Ecco che la vicenda del pronunciamento dell' Onu, contro cui la Chiesa è insorta immotivatamente, come ha spiegato in un post ineccepibile Lisa, ha mietuto una prima vittima illustre, qui a Parma. Si tratta di Don Luciano Scaccaglia. Il titolo dell' articolo, banalizzante nell' ansia compendiatrice giornalistica, è fuorviante: Don Scaccaglia non è pro-gay. Riconosce, semplicemente, un fatto elementare: che una Chiesa che si voglia fare paladina dei diritti umani -come vieppiù ribadito- non possa intervenire sulla depenalizzazione del reato di omosessualità in stati che aspirano ad entrare nel consesso dei cosiddetti paesi civili. Ora, se solo per questa ovvia osservazione un prete debba essere indicato come difensore dei gay, ci sarebbe da interrogarsi a lungo sulla recezione dell' orientamento sessuale individuale non tanto da parte delle gerarchie ecclesiastiche, ma da parte del lettore medio di un quotidiano a diffusione nazionale. Per quanto riguarda la Dottrina della Chiesa, la posizione ufficiale è molto semplice: la ben nota sessuofobia, che imporrebbe al fedele eterosessuale la castità prematrimoniale e la continenza durante il matrimonio, si estende anche agli omosessuali. Con un supplemento di crudeltà in più, però. Agli omosessuali non è dato nemmeno il remedium concupiscentiae di 1 Cor, 8-9: Ai non sposati e alle vedove dico: è cosa buona per loro rimanere come sono io; ma se non sanno vivere in continenza, si sposino; è meglio sposarsi che ardere. Anzi: l' attuale pontefice va oltre. Con un atteggiamento che sembrerebbe mutuato da quello di certe confraternite para-cristiane, considera l'omosessualità una vera e propria patologia psichiatrica , incompatibile con l'esercizio sacerdotale. Faccio sommessamente notare come :
1) anche il credente secolare sia chiamato a compiere un servizio sacerdotale ordinario, come ribadito sia nella Lumen Gentium (10 s;34) che, soprattutto, nell' Apostolicam Actuositatem (3-4), secondo cui i laici "sono deputati dal Signore stesso all’apostolato. Vengono consacrati per formare un sacerdozio regale e una nazione santa onde offrire sacrifici spirituali mediante ogni attività e testimoniare dappertutto il Cristo".
2) che il papa è più sauliano di Paolo di Tarso, privilegiando un sacerdozio celibe e scevro da ogni pulsione sessuale. Infatti, nella prima lettera a Timoteo, cap. 3, 2 e§ e nella lettera a Tito, cap. 1, 6 e § lo stesso Paolo ammette -anzi, sembrerebbe che prescriva- il sacerdozio uxorato, ancor oggi normale nelle chiese cattoliche di rito orientale.
3) che lo stesso Paolo forse non era alieno da una forma di philia omoerotica nei confronti di Timoteo, che egli volle che partisse con lui, lo prese e lo fece circoncidere per riguardo ai Giudei che si trovavano in quelle regioni; tutti infatti sapevano che suo padre era greco. Questa forma di amicizia è spiegabile alla luce della cultura ellenistica, condivisa, per censo, sia da Paolo che da Timoteo, per nascita. Il discepolo era infatti figlio di una donna giudea e di un padre greco. Una sorta di alter ego di Paolo, fariseo impregnato di cultura ellenistica e chiamato, come dice San Giovanni Crisostomo a circoncidere Timoteo per abolire la circoncisione e spalancare le porte della Chiesa alle genti.
