giovedì, aprile 24, 2008
Da qualche settimana non ho una connessione funzionante a casa. Dopo diverse minacce di cause legali e rappresaglie armate, sembra che il problema verrà risolto presto. Nel frattempo, approfitto di un internet point per rassicurare tutti i fans di Falecio: sto bene. Anzi sto probabilmente meglio che in qualsiasi altro momento dell'ultimo quarto di secolo (prima non ero nato).
L'apparente stop alla storia tra me e la Principessa si è rivelato, appunto, apparente, o meglio, momentaneo. Insomma, sì, questo blog smetterà di fare da ricettacolo delle lamentazioni di acide di un single per scelta altrui.
Passando a cose meno personali, e quindi probabilmente più interessanti, non ho nessuna intenzione di parlare di quella ridcola farsa che sono state le elezioni italiane ed il loro disastroso, ma prevedibile, risultato, del quale mi limito ad osservare che è il prodotto logicamente conseguente della demenza suicida, dell'incompetenza e dell'ipocrisia chi dirigeva la sedicente "sinistra", ivi compreso il PD (infatti ho messo le virgolette).
Mi preme invece informarvi sui due eventi qui sotto, per la promozione dell'ABCDiario, libro di cui sono tra gli autori. A Bologna sarò uno di quello che leggeranno, quindi accorrete numerosi; ma se invece non potete venire a farvi autografare la vostra copia in queste occasioni, non preoccupatevi: ci saranno altre occasioni delle quali quiesto blog vi terrà debitamente informati.
Ecco qua:
Fight-reading @ Arteria Bologna, Domenica 27 aprile 2008
ABCdiario affronterà Giampelmo Schiaragola e il suo manuale per super eroi a Bologna domenica 27 Aprile presso l'Arterìa, vicolo Broglio 17e Bologna.
Lo scontro con avrà luogo alle ore 19:30 /20:00.
info qui
ABCdiario @ VENETIAN INDUSTRIES FESTIVAL
Il 25/26 aprile potrete trovare ABCdiario sul banchetto di Industrialien, al seguito degli Eterea PostBong Bros al VENETIAN INDUSTRIES FESTIVAL.
Di seguito posto le info del VIF, arrivate via mail
VENETIAN INDUSTRIES FESTIVAL
25/26 APRILE 2008 c.s.o RIVOLTA Marghera (VE)
Nuovi circuiti d'arte dal Veneto all'Europa
www.venetianindustries.it www.myspace.com/venetianindustries
Due giorni di concerti, dj set, installazioni, visual e media art, show-case e performance.
4 palchi, zona expo, meeting etichette indipendenti, più di 80 artisti tra band, dj e vj, 6 collettivi musicali, più di 20 esposizioni tra video-art, media-art, street art e performance,
il tutto proveniente dal territorio veneto,
infine la partecipazione di addetti del settore nazionali ed esteri e 30 Etichette Indipendenti.
Dalle 16.30 di ogni giornata no-stop fino al mattino.
Per maggiori informazioni sugli artisti e sul festival
www.venetianindustries.it www.myspace.com/venetianindustries
lunedì, aprile 14, 2008
Mentre tutti noi ci preoccupiamo di quale cialtrone guiderà la propria consorteria di clienti e puttane al saccheggio di una piccola penisola nel Mediterraneo, eventi effettivamente importanti stanno avvenendo in una regione poco nota ai più.
Sto parlando dello Himalaya e delle zone circostanti, divise tra India, Pakistan, Tibet cinese, Nepal e Bhutan. Quest'area vede l'incontro di quattro grandi culture religiose: quella dei monoteismi semitici (l'Islam), quella del buddhismo centro-asiatico (nella sua forma tibetana), quella dell'India hinduista e quella delle tradizioni religiose cinesi, taoista e confuciana.
In quest'area si stanno avendo importanti cambiamenti politici. Anzitutto, si tratta di una regione strategica per i suoi... ghiacciai, che alimentano i principali fiumi dell'Asia, dall'Indo al Fiume Giallo. E che si stanno sciogliendo ad un ritmo inquietante, mentre i pendii più bassi hanno seri problemi di erosione. Già questo rende la zona interessante, perché se cose come il Mekong e la Gange riducono la portata d'acqua o cambiano regime, in Cina, India, Viet Nam e Birmania un bel po' di gente avrà dei seri problemi a mandare avanti la risaia.
Ad ogni modo, negli ultimi mesi ci sono state elezioni quasi decenti in Pakistan, disordini in Tibet con risonanza mondiale, elezioni (le prime nella storia) in quell bizzarro misto di arcaismo e modernità à la carte che è il Bhutan (l'ultima monarchia assoluta a de-assolutizzarsi, Vaticano escluso). Ed infine, elezioni in Nepal, il cui esito, per come sta emergendo in questi giorni, candida il paese Himalayano (che ha circa la popolazione dell'Olanda, ripartita in una discreta varietà di etnie, lingue e religioni) al ruolo di Stato Canaglia prossimo venturo: le elezioni infatti, le stanno stravincendo i comunisti, e per comunisti lì non si intende la cosina moderata tipo il nostro Ferrando, o folklore come Lotta Comunista.
