Io, il fatto che sia possibile prendere una persona, metterla in una stanza ed impedirle fisicamente di uscire da lì, veramente non lo concepisco. Posso capire il fatto di limitare l'attività di chi si sia dimostrato pericoloso, anche se non so quanto un periodo all'interno di una gabbia sovraffollata possa corrispondere al concetto di "rieducazione del condannato" - ammesso che sia questo il fine della pena detentiva.
Sappiamo infatti che nella nostra Costituzione sono scolpiti molti alti principi che non sono altrettanto scolpiti nella coscienza sociale.
Non credo che siano stati fatti sondaggi recenti su "rieducazione del condannato", ma io me li aspetterei schizofrenicamente ricchi di opinioni favorevoli all'introduzione della Shari'a in Italia: secondo me un sacco di elettori della Lega Nord sarebbero favorevoli al taglio della mano ai ladri.
Insomma, lo habeas corpus farà anche parte della nostra cultura giuridica basata sul diritto romano* ma forse non fa parte della cultura sociale di tutti gli italiani.
Ad esempio, nella nostra Costituzione è scritto "l'Italia ripudia la guerra" e nonostante questo oltre il 95% per cento degli italiani vota per schieramenti politici che hanno trascinato il paese in guerre quantomeno discutibili, di cui una chiaramente d'aggressione. Invece dovremmo essere ancora tutti in piazza con la faccia incazzata. Né un uomo né un soldo.
Nella nostra Costituzione è scritto che la Repubblica rimuove gli ostacoli alla piena uguaglianza dei cittadini. Se ci pensate, a leggerlo oggi, è eversivo. Anche perché da quindici anni stiamo sopportando una legislazione che crea ostacoli. Vero, Treu?
Nella Costituzione c'è scritto che in Italia c'è libertà di parola, però abbiamo gli articoli 270 ter quater quinquies sexties septies octies del codice penale per cui in teoria, se per caso parlo bene delle Tigri Tamil** potrebbero arrestarmi (o forse no, perché la legge, mi dicono, è talmente mal scritta che non si capisce).
Nella Costituzione si parla di libertà di stampa, ma nel nostro codice penale esiste ancora il reato di stampa clandestina, e un sito Internet è stato condannato per tale "delitto". Lo sapevate? Lo sapevate che in Italia abbiamo una legislazione che lascia a discrezione del giudice decidere se il vostro blogghettino su Splinder è una cosa legale o se invece dovete registrarvi presso il Tribunale competente? Che se stampate una orribile fanzine fotocopiata in università potrebbero arrestarvi?
La Costituzione materiale di questo paese ha un solo articolo: "La Repubblica ha leggi severissime, contorte e generalmente inapplicabili, pronte per essere utilizzate in modo draconiano contro i nemici in maniera inattesa ed arbitraria. Qualsiasi principio giuridico o diritto umano fondamentale può essere reso inutilizzabile da un numero sufficiente di codicilli a livello di regolamento condominale".
Questo significa che abbiamo meno certezza del diritto di quanta ce ne fosse in Babilonia, e che l'esistenza di leggi scritte non è più, come al tempo del diritto romano delle Dodici Tavole, un'istituzione di garanzia. Il nostro sistema giuridico è semplicemente troppo grosso perché il suo essere in forma scritta serva a qualcosa. Tanto che in Italia, a differenza di quanto stabiliva un principio base del diritto romano***, l'ignoranza della legge è considerata attenuante in una serie di circostanze (il che non significa che potete sparare alla gente sostenendo che non sapevate fosse illegale).
Comunque, stavo parlando del fatto che io aborro l'idea di rinchiudere qualcuno in uno spazio limitato impedendogli di uscire.
* In realtà la sua formulazione moderna è avvenuta in sistemi di Common Law, però una forma di tutela dalla detenzione arbitraria e dalle violazioni fisiche esisteva anche nel diritto della Roma repubblicana; Cesare la invocò nella discussione con Cicerone, durante un dibattito in Senato (raccontato da Sallustio) che doveva decidere l'esecuzione extragiudiziale di Catilina e dei suoi congiurati.
Alla fine passò il principio ciceroniano della "legge eccezionale" contro quello cesariano del "non si transige sul diritto". Che poi, bè.... detto da Cesare... allora...
** E' un esempio. Non approvo affatto l'operato delle Tigri Tamil, per il poco che ne so.
*** Forse è questo che intende Forza Nuova in quel criptico punto del programma che chiede il ripristino in Italia del diritto romano, a prescindere dal fatto che è ancora in vigore?
Non mi ero reso immediatamente conto della capacità di Facebook di aggregare persone per fini, latu sensu, politici, ovvero per esprimere sostegno (anche economico) ed adesione ad una determinata idea/proposta/posizione/partito politico/ideologia/ideologia religiosa/stupidata, attraverso le "cause" o i "gruppi" di Facebook.
Ovviamente non c'è nulla di male in uno strumento del genere.
Voglio dire, mettiamo che io sia un sostenitore di Grande Puffo Presidente.
Può darsi che mi interessi trovare altre persone che condividono la candidatura presidenziale di Grande Puffo, e che con queste persone si riesca ad agire in modo più concreto per aiutare Grande Puffo, finanziando la sua campagna elettorale o facendo propaganda in rete.
Oppure, mettiamo che io mi voglia divertire a sostenere pubblicamente la carriera politica di Francesco Giuseppe d'Asburgo, personaggio immaginario di un cartone animato, e che ci sia un certo numero di altri idioti che trova ugualmente divertente questa cosa. Facebook ti permette di creare il gruppo "Amici di Francesco Giuseppe d'Asburgo Tetrarca del Trebekistan" o la causa "Francesco Giuseppe d'Asburgo dovrebbe diventare Gran Khan di Rauracia", cose così.
E tutti gli altri usi possibili, da VIVA LA BIRRA! a "modifichiamo il comma 4 dell'art. 6 della legge quadro sulla coltivazione dei funghi ipogei" passando per "l'ideale ***ista è meglio" e "la nazione XYZ ha ragione a rivendicare la Sarkardasia Settentrionale".
Giudico questa possibiltà positiva, e che venga usata per sparare troiate mi sembra un prezzo equo da pagare. La libertà di dire cazzate fa parte inesorabilmente delle libertà civili conquistate in secoli di lotte.
Quello che mi colpisce è la tipologia di cause che ad una prima occhiata risultano più popolari, e che mi confermano stabilmente in quello che già sapevo, cioè che appartengo ad una ristretta minoranza*, e che i miei ideali sono largamente minoritari in Italia e nel mondo. Non solo: che la maggior parte delle cause con più aderenti sono cause che io avverso con tutte le mie forze e che considero orribilmente sbagliate. La principale eccezione sono le popolarissime cause del tipo "salviamo i bambini" che naturalmente considero condivisibili.
Per il resto, sembra di essere nel 1914: un tripudio di "support our troops", "support the Army and the Glory of the Nation", "Difendiamo la Patria la Chiesa e la Famiglia" e cose del genere.
In particolare, noto una vasta quantità di cause hasbaratiche e non solo a sostegno di Israele. Non vedo nessuna differenza sostanziale tra la Hasbarah sionista e la propaganda storica a favore, mettiamo, delle rivendicazioni azere/armene sul Nagorno-Karabakh, se non eventualmente nella maggiore organizzazione e risonanza. Ma rimarreste stupiti dallo scoprire quante sono le cause in lingua inglese volte a propagandare il nazionalismo turco, compresi i suoi aspetti più beceri come il negazionismo del genocidio armeno. Se c'è una cosa che molte di queste cause hanno in comune, mi sembra quella di essere legate alle rivendicazioni nazionalistico/territoriali dell'area ex-ottomana (di cui fa parte, naturalmente, la Palestina, che come prevedibile mobilita un gran numero di cause del tipo "Support Israel" "Free Gilad Shalit" e, dall'altro lato, anche se a un prima occhiata meno numerose, "Free Palestine" "End Occupation" e via dicendo).
