lunedì, marzo 30, 2009

Saviano ha fatto un atto di coraggio notevole esponendosi e affrontandone le conseguenze in prima persona, è giovane ed era in una posizione socioculturale di relativa sicurezza e lontananza dal fenomeno camorristico:  chiunque conosca bene Napoli, credo sia  consapevole dell’ importanza del ceto (ancora si dice così) d’ appartenenza per i suoi cittadini. La borghesia napoletana vive praticamente seclusa nei quartieri-bene , (Vomero, Pizzofalcone, Posillipo, Mergellina...), non addentrandosi se non di rado e per motivi di comprovata necessità. Saviano è figlio di un medico, allievo dello storico meridionalista Francesco Barbagallo, espressione della tradizione culturale di quella borghesia napoletana laica, illuminata  e legalitaria che risale alla rivoluzione giacobina del 1799, e, per li rami, alla noblesse de robe di Vincenzo Cuoco e addirittura di Giulio Genoino . Dunque, lo scrittore trentenne è naturaliter lontano anni luce dall’ arcaismo rituale del mondo camorristico, dalla sua brutalità, dalle sue pretese intellettuali del tutto velleitarie. Nonostante questo, ha voluto conoscere e sapere. Certo, per farlo, si è giovato di ottime entrature: anni di gavetta a Nazione Indiana, non proprio la porta di servizio delle riviste letterarie, articoli per la cronaca locale, poi  il Manifesto (sotto l’ egida del dominus partenopeo dell’  inserto culturale, Alias: Gabriele Frasca. Mi ricordo ancora una manciata di distici saporosi indirizzati dal mio carissimo professore di letteratura italiana, Marzio Pieri, al critico del quotidiano comunista, che aveva preso  l’ improvvida iniziativa di recensire,  senza conoscerla approfonditamente,  l’ opera di Giacomo Lubrano: Frasca, Frasca/me lo metto in tasca) , poi la consacrazione definitiva e la pubblicazione per la più grande casa editrice italiana, sotto l’ egida del barba Goffredo Fofi e della defunta vestale di Pasolini, Enzo Siciliano. Sono abbastanza imbarazzanti, a questo proposito, le pagine dedicate in Gomorra, da Saviano, al culto dello scrittore di origine friulana:

da pag 232-233:

Dovevo forse anch’ io scegliermi un Palazzo, il Palazzo, da far saltare in aria, ma ancor prima di infilarmi nella schizofrenia dell’ attentatore, appena entrai nella crisi asmatica di rabbia mi rimbombò nelle orecchie l’ Io so di Pasolini come un jingle musicale che si ripeteva sino all’ assillo. E così invece di setacciare i palazzi da far saltare in aria, sono andato a Casarsa, sulla tomba di Pasolini. Ci sono andato da solo, anche se queste cose per renderle meno patetiche bisognerebbe farle in compagnia. In banda. Un gruppo di fedeli lettori, una fidanzata. Ma io ostinatamente sono andato da solo.


Casarsa è un bel posto, uno di quei posti in cui ti viene facile pensare a qualcuno che voglia campare di scrittura, e invece ti è difficile pensare a qualcuno che se ne va dal paese per scendere più giù, oltre la linea dell’ inferno. Andai sulla tomba di Pasolini non per un omaggio, neanche per una celebrazione. Pier Paolo Pasolini. Il nome uno e trino, come diceva Caproni, non è il mio santino laico, né un Cristo letterario. Mi andava di trovare un posto. Un  posto dove fosse ancora possibile riflettere senza vergogna sulla possibilità della parola. La possibilità di scrivere dei meccanismi del potere, al di là delle storie, oltre i dettagli. Riflettere se era ancora possibile fare i nomi, a uno a uno, indicare i visi, spogliare i corpi dei reati e renderli elementi dell’ architettura dell’ autorità. Se era ancora possibile inseguire come porci da tartufo le dinamiche del reale, l’ affermazione dei poteri, senza metafore, senza mediazioni, con la sola lama della scrittura.


Detto questo, spiace constatare che, se da quella che si ritiene la propria parte di riferimento, politico e culturale, vengono solo elogi sperticati al grande e coraggioso scrittore –taccio per carità di patria della puntata speciale di Che tempo che fa, con un Fazio dall’ occhio più al tegamino del solito*- gli attacchi, altrettanto ingiustificati, e, a mio avviso, gravissimi , provengono    tutti da personaggi legati a vario titolo all’ attuale compagine governativa. Buon ultimo è stato il prefetto di Parma, Paolo Scarpis, già insediato nella petite capitale in seguito all’ improvvida decisione maturata nel marzo di un anno fa dal Consiglio dei Ministri, di promoveatur ut amoveatur nei confronti del dottor Nicola Tranfaglia.


Secondo Scarpis, gli allarmi di Saviano riguardanti le infiltrazioni camorristiche in provincia di Parma, sarebbero sparate di un signore che abita a 800 km di distanza e che non conosce la realtà dei fatti.


Peccato però che il capo della DDA di Bologna, Silverio Piro, si dica sorpreso delle parole del dottor Scarpis. E che un articolo, non firmato da Saviano e pubblicato dall’ Espresso in tempi non recenti, documenti il contrario. D’ altra parte, Parma, che pure non sdogana i suoi terroni, è molto attenta a non emarginarli, qualora si possono concluderi buoni affari. E’ o non è la patria di un tale che sosteneva che con la mafia ci si dovesse convivere??




