Saviano ha fatto un atto di coraggio notevole esponendosi e affrontandone le conseguenze in prima persona, è giovane ed era in una posizione socioculturale di relativa sicurezza e lontananza dal fenomeno camorristico: chiunque conosca bene Napoli, credo sia consapevole dell’ importanza del ceto (ancora si dice così) d’ appartenenza per i suoi cittadini. La borghesia napoletana vive praticamente seclusa nei quartieri-bene , (Vomero, Pizzofalcone, Posillipo, Mergellina...), non addentrandosi se non di rado e per motivi di comprovata necessità. Saviano è figlio di un medico, allievo dello storico meridionalista Francesco Barbagallo, espressione della tradizione culturale di quella borghesia napoletana laica, illuminata e legalitaria che risale alla rivoluzione giacobina del 1799, e, per li rami, alla noblesse de robe di Vincenzo Cuoco e addirittura di Giulio Genoino . Dunque, lo scrittore trentenne è naturaliter lontano anni luce dall’ arcaismo rituale del mondo camorristico, dalla sua brutalità, dalle sue pretese intellettuali del tutto velleitarie. Nonostante questo, ha voluto conoscere e sapere. Certo, per farlo, si è giovato di ottime entrature: anni di gavetta a Nazione Indiana, non proprio la porta di servizio delle riviste letterarie, articoli per la cronaca locale, poi il Manifesto (sotto l’ egida del dominus partenopeo dell’ inserto culturale, Alias: Gabriele Frasca. Mi ricordo ancora una manciata di distici saporosi indirizzati dal mio carissimo professore di letteratura italiana,
da pag 232-233:
Dovevo forse anch’ io scegliermi un Palazzo, il Palazzo, da far saltare in aria, ma ancor prima di infilarmi nella schizofrenia dell’ attentatore, appena entrai nella crisi asmatica di rabbia mi rimbombò nelle orecchie l’ Io so di Pasolini come un jingle musicale che si ripeteva sino all’ assillo. E così invece di setacciare i palazzi da far saltare in aria, sono andato a Casarsa, sulla tomba di Pasolini. Ci sono andato da solo, anche se queste cose per renderle meno patetiche bisognerebbe farle in compagnia. In banda. Un gruppo di fedeli lettori, una fidanzata. Ma io ostinatamente sono andato da solo.
Casarsa è un bel posto, uno di quei posti in cui ti viene facile pensare a qualcuno che voglia campare di scrittura, e invece ti è difficile pensare a qualcuno che se ne va dal paese per scendere più giù, oltre la linea dell’ inferno. Andai sulla tomba di Pasolini non per un omaggio, neanche per una celebrazione. Pier Paolo Pasolini. Il nome uno e trino, come diceva Caproni, non è il mio santino laico, né un Cristo letterario. Mi andava di trovare un posto. Un posto dove fosse ancora possibile riflettere senza vergogna sulla possibilità della parola. La possibilità di scrivere dei meccanismi del potere, al di là delle storie, oltre i dettagli. Riflettere se era ancora possibile fare i nomi, a uno a uno, indicare i visi, spogliare i corpi dei reati e renderli elementi dell’ architettura dell’ autorità. Se era ancora possibile inseguire come porci da tartufo le dinamiche del reale, l’ affermazione dei poteri, senza metafore, senza mediazioni, con la sola lama della scrittura.
Secondo Scarpis, gli allarmi di Saviano riguardanti le infiltrazioni camorristiche in provincia di Parma, sarebbero sparate di un signore che abita a
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