* per un anarchico cattolico antimperialista, ovviamente questo dovrebbe essere tutt'altro che una sorpresa
E con questo chiudo la serie.
Era rimasta in sospeso una questione: la relativa perdita di conoscenze che interessa l'Europa Occidentale immediatamente prima e dopo la caduta dell'Impero Romano, e che continua (pur con degli avanzamenti) fino a poco dopo il Mille, è causata dal cristianesimo?
Direi che se avete seguito la serie finora, ne saprete abbastanza da convenire che la risposta sia NO. La causa è stata proprio la caduta dell'impero romano con tutti gli spiacevoli fenomeni, tipo devastazioni belliche, invasioni di barbari, erosione agricola dei suoli, pestilenze, pessimismo e fastidio che l'hanno provocata e/o seguita.
Si può pensare che il cristianesimo abbia contribuito alla caduta dell'impero romano? Certamente lo si può pensare, e c'è chi lo ha pensato, argomentando questa opinione in modo anche serio. Ad esempio, c'è una serie di romanzi di Robert Silverberg ambientati in una storia alternativa dove il cristianesimo non esiste e l'Impero Romano sopravvive. C'erano parecchi storici che condividevano questa idea. Però, per quello che ne so io, è un'idea che è stata largamente abbandonata dagli studiosi. Onestamente, io, per quello che ne so di storia romana, trovo che il nesso causale sia molto debole, e che non esiste nessuna ragione a me nota per supporre che l'Impero Romano sarebbe durato un giorno di più senza il cristianesimo.
E' possibile però dire che il progresso tecnico e nella comprensione del mondo sia stato comunque ostacolato dal cristianesimo durante il periodo successivo all'Impero Romano. Per confutare questa eventuale obiezione, mi limiterò a rispondere che, sempre limitatamente all'Europa Occidentale, le condizioni generali della vita e della società era tali da lasciare pochissime energie libere per dedicarsi a queste attività. Inoltre, il crollo del sistema imperiale significava una perdita nelle comunicazioni oltre il raggio locale, per cui una innovazione realizzata da un genio in un dato luogo impiegava molto tempo per diffondersi.
E' da notare che, sebbene la Chiesa avesse assunto posizioni dogmatiche definite su vari aspetti della comprensione generale del mondo, non è mai esistita una posizione ufficiale che si opponesse al progresso tecnico in quanto tale, né al miglioramento della comprensione dell'universo in genere.
Sono esistite, certamente, posizioni della Chiesa di rigida contrarietà a determinati risultati delle indagini scientifiche, in quanto tali risultati erano contrari alla comprensione del mondo che la Chiesa aveva fatto propria.
Il caso di Galileo è il più significativo e storicamente il più importante, ma non certo l'unico. Però non ha niente a che vedere con la caduta dell'Impero Romano.
Nei post precedenti si è visto come le assunzioni che stanno alla base della realizzazione di un grafico come questo sono false o perlomeno discutibili.
In particolare il postulato di una continuità ininterrotta Egitto-Grecia-Roma che, non fosse stato per il Cristianesimo, avrebbe portato ad un progresso scientifico esponenziale, è storicamente inconsistente e trascura le profonde differenze di struttura, metodo ed accesso tra i saperi egizi, quelli greco-romani e quelli della scienza moderna.
Abbiamo inoltre visto come sia falso postulato implicito per cui è escluso dalla storia del "progresso scientifico" (comunque non un fenomeno lineare) tutto ciò che si trova fuori dalla progressione storica Egitto-Grecia-Roma-Europa Occidentale Latina-Modernità. In particolare vi ho detto qualcosa sul ruolo dell'India, della cristianità orientale e dell'Islam. Mi piacerebbe saperne di più sulla storia scientifica e tecnologica della Cina, ma al momento ne so pochino.
Sorvolo, inoltre, su imprecisioni storiche relativamente minori come la pretesa che il Rinascimento sia durato dal 1400 al 1700 dopo Cristo. Sono americani, checcevoifà. Niente in contrario: ho sempre avuto la percezione che la lunga storia europea appaia oltreoceano come un fastidioso guazzabuglio di nomi, date e popoli prevalentemente irrilevante, e dal loro punto di vista hanno anche qualche buona ragione per vederla così. Credo sia innegabile che gli europei, in confronto agli americani, abbiano un rapporto assai più stretto (e forse a volte morboso) con la Storia.
Io ritengo morboso ad esempio il modo in cui viene rispolverata Lepanto. Santa miseria, d'accordo, ha salvato l'Occidente, mettiamo pure, però è anche stato quattrocento anni fa. Quanto tempo deve passare prima che un evento storico venga usato per legittimare azioni politiche attuali? Vogliamo chiedere alla Repubblica Autonoma dei Chuvash* i danni per la devastazione unna di Aquileia?
Ma sto divagando.
Nel grafico vederete che, dopo una crescita scientifica che arriva fino a verso il 400 d.C., nel giro di poco tempo c'è un crollo quasi verticale seguito da un plateau, che dura per novecento anni di nulla scientifico. Sappiamo già che questa presunta Dark Age non è una realtà storica.
Nel grafico vedete anche una linea tratteggiata, che, essenzialmente, mostra il progresso scientifico che ci sarebbe potuto essere "senza il Cristianesimo", dando per scontato che basandosi sulle conoscenze disponibili nel 400 d.C. fosse possibile avere un progresso con lo stesso andamento di quello verificatosi dopo il 1400 d.C. L'idea sarebbe cioè che i Romani di un Impero schiavistico moribondo, fossero solo rimasti pagani, era a pochi passi dal creare la scienza moderna. Questo, senza disporre di algebra, di numerazione posizionale, di metodo sperimentale, di attenzione delle élite colte verso la tecnologia, e nemmeno della domanda sociale e della capacità metallurgica per produrre macchinari. Certamente questo sarebbe potuto accadere, se solo la cultura e civiltà greche e romane per tutto il millennio precedente fossero state completamente diverse. Rispetto alla storia reale della civiltà mediterranea classica, questa ipotesi è abbastanza ridicola.
* Pare che la lingua parlata dai Chuvash, una popolazione di ceppo linguistico turco e di fede greco-ortodossa che vive nella parte orientale della Russia Europea, sia la continuazione più prossima di quella parlata dagli Unni. Pare anche che Vladimir Lenin fosse in parte di ascendenza Chuvash.
Prosegue la lettura di Roseau dei romanzi di fantascienza di Ursula K. Le Guin. L' altroieri ho finito The Dispossessed. E stanotte mi sono resa conto quanto sia vana l' opulenza di un mondo come Urras, dove la forma è sostanza. Costringere ad un packaging scintillante chi non ne ha bisogno.
L' Università italiana somiglia a quella di Ieu Eun.
Oggi sono stata ad un convegno intitolato Le vie della Musica: dalla scuola al palcoscenico. Una legge di riforma, purtroppo rimasta inattuata nei suoi articoli finali, la 508 del 1999, ha reso i Conservatori equipollenti alle Università e alle Accademie d' arte. Questo per colmare le lacune culturali di molti musicisti, ma anche per avvicinare molti universitari al mondo della musica, rendendo reciprocamente riconosciuti i crediti rilasciati in entrambe le sedi. L' Italia è l'unico paese dove un intellettuale può dichiarare serenamente di non capire nulla di musica senza che la sua formazione risulti monca. Vi è stato, nel corso degli anni, un colpevole relegare la musica a fenomeno eminentemente ricreativo, che è andato di pari passo al tradizionale elitismo ed individualismo italiano, di stampo romantico e ottocentesco. I primi Conservatori in Italia comparvero, infatti, quasi due secoli fa. Dovevano essere quattro per tutto il Regno, e avrebbero dovuto formare non più di di trenta solisti all' anno. Oggi sono cinquantotto, e fino al 1999 formavano circa 800 solisti all' anno, che, ovviamente, avevano enormi difficoltà di collocazione professionale. Si pensi che, fino all' entrata in vigore della riforma, tutti i diplomandi in violino portavano obbligatoriamente, all' esame finale, dei Capricci di Paganini.