*e chissà se Saviano avrà notato l' occhio del presentatore e l' avrà associato alla sua personale ossessione metaforica delle uova, ricorrente in Gomorra. La materia cerebrale di Carmela Attrice detta Pupetta scivola fuori dal cranio, dopo che i sicari le hanno sparato in faccia come da un uovo rotto, gli occhi "glaciali" di Erminia Giuliano sono affondati in tuorli di ombretto nero, nelle ultime pagine del romanzo, gli occhi di Mario Tamburino, sfortunato camionista vittima della tossicità dei fusti di veleni industriali smaltiti dalla camorra, sembrano tuorli d' uovo che le palpebre non contenevano più.
domenica, marzo 29, 2009

A me Saviano non è mai stato simpatico: espressione topicamente accigliata da scrittore impegnato che emerge dal bianco e nero drammatico della controcopertina, volto precocemente invecchiato da ragazzo cresciuto troppo in fretta in una realtà difficile e soprattutto la presunzione, ostentatamente dichiarata, “che le mie parole possano cambiare le cose”.


Come trovo odiosa la santificazione in vita del coraggioso scrittore, per almeno tre motivi:

1) Additandolo alla pubblica attenzione, acclamandolo come l’ unico esempio di resistenza alla camorra, si rischia, a mio parere, l’ effetto-Falcone: la popolarità lo espone a rischi che corre già abbondantemente, vivendo da più di due anni sotto scorta. Rischi che ricadrebbero anche e soprattutto (abbiamo visto come le organizzazioni di stampo mafioso non  vadano troppo per il sottile) immediatamente e inevitabilmente sugli uomini incaricati di proteggerlo.


2) Ogni intervento pubblico dello scrittore genera inevitabilmente attese che, alla lunga, possono essere a stento sostenute. Faccio sommessamente notare che, a più di due anni dall’ uscita di Gomorra, Saviano non ha più prodotto nessun altra opera letteraria: tanti articoli, tanti reportage, centinaia di interventi, ma nessun altro successo paragonabile a Gomorra. Certo, l’ anonimato prima di Gomorra gli garantiva una libertà di movimento e una certa invisibilità verso le occhiutissime sentinelle dei capizona: persone comuni, persino ex  vittime della camorra, che, stanche di continue intimidazioni, hanno ceduto, prestandosi al gioco dei loro aguzzini. Eppure, un saggio di riflessioni sullo spostamento degli episodi di maggiore  violenza  dall’ agro aversano ai quartieri storici di Napoli  e sulla ripresa della guerra tra clan camorristici cittadini, sarebbe interessante e necessario. Soprattutto per capire le dinamiche del conflitto: passata l’ emergenza rifiuti, le logiche di spartizione criminali e affaristiche della camorra si sono spostate in città, portando ad una serie di sparatorie durata sei mesi -dal marzo 2008 al novembre dello stesso anno- e sfociata in una sorta di ‘pax sarniana’ , voluta dai Di Sarno di Ponticelli e volta a porre fine alla faida tra i Ricci, alleati dei boss di Ponticelli nei Quartieri Spagnoli, e gli Elia del Pallonetto-Santa Lucia.

3) Parlare male, o semplicemente, mostrarsi meno che entusiasti di Saviano, equivale ad  esporsi agli stessi rischi di indignata censura, mi si passi il paragone, di chiunque voglia esprimere un’ opinione critica sulla retorica della Memoria e sulla riduttività dell’ espressione Shoah per designare lo sterminio nazista. Saviano è un testimone importante, senz’ altro il più noto al vasto pubblico,  dell’ inferno dentro e attorno Napoli, ma non  l’ unico. Pochi mesi prima che uscisse Gomorra, una piccola casa editrice napoletana, L’ Ancora del Mediterraneo, pubblicò un densissimo e molto ben informato saggio, Le strade della violenza. Malviventi e bande di camorra a Napoli . L’ autore è Isaia Sales, laureato come Saviano in filosofia, saggista di rango, già autore di libri che documentano la pervasività della camorra nell’ area campana, e non solo in essa. Si ricordi, per tutti, il suo primo libro, La camorra le camorre ,  datato 1988. Il libro di Sales passò pressoché inosservato, mentre Gomorra balzò da subito in testa alle classifiche dei bestseller. Per una ragione molto semplice: Sales è un uomo di apparato –per anni consigliere economico del discusso  ex sindaco della città, Antonio Bassolino- cresciuto nella Segreteria Nazionale del PCI, poi DS, per anni collaboratore de L’ Unità. Ha avuto modo di studiare il fenomeno camorristico più da vicino rispetto a Saviano, di illustrarne con maggiore precisione le connessioni col potere politico, di produrre un saggio che ha tutti i pregi e i difetti di un buon saggio: grande precisione documentaria e una forma spesso assai poco coinvolgente, se non arida. Nulla delle descrizioni hard boiled tipiche di Saviano, a metà strada tra Palahniuk e Malaparte.

Inoltre, Sales, nato nel 1950, è un vecchio. Se non anagraficamente, lo è per l’industria culturale italiana, sempre in cerca della primizia da lanciare, del giovane, non importa se di talento o no, ma presentato come tale, da presentare immancabilmente come caso letterario, e da bruciare in poche stagioni, consegnandolo all’ oblio non appena raggiunti il paio di milioni di copie.

Il giovane scrittore è la risposta, meno becera ma altrettanto funzionale al turbocapitalismo massmediatico, della Jeune-Fille televisiva.

Indurre  Saviano a una sovraesposizione mediatica significa incappare  nell’errore – particolarmente insidioso – di identificare e confondere l’ indubbia forza morale dell’autore del libro ,  il valore civile dell’ opera ,  con la qualità letteraria  del  romanzo , assai scarsa. Saviano è un  ottimo  cronista , un giornalista impegnato e coraggioso,  un  saggista, anche.  Comincio ad avere qualche difficoltà a definirlo un intellettuale. Di sicuro, però,  non è un romanziere. E’ fuor di dubbio che Gomorra resterà nella storia  politica e sociale italiana, in quella editoriale, persino in quella del cinema. Ma non in quella della letteratura.  Ciò può anche essere irrilevante per il lettore che s’ accosta ingenuamente a Gomorra, sentendosi, solo per averne letto le (faticosissime e ripetitive) pagine, corroborato ed acquietato nel profondo della propria coscienza civile. Ma non lo è per il critico.