L' atteggiamento di Benedetto XVI è indubbiamente vicino alle considerazioni ascetiche espresse negli anni estremi del suo pontificato, da Pio XII, nella Sacra virginitas . Non è un mistero che Ratzinger ammiri la figura di papa Pacelli, nunzio in Germania, dotato di una vasta, raffinata, decadente cultura europea, la stessa di Thomas Mann e dei fondatori dell' Europa post-bellica. Ma sulla cui grandezza umana rimarrà sempre più di un ombra. Ciò che ormai mi sembra irreversibile è il processo di smantellamento del portato del Concilio Vaticano II, cominciato dall' accantonamento della storiografia "cattolico-dossettiana" , rappresentata dal compianto Giuseppe Alberigo, per operarne una sostituzione con una storia "ufficiale" , gradita ai Sacri Palazzi, scritta da un loro uomo, Agostino Marchetto, e temo, anche a loro uso e consumo. I servi stolti alla Magister plaudono al provvedimento. (Anche qui). Non mi sorprende, quindi, che se si cerca di screditare la linea di pensiero post-conciliare dal punto di vista ermeneutico, la si cerchi a maggior ragione di ostacolare a livello operativo e dottrinale. Ora, io non sono d'accordo nel metodo utilizzato da Don Scaccaglia per porre la questione sul disagio di molti credenti, che, costituendo il corpo vero e vitale della Chiesa, sono impegnati, personalmente, giorno per giorno, nello sforzo agonico di contemperare fede in Cristo e vita quotidiana nella post(uma)- modernità. Troppa platealità, troppi incontri con personaggi inutili e mediocri della politica nazionale, troppe chitarre in chiesa, retaggio post-Vaticano II. Nell' ansia di rinnovare la liturgia e di accostare il fedele alla celebrazione, quarant' anni fa, nelle parrocchie, si sostituì l'organo con chitarre poppeggianti, per accompagnare le funzioni. Privo di radicamento culturale, di "committenza" estesa ad una platea di fedeli che alle melodie del Gen Rosso continuò a preferire il rock e i cantautori propriamente detti e santificati dall' industria discografica, ciò che sembrava innovativo invecchiò rapidissimamente: oggi ci appaiono muffi, invecchiati e fuori tempo massimo gli schitarramenti e i gorgheggi di qualche volenteroso parrocchiano, almeno quanto un mangiadischi di plastica o un pouf anni Sessanta. D'altra parte, tentativi di ritorno all' ordine nell' accompagnamento liturgico sono stati tentati anche in passato. Pio X, il santo e integerrimo Melchiorre Sarto, tentò di impedire la degenerazione languida, art nouveau, che caratterizzava l'accompagnamento musicale nelle parrocchie italiane all' inizio del secolo scorso, e che prevedeva l'impiego di quartetti d'archi e di professori d'orchestra. Sarto ci riuscì, e fu tacciato, non a torto, di conservatorismo e di anacronismo. Ieri sera ascoltavo un Salve Regina inedito di Giovanni Battista Pergolesi. L'aveva proposto la chiesa dell' Annunziata, per celebrare le festività mariane dell' 8 e del 10 dicembre. Toccante, ma improponibile nel culto, perché prevederebbe la comprensione da parte del fedele del latino. Competenza elitaria, esclusiva, che nemmeno la liberatoria del papa del 7 luglio 2007 sul Rito Trientino riesce a rendermi meno anacronistica, e a farmela intendere se non come un pio desiderio di qualche illustre confraternita vip, che peraltro già si riuniva, previo consenso del vescovo, a partecipare alla messa in latino. Il fatto che oggi non si ritenga necessario il consenso del vescovo, mi sembra soltanto uno snellimento burocratico di cui, francamente, non si sentiva il bisogno urgente. Non conosco un prete che sia uno che, dopo il motu proprio ratzingerino abbia scelto di celebrare nella lingua dei Padri di Santa Romana Chiesa, subissato dalle richieste dei fedeli o per nostalgie personali. D'altra parte, le mie nostalgie musicali non mi accecano a tal punto dal farmi considerare l'azione di Don Luciano fuffa teologica. Non sono toto corde marxista, come lui, provengo da un' esperienza