A Parma, una volta tanto, si sta cercando meritoriamente di attuare una sinergia tra teatri, Università e Consevatorio, creando un percorso di inserimento lavorativo anche per chi non voglia (e, allo stato attuale delle cose, non debba) fare il solista. Università e Conservatorio stanno formando musicologi, organizzatori di eventi culturali, accompagnatori di cantanti, docenti di musica. Tutto questo nell' anno della riforma Gelmini che, mentre partono le prime specializzazioni di Didattica della Musica, abolisce le SSIS. Con pochissimi soldi a bilancio ma con circa 800 studenti, magari privi di un abbigliamento inappuntabile, ma con grande coraggio e voglia di diffondere un' esperienza che è fondativa nella vita di ciascuno. Io direi persino indispensabile a formare una personalità. Ma in Italia si egotizza e capita di sentire un Corrado Augias, Intellettuale Autorizzato in servizio permanente alla sinistra o a ciò che ne rimane, rimpiangere i bei tempi andati, dicendo, in faccia ad Uto Ughi, il violinista più sopravvalutato degli ultimi 40 anni:
- "Aaaaah, questa sciagurata legge! Non si formerà mai più un musicista decente se si faranno entrare gli studenti in Conservatorio dopo i diciotto anni!!"
Già. Come se chi suoni in ensemble sia ipso facto una merdaccia.
La Le Guin tutto questo l'aveva previsto nel 1974, immaginando un mondo dove le Università sono centri di formazione elitaria, destinate solo agli uomini (ma la sostanza non cambia) e rette da rituali culturali paramassonici. E un altro mondo dall' ambiente ostile, ma dove le università di fatto non esistono, essendo tutte Istituti di pragmatica Formazione Superiore. Titoli accademici aboliti e destituiti di valore.
Resta la domanda, angosciosa: meglio un mondo ricolmo di ogni bellezza, ma sotto vuoto spinto morale, o un mondo ostile , vuoto quasi di vita, ma pieno di moralità, da sfociare nel dogmatismo?
Intanto, mi accorgo che il pube rasato di una velina è indistinguibile dal cranio nudo di una urrasiana.
Mi sono detto "al diavolo lo snobismo" e mi sono iscritto anche io.
La quantità di gente che c'è e che non vedo/sento da anni, o magari neanche mi ricordavo di conoscere ed ho ritrovato nel giro di mezz'ora, è spaventosa. Ma adesso non crediate che passerò i pomeriggi su quella roba, che quasi mi ha già stufato.
Tutti i post di questa serie sono raccolti sotto la tag “scienza”.
“- Il periodo medievale non ha prodotto progresso scientifico per tutta la sua durata.
- La ragione per cui ciò non è accaduto risiede nel Cristianesimo.”
Torniamo a vedere il grafico, che riposto qui così non dovete scorrere per vederlo (spero che venga fuori già ridimensionato).
La prima affermazione è già stata smentita in questa serie, osservando che, quand'anche non ci sia stato progresso scientifico nel corso del Medioevo occidentale cristiano, il Medioevo cristiano ha riguardato solo una parte del pianeta. Nel frattempo, tra il 500 ed il 1500 dopo Cristo, esistevano cose come l'India, la Cina ed il Medio Oriente.
In questi posti si verificavano dei progressi scientifici e tecnici, ad esempio in India per la matematica, in Cina per la polvere da sparo, la carta e la stampa, nel mondo musulmano in medicina, astronomia ed agricoltura, oltre al fatto che attraverso il mondo musulmano veniva trasmessa all'Europa occidentale la cognizione dei progressi realizzati in India e Cina e l'eredità di molte delle conoscenze di cui disponevano i Greci e i popoli cristiani d'Oriente (siriaci e copti).
Anche i Maya realizzavano progressi scientifici, ma questo non ha avuto nessuna influenza diretta sullo sviluppo della scienza moderna. La nostra matematica deve molto a quelle greca, indiana ed arabo-islamica, ma non a quella Maya.
Inoltre, anche nell'Europa cristiana c'è progresso scientifico, sebbene le condizioni di partenza fossero più arretrate. In campo tecnico sono ideati il collare imbottito e l'aratro col versoio, che non aggiungono né richiedevano mutamenti nella comprensione dell'Universo, ma migliorano in modo rilevante l'esistenza di moltissimi europei. Ci sono perfezionamenti notevoli in tutte le tecnologie legate all'agricoltura, come i mulini e le rotazioni (molti miglioramenti arrivano dalla Spagna musulmana in entrambi i campi, assieme ad un gran numero di colture asiatiche come spinaci, melanzane, riso e cotone). Vengono addomesticati il coniglio e la fragola, e direi che, se anche non ci fosse nient'altro, come progresso tecnico potrebbe bastare.
Se parliamo di progressi nella comprensione dell'universo, il Medioevo in Europa appare prevalentemente un periodo di “ricerca normale” in cui i progressi rivoluzionari sono pochi e quelli che ci sono, nell'algebra e nella numerazione posizionale ad esempio, vengono da fuori. Però forse avete sentito parlare di Leonardo Fibonacci, che oltre ad introdurre i numeri “arabi” in Europa, diede contributi originali alla teoria dei numeri. O delle Tavole Alfonsine, fatte realizzare dal re Alfonso il Saggio di Castiglia, una delle più interessanti figure storiche del tardo Medioevo, che rappresentano un enorme progresso nell'accuratezza delle rilevazioni astronomiche, pur mantenendo il sistema base di Tolomeo. Anche nella logica ci saranno avanzamenti, seppure essenzialmente entro le linee-guida aristoteliche.
Certamente, e qui arriviamo alla seconda affermazione, l'Europa occidentale si trovava, all'inizio del Medioevo, in una condizione di relativa arretratezza, da cui si riprende attingendo dall'esterno (essenzialmente dall'Islam, ma anche da Bisanzio) conoscenze che non esistevano prima o la cui conoscenza era stata perduta dalla cristianità latina.
E' importante precisare questo punto, perché invece i cristiani greco-ortodossi, apostolici (monofisiti) ed orientali (nestoriani), beneficiando di una situazione economica e sociale meno disgregata al momento della caduta dell'Impero Romano, conservarono la maggior parte delle conoscenze speculative classiche, e anzi si diedero da fare per tradurle dal greco in siriaco, e poi dal greco e dal siriaco in arabo.
Dall'arabo queste conoscenze furono tradotte in latino, un'operazione che comincia poco prima del Mille per volontà di Gerberto d'Aurillac (Papa Silvestro II) e continua soprattutto per l'impulso dato da Pietro il Venerabile, abate di Cluny, alla scuola di traduzioni di Toledo, nel dodicesimo secolo. Senza osservare questo fenomeno, e la profonda attrazione culturale che nel Dodicesimo e Tredicesimo secolo l'Islam esercitava sugli Europei cristiani d'Occidente (attrazione che poteva anche tradursi in un tentativo di conquista militare) gran parte della successiva storia scientifica e culturale dell'Europa risulta incomprensibile e sembra emergere dal buio dell'oscurantismo medievale come Atena armata dalla testa di Zeus. Sono cose che possono accadere nei grafici di propaganda, non nella realtà storica.
Quanto detto sopra sui cristiani d'oriente, che esistono e bisognerà farsene una ragione, sarebbe da solo una buona confutazione dell'ultima affermazione.
Anche ammesso che non ci sia stato progresso (e anzi regresso, rispetto all'Impero Romano) per tutto il medioevo, e abbiamo visto che non è vero, difficilmente si potrebbe dire che questo è dovuto al cristianesimo. In fondo, in paesi cristiani non latini (intesi come “di rito latino” cioè cattolici, non “di lingua latina”) quantomeno l'eredità scientifica del passato si conservava, e venivano anche realizzati alcuni avanzamenti, ad esempio il fuoco greco.