(segue....)
sabato, marzo 28, 2009
Nulla sarà mai più come prima.
Non potrò mai più prendere un fumetto, o il mio stesso capolavoro*, senza provare un brivido strano.
(Chissà che ne pensa Sara).
Comunque volevo dire che io no, non volevo essere preso alla lettera, quando dicevo di identificarmi in Silver Surfer.

*Risate dal fondo.
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sabato, marzo 28, 2009
Ho letto un trattato filosofico-mistico arabo musulmano* del dodicesimo secolo (tradotto: non sono così bravo) pieno di riferimenti al Libro Sacro (musulmano).
Riferimenti scritti nella forma abbreviata Cor. n.sura, n.versetto, esattamente come si fa per citare i testi biblici (tipo, Mt 10, 36 **), e insomma, mi veniva istintivamente da pensare cosa c'entrasse la lettera ai Corinzi.

* Va specificato. All'epoca, buona parte della cultura religiosa e filosofica ebraica era arabografa, e allora, come oggi, esistevano arabi cristiani, anche se era più frequente che scrivessero in copto o in siriaco.

**
Versetto che dovreste sempre conoscere: serve ad usarlo come una clava contro qualsiasi seplocro imbiancato che farfugli qualche blasfema idiozia sulla presunta sacralità di una - peraltro del tutto  ipotetica - famiglia "naturale"
postato da: falecius alle ore 10:51 | Permalink | commenti (1)
categoria:cazzate, autoscontri di civiltà
sabato, marzo 28, 2009
E' buffo scoprire che il ragazzo che un tempo mi è piaciuto e che mi ha degnato di più di uno sguardo vivisettivo oggi s'è dato al teatro. Eccolo là, nudo, a "rappresentare il desiderio comune di un corpo normodotato", da parte di una Emma Bovary disabile, una povera ragazza nuda e senza collo, affetta da nanismo ed esibita con zelo di prosseneta dal regista.

Vi spiego come sia arrivata a lui. Non che io nutra particolari nostalgie per i miei amori mancati. Anzi.

Ma, chissà perché, mi imbatto nel blog di un personaggio consegnato all' obsolescenza, Domiziana Giordano. Tra un giro e l'altro in Internet in cerca dei suoi dati biografici, scopro che la signora ha 20 anni e un giorno esatti più di me, così come la sua fulva criniera immune dall' incanutimento. 4 settembre 1959.


Da un po' di settimane, come una foresta che ricresce dopo un incendio, attorno alle tempie mi stanno rispuntando i capelli, bronzigni ed estranei alle mie sopracciglia nere. E con loro i commenti più vari e improbabili:

"Ah, stai bene con le mèches!"

Mi ricordo che la Giordano ha fatto un film con Tarkovskij. Oddio, non sarà mica a lei che somiglio?! Naah, troppo alta, troppo diafana. Forse somiglio a Filippa Franzèn, come mi diceva.... ma com' è che si chiamava.....ma sì, quello bello, che somigliava a Laurent Terzieff, quello che faceva l' attore con quella banda di scoppiati guidati dalla miliardaria parmigiana....(seguono venticinque minuti a cercare di ricordarmi il nome del giovine)...ah sì! Lui.

Poi mi ricordo che, oltre a notare una somiglianza con quell' attrice mai più vista in nessun altro film, fu il primo ad accorgersi del mio lieve claudicare. Ho un' extrarotazione dell' anca dalla nascita, mai andata a posto del tutto. Capita che quando sono stanca zoppichi.



"Come Ema nella Vale  Abraao, di Oliveira" , dice lui
, una mattina della fine del 2002.

"Sì, ma spero di essere un poco più interessante della Bovary portoghese....anche se anche io sono andata a scuola dalle suore...come ti chiami?"

"(Nome)"

"E quanti anni hai?"

"Diciannove. E' un problema?"

"No, l'età legale l' hai raggiunta per farmi da Léon Dupuis".



Fortuna che non l' ha mai fatto, e che non l' ho mai incoraggiato in tal senso. Mi viene in mente un intraducibile (e osceno) proverbio siciliano, che qui non riferisco, ma che i lettori di Camilleri conosceranno bene. Diciamo che ha come corollario che  al puledro  rimase la sete. Ne gongolo ancora.

E' (ed era)  tanto bello quanto freddo. Ecco cos' era: crudele. E con un gusto narcisistico per le freak, per le donne prigioniere, di un corpo che è uno scherzo grottesco della natura e che anela alla normalità, o di storie che su un blog come questo si riferiscono non senza rossore, nella loro inverosimiglianza ottocentesca. Ma che erano reali.


In fondo, queste donne hanno desideri comuni, come Emma: una vita normale, tutte le cose belle della vita; percepiscono sé stesse come creature romantiche; s' accostano al corpo anelato; partoriscono; muoiono.

La blanche fleur penche et se meurt, come diceva non Flaubert, ma Apollinaire, altro rabdomante delle emozioni e dell' eros femminili.

Per quanto mi riguarda io, le cose belle della vita, ce le ho davvero; forse per troppa esitazione, questo mese,  ho ritardato il consegiumento di una.

Ma, per il resto, OGGI, davvero, le ho tutte: intelligenza, bellezza, cultura, possibilità di scelta. E soprattutto, un uomo che amo. Anche lui segnato, come me. Che come me, cammina in modo buffo, sulle punte e sbilanciato in avanti, come un bambino di tre anni.