Questi sono guerriglieri maoisti, animati da un sogno di riscatto dei contadini e di rovesciare il vecchio sistema castale nepalese. Il secondo partito, invece è un partito leninista; non mi è chiaro quali siano i loro rapporti, ma sta accadendo una cosa piuttosto notevole: a mia conoscenza, è praticamente la prima volta che dei comunisti vincono onestamente una libera elezione invece di fare la rivoluzione.
Ora, ci avevano detto per quindici anni che il comunismo era morto, o quantomeno non si sentiva molto bene. E in Occidente, in effetti, sta maluccio. Non che in Asia abbia dato risultati esaltanti; almeno, laddove si prenda come metro di giudizio il benessere, la vita e la dignità degli esseri umani, direi che Pol Pot, Mao, Kim Il Sung e Le Duc Tho abbiano generalmente dato pessime prove.
Specialmente Pol Pot.
Comunque, movimenti almeno nominalmente comunisti sono ancora al potere in Cina, Vietnam, Laos e Corea del Nord, e sono accomunati dall' essere autoritari, dal disprezzare completamente diritti e dignità umani, e dall'adottare una logica capitalista nell'approccio alla crescita e nelle strategie di accumulazione. Ricordiamo che il comunismo realizzato del Novecento, e che nel complesso è stato un sanguinoso fallimento, era in realtà un capitalismo di Stato, cioè in definitiva una forma periferica, meno efficiente e meno sviluppata di capitalismo.
Al pari del capitalismo centrale e privatistico, il comunismo realizzato tratta l'essere umano come un mezzo e non come un fine.
Questi maoisti nepalesi sembrano diversi, e, coi tempi che corrono, non avrebbero vinto le elezioni se non lo fossero. Intanto hanno accettato di partecipare alle elezioni (e, pare senza nemmeno aspettarsi di vincerle come invece stanno facendo) e di deporre le armi, e questo un maoista della Cina degli anni Quaranta credo non l'avrebbe fatto.
In secondo luogo, se i contadini diseredati del Nepal li votano, è perché vedono in questi compagni una speranza di riscatto e liberazione da una monarchia arcaica e da pastoie sociali medievali, senza che, apparentemente, questo possa essere letto come un abbandono della propria identità culturale e delle proprie tradizioni. I comunisti che volevano eliminare la tradizione e la cultura contadina e avevano il mito della modernità tecnologica non vincevano libere elezioni tra i contadini analfabeti, né in Russia né in Cina. I contadini in genere non votano chi vuole scalare il cielo, abbattere i templi e collettivizzare la terra, votano gli offre dignità, trattori e riforma agraria.
Il sol dell'avvenire sorge sul tetto del mondo.
Si annunciano tempi interessanti.
postato da: falecius alle ore 12:42 |
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venerdì, aprile 04, 2008
Credo che questo commento meriti una risposta:
finalmente qualcheduno che ragiona come si deve.
Era ora di trovarlo.
Io mi domando,non diceva forse Napoleone:la mano che dà è al di sopra della mano che prende?
Non siamo noi industrialmente dipendenti dalla Cina?
Possibile che nonostante la crisi enorme che sta attraversando l'America,la sua deindustrializzazione,la sua incapacità a scegliere una strategia imperiale sensata,la gente che scrive sul 90% dei siti di controinformazione continua a vedere solo l'imperialismo made in u.s.a.?
In tutto il dopoguerra i prodotti made in u.s.a. sono stati la stragrande maggioranza,ora il made in u.s.a. sta venendo sostituito dal made in China,possibile che nessuno veda nella perdita del know how industriale dell'occidente un segno di decadenza e di dipendenza?
Mi domando come si fa a farlo capire a tutti quelli che oggi salutano il nuovo imperialismo cinese come ''una sfida all'imperialismo''?
Non è che per caso finirà come la presa di Singapore,in cui la superfortezza inglese con i cannoni puntati verso il mare fu presa dai giapponesi che arrivarono in bicicletta?
Non stiamo forse sottovalutando i popoli orientali,attribuendogli sempre il ruolo di vittime e mai quello di carnefici?
E soprattutto,come si fa a spiegare questo a quelli della controinformazione?
Anzitutto, grazie.
Io credo che la tendenza a vedere principalmente l'imperialismo americano dipende dal fatto, ovvio, che si tratta dell'imperialismo a noi più visibile. Ci sono bombe atomiche americane, non cinesi, a poche decine di kilometri da casa mia.
