sabato, gennaio 26, 2008
Dicevo che Ratzinger mi sta sulle balle. Uriel ne spiega il motivo meglio di quanto avrei saputo fare io.
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categoria:religione
sabato, gennaio 26, 2008
Alle scorse elezioni votai Rifondazione Comunista, senza entusiasmo, ma una certa dose di speranza; e, detto brutalmente, ritengo tradita la mia speranza e la mia fiducia.
Se si dovesse andare al voto, adesso o tra qualche mese (perché un governo istituzionale dovrebbe servire solo a riscrivere quell'orrore di legge elettorale che ci ritroviamo) mi troverei in un serissimo imbarazzo.

In coscienza, non mi sentirei di votare per nessun partito della coalizione di centro (quella di Prodi). D'accordo, tra due merde, scegli quella che puzza meno, ma io sono po' stufo di mangiare merda, per di più dichiarando che profuma di rosa (sto citando un discorso fatto alla Società delle Nazioni contro l'aggressione italiana all'Etiopia, by the way).

Non mi identifico in nessuno dei tre partitelli che assomigliano ancora ad una cosa di sinistra (Partito Comunista dei Lavoratori, Alternativa Comunista e quello che dovrebbe emergere da Sinistra Critica).

Non solo. Il mio voto per un piccolo o piccolissimo partito andrà comunque sprecato, e in più Berlusconi vincerà le elezioni. Che gioia.

Le mie discriminanti sul voto sono note: anticapitalismo, antimperialismo, antirazzismo, antiautoritarismo (o antifascismo, se preferite). Per dire, legge 30, missioni militari, legge Bossi-Fini, ed un paio di altre cosette (legge sulle convivenze e conflitto d'interessi).
Il cosiddetto centrosinistra non ha fatto niente su nessuna di queste cose, tranne il ritiro dall'Iraq. In compenso siamo andati in Libano a fare nonsisabeneché.

La legge razzista Bossi-Fini è ancora in vigore. Finché lo sarà, l'Italia non potrà definirsi un paese civile (sì, certo, tante altre cose).

In definitiva chiedo due cose semplicissime: pace e diritti umani. E non c'è un maledetto partito in Italia che riesca a dare a queste due cose una rappresentanza credibile, nel senso anche solo di sperare di superare una qualsiasi soglia di sbarramento?

Il mio voto per un piccolo partito andrà sprecato solo se quel partito resta piccolo. E questo accade perché di partiti piccoli che condividono le mie discriminanti ma poi si dividono su un sacco di cose c e ne sono molti, e ogni italiano che li vota disperde la richiesta "pace e diritti" in mille rivoli elettorali; o alla fine si tappa il naso; o non va a votare.

Adesso, io vedo tre strade:
- annullare la scheda, a malincuore.
- adottare il voto di un immigrato.
- votare uno dei piccoli partiti di sinistra vera o il Partito Umanista. Azione che ha senso solo se viene fatta non da me solo, ma da molti. Per lo stesso partito, anche se non è proprio quello che ci rappresenta di più (non saprei dire quale sia, per me). Voglio dire, immaginatevi che Alternativa Comunista (mettiamo) prenda il 3%. E' poco, certo, ma è un segnale forte, molto più di una astensione del 3% sopra la media.
Quant'è la gente esaurita ed incazzata, che non andrebbe a votare perché non si sente rappresentata, o che si tappa il naso e vota alla fine per la Cosa Rossa, ma in realtà chiede qualcosa che la Cosa Rossa non dà, e cioè pace e diritti?
Quanti militanti di Rifondazione disgustati ci sono?

Internet ci permetterebbe di sentirci. Di trovare una sola via per esprimere la protesta nella scheda e farla così sentire.
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categoria:politica
venerdì, gennaio 25, 2008
Rosa mi passa la palla, e grazie per la simpatia... Si tratta di indicare un libro sulla Sho'ah.