vicina a quella del grande e dimenticato Ferdinando Tartaglia, secondo cui la politica è una forma di impegno vecchia, parziale, peccaminosa: non può rinnovare nulla; tutto comunismo, anticomunismo, liberalismo, statalismo, fascismo, antifascismo, umanesimo e antiumanesimo, democrazia e antidemocrazia, razionalismo e spiritualismo sono altrettanti episodi di questo mediocre conchiudersi. I sermoni di Don Luciano spesso, a me che vivo l ' Irriferibile/Irriferito del divino, sono sembrati retorici, ma non per questo insinceri, poiché come dice Antonio Thellung, il dissenso è la sentinella delle coscienze. I suoi cartelloni fuori dalla Chiesa, a mo' di tazebao, oltre ad avere il sapore rétro della contestazione e di un ribellismo giovanile vecchio di quarant' anni, sono icone pop, esposte per questo all' obsolescenza, alla dissoluzione nel secolo, all'usura. Forse Don Scaccaglia non si è mai accorto della frase di una delle presenze più illustri del suo pantheon culturale: O esprimersi e morire, o restare inespressi e immortali. La frase è di Pier Paolo Pasolini. Coerentemente col suo approccio culturale, Don Luciano si è espresso. Ed è morto al suo status, consegnandosi al secolo. Ha fatto coincidere il fine della sua battaglia -una buona battaglia- con la sua fine, andando oltre il semplice esserci. Ha compiuto qualcosa di grande: ha operato l' esserci dell' Essere, che va oltre la sua figura di prete scomodo, dall' eloquio inarrestabile, di teologo. E' diventato un martire, in senso etimologico. Un testimone coerente di fede, pronto a raccogliere la solidarietà di centinaia di persone su Facebook o nelle redazioni dei giornali. Persino quella di contemplativi, come me. Che pensano che in questa lunghissima fase ab incarnatione , sia non solo auspicabile, ma inevitabile restare inespressi e immortali. Non è possibile, in questa età di mezzo che ci separa dalla Fine dei Tempi, affermare Dio né negarlo; non rimane che dis-dirlo (come fa Tartaglia-nomen omen un un riverberante balbettio) attraverso la materialità dei verba-eresia del verbo, non sua alchemica trasmutazione, poiché è Dio, e Dio soltanto che eternamente trasmuta. E si è immortali per fede in Cristo , che rende partecipi all' Eternità, quindi im-morali. La moralità, sia quella del papa ex prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, sia quella, offesa, sentita, civilissima, di Don Luciano, è transeunte, caduca, inevitabilmente consegnata al secolo. Io come Tartaglia, sostengo che l' unica soluzione del problema politico è il regno di Dio, società perfetta in cui ogni cosa ha il suo posto, avendo ciò che è. Il mezzo è necessariamente l' apocalisse. L'emergere dell' essere sul nulla è paradossale ed eroico.
Ma, in attesa della fine, continuo a dissentire nel merito del provvedimento di riduzione allo stato secolare -o, come si dovrebbe dire meglio, della decadenza dallo stato clericale di Don Scaccaglia. In primis, essa si attuerebbe molto raramente: il Codex prevede soltanto sei casi per i quali è possibile la dimissione dallo stato clericale. Sono casi gravissimi che vanno dai delitti contro la fede ai delitti di concubinato. (can. 293) . Secondariamente, essa potrebbe configurarsi -nel caso questi delitti gravissimi non sussistessero- come una dispensa pontificia, che tuttavia non scioglie dai voti, se non temporaneamente, il sacerdote: essa infatti dovrebbe essere preceduta da una sospensio a divinis, intesa non come un provvedimento punitivo, ma come una "grazia speciale" di un periodo di riflessione, in cui la comunità tutta dovrebbe sollecitare l' ordinato a non venire meno ai suoi obblighi sacerdotali.
Mi pare che l' atto di intollerante sbrigatività, che passa oltretutto sulla testa del vescovo di Parma, Monsignor Solmi, da parte degli uomini dei sacri palazzi, sia evidente. Invito tutti, credenti, apocalittici, integrati e scettici a dimostrare la propria solidarietà a Don Luciano.