mercoledì, novembre 21, 2007
Sono sveglio, ad un'ora improponibile della notte, davanti ad un computer mezzo scassato con la ventola che ansima, una tazza di caffé caldo, ed il sonno irremediabilmente andato, e come sola compagnia, l'angoscia, la solitudine e lo spavento.
E allora affrontiamola, questa cosa. Mi scrivi che non sono stato carino.
Mi scrivono che sono "maschilista", mi fanno notare, ed è vero, che non ho considerato le donne come persone. Chiaramente non l'ho fatto, dato che stavo parlando di ideali femminili.
Non di Caterina, di Anna, di Carlotta.
Affrontiamola, comunque.
Da dove si parte?
In mente mi vengono la "Fedra" di Marina Cvetaeva e la "Cassandra" di Christa Wolf, passando per Aglaja Epancina, quella dell'"Idiota" di Dostoevskij, e Lady Oscar, e la principessa Aurora, e poi, ovviamente, lei. Elisa.
Quella di Beethoven.
Quella che mi insegnò a leggere l'alfabeto cirillico, quella che avrei sognato invano in mille notti bianche, tra la realtà di Porto Sant'Elpidio e il tremulo miraggio di San Pietroburgo. Senza Elisa non ci sarebbero stati Dostoevskij né Cvetaeva, perché la Fedra la lessi in originale.

Perché Elisa? Perché permisi a un sonata di inseguirmi, per lunghi anni della mia adolescenza, le permisi di ingabbiarmi in sogno lanciato verso palazzi ungheresi e steppe russe?

Elisa. Il nome è ebraico, e significa "il mio Dio è perfezione". Ma lei stessa, era perfezione! Ed io lo sapevo. Mi lasciai trascinare, in quel sogno, fino ad un valico di frontiera austriaco, fino ad un'eremo sugli Appennini, fino al lago Hoan Kiem, in Vietnam.
Scusate, scusate, lo so. Non ci capite niente, vero?

E' abbastanza difficile anche per me, tutto è confuso. Un'adolescenza di sogni.
Ora so che Isotta la Bionda  non esiste, ma per quanto tempo ne ho inseguito l'immagine?
Aiuto. Andiamo con ordine, o almeno proviamoci.

Scena 1: ho cinque anni, sono alla scuola materna. C'è una bambina che mi piace. Ricordo che io ero in ginocchio davanti a lei in piedi, e gli altri intorno, in cerchio che ridevano di me. Credo che le avessi detto "ti amo". Ma di sicuro lei mi disse "fai schifo".
Ricordo di aver trattenuto le lacrime, quella volta.

Scena 2: non so quanti anni ho, almeno sei, sicuramente, perché so scrivere. Credo di essere in prima elementare.
Sono a casa mia, sto facendo un disegno coi pennarelli. Può darsi che mia madre lo conservi ancora. Sto disegnando una fata coi capelli viola e la bacchetta magica. So che esiste, che un giorno la troverò e la sposerò. Non so perché (ma ve lo giuro, me lo ricordo bene) accanto alla figura, in incerte maiuscole, scrivo il suo nome: "ELISA".
Sarà stato un caso?

Scena 3: adesso è difficile. Ho quattrodici anni, è pomeriggio e sono al liceo col comitato studentesco della scuola autogestita. Arriva una ragazza della quinta, della classe di russo, con delle fotocopie in cirillico. Le chiedo come si leggono. Ancora non lo so, ma per la prima volta, mi sto innamorando. Il nome lo sapete.

In mezzo passano cartoni giapponesi e principesse guerriere.
Dopo, arrivano, i rifiuti, detti o sottintesi, ed i romanzi cavallereschi e i viaggi, e Dostoevskij. Non avrei cambiato sezione, in terza, per studiare francese e russo, senza Elisa.
Dieci anni. Venti volte, forse, mi sono sentito dire "no". Non tutte ugualmente importanti, certo. Per quattro o cinque ho davvero sofferto. Fino a piangere nel silenzio di notti insonni, contro il cuscino. Fino a sentirmi un demonio che mi schiacciava il cuore. Fino a farne degli ideali, delle ipostasi, delle dee. Delle Isotte inesistenti, delle Leyle che io, Majnun, non avrei mai potuto toccare.
Delle Dulcinee che vivono solo nella fantasia malata del più grande dei cavalieri, Don Chisciotte.
Ecco la mia cavalleria.
Un sogno, più che un residuo. Patriacato?
No.
Anzi. Io sarei per il matriarcato, così ad istinto.
Ma oltre all'idea, oltre alla principessa guerriera ed arpista del Paradiso di cui facevo di volta in volta la Laura, la Beatrice, la Medea che mi straziava, c'era Shirin. C'era l'affettuosa dolcezza delle amiche che, a volte, potevano capirmi. E allora, parliamo, sì, di persone. Le loro carezze spirituali, il loro conforto.
Compagne, per cui non avevo, non ho, segreti, di compagne di viaggio straordinarie, di abbracci casti e di scherzi. Che, chissà perché, di solito, erano donne. Con pochissimi ragazzi, e molte ragazze, ho avuto amicizie profonde.

E le ho viste soffrire e piangere per uomini che non le meritavano. Le ho viste chiedersi come me, magari davanti ad un birra, cosa c'era che non andasse in loro, e dov'era la persona che cercavano. Tre di loro, adesso, sono madri.

Che altro aggiungere? Fedra, Cassandra, Aglaja. Libri.
No.
Fantasie di carta. Immagini, anche se importanti, anche se me le porto dentro.

Ecco.
Non so se ho detto tutto. Non so neanche se ci avete capito qualcosa, troppe storie si intrecciano, troppe storie partono e arrivano da qui.
Lascio queste parole, a chi vuole intendere, intenda.

E sennò pazienza, eh.




lunedì, novembre 19, 2007

Da qualche mese, seguo con interesse, e spesso lascio commenti, sul blog Kelebek, tenuto da Miguel Martinez.

Ultimamente, sono rimasto coinvolto in una bizzarra discussione nel thread di commenti ad un suo post.

Kelebek funziona, in parte, più come un forum di discussione che come un blog.

Nel senso che le discussioni sui singoli post sono spesso molto interessanti: vi partecipano parecchi commentatori intelligenti e preparati, e si è creata una situazione in cui, almeno tra i frequentatori abituali, ci si conosce e si creano simpatie ed antipatie.

Naturalmente Kelebek, come altri blog molto frequentati, è afflitto da assalti di Rompipalle Bastardi®, che trolleggiano in giro per la blogopalla infastidendo il prossimo.