Non è una domanda facile. Sarebbe fin troppo semplice citare "Se questo è un uomo" di Primo Levi e chiuderla lì, ma appunto perché è così semplice, non voglio farlo.
Premetto che non sono un esperto di Sho'ah e in generale conosco meglio il mondo (i mondi) musulmani che quelli ebraici.
Di "Essere senza destino" di Imre Kertesz parlo (non abbastanza) qui, ma non penso si possa considerare il miglior libro sulla Sho'ah.

Ho già scritto quale credo che sia il messaggio e l'insegnamento della Sho'ah, e, Rosa mi perdoni, sono un fautore della sua "normalizzazione". E' bene che mi spieghi meglio, perché detta così la mia posizione potrebbe essere fraintesa.
Credo che la Sho'ah non sia nata nel vuoto, non sia stata un'esplosione improvvisa di sistematica follia omicida.
Al contrario esisteva, da decenni, un teoria, ed in qualche misura anche una prassi, che ha permesso, costruito, legittimato quegli eventi spaventosi. Un virus che è cresciuto lentamente.
C'è un filo che unisce lo sterminio dei Nama e degli Herero, degli Armeni e che arriva al progetto di annientamento del popolo ebraico. Auschwitz comincia nel  Congo di "Cuore di Tenebra".
Questo filo lo mostra benissimo Sven Lindquist in libro che mi ha molto colpito, "Sterminate quelle bestie", che però non definirei un libro sulla Sho'ah; in effetti, è un libro sul colonialismo.

Io credo fermamente che l'orrore della Sho'ah debba essere ricordato, e specialmente per un motivo, ed il motivo l'ha detto meglio di me Primo Levi: "E' successo, vuol dire che può succedere ancora".
Che il Male Assoluto è sempre una possibilità dell'umano, e contro questo occorre essere vigili. Una cultura che legittima lo sterminio, che è capace di coinvolgere un intero popolo nell'annientamento di un altro, com'è accaduto poi in Ruanda, può sempre emergere e risvegliare il diavolo.

Però, da buon arabista, il libro che segnalerò è un altro; "Il settimo milione" di Tom Segev, giornalista e storico israeliano. Un testo che mi ha commosso fino alle lacrime.
Il libro non parla dell'Olocausto; fa la storia della memoria della Sho'ah in Israele, e mostra come questa memoria abbia condizionato in maniera decisiva la storia d'Israele, e la percezione che gli israeliani hanno del proprio stato, ma in modi diversi e complessi, che forse non sospetteremmo. Non si tratta di denunciare l'uso politico della memoria, anche se questo c'è stato; difficile definire altrimenti Menahem Begin che dichiara, prima dell'invasione del Libano che porterà a Sabra e Chatila: "Credetemi, l'alternativa è Treblinka".
E leggendo il libro di Segev, non ho dubbi che ne fosse sinceramente convinto.

Mi resta da passare la catena.
A Erika, così scrive qualcosa.
A Khadija, che, sono sicuro, mi saprà stupire.
A Lisa,
perché sono veramente curioso di sapere che libro citerà.
A Vincenza di Marginalia.
Ad Alessio.

E poi a chi vuole, s'intende.



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categoria:cultura, letteratura, affetti
giovedì, gennaio 24, 2008
Chi mi conosce sa bene quanto amo quel pezzetto di terra tra le montagne coperte di cedri e il mare che si estende a Occidente, un Stato grande la metà del Piemonte, con quattro milioni di abitanti e dodici milioni di emigrati.
Il Libano è una caso quasi unico al mondo, perché definisce la sua identità nazionale in termini di somma di differenze. "Noi siamo libanesi in quanto diversi tra noi."
La differenza si esprime essenzialmente in termini religiosi, dato che dal punto di vista etnico quasi tutti i libanesi sono di madrelingua araba. Ma, trascurando gli armeni ed i kurdi che vivono in Libano, trascurando le generazioni che crescono a Beirut da genitori filippini o singalesi, trascurando chi, arabo fin nelle ossa, discende dai Crociati o dagli Europei convertiti e passati al servizio della Porta, da chi si porta nel sangue i geni dei giannizzeri nati nei Balcani e diventati turchi, al tempo in cui essere "turco" era uno stile di vita ed un lavoro, non un'etnia, non tutti gli "arabi" del Libano si sentono arabi.
Possono anche sentirsi "fenici" anche se da millenni un popolo ed un'etnia fenicie come tali non esistono più, ed in effetti i fenici stessi si considerarono sempre e solo "cananei".

