E questo avveniva perché, per tutto il Medioevo, il matrimonio rimaneva, nonostante i tentativi di regolamentazione, un affare privato della coppia. Di più: la definizione sacramentale del matrimonio che la Chiesa mise a punto nel corso del Medioevo conferiva tutto il potere ai due contraenti, lo sposo e
- Dare pubblico scandalo
- Difendere pubblicamente il proprio diritto di vivere liberamente la propria sessualità.
- Negare a parole e in atti la validità sacramentale del matrimonio.
Così, si diceva, si “faceva come un protestante” e si poteva incorrere in un processo per eresia[3]. Esattamente come i bestemmiatori della Madonna. Dall’ inizio del Seicento in avanti, da quando cioé la macchina inquisitoriale rischiò di autodistruggersi per troppa efficienza, avendo esaurito gli eretici da perseguitare e avendo imposto col terrore un clima di conformismo dottrinale pressoché assoluto (ma fermenti bollivano sotto la superficie: si pensi al caso del vescovo quietista di Jesi Paolucci ) , comuni effrazioni alla morale come blasfemia, adulterio, concubinato, bigamia, vennero ri-rubricate come casi d’ eresia e delitti “contro
Oggi non avviene nulla di simile (anche se tentativi, ovviamente destinati ad essere frustrati, da parte di Ratzinger e dei suoi predecessori non sono mancati), poiché l’ Inquisizione smise di preoccuparsi dei casi d’ adulterio quando fu legittimata la pratica sociale del cicisbeo[4], nel ‘700, alla quale non era infrequente che si prestassero alcuni suoi membri. Molti abati, chiamati a far da precettore ai figli delle dame della buona società europea, finivano per assurgere allo status di “cavalier servente” delle stesse.
[1] Ottavia Niccoli, Baci rubati. Gesti e riti nuziali in Italia prima e dopo il Concilio di Trento, in Il gesto, a cura di S. Bertelli e M. Centanni, p. 243. Firenze, 1995.
[2] Adriano Prosperi, Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari, pp. 630-679. Einaudi, Torino, 1996.
[3]Giovanni Romeo, Amori proibiti. I concubini tra Chiesa e Inquisizione. Laterza, Roma-Bari, 2008. Cito dalla quarta di copertina: “In Italia tra Cinquecento e Seicento convivere senza essere sposati diventò un delitto, represso con asprezza dalle Curie vescovili, non dalle autorità statali. Scomuniche, irruzioni domiciliari, carcere, multe colpirono migliaia di coppie di fatto e raggiunsero presto chiunque vivesse relazioni proibite: anche gli amanti subirono in misura crescente conseguenze così pesanti. Ancor più rischioso fu difendere il diritto di vivere la sessualità in modo difforme dall'etica ufficiale. In quei casi interveniva l'Inquisizione e apriva processi d'eresia. Per la Chiesa il bilancio non fu lusinghiero: poche regolarizzazioni, contromisure dei conviventi spesso efficaci, vescovi appiattiti su logiche repressive. Per le coppie di fatto si moltiplicarono le sofferenze: famiglie distrutte, donne criminalizzate, bambini privati dei genitori. Ma molti difesero con forza le proprie scelte, anche perché il clero stesso aderì con freddezza all'accresciuto rigore dei vertici diocesani, e non mancarono reazioni dure, talora dissacranti. Le pagine di Giovanni Romeo, tessute di una ricchissima documentazione inedita, raccontano quell'aspra battaglia, con particolare attenzione alla più grande città italiana di antico regime, Napoli, e invitano a riflettere - contro ogni facile revisionismo sul peso dell'intolleranza religiosa nella storia d'Italia”.
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Mi incoraggiano a parlare di storia della filosofia, così racconto una storia che probabilmente non è molto nota, e di cui io ho saputo recentemente a lezione. Si tratta più di storia della scienza, in realtà, ma in un'epoca in cui le due cose non erano ancora nettamente distinte. 