Sono gli Stati Uniti, non la Cina, che hanno tentato (senza di fatto riuscirci) di ridisegnare gli equilibri medio-orientali con un atto di forza imperialistico estremamente violento.
Indubbiamente, gli Stati Uniti non sembrano disposti a rinunciare tranquillamente al potere mondiale di cui dispongono.
Quanto alla dipendenza dalla Cina, c'è, ma in un quadro che rende la Cina ugualmente dipendente dalla domanda globale; tant'è che continua a finanziare quel buco nero che è il debito americano, ovvero il tenore di vita e consumi al disopra delle proprie possibilità degli americani, perché questo tenore di vita manda avanti la stessa economia cinese.
Io non vedo, invece, una perdita di know-how industriale in genere nei paesi occidentali. La vedo, questo sì, in Italia, a causa di scelte politiche idiote.
Per quanto riguarda le vittime e i carnefici, è indubbio che l'occidente abbia prodotto e raffinato per secoli un progetto di dominio mondiale asservendo e rendendo dipendente il resto del mondo, saccheggiando e imponendo la propria superiorità tecnica ed organizzativa.
Questo non dipende da una qualche malvagità intrinseca dell'uomo europeo occidentale rispetto ai buoni e pacifici "orientali", tanto per cominciare gli "orientali" come entità concreta non esistono. La Cina ha avuto il suo imperialismo storico per secoli, e ha distrutto o assimilato o emarginato, grazie alla propria superiorità tecnica ed organizzativa, molte popolazioni non cinesi che vivevano in quello che oggi è il Sud della Cina stessa.
I Mongoli erano imperialisti e radevano al suolo le città conquistate. Gli Assiri devastavano le province conquistate. I giapponesi commisero crimini di guerra spaventosi contro i cinesi ed i coreani. Menelik d'Etiopia ordiva complotti e faceva giustiziare gli avversari, e Rabah, il leader della resistenza antifrancese nel Ciad, trafficava in schiavi. Gli Aztechi avevano trasformato il sacrificio umano in una specie di industria. L'India tradizionale aveva un sistema di oppressione castale che teneva milioni di persone in condizioni di vita tremende "perché sì".
I popoli colonizzati non avevano nessuna superiorità morale intrinseca sui loro conquistatori, e a volte avevano delle proprie strategie imperialiste (l'Etiopia, ad esempio, nei confronti degli Oromo).
Questo non rende più accettabili le aggressioni imperialiste, né l'ideologia che le giustifica adducendo una superiorità morale (in passato, anche razziale o religiosa) del conquistatore. Superiorità morale che non esiste.
Storicamente, negli ultimi due secoli, i popoli asiatici hanno prevalentemente subito la propria storia (con la rilevante eccezione del Giappone) e sono stati sistematicamente saccheggiati; il colonialismo inglese in India e il regime di semicolonia internazionale in Cina danneggiarono pesantemente le condizioni di vita di quei popoli, a vantaggio di Europei, Nordamericani e in seguito giapponesi.
Per una serie di vicende che in Cina hanno molto a che fare con la fase maoista, mentre mi sono meno chiare per quel riguarda l'India, e soprattutto a causa dello sviluppo del capitalismo come integrazione globale dei mercati, questi due paesi sono riusciti a passare da periferie a centri dello sviluppo capitalistico, senza che i centri pre-esistenti siano diventati per questo periferie.
Il punto è che nel capitalismo attuale, probabilmente, non esiste più uno sviluppo autocentrico, cioè, i diversi centri (pur essendo in competizione anche aspra) sono anche interdipendenti, e mi sembra ragionevole credere che necessitino di periferie dipendenti.
Per cui sì, l'Occidente dipende dalla Cina, ma non nel senso in cui il Mali dipende dalla Francia.
Io non penso che i "popoli orientali" (che, come tali, non rappresentano un'unità neppure ipotetica) siano da sottovalutare: è anzi evidente che non dovrebbero essere sottovalutati.
Ma nemmeno penso che esista una minaccia "orientale" da cui un non meglio definito "Occidente" o magari un'entità comunque vaga come "l'Europa" (lasciamo stare l'Italia; la scala di uno stato nazionale come l'Italia, in questa fase di sviluppo del capitalismo globalmente integrato, è semplicemente inservibile) dovrebbe difendersi. Teniamo infatti presenti che le fabbriche cinesi ed i loro bassi salari sono necessarie al nostro tenore di vita.
postato da: falecius alle ore 15:50 |
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venerdì, aprile 04, 2008
Riporto e rispondo:
Ciao Marco.
Sto riflettendo su questo tuo da un po' di giorni.
I compromessi, l'intransigenza. Sono entrambi termini che hanno una connotazione positiva ed una negativa.
