giovedì, aprile 30, 2009

E questo avveniva perché, per tutto il Medioevo, il matrimonio rimaneva, nonostante i tentativi di regolamentazione, un affare privato della coppia. Di più: la definizione sacramentale del matrimonio che la Chiesa mise a punto nel corso del Medioevo conferiva  tutto il potere ai due contraenti, lo sposo e la sposa. Erano loro a porre in essere il sacramento, quindi non c’era bisogno di un sacerdote celebrante; e, anche se la Chiesa richiedeva, come si è detto, dal IV Concilio Lateranense, la presenza di testimoni e raccomandava (senza obbligo, però) di fare le pubblicazioni, riconosceva poi come legittime le unioni clandestine in cui c’era stato scambio di voti, suggellate in seguito da consumazione.


Vi era una serie di rituali, consolidati dalla tradizione, che rendevano riconoscibile e valida la ritualità matrimoniale: il toccamano, il bacio, il dono nuziale. E, anche dopo il Concilio di Trento, anche in pieno Seicento, come ha dimostrato Ottavia Niccoli, simili pratiche erano considerate “a livello popolare, come gesti costitutivi all’ interno  del rito nuziale”[1] .


Le convivenze more uxorio furono diffusissime fino alla metà del ‘600, in Italia, unico paese dove ebbero effettiva forza di legge i Decreti del Concilio di Trento. Immaginatevi nel resto d’ Europa o nelle Indie, dove questi decreti non avevano forza di legge, e l’ autorità civile si inventava cervellotiche distinzioni di legittimità in base alla limpieza de sangre. Distinzioni alle quali la Chiesa si è dai tempi di Bartolomé de las Casas, dimostrata ostile[2]. Per incorrere nell’ accusa di eresia, se si viveva da concubini, occorreva:






  1. Dare pubblico scandalo

  2. Difendere pubblicamente il proprio diritto di vivere liberamente la propria sessualità.

  3. Negare a parole e in atti la validità sacramentale del matrimonio.



Così, si diceva, si “faceva come un protestante” e si poteva incorrere in un processo per eresia[3]. Esattamente come i bestemmiatori della Madonna. Dall’ inizio del Seicento in avanti, da quando cioé la macchina inquisitoriale rischiò di autodistruggersi per troppa efficienza, avendo esaurito gli eretici da perseguitare e avendo imposto col terrore un clima di conformismo dottrinale pressoché assoluto (ma fermenti bollivano sotto la superficie: si pensi al caso del vescovo quietista di Jesi Paolucci ) , comuni effrazioni alla morale come blasfemia, adulterio, concubinato, bigamia, vennero ri-rubricate come casi d’ eresia e delitti “contro la Santa Fede”, mediante giustificazioni speciose e atte unicamente mantenere lo status quo dell’ istituto inquisitoriale.


Oggi non avviene nulla di simile (anche se tentativi, ovviamente destinati ad essere frustrati, da parte di Ratzinger e dei suoi predecessori  non sono mancati), poiché l’ Inquisizione smise di preoccuparsi dei casi d’ adulterio quando fu legittimata la pratica sociale del cicisbeo[4], nel ‘700,  alla quale non era infrequente che si prestassero alcuni suoi membri. Molti abati, chiamati a far da precettore ai figli delle dame della buona società europea, finivano per assurgere allo status di “cavalier servente” delle stesse.


Molto più banalmente, perché  l’ Inquisizione, di fatto, non ha più potere di comminare sentenze che abbiano anche ricadute civili dalla breccia di Porta Pia; essa stessa è stata abolita da Paolo VI nel 1969, e sostituita dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, che , come dichiara lo stesso nome, si occupa di materia di fede, non di questioni di teologia morale o di etica sessuale.


Quindi, un cattolico che non osserva la prescrizione della castità prematrimoniale, stabilita dal c. 2350 del Catechismo della chiesa cattolica, e ribadita dal compendio for dummies del Catechismo, promulgato qualche anno fa da Benedetto XVI, è un cattolico che pecca, non un meritevole di scomunica. Così come un adultero o un omosessuale. Non esiste, ad oggi, nessun dogma sulla morale sessuale. La Chiesa si guarda bene dall’ inserirlo, poiché perderebbe persino i –pochi- consensi che le rimangono. E, per finire: guardate cosa diceva S. Giovanni Crisostomo sulla verginità.


O per quanto vale, la mia esperienza personale: Un monaco benedettino, dal quale mi sono confessata il giorno del Sabato Santo, sulla morale sessuale ebbe a dire che “se due si amano, non è certo Cristo a scandalizzarsi. Perché Egli non è un prete, non è il papa e non è, cosa importante, un membro della Chiesa”.




[1] Ottavia Niccoli, Baci rubati. Gesti e riti nuziali in Italia prima e dopo il Concilio di Trento, in Il gesto, a cura di S. Bertelli e M. Centanni, p. 243. Firenze, 1995.

[2] Adriano Prosperi, Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari, pp. 630-679. Einaudi, Torino, 1996.


[3]Giovanni Romeo, Amori proibiti. I concubini tra Chiesa e Inquisizione. Laterza, Roma-Bari, 2008. Cito dalla quarta di copertina: “In Italia tra Cinquecento e Seicento convivere senza essere sposati diventò un delitto, represso con asprezza dalle Curie vescovili, non dalle autorità statali. Scomuniche, irruzioni domiciliari, carcere, multe colpirono migliaia di coppie di fatto e raggiunsero presto chiunque vivesse relazioni proibite: anche gli amanti subirono in misura crescente conseguenze così pesanti. Ancor più rischioso fu difendere il diritto di vivere la sessualità in modo difforme dall'etica ufficiale. In quei casi interveniva l'Inquisizione e apriva processi d'eresia. Per la Chiesa il bilancio non fu lusinghiero: poche regolarizzazioni, contromisure dei conviventi spesso efficaci, vescovi appiattiti su logiche repressive. Per le coppie di fatto si moltiplicarono le sofferenze: famiglie distrutte, donne criminalizzate, bambini privati dei genitori. Ma molti difesero con forza le proprie scelte, anche perché il clero stesso aderì con freddezza all'accresciuto rigore dei vertici diocesani, e non mancarono reazioni dure, talora dissacranti. Le pagine di Giovanni Romeo, tessute di una ricchissima documentazione inedita, raccontano quell'aspra battaglia, con particolare attenzione alla più grande città italiana di antico regime, Napoli, e invitano a riflettere - contro ogni facile revisionismo sul peso dell'intolleranza religiosa nella storia d'Italia”.