Che, senza vergogna, s' identifica nei suoi voli romantici, rovesciando completamente, con furore uguale e contrario, i vagheggiamenti di distinzione e di eleganza di Emma.

Che, alla mia domanda su che cosa volesse fare nella vita, a quasi 25 anni, appena sceso dal treno che per la prima volta lo portava da me, sicuro ha risposto : "Vorrei fare lo scrittore!"

Che non mi ha infilzato su un puntaspilli di seta rossa, estratto dal panierino da  cucito di Emma, come un collezionista di lepidotteri dilettante.

Che quando gli si chiede dell' alieno nudo che plana da un lucernario in un suo racconto, non esita a dire , come già Flaubert per la sua aliena di Tostes: "Sono io".



Se siete curiosi di sapere chi sia l' attore e per quale compagnia reciti, sono spiacente: ho già avuto abbastanza guai per aver detto cosa pensi di quel gruppo di spostati, a Parma, che per il fatto di far recitare ipocritamente alla pari disabili fisici e psichici assieme ai normali, mostrandone le nudità e tentando di disturbare le aspettative del pubblico, si credono Grotowski o Diane Arbus. Cercatevelo da soli.
mercoledì, marzo 25, 2009
Or ti piaccia gradir la sua venuta:
libertà va cercando, ch'è sí cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.


(Dante, Commedia, Purgatorio, Canto I, 70-72)
sabato, marzo 21, 2009
Oggi sono stato ad un matrimonio. Tutto molto bello (a parte il fatto che sono arrivato tardi, ma quella è colpa mia), io sono contento e gli sposi (due miei amici che conosco da anni) molto di più.

Però ho riflettuto sul vestito relativamente elegante che ho dovuto mettermi, e ho capito che viviamo in una società in cui "elegante" tende a corrispondere a "poco funzionale". E se non siete d'accordo, ditemi a che cosa serve una cravatta (che io non portavo). Ho ragionato in astratto sulle implicazioni di questo modo di fare le cose e ho deciso che, per quanti compromessi possa poi concretamente fare per rispetto a delle persone care (ma solo perché io scelgo di farlo. Non è dovuto) questo modo NON mi piace
Ho deciso che è intrinsecamente sbagliato accettare  una convenzione sociale
che imponga un abbigliamento deliberatamente scomodo.
"Elegante" è una parola che non ha nessun significato e se lo avesse comunque questo legittimerebbe una scomodità pratica in nome di una ipotetica "eleganza".

Non sto dicendo che la forma non sia importante. In molti casi, forma e sostanza sono intimamente associate.

Sto però dicendo che una società che costruisce un sistema di giudizi in base all'abbigliamento delle persone, ed in particolare definisce un abbigliamento socialmente appropriato in funzione della sua inadeguatezza a qualsiasi uso pratico, è una società moralmente meritevole di essere distrutta dalla fondamenta e consegnata all'oblio.

P.S. ora scappo, mi rimetto la giacca "elegante" e vado alla cena del matrimonio. Ciao ciao.



sabato, marzo 21, 2009

Sapevate che esite una band di Sumerian Metal? Io no.

Si chiamano
Melechesh, a mio avviso uno splendido nomeמלך(melech, re) e אש (esh, fuoco) e sono un armeno, un siriano, un olandese.

Avevano base a Gerusalemme, ma qualcuno deve aver considerato i contenuti delle loro canzoni offensivi e/o blasfemi; ora si sono ri-formati in Olanda, dopo l' uscita dal gruppo del batterista ucraino.

Devo ancora decidere se sono dei fantageni o soltanto dei cialtroni sesquipedali, che fanno dell' esotismo del riff e del ricorso a strumenti tradizionali come il buzuq un facile richiamo per chiunque voglia una sonorità "strana-a-tutti-i-costi" . O se il riferimento cvlto dei testi, che si richiamano alla storia e alla mitologia mediorientale, non sia solo fuffa spocchiosa delle peggiori.



Per ora non mi dispiacciono affatto. Torno ad ascoltarmi l' ultimo concept-album dei MastodonCrack in the Skye, dedicato alla Russia zarista. Ma anche alla congettura di protezione cronologica di Hawking e ai viaggi astrali, resi possibili anche dalla pratica di meditazione, diffusa specialmente nelle chiese orientali, dell' esicasmo. Non so se Rasputin nelle sue fumide millanterie, vi ricorresse (o fingesse di ricorrervi): da quel che ne ho capito, . Questo album, per originalità di temi e ricercatezza del sound, ne sono quasi certa, non è fuffa. Ne attendo con ansia una recensione da Niccolò.

giovedì, marzo 19, 2009

Non si è fatta attendere, fortunatamente, la smentita del superiore dei Gesuiti italiani, padre Carlo Casalone: don Giulio Maria Tam NON è gesuita. Ne sono sollevata. Resta aperta la domanda, un poco inquietante: perché mai un personaggio chiacchierato (o, come mi ha detto padre Stefano Titta ieri pomeriggio, "uno che vuole rimestare nel torbido") deve spacciarsi per gesuita?


Per rispondere a questo interrogativo, i lettori mi scuseranno, devo fare, topicamente, "un passo indietro". Come nei romanzi di appendice.


Le fazioni che da quasi cinquanta anni si contendono il governo della Chiesa sono due: l’Opus Dei, che da Giovanni Paolo II ottenne la “prelatura personale” (sacerdoti secolari sotto l’egida del Vaticano, quindi niente diritti, niente “sindacati”, nessuna possibilità di tutela italiana), movimento esperto nel gestire il potere politico fra i cattolici e i Gesuiti più progressisti (quelli  che, a partire dagli anni ’30 in Francia e durante gli anni della contestazione anche in Italia, si schierarono a fianco degli operai, condividendo con loro talvolta anche l’ impiego in fabbrica), ma anche di stampo e simpatie francescane.