E' però vero che, localmente, l'Europa occidentale cristiano-latina sperimentò una perdita generale di conoscenza tecnica e di comprensione dell'Universo per un periodo che va dagli ultimi tempi dell'Impero Romano a circa l'undicesimo secolo... un periodo che può essere definito “Dark Age” soprattutto nel senso che è “buia” per noi, ovvero relativamente povera di documenti. Parlerò poi del perché ciò è avvenuto.
Nell'undicesimo secolo sia ha quella che alcuni chiamano “seconda Rinascenza” (la prima è quella sotto i Carolingi nel nono secolo) ovvero un vero e proprio boom culturale, tecnico, letterario, filosofico, e anche demografico e politico, dell'Europa latina, che si rimette al passo con le altre civiltà eurasiatiche attingendo a piene mani da quel che esse (specialmente quella musulmana) avevano da offrire. Nel quattordicesimo secolo c'è un altro periodo di crisi, e un crollo demografico dovuto alla Morte Nera del 1348, a cui segue una terza Rinascenza, cioè quella che noi chiamiamo Rinascimento, in cui si attinge ampiamente, e si rielabora in modo creativo, l'eredità classica non più recepita attraverso la mediazione siro-araba ma direttamente, tramite i manoscritti conservati dai bizantini (cioè dagli eredi della tradizione ininterrotta dell'Impero Romano) e resi disponibili dalla lenta caduta di Bisanzio stessa, stretta tra l'incudine occidentale ed il martello turco. Vale la pena di sottolineare che il vero momento di crollo di Bisanzio, almeno come grande potenza imperiale, non è la conquista ottomana del 1453, che avvenne nel segno della maggiore continuità possibile anche grazie alla politica illuminata del sultano Mehmet Fatih (il Conquistatore). Gli Ottomani furono accolti da gran parte della popolazione e del clero di Bisanzio, guidato dal patriarca ortodosso Gennadios, come liberatori a fronte del “pericolo” di un'unione con gli odiati latini. L'Impero Bizantino finisce davvero col sacco di Costantinopoli fatto dai crociati cristiani d'Occidente nel 1204, e il tentativo di ripresa sotto i Paleologi fu una lunga agonia nel tentativo di barcamenarsi tra latini e musulmani; per scegliere alla fine di schierarsi con questi ultimi.
In un certo senso l'Impero Ottomano tenta di essere la continuazione di quello romano, e del resto la stessa pretesa la avevano, più o meno fondatamente, anche quello russo, tedesco ed asburgico. Se volete, la Caduta dell'Impero Romano si compie definitivamente nel 1918.
Ma questo non c'entra.
Resta da capire se in Occidente il cristianesimo abbia comportato la perdita scientifica di cui sopra, o se invece ci siano altre cause, e lo farò nel prossimo post, anche se credo l'abbiate già capito da soli.
“- Il progresso scientifico rappresenta un valore in sé, e ciò che lo ostacola è negativo.
- Il progresso scientifico può essere definito in un modo che includa il sistema di conoscenze di Egizi, Greci e Romani così come la scienza moderna, e tale definizione produce un dato quantificabile, la cui variazione nel tempo può essere analizzata in un grafico.”
Avevo detto che non avrei contestato la prima di queste affermazioni, ma vale comunque la pena di soffermarcisi. Immagino che esistano almeno tre motivazioni, valutabili positivamente, dietro al progresso scientifico:
In riferimento all'aspetto di comprensione del mondo, la curiosità e il desiderio di conoscere la verità, che suppongo siano impulsi primari dell'essere umano.
Sempre per quanto riguarda la comprensione del mondo, conoscerlo e capirlo meglio dovrebbe aiutare ad affrontarlo meglio, e quindi a vivere meglio (visto che tutta evidenza, noi viviamo all'interno di un mondo che opera al di fuori della nostra volontà).
Per quanto riguarda il progresso tecnico, dovrebbe essere in grado di contribuire ad un modo migliore e più efficace di soddisfare i bisogni umani.
Nella realtà, le cose sono più ambigue. In un gran numero di società, i progressi sia teorici che tecnici erano monopolio esclusivo di ristrette minoranze, e servivano quindi ad accrescerne il potere; credo si possa sostenere che questo accada (sebbene in misura relativamente minore, in Occidente) anche oggi, visti i mezzi teorici e tecnici di cui dispongono le grandi organizzazioni statali e private in rapporto al singolo o al piccolo gruppo. Alcune di queste conoscenze sono coperte da brevetti ed altri strumenti giuridici di proprietà intellettuale che rendono impossibile al singolo individuo disporne legalmente, anche se avesse le competenze ed il tempo per acquisirle.
Inoltre, la dimensione stessa della conoscenza sull'universo disponibile complessivamente nella nostra società trascende largamente le capacità non solo del singolo, ma anche del piccolo gruppo. Una conseguenza non sempre desiderabile* dell'aumento delle conoscenze è la loro specializzazione.
La scienza ed il progresso scientifico sono moralmente neutri. Una maggiore conoscenza implica una maggiore possibilità d'azione, ma non garantisce di per sé sulla natura morale dell'azione. Però, per farla semplice, credo che in generale cose come la lavatrice abbiano reso la vita migliore. Una migliore conoscenza offre almeno la possibilità di una vita migliore, quindi ritengo qualsiasi progresso in questo campo sostanzialmente positivo. Sta poi all'intelligenza di singoli e gruppi fare della conoscenza ottenuta l'uso migliore possibile.
La seconda affermazione è più problematica, dato che si è già visto come il progresso scientifico, per rientrare in una definizione del genere, debba includere come minimo (facendo finta, come fa il grafico, che i Sumeri e i Babilonesi non siano mai esistiti):
il pensiero mitico-magico dei sacerdoti egizi.
la speculazione filosofica sistematica greco-romana.
l'accumularsi graduale e non lineare di progressi tecnici, non sempre legati ad una conoscenza teorico-speculativa dell'universo (i cavalieri delle steppe eurasiatiche non avevano, insomma, bisogno di Aristotele per ideare la staffa).
le filosofie naturali rinascimentali.
i vari paradigmi della scienza moderna post-galileiana.
Si tratta di cose diverse, dotate ognuna di una propria storia. Naturalmente esistono dei legami, così come noi siamo collegati ad Hammurapi** di Babilonia dall'esistenza di leggi scritte. Ma, contrariamente a quanto vi è stato insegnato in terza elementare, il Codice di Hammurapi, che comunque non è il primo testo legale scritto della storia, non era una scrittura delle leggi finalizzata ad assicurare la certezza del diritto contro all'arbitrio della consuetudine orale.
Le finalità, le ragioni, le strategie, e specialmente il contesto in cui veniva scritto quel “Codice” differiscono totalmente da quelle per cui in Italia si pubblica la Gazzetta Ufficiale.
La certezza del diritto era una questione che neanche si poneva ai governanti babilonesi del tempo, e comunque la scrittura non era un modo possibile per informare la popolazione sulle leggi in vigore. La popolazione era infatti analfabeta, e solo una piccolissima élite appartenente alla classe dominante poteva leggere la stele, il cui scopo era celebrativo e non normativo. Come osservava Lévi-Strauss, la scrittura era essenzialmente uno strumento di potere e di esclusione, e non di liberazione e di inclusione.
Allo stesso modo, il fatto che si avesse un avanzamento di conoscenze e di tecnologie nell'antichità classica (o anche nel Rinascimento) va visto come qualcosa di molto diverso nei fini, nelle modalità e nell'accesso, all'avanzamento prodotto dalla scienza post-galileiana.
C'è poi il problema di quantificare tale avanzamento. Se si guarda al progresso come ad un processo cumulativo, la cosa non pone problemi. Più conoscenza=più progresso. Ma come la mettiamo col fatto che le conoscenze vengano smentite? Praticamente tutta la comprensione del mondo che si aveva, non dico a Roma, ma al tempo di Newton, è oggi falsa o se va bene approssimativa.
* Non vedo nulla di intrinsecamente desiderabile nella specializzazione. Mi piacerebbe sapere, individualmente, TUTTO. Vedo che la specializzazione è intrinsecamente necessaria, in modo che ognuno sappia, individualmente, qualcosa, e la società sappia, collettivamente, molto di più.