[4] Roberto Bizzocchi, Cicisbei. Morale privata e identità nazionale in Italia. Laterza, Roma-Bari, 2008.


giovedì, aprile 30, 2009

Queste vicende costituiscono un precedente importante nell’ opera di rinsaldamento della definizione di monogamia compiuta dalla Chiesa. Trattato ampiamente nel Decretum Gratiani –del quale, non casualmente, si ebbero innumeri edizioni in epoca controriformistica-il requisito della monogamia cominciò ad incidere effettivamente nella vita di tante coppie dopo la riforma gregoriana, dalla fine dell’ XI sec. Riforma, peraltro, che impose –senza troppo riuscirvi- il celibato ecclesiastico e la residenza dei canonici presso la cattedra episcopale.


Anzi, per il fedele, sapere che il prete avesse una concubina non era, in epoca medioevale e rinascimentale, motivo di scandalo, ma di rassicurazione. Un maschio celibe in meno passibile di insidiare le parrocchiane. Significativamente, solo dopo il Concilio di Trento venne fissata l' età minima della perpetua, che doveva essere di 40 anni, età dalla quale in poi, a torto, una donna veniva considerata meno capace di suscitare appetiti sessuali. Nel primo capitolo dei Promessi Sposi, Manzoni, descrivendo Perpetua, ricorda infatti come essa "avesse passato l' età sinodale dei quaranta".


Non solo i papi e il padri conciliari intervennero, come si è detto prima, insistendo sulla monogamia, ma i tribunali ecclesiastici divennero gli agoni privilegiati dove dirimere complicate questioni successorie o vere e proprie liti domestiche. Dal XIII al XV sec. non si contano le richieste di annullamento, poiché l’ autorità ecclesiastica si impegnò a fondo, imponendo l’indissolubilità del matrimonio a tutti gli strati sociali, e non ammettendo l’ annullamento (badate, non il divorzio)  se non in pochissimi casi (ratto, violenza, inganno, incapacità, consanguineità, impotentia coeundi...). Anzi, non è mancato chi ha fatto notare che i canonisti preferissero concedere generose dispense che consentissero unioni endogamiche, piuttosto che sciogliere il vincolo matrimoniale in caso di consanguineità[1]. Questo diventerà la norma nelle unioni all’ interno della monarchia asburgica, per tutti i sec. XVI-XVII, e, in un ambito più ristretto, nelle Puglie del ‘500 o nella Sicilia del ‘ 700, dove il timore dell’ alienazione del patrimonio fondiario faceva passare sopra ogni ovvia considerazione morale (diremmo oggi, ma allora non lo si sapeva, se non solo intuitivamente, genetica). Non si contano le unioni zio materno/nipote femmina; né sono infrequenti, ma più rare, quelle tra zia materna e nipote maschio.


Nonostante Georges Duby abbia mostrato come questi orientamenti, apparentemente restrittivi, abbiano mutato gradualmente la politica matrimoniale della aristocrazia nord-europea, non si può certo dire che né l’ aristocrazia, specie quella italiana,  italiana, né il resto della società delle altre parti d’ Europa vi si uniformasse. Nelle corti italiane medioevalirinascimentali, le mogli, piuttosto che ripudiate, venivano uccise. Eventualità rara, che però sanciva l’ abitudine del concubinato, con la rassegnata accettazione delle spose legittime. I figli illegittimi abbondavano, e spesso la loro condizione veniva impugnata come nel caso di Giulio de’ Medici, poi papa Clemente VII, qualora se ne fosse voluta impedire la carriera ecclesiastica. Figli illegittimi , poi legittimati  nel 1505 da un padre già cardinale,  diventato poi papa col nome di Paolo III sono stati  Costanza e Pierluigi Farnese, figli di Alessandro. Solo in piena Controriforma, negli anni ’70 del XVI sec., fu giudicata sconveniente la liason tra Clelia Farnese, figlia del cardinale Alessandro, nipote di papa Paolo III, e un altro –allora- cardinale: Ferdinando de’ Medici.

Per quanto riguarda gli strati inferiori della società, le cose non cambiavano di molto: è del 1230 il caso di un uomo di Pisa che riuscì, rivolgendosi al tribunale vescovile della sua città, a far tornare a casa propria sua moglie, e con essa gran parte del suo patrimonio. Ma dovette solennemente promettere sotto giuramento, in presenza di due testimoni e dell’ arcivescovo, di cacciare la concubina che da prima del matrimonio viveva in casa sua e di non picchiare più la moglie.

Il diritto canonico cominciò a trattare il concubinato più alla stregua della fornicazione che del matrimonio, finché arrivò, nel 1514, il divieto del V Concilio Lateranense: divieto già inserito, nei secoli precedenti, nei codici civili di numerose città italiane.





[1] J.A. Brundage, Law, Sex and Christian Society in Medieval Europe, p. 199. University of Chicago Press, Chicago 1987.

giovedì, aprile 30, 2009

Questi post sono dedicati a Lamb-O, a Falecius e all’ avvocato Z, e rispondono–o almeno tenta di rispondere-  ad alcuni loro interessanti quesiti emersi dai loro commenti ad un precedente post.


Matrimonio e dottrina cattolica.

Il matrimonio, per la chiesa cattolica, è un sacramento dal 1215, dai tempi del IV Concilio Lateranense. Durante quell’ assemblea si stabilì:



  • l'uso delle pubblicazioni (per evitare i matrimoni clandestini)

  •  il consenso libero e pubblico degli sposi, da dichiarare a viva voce in un luogo aperto e alla presenza di almeno due testimoni “fededegni”.

  • l' età minima per contrarre matrimonio, fissata a dodici anni per lei e quattordici per lui (ma, specie in ambito aristocratico, questa norma veniva spesso aggirata: Caterina Sforza andò in sposa a dieci anni a Girolamo Riario; peggiore sorte toccò ad una figlia undicenne di Maria d' Avalos, che morì in seguito al primo amplesso con un uomo col triplo dei suoi anni)

  • la regolamentazione delle cause di nullità del matrimonio, in caso di violenze sulla persona, ratto, non consumazione, matrimonio clandestino, minaccia, incapacità, inganno,  etc.