Il Libano è una montagna, una costa stretta ai suoi piedi, una vallata sull'altro lato. Tre pezzi, tre storie. Ma il cuore dell'identità libanese moderna nasce sulla Montagna.
La montagna è il rifugio dei perseguitati e degli oppressi, la fortezza delle minoranze. Fin da quando,  nel  1400 a.C., su quelle montagne Aziru, re di  Amurru,  raccolse  i fuggiaschi,  i  ribelli, i contadini  schiacciati dai debiti e dalle corvées,  i  nomadi  privati dei loro pascoli dall'ingordigia dei palazzi reali, il popolo dissanguato dall'aristocrazia terriera e guerriera dell'Età del Bronzo. Li riunì, e ne fece un popolo ed un regno, sotto la protezione del grande re Hittita, Shuppiluliuma il Grande.
Quattro secoli dopo, Davide di Giuda avrebbe fatto la stessa cosa con gli Ebrei delle tribù meridionali e avrebbe sconfitto i Filistei.
Ogni comunità perseguitata dai Cesari o dai Califfi si rifugiò sulla Montagna. Nel comune destino di esistenze precarie, minacciate, incerte, crearono quella simbiosi nella diversità che l'impatto delle potenze occidentali e della modernizzazione avrebbe poi spezzato, mettendo i maroniti contro i drusi, e poi entrambi contro gli sciiti.

P.S. Questo post è uno spin-off della mia tesi di laurea.
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categoria:medio oriente, affetti, ebraismo, autoscontri di civiltà
giovedì, gennaio 24, 2008
Anche "Caramel" è un film da vedere.
Intanto, è il ritratto del contrario del mondo arabo come ce lo disegna la "propaganda di guerra" occidentale. Ok, ok, si parla del Libano, che è probabilmente il paese più occidentalizzato (anche in negativo, assicuro) del Medio Oriente, e parla prevalentemente di donne cristiane in Libano.
però è bello lo stesso, e non crediate che le libanesi cristiane siano molto più "libere" (in senso occidentale) di quelle musulmane. Il film mostra abbastanza bene questo.
E' una commedia leggera, divertente, e maledettamente femminile; vi garantisco che le ragazze libanesi sono, spesso, abbastanza così, per la mia esperienza.
E non che ci trovi nulla di male, sia chiaro.

Si potrebbero scrivere corse molto profonde & intelleggenti su "Caramel" e sulla società che descrive. Ma non mi va. Guardatelo.
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categoria:cinema
mercoledì, gennaio 23, 2008
"va da sé che siamo contrari all'instabilità politica e dunque anche alle elezioni anticipate. Con quel che sta accadendo sul piano internazionale, di tutto abbiamo bisogno meno che di una nuova, bella rissa elettorale".

sen. Antonio Polito

Mi sembra di ricordare un'epoca in cui la chiamavano "democrazia".

Avevamo usanze, ed idee, bizzarre, in quel periodo; come questa strana fissazione che il popolo eleggesse il governo. Veramente non capisco cosa ci aveva preso.
postato da: falecius alle ore 10:47 | Permalink | commenti (8)
categoria:politica, 1984
mercoledì, gennaio 23, 2008
Sinceramente? Vorrei che qualcuno mi desse un qualsiasi motivo, diverso da "torna Berlusconi", per cui dovrei sentirmi rattristato e/o depresso da quello che sta succedendo al governo Prodi.
Voglio dire, che cosa ha fatto esattamente il governo Prodi in un qualsivoglia ambito, per cui se ne potrebbe sentire la mancanza? Ah, sì. Ha mandato l'esercito in Libano, a fare ... ??? scusate,  pare che il nostro esercito sia lì per impedire ad Israele di mettere a ferro e fuoco un'intera nazione la prossima volta che qualcuno cerca di negoziare uno scambio di prigionieri, o forse il contrario, per proteggere Israele dai tentativi di negoziare scambi di prigionieri.
In realtà non sono affatto sicuro che qualcuno lo sappia*.
Guardate come sta "gestendo" l'attuale "crisi".
Ha espresso solidarietà ad un ministro indagato, ma non abbastanza da evitare che lui provocasse comunque la crisi. Far incazzare quelli che stanno dalla tua parte pur prendendone le difese non sembra impresa facile, ma ci si è riusciti.