Non è inutile, a mio avviso, ricordare  il discorso di Ratzinger ai francescani nel Pellegrinaggio di Assisi nel 2005: - “Cari figli di San Francesco, vi esorto ad essere disponibili, al vescovo di Assisi, alla Conferenza episcopale regionale e a quella nazionale”,  - riportando così i frati delle basiliche di S. Francesco e S. Maria degli Angeli di Assisi sotto la diretta giurisdizione del vescovo locale, e nominando  nuovo vescovo di Assisi, mons. Sorrentino, da soli due anni segretario della Congregazione per il Culto Divino, per allontanarlo dalla curia romana in quanto troppo progressista. Promoveatur ut amoveatur.


Ratzinger tolse ai frati di Assisi  quella autonomia pastorale riconosciuta loro  da Paolo VI (papa pro-gesuiti, ex studente in un loro collegio) nel ‘69. D’ altronde, la  vocazione  alla povertà riservò non pochi problemi a S. Francesco, che dovette aspettare ben 12 anni perchè il papa gli riconoscesse l’ordine scongiurando così un’ accusa di eresia, che invece non risparmiò Pietro Valdo e le sue istanze pauperiste.

Padre Nino dei Redentoristi di Palermo ebbe a dolersi di questa restrittiva decisione papale: - “La ricerca della fede e la testimonianza evangelica, non possono fare a meno di una sana autonomia e di una serena ricerca, come ci ha insegnato il nostro fondatore S. Alfonso Maria de’ Liguori”   (non un campione di progressismo teologico, dunque: il santo autore della zuccherosa canzoncina Tu scendi dalle stelle). - Ma gli ordini non si discutono, nemmeno se palesemente atti a limitare la propria azione pastorale. Benedetto XVI è pro-Opus Dei, l’associazione delle pressioni psicologiche, delle mortificazioni corporali, della segretezza: chi studia o tenta di formarsi un’ opinione autonoma odora  di gesuita.


Dai tempi del Concilio Vaticano II,  infatti, Opus Dei e Gesuiti sono in conflitto per accaparrarsi le menti migliori dei giovani; i cervelli che fuggono dall’Italia e non solo, in parte si affiliano all’Opus Dei, (un tempo si rivolgevano, in numero maggiore, ai centri di spiritualità ignaziana) che dal pontificato di  Wojtyla in poi ha goduto del favore  papale, aumentando autonomia e potere.


Già nel Conclave del 1978 il cardinale Albino Luciani, non ostile all’Opus Dei, più per effettiva ignoranza dell’ azione del movimento fondato da Escrivà, che per convinzione personale, fu eletto col patto che avrebbe concesso la “Prelatura personale” e elevato all’ onore degli altari il fondatore.


Alla sua improvvisa morte il cardinale Ratzinger, già arcivescovo di Monaco di Baviera e di Freising, dichiarò alla stampa tedesca che il nuovo Conclave si sarebbe sottratto all’ influenza esercitata dall’ala progressista (i gesuiti), eleggendo un Pontefice che si sarebbe fieramente opposto al comunismo.


Infatti si giunse ad un modus vivendi tra Opus Dei e “partito tedesco” per l’elezione di Wojtyla, che si recò nel quartier generale dell’Opus Dei, a Villa Tevere, raccogliendosi in preghiera nella cripta di Padre Escrivà.


Dopo l’elezione di Wojtyla l’Osservatore Romano fece intendere con chiarezza la direzione del nuovo corso vaticano, ponendo in prima pagina alcune fotografie  scattate alla vigilia del Conclave: il card. Wojtyla, il card. Höffner e mons. Hengsbach, riuniti nel centro romano dell’Opus Dei.


Giovanni Paolo II non infranse i patti stipulati con Opus Dei e “partito tedesco” in cambio dell’elezione papale: concesse la Prelatura personale e beatificò Escrivá.

Quindi attivò l’ex Sant’Uffizio per colpire i teologi progressisti (i gesuiti): il francese Pohier, l’olandese Schillebeeckx, e soprattutto lo svizzero Küng.


La Congregazione per la Dottrina della Fede dichiarò il prof. Küng, docente all’università tedesca di Tübingen, colpevole di “deviazionismo” dalla verità integrale della Chiesa, destituendolo dalla cattedra.


Dietro questa operazione, vi era la longa manus di Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, inizialmente amico di  Küng , perché entrambi progressisti all’ apertura del Vaticano II. Poi, turbato dall’ impatto etico e sociale del ’68 in Germania, Ratzinger è passato a contrastare sempre più aspramente il teologo svizzero , una delle menti più brillanti della Chiesa progressista, pertanto inviso all’ Opus Dei.


Ratzinger non nascose la sua soddisfazione per la revoca della missio canonica di Küng: -“ Il credente cristiano è una persona semplice, e i vescovi devono salvaguardare la loro fede dal potere degli intellettuali”. - Gli intellettuali sono –indovinate un po’?-  i Gesuiti.


Mi sembra chiaro che il giochino di Tam sia più o meno questo: “io, che sono un prete tradizionalista, non colto, non politicamente progressista, anzi, mi fingo gesuita per screditare un ordine che, negli ultimi cinquanta anni, salvo alcune isolate eccezioni, si è sempre caratterizzato come l’ ala “progressista” della Chiesa. Così facendo, gli faccio perdere quell’ audience residuale che ancora detiene, in tempi di recessione del cattolicesimo “di sinistra”. E, anche se non sarò mai sindaco, mi candido apposta per Forza Nuova. Sì, per metterla in quel posto a quel filoislamico d’ un biblista di Martini! Che, nonostante si sia autoesiliato a Gerusalemme a studiare come un gesuita vero quale è, continua a pubblicare dei libri e a riscuotere tanti consensi in Italia.”