Ho sempre pensato cha la capacità di raggiungere compromessi fosse un plus. La capacità di MEDIAZIONE.
Certo invece suona malissimo la frase "scendere a compromessi". Ma forse suona così male perché siamo un po' tutti carichi di amor proprio e lo scendere ci fa tristezza.
L'intransigenza ha una connotazione estremamente positiva quando la pensi come coerenza. Viceversa ha una connotazione estremamente negativa quando la leggi come chiusura mentale.
Io ti devo dire che se mi metto a pensare alle manifestazioni a cui può portare l'intransigenza (penso che la Chiesa Cattolica sia molto coerente, non necessariamente condivisibile, quando propone di vivere l'atto sessuale come donazione e non come soddisfazione dei propri impulsi e quindi non concepisca l'uso di anticoncezionali, perché ti doni all'altro e all'eventuale figlio che concepisci, ecc.., ma che le manifestazioni di questa intransigenza di morale siano immorali e per me dire che l'aborto deve essere messo fuori legge è immorale), preferisco di gran lunga il compromesso.
Vorrei che tu tornassi sull'argomento con un nuovo post, perché secondo me tu hai un'impostazione etica personale intransigente, ma grazie al cielo, riesci sempre a mediare nel confronto con gli altri tra quelle che sono le tue istanze e le necessità degli altri e dei contesti. Mi sembra che in questo post, questa tua dote che fa di te una persona da 10 e lode appaia distorta.
Un bacio,
La persona che mi scrive questo ha ragione. Generalmente parlando credo l'intransigenza ideologica sia pericolosa - cominciai a capirlo quando, in Vietnam, sentii parlare di quello che era successo alla vicina Cambogia sotto i Khmer Rossi.
Nel post in questione intendevo chiarire che per me e rispetto ad una scelta politica personale quale è il voto, applico l'intransigenza rispetto a quello che considero un principio morale imprescindibile: il rifiuto della guerra d'aggressione, e più in generale, dell'oppressione.
Nella vita quotidiana, penso di poter essere definito il più delle volte una persona pacata e sono convinto dell'opportunità della mediazione e dialogo in quasi tutte le situazioni. In generale, il compromesso tra posizioni diverse è auspicabile; si tratta in effetti del principio fondante di qualsiasi democrazia, l'idea che tra i miei interessi ed i tuoi si possa arrivare (parliamo di persone libere ed uguali) ad una ragionevole mediazione, che soddisfi almeno parzialmente entrambi, evitando il danno maggiore che deriverebbe da un conflitto.
Esiste una sola categoria di persone con cui non sono disposto, o capace, di dialogare, e cioè chi opprime deliberatamente gli altri.
Esistono cioè, dei presupposti morali di base sui quali, personalmente, non sono disposto a mediare: l'imperialismo è moralmente sbagliato, full stop.
Questo non significa che, individualmente, un antimperialista abbia una qualche superiorità morale su altre persone.
La scelta politica di considerare l'imperialismo la questione politica principale e dirimente, sulla quale non si transige, è appunto una scelta politica, e può anche avvenire in base a considerazioni diverse dalle mie; non è detto che chi assume una posizione antimperialista lo faccia in base ad un imperativo categorico kantiano come il sottoscritto.
In effetti, so per esperienza che alcune persone che si dichiarano antimperialiste hanno comportamenti che io trovo moralmente intollerabili; mentre persone politicamente lontanissime da me, e che accettano sistemi e politiche oppressive nelle loro scelte elettorali, sono invece integerrime ed eccellenti nella vita e nei comportamenti individuali.
Un minimo di coerenza, io personalmente, lo esigo, per poter definire qualcuno -politicamente- "compagno".
Questo è uno dei motivi per cui trovo inaccettabile il voto al Partito Democratico.
Cambiare idea è un sacrosanto diritto, e anche io ho cambiato idea su molte cose. Negare di aver cambiato idea, fingere coerenza, è un imbroglio. In questo tipo di imbroglio, Walter "non sono mai stato comunista" Veltroni appare un maestro.
Lo stesso tipo di considerazioni elementari mi impedisce di votare per la Sinistra Arcobaleno. Puoi essere a favore della guerra, e, coerentemente, votare per la guerra in parlamento. Puoi essere contro la guerra, e, allora, NON voti la guerra. Puoi essere "un po'" contro la guerra, cioè essere contro ma ritenere la cosa meno importante di altro (ad esempio di una poltrona da ministro, o, che so, del conflitto di interessi), allora però LO DICI CHIARO E TONDO, e non manifesti in piazza contro cose che HAI VOTATO IN AULA. Dimmi che sì, hai un programma di sinistra avanzatissimo MA non lo applicherai perché scendi a compromessi con l'imperialismo, il capitalismo, e perfino i decreti razzisti di Firenze, pur di impedire un nuovo governo Berlusconi.