** Noto ai più come Hammurabi. Mi pare che la trascrizione con la P sia più corretta, ma vista la natura non fonetica del sistema di scrittura babilonese, difficilmente potremo mai esserne certi.
"- Il progresso scientifico è un processo cumulativo della conoscenza potenzialmente continuo e crescente a ritmo esponenziale nel tempo.
-La scienza moderna si basa senza soluzione di continuità su quella rinascimentale europea e romana di cui rappresenta un progresso."
La prima affermazione è, in linea teorica, accettabile, se si accetta il progresso come aumento della comprensione, e non come progresso tecnico.
Tuttavia, nella realtà la comprensione dell'universo è storicamente determinata. Intendo dire che è possibile avere una perdita di conoscenze al momento del cambiamento di un paradigma scientifico. Ad esempio, il sistema astronomico geocentrico di Tycho permetteva, all'epoca, previsioni più accurate di quello copernicano, e l'accettazione finale dell'eliocentrismo dipese da fattori diversi: in particolare, le osservazioni di Galileo avevano infranto il macroparadigma entro cui si collocava la teoria geocentrica, notando le montagne sulla Luna e le macchie solari, che mettevano in crisi l'intera visione aristotelica dell'universo.
Inoltre, all'interno di una determinata società, si puà avere una perdita di conoscenza e comprensione dell'universo dovuta a fattori esterni. I Maya disponevano di cognizioni astronomiche relativamente avanzate; ma il tracollo della loro vita urbana per ragioni politiche ed ecologiche provocò la dissipazione di queste conoscenze, semplicemente ridimensionando il gruppo sociale che ne era depositario. di conseguenza, il progresso tecnico e la conoscenza scientifica sono determinato da fattori, storici e sociali, sia a livello teorico che, soprattutto, a livello pratico. Nel complesso la tendenza di lungo periodo è quella ad una miglioramento globale della comprensione e della capacità tecnica; ma questo processo non è lineare, procede attraverso continue cadute e risalite, rivoluzioni e periodi di relativa staticità.
Per quanto riguarda l'aspetto tecnico, le condizioni sociali ed economiche sono determinanti. L'idea di stampa in serie, per dire, è molto più antica di Gutenberg. Oggetti come il disco di Festo lo testimoniano, ma testimoniano anche che la società dell'epoca in cui il disco fu prodotto, della stampa non sapeva che farsene. Così come l'antica Grecia non sapeva cosa farsene del modello eliocentrico di Aristarco da Samo, e la maggio parte della filosofia classica del modello atomico di Democrito, che era frutto (a differenza del modello atomico di Dalton nella scienza moderna) di speculazione e non di sperimentazione.
Il che ci porta a contestare la seconda asserzione, mettendoci dentro alla differenza radicale tra la scienza moderna elaborata in Occidente nel diciassettesimo secolo (su impulso soprattutto, ma non solo, di Galileo) e la conoscenza del mondo che esisteva sempre in Occidente nei tempi precedenti.
Si tratta della differenza tra speculazione filosofica e sperimentazione fisica, tra modellizzazione matematica e modellizzazione verbale della realtà conosciuta.
Non cambia solo, e di molto, il contenuto della conoscenza del mondo (il paradigma) ma soprattutto la struttura ed il metodo per conoscerlo.
Di conseguenza, dal punto di vista della scienza moderna, tutta la conoscenza accumulata in precedenza, anche laddove anticipa contenuti che oggi riteniamo veri (come nel caso degli atomi di Democrito) sarebbe a rigore da ritenersi come metodologicamente errata.
Questo non è assoluto. Gli alchimisti, che in area musulmana operavano ai margini della conoscenza ufficiale (mentre la loro disciplina era più centrale in Europa), avevano propositi, obiettivi e paradigmi lontanissimi da quelli della nostra chimica, ma accumularono un'enorme quantità di osservazioni (e di domande) che per la chimica successiva sarebbero state di valore inestimabile.
E' interessante notare che lo fecero sia in Occidente, che soprattutto, e prima, nel mondo musulmano, (molti alchimisti importanti erano ebrei di Andalus) durante la "Christian Dark Age".
Un blogger italiano, Vittorio Arrigoni di Guerrillaradio, che da tempo si occupa di difesa dei diritti umani dei palestinesi, è stato arrestato ieri da una motovedetta israeliana in acque internazionali a largo della costa di Gaza, insieme ad altri due volontari occidentali e 15 pescatori palestinesi. I tre occidentali stavano aiutando i palestinesi a pescare; attualmente sono agli arresti in Israele.
Tutti gli aggiornamenti sulla questione possono essere letti sul blog LogicoKaos.
C'è anche un banner da mettere ma io sono impedito e non ci riesco.
Naturalmente, nel mondo greco e romano, vi furono dei progressi tecnici. Però, si trattava perlopiù di progressi poco connessi alla speculazione sulla comprensione dell'universo. Il tipo di legame tra le due cose, che si stabilisce nella scienza galileiana e baconiana dopo il diciassettesimo secolo, non esisteva.
Anzi, occuparsi di questioni tecnico-pratiche era considerato poco adatto alla dignità del filosofo; il genere il lavoro manuale e le attività connesse erano collegate allo status schiavile e ritenute inferiori.
Finché il sistema (modo di produzione, se volete) schiavistico su larga scala, introdotto dai Greci e portato al culmine nei primi secoli dell'Impero romano, restava in piedi, difficilmente ci sarebbe stato un interesse per la tecnologia in quanto tale. I Greci ed i Romani, comunque sistematizzarono una grande quantità di conoscenze, anche tecniche (a Roma in particolare alcune discipline tecniche di utilità pratica come l'agronomia e l'architettura godevano di prestigio) e di speculazioni sistematiche sulla natura dell'universo, degli uomini, della divinità, e via dicendo.
Tutto questo si coagulò in un paradigma di conoscenze che i dotti dopo una certa epoca, ritennero soddisfacente. Nei termini di Kuhn, un lungo periodo che comincia sotto gli imperatori adottivi di Roma e continua almeno fino alla Scolastica medievale si potrebbe definire "ricerca normale". Alcune scienze erano costituite come tali, con paradigmi definiti entro cui gli studiosi successivi lavoravano, ad esempio l'astronomia e la medicina.
In sostanza, da un certo momento in poi c'era qualcosa come la sensazione che non ci fossero scoperte ulteriori da fare sulla natura del mondo, ma solo da approfondire entro il solco stabilito da maestri del passato come Aristotele, Platone, Ippocrate, Tolomeo e Galeno. Questo atteggiamento può sembrare anti-scientifico, ma nell'impostazione di Kuhn, invece, è quello "normale" della scienza. I modelli di questi maestri e sistematici erano accettati in quanto ritenuti spiegazioni soddisfacenti della realtà, non sulla base di una fideistica accettazione della loro parola.
Ad un certo momento, il mondo, cioè l'impero romano, finì.
La sua fine era dovuta ad una quantità di cause, politiche, economiche e sociali, interne ed esterne ma è improbabile che il cristianesimo ci avesse molto a che fare.
In fondo l'Impero durò in Occidente centocinquanta anni, ed in Oriente millecento, dopo che Costantino ne aveva fatto uno stato - anche - cristiano. Io propendo per la posizione secondo cui la causa fondamentale fu la crisi del sistema schiavistico, dovuta ad una serie di ragioni complicate, di tipo sociale e militare. Il cristianesimo sosteneva un trattamento umano degli schiavi, ma almeno la Chiesa ufficiale non ripudiava la schiavitù; fondamentalmente la fine dell'espansione dell'impero e la "pietrificazione" delle sue frontiere fecero diminuire l'afflusso di nuovi schiavi e la disponibilità di nuove terre per i latifondi del patriziato imperiale. La crisi fu lunga e non lineare, ma in sostanza guerre, pestilenze e crisi economica (con annesse carestie) fecero diminuire la popolazione e il benessere. In tutto questo si inserivano in modo crescente i Barbari, attratti dalla relativa prosperità di Roma, e insomma, le cose le sapete, non devo raccontarvi la caduta dell'impero romano.