Furbo, non trovate? Rozzo ma efficace. Poi si dice che a pensare male si fa peccato, ma almeno ci si prende....

mercoledì, marzo 18, 2009
Credevo, onestamente, di aver capito male. E invece. E' ufficiale: padre Giulio Maria Tam, cinquantasettenne gesuita, formatosi nel seminario lefebvriano di Ecône, si candida a sindaco di Bologna per Forza Nuova. Ora, non sono preoccupata che vinca. La sua esigua messe di voti andrà a rimpinguare i consensi per la destra, al primo turno, confluendo al ballottaggio con quelli per il candidato del PdL. Ma è il fatto che sia lefebvriano, fascista e, prima ancora, anche gesuita ("itinerante", come si autodefinisce, anche se in rete, non so su quali basi, lo si mette in dubbio ) che mi disturba. Sono stata educata spiritualmente dai Padri, da quando avevo 16 anni. Non posso credere che un individuo semianalfabeta (LO chador, lo stato di Chincinnati!!!!) e islamofobo, oltre che imbevuto di retorica fascista,   possa appartenere al medesimo ordine religioso di personalità della levatura di Teilhard de Chardin, di  Karl Rahner, di Carlo Maria Martini, di Ivan Illich, di  o dell' indimenticato e marginalizzato padre Pedro Arrupe. Ma proprio quest' ultimo, nella sua grande saggezza e pungente ironia, aveva delineato, in una conferenza tenuta il 18 gennaio 1979, rivolta ad un pubblico di gesuiti e intitolata, significativamente Il nostro modo di agire, i modelli di gesuita da evitare. Tra questi, ultimo ma non meno diffuso, il modello del gesuita tradizionalista in modo tendenzioso.

Padre Arrupe si superava  in ironia, lievità e ferocia:




["...vanta ostentatamente i simboli o le realtà esteriori che appartengono a epoche passate. Questo gesuita, mescolanza di amarezza e nostalgia, non si discosta dal perfetto ipocrita: è certo che non avrà mai un conto in banca, ma accetta volentieri che alcune famiglie compiacenti siano piene di premure per lui. Soffre del vuoto delle nostre chiese, o del numero sempre più ridotto di coloro che si rivolgono a lui come direttore spirituale, ma non si chiede mai se questo non possa essere dovuto in parte alla sua grettezza spirituale o al suo rifiuto di una formazione continua".]




Dopo quella conferenza, molti dei gesuiti riconosciutisi in ritratti sagaci come quello da me  riportato poco sopra, sono stati impegnati ad emendarsi. Ma, agendo così, il generale basco non ha portato nessuna innovazione: la correctio fraterna è una solida tradizione nell' ordine.



Padre Tam, prima della sua riammissione nel seno di Santa Romana Chiesa, misericordiosamente estesa dal papa a lui e al suo professore di Teologia Dogmatica Williamson, come a tutti i lefebvriani, non aveva, credo, nessun obbligo nei confronti di un ordine, passato attraverso antiche soppressioni e recenti epurazioni, ma mai uscito dall' alveo dell' ortodossia cattolica. Ma ora le cose sono cambiate: ora che gli è stata revocata la scomunica, è un gesuita come tutti gli altri. Non più la pecora nera (e ognuno interpreti questa espressione come crede) refrattaria ad ogni correzione, ma un fratello nei confronti dei quali ciascun superiore ha il diritto/dovere di esercitare la sua correctio, qualora rilevi qualche difformità alla Regola ignaziana.

E così, ad occhio, mi sembra che padre Tam ne presenti più d' una. Spero che qualche anima pia si prenda l'onere e l'onore della correctio, nei confronti di questo sacerdote così sui generis.

Tra una manciata d'ore chiederò lumi a padre Stefano Titta, gesuita della Casa di Bologna, incaricato per questa Quaresima a leggere e guidare le Meditazioni (fino a Natale, Esercizi Spirituali), insieme ad altri cinque confratelli, tra i quali il mio amico da quattordici  anni e guida preziosa, padre Enrico Simoncini.

lunedì, marzo 16, 2009
Oggi La Repubblica titola: Germania, un' apertura all' eutanasia dalla Conferenza episcopale. Panico.

Già l' argomento è delicato. Già gli interrogativi etici per un credente sono tanti.

Ma allora perché il quotidiano romano deve contribuire a creare confusione sul tema, titolando quello che in realtà non è minimamente auspicato dallE ConferenzE EpiscopalI, sia quella evangelica, sia quella cattolica?

Se si legge bene l' articolo (consiglio, per chi può e vuole, di leggerselo in tedesco) , si chiede, con assoluto buonsenso, di rinunciare ad ogni accanimento terapeutico, anche nel caso questa scelta debba comportare un accorciamento della vita del paziente terminale. E, soprattutto, si distingue chiaramente -cosa che non fa il titolo, al contempo generico e atto a richiamare l' attenzione del distratto lettore telematico Eutanasia- tra eutanasia attiva, praticata mediante somministrazione di sostanze inducenti la morte, e eutanasia passiva, ossia diritto inalienabile alla buona morte, come dice l' etimo greco del termine.

Nei miei ricordi di bambina, c'è anche una preghiera, l' esame di coscienza, allora vagamente terrorizzante, da fare ogni sera prima di dormire. Diceva più o meno così: "Pensa come Dio ti giudicherebbe se dovessi morire questa notte". E un' altra, che andava rivolta a San Michele Arcangelo o a San Giuseppe, che faceva , credo, così:  "San Michele, (o San Giuseppe) protettore del popolo di Dio/Guida i nostri passi/ sulla Via della Croce/ fino all' ora della nostra buona morte". Buona morte. Eutanasia, letteralmente. Ora, ci sarebbe da chiedere al papa, se è legittimo invocarla, perché non è altrettanto legittimo non comminarla , ma renderla possibile, sospendendo ogni accanimento terapeutico e ricorrendo a sostanze antidolorifiche, anche se esse potrebbero accorciare il transito terreno del paziente?