Perché, vedi, Fausto, se mi dici così, io trovo una coerenza: "siamo pieni di nobili ideali, però battere Berlusconi è più importante quindi ci alleiamo anche con Nonna Papera e Topo Gigio e ingoiamo il programma politico di Metternich". E allora, SE penso che battere Berlusconi possa essere più importante che opporsi all'imperialismo, ti voto, altrimenti voto qualcuno che mi rappresenta di più su quel punto, tipo Alternativa Comunista.
giovedì, aprile 03, 2008
A parlare di Cina e Tibet, un primo problema si pone nel definire cosa sia la Cina e cosa sia il Tibet.
La cosa è di un certo interesse, dato che gli scontri, attualmente, avvengono anche nel Sichuan, ovvero in una provincia cinese che in parte non appartiene alla provincia amministrativa del Tibet, e solo nella sua parte occidentale e meno popolosa al più ampio Tibet storico.
Esistono zone del Sichuan occidentale, in cui la popolazione appartiene ad alcune delle numerose etnie tibetane, nel senso che parlano qualche lingua imparentata col tibetano e perlopiù professano il buddhismo lamaista tibetano. In passato, la parte occidentale del Sichuan, che in alcuni periodi costituì una provincia a sé stante, il Si-kang, ha fatto parte del Tibet.
La Cina è un grande crogiolo di etnie e nazionalità, così come lo sono stati l'Unione Sovietica e in misura minore gli imperi ottomano ed austriaco. La Cina, al pari dell'Unione Sovietica, ha una larga maggioranza della popolazione costituita dal popolo che ha creato e dominato l'impero: gli Han. E' difficile usare il termine "etnia" per descrivere gli Han, benché questo possa semplificare le cose. Gli Han sono una nazione, e non sono uniti da una religione e nemmeno, in senso stretto, da una lingua comune; il linguisti considerano il mandarino ed il cantonese lingue diverse, ma i parlanti entrambe sono Han, nutrono in generale uno stesso sentimento nazionale cinese e scrivono con gli stessi ideogrammi.
Molte popolazioni di origine, lingua ed usanze non cinesi sono state assimilate dagli Han nel passato; altre si sono spostate a sud, dando origine agli odierni Laos e Thailandia, e forse anche alla diffusione dei molti dei popoli che vivono negli attuali Viet Nam, Indonesia, Filippine, Malaysia, nelle isole del Pacifico e perfino in Madagascar. Pare infatti che le lingue, strettamente imparentate, parlate da malgasci, malesi, filippini, indonesiani e polinesiani abbiano avuto origine, così come il thai, il lao ed il viet, nel sud dell'attuale Cina.
Altre ancora, come gli Zhuang, che vivono nel Sud della Cina e parlano una lingua connessa col thai, sono rimasti, con qualche grado di autonomia, all'interno della Cina ma hanno mantenuto la propria specificità, che, in teoria, il governo cinese riconosce.
Fin qui, si parla di territori che fanno parte della cosiddetta "Cina propria" ovvero della regione che non solo ha una schiacciante maggioranza di popolazione Han, ma è storicamente, da secoli, parte dello Stato o degli Stati cinesi, della civiltà cinese, e ha espresso la propria cultura perlopiù in forme e solitamente in lingua cinese (sebbene gli Zhuang ed altri popoli, come i Bai, e naturalmente i Mancesi ed i Coreani, abbiano ed abbiano avuto proprie forme di scrittura ed espressioni di alta cultura in parte autonome). La Manciuria meriterebbe un discorso a parte: oggi è quasi completamente Han, e i restanti Mancesi, che io sappia, si identificano generalmente nello Stato cinese; tuttavia questa assimilazione è stata abbastanza recente e la regione non fa parte della Cina imperiale storica: il motivo per cui oggi appartiene alla Cina è che i Mancesi conquistarono la Cina nel 1644, e non il contrario.
Tuttavia una parte sostanziale del territorio dell'attuale Repubblica Popolare cinese, ovvero le tre province autonome di Mongolia Esterna, Tibet e Xingjiang e la provincia del Qinghai, non appartengono alla Cina propria. Sebbene queste aree abbiano antichi legami storici con la Cina, non partecipano della millenaria civiltà cinese. Hanno elaborato infatti tradizioni e modelli autonomi, ma all'interno della cultura centro-asiatica. Se la Cina ha elaborato il Taoismo ed la filosofia confuciana, queste regioni hanno invece adottato in genere, il buddhismo o l'Islam. Nel caso del buddhismo, poi, ne hanno sviluppata una forma propria, nata in Tibet e diffusa anche tra i popoli mongoli, il lamaismo. Al pari della Cina stessa, queste terre sono state conquistate ed unificate in un impero sovranazionale da un popolo nomade, i Mancesi.