Molte di queste norme furono riprese dal l’ istituto del matrimonio civile, entrato in vigore in Francia per la prima volta durante il periodo rivoluzionario, nel 1791, portato in Europa in punta di baionetta dall’ avanzata delle truppe napoleoniche e ribadito dal codice che prende il nome dall’ Empereur, e legge dello Stato in Italia dal 1865. Non è inutile dire che la Chiesa si oppose strenuamente alla introduzione del matrimonio civile. E questo perché, a partire dal  Concilio di Trento, il parroco era l’ unico ufficiale di stato civile abilitato a celebrare i matrimoni. La cui autorità era riconosciuta sia dalla Chiesa, ovviamente (e se un prete era ritenuto “indegno” per condotta, il matrimonio poteva anche essere dichiarato nullo) , sia dalla autorità politica secolare. Il Concilio di Trento non diede alcuna regolamentazione sacramentale ulteriore a questo istituto. Ne fornì, invece, una più rigida regolamentazione disciplinare. Il matrimonio assunse validità solo se celebrato da un parroco, in presenza di due testimoni battezzati, non scomunicati, e di buona reputazione. Meglio –ma non era obbligatorio- se sposati a loro volta. Gli sposi furono obbligati a firmare un registro –il primo registro di stato civile , non solo religioso, quindi-  e furono vietate le coabitazioni prima del matrimonio. E questo per contrastare situazioni come la bigamia, l’ illegittimità della discendenza, il concubinato e tutto ciò potesse contravvenire ad una esigenza fortissima, nella società dai costumi, all’ epoca, spagnuoleggianti-asburgici, di conservare gli istituti legali del maggiorascato e del fidecommesso. La diffusione di questi istituti, volti a garantire l’ unità del patrimonio familiare preservandolo da divisioni che potevano minare fino a dissolvere gli assetti di potere interni alle famiglie, aveva sancito l’ assoluta preminenza dei figli maschi[1]. E dei maschi primogeniti: essendo le femmine fuori causa, potendosi aspettare solo un’ eredità femminile, il mantenimento da parte dei familiari da nubili, o la dote se sposate o religiose[2], ai cadetti spettava la carriera militare o religiosa, accompagnata, per solito, da una piccola rendita vitalizia.

Durante tutto il medioevo, l’ istituto matrimoniale subisce “aggiustamenti” e correzioni di rotta, sia dal punto di vista dottrinale, che dal punto di vista giuridico.
La poliginia delle popolazioni germaniche, in effetti, contrastava con i costumi romani, e spinse la Chiesa a far funzionare nella prassi una normativa sul matrimonio che, sulla carta, già esisteva. (San Paolo, 1 Cor, 7,9. ). I Germani ricchi potevano avere più di una moglie, oltre ad uno stuolo di concubine. Dopo la conversione al cristianesimo, la Chiesa impose il limite di una sola moglie, limite che appare implicito nei più antichi codici di diritto longobardi. Non ebbe successo il tentativo di assicurare alla moglie uno spazio e un’ autorità permanente nell’ alveo della famiglia. La “monogamia seriale” –come già avveniva in epoca romana- sostituì la poliginia come mezzo per avere più mogli, e quindi, più probabilità di avere eredi, in un tempo in cui la mortalità infantile era altissima. L’ editto di Grimoaldo del 668 restituì alle mogli abbandonate la loro personalità giuridica e le riammise alla fruizione delle loro proprietà, multando i mariti per l’ ammontare di 500 solidi, la metà circa di quanto  comminato per  i crimini gravi. Inoltre, la somma andava spartita tra i parenti della moglie e il re; al marito non veniva fatto obbligo di riprendere la moglie con sé, né gli si vietava di risposarsi.

Nel corso dei secoli, parallelamente alla sua opposizione alle pratiche poliginiche dell’ aristocrazia germanica, la Chiesa lottò contro la pratica del divorzio. Campione di questa battaglia fu soprattutto il vescovo di Reims Incmaro, durante il regno di Ludovico il Pio, nei primi anni del IX sec. La concezione del matrimonio come eterno ed indissolubile – tanto che le vedove erano tenute a serbare il loro talamo casto, per rispetto alle ceneri del coniuge defunto- è romana. Ma furono i padri della Chiesa, tra IV e V sec. , a tentare di dare realtà pratica a questo ideale. Sant’ Ambrogio condannò il divorzio praticato al fine di risposarsi come vero e proprio adulterio. Ma fu sant’ Agostino
[3] a respingere tutte le motivazioni per il divorzio, ammesse dalla legge secolare –assenza prolungata, prigionia, indegnità del coniuge- gettando così le fondamenta dell’ avversione della Chiesa per la legalizzazione di ogni forma di monogamia seriale.

L’ attacco ufficiale alla pratica del divorzio avvenne in epoca carolingia, quando il già citato vescovo Icmaro rifiutò di accordare alla nobiltà franca, e persino allo stesso sovrano, di ripudiare una moglie e prenderne un’ altra. Il caso più celebre fu indubbiamente quello di Lotario II, al quale Incmaro impedì di ripudiare la moglie sterile. Ma, certamente più significativo, fu, qualche decennio dopo, il caso di Inghiltrude, che nell’ 856 fuggì con un vassallo di suo marito, il conte Bosone. Alla donna fu intimato di tornare indietro dal marito; essa rifiutò, comprensibilmente, per il timore di essere uccisa.  Ma a Bosone fu vietato di risposarsi da papa Nicolò I, chiamato in causa a dirimere la controversia.Ciò che aveva consentito persino Gesù Cristo nei Vangeli[4], veniva significativamente  vietato dalla Chiesa.



[1] Maura Palazzi, Donne sole. Storia dell’ altra faccia dell’ Italia tra antico regime e società contemporanea , p. 55. Milano, Bruno Mondadori, 1997

[2] Marzio Barbagli, Sotto lo stesso tetto. Mutamenti della famiglia in Italia dal XV al XX sec , p. 190.  Bologna, Il Mulino, 1984.

[3] AUGUSTINUS , De fide et operibus,  c.19, 35: “Quisquis etiam uxorem in adulterio deprehensam dimiserit et aliam duxerit, non videtur aequandus eis, qui excepta causa adulterii dimittunt et ducunt; et in ipsis divinis sententiis ita obscurum est, utrum et iste...ut, quantum existimo, venialiter ibi quisque fallatur”.