Il declino economico significava ovviamente declino culturale. Le città erano mantenute dall'eccedenza delle campagne, e gli intellettuali erano una piccola minoranza della popolazione delle città, che per di più non faceva lavori "produttivi" ed era mantenuta direttamente dalle eccedenze. In Occidente, dove la crisi fu più dura, attività come la speculazione filosofica diventavano difficili da portare avanti, ed in effetti, dopo la morte di Boezio non fu prodotto molto in materia. Le nuove classi dominanti, di origine germanica (o alana, in qualche zona) erano scarsamente interessate a sostenere questo genere di attività.
In Oriente, al contrario, l'attività scientifica e culturale rimase viva, anche se le scuole filosofiche incompatibili col cristianesimo vivevano tempi duri; alcune di queste si trasferirono in Persia, paese dove comunque gli intellettuali dissidenti non erano visti di buon occhio.
Tuttavia vi fu sia nell'Impero d'Oriente che in quello persiano una notevole attività scientifica e speculativa, e anche diversi progressi tecnici.
Nel frattempo in India c'era molta più attività intellettuale; senza che nessun occidentale se ne accorgesse, veniva ideato lo zero ed il sistema di numerazione che usiamo ancora oggi.
"L'unico progresso scientifico nella storia è stato prodotto dalla civiltà occidentale, che inizia con la Grecia e rappresenta la continuazione delle antiche civiltà mediorientali/egizia."
E' fin troppo facile dimostrare il ruolo del Medio Oriente e della Spagna musulmani nello sviluppo scientifico. Mi limito a citare l'ottica di al-Kindi.
E con questo potrei aver già finito, ma meglio sviscerare la cosa.
Intanto, sarebbe da definire il concetto di "progresso scientifico".
Nel grafico di cui sto parlando, esso sembra includere due cose:
- il progresso tecnico, ovvero la creazione di nuovi strumenti, metodologie ed oggetti che migliorano (almeno potenzialmente) l'esistenza umana in qualche modo: ad esempio, la lavatrice o i canali d'irrigazione.
- il progresso teorico della comprensione umana dell'universo.
Questi due fenomeni sono strettamente collegati, ma ritengo utile analizzarli separatamente. E' fuor di dubbio che la progettazione di una lavatrice richieda una serie di conoscenze teoriche sull'elettricità, la forza centrifuga, la chimica dei tessuti, e così via.
Però, come ipotesi esclusivamente teorica, uno potrebbe arrivare a costruire una lavatrice attraverso una comprensione esclusivamente empirica del suo funzionamento attraverso un sistema di prove ed errori, avendo a disposizione un numero sufficiente di milioni di anni, senza giungere per questo ad una cognizione generale dell'elettricità o della forza centrifuga.
Esistono casi di oggetti più semplici della lavatrice, che sono stati inventati ed impiegati per secoli senza un'idea chiara di tutti i principi naturali coinvolti nel loro funzionamento.
Le pompe esistevano secoli prima di Torricelli e dei suoi studi sulla pressione, anche se naturalmente dopo fu possibile realizzare pompe migliori, anzi, Torricelli si occupava del problema proprio perché esistevano problemi tecnici riguardo alle pompe dell'epoca. Naturalmente esisteva una teoria, prima di Torricelli, che spiegava il funzionamento delle pompe, ed era la dottrina aristotelica dello horror vacui. Anche questo paradigma era nato dopo l'invenzione della pompa, comunque.
In generale, un comprensione teorica basata su una elaborazione razionale, in quanto contrapposta al discorso mitico, dell'universo, nasce negli ultimi secoli avanti cristo nel Mediterraneo orientale, in particolare in zone di cultura greca, ed in India (non saprei in Cina); probabilmente c'è una qualche correlazione, visto che prima attraverso l'Impero persiano, e poi tramite il continuum culturale ellenistico, queste regioni erano in contatto.
Naturalmente questa elaborazione razionale, che è ciò che noi chiamiamo "filosofia" era molto diversa dalla scienza moderna. Il problema di risolvere questioni tecnico-empiriche praticamente non si poneva (con alcune eccezioni, la più importante delle quali è stata, credo, Archimede) e comunque un vasto mutamento tecnico era incompatibile con la struttura sociale dell'epoca. Gli studiosi alessandrini conoscevano la capacità del vapore di muovere semplici macchinari; ma non disponevano né delle altre competenze tecniche (metallurgiche, ad esempio) né della domanda sociale per realizzare una macchina a vapore.
E immagino che non gliene fregasse neanche niente di farlo.
Stiamo parlando quindi di speculazione sistematica, che solo in maniera accessoria era interessata all'applicazione tecnica delle sue eventuali teorie, e che era ristretta ad una minuscola élite, che aveva tempo libero per speculare in quanto degli schiavi svolgevano i ruoli produttivi.
Su diversi blog e siti in giro per la rete ho trovato questo interessante "grafico". Non ne conosco la fonte ed il contesto originale, ma quello che vedo è sufficiente a suscitarmi dei commenti.
Ovviamente si tratta di qualcosa di assolutamente fuorviante, e questo post vorrebbe spiegare il perché.
Anzitutto, io, come formazione, sono stato abituato ad affrontare le cose da un punto di vista storico, cogliendone cioè le relazioni di sviluppo temporale (si tratta anche della parte che trovo più interessante delle scienze biologiche: mentre la descrizione del funzionamento di un organo o di un meccanismo biologico potrebbe anche annoiarmi, il sapere come e perché si è evoluto mi affascina).
Però, a differenza della maggior parte dei miei colleghi umanisti, ho una discreta, anche se non specialistica, formazione scientifica.
L'aspetto della scienza che più mi interessa (anche se non ne sono un esperto) è il suo sviluppo storico, che peraltro non fa parte della scienza propriamente detta. La storia della scienza infatti fa parte della storia. E' un peccato che né l'istruzione scientifica né quella storica, in Italia, affrontino la storia della scienza in modo serio.
In generale la storia delle scienza viene divulgata in termini simili a quelli del grafico qui sopra: una successione costante e nel complesso cumulativa di progressi, che si sviluppa con relativa continuità dalle antiche civiltà orientali, attraverso Grecia e Roma, il Medioevo europeo (tornerò dopo sul fatto che venga presentato come un periodo di declino) e "Noi".
Si tratta della stessa infantile progressione propinata nelle scuole elementari e medie per la storia delle società umane in generale, e che credo rappresenti una specie di storicismo crociano liofilizzato.
Tuttavia direi anche che la storia della scienza, nella sua divulgazione, non viene proposta come una parte della storia delle società umane ma come una entusiasmante avventura di spassionata ricerca della verità, autonomamente dalla realtà sociale in cui lo scienziato vive.
Circa quaranta anni fa, Thomas Kuhn, ne "La struttura delle Rivoluzioni Scientifiche" ha suggerito una visione assai diversa della storia del progresso scientifico. Pur mantenendo l'assunto della sostanziale autonomia della scienza rispetto alla società, ha messo in discussione l'altro assunto, quello del progresso continuo. Tuttavia, l'assunto d'autonomia, avverte Kuhn, è valido solo laddove esista una comunità scientifica, ed è in un certo senso una "concessione" della società agli scienziati, non una costante storica. E' un assunto generalmente valido solo per la scienza moderna, diciamo dal diciassettesimo secolo in Europa in poi. Più che Galileo, sono fondanti per questo Mersenne*, Bacone e la Royal Society.
Inoltre, anche nella scienza moderna si sono verificati casi importanti di determinazione del paradigma scientifico al di fuori della comunità scientifica.
Di solito questo accadeva nei regimi totalitari, e ad esempio il governo dell'Unione Sovietica impose agli scienziati un paradigma ortodosso in biologia (il lamarckismo di Lysenko) ed in linguistica, mentre il nazismo aveva una gerarchia razziale ideologicamente predefinita che la ricerca antropologica poteva solo confermare (all'epoca l'antropologia razziale era considerata una scienza).