Mentre la Cina storica era essenzialmente la nazione degli Han, salvo minoranze, l'impero mancese della dinastia Qing era un impero sovranazionale e universale del tipo di quelli ottomano, austriaco e russo.
mercoledì, aprile 02, 2008
Si discute(va) assai, specialmente nel mondo dei blog antimperialisti e canagliosi che frequento, di quanto sta accadendo in Tibet.
Le posizioni sono diverse, per un semplice motivo: la potenza che opprime il Tibet non è la Grande Potenza Imperiale Satanica DOC, ovvero gli USA, ma un imperialismo "minore", ovvero la Cina.
La questione è abbastanza complessa. Intanto, sulla "minorità" dell'imperialismo cinese si può discutere, a partire da un semplice fatto: a Pechino basta un'operazione finanziaria relativamente semplice come la conversione delle riserve in euro per mettere in ginocchio l'economia USA. In altri termini, la Cina controlla una parte del debito estero americano, tramite le sue riserve in dollari, da minacciare la stabilità economica americana.
Io non so molto di economia e finanza, ma questa faccenda mi è abbastanza chiara, anche se la terminologia che ho usato per descriverla potrebbe essere imprecisa.
Dunque, la Cina E' una grande potenza imperiale.
Negli anni Novanta, ci si trovava di fronte ad un mondo capitalista essenzialmente monocentrico, ed il centro principale erano gli Stati Uniti.
Oggi non è più così: siamo in una situazione simile per certi versi a quella che precedeva la Prima Guerra Mondiale, in cui, pur permanendo senza dubbio un centro dominante (all'epoca, la Gran Bretagna) la situazione era marcata dalla competizione di diversi capitalismi centrali, più o meno evoluti (più avanzati quelli inglese, americano, e un po' meno quelli francese e tedesco, ancora meno quelli italiano, giapponese e russo, tanto per fare un'approssimazione) ognuno dei quali coltivava una propria strategia imperialista. Oggi abbiamo in prima approssimazione almeno tre o quattro centri più avanzati (USA, Europa e Cina, eventualmente Giappone) e altri meno (India, Russia e Brasile) a cui vanno aggiunti dei capitalismi centrali a livello economico ma subalterni a livello politico (Canada, Australia, Nuova Zelanda, Israele).
La particolarità del centro europeo è la presenza di strategie nazionali di competizione interne ad esso in termini nazionali, cosa che non mi risulta accadere tra gli Stati americani o le province cinesi. Inoltre, e a differenza di quello che accadeva nella Belle Epoque, i centri hanno specializzazioni diverse: così come le tre piazze finanziarie principali (New York, Londra e Tokyo, cui si sta aggiungendo Shanghai) hanno ruoli diversi (agevolati dai fusi orari) nelle transizioni, il centro cinese ha una caratterizzazione industriale, quello americano finanziaria e militare, quello europeo ancora finanziaria ma legata al soft power, mentre la Russia ha importanza anche come fornitore di materie prime.
Anche questo, beninteso, come approssimazione.
Nel nuovo capitalismo policentrico in via di formazione, gli Stati Uniti stanno cercando di conservare un passato ruolo egemone sempre più messo in discussione, mentre la Cina cerca di affermarsi come grandi potenza in prevalente collaborazione con la Russia, che anch'essa punta al recupero di una sfera di egemonia; l'Europa infine è impegnata nel processo di integrazione da un lato, e nella ridefinizione dei rapporti gerarchici interni (tra le varie componenti nazionali) ridefinizioni che sembra andare a scapito dell'Italia, non per una qualche malvagità dell'Unione Europea ma proprio per colpa dell'inettitudine nostrana e del carattere originariamente arretrato del capitalismo italico, che ben più di altri si è appoggiato al clientelismo e alle stampelle statali, e che presenta uno squilibrio a favore della piccola e media impresa incapace di competere in un mercato allargato oltre le frontiere nazionali.
Nel frattempo si assiste ad una imponente ripresa del ruolo della Spagna, mai così importante dal 1763, ed un attivismo della Francia che va più nel solco della vecchia tradizione imperialista nazionale (in questo particolare momento più appoggiata agli USA, a differenza di quanto accadeva durante la presidenza Chirac) che in quello di una politica europea realmente integrata.
Possiamo senza dubbio definire Russia, USA, Europa ( e i suoi maggiori costituenti quali Francia, Gran Bretagna, Germania, Italia e in parte Spagna) e Cina come grandi centri imperialistici competitivi, con un alleanze operative orientate su assi contrapposti USA-Europa (NATO, integrata da altre alleanze strategiche con Israele, Australia e Nuova Zelanda) contro Russia-Cina (Organizzazione di Shanghai), fermo restando che questo quadro è ancora fluido e che la posizione della Russia e di altri paesi importanti come il Giappone (oggi allineato agli USA) potrebbe cambiare.
