Le teocrazie sono in generale dei fenomeni abbastanza rari, negli ultimi tremila anni o giù di lì. La maggior parte dei regimi politici pre-moderni cercava, e normalmente aveva, una legittimazione religiosa, in base a principi variabili. Poteva trattarsi dell’idea europea della monarchia di diritto divino, sviluppata in ambienti luterani ma rapidamente adottata anche dai cattolici, di quella cinese del Mandato Celeste o di quella musulmana sunnita, secondo cui il governante era legittimo in quanto esecutore della Legge Divina e difensore dei suoi credenti. Per gli sciiti la legittimità era basata sull’ascendenza da Ali, ma nel corso del tempo la faccenda si complica parecchio, soprattutto a causa delle scissioni interne allo sciismo. Per gli sciiti detti “imamiti” l’ultimo governante legittimo è scomparso nel nono secolo, e quindi noi vivremmo in una specie di interregno in cui qualsiasi potere politico è un’usurpazione; i dotti ed i sapienti della Legge avrebbero il compito di guidare i credenti all’obbedienza della Legge anche in assenza di un’autorità a cui si possa obbedire, il che ha portato alla recente elaborazione da parte dell’ayatollah Khomeyni del Velayat-e Faqih, su cui si fonda l’attuale regime politico dell’Iran. Semplificando, l’idea è che, essendo comunque il potere politico necessario, sono coloro che conoscono la legge sacra a doverlo detenere, o meglio custodire, al meglio delle loro capacità, fino al ritorno del suo detentore legittimo, l’Imam (che sarebbe occultato, probabilmente in una dimensione ultraterrena). Il sistema permette un discreto grado di partecipazione popolare alla gestione del potere (i votanti iraniani, a differenza di quelli di quasi tutti i paesi arabi o del Pakistan, dispongono di una scelta reale tra i candidati, che se eletti esercitano un potere reale, anche se con grossi limiti) ma in sostanza legittima qualcosa che altrimenti la tradizione musulmana, e specialmente quella sciita, ha normalmente evitato: la gestione diretta del potere da parte dei religiosi.
Naturalmente, Khomeyni, nel proporre le sue idee, si è fondato su una tradizione pre-esistente; ha cioè interpretato testi precedenti impiegandone le potenzialità in quella direzione, che prima non era stata esplorata. E’ importante notare che, fin quando lo sciismo imamita fu ovunque una minoranza, esso rifiutò il più possibile ogni collusione col potere; ma nel Cinquecento una dinastia sciita, i Safavidi, prese il potere in Iran e lo trasformò in una terra a maggioranza sciita il che obbligava a vedere la questione in un’altra maniera, e il potere safavide fu ritenuto accettabile (ottenne una sanzione religiosa) in assenza dell’Imam, a condizione che rispettasse la shari’a, garantisse la sicurezza e proteggesse i sudditi.
Ho scritto, non a caso “rispettasse” e non “facesse rispettare”; nell’Islam, il concetto di un sovrano assoluto, ed in particolare legibus solutus, come in Europa non è mai esistito, alla faccia delle teorie sciocche sul “dispotismo orientale”. Alcuni sovrani, come l’Aghlabide Ibrahim II qui in Tunisia, che completò la conquista araba della Sicilia, tentarono di affermare tale potere assoluto; incontrarono una resistenza insormontabile e fallirono, come hanno fallito i partiti unici moderni.
Lo Stato antico e medievale era in genere una macchina che aveva in input l’esattore delle tasse ed in output il soldato, assorbendo una parte del gettito per quelle che potremmo chiamare “spese di gestione”: il lubrificante, ovvero legge, ordine e ideologia, e ovviamente la centralina di comando e controllo, ovvero la classe dirigente, che andava mantenuta, e anche bene.