[4] Mt, 19, 3-12.
giovedì, aprile 30, 2009
Mi incoraggiano a parlare di storia della filosofia, così racconto una storia che probabilmente non è molto nota, e di cui io ho saputo recentemente a lezione. Si tratta più di storia della scienza, in realtà, ma in un'epoca in cui le due cose non erano ancora nettamente distinte.



Questa immagine qui sopra, che spero non sballi completamente l'impaginazione del blog, è il frontespizio della prima edizione della Selenographia, sive lunae descriptio, dell'astronomo polacco Johannes Hevelius (o Jan Heweliusz), uscita a Danzica nel 1647.
Si tratta dunque di un'incisione, del Seicento, campo specifico della competenza di Roseau. La ragione per cui ne parlo io sono i due tizi che si vedono ai lati del titolo. Se cliccate sull'immagine per ingrandire, dovreste leggere i nomi dei due tizi sui piedistalli. Quello a sinistra è Galileo, abbastanza curiosamente vestito da arabo, che è poi il motivo per cui mi interessa.
Il secondo è Alhazen (o Alhacen). Non lo conoscete? Male, anche se non è colpa vostra.
Ma cominciamo dalla fine.
Hevelius non è noto quanto Galileo, ma è certamente un nome importante della storia dell'astronomia. Dobbiamo ad una sua opera successiva una delle prime sistemazioni delle costellazioni australi, e credo sia stata la sua origine polacca a lasciarci in eredità la piccola costellazione dello Scudo di Sobieski*.
La sua Selenographia è una eccellente descrizione astronomica della Luna, anche se fu messa in ombra dallo Almagestum Novum del gesuita italiano Riccioli, uscito nel 1651.
Notare che Hevelius era eliocentrista, mentre Riccioli era un fautore del sistema ticonico (una forma rivista di geocentrismo), il che, peraltro, non era così strano. Le osservazioni astronomiche di Tycho Brahe, il sostenitore di quella teoria, erano le più precise mai fatte senza telescopio, e per un certo tempo il suo sistema sembrò, proprio sul piano scientifico, un concorrente plausibile di quello copernicano. Poi c'era anche la resistenza filosofica e religiosa ad accettare di non essere al centro dell'Universo. Per dire, uno dei padri della scienza moderna, Francesco Bacone, era geocentrista.
Il punto di forza di Riccioli, però, fu l'evocatività del suo linguaggio, per cui ancor oggi noi parliamo di "mari" della Luna. Un'altra conseguenza del suo successo è che Tycho e l'oscuro Cristoforo Clavius, astronomi geocentristi, hanno dato sulla Luna il nome a dei crateri molto più grossi di Keplero o Galileo. I nomi li diede Riccioli, appunto.
Quello che interessa a me, comunque, è il frontespizio, ed in particolare i due tizi col turbante. Certamente Riccioli, nel suo frontespizio, non aveva messo turbanti, e nemmeno Hevelius lo fece poi nella sua Uranografia, il libro con le costellazioni australi uscito alcuni decenni dopo. Suppongo che le lunghe guerre del suo Paese contro l'Impero Ottomano a fine Seicento possano aver contribuito al cambiamento, così come il generale cambiamento nella vita religiosa polacca dopo l'invasione svedese del 1655. Prima la Polonia era una terra di tolleranza religiosa**, dopo vi imperversò la più becera Controriforma (un discorso a parte sarebbe da fare per i pogrom degli ebrei in Ucraina, che ebbero una spaventosa recrudescenza in quegli anni: gran parte dell'Ucraina era al tempo una provincia polacca).
Dimenticavo di dire che Hevelius era un eccellente incisore in prima persona, e certamente ha illustrato i suoi libri e sapeva benissimo come voleva il frontespizio.
Ora, Galileo col turbante è qualcosa che, uhm, turba. Nel senso che costringe a pensare ad un'immagine del mondo musulmano, nell'Europa della rivoluzione scientifica, come associata, tra le altre cose, alla scienza, e ad un sapere vitale, non solo ereditato. 
Un'immagine che evidentemente non era l'unica possibile, ma teniamo presente che in quegli anni, ad Oxford, si traduceva fior di scienza araba, grazie soprattutto al lavoro di due studiosi olandesi, i Pococke. Gente che faceva parte del circolo di John Locke, non proprio degli emarginati.***
Comunque è il tizio a sinistra, e il posto che gli è assegnato, ad essere interessante, per noi. Perché, mentre bene o male Galileo sappiamo tutti chi era e che ha fatto, Alhazen, chi era costui? Insomma, non sta nei vostri manuali di storia e filosofia, nemmeno quelli fatti bene. Però un cristiano occidentale del Seicento come Hevelius, che di sicuro sapeva il fatto suo, ritiene di poterlo mettere su quel piedistallo.
C'è qualcosa che non funziona. Sul piedistallo di sinistra, sotto al nome di Alhazen c'è l'immagine di qualcosa che sembra un cervello, la parola latina ratione, mentre sotto quello di destra, sotto al nome di Galileo, c'è un occhio e la parola sensu. Visto che Alhazen ha in mano un foglio con dei calcoli geometrici e Galileo un grosso cannocchiale, mi pare abbastanza chiaro dove si vuole arrivare.
Per Hevelius, Alhazen ci ha messo la teoria, il ragionamento, e Galileo l'osservazione. Alhazen è il predecessore della scienza galileiana.

A questo punto sarebbe il caso che vi dicessi chi è Alhazen, o meglio Abu Ali al-Hasan Ibn al-Haytham. E' un matematico, astronomo e fisico arabo, vissuto tra decimo e undicesimo secolo in Iraq ed Egitto. La sua opera più importante è un trattato di ottica intitolato Kitab al-Manazir, ben conosciuto nell'Occidente medievale, soprattutto perché negava l'idea greca che la visione venisse da raggi emessi dall'occhio. L'importanza stava specialmente nel fatto che per negarla, Alhazen utilizzò con successo un metodo sperimentale sei secoli prima di Galileo e Bacone (Francesco). E' particolarmente interessante che Alhazen avesse teorizzato l'uso di strumenti matematici nel metodo, cosa che per esempio Bacone ancora non riteneva possibile.

Adesso che sapete questo, l'accostamento a Galileo non vi appare più tanto strano. Quello che è strano, è che prima voi non lo sapevate, a meno di casi particolari (tipo esami di storia della scienza dati all'università).  
 