A volte sospetto, che da parte della Curia Romana, non ci sia già un  riconoscimento del merito spirituale di chi offre le proprie sofferenze a Dio , ma un perverso compiacimento del dolore altrui, una sorta di tetra algolagnìa voyeristica, per conto terzi, esemplificata dai tanti, troppi articoli de L' Avvenire, che indugiavano nel descrivere l' aspetto fisico della povera Eluana Englaro e degli altri sfortunati in coma come lei da anni, calpestando ogni elementare, e anche cristiano, senso di dignità umana.

Fortunatamente, Dio è più misericordioso del suo rappresentante in terra per la Chiesa Cattolica, Romana e Apostolica, dei titolisti de La Repubblica e il dialogo ecumenico con le chiese riformate, posto in secondo piano dal papa, prosegue anche e soprattutto su questi temi così scottanti e universali, che trascendono le differenze di confessione.
domenica, marzo 15, 2009
Ma io ci rinuncerei anche, a quella italiana.

Grazie (ancora) a Restodelmondo, che diversamente dal sottoscritto (pigro) è attentissima alla distruzione dei diritti elementari e delle libertà civili che si sta insinuando in questo paese con la scusa della sicurezza (e proprio mentre, da parte del governo in carica, si rivaluta molto del fascismo, tranne le vituperate leggi razziali), scopro che i figli di clandestini non potranno essere registrati in questo paese. Saranno quindi, apolidi.
Ora, proprio in Italia, un scrittore che poi sarebbe stato membro del partito fascista, ha descritto quello che succede, in uno Stato nazionale moderno, ad non essere "registrati". Senza un certificato, non esisti. E infatti questo paese possiede una legislazione che contempla (o contemplava; non sono sempre al passo con le riforme della pubblica amministrazione) il certificato di esistenza in vita.
Ora, se questo stato di cose mi sembra sufficiente per affermare chiaramente che un sistema archista non è moralmente tollerabile,  è anche vero in questo sistema siamo e viviamo, noi tutti ed in particolare anche i "clandestini", che sono tali solo perché gli archisti li definiscono come tali dopo aver costituito i loro ridicoli stati nazionali della minchia.
Posto che non è è possibile distruggere l'archìa, pretendo che sia la più lieve oppressione possibile, e in un sistema archista, nome e cittadinanza sono necessità socialmente costruite. La società non ha il diritto di privare qualcuno di quello che essa stessa impone come necessario ad una esistenza 'possibile'.
Le uniche società che privano deliberatamente gli esseri umani del nome, della cittadinanza e dell'identità personale (o più esattamente del loro riconoscimento) sono state, finora, i totalitarismi.
Nel totalitarismo, l'identità burocraticamente definita è tutto, e il potere di toglierla o concederla è arbitrario ed assoluto, da parte del Partito-Stato.
E' per questo che nome e cittadinanza sono stati considerati tra i diritti umani nella Dichiarazione Universale* (sulla cui universalità si può discutere, ma vabbé).
Sebbene le archìe nazionali moderne pretendessero un potere di definizione ed attribuzione dell'identità personale che io considero pazzesco, non hanno mai, a mia conoscenza, preteso di poter negare l'esistenza di una persona con mezzi burocratici. (Hanno a volte preteso di annientare questa persona con metodi carcerari, psichiatrici, o di forza bruta, ma è un altro discorso).
Bene, questo cazzo di governo lo fa.
Credo sia davvero il caso di reagire.


* Articolo 6 : Ogni individuo ha diritto, in ogni luogo, al riconoscimento della sua personalità giuridica.

Articolo 7: Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad una eguale tutela da parte della legge. [...]

Articolo 14: Ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni. [...]

Articolo 15: Ogni individuo ha diritto ad una cittadinanza. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua cittadinanza, né del diritto di mutare cittadinanza.



martedì, marzo 10, 2009
Ieri a lezione (il corso si chiama "Storia del Medioevo arabo-islamico" o qualcosa di simile) c'erano due ragazzi (terzo anno di università in una facoltà umanistica) che non avevano mai sentito nominare (alla lettera) Averroè, ed avevano fatto il liceo, posto dove normalmente si insegna (storia della) filosofia.
Cioè, la materia nei licei si chiama "filosofia", ma di fatto quello che viene insegnato è la storia della filosofia¹.
Ora, io so benissimo che i programmi di liceo sono quello sono, che può essere necessario fare dei tagli, e che esistono un milione di cose nella vita più importanti del sapere chi fosse Averroè².
Però credo di avere ancora il diritto alla sorpresa, dentro una facoltà di Lettere, perlomeno.  E alla mia normale sorpresa, la risposta non può essere "non abbiamo studiato le filosofie orientali".
Cordova, la città di Averroè, è ad ovest di Roma.

¹ Non credo di dover spiegare il rilievo per la storia della filosofia occidentale (ammesso che una cosa del genere possa essere distinta chiaramente da una, o più, eventuali filosofie orientali)
di uno che è ritratto da Raffaello nella Scuola di Atene, dipinto che si trova a Città del Vaticano.
Mi limito a citare qualcuno che ne sapeva certamente più di me al riguardo.

² Chiaramente, non saperlo, o non sapere qualcosa in genere, non è una colpa (non in quel caso, e comunque non una colpa loro) o una vergogna. Semplicemente sono sorpreso.
sabato, marzo 07, 2009
Ho capito di cosa ha bisogno davvero questo posto. Ecco:



Sanremo, Teatro Ariston.