Certamente le energie spese dagli antropologi razziali a tentare di classificare gerarchicamente l'umanità hanno rappresentato un vicolo cieco per il progresso scientifico in generale. C'è già chi definisce l'epoca di massima diffusione di questa pseudo-scienza, con ragione, a dark age.
Tra gli specialisti di storia della scienza, mi risulta che il punto di vista di Kuhn, per cui la storia della scienza procede per periodi di ricerca all'interno di un paradigma teorico seguito da momenti di rivoluzione scientifica e cambiamento di paradigma**, sia perlopiù accettato, oggi. Questo non è vero invece per quanto riguarda la divulgazione e la conoscenza diffusa della storia della scienza, soprattutto perché questa tende a ricordare le rivoluzioni scientifiche come momenti di un progresso cumulativo, e a trascurare le fasi di ricerca normale.
Adesso torniamo al nostro schema. Vedremo che la sua struttura contiene una gran quantità di assunzioni implicite, che molte persone sono state educate a ritenere vere, e che quindi non contesterebbero.
Insomma, "piovono assiomi" come dicono i matematici commentando i modelli degli economisti*** che, applicati, provocano la crisi delle Borse.
Vediamo questi assiomi:
1) L'unico progresso scientifico nella storia è stato prodotto dalla civiltà occidentale, che inizia con la Grecia e rappresenta la continuazione delle antiche civiltà mediorientali/egizia.
2) Il progresso scientifico è un processo cumulativo della conoscenza potenzialmente continuo e crescente a ritmo esponenziale nel tempo.
3) La scienza moderna si basa senza soluzione di continuità su quella rinascimentale europea e romana di cui rappresenta un progresso.
4) Il progresso scientifico rappresenta un valore in sé, e ciò che lo ostacola è negativo (questa particolare asserzione non verrà contestata, perché in parte la condivido).
5) Il progresso scientifico può essere definito in un modo che includa il sistema di conoscenze di Egizi, Greci e Romani così come la scienza moderna, e tale definizione produce un dato quantificabile, la cui variazione nel tempo può essere analizzata in un grafico.
6) Il periodo medievale non ha prodotto progresso scientifico per tutta la sua durata.
7) La ragione per cui ciò non è accaduto risiede nel Cristianesimo.
In teoria, basterebbero gli esami del primo anno di Storia per sapere che la maggior parte di queste assunzioni è falsa.
Però non tutti sono laureati in Storia, e poi l'università italiana è quella che è, quindi anche un lauerato in storia potrebbe avere problemi (magari non sa nulla di storia della scienza).
Per cui, nei prossimi post mi impegnerò a smontare questi assiomi uno per uno.
* A contestare ulteriormente la tesi per cui il cristianesimo sia di per sé ostile alla scienza si potrebbe far notare che Mersenne era un frate, e che in generale la Compagnia di Gesù, ad esempio, ha prodotto un numero significativo di eccellenti studiosi, linguisti, antropologi, fisici, matematici, eccetera.
** Sembra una versione applicata alla storia del pensiero degli "equilibri punteggiati" di Gould per l'evoluzione biologica. Comunque il lavoro di Kuhn precede di parecchi anni la teoria degli equilibri punteggiati.
*** L'economia non è una scienza, anche se di solito è più affidabile degli oroscopi.
Bella idea, davvero, quella di inaugurare l' Auditorium del Carmine, a Parma, con il trio in mi bemolle maggiore op. 70, n° 6, (e non n° 2, come recitava erroneamente il dépliant) di Beethoven. Se avessero inaugurato col trio n° 5, però, chiamato significativamente Gli Spettri, avrebbero fatto meglio. Beethoven l'ha finito di comporre nel novembre del 1808, giusto due secoli fa. Rievocato dal Largo centrale, spiriticamente, il tema della seconda sinfonia. Dopo un restauro durato quattro anni, la Chiesa tardo-quattrocentesca delle Carmelitane , presenza-fantasma annessa al Conservatorio, che oggi occupa l'ex-convento, è stata riattata a sala multifunzionale. "Per lo studio, la fruizione e la ricerca della pagina musicale", come recitava pomposamente, qualche giorno fa, l'articolo della Gazzetta di Parma, il più antico quotidiano d' Italia, ma non per questo il meno infame. Interessante il battage pubblicitario dell' inaugurazione -voluta fortemente dalla fondazione ARCUS che fa capo al Comune e da una locale fondazione bancaria- avvenuto mediante una tardiva comunicazione al quotidiano locale che ha richiamato un migliaio di persone (su trecento posti disponibili) , in grandissima parte pensionati desiderosi di riempire un pomeriggio altrimenti tetro. E gli inviti: trecento inviti, tanti quanti i posti, distribuiti secondo la consueta logica elitaria della Petite Capitale : in ordine, clienti della banca, amici degli amici, amici di chi frequenta il Conservatorio. Io, che rientro nella terza e più innocua categoria, sono immediatamente squadrata da capo a piedi da una signora, la faccia smaltata di fondotinta noisette.
"Ce l'ha l'invito?"
"Sì"
"Ma io ho prenotato per telefono, eh!"
"E io per mail!"
Facendomi largo tra imbucati, postulanti e VIP, riesco a raggiungere un posto. Le poltroncine sono color rosso rubino, scandalosamente morbide e larghe, urresiane, più adatte ad un salotto che a favorire l' attenzione di un pubblico competente. Hanno qualcosa di escrementizio, per dirla come la Le Guin. Un restauro piuttosto attento dello spazio ha salvaguardato l'architettura tardogotica della chiesa, riportando alla luce lacerti di affreschi di Michelangelo Macaleo e una cupola affrescata di Antonio Bernabei, epigono seicentesco del Correggio. Ma lo spazio, austero, diviso in tre sezioni da pilastri di mattoni rossi e capitelli rivestiti di cotto, è stato saturato dalla distesa di poltroncine vellutate come una rossa lingua e da pannelli orientabili di abete rosso. Abete rosso, fortunatamente. Quello con cui si fanno i violini. Almeno, si avrà un riverbero acustico meno secco di quello garantito dai pannelli in legno di ciliegio, in uso presso l' Auditorium di Renzo Piano, un ex zuccherificio Eridania riconvertito a sala da concerto, vicino a casa mia, da me chiamato Il Fienile. La logica mondano-salottiera, però, è la medesima: si è cercato di ottimizzare (brutta parola) gli spazi, creando gradinate da cinema anni '50 laddove c'erano, rispettivamente, una navata e un nastro trasportatore per le barbabietole. A Parma, la partecipazione ad un evento musicale è un' occasione per mettersi in mostra, intrattenersi in garbati conversari con il vicino della propria civile condizione, sentirsi parte di un evento esclusivo. Purtroppo, nella stragrande maggioranza dei casi, è SOLO quello. A conferma di questa mia constatazione, arriva la millanteria del dépliant illustrativo dell' auditorium: domenica 16, open day (sic! non potevano dire "visite guidate gratuite per tutto il giorno"? Troppo didattico.....) . A seguire, il maestro V. , che eseguirà brani di J. S. Bach e Felix Mendelssohn-Bartholdy sull' organo bachiano Weigle.