Senza scendere nel dettaglio della discussione, che era ed è irrilevante, uno di tali rompiballe ha, in qualche modo, offeso una delle commentatrici abituali del blog, che si firma come Aurora.

Io sono intervenuto, a favore di Aurora, che mi è simpatica e che considero una persona intelligente.

Però, devo ammettere che il motivo principale per cui ho preso le difese di Aurora, è che si tratta di una donna.

L’episodio è di un qualche interesse in relazione ai miei due post precedenti e al discorso collaterale che ne è emerso, sulla Mistica della Vera Donna®.

In definitiva, il mio atteggiamento è stato determinato soltanto da senso cavalleresco.

 Allora, un comportamento cavalleresco è ragionevole in un mondo pre-emancipazione, in cui la donna è soggetta a limiti sociali nello spazio pubblico che le impediscano di agire e difendersi da sola: il cavaliere è cortese e protettivo verso le donne, perché le donne rappresentano il sesso debole.

 Il sottoscritto, invece, è sostenitore dell’emancipazione femminile. Nel post qui sotto, il mio ideale di donna è rappresentato da due principesse guerriere, che non solo si difendono da sole, ma difendono gli altri.

Per chi non lo sapesse, una è Lady Oscar, l’altra la principessa di Voltron, che si chiama, abbastanza ironicamente, Aurora. Per chi era bambino negli anni Ottanta, e guardava la TV, si tratta di riferimenti culturali di base; per quanto mi riguarda, la mia immagine del mondo femminile da piccolo si organizzava nel confronto tra Lady Oscar e la realtà, e ne traevo la conclusione che le donne fossero creature superiori: esse, nel mio universo di bambino, erano la fonte principale di ordine, cibo e denaro. Mia madre lavorava e si occupava della casa, e quando i miei non c’erano, io di solito ero con mia nonna. A scuola, la fonte dell’autorità erano le maestre e le bidelle; ero vagamente consapevole che al di sopra di loro c’era un simpatico vecchietto, il Direttore, ma nella concretezza della mia esistenza, si trattava di una figura remota.

Naturalmente c’era mio padre, ma diciamo che nella mia famiglia, la figura d’autorità per me è stata principalmente mia madre.

Con l’adolescenza ho realizzato che le creature superiori avevano qualcosa che io volevo, anche se ci misi un po’ a capire bene la questione. Ad un certo punto, comunque, cominciai ad aver chiaro che quello che volevo si trovava tra le loro gambe.

Nel frattempo, ero arrivato alle superiori e cominciavo a studiare letteratura italiana, inglese e francese, e più tardi anche russa. In particolare, in letteratura italiana e francese mi imbattei nella concezione cavalleresca e cortese del mondo e della donna.

Nella realtà sociale del mondo cortese, la donna era subordinata all’uomo, ma nella letteratura i rapporti erano rovesciati. Il cavaliere della lirica cortese e nell’epica arturiana, è al servizio della donna.

Il fatto che questo servizio fosse reso necessario dall’impossibilità della donna di provvedere a sé stessa, non viene esplicitato, perché ai contemporanei appariva del tutto ovvio.

In cambio, il cavaliere sperava di ottenere dalla donna ciò che si trova tra le sue gambe.

 Cioè, no, non proprio. Stiamo parlando di una società in cui i sacri* matrimoni, di solito, erano combinati, e in cui il desiderio sessuale era destabilizzante e anche peccaminoso.

Non ci si sposava quasi mai per amore. Quanto al desiderio, i rapporti di forza permettevano al cavaliere, cioè ad un nobile con una spada, di ottenere cioè che stava tra le gambe di qualsiasi popolana, che lei lo volesse o meno. In fondo, lui era grande e grosso, aveva una spada tagliente e degli uomini armati al seguito. La scelta poteva essere tra aprire le gambe e farsi aprire la pancia.

In questa realtà non proprio allegra, l’ideologia cortese legava il cavaliere ad un codice, e al tempo stesso sublimava il desiderio: certo, Tristano ed Isotta compiono il loro adulterio, ma a prezzo dell’ostracismo sociale. Inoltre, almeno in Chrestien de Troyes e Nezami Ganjevi, l’amore si corona nel matrimonio, o non si consuma, ed è il cavaliere a dover provare di essere degno della Dama.
Il desiderio veniva controllato, idealizzando una donna che, nella realtà, non disponeva di autonomia.

Si tratta di un modello che mi affascina molto, perché, in un situazione completamente mutata, giustifica il fatto che le donne tendano a non concedere quello che vorrei da loro.

Solo che nella mia realtà, le donne disponevano di una superiorità reale. Possono fare benissimo a meno di un uomo, se vogliono. Sì, certo, la maggior parte delle donne sono attratte dagli uomini, ma la cosa non è di grande consolazione, laddove sono attratte dagli altri uomini.

Immagino che la mia parziale adesione al modello cavalleresco e cortese possa essere vista come una sublimazione del desiderio [“Fal, invece di passar serate a scrivere cazzate sul blog, esci, gira e trovati una ragazza”].

 
* come credente, la cosa mi fa incazzare. Quei preti che benedivano unioni non consensuali, spesso destinate alla violenza e all’infelicità, con un sacramento, compivano un atto sacrilego e bestemmiavano il nome dello Spirito Santo e l’Amore Divino. NO, non sto AFFATTO scherzando.

lunedì, novembre 19, 2007
Tanto per cominciare, le mie (inesistenti) pratiche sessuali non sarebbero comunque affar vostro... eheheh. Scherzo, Malih.
Era solo per chiarire che non sto avendo nessuna parte attiva nei processi di riproduzione tipici dei mammiferi, di cui parlo.
Rosa ha colpito ancora, con questo post; per qualche inspiegabile ragione, pensa che rischi di farmi arrabbiare. Non è vero. Quello che volevo dire, IO, non era "la donna donna che non allatta al seno non compie il suo dovere di bravo mammifero femmina  e quindi non è una Vera Donna®".
Certo, è sano e normale che le donne che hanno figli allattino al seno. Dal punto di vista biologico, hanno le tette per quello, dopotutto.
Ma questo non significa che, per me, la
Vera Donna® sia un'utero con due tette. Non pretendo di definire la donnità. Contesto chi ha tentato di farlo invece, escludendo la madre che allatta dalla donnità della Vera Donna®.
Naturalmente, ho un mio personale ideale di donna.
Una cosa del genere:
 
O anche, di questo genere:


Ecco. Non fate caso ai capelli biondi, sono un dettaglio secondario.