Un problema interessante è posto dal ruolo dell'India, strettamente legata a entrambi gli schieramenti; l'India è quello che potremmo definire un "centro in formazione" cioè un caso gigantesco, e accademicamente interessante, di passaggio dal capitalismo periferico a quello centrale.
L'India conserva buone relazioni con entrambi i gruppi di centri già costituiti; il suo principale problema strategico si chiama Pakistan, e il Pakistan è alleato storico degli Stati Uniti ma anche della Cina.
Detto questo, cioè stabilito che non esiste un imperialismo ma vari imperialismi in competizione, tra i quali non è più scontata la dominanza di quello americano, la questione del Tibet può essere inquadrata in modo meno banale.
Cosa che farò in un altro post.
martedì, aprile 01, 2008
Siamo in un sistema elettorale e partitico che offende il concetto stesso di "democrazia".
Vedete, esistono compromessi accettabili, e compromessi inaccettabili, in cui si sacrifica qualcosa che NON è sacrificabile.
Probabilmente il metro per decidere cosa si può sacrificare e cosa è soggettivo, il che genera una sacco di problemi, ad esempio, quando la Danimarca decide che non si può scendere a compromessi sulla libertà di offendere la religione di una minoranza (che fa parte della libertà di stampa) mentre milioni di adepti della stessa religione decidono che non si può scendere a compromessi sull'offesa.
Spesso un po' di banale buonsenso aiuta a risolvere i problemi di questo tipo, ma a volte pare che il buonsenso sia stato seppellito sotto le macerie della Neolingua ufficiale d'Occidente.
Diventa difficile gestire col buonsenso delle categorie di pensiero fondate sull'ossimoro come "difesa preventiva" o "guerra umanitaria".
Ad ogni modo, esistono cose su cui IO non sono disposto a scendere a compromessi, e sono quattro: capitalismo, imperialismo, razzismo e fascismo.
Il capitalismo c'è, e per adesso ce lo teniamo. Non sono capace neanche di pensare a come poter cominciare a discutere di una ipotetica rivoluzione futura, le masse sfruttate sembrano avviate verso la china discendente delle guerre tra poveri e si fa perfino fatica, oggi, a parlare di "classi" in senso marxiano.
Forse perché il termine è stato bandito dalla Neolingua. E poi, a che "classe" appartiene il precario del call center? A che classe appartengo io, e che "coscienza di classe" dovrei sviluppare? Non ne ho la più pallida idea.
Però, una volta, e pur restando nell'ambito di un sistema capitalistico, si sentiva parlare di cose come "dignità del lavoro", "lotta di classe", "diritti dei lavoratori".
E a parte questo, le persone avevano diritti e dignità, teoricamente, in quanto tali, non in quanto funzioni del profitto aziendale.
Con questo non voglio tessere la lode nostalgica del bel tempo antico. Nel bel tempo antico c'erano un sacco di problemi che sono molto contento non ci siano più adesso, nel brutto tempo moderno. Però anche il tempo moderno ha le sue maledette magagne, e insomma, io lavorerei per migliorare.
Si può discutere se il capitalismo possa essere "migliorato" dove per "migliore" intendo un sistema in cui la dignità ed i bisogni e la libertà della persona siano centrali e rispettati al massimo grado possibile.
Io penso che il capitalismo non possa essere migliorato. Penso che il capitalismo sia fondamentalmente estraneo alla natura biologica delle cose viventi perché abolisce il fondamento della vita stessa: l'omeostasi, il fatto che esistono range intermedi di valori ottimali per la perpetuazione della vita stessa. Superati i quali, in alto o in basso, si muore. Quindi, la natura degli esseri viventi, in quanto tali, è di mantenere un equilibrio. Il capitalismo invece se ne fotte dell'equilibrio. Tende all'infinito. Si basa su una logica che rifiuta i concetti di limite, equilibrio, omeostasi.
Ma un essere vivente è vivente perché ha limiti, equilibrio e omeostasi.
Il capitalismo riduce, tendenzialmente, ogni cosa a merce; piano piano, le leggi si adeguano alle sue esigenze ed autorizzano che sempre più cose siano "merce". La terra, ad esempio. Molte società consideravano la terra un bene inalienabile, che non può essere, in senso stretto, "posseduto" e quindi tantomeno comprato o venduto. Non a caso il capitalismo nasce (anche) dalla separazione tra contadini e terra: le famose, o famigerate, enclosures.
Piano piano, anche diritti e dignità della persona sono ridotti a merce. Specialmente attraverso la trasformazione in merce della forza lavoro, che in sé potrebbe non essere un male se non generasse disoccupazione. Ma è solo il primo passo.