Finale del Festival della Stronzata Italiota. Povia che canta la sua cazzata.

Tutto normale.



All'improvviso, si sente un rumore del tipo "Sssssssssshkatablaaaaaaaaaaaam!!!!!" che fracassa l'intero teatro e tutta la sventurata e sfigatissima cittadina di Sanremo. Sfigatissima perché qualche stronzo ha deciso di piagarla col Festival, non per il rumore.



Il rumore è prodotto da sedici carri armati di fabbricazione sovietica che irrompono nel teatro.



Dentro ci sono i Mayat, i Mastodon e gli Slayer. Escono dai mezzi corazzati con facce incazzate e chitarre elettriche in mano.

Puntano una chitarra elettrica contro Povia che svanisce in una nuvoletta di logica, buongusto musicale e libertà civili*.

Nel frattempo i Mayat cominciano a suonare Iblis-Iblis Berdasi ** usando lanciafiamme al posto delle tastiere e dei bassi. Lanciafiamme puntati sul pubblico entusiasta del festival di Sanremo.



Non uccidono il pubblico, ma l'immondizia, intellettuale e morale, che il fatto di essere pubblico in quel luogo rappresenta, viene accuratamente bruciata via e finalmente si dissolve. Qualcuno in Italia comincia a respirare.



*Continuerà a godere del suo inalienabile diritto a sparare cazzate madornali in una lontana dimensione abitata da gente intelligente che, come tale, non gli concede nessun credito.


** Mi pareva che volesse dire qualcosa come "i diavoli dentro" ma, davvero, non dovete fidarvi della mia vaghissima conoscenza (chiamiamola così) dell'indonesiano. Infatti significa "i diavoli in cravatta".
venerdì, marzo 06, 2009
Da p. 196:



Gli specialisti della morte, di Richard Rhodes. Questo, in particolare, era una miniera di informazioni utili. Quello che per l'autore dovena essere un momento, un modo per rendere impossibile il riverificarsi degli orrori del passato, divenne un vademecum per nuovi massacri. Leggendo come si fa a trasformare un poliziotto, o un avvocato, in un assassino di massa, imparammo a farlo di nuovo, aggirando la fatica di inventarci metodi e tecniche.



E' sconcertante che Avoledo, in questi lacerti fittivamente attribuiti allo Scapolo,  pretenda di definire con assoluta precisione le intenzioni di Rhodes, e ancor di più che gli attribuisca la pretesa presuntuosa di rendere IMPOSSIBILE il riverificarsi dell' Olocausto. Il libro di Rhodes ha i pregi e i difetti tipici di un libro a metà tra la divulgazione erudita e l' inchiesta giornalistica: acribia documentaria e descrittiva unita ad un uso disinvolto e a volte incontrollato delle fonti e a teorizzazioni apodittiche. Ma ancora si attiene, senza forzarla in chiave maleassoluto sbrocsbroc, alla  frase di Primo Levi, nell' introduzione di una edizione scolastica di Se questo è un uomo: Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario.



Come scritto abbastanza acutamente in quest' articolo, il libro di Rhodes non porta nessun contributo reale alla comprensione dell' Olocausto. Semmai, credo, ad una sua parzialissima interpretazione e ad una sua conoscenza che non varca gli ambiti, vagamente affascinati dal morboso e dal perverso, della divulgazione.


Mi soffermo in particolare su un passaggio dell' articolo:



But Rhodes fails to make the case that would support that conclusion. The behaviors and personal histories of Nazis that he cites, whether of Himmler or the Einsatzgruppen officers, though sometimes compatible with one or another part of Athens's theory, aren't enough to lead us to the conclusion that the theory can explain their violence or that of the Nazis in general. Other factors -- like the readiness to obey orders to kill by unquestioned authorities; the diffusion of responsibility for killing; and the anti-Semitic ideology that was widely embraced in German society and that construed Jews as subhuman and mortally dangerous to Germany -- provide explanations for Nazi violence that are more powerful than that of Athens, and quite possibly sufficient. There is no reason to think that a theory like Athens's is needed to explain Nazi violence. Ideology and motivation, combined with psychological mechanisms like rationalization, can be enough.



Adesso non mi soffermo sulla  consueta dimenticanza dal novero dei morti dello sterminio e dal palco della Memoria delle altre minoranze, oltre agli ebrei (ricordo: zingari, omosessuali, ammalati, oppositori politici e testimoni di Geova).  Alla luce di questo paragrafo, però, verrebbe da domandare ad Avoledo quale sia il neonazista così ottuso da ritenere una "miniera di informazioni" un libro in cui manca la descrizione dei presupposti teoretici e storici per l' avvento del regime nazionalsocialista. Rhodes si limita a far coincidere , riuscendovi in parte, un modello di antropologia criminale behavioristico con le storie dei gerarchi del Terzo Reich. Modello , oltretutto, viziato dall' essere desunto da interviste fatte a criminali comuni in condizioni di coercizione penitenziaria ed applicato forzatamente ad un' élite scelta di individui che si consideravano invincibili. E che erano, soprattutto, in piena e devastante libertà d'azione.



Questo libro sembra presupporre, oltre che il male è banale e che i nazisti nuovi non fanno nemmeno lo sforzo di ingegnarsi ad elaborare nuove tecniche di sterminio perché il male è assoluto e sempre uguale sbrocsbroc, che più del senso morale possa fare la paura; che il nazismo, se non fosse rubricato ed identificabile, sotto la chiara, tautologica, definizione di Male Assoluto, sarebbe accettabile, perché non esiste alcun senso morale nel popolo, e che più del senso morale possa fare la paura.

Il sospetto che questo libro possa  attuare  una involontaria apologia del nazismo mi rimane. E mi crea disagio.