Naturalmente, questo non ha nulla a che vedere con il tentativo di stabilire uno standard di donnità della
Vera Donna® universalmente valido. E' solo una mia questione personale.

postato da: falecius alle ore 17:14 | Permalink | commenti (18)
categoria:citazioni, donne, cazzate, scazzi, affetti, società
venerdì, novembre 16, 2007
Io sono un maschio, e in più non sto praticando nessuna delle attività normalmente necessarie alla procreazione.
Quindi direi che il problema mi tocca relativamente e nemmeno posso dire di saperne molto.
Sta di fatto che una mia carissima amica, nelle Marche, ha partorito un mesetto fa, e la settimana scorsa sono andato a vedere sua figlia.
Fa un po' impressione vedere che la ragazza con cui ti sei preso le prime sbronze sulla spiaggia è una mamma. In realtà, è del tutto normale che una donna di 25 anni abbia dei figli. A 25 anni una donna è nel pieno dell'età fertile.
Se poi la nostra società rende la cosa estremamente complessa (spesso a 25 anni non si è economicamente indipendenti, ad esempio in questo caso è così) questo non ha nulla a che fare con la natura biologica dell'essere umano.

La mia amica allatta. Così come sono stato allattato io, e ho visto allattare mio fratello piccolo. Personalmente, non ho mai avuto dubbi sul fatto che l'uomo sia un mammifero, e che in particolare, le donne allattino i neonati. Ho accettato questo semplice fatto come assolutamente naturale ed intrinseco alla nostra essenza biologica.

Ed invece, leggo da Lisa (anche lei ha messo al mondo da poco un altro cucciolo) il seguente passaggio, preso dal sito di una ditta che produce passeggini e fasciatoi:

"...L'allattamento al seno impedisce inoltre alla madre di essere di nuovo veramente donna: vive costantemente con l'odore del latte addosso e, talvolta, la secrezione lattea è talmente abbondante da bagnarle gli abiti; in più le mammelle sono sensibili e spesso dolenti."

Ad onore della ditta, il sito è stato poi modificato (da Lisa potete seguire l'intera storia).

La cosa interessante, nel passaggio in grassetto, non è il bizzarro concetto di mammifero che vi sta dietro, per cui una cosa normalissima, anzi, connaturata alla madre per il fatto stesso di essere tale, diventerebbe nociva e fastidiosa.

Ma l'idea che la madre, nel suo essere madre, diventi, per questo, non-donna. E quindi l'idea di donna che ci sta dietro. La donna che non è più tale quando è madre, o meglio nel periodo in cui svolge le naturali incombenze biologiche di tutte le madri, e che sarebbe di nuovo veramente donna solo dopo la gravidanza, e se non allatta, è una donna denaturalizzata, vista attraverso un filtro che la commisura, come ideale di femminilità, ad un Miss Italia rigorosamente elettronica, da schermo, incorporea.
Solo quando la madre sarà meno fisica, meno madre, slegata dalla sua essenza biologica, sarà di nuovo veramente donna.
Sarà, cioè, in grado di svolgere la funzione che la nostra società, in chiave maschile, attribuiisce alle femmine della specie: non la riproduzione, niente di così naturale, ma il desiderio.
La "vera donna", in quest'ottica, è semplicemente un oggetto di concupiscenza maschile.

E poi ci lamentiamo dei foulard.


venerdì, novembre 16, 2007

Copio da Upuaut, (i grassetti sono suoi) diffondo e sottoscrivo:


Il triangolo nero

Violenza, propaganda e deportazione. Un manifesto di scrittori, artisti e intellettuali contro la violenza su rom, rumeni e donne

La storia recente di questo paese è un susseguirsi di campagne d’allarme, sempre più ravvicinate e avvolte di frastuono. Le campane suonano a martello, le parole dei demagoghi appiccano incendi, una nazione coi nervi a fior di pelle risponde a ogni stimolo creando “emergenze” e additando capri espiatori.

Una donna è stata violentata e uccisa a Roma. L’omicida è sicuramente un uomo, forse un rumeno. Rumena è la donna che, sdraiandosi in strada per fermare un autobus che non rallentava, ha cercato di salvare quella vita. L’odioso crimine scuote l’Italia, il gesto di altruismo viene rimosso.

Il giorno precedente, sempre a Roma, una donna rumena è stata violentata e ridotta in fin di vita da un uomo. Due vittime con pari dignità? No: della seconda non si sa nulla, nulla viene pubblicato sui giornali; della prima si deve sapere che è italiana, e che l’assassino non è un uomo, ma un rumeno o un rom.

Tre giorni dopo, sempre a Roma, squadristi incappucciati attaccano con spranghe e coltelli alcuni rumeni all’uscita di un supermercato, ferendone quattro. Nessun cronista accanto al letto di quei feriti, che rimangono senza nome, senza storia, senza umanità. Delle loro condizioni, nulla è più dato sapere.

Su queste vicende si scatena un’allucinata criminalizzazione di massa. Colpevole uno, colpevoli tutti. Le forze dell’ordine sgomberano la baraccopoli in cui viveva il presunto assassino. Duecento persone, tra cui donne e bambini, sono gettate in mezzo a una strada.

E poi? Odio e sospetto alimentano generalizzazioni: tutti i rumeni sono rom, tutti i rom sono ladri e assassini, tutti i ladri e gli assassini devono essere espulsi dall’Italia. Politici vecchi e nuovi, di destra e di sinistra gareggiano a chi urla più forte, denunciando l’emergenza. Emergenza che, scorrendo i dati contenuti nel Rapporto sulla Criminalità (1993-2006), non esiste: omicidi e reati sono, oggi, ai livelli più bassi dell’ultimo ventennio, mentre sono in forte crescita i reati commessi tra le pareti domestiche o per ragioni passionali. Il rapporto Eures-Ansa 2005, L’omicidio volontario in Italia e l’indagine Istat 2007 dicono che un omicidio su quattro avviene in casa; sette volte su dieci la vittima è una donna; più di un terzo delle donne fra i 16 e i 70 anni ha subito violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita, e il responsabile di aggressione fisica o stupro è sette volte su dieci il marito o il compagno: la famiglia uccide più della mafia, le strade sono spesso molto meno a rischio-stupro delle camere da letto.

Nell’estate 2006 quando Hina, ventenne pakistana, venne sgozzata dal padre e dai parenti, politici e media si impegnarono in un parallelo fra culture. Affermavano che quella occidentale, e italiana in particolare, era felicemente evoluta per quanto riguarda i diritti delle donne. Falso: la violenza contro le donne non è un retaggio bestiale di culture altre, ma cresce e fiorisce nella nostra, ogni giorno, nella costruzione e nella moltiplicazione di un modello femminile che privilegia l’aspetto fisico e la disponibilità sessuale spacciandoli come conquista. Di contro, come testimonia il recentissimo rapporto del World Economic Forum sul Gender Gap, per quanto riguarda la parità femminile nel lavoro, nella salute, nelle aspettative di vita, nell’influenza politica, l’Italia è 84esima. Ultima dell’Unione Europea. La Romania è al 47esimo posto.