Dunque. Chiunque abbia un po' di pratica musicale sa benissimo che un organo bachiano non esiste, poiché la meccanica organistica, all' epoca di Bach, era ancora ampiamente "in divenire" e non tipologicamente definibile e cristallizzata in quel monstre a mantici che è l'organo moderno. Bach stesso ha suonato su diverse tipologie d' organo, nel corso della sua esistenza. Si spazia da quella, canterina, più vicina ai modelli francesi e italiani coevi, dell' organo della Chiesa di Sankt Wenzel, a Neumburg agli austeri organi luterani, dal suono longitudinale, fondo, di Weimar e Halle. L'organo di Sankt Wenzeslas ha un doppio pedale e tre tastiere con registro a 16' e dispone di una vasta palette di liquidi, cangianti registri d'assolo. Quelli luterani, per solito, presentano al contrario registri d' assolo più smorzati, a favore di una sonorità più corale. Nella Chiesa del Carmine, in alto, nella controfacciata, è stato collocato un moderno organo Weigle , una sorta di vaporiera metallica, dalle canne minacciose come cerbottane di metallo dolce, che avrebbe probabilmente necessitato di un ambiente più vasto. Del perché si sia scelto di collocare una macchina sonora così possente in un ambiente dalle dimensioni in fondo modeste, non mi so dare spiegazione. Al massimo, se proprio non ci si vuol distaccare dalla tipologia d' après , vi avrei inserito un organo con le caratteristiche simili a quelle del piccolo Nacchini, in San Servolo, a Venezia. Avrebbe consentito l'esecuzione di un repertorio certamente più limitato, ma non meno affascinante della triade Bach-Haendel-Buxtehude ubiquitariamente presente in tutti i programmi organistici che si vorrebbero mainstream, e non lo sono mai abbastanza. Ad esempio, si sarebbe potuto suonare Gabrieli, Torelli, Frescobaldi, Legrenzi. E, saltando a pié pari Sette e Ottocento, opere di César Franck o Bela Bartòk - sono sempre stata favorevole all' esecuzione delle pagine per celesta di questo autore su organi "moderni". Mi risulta inoltre incomprensibile capire perché a pochi passi dalla chiesa del Carmine sia mangiato dai tarli un organo settecentesco, praticamente integro e privo di superfetazioni successive, opera ultima di Bernardo Poncini, datata 1754. Si trova nella chiesa dei Gesuiti, San Rocco, ed è muto da quasi un secolo e bisognoso di un urgente restauro. In attesa che qualche fondazione col cuore non troppo vicino al portafoglio si prenda cura dell' organo Poncini, spero, tra qualche ora, quando andrò al concerto, di non sentire in questo nuovo giocattolo offerto alla crème parmigiana, ridondanze vaccine e dinamiche sonore schiacciate.
Sì, lo so. A quest'ora la gente civile dorme e dovrei farlo anche io.
In particolare, Roseau non sarà contenta sapendo che sono ancora sveglio.
Ma il fatto è che ho appena finito "Burn", ovvero "L'utopia di Walden" di Kelly, di cui parla appunto Roseau nel post qui sotto.
Dicevo proprio oggi a lei, al telefono, che è difficile farmi andare a dormire dopo che ho aperto un libro di fantascienza, e prima di averlo finito. Anche se sono le quattro.
Sottoscrivo tutto quello che dice Roseau riguardo quel libro.
Ma vorrei aggiungere alcune cose.
L'onomastica è in gran parte chiaramente mista di inglese e di lingue asiatiche, in particolare indonesiane ed indiane (due insiemi che peraltro hanno una grossa intersezione: moltissimi nomi nelle lingue dell'Indonesia hanno etimi sanscriti o di altre lingue dell'India). C'è qualche altra comparsa (Ezzat è un nome turco, Velez spagnolo. Millisap mi sfugge, ma potrebbe essere anche quello indonesiano o filippino, anche se non ne sono affatto sicuro).
Un cenno nel libro ad una civiltà "dalamista" successiva a quella "americana" potrebbe dare una spiegazione a questa suggestione sud-asiatica poco comune nella fantascienza made in USA.
"Dalam" è una combinazione suoni piuttosto comuni in parecchie lingue del mondo*, ma che io sappia solo in una lingua di grande diffusione, l'indonesiano/malese, dalam è una parola di senso compiuto e di uso comune, che significa grosso modo "dentro" o "interno", una radice in fondo abbastanza credibile per dare il nome ad una grande civiltà**.
Si immaginerebbe quindi che Kelly postuli una civiltà est-asiatica come successore di quella americana, e forse qualcosa di simile all'indonesiano come lingua franca dopo l'inglese. Idee entrambe non peregrine***.
Roseau non ha letto molta fantascienza e quindi non ha parlato delle citazioni intertetestuali.
Io, in questo libro, vedo presenti gli echi rimbombanti di almeno due grandi classici della fantascienza americana: la celebre distopia Fahrenheit 451 di Ray Bradbury (entrambi i protagonisti sono "pompieri", ed entrambi in qualche modo insoddisfatti del loro ruolo; in entrambe le società descritte, la televisione ha un ruolo significativo, anche se molto diverso, ed in entrambi, ad un certo punto, occupa le pareti... e si potrebbero trovare altre relazioni) e la celebre utopia**** "I reietti dell'altro pianeta" di Ursula LeGuin, ripresa quest'ultima in modo critico, quasi contrastivo; ma a chi legga entrambi i testi a breve distanza, come è capitato a me, appare evidente la consonanza, l'essere due temi sulla stessa sinfonia di fondo sul problema dell'autonomia dell'uomo nella società. Entrambi pongono (la LeGuin con speranza, Kelly con apparente disperazione o almeno disillusione) il fallimento di un'utopia anarchica, la tragedia di un'autonomia impossibile, o, per Kelly, apparentemente illusoria.
Nell'introduzione, Burn è presentato come un testo sul colonialismo, cosa non nuova nella fantascienza specie dopo gli anni Sessanta (si pensi a "The Earth man's burden" di Anderson e Dickson e al contraltante - solo nel titolo - "The black man's burden" di Mack Reynolds; o a "Un certo stile di vita" di P.K. Dick. Solo come esempi).
In particolare vorrei segnalare un testo relativamente poco noto e temo anche difficile da trovare, "Purgatorio; storia di un mondo lontano" di Mike Resnick (1993) dove il "mondo lontano" è in realtà vicinissimo*****, lo Zimbabwe/Rhodesia del Sud, la cui storia è fin troppo pedissequamente traslata nella vicenda di Karimon, pianeta abitato da rettili intelligenti e poi colonizzato da un gruppo di terrestri il cui capo assomiglia fin troppo al Cecil Rhodes storico, pur essendo una donna******.
Ed il leader del ritrovato orgoglio dei rettili, Thomas Paka, assomiglia in modo profeticamente terribile al vero Robert Mugabe.
Altrettanto reale è la metafora della vicenda palestinese in Burn, a mio avviso. Lo dissi come sospetto a Roseau, basandomi solo sulla sinossi. Dopo averlo letto, ne sono convinto.
* Si deve tenere presente la limitatezza del nostro alfabeto, per cui con dalam potrebbero essere rese parecchie sequenze di fonemi in realtà distinti. Si tratta comunque di una combinazione fonologica con fonemi singoli abbastanza diffusi e che possono trovarsi in questa sequenza in molte lingue. In italiano ad esempio non potrebbero, perché in italiano la m non potrebbe trovarsi in fine di parola.
** In persiano, dalamè significa coagulo, che è ugualmente plausibile; ma credo che sia una voce assai meno comune; ad ogni modo sarebbe meno pertinente con il resto dell'onomastica.
*** L'indonesiano è stato usato, nella forma pre-moderna del malese, come lingua franca del commercio nel sudest asiatico per secoli, ed è la lingua ufficiale del quarto paese al mondo per popolazione. Ha una fonologia semplice ed una grammatica lineare e piuttosto facile. Se c'è una lingua naturale che somiglia all'Esperanto, è quella. Non sinceramente idea di quanto Kelly possa sapere d'indonesiano; magari gli piacciono semplicemente i suoni, eh.
**** Il sottotitolo originale era "un'ambigua utopia", e rende perfettamente l'idea. Il titolo italiano è a mio avviso orribile ed inspiegabile, quello inglese è The Dispossessed. Sarebbe da capire perché gli editori di sci-fi, in Italia, stuprino orrendamente e senza apparente ragione così tanti titoli originali.
***** Il toponimo "Karimon" esiste sulla Terra, e anche se si tratta di un caso, è in Indonesia. ****** Resnick ha scritto anche altri due romanzi, "Inferno" e "Paradiso", con lo stesso sottotolo, che io non ho letto. "Paradiso" sembra ricordare vagamente lo Zambia, mentre "Inferno" potrebbe somigliare ancor più vagamente all'Etiopia, o col senno di poi, all'Iraq.