da Bacone (mi pare) con la metafora dei nani sulle spalle dei giganti.
Dunque, la storia era una linea orientata, aveva un significato ed un fine (anche se non necessariamente una fine) e si poteva immaginare di fare qualcosa di nuovo.
Quest'idea rendeva la storia il problema paradigmatico dell'epoca dei Lumi.
In effetti c'era un altro grave problema, parallelo a questo, posto dalla rivoluzione scientifica, ed era il problema dei modi della conoscenza, che verrà affrontato in modi completamente diversi da Locke* e da Kant.
Comunque, l'epoca dei Lumi comincia a immaginare la possibilità di usare la ragione per dare alla Storia un corso nuovo, e la Rivoluzione Francese sembra, ad alcuni contemporanei, dimostrare questa possibilità. La Rivoluzione si presenta come un evento storico progressivo. Se prima il progresso era un'ipotesi, una possibilità o al massimo qualcosa che riguardava la storia del sapere, adesso si poneva come movimento storico ineluttabile. La Rivoluzione sembrava essersi verificata malgrado i rivoluzionari.    

*E' probabile, anche se non dimostrato con assoluta certezza, che Locke trasse ispirazione per la sua teoria della conoscenza da un testo arabo, lo Hayy ibn Yaqzan di Ibn Tufayl, che nella seconda metà del Seicento era stato tradotto in latino ad Oxford col titolo di Filosophus Autodidactus. Pococke, il traduttore, era intimo di Locke.
 


sabato, maggio 16, 2009
Eccolo lì. Saviano ritorna con un nuovo libro. Me ne sono accorta poco fa, mentre stavo cercando qualche titolo saporoso da regalare a Falecius il 30 maggio prossimo. Anzi, se avete qualche idea in merito, scrivetemi in privato. Sennò che sorpresa è?? L' indirizzo è  in alto, nella colonnina sinistra del blog :D

Tornando a Saviano: si tratta, per quest' opera seconda, di una raccolta di saggi e scritti che coprono l' arco temporale 2004-2009. Il che lo farebbe, a mio parere, o a meno di immani iatture, sfuggire alla maledizione dell' opera seconda, per la semplice ragione, già sostenuta altrove in questo blog, che Saviano non è un romanziere.

Posso dire ben poco di questo libro: non sono Niccolò né ho la sua sorridente ferocia, quindi non mi cimenterò in recensioni preventive.

Noto, comunque, una certa tendenza dell' editing a imporre un titolo icastico, una endiadi a contrasto, La bellezza e l' inferno, potenzialmente più forte di quello imposto al Prodotto Fallaci con La rabbia e l' orgoglio.

La copertina, poi. Un bel Burri endometriale, che ci ricorda subito che siamo nel ventre molle ed emorragico del paese.

Insomma, gli ingredienti hard boiled paiono esserci tutti. Speriamo ci sia una prosa più svelta e meno compiaciutamente splatter e ripetitiva che in Gomorra. La forma saggio-reportage dovrebbe aiutare.
venerdì, maggio 15, 2009

Seconda giornata a Cannes segnata da storie estreme




Sangue, angosce e bugie:

il sesso malato d’Oriente


Il prete vampiro (e blasfemo), una bambola che prende vita e l’impossibilità di essere omosessuali nella Cina dei divieti