Se questi sono i fatti, cosa sta succedendo?

Succede che è più facile agitare uno spauracchio collettivo (oggi i rumeni, ieri i musulmani, prima ancora gli albanesi) piuttosto che impegnarsi nelle vere cause del panico e dell’insicurezza sociali causati dai processi di globalizzazione.

Succede che è più facile, e paga prima e meglio sul piano del consenso viscerale, gridare al lupo e chiedere espulsioni, piuttosto che attuare le direttive europee (come la 43/2000) sul diritto all’assistenza sanitaria, al lavoro e all’alloggio dei migranti; che è più facile mandare le ruspe a privare esseri umani delle proprie misere case, piuttosto che andare nei luoghi di lavoro a combattere il lavoro nero.

Succede che sotto il tappeto dell’equazione rumeni-delinquenza si nasconde la polvere dello sfruttamento feroce del popolo rumeno.
Sfruttamento nei cantieri, dove ogni giorno un operaio rumeno è vittima di un omicidio bianco.
Sfruttamento sulle strade, dove trentamila donne rumene costrette a prostituirsi, metà delle quali minorenni, sono cedute dalla malavita organizzata a italianissimi clienti (ogni anno nove milioni di uomini italiani comprano un coito da schiave straniere, forma di violenza sessuale che è sotto gli occhi di tutti ma pochi vogliono vedere).
Sfruttamento in Romania, dove imprenditori italiani - dopo aver “delocalizzato” e creato disoccupazione in Italia - pagano salari da fame ai lavoratori.

Succede che troppi ministri, sindaci e giullari divenuti capipopolo giocano agli apprendisti stregoni per avere quarti d’ora di popolarità. Non si chiedono cosa avverrà domani, quando gli odii rimasti sul terreno continueranno a fermentare, avvelenando le radici della nostra convivenza e solleticando quel microfascismo che è dentro di noi e ci fa desiderare il potere e ammirare i potenti. Un microfascismo che si esprime con parole e gesti rancorosi, mentre già echeggiano, nemmeno tanto distanti, il calpestio di scarponi militari e la voce delle armi da fuoco.

Succede che si sta sperimentando la costruzione del nemico assoluto, come con ebrei e rom sotto il nazi-fascismo, come con gli armeni in Turchia nel 1915, come con serbi, croati e bosniaci, reciprocamente, nell’ex-Jugoslavia negli anni Novanta, in nome di una politica che promette sicurezza in cambio della rinuncia ai principi di libertà, dignità e civiltà; che rende indistinguibili responsabilità individuali e collettive, effetti e cause, mali e rimedi; che invoca al governo uomini forti e chiede ai cittadini di farsi sudditi obbedienti.
Manca solo che qualcuno rispolveri dalle soffitte dell’intolleranza il triangolo nero degli asociali, il marchio d’infamia che i nazisti applicavano agli abiti dei rom.
E non sembra che l’ultima tappa, per ora, di una prolungata guerra contro i poveri.

Di fronte a tutto questo non possiamo rimanere indifferenti. Non ci appartengono il silenzio, la rinuncia al diritto di critica, la dismissione dell’intelligenza e della ragione.
Delitti individuali non giustificano castighi collettivi.
Essere rumeni o rom non è una forma di “concorso morale”.
Non esistono razze, men che meno razze colpevoli o innocenti.

Nessun popolo è illegale.

[Per consultare la lunghissima lista di proponenti e firmatari, andate qui. Per sottoscrivere la petizione, invece, il link e’ questo.]

giovedì, novembre 15, 2007
Tanto per cominciare, sembra che si dica falàfel, e non falafèl. Invece, si può scrivere felafel o falafel, fa lo stesso, credo che dipenda dalla pronuncia locale, la forma araba letteraria è falafil, con la i. In teoria, non esiste la lettera e in arabo.
Comunque.
L'idea di cucinare i falafel mi è venuta al telefono con Aureolo, un po' per sdebitarmi della cena che mi ha offerto lunedì, un po' perché non avevo voglia di uscire per andare a casa sua, quindi gli ho detto di venire a casa mia che cucinavo io. Ho guardato nel mio sportello. Ceci. Spaghetti. Stop.
Uhmmm, ok, gli dico, prendi delle uova e dello yogurt strada facendo, che faccio i falafel.

La ricetta falecia dei falafel non è, a differenza di quella della Taboule, tramandata nella famiglia, ma frutto di sperimentazione empirica. La prima volta, a dir la verità, avevo seguito la ricetta de "il Cucchiaio d'Argento" ma era evidente che le informazioni del Cucchiaio erano false e tendenziose.
Da lì, quindi, ho sperimentato, finché non ho creato per tentativi ed errori una buona approssimazione al falafel originale.
Disclaimer: si tratta di un'approssimazione. Il vero falafel siro-libanese è meglio.

Indicazioni terapeutiche: il falafel è sconsigliato per ciliaci ed intolleranti al lattosio. Il falafel non rientra nella dieta vegana; non offritelo ad amici jaina. Il falafel potrebbe essere incompatibile con le diete macrobiotiche.
Il falafel è halal e kasher, a meno che per qualche ipotetico ebreo ultraortodosso i fermenti lattici dello yogurt non sia considerati "carne". Ad ogni modo la prima volta che l'ho assaggiato ero in un ristorante ebraico (ottimo, anche se un po' caro).

L'ideale per fare i falafel è avere i ceci secchi. Nel qual caso dovete lasciarli a bagno in acqua fredda almeno 12 ore, sciacquare, far lessare in acqua salata per circa un'ora e un quarto, scolare, ed infine passare i ceci con un passaverdure (si chiama così quell'arnese?) o o frullarli in un frullatore (non troppo finemente), o, se non avete nessuno di questi sofisticati attrezzi, schiacciarli con una forchetta.
Siccome Aureolo arrivava dopo un'ora ed io avevo i ceci in scatola sotto sale e nessun sofisticato attrezzo, mi sono limitato a scolarli dalla scatola e schiacciarli con una forchetta.
Non è l'ideale, ma l'obiettivo è di avere una pasta grossolana di ceci.