Adesso l'impressione che ho è ben definita dal sintagma "sceneggiata patetica".

Vabbé, torna Berlusconi. A voi risulta che Prodi abbia fatto alcunché per scongiurare questa eventualità? Per farsi rimpiangere, tipo? Ha per caso risposto all'indignazione che l'ha portato al governo mettendo, che so, mano al conflitto d'interessi, facendo la commissione su Genova, facendo una qualsiasi stracazzo di cosa che era nel programma o assomiglia a una roba vagamente di sinistra?

Non è che io sono felice se torna Berlusconi. Io mi vergogno come un ladro ad essere governato da quello lì, ad andare all'estero, magari in un Paese arabo, sapendo che quella ridicola bandana rappresenta l'immagine del mio Paese. E vabbe', almeno avremo altri tot anni di Barzellettiere del Consiglio, anche se ormai è un po' che ha smesso di far ridere.



* D'Alema a braccetto con Nasrallah non stava sdoganando un gruppo terroristico. Non stava facendo niente, se non prendersi critiche da tutte le parti per quello stile tiepido tipico di questo governo, con cui è riuscito a far incazzare sia i sostenitori italiani di Israele che quelli di Hezbollah, senza ottenere nulla in cambio.
Hezbollah non ha nessun bisogno di essere sdoganato, quantomeno non da D'Alema. BUSH a braccetto con Nasrallah sarebbe uno "sdoganamento" dato che gli USA listano Hezbollah tra i gruppi terroristici, mentre l'Italia no.
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categoria:1984
martedì, gennaio 22, 2008
Premetto che a me, Ratzinger sta eminentemente sui coglioni, per vari motivi riassumibili nel fatto che sta facendo del cattolicesimo una cosa in cui non mi riconosco più, e precisamente il baluardo identitario della civiltà occidentale, qualunque cosa significhi.

Non mi piacciono i suoi discorsi, non mi piace la sua impostazione teologica. Io sono un irrazionalista, e pretendo il diritto di credere in Dio senza prove della Sue esistenza, senza che un teologo tedesco mi dica che occorre legare fede e ragione.
Inoltre, reclamo l'universalità del messaggio cristiano e quindi la sua autonomia dalla razionalità filosofica greco-latina (mi risulta che Gesù Cristo fosse un ebreo della Palestina che parlava in aramaico).
Non mi piace la logica per cui la Chiesa definisce un'ideologia comportamentale senza la quale uno non è un buon cristiano, con criteri che attengono a giudizi sulla vita sessuale ed affettiva, stabilendo ideologicamente delle norme universalmente valide. Non accetto la famiglia nucleare fondata sul matrimonio indissolubile come fondamento naturale e necessario della società, e mi permetto anzi bollare una simile idea come contraria allo spirito e alla lettera del Vangelo (Matteo, 10:34-36).

Detto questo, lui ha il diritto e la facoltà di sostenere le sue opinioni dai suoi pulpiti, di cui non mi pare soffra la mancanza, e anche dai pulpiti altri che gli vengano eventualmente offerti.

Si può dibattere a lungo sull'opportunità di offrirgli il pulpito dell'inaugurazione dell'anno accademico alla Sapienza, nel senso che secondo me oggettivamente non c'entrava un tubo, ma aveva tanto di diritto di trovarsi lì quanto qualsiasi altro barone, ministro, o chi volete. Riesco a pensare almeno un centinaio di nomi di gente assai più contestabile. Sia chiaro che quello è comunque un pulpito laico da cui si pontifica. Chi ci stia a pontificare non mi sembra particolarmente interessante. Non c'è una questione di libertà di parola o di censura, perché comunque si parla ad invito e senza contraddittorio, indipendentemente da chi parla e da quello dice.