* Giovanni Sobieski era il re di Polonia, ricordato di solito per aver sconfitto i turchi di Kara Mustafa Köprülü a Vienna nel 1683. E' ricordato in Polonia come eroe nazionale.
** Vi avevano trovato asilo perfino gli unitariani, negatori della Trinità, seguaci dell'eretico italiano Sozzini. Tutte le Chiese del tempo erano concordi nel perseguitarli. Quando la Polonia diventò invivibile per loro, ripararono in Olanda.
*** Fin dai tempi dell'altro Bacone, Ruggero, nel Duecento, e perfino dell'ebreo spagnolo convertito Pietro Alfonsi nel dodicesimo secolo, in Inghilterra si era rivolta un'attenzione particolare agli aspetti tecnico-scientifici della scienza arabo-musulmana, mentre a Parigi interessavano più i problemi filosofici e metafisici.

P.S. No, la tag non è un errore di battitura. 
mercoledì, aprile 29, 2009

Proseguono, a grande richiesta (sì, come no :D) i miei modesti consigli di economia domestica.


F come frutta e verdura. Se , come dire, non fate parte nemmeno per sbaglio della generazione 1000 euro, o se i 1000 li superate appena, non acquistate il violetto di Sant’ Erasmo, il bianco di Bassano, il quadrato d’ Asti, il ciliegione Ferrovia o la boccuccia vesuviana. Non sapete cosa sono??? Meglio così. Preferite la frutta di stagione, minimamente certificata –non quella biologgica maggica biodinamica del negozio del centro, che pratica prezzi da gioielleria- comprata nella grande distribuzione, o, se siete fortunati e potete farlo, direttamente dal produttore. Accorciate la filiera: risparmierete sui prezzi e ne guadagnerete in salute.


G come genitori. Vale quanto ha detto Marco nei precedenti post. Non mi sento di aggiungere nient’ altro.


G come gatto. Il gatto è, per esperienza personale, il migliore amico dello studioso. Se amate il vostro felino, non lesinategli una bella lettiera in sepiolite, grande almeno 25x50 cm, dei pasti bilanciati –non solo croccantini, ma qualche volta anche carne bianca o pesce azzurro che scotterete voi stessi- e una bella cuccia. Lasciatelo libero di scorrazzare a piacere, e, se fa qualche danno, siate fermi ma non aggressivi nel rimproverarlo. Non capirebbe. Non schifatevi se vi porta in casa lucertoline, insetti o persino topolini. Lodate le sue abilità venatorie e, non visti, rimuovete la piccola carogna. Mostrereste disgusto all’ invito a cena di un vostro caro amico?


H come ho. Ho indipendenza, benessere, giovinezza e, se va bene, anche felicità. Vediamo di amministrarle con saggezza.


I come inviti. Fa piacere invitare amici. E’ bello,  ho capito quanto fosse bello dopo un’ infanzia e una prima giovinezza di solitudine e isolamento. Ma, se vivete in coppia in una casa piccola, può diventare problematico. Se proprio non disponete di una stanza per gli ospiti, offrite loro almeno un tatami, un futon. Fate dimenticare la ristrettezza dello spazio con il calore della vostra ospitalità “viziando” un po’ l’ amic*, cucinando piatti che gli/le possono piacere, organizzando assieme a lui /lei il soggiorno, coinvolgendolo in attività piacevoli (concerti, piccoli viaggi, cene, spettacoli teatrali) specie se esce da una situazione personale difficile. In generale, però, NON aspettatevi MAI di essere invitati a vostra volta. Non tutti possono ricambiare la vostra ospitalità. Non autoinvitatevi, a meno che non siate in grandissima confidenza col vostro ospite.


K come kidult. Usate pure questa parola. Ma solo in senso ironico e mai per vantarvene. Sennò, potrebbe, per quanto odioso, essere legittimo derubricarvi a bamboccioni. Sebbene fashionable e customizzati.


L come linea: non fate costosissimi abbonamenti in palestra per mantenerla ad ogni costo. Non siatene ossessionati. Andate a piedi, in bicicletta, sui pattini. Ma non vi riducete a patetici criceti schiavi dei GAG o del tapis roulant. Mangiate poco e bene. E perdonatevi più spesso qualche peccato di gola. Non c’è niente di più spiacevole, durante le cene in compagnia, dell’ accorgersi che il proprio commensale sta facendo il conto mentale in diretta delle calorie che ingerisce.


M come matrimonio. Se avete deciso per il grande passo, beh, complimenti...noi non abbiamo tutta questa fretta : D . Soprattutto, non riconosciamo la validità civile dell’ istituto matrimoniale, ma solo il suo significato sacramentale. Comunque, che vi sposiate in Comune, con qualsiasi rito, ricordate: è e deve essere il giorno più bello, non quello più stressante. Non perdete la testa ad organizzare tutto nei minimi dettagli, dai posti a tavola all’ ordine di menzione nelle partecipazioni. Non cercate di sembrare un pinguino o una meringa durante la cerimonia: usate il buon senso anche nella scelta dell’ abbigliamento, prediligendo abiti che, visti i tempi, potrete riutilizzare in altre occasioni. Non fate tour de force estetici e non temete di “sfigurare”.

mercoledì, aprile 29, 2009
a) Non è bella.

b) Qualcuno le spieghi che la "showgirl" non è un lavoro.
mercoledì, aprile 29, 2009
Con questo post inauguro una rubrica che uscirà a cadenza arbitraria su questo blog, con lo scopo deliberato di fare a pezzi antichi e gloriosi pilastri della storia del pensiero dimostrando l'inconsistenza, l'inutilità e la fallacia delle loro idee.
Il programma è ambizioso: punta a smontare completamente gente come Hegel, Voltaire, e Leibniz, ma so già che sono troppo pigro per portarlo a termine, quindi per adesso mi limiterò a farvi vedere perché Comte sia, a mio parere, uno dei più boriosi esaltati della storia della filosofia.