A questo punto, disponete della materia prima, e non vi resta che aspettare Aureolo con gli altri ingredienti ed accorgervi non avete due scatole di ceci ma una di ceci ed una di fagioli, quindi bisognerà escogitare qualcosa d'altro. Duecentoquaranta grammi sgocciolati di cece per quattro persone, è un po' poco.
Nel frattempo prendete del pan biscotto (nel senso di cotto due volte) o semplicemente vecchio e duro, e grattugiatene un po'. O se siete dei borghesi che comprano il pan grattato, prendete il pan grattato.
Ricordatevi di telefonare ad Aureolo per dirgli di prendere anche la menta. Non la troverà fresca, per cui vi arrangerete con quella secca e confezionata, ma pazienza.
Appena Aureolo arriva, mettere un cucchiaio d'olio, un pizzico di sale, uno di pepe e menta a volontà nella pasta di ceci, rompeteci un uovo, senza il guscio, (un uovo ogni 240 g di ceci) e mescolate il tutto finché non viene una cosa ben amalgamata. Aggiungete due manciate scarse di pan grattato. Mescolate ancora. Osservate l'impasto con aria critica e fate qualche correzione spannometrica ad occhio, mettendo un po' d'olio. Versateci circa 100 g di yogurt bianco. Mescolare. Aggiungere un'altra piccola quantità di yogurt circa a casaccio e un pochino di menta. Mescolare e decidere che va bene così. A questo punto dovreste avere un terrina con dentro l'impasto a base di ceci e un piatto con dentro dell'altro pan grattato, e se siete in cucina, la vostra mossa successiva è procurarvi un cucchiaio, se no è quella di smettere di cucinare in camera vostra ed andare in cucina. Ogni cucchiaio di impasto verrà modellato dalle vostre agili mani in una polpettina schiacchiata che impanerete nel piatto e appoggerete delicatamente... ah, sì, dimenticavo, dovreste avere una teglia con della carta forno sopra, e appoggiate le polpettine lì, una a fianco all'altra sulla carta forno. Potete anche friggerle, in teoria, ma la mia  esperienza lo sconsiglia. L'ultima volta che ho tentato di friggere dei falafel ho messo a ferro e fuoco la cucina senza nemmeno fare cena.
Da 240 g di ceci dovrebbero venirvi tra le 10 e le 11 polpettine. Quando le avete impanate (devo avere una consistenza tale da restare compatte, una volta messe sulla teglia) mettetele nel forno ad una temperatura compresa tra i 180 ed i 220 gradi. Se avete la luce del forno date un'occhiata ogni tanto. Dopo circa un quarto d'ora, tirare fuori la teglia e girare le polpettine.  Dopo circa mezz'ora, date un'occhiata:  se  vi sembrano  cotte, di un bel colore marroncino dorato, è probabile che lo siano. Nel frattempo avete cucinato la cena vera, cioè gli spaghetti aglio ed olio e le altre uova di Aureolo. fate in modo che quando scolate la pasta siete verso lo scadere della mezz'ora. Spegnete il forno, lasciate i falafel dentro in caldo e mangiatevi la pasta.

Finita la pasta, estraete i falafel dal forno, e mangiateli intingendoli nello yogurt (se vi va). Se no mangiateli senza yogurt. Se fanno schifo, non mangiateli e ditemi dove avete sbagliato. Se volete che venga a cucinare a casa vostra, mandatemi una vostra foto, o un assegno, a scelta.
Se non credete che sia buono, chiedete ad Aureolo.


postato da: falecius alle ore 14:17 | Permalink | commenti (6)
categoria:cazzate, ricette, medio oriente, affetti, campalto, essere studente oggi
giovedì, novembre 15, 2007
Dire che ho sistemato definitivamente i link è velleitario, ma ci sono delle categorie (se qualcuno ha da ridire sulla sua categoria, me lo dica. Non garantisco niente, però). E più o meno, ho inserito tutti nelle categorie che volevo (se ho dimenticato qualcuno, ditemelo). Insomma, dovrei avere un blogroll accettabile, adesso. Ah, i cripitici nomi arabi delle categorie, sono volutamente dei criptici nomi arabi, quindi non rompetemi le scatole chiedendomi cosa vuol dire questo o quest'altro.
E no, non ho linkato tutti. Ma per ora va bene così.
postato da: falecius alle ore 11:34 | Permalink | commenti (11)
categoria:buone notizie, essere studente oggi
giovedì, novembre 15, 2007
Queste sono quelle che io chiamo informative del Ministero della Verità d'Oceania.

Il ministero della Difesa fa sapere, nella risposta all'interrogazione di un deputato, che i militari italiani di stanza nell'ovest dell'Afghanistan nei primi dieci giorni di questo mese hanno reagito ad attacchi a fuoco.

Il che vuol dire che se nessuno gliel'avesse chiesto, noi non l'avremmo saputo. Figo. Il nostro esercito spara e noi dobbiamo aspettare che l'ufficio di un deputato riferisca di una risposta del Ministero.

"Si precisa che - dai dati in possesso di questo dicastero - nella prima decade di novembre unità nazionali, in attività di ricognizione e supporto alle forze di sicurezza afghane nel settore meridionale dell'area di responsabilità a guida nazionale del Regional Command West, hanno subito isolati attacchi da parte di elementi ostili e, conseguentemente, hanno messo in atto mirate reazioni di risposta al fuoco", si legge nella risposta all'interrogazione di Severino Galante, capogruppo del Pdci in Commissione Difesa alla Camera, ricevuta oggi dal deputato, come riferisce il suo ufficio.

L'Italia ha circa mille militari nella Regione ovest, di cui ha la responsabilità, e la cui zona meridionale è a ridosso del violento sud dove sono in atto aspri scontri tra forze afghane e straniere e i talebani.

Incredibile. La zona meridionale è a ridosso del Sud. Wow. Non lo avrìo mai creso.

Apprendiamo inoltre che anche l'Afghanistan ha un Sud "violento". Un po' come Napoli, insomma. Infatti seguendo il link (vi giuro che non ce l'ho messo io) si parla di tifoserie. Alla voce  "terrorismo islamico ed internazionale". Il complotto islamolazialromanista.

Alla domanda se questo mese truppe italiane siano rimaste coinvolte in attacchi e abbiano reagito al fuoco dei ribelli nell'ambito della Regione ovest, il portavoce italiano a Herat oggi ha risposto "no comment".

Ancora più figo. Il ministero dice di sì, e gli ufficiali in loco dicono "no comment?".

Tra parentesi, come cazzo si permettono? Sono nostri dipendenti pagati. Nei limiti delle esigenze militari, noi abbiamo il diritto di sapere quanti pecorai, cammellieri e barbuti infedeli hanno trucidato questo mese. Sennò che gusto c'è a fare gli ascari?