Inoltre, il dibattito sull'opportunità di offrire il pulpito a Tizio, Caio o Joseph all'università di Sarcazzo Dove è di zero rilevanza per chiunque altro all'infuori della stessa, in linea teorica.
Quello che può avere (o no) un qualche interesse è:
a) quanto dirà Tizio Caio o Joseph una volta accettato l'invito
b) la modalità del dibattito.

Posto che non condivido quello il discorso che Ratzinger avrebbe (pare) detto alla Sapienza e lo ritengo poco interessante, l'unica discussione dotata di un minimo di senso su tutta la vicenda, cioè, ad ogni modo, su un evento che non si è verificato, riguarda le modalità e legittimità del dibattito.

Anzitutto, credo che esistano regolamenti, norme, statuti e sarcazzo cos'altro che stabiliscono chi, quando, perché e percome decide chi invitare all'inaugurazione dell'anno accademico. E il punto sta tutto lì. La decisione del rettore era regolare? Se sì, invito regolare, quindi legittimo, e chi vuole contestare si accomodi.
Se no, i contestatori hanno sbagliato tutto, o i media hanno imbrogliato le carte, ed il punto è che il rettore non aveva il diritto di fare l'invito, period.

Due, perché una bega del Senato Accademico della Sapienza diventa un tormentone nazionale? Chissenefrega?


martedì, gennaio 22, 2008
Allora. Quella cosa che succede a Roma non va scambiata per politica.
E' teatro situazionista, e visto così, è anche divertente. Beckett non sapeva scrivere drammi così.

La politica è il fatto che stanno crollando le Borse, per dire. Lì c'è una decisione, o un fenomeno, politico. L'apparato finanziario di fatto non ha nulla di economico, perché svicolato dalla produzione di alcunché, all'infuori delle decisioni. Ed io definisco politico ciò che produce decisioni.

Mastella, Prodi, Berlusconi, o tua sorella, sono comunque una compagnia teatrale fantastica. Vorrei davvero fare complimenti al regista.

P.S. Se pensate davvero che io creda al complottone giudaico, si vede che non avete capito niente.

postato da: falecius alle ore 15:01 | Permalink | commenti (9)
categoria:cazzate, satira
lunedì, gennaio 21, 2008
Lo so che non v'importa, ma 'sto pomeriggio nun ciò proprio voja de fa' 'ncazzo.

Così, per tenervi informati.

postato da: falecius alle ore 18:05 | Permalink | commenti (2)
categoria:cazzate
sabato, gennaio 19, 2008
Il fatto che domani Cuffaro, interdetto ai pubblici uffici, si presenterà in ufficio, dalle mie parti si chiama "colpo di Stato". Una frontiera della protervia che non pensavo potesse essere superata nemmeno da un cinico feudatario ancien régime. Oltre i limiti non solo della democrazia e dello stato di diritto, ma anche della decenza e del comune buon senso. Io non capisco.
O meglio, capisco e non m'adeguo.
Ribellarsi è necessario.