da uno dei nostri inviati  
Giuseppina Manin



CANNES - Freud se la sa­rebbe data a gambe levate. Fosse capitato al Festival e vi­sto i tre film «made in Far East» proiettati nelle ultime 24 ore, il povero Sigmund si sarebbe rituffato sul lettino o magari avrebbe preso un volo per l’Oriente. (???)  Dove il sesso, te­ma in declino nel nostro esau­sto Occidente, sembra aver trovato l’estrema frontiera. (Certo, come no: l' ha proprio trovata....da  svariati secoli, forse. Il Ratimanjari indiano, l' Uta Makura giapponese, il Ruyijun Zhuan in Cina....) Forse, direbbe sempre il papà della psy,(confidenzialmente chiamata: come la gine, il cine, il super...) perché rimozioni private e repressioni pubbli­che faranno anche i loro dan­ni ma certo contribuiscono a tener desta l’attenzione sul problema, a ingigantirlo, a non farlo scordare neanche un attimo. Così, a furia di pen­sarci su ecco che da quelle par­ti, tra Cina, Corea e Giappone, ( ma sì: proprio quelle parti: un' area grande un quarto dell' Asia...con storie culturali assolutamente indistinguibili...tanto, sempre musi gialli un po' toccati sono....) sull’eros e le sue infinite decli­nazioni ne sanno davvero una più del diavolo. (Ma va!?!) Salvo poi vi­verlo malissimo, con paure, angosce, sensi di colpa e sma­nie di castigo che neanche la santa Inquisizione e la regina Vittoria. (Inquisizione che è sempre stata spietata con gli eretici e che solo in un secondo momento, quando stava per autodivorarsi per troppa efficienza, ha appuntato la sua attenzione sui trasgressori della morale sessuale. Senza troppi risultati, peraltro. La regina Vittoria bendava le gambe dei tavoli per verecondia, ma non mi risulta nutrisse  particolari angosce mentre, col consorte Alberto di Sassonia-Coburgo-Gotha sfogliava in privato album di foto pornografiche. Poi: in epoca vittoriana sono usciti molti romanzi erotici , religiosi, o "gotici", o tutte queste cose assieme. Basti pensare a tutta la pubblicistica anonima come The Lustful Turk, The Romance of Lust, Venus in India o come la  raccolta The Pearl. Per non parlare dell' opera letteraria di Dante Gabriel Rossetti o di Algernon Swinburne).



Sesso, sangue, bugie e dvd. Questi gli elementi cardine che attraversano i tre film in questione, Spring Fever del ci­nese Lou Ye, Air Doll del giap­ponese Kore-Eda Hirokazu, Thirst del coreano Park Chan-wook. Quest’ultimo, già autore di Oldboy e Lady Ven­detta, ama Bach e quindi le va­riazioni infinite. (Cazzo c' entra??? Se c'è una forma finita nella musica di Bach è proprio la variazione.....)  Avendone esaurite buona parte nei pre­cedenti capitoli, ora si spinge su un fronte inedito: il porno vampirismo ecclesiale. Che Dracula fosse assetato di san­gue, meglio se di vergine, ce lo avevano già raccontato Mel Brooks, Coppola, Herzog. Ma che indossasse la tonaca e re­citasse giaculatorie, questa an­cora non s’era vista. (Ignorante, non l' hai vista tu. Se avessi letto il poemetto di Byron del 1813, intitolato The Giaour, ti saresti imbattuta in una singolare -e fortunata, per la tradizione letteraria successiva-  figura di monaco vampiro) Pronto a farsi martire per la fede, padre Sang-Yyun (un no­me un destino)  (ah ah, che ridere) si fa cavia umana per testare un vaccino contro un virus che prima di ucciderti ti riempie di pusto­le. Muore e risorge, esce ben­dato come Lazzaro e comincia a fare miracoli. Ma seguendo alla lettera il «prendete e beve­te questo è il mio sangue» si accorge che non può più far­ne a meno. (......) E gli prende una tremenda smania di sesso che invano cerca di reprimere prendendo a randellate col flauto le incontrollabili erezio­ni. (Tafazzi d' oriente) La donna che gli causa tali subbugli non è da meno. (Certo, come ne La Morte Amoureuse, di Théophile Gaulthier.  Che strano, non te ne sei accorta... Ma d' altra parte, per te Cina, Corea e Giappone sono"quelle parti lì".)Si in­fligge forbiciate tra le gambe diventando così irresistibile oggetto di desiderio per il suc­chiasangue cattolico. «Adoro i film di vampiri e volevo in­ventarne uno tutto mio — di­ce Park Chan-wook —. Senza canini sporgenti, senza aglio e castelli gotici. Un vampiro a fin di bene, che per cercare la santità finisce nei gorghi del male». (Quest' ultima frase mi ricorda uno scrittorello russo misconosciuto...un tale Fëdor Michajlovič Dostoevskij).