La tesi appare ampiamente dimostrata già dal fatto che il nostro Comte, dopo essersi con vasto successo alla facile impresa di fare a pezzi il pensiero religioso in quanto mancante di razionalità positiva (grazie al cazzo: la religione cattolica, l'unica che lui prenda seriamente in considerazione, ha al suo centro il mistero, ovvero qualcosa non è, in quanto tale, spiegabile tramite la ragione) si accinge alla fondazione di una nuova religione.
Fondazione per la quale (dopo aver liquidato Dio come il frutto irrazionale di menti insufficientemente progredite, ricordiamolo) ha la straordinaria pensata di chiedere aiuto alla compagnia di Gesù.
Un po' come chiedere all'Esercito di sfilare alla Marcia della Pace, tipo.
Comte crede fermamente, in modi che non hanno la menoma parvenza di base razionale, nelle magnifiche sorti e progressive dell'umanità tutta, alla cui guida ci sono le "cinque nazioni progredite" (Francia, Germania, Inghilterra, Italia e Spagna. Mi domando cosa gli abbiano fatto di male gli olandesi, poverino. Notare che Comte muore nel 1857, prima dell'unificazione di Italia e Germania).
L'ipotesi che i cinesi, per dire, possano non volersi sottomettere con gaio e pacifico entusiasmo progressista alla guida italiana non sembra sfiorarlo.
La sua fede pseudo-religiosa nel progresso, comunque, non fa di Comte un progressista nel senso normale del termine. E' un sostenitore della diseguaglianza naturale tra gli uomini, del patriarcato e del dispotismo politico esercitato da una casta di intellettuali, (e per essere uno infastidito dall'ipotesi di inserire la Cina nelle storie della civiltà, ci si stupisce di osservare che il suo sistema prevedeva una sorta di mandarinato) e il suo modello ideale di potere era la Chiesa cattolica all'epoca di Innocenzo III, fate un po' voi. Credeva anche nelle differenze razziali, e in questo era più oscurantista dei suoi tempi, perché il razzismo scientifico sarà egemone solo dopo la sua morte.

Su queste basi, il semplice fatto che abbia potuto esercitare un'influenza rilevante sul pensiero (la sua Chiesa positivista esiste ancora, in Sudamerica) non smette di sorprendermi.

Sul fatto che fosse un borioso saccente con una stima di sé stesso assolutamente smisurata e fuori luogo (come Hegel) potrebbe essere confermata da questa citazione:

"La società che si stava preparando sotto l'organizzazione da lui adombrata, era la condizione ultima dell'umanità, oltre la quale non sarebbe andata"¹.

Teniamo presente che l'organizzazione "da lui" adombrata era sostanzialmente l'organizzazione della Chiesa cattolica voluta verso il 1070 da Papa Gregorio VII e dai suoi successori, tolti i contenuti della fede cristiana (cioè quello che giustificava tutta quanta la faccenda). Almeno gli altri utopisti e disegnatori di città ideali erano stati originali.

Sempre Bury descrive brevemente la tetra tirannide che Comte progetta come culmine eccelso del razionale progresso umano in questi termini:

"Per chi disgraziatamente apprezzasse la libertà dell'individuo, vivere nello stato ideale di Comte sarebbe triste come vivere in una teocrazia o in un'utopia socialistica."²


¹ John Barnell Bury, "Storia dell'idea di progresso" p. 211, Feltrinelli 1964 (ed. or. 1932)
² Ivi, p. 212
   

mercoledì, aprile 29, 2009
Il sonno della ragione genera la Carl***i.
postato da: falecius alle ore 13:56 | Permalink | commenti
categoria:citazioni, cazzate, 1984, caffé lesso bollente
martedì, aprile 28, 2009
Questo blog è lieto di segnalare la rinnovata sensibilità del Presidente della Camera dei Deputati, Gianfranco Fini, sulla delicata questione delle candidature femminili in vista delle prossime elezioni europee......

lunedì, aprile 27, 2009
Cito da qui, articolo eccellente e condivisibile dell'amico Abdannur:

"Prima, il pericolo era "il ghetto", "la scuola araba", "la famiglia non integrata"; ora, l'allarme è per lo straniero che "occupa la casa popolare", "invade le nostre aule", "sposa le nostre donne"."

Da lì scopro anche questa cosa di Ida Magli, che onestamente non si capisce come possa finire su un giornale a tiratura nazionale. E' talmente idiota da far quasi rimpiangere la Fallaci, comunque su Ida Magli in sé l'unica domanda che mi faccio è come sia possibile starla ancora a sentire, al di fuori dei circoli di fissati sul Gomblotto Giudaico.
Io non sono uno storico delle religioni in senso proprio, ma posso assicurare che no, dell'Islam non ha capito nulla (nemmeno dell'ebraismo, comunque), e che in storia del cristianesimo al sei, per me, non ci arriva.

Quello che mi colpisce è che qui abbiamo davanti gente vicina ad un partito che nel nome e nella retorica si richiama alla "libertà", ma che al tempo stesso ritiene concepibile fare discorsi pseudodemosocioetnoantropologici alle persone in genere su come e con chi dovrebbero sposarsi.
Se io voglio sposare una persona lo faccio, punto*. La cosa mi sembra di un'ovvietà abbacinante, e non c'è Ida Magli (o famiglia d'origine, se per questo) che tenga.
Mi riferisco a quelle, a volte occidentalissime, figure genitoriali che pretendono di sapere meglio dei loro figl* con chi costoro dovrebbero passare il resto della propria vita. Non lo sanno, non lo possono sapere, non sono fatti loro, e comunque non hanno nessun diritto di metter becco. Sì, dico proprio a quel pezzo di merda che non ritiene suo genero degno della sua augusta persona e disconosce la figlia per questo (vicenda realmente capitata ad un'amica di Roseau). Mavaffanculo, vai, stronzo.

Non è (grazie al cielo) nel potere degli editorialisti del Giornale "fermare i matrimoni misti", ma a me inquieta il solo fatto che un appello del genere venga formulato e diffuso su un quotidiano e riceva commenti come questo (cito, vergognandomi un po'):

Per quanto mi riguarda, mi piacerebbe che in italia l'islam fosse bandito, messo fuori legge. Niente più moschee. Niente più matrimoni misti.

(Ma poi, perché fermarsi qui? Ci si stava attrezzando per liberarsi del problema alla radice, settan'anni fa. Sempre semiti** sono, a portare queste cose orientali e snaturanti la nostra civiltà europea e occidentale che poverina, di per sé se ne starebbe quieta e buona senza dar fastidio a nessuno, sono loro che vengono qui ad invaderci pregando nei garage e scrivendo la lettera ai Romani dove si predica "la libertà" e quella ai Corinzi teorizzando l'uguaglianza tra uomo e donna***)



E' questo, il "Popolo delle Libertà"?