Da mesi alcuni media lamentano che dai portavoce nei teatri operativi - specie in Afghanistan, dove la partecipazione alla missione Isaf della Nato divide la maggioranza - non arrivino informazioni su decisione di Roma.

Decisione? Che decisione? Dobbiamo prendere una decisione?

Ieri anche Elettra Deiana (Prc), vice presidente della commissione Difesa alla Camera, ha presentato una interrogazione a Parisi in merito ad alcune notizie riportate da organi di stampa riguardo a un coinvolgimento delle truppe italiane negli scontri con i talebani nella zona di Farah.

Sappiate che la zona di Farah, se non ricordo male, è si nella parte occidentale dell'Afghanistan, ma rientra nel "violento Sud".

"Per quanto ne sappiamo non esiste nessun mandato, neanche alle unità speciali, che autorizzi una partecipazione delle truppe italiane in combattimenti al fianco della missione di guerra Enduring Freedom (a guida Usa, ndr)", ha scritto Deiana.

Vero, ma allora che ci stanno a fare? E perché lei ha votato a favore?

Altri 1.200 militari italiani circa si trovano nell'area di Kabul.

Ah.

Il ministero della Difesa precisa comunque che, "premesso che l'uso della forza è consentito nell'ambito dell'esercizio del diritto di legittima difesa, è evidente come la conseguente reazione a fuoco sia stata unicamente finalizzata a proteggere le unità italiane nell'assolvimento dei loro compiti di supporto alle unità militari afghane, con le quali stavano cooperando nell'attività di controllo del territorio".

Scusi, non capisco. Che diamine sta facendo il nostro esercito in Afghanistan? Se non stiamo in guerra, d'accordo che loro possono rispondere al fuoco, ma perché ci sparano, gli afghani? (una mezza idea ce l'avrei).

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categoria:politica, 1984, guerra allerrore
mercoledì, novembre 14, 2007
Ho mal di testa, quindi non riesco a scrivere altre "cose sensate" (Khadi la vede così).
Faccio paura alla gente, pare.
E secondo Debora di Petrolio sono "un bel matto". Probabilmente ha ragione da vendere, lo considero un complimento. Pape ed Uppe faticano a credere che io abbia l'età che ho.

Probabilmente faccio più impressione su questo blog che dal vivo. Sì, devo raccontare per bene dell'UFO (riflettendoci, è probabile che fosse davvero un pallone sonda, ma che ne so). Dico che è un UFO perché non so cosa sia, non perché sia convinto che si trattasse di un'astronave aliena. Spero* che lo fosse, ma non ci credo granchè.
Devo anche raccontare del BIRRA.
Devo anche finire una traduzione, scrivere una tesi di laurea, leggere un sacco di libri e magari sistemare un raccontino, nei ritagli di tempo. In tutto questo, vorrei farci uscire il tempo per fare un po' di palestra, vedere i miei amici e trovare la Principessa Azzurra®.
Quella è la parte più difficile, naturalmente, ma non ci dilunghiamo. Ricordo che si accettano proposte, anche tramite questo blog.
Lo so che storia, islamistica, geopolitica e letteratura NON sono modi per presentarsi come donatore di geni ottimale, o anche solo come partner sessuale desiderabile, ma non ho palchi di corna come i cervi maschi, io. E no, portare corna metaforiche è un rischio che non corro, per il tradimento occore ci sia stata la relazione. Insomma, mi gioco la competizione darwiniana per i favori della femmina coi mezzi che ho.
E se vi interessa, al posto delle mie cazzate, per le competizioni darwiniane sulle femmine c'è sempre questo. E' un lungo discorso serio su un argomento che conosco poco, ma l'ho trovato interessante.
Adesso vado a nanna, così domani provo a fare qualcuna delle cose che devo fare.

* Sugli alieni ci sarebbe da fare un discorso a parte, che magari farò, finite le altre cose da fare. Io spero che una razza extraterrestre potente e saggia venga a tirarci fuori dall'enorme casino che stiamo combinando con questo pianeta. E' altamente improbabile che ciò accada, però io ci spero lo stesso. Se invece sono i cattivi dell'Impero di Vega che arrivano assetati di conquista, mi metto dalla loro parte. Peggio di noi difficile che riescano a fare.
mercoledì, novembre 14, 2007




Questa cosa che vedete (se riesco a postare l'immagine, dovreste vederla) si chiama curva gaussiana (perché l'ha scoperta un tale di nome Gauss) e, nel caso specifico, descrive l'andamento della produzione mondiale del mercurio.
Leggo anche (la fonte è questa, per chi legge l'inglese) che il mercurio a livello produttivo è stato perlopiù sostituito (si usa ancora nei termometri, per dire, ma immagino che non sia indispensabile; esistono molte altre maniere di misurare una temperatura). Adesso, non è che il mercurio sia una risorsa mineraria particolarmente utile o bizzarra.
Tutte le altre risorse non rinnovabili si dovrebbero comportare più o meno così (uranio incluso, miei cari nuclearisti).
Ah, il petrolio è una risorsa mineraria. Vedete un po' voi.

NB: per il petrolio, dovremmo essere suppergiù in cima alla curva. Per dire, la produzione non aumenta dal 2006.
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categoria:1984, fatevi prendere dal panico
giovedì, novembre 08, 2007
UFO
Io non so chi diamine fosse. Ma ieri ho visto un UFO. Magari era un aereo. ma gli aerei non stanno fermi per mezz'ora nello stesso punto variando la loro luminosità, dopo aver attraversato il cielo. Magari era... insomma, non lo so che cavolo era. Ho visto un UFO.
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categoria:fatevi prendere dal panico
giovedì, novembre 08, 2007
Quello che non dice il titolo, lo dice la tag.
Detta in italiano, cazzi acidi. (Certo, potrebbe diminuire. Potrebbe. Come io potrei trovare la felicità, domani, per strada).
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categoria:fatevi prendere dal panico
mercoledì, novembre 07, 2007
Ho approfittato dell'ospitalità di "Voglia di Sinistra" (che non è un blog per onanisti mancini) per raccontare qualcosina su IL Jihad. Come un articolo può cambiare un concetto.
postato da: falecius alle ore 15:44 | Permalink | commenti
categoria:politica, religione, medio oriente, affetti, 1984, anarchy in the uk
mercoledì, novembre 07, 2007
E adesso provate a ripeterlo, che si portava la democrazia nell'ex-URSS...