In altri gorghi di sentimenti crudeli (perché poi?) e segreti convivi, ci conduce Lou Ye in Spring Fe­ver, dove la scoperta di un tra­dimento anomalo, l’amante del marito è un uomo, inne­sca un vortice di amori tragici e proibiti. Come proibito è il regista, bersagliato da sempre dalla censura cinese che, per aver portato a Cannes Sum­mer Palace, sui fatti di Tie­nammen, gli ha proibito di fa­re film per cinque anni. Ma lui, sfi­dando le autorità di Pechino, ha girato questo in clandesti­nità, a rischio suo e degli atto­ri, impegnati in scene omoero­tiche di un realismo inedito. «Fino al 2001 l’omosessualità in Cina era considerata una malattia mentale (e nel 2009 in Europa c' è qualcuno che si chiede ancora se la sia...) — ricorda —. Ora va un po’ meglio, ma la strada per una vera libertà di affetti è lunga. Spero di es­sere l’ultimo regista bandito in Cina». Naturalmente il film non sarà distribuito in patria. «Non uscirà nelle sale ma sarà visto da tantissimi cinesi. La pirateria è da condannare, ma quando c’è la censura è il solo modo di far girare le opere».




E a proposito di dvd, una singolare metafora tra cinema e sesso la offre Hirokazu in Air Doll, storia «molto uma­na » di una bambola gonfiabi­le «life size», fidanzata ideale di un uomo di mezza età che in lei trova tutto quel che cer­ca: la compagna che ascolta e non parla mai, l’amante sem­pre disponibile, mai un mal di testa. (ma che bello giocare coi luoghi comuni)  «Nazomi, sei fantasti­ca », la loda. E se durante l’amore si sente il cigolio della gomma... pazienza. Ma nean­che con le bambole si sta tran­quilli. Una ventata di magia fa sì che un giorno Nazomi inizi a sbattere i suoi occhioni fissi e il resto. (Il resto de che??Manco avesse la còrea di Huntington...) Sempre più donna, trova lavoro in un blockbuster e si innamora di un commes­so che le fa scoprire di avere un cuore. «I film si devono ve­dere al cinema, i dvd sono dei sostituti», bofonchia il pro­prietario del negozio. Proprio come la bambola lo è della donna vera. D’altra parte alla gonfiabile un merito va rico­nosciuto: appena si affloscia un po’, basta un colpo di pom­petta e oplà, si tira su tutta, pimpante e turgida più di pri­ma. Un miracolo che a noi, po­vere donne in carne e ossa, non capita mai (Dio che miracolo. Ma tanto, di donne intercambiabili e sostitutive, anche in carne ed ossa, ce ne sono, purtroppo....).



15 maggio 2009


mercoledì, maggio 13, 2009
Vi prego, abbiate pietà di lei. Una fine rapida ed indolore.
Del Corriere, intendo, povera piccola.

Sì, sì, la verginità è un valore, ma non dipende da quel che entra in vagina. Dipende da quello che esce dalla bocca (Mc 7; 15). In particolare, certe cazzate contaminano.
Si sappia comunque che questo blog, d'ora in poi, sarà un pericolo per sua sorella.

Update 1: Non ci posso credere. In Europa. Nel 2009. Ecco cosa ci si perde a non leggere la stampa di destra. 

Update 2: Purtroppo, il 26 maggio ho da fare. Se no ci andavo. Con un bazooka.
QUESTI DEVONO ESSERE FERMATI. Gente che pensa che la guerra fredda sia finita definitivamente a Pratica di Mare nel 2003