All’interno di questo schema estremamente ampio, esistono naturalmente innumerevoli varianti, ed anche delle eccezioni: l’esercito poteva essere professionale o di leva, il regime repubblicano o monarchico, le tasse sul commercio o sul raccolto, il meccanismo distributivo poteva avere priorità diverse; ma come tendenza di massima tendeva a togliere ai poveri per dare ai ricchi ( più esattamente, per rendere ricca la classe dirigente), a togliere alle campagne per dare alle città, a togliere alle periferie e dare al centro (normalmente la capitale). Le tasse potevano essere tributi pagati da Stati vassalli, dazi doganali, imposte fondiarie, percentuali su certe transazioni in denaro o in natura, pedaggi, imposte sulle più svariate cose, tipo i matrimoni (il famigerato ius primae noctis era una tassa sul matrimonio; veniva pagata in natura, ma normalmente non tramite prestazioni sessuali, anche se immagino che qualche signorotto ne abbia approfittato) o puro e semplice bottino. In effetti, lo Stato in un certo senso non produceva l’esercito se non per mantenere ed estendere la sua capacità di riscuotere imposte dai sudditi o razziare i nemici, e tutto l’affare finiva col mordersi la coda.
Ad esempio Roma funzionava sfruttando (vale a dire, rapinando) sistematicamente le province a vantaggio dapprima della sola Roma, poi di tutta l’Italia; durante la tarda repubblica le province non erano altro che territori occupati che le legioni sottoponevano ad ogni sorta di estorsione ed angheria, da cui proconsoli e propretori tornavano immensamente arricchiti.
Lo stesso accadde con la Compagnia delle Indie all’inizio del suo dominio sul Bengala, che nacque come concessione dell’appalto per la riscossione delle tasse: il sistema, che lasciava la responsabilità dell’esercizio del potere al sovrano locale sottraendogliene i mezzi, venne definito da qualcuno il peggior regime politico mai esistito: in effetti, si trattava di una rapina legalizzata su vasta scala, condotta con metodi brutali. Vale la pena di ricordare che nel 1756 il Bengala era una delle regioni più prospere dell’India e sul punto di far decollare un proprio sviluppo industriale basato sul tessile, come l’Inghilterra; adesso il Bangladesh è uno dei paesi più poveri del mondo.
Naturalmente uno Stato era avvantaggiato se non aveva bisogno di compiere, come la Roma repubblicana e l’Assiria in certe fasi, razzie annuali ai danni dei vicini per mantenersi, perché una campagna militare, anche solo per riscuotere un tributo, costa; e quindi se i suoi sudditi erano disposti a pagare le imposte, in cambio evidentemente di qualcosa, tanto meglio.
Questo qualcosa era in genere la sicurezza, espressa dal fatto che una volta pagata una certa quota all’esattore statale, si poteva essere ragionevolmente certi di fruire del resto; in altri termini, i sudditi tassabili pagavano il pizzo, e gli Stati, prima della socialdemocrazia e dell’imposta progressiva sul reddito, possono essere visti come organizzazioni criminali del racket particolarmente riuscite. Se non era la sicurezza, poteva essere la possibilità di far bottino a spese altrui, come nel caso di Roma e del devshirme ottomano, e l’imposta era pagata col servizio militare. Se non vuoi pagare il pizzo puoi sempre fare il picciotto, ma in definitiva il re era il capo di della cosca criminale più grossa e meglio organizzata delle altre.
Poi dite che uno diventa anarchico.
Uno Stato saggio inoltre, se aveva delle eccedenze, cercava di far sì che i suoi sudditi producessero di più e quindi stessero meglio, aumentando la loro solvibilità e riducendo il loro malcontento: quindi, investiva in “ricerca e sviluppo” come un’impresa, e i risultati degli investimenti sono le opere pubbliche tipo strade, ponti, porti e canali per l’irrigazione o la navigazione; questi investimenti erano fatti in vista di un ritorno in termini di gettito fiscale investito, naturalmente.