postato da: falecius alle ore 16:09 | Permalink | commenti (11)
categoria:politica, scazzi, ora e sempre resistenza
sabato, gennaio 19, 2008
Ore otto e trenta, zona stazione, Mestre. Devo prendere qualcosa da mangiare per cena prima di andare al cinema perché a casa di Fra non hanno ancora la cucina.
Per adesso Fra e GG sopravvivono grazie ad un fornelletto da campo e ai kebabbari.
Comunque, c'è un posto aperto, un minimarket. Fuori un gruppo di immigrati africani ciondolano, fumano, bevono birre e parlano ad alta voce in wolof. Entro nel minimarket, che è anche un internet point e luogo di ritrovo, e, sarà una mia impressione, mi sento subito addosso gli occhi di tutti. Mi sembra di aver appena attraversato la frontiera col Senegal.
Mi guardo intorno, alla cassa non c'è nessuno. Faccio un po' di fatica a farmi capire in italiano, ma alla fine prendo quello che cerco, ringrazio e pago.
Non nego di essermi sentito a disagio. Paranoia indotta?
In realtà, quei senegalesi attorno al minimarket sembravano solo delle persone tranquille ed allegre che si ritrovano dopo una giornata probabilmente faticosa.
il fatto è che io invece lì, ero estraneo, in quanto privilegiato. Un po' la preoccupazione (oggettivamente ridicola) di essere derubato. Un po', che be', è lo stesso effetto di quando ti accorgi di essere nel bagno delle donne; sei in uno spazio che non è tuo.
Tutto ciò appartiene, chiaramente, solo all'ambito della sega mentale. Però vedi, Falecio, l'integrazione la vivi, o non la vivi, al minimarket, non la proclami sul blog. E' interessante notare come reagisci, come ti senti, e come sentono i senegalesi, e che nella pratica, sei diffidente, e perché?
Di fatto, in Italia, sì, ma forse un po' in tutta Europa, si va verso forme di apartheid di fatto, con tacite limitazioni di spazi e di tempi? Con comunità chiuse, o meglio, semichiuse? E' facile parlare d'integrazione, se fai parte della piccola borghesia italiana, e anche dentro questa sei stra-privilegiato.
Accidenti, se ci penso un attimo, io dalla vita ho avuto tutto. Non solo in senso materiale, nel tenore di vita dignitoso (certo non altissimo); nel fatto di poter studiare senza lavorare fino ad adesso; soprattutto, invece, la possibilità di crescere in un ambiente colto ed aperto, in cui anche nei litigi si sente il congiuntivo, e mi ci sono voluti degli anni per capire quanto sia poco scontato e che la maggior parte della gente non ha dietro di sé due o tre generazioni di laureati, che una casa piena di libri, e una famiglia che te li regala, non sono la normalità, che la religione cattolica come l'ho vissuta io a casa non la vivono in molti, che una madre che si preoccupa della pedagogia è una fortuna rara.
Ed ecco che sei andato avanti crescendo in questo ambiente "protetto" e colto, poi ti vai scegliere un'università di nicchia in una città che è insulare, di dimensioni provinciali, ma cosmopolita come poche altre in Italia, e dove la periferia non esiste, ed alla fine
è chiaro che finisci col poterti permettere di stare con persone più o meno come te, e che certe cose le sai, ma non le vivi, o le vivi solo un po', e non sai come comportarti, più che altro, perché un certo codice non lo conosci.

Questo mi riflettere su altri discorsi che sono stupendi in teoria, ma che poi, se vado a stringere, boh...
Io non ho nessun genere di problema con gli omosessuali; una delle mie più care amiche ha avuto una storia lesbica; quando me lo disse, all'inizio, era imbarazzatissima, quasi si vergognava; io le feci "e allora? Guarda, se sei felice sono solo contento per te". Cioè, pensare a lei e alla sua compagna che avevano un rapporto mi faceva un po' strano, (ma, in generale, mi fa un po' strano pensare alle mie amiche che hanno rapporti; non che ci pensi spesso) comunque erano e sono fatti loro.
Ecco, invece, la transessualità mi dà da fare. Anche qui, in teoria, tutto giusto, le richieste, le rivendicazioni della propria identità di genere come scelta, e anche tutta la comprensione e la simpatia per una condizione che, non ne so niente, ma deve essere davvero pesantissima. In teoria, perché poi nel concreto è una realtà che non ho mai nemmeno sfiorato.
Però se ci penso un attimo, mi accorgo che  la transessualità suscita la mia simpatia solo come cosa teorica, come dire, a debita distanza. Non è una cosa razionale; razionalmente, penso che queste persone hanno un problema, che devono essere rispettate ed accettate. Ma ad un certo livello, è una cosa che percepisco come... innaturale? No, non proprio, ecco: non dispongo delle categorie per gestirla. Non rientra nella mia gestalt. Il minimarket senegalese è diverso, in questo; riesco benissimo ad inquadrarlo, ed il vago senso disagio è dovuto alla situazione inconsueta e alla sensazione di una differenza che però forse è anche solo immaginaria.