*Non sto comunque consigliando di prendere decisioni avventate. Sto dicendo che il matrimonio è una scelta libera, non che sia una scelta irrilevante da fare a caso.

**Nel caso della Magli l'accusa di antisemitismo assume il suo significato etimologico, visto che tra le altre cose la signora teorizza un complotto degli ebrei per snaturare l'europa tramite, indovina un po' che cosa mai sentita prima, la finanza. Mi riservo comunque di discutere il significato di "semita" in un post a parte, perché è interessante.


*** Se non conoscete la Lettera ai Romani, vale una lettura. Anche se è stata scritta da un immigrato asiatico e semita che segue una religione estranea alla nostra civiltà (certamente Nerone e Tacito la pensavano così, e chi sono io per smentirli?) è un testo fondante della civiltà occidentale. Ancor oggi c'è dibattito sul senso del capitolo 13, quello su cui si fonda la teoria cinquecentesca della monarchia assoluta per diritto divino (uno dei regali di Martin Lutero alla storia della civiltà, nel caso non lo sapeste).

E' anche uno dei pochissimi testi di quel tipo in cui emerga una condanna dell'omosessualità, anche se questo non sembra turbare i liberali de noantri.

Nella lettera ai Corinzi ci sono una serie di cose tipo che le donne devono mettersi il velo, tenere gli occhi bassi e non parlare in pubblico, dal che si vede che Ida Magli ha ragione e che il cristianesimo è costituitivamente egualitario perché le bambine vengono battezzate, e se duemila anni di storia e i testi religiosi fondanti dicono il contrario, al diavolo i fatti, lei è Ida Magli e conosce l'essenza del cristianesimo meglio di San Tommaso d'Aquino in persona.

Ah, sì, dimenticavo, le lettere stanno tutte e due nella Bibbia (quel libro grosso che probabilmente avete a casa e non aprite mai), verso la fine del Nuovo Testamento, un po' prima dell'Apocalisse e dopo il Vangelo di Giovanni e qualche altra lettera.



lunedì, aprile 27, 2009
a) Il concetto di "Patria" è illogico. Inoltre, gronda sangue innocente. E comunque, siete davvero disposti a morire a comando in nome dello Stato nazionale italiano? Se lo siete, siete dei patrioti, e a mio avviso, anche degli idioti. Se no, evitate di importunarmi con concetti che il delirio omicida del Ventesimo Secolo dovrebbe aver screditato abbastanza.

b) Non esistono diritti di nascita. Non esiste nessuna ragione logica per cui vostr* figli* sia la persona più meritevole della vostr* eredità. La famiglia è una roba razionale solo se se si fonda la moralità sui presupposti della teoria del gene egoista. Potete anche farla, una società del genere, ma poi viverci sono cazzi vostri. E questo prescinde dalla validità del gene egoista come teoria biologica, che per quel che ne so è del tutto credibile.

c) Vostro padre non ha diritti su di voi per il fatto di aver fornito lo sperma che ha fecondato vostra madre. Questa cosa non è una ipotesi da mettere in discussione, ma una verità autoevidente. La "tradizione" è qualcosa a cui voi aderite, non qualcosa che vi si impone di per sé.

d) Nemmeno vostra madre ha diritti su di voi, per gli stessi motivi.

e) La famiglia è un sistema per assicurarsi che i figli non muoiano di fame. Non ha nessun valore intrinseco, se non per il fatto che voi volete bene ai vostri parenti, cosa che non siete tenuti a fare. Affermazioni sulla "sacralità" della "Famiglia" hanno lo stesso valore di quelle sulla "sacralità" della "Patria" e spesso sono fatte dalle stesse persone, sul che sarebbe da meditare.

f) Dal punto di vista del cristianesimo, basta una lettura superficiale dei Vangeli per capire che, sebbene l'istituzione familiare in sé vada benissimo, affermarne una "sacralità" o sostenere che sia il fondamento necessario della società umana, è semplicemente blasfemo. Per quel che riguarda il cattolicesimo, è anche incoerente, visto che si impedisce formalmente ai sacerdoti (specialisti del sacro per definizione) di averne una.



domenica, aprile 26, 2009
Qualcuno è arrivato qui cercando (cito): "anziane in calore cavalcano cazzi enormi video".
A parte lo sconcerto, credo che Google abbia bisogno di una drastica riorganizzazione. Ci sono di mezzo delle aspettative tradite, qui, delle persone che ci contano e poi si trovano qua.
Ma il genio assoluto è chi ha avuto la brillante di cercare su Google (finendo, Dio solo sa perché, qui) questa cosa: "sesso mussulmano" [sic].

P.S. Si dice Islàm. E Iràn. E "musulmano" è meglio scriverlo con una S.

postato da: falecius alle ore 14:23 | Permalink | commenti (5)
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sabato, aprile 25, 2009
Berlusconi dice, oggi, 25 aprile 2009, che occorre costruire un "sentimento nazionale unitario".
Sentimento. Nazionale. Unitario. 2009.

Faccio sommessamente notare che la maggior parte della penisola italiana è stata conquistata dal Piemonte nel 1861.
Ripeto, 1861.
Centoquarantotto fottuti anni fa (e sì, qui a Roma stanno già ammorbando coi preparativi del centocinquantesimo. Con un po' di fortuna sarò all'estero a quell'epoca). I miei bisnonni non erano ancora nati. Capisco che rispetto alla Gran Bretagna, unificata nel 1707, o alla Danimarca, che esiste dall'undicesimo secolo, per non parlare del Giappone* o della Cambogia**, possano sembrare pochini, ma in generale forse questo posto ha preoccupazioni un poco più serie, centocinquanta anni dopo la sua costituzione come Stato, che la creazione di un sentimento nazionale.

Ad esempio, far ascoltare più Judas Priest e meno Povia ai giovani di questo posto, come presupposto ad una sana crescita mentale e culturale.
Oppure, dato stiamo celebrando oggi la sconfitta della dittatura fascista che era anche razzista e antisemita, una priorità potrebbe essere l'abolizione delle leggi razziali e il ripristino del diritto di manifestare le proprie idee.