Allora. Potrei spararmi delle pose come profondo conoscitore dei conflitti del Caucaso.
Cosa che naturalmente non sono, però, ne so più di voialtri, laddove per "voialtri" s'intende "italiano dotato di cultura storico-geografica non specialistica sul mondo ex-sovietico e/o islamico".  Naturalmente non tutti i miei lettori sono "voialtri". Comunque non importa.

Posso dire che l'avevo detto, non su questo blog, che non c'era, ma al bar, sì, e che lo sapevo, come sapevo che andare in Afghanistan era un cazzata, che andare in Iraq era un casino e che Saddam le armi distruzione di massa non ce le aveva e non fiancheggiava al-Qa'ida. Così come l'avevo detto, ai tempi delle rivoluzioni colorate del piffero, che, per quanto potessi tifare contro le corrotte e marce dittature più o meno mascherate che stavano crollando, non è che adesso stava arrivando la democrazia con l'aiuto dell'Occidente. Al massimo stavano arrivando un capitalismo meglio organizzato e più rapace, deciso a fagocitare anche gli ultimi pezzettini di sistema sovietico, ed una ristrutturazione geopolitica più favorevole agli USA e meno alla Russia, che però, notare prego, non ha funzionato, perché la Russia ha reagito e soprattutto ha reagito Karimov, il dittatore uzbeko per nulla disposto a farsi destituire da un qualsiasi colore o fiore, e nel frattempo gli Stati Uniti non potevano giocare troppo duro perché inguaiati, appunto, in Afghanistan, in Iraq, e perfino in Somalia.
Dunque. Non è democrazia contro barbarie asiatica, dispotismo orientale o sarcazzo cosa. E' che la Russia ci tiene, scusate il francese, per le palle con la storia del metano, sapete, quello che vi tiene calde le case d'inverno e che, essendo probabilmente il picco del petrolio raggiunto e superato, tra un po'  farà andare anche la vostra automobile. E quel giorno l'Arabia Saudita conterà un due di briscola, mentre l'Iran continuerà ad essere importante, perché l'Iran ha molte più riserve di gas. La esagero, perché il petrolio continuerà a servire, e parecchio. E il metano servirà soprattutto per attutire l'atterraggio dalla fase discendente della curva di Hubbert, lungo la quale ci avviamo a scivolare. Diciamo che comunque dipenderemo dal metano russo per un tempo sufficiente a permettere a Putin o a chiunque gli succederà  di farci passare parecchi inverni al freddo, se lo infastidiamo ancora con sciocchezze come i diritti umani in Uzbekistan, di cui del resto a noi (s'intenda  "noi" come Rappresentanza Democratica dell'Occidente che Lavora) importa 'na sega, tantopiù che i poveracci che stanno in galera in Uzbekistan sono terroristi.
Cioè, sono persone che pensano che la religione musulmana dovrebbe avere un ruolo nella definizione dello spazio pubblico uzbeko. E' utile notare che nell'Islam, tra le altre cose, ci sono dei generici richiami alla giustizia sociale che probabilmente attitano molto di più le vessate ed impoverite popolazioni dell'Asia Centrale di quanto non facciano i discorsi, a mio avviso abbastanza cosmetici, sul velo.
La Russia e la Cina e gli Stati Uniti stanno giocando a Risiko, o al Grande Gioco, se preferite termini più vittoriani, ed uno dei nostri problemi, nostri di noi come Europa, è lo sgradevole difetto di trovarci tra Stati Uniti e Russia, essere alleati degli Stati Uniti e dipendere per il nostro benessere (che in definitiva è ciò a cui teniamo di più) dalla rusiia, e anche, in modo più sottile, dalla Cina. E di avere quest'idea, o meglio ideologia, che la democrazia è gran figa, purché sia il nostro saggio demos ad avere la crazia, ben indottrinato sulla direzione da dare al proprio destino da i giornali che scrivono in Neolingua.
Perché se il demos palestinese vota il partito sbagliato, la democrazia i riassume nel fatto che gli verrà tagliata l'acqua e la luce, anche i palestinesi pagano la bolletta (sto semplificando in modo grossolano. Sì sto semplificando in modo grossolano).
Se il demos uzbeko chiede che il brutale satrapo che lo affligge si tolga cortesemente dalle scatole, e lui schiaccia nel sangue il demos uzbeko, noi possiamo provare una vaga simpatia per gli uzbeki (ammesso e non concesso che noi, inteso come "voialtri", si sappia cos'è un uzbeko) in quanto la democrazia è figa e lo sappiamo, ma dovremmo ricordarci che, liberi di scegliere, gli uzbeki manderebbero probabilmente al governo un partito islamista. E quindi è meglio per noi che il brutale  starapo continui ad imperversare  a spese del popolo uzbeko in nome della  guerra al terrorismo. 
Insomma, nel 2004, la rivoluzione delle rose, dei tulipani, quella arancione e anche quella dei cedri benché non fosse nello spazio ex-sovietico, erano fuffa. Non perché non ci fossero reali cambiamenti (per quanto si siano rivelati minori di quello che si pensava, tranne che in Georgia) nei sistemi di potere; ed in Kirgyzystan c'è stato apparentemente un piccolo miglioramento negli standard democratici. Non perché non fossero dei movimenti di popoli sinceri, i cui partecipanti volevano onestamente partecipare al destino politico dei rispettivi paesi, nonché al benessere dell'Occidente che li sosteneva.

Ma come ce l'hanno venduta. Le rivoluzioni colorate, dal punto di vista della democrazia e del rinnovamento, sono tutte fallite, e hanno modificato molto meno di quanto apparisse all'inizio l'equilibrio geopolitico a sfavore della Russia. Hanno cambiato del tutto o in parte la classe dirigente (dove ci sono riuscite; in Uzbekistan ed Azerbaican, non l'hanno fatto, perché lì non c'era l'Occidente a sostenere l'opposizione, e gli interessi russi ed occidentali coincidevano nel mantenere lo status quo) ma l'unico vero spostamento è stata la Georgia: da "moderatamente antirussa" a "violentemente antirussa". Il guaio è che questo non l'ha resa di una virgola più democratica, anche se adesso ci piace di più perché è filo-occidentale. Solo che, essendo adesso in preda ad un delirio nazionalistico, ed instabile, può darsi che il "salvatore della Georgia", Saakashvili, che per quanto possa essere filo-occidentale è principalmente un ultra-nazionalista di destra, decida di fare qualche cazzata. Per "qualche cazzata" intendo qualcosa di equivalente alle cose che faceva la Serbia intorno al 1914.
Potrebbe ad esmepio tentare di invadere l'Ossezia del Sud (se vi stavate chiedendo che diavolo di titolo ho messo a questo post, Tskhinvali è la capitale dell'Ossezia del Sud). Probabilmente non lo farà. E' utile ricordare che quest'uomo è stato dipinto dai nostri giornali orwelliani, nel 2004, come il campione della democrazia contro il lugubre tiranno postsovietico Eduard Shevardnadze (che a sua volta era stato descritto così quando aveva cacciato il suo predecessore, il fanatico nazionalista e antisovietico Zviad Gamsakhurdia). Shevardnadze era così antioccidentale da volere la Georgia nella NATO. Solo che Saakashvili ce la vuole di più, e soprattutto vorrebbe riprendersi le due repubbliche ribelli dell'Ossezia e dell'Abkhazia, cosa non facile, essendo le due repubbliche protette dall'esercito russo.
Ora Saakashvili sta facendo quello che faceva Shevardnadze, cioè tenersi stretto al potere (che lì, è quasi sempre di natura para-mafiosa): Ma avrà l'appoggio dell'Occidente. Dunque, stavolta niente rivoluzione floreale, né a colori né in bianco e nero.
La democrazia variabile.
mercoledì, novembre 07, 2007