Adesso questo post sta diventando troppo lungo e neanche so bene come concluderlo. Solo delle riflessioni un po' confuse, ecco, questo.
postato da: falecius alle ore 15:37 | Permalink | commenti (12)
categoria:pericoli per tua sorella
sabato, gennaio 19, 2008
Sono appena andato a vedere Cous Cous (premio speciale della Giuria a Venezia di quest'anno).
Dovreste farlo anche voi. Dovreste vederlo, tutti, e sopportare anche quella scena insopportabile che troverete verso la fine. L'ho trovata ai limiti della Convezione di Ginevra contro la tortura, però ha un suo senso, nel film.

Non è un film perfetto. Cioè, ha qualche leggera pecca, in certi punti, scene troppo lunghe.
Ma veramente pochino.

E' comunque un film da vedere assolutamente.
E' probabilmente il film dell'anno sull'Occidente moderno, sul capitalismo, sull'immigrazione, sulla burocrazia pubblica e privata (con la sua capacita di discriminare e schiacciare con un sorriso sulle labbra beffarde) e su quello che ci ostiniamo a chiamare stato di diritto, anche se tutte queste cose sono sullo sfondo. Sono il background, e sono un background reso meravigliosamente bene, in tutto il suo possibile orrore.
Il film parla, forse, di resistenza. Parla cioè di esseri umani che sono anzi tutto e meravigliosamente, tali.  Soprattutto, il film racconta meglio di qualsiasi altra storia abbia mai visto, la disgregazione della famiglia postmoderna, e della società che sulla famiglia si strutturava, frammista alla sua incredibile permanenza. Parla, o più esattamente fa parlare, con una efficacia eccezionale, di donne.
Faccio un po' di fatica a dirne di più senza raccontarvi la storia, e non voglio raccontarvi la storia, voglio che andiate al cinema e ve lo guardiate.
Diciamo che vi sto mettendo giù qualche parolina su quello che ci ho visto.
Abbastanza da essere due o tre volte sul punto di piangere per la rabbia o la commozione. E non è facile, col sottoscritto. Sono uscito con le idee un po' confuse, riguardo cosette come la civiltà occidentale.

Insomma, basta. Guardatelo.

P.S.
Non ho mai assaggiato il couscous di pesce, ma in generale assicuro che la pietanza è ottima. Appena ho la possibilità, posto la ricetta.
venerdì, gennaio 18, 2008
Ho sognato di prendere un cartellone strappato, metterlo per terra sul pavimento di un'ospedale ed usare uno specioso cavillo per proclamarlo territorio israeliano, per poi dichiararmi cittadino d'Israele facendo un giuramento in ebraico davanti ai miei genitori, dicendo "ora sono sotto la protezione della legge d'Israele". Il tutto per sfuggire ad un misterioso servizio segreto che mi dava la caccia dnetro Fiabilandia (sì, quel parco a tema a Riccione).

Questione 1: non so l'ebraico.
Questione 2: il servizio segreto che mi dava la caccia non era la CIA e non sembrava nemmeno il Mossad. Non so cosa volessero da me, ma i suoi agenti erano transessuali mutanti col potere di rigenerarsi dalle ferite.
Questione 3: invece l'ospedale sembrava in modo inquietante quello di Macerata.
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categoria:cazzate, invasione delle tupaie naziste, axolotl in umido
mercoledì, gennaio 16, 2008
Mi perdonino gli amici e le amiche laiche/laiciste/atee/agnostiche/propagatrici di cultura antioccidentale dell'Odio e della Morte, talebane dell'evoluzionismo e pasdaran della scienza galileiana.

Posto che, si sa, su questa faccenda della religione non si va d'accordo; e che dove mi giro sbatto comunque la testa, perché di anarchici religiosi siamo, che io sappia, in tre, e di tre religioni diverse, e che essere contemporaneamente anarchico e cattolico e per di più islamologo vuol dire non avercela, comunque, mai, una parrocchietta di riferimento.

Comunque, proprio non riesce a fregarmene di meno, se il Papa parla o no alla Sapienza.
postato da: falecius alle ore 12:15 | Permalink | commenti (11)
categoria:invasione delle tupaie naziste, axolotl in umido