Ma poi. Berlusconi si è accorto di essere al governo in coalizione con un partito che rifiuta ideologicamente il sentimento nazionale italiano? Come pensa di spiegare a questa gente, fascista in quasi tutto tranne che nel nazionalismo italiano, che proprio di sentimento nazionale italiano c'è bisogno? E poi, glielo spiega nel giorno in cui ci celebra la sconfitta del fascismo, cioè.
Il fascismo è stato molte cose, un certo numero delle quali, come la difesa del privilegio e il razzismo identitario e violento, condivise con i partiti attualmente al governo e in specie con la Lega. Però una di queste cose è stata la massima esaltazione del nazionalismo unitario italiano nella storia, che la Lega non condivide minimamente. Una delle cose che spinse migliaia di giovani italiani ad aggredire gli infelici popoli libico***, etiope e spagnolo, e poi a gettarsi nella Seconda Guerra Mondiale, era, con ogni evidenza, il sentimento nazionale.

Si può, naturalmente, teorizzare che esistano un patriottismo buono ed uno cattivo (uno che spinge a costruire insieme agli altri, e uno che spinge ad assalire gli stranieri), e che il fascismo rappresentava il secondo tipo, mentre Berlusconi si riferiva al primo.

Tuttavia resta il fatto che dire "ci serve più nazionalismo" nel celebrare la sconfitta rovinosa del principale movimento nazionalista della storia di questo paese, sia appena un po' ridicolo. 

P.S. Cazzo c'entra il Muro di Berlino???


* La cui esistenza come nazione unitaria risale almeno al sesto secolo.

** Se si accetta l'impero del Funan come antenato diretto della nazione cambogiana moderna, parliamo di quasi milleottocento anni di storia nazionale.

*** Sì, lo so che l'Italia aggredì il territorio libico nel 1911, prima del fascismo. Ma i libici opposero una strenua resistenza che durò fino al 1933 e fu stroncata solo con la deportazione sistematica della popolazione e le stragi indiscriminate. Uno dei principali responsabili di questa politica in epoca fascista fu il conte Volpi di Misurata, peraltro fondatore della SADE, la società che costruì la diga del Vajont; è il tizio a cui è intitolata la Coppa Volpi del Festival di Venezia.
Il grande boia coloniale del fascismo, comunque, è stato Rodolfo Graziani, futuro ministro della Difesa della Repubblica di Salò. L'Etiopia (e credo anche la Libia) chiese per anni, invano, di poterlo processare anche per i crimini (particolarmente atroci e lesivi delle leggi di guerra) commessi in Africa. Naturalmente Graziani è stato condannato come gerarca di Salò, ma la maggior parte della pena gli fu condonata, malgrado fosse personalmente responsabile di alcune scelte particolarmente efferate anche in Italia. Se ricordo bene, ha scontato due anni di carcere. Liberato, fu tra i più attivi esponenti del primo MSI. 
venerdì, aprile 24, 2009

Oggi ne ho imparata una nuova. Prerogativa di certi livorosi imbecilli in camicia verde è la vendetta trasversale. Non possono colpire direttamente gli esercizi commerciali gestiti da negri, cinesi, islamici & terroni perché la nostra Costituzione, in più di un articolo, lo considera un atto, ehm, appena appena discriminatorio. E poi perché costa troppa fatica cambiarla. Interminabili sedute parlamentari. Minacce di referendum.  Commissioni saltate. Assenza di cultura specifica nelle proprie fila.


Quindi, da uomini pragmatici, non si perdono d’ animo. Aggirano l’ ostacolo inventandosi leggi e leggine a livello locale che rendono, nei fatti, la vita molto difficile agli esercenti non-padani D.O.C.G.Salvo poi scoprire che il barista di Brugherio, che ha installato i suoi festosissimi dehors in barba ad ogni piano regolatore, non li voterà più.Ma poi: il divieto di installazione di strutture provvisorie, si applicherà anche ai candidi gazebo leghisti, dispensanti cibo e bevande nelle sagre di paese?

Nel privato, le cose non cambiano più di tanto. Si delira nei blog degli amici di chi non li degna più di tanto –giustamente- di attenzione.
Colgo l’ occasione per ricordare ai pensionati leghisti di Soho l’ importante presenza dei circoli ricreativi per anziani, delle sale bingo, e di altre istituzioni dedicate agli annoiati della terza età nella capitale britannica.
venerdì, aprile 24, 2009
Ho appena letto questa cosa.
Letto è una parola grossa, nel senso che l'ho trovata troppo aberrante per finirla, e ho deciso di fermarmi, alle prime avvisaglie di crisi epilettica*.
Considero offensivo, infame, osceno e ripugnante oltre ogni descrizione, il concetto stesso per cui sia lontanamente immaginabile un'intervista alla madre** di Fabio Capello in occasione della partenza di suo figlio per una qualsiasi Fanculandia (nel caso specifico, l'Inghilterra).
L'impalamento sarebbe una pena leggera per il pezzo di merda ***che ha concepito un testo del genere.
Queste persone devono morire tutte. Tra atroci dolori. Senza sepoltura. E le loro animacce immonde bruciare all'Inferno per l'eternità. E con questo credo di essere clemente.
No. Non esiste remissione. Non esiste speranza.
Fino a non molto tempo fa credevo di essere incapace di odiare. Ora so che non è vero. Le persone che producono aberrazioni concettuali come quella meritano come minimo l'odio senza quartiere.
Sì, è solo perché evito di leggere queste cose che sono ancora un individuo urbano e tollerante.
Un testo del genere potrebbe trasformarmi in un terrorista nichilista del tipo dei Demòni di Dostoevskij. Non posso che sentire il dovere morale di lavorare per l'annientamento di un mondo che sfocia in questo.
Leggete, meditate, riempitevi di odio.

* Non sono epilettico, ma potrei diventarlo, se esposto di continuo a queste immondizie.
** Nessun insulto è sufficiente a qualificare le bestialità che ha proferito.
*** Non voglio offendere oneste forme di vita schifosamente parassite come il torsalo o la sacculina, prodotti di una inquietante ma comprensibile evoluzione, paragonandole a certi "giornalisti", la cui esistenza è moralmente priva di scuse; sto solo cercando di evocare le immagini più efficaci, seppure tenui, che riesco.
postato da: falecius alle ore 18:58 | Permalink | commenti (8)
categoria:difesa dalla famiglia, libertà sì cara, disgusto totale