Comunque una certa, come dire, ritrosia al pagamento delle imposte c’era sempre e c’è ancora: non è che i commercianti a Napoli siano felici di pagare il pizzo, di solito (per non parlare delle tasse, visto che nel caso specifico lo Stato non offre la sicurezza). Per risolvere il problema, lo stato disponeva di un terzo apparato lubrificante della macchina: l’ideologia, il meccanismo di coesione di gruppo.
Questo non occorreva, di solito, per le spoliazioni di province o i tributi dei nemici sconfitti, né per accaparrarsi il frutto del lavoro schiavile: in quei casi, il potere persuasivo della forza bruta in genere bastava. Ma se si voleva ottenere qualcosa dall’interno, normalmente si cercava di dargli un giustificazione un po’ meno rozza di “se non consegni un terzo del raccolto, ti faccio un c**o così”, ricorrendo ad argomenti religiosi, o diffondendo l’ostilità contro qualcun altro da saccheggiare. Accadeva quindi che si chiedesse quindi un contributo (in uomini, materie prime o denaro, a seconda delle circostanze) per combattere il nemico (e, solitamente, appropriarsi del bottino). La cosa avveniva in regime di reciprocità, il rendeva l’operazione più semplice: se non pagavi 10 al tuo re per tenere lontani i Sarkazziani, sapevi che rischiavi di farti estorcere 50 dall’esercito Sarkazziano. Naturalmente tu preferivi dare 10 per fare la stessa cosa ai Sarkazziani.
E’ probabile che esistano italiani convinti che se non pagano le tasse per tenere le nostre truppe a fare nonsisabeneché in Afghanistan, probabilmente gli Afghani o qualche altro popolo Turko e MuSSulmano verrà a pisciare nelle nostre chiese e stuprare le nostre donne, e rubarci la nostra ricchezza e libertà; e di sicuro Bush ha espresso diverse volte dei concetti di questo tipo per giustificare… bhè, comunque si chiami qualsiasi diamine di cosa stiano a fare le truppe americane in Iraq (occupazione? D’accordo, ma l’occupazione di solito implica il controllo del territorio, e comunque un esercito occupante serio dovrebbe almeno di degnarsi di mantenere la sicurezza nella zona occupata; se non altro perché il taglieggio delle province conquistate è più semplice quando non ci sono gruppi di “briganti” concorrenti).
Altro esempio, così vi ritiro fuori l’amico Annibale: la repubblica romana riscuoteva tributi dalle province; invece di pagare le tasse, i cittadini e gli Italici fornivano la propria vita nelle legioni, persuasi da una forza ideologica complessa che conteneva elementi religiosi, civici e di prestigio, uniti a una certa dose di “identità italica” in formazione e nel caso degli Italici, di costrizione. Questa forza funzionava bene solamente finché le guerre erano vinte, e quindi la coesione garantiva vantaggi materiali: il bottino e la sicurezza che gli “altri”, Galli, Greci o Cartaginesi, non avrebbero tentato di “riscuotere” razziando l’Italia. Il meccanismo entrò in crisi dopo Canne, ma se gli Italici in parte si ribellarono, i cittadini romani, uniti dall’ideologia religiosa di Giove Capitolino e dal concetto laico di onore, continuarono ad arruolarsi nelle legioni.
Alla fine, il problema di Annibale fu che gli Italici che si unirono a lui lo fecero per non pagare il “tributo di sangue” cioè il servizio di leva, a Roma, e ora non erano disposti a pagarlo per lui; quindi Roma poteva rimpiazzare le perdite a lungo termine mentre Annibale restava isolato: e quando fu costretto a razziare l’Italia per mantenere il suo esercito, l’esito della guerra fu deciso.
Tutta questa digressione mi serve a chiarire che lo Stato è essenzialmente un grosso parassita che si nutre delle tasse dei sudditi e le impiega per averne di più, cosa questa che può anche andare a beneficio dei sudditi, ma non necessariamente.