Ad ogni modo, non c'è molto da fare per sbarazzarsi del capitalismo: è improbabile che crolli da solo a breve, e quando collasserà, probabilmente lo farà per collasso ecologico, quando si scontrerà con i limiti fisici della naturalità delle cose limitate e non riuscirà a superarli. Non ho idea di quando e come questo accadrà; non è detto che sarà la crisi petrolifera a farlo. Ma prima o poi, crollerà. Trascinando con sé nella sua rovina una larga parte dell'umanità, dopo aver lasciato sulla strada una lunga scia di devastazioni (avete mai sentito parlare del Congo? Dieci milioni di morti in vent'anni, per produrre la gomma con cui si arricchiva il re dei Belgi?).
Il fascismo non è un problema a causa degli sproloqui imbarazzanti di Daniela Santanché; è un problema perché il corporativismo ed il nazionalismo competitivo, uniti a dosi variabili di razzismo, sono ri-diventati mainstream politico.
Fascismo mascherato e strisciante, ma fascismo, nel senso più pieno del termine. "Sistema-paese", "azienda Italia"... uhm... come, scusate?
I nostri gloriosi soldati in "missione umanitaria" in Afghanistan. Scusate, ma io sapevo che l'Esercito Italiano serviva a difendere l'Italia (e gli alleati della NATO, se lo chiedono) dalle aggressioni. Le "missioni umanitarie" le facevano, mi pare, la Croce Rossa e consimili.
Che ognuno faccia quel che sa fare, vivaddio.
E qui veniamo al punto, il solo, su cui, votando, non scendo a compromessi. E su cui posso influire. L'imperialismo. Semplicemente, NON ESISTE che l'Italia sia coinvolta in guerre imperialiste d'aggressione. E qualsiasi partito sia renda complice col voto in Parlamento di tale scelta (dico a te, Fausto, cazzo) NON avrà, MAI il mio voto. MAI PIU'. Non mi intessa scoprire grazie a politometri e votometri scoprire che le mie posizioni sono vicine a quelle della Sinistra Arcobaleno, perché SO, con l'esperienza degli ultimi due anni, che le dichiarazioni su cui si basano quei votometri sono inaffidabili. Hanno votato la fiducia alla relazione d'Alema. Non sono stati capaci di far rispettare nessun punto di un programma che già di suo era un po' meno del minimo sopportabile.
Il ritorno di Berlusconi NON PUO' ESSERE una ragione plausibile per transigere su una cosa fondamentale come il divieto di aggressione internazionale, o su cosucce come l'articolo 11 della Costituzione.
Su questo, non esiste meno peggio.
martedì, aprile 01, 2008
La mia vita sentimentale va, nei limiti del possibile (chi mi conosce sa quanto la situazione sia difficile) bene. Almeno, meglio di quanto sia mai andata prima.
Comunque non posso parlarne pubblicamente, quindi basta.
Tra ieri ed oggi ho fatto un paio di cazzate. Di quelle che si fanno per distrazione, stupidità e stanchezza. Tipo, dovevo lavare i piatti e mi sono messo a fare un'altra cosa, e poi me ne sono dimenticato, e stamattina mi sono alzato tardi e ho trovato che qualcuno li aveva già lavati al posto mio e adesso quindi mi sento in colpa, il che è una cazzata perché si tratta comunque di una cosa stupida, però, uffa, forse dovrei gestire la mia vita con più criterio (tipo, andare a dormire ad ore decenti, svegliarmi la mattina presto, fare le cose che devo fare, giocare meno ad Age of Empire).
Sto studiando, per ragioni che è troppo complicato spiegare, la letteratura thailandese. Devo ammettere che è molto interessante.
Milano: questo week-end ero a Milano.
Abbiamo letto pezzi di ABCdiario, il libro che dovete comprare almeno una volta nella vita perché l'ho scritto anch'io, e bè, complimenti, applausi, insomma, è andata bene.
Poi la presentazione di "Cento Anni di Cultura Palestinese" di Isabella Camera d'Afflitto, una delle migliori studiose di letteratura araba viventi in Italia. Presentato dall'autrice, da Wasim Dahmash e da Paolo Branca, come dire, tre dei migliori arabisti d'Italia a parlare nella stessa stanza, bello, sì, davvero, proprio bello.
E infine a cena da Saida. Una gran donna, Saida, devo dire. Vabbé, lo sapevo già. Ma che risate!
Poi sono tornato a casa. Stanchissimo, ma contento, solo che poi faccio le cazzate come quella dei piatti e allora, anche se è una bella giornata, mi secca un po', perché giustamente i coinquilini avranno da ridire, e insomma, io in casa sono il più casinista e il più distratto, e insomma.
Tutto questo pippone si proponeva di introdurre alcune considerazioni elettorali, il problema è ha preso vita autonoma e nel frattempo ho dimenticato le mie considerazioni sui vari votometri e politometri che quindi scriverò un'altra volta, e vi beccate un post para-intimista.