In una ridente cittadina dell'Occidente-che-Lavora, provincia di Diopatriafamiglia, c'è via Nassirja.

Non sto scherzando. Esiste davvero. Ogni volta che passo per andare a trovare un mio amico, che abita lì a Diochiesapatria, vedo questo cartello. Via Nassirja. La prima volta che l'ho visto, ci messo qualche secondo a capire che si intendeva via Nasiriyya, che è la trascrizione corretta del nome di quella città dell'Oriente-Fanatico-e-Integralista che voi conoscete come Nassiriya, nello Ayatollahkistan. Sinceramente ignoro perché i principali giornali dell'Occidente-che-Lavora abbiano accuratamente evitato di chiedere a qualcuno come si scrive il nome di un posto dove per tre anni ha stazionato qualcosa come un reggimento dell'esercito italiano, scrivendolo tutti, concordemente, sbagliato. Anche se immagino che la doppia S sia giustificata dal fatto che l'Ayatollahkistan è notoriamente abitato da muSSulmani naziSSti, nemici delle libertà dell'Occidente-che-Lavora.

Ma il problema è un altro. A che cazzo pensava il sindaco di Diochiesapatria quando ha intitolato via Nassirja? Voglio dire, via Nassiriya va benissimo. Se non sa come si scrive quel nome l'inviato in Ayatollahkistan, cosa si pretende che ne possa sapere il sindaco di un paese in provincia di Diopatriafamiglia? Ma santa miseria, per scrivere Nassirja ci vuole dell'impegno. Bisogna non comprare un giornale per un po' di mesi, per dire.

In giro per l'Occidente-che-Lavora, potrete trovare diverse piazze e vie intitolate ai Caduti, o addirittura ai Martiri, di Nassiriya. Voglio dire, dato che l'Occidente-che-Lavora intitola piazze e monumenti vie ai Martiri d'Ungheria, che nessun Occidentale-che-Lavora sa più chi cazzo fossero, e ai Caduti di qualsiasi accidente di posto da cui qualcuno sia Caduto, eccetto le impalcature, tutto questo può andare. Ogni popolo onora giustamente i propri morti col dovuto e doveroso rispetto.

Ma in giro per l'Occidente-che-Lavora, che potremmo anche chiamare Italia che sifaccio prima a a scriverlo, in giro per l'Italia, dunque, trovate anche piazze, vie, vicoli e calli intitolate ai posti, anziché ai Martiri, ai Caduti ed ai Beatificati ad Imperitura Gloria, che sono morti di morte violenta in quei posti.

Questi posti, di cui la maggior parte degli italiani ha problemi ad azzeccare il continente, hanno nomi nostalgici come Sciara Sciat, Asmara, Massaua, Tripoli, Bengasi, Amba Alagi. E sopratutto, Adua. Non so quale delirio masochista faccia sì che in tutte le principali città d'Italia esista un via intitolata alla più bruciante e patetica disfatta della storia militare occidentale in Africa, nonché un capolavoro di supponente incompetenza militare, quale fu la battaglia di Adua. Troverete molte “via Adua” in Italia, ma poche “via Caduti, Martiri, Eroi e Santi di Adua”. Con Nassiriya è il contrario, figuriamoci con Nassirja. Non solo hanno sbagliato a scrivere il nome sul cartello stradale, facendo provare a tutta la popolazione alfabetizzata di Diochiesapatria un vago imbarazzo passando da lì, ma hanno anche reso una titolatura dal sapore pienamente coloniale, assegnandola al posto anziché ai Santi, Poeti e Navigatori morti di morte violenta ed inutile nel tale posto. E' interessante notare che le glorie della nostra storia coloniale essendo pochine, la toponomastica celebrativa in merito utilizza i nomi delle sconfitte: ad Amba Alagi, a Dogali, a Sciara Sciat, ad Adua, a Macallè, l'esercito italiano aveva perso. Le poche vittorie coloniali non sono ricordate: “via Forti di Agordat” o “via Coatit” io non le ho mai viste. Altre vittorie coloniali sono fasciste, quindi rimosse; avete mai sentito anche solo accennare ad una battaglia di Mai Ceu? Male: fu il più grosso scontro dell'esercito italiano tra le due guerre mondiali.

Oh, va detto anche che la peggiore sconfitta, pur non essendo fascista, è stata ugualmente rimossa dai nomi delle nostre vie: tutti sapete che ad Adua è successo qualcosa. Nessuno di voi, se non ha fatto indagini specifiche, ha mai sentito nominare Qasr Abu Hadi, e questo benché al Ministero delle Colonie la considerassero una sconfitta peggiore di Adua. Forse, il fatto di precedere di poco Caporetto ha un pochino oscurato la fama del luogo.

Dato che Nasiriyya si trova nell'Oriente-Fanatico-ed-Integralista, difficilmente avrebbe avuto l'onore di dar titolo, storpiata, a delle vie italiane, se degli Italiani non vi fossero Caduti, cioè morti di morte violenta, nell'Adempimento del loro Sacro Dovere di Servire e Difendere la Patria ed i Valori Eterni dell'Occidente che Lavora e della Famiglia. Perchè gli altri posti che danno nomi alle vie, in Italia, si trovano nell'Occidente che Lavora, oppure sono i posti di una bizzarra memoria storica: via Trento e Trieste, via Fiume, via Gorizia... dunque, alla fine, passando per Diochiesapatria, mi rimane un dubbio. Ma Nassirja, è da considerarsi sconfitta coloniale o terra irredenta?



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