venerdì, agosto 31, 2007
Nella cultura europea esiste una cosa che si chiama esotismo. Ha cominciato a diventare importante quando, alla fine del Settecento, l’Europa cominciò ad impegnarsi seriamente, negli intervalli tra le sue faide interne o contemporaneamente, nella conquista sistematica e nell’asservimento politico ed economico del resto del pianeta, distruggendo parecchie società umane ed animali lungo il cammino. Avete mai visto un tasmaniano? No, di sicuro. L’ultima è morta più di cento anni fa.
Mentre distruggevano, asservivano e poi costruivano secondo le loro esigenze che so, ad esempio, gli Stati Uniti d’America, per fare proprio un esempio a caso, o Novosibirsk, per fare un esempio per non far dire che sono antiamericano, o la città nuova di Tunisi, per fare un esempio di qualcosa che vedo tutti i giorni, insomma, mentre gli europei dei secoli scorsi facevano le loro cose, si interessavano anche alla gente che avevano sottomesso o che avevano intenzione di sottomettere o che comunque ritenevano utile conoscere in vista di una possibile sottomissione/sfruttamento/relazione profittevole di qualche tipo.
Va detto che, dal punto di vista delle classi agiate europee, la conquista del mondo appariva come un’eroica ed appassionante avventura. Certo, non erano loro a fare il lavoro sporco, per cui potevano pensare che i banditi della Compagnia delle Indie che stavano saccheggiando il Bengala fossero degli eroi.
L’esempio più alto ed illuminante è dato naturalmente da Rudyard Kipling, che del resto io considero uno dei più grandi autori inglesi, e che ha il grande pregio di sapere perfettamente di che cosa sta parlando e di ritenerlo pienamente giusto e legittimo.
Ad ogni modo si deve a questo complesso di circostanze se nel secolo scorso, Laura Veccia Vaglieri ha deciso di scrivere una grammatica prescrittiva della lingua araba letteraria che doveva servire ai funzionari italiani in Libia. Non se ne fece nulla, perché la battaglia di El-Alamein fu combattuta poco dopo e la Libia fu occupata dagli inglesi. Ma adesso, io posso studiare su quel libro. Nel frattempo, una gran quantità di artisti, scrittori, intellettuali europei in genere si interessava a usi e costumi e pensieri e stranezze (per loro) dei popoli conquistati o conquistabili. In particolare, erano colpiti dalle stranezze, o comunque dalle cose che loro facevano e gli europei no, o non più.
Per quanto riguarda l’area arabo-islamica, una cosa che affascinava molto gli europei (maschi) era il modo in cui arabi, persiani e turchi (maschi) trattavano le loro donne. E’ utile sottolineare che l’interesse era reciproco. L’”Oriente” arabo-islamico era tutt’altro che una massa passiva che guardava imperturbabile la conquista occidentale del mondo. Molti intellettuali arabi guardavano con interesse ai rapporti di genere in Europa, e alcuni ritenevano che fosse una buona idea prenderli, del tutto o in parte, a modello. Il che, entro certi limiti, accadde e continua ad accadere: spesso l’autista del mio autobus, qui a Tunisi, è una donna.
Gli europei erano, e soprattutto, sono, particolarmente interessati a due aspetti, molto evidenti ma non necessariamente i più importanti, della questione: l’harem ed il velo.
Dal momento che gli harem in senso tradizionale sono (e sono sempre stati) una realtà limitata nello spazio e nel tempo ad una ristretta elite, e hanno molta più importanza nell’immaginario europeo che nella realtà arabo-islamica*, parlerò del velo.
Il velo evoca un sacco di cose, e le evoca essenzialmente perché la donna europea media normalmente non lo porta (le suore non sono “donne europee medie”). Per molti europei, il fondamentalismo islamico si riassume in “quelli vogliono imporre il velo alle donne”, cosa che in alcuni casi è vera, ma non è tra gli scopi principali di nessun gruppo, partito o movimento islamista di cui abbia notizia. E’ un problema capitale quasi solo per gli occidentali, e lo è per la sua valenza estetica e simbolica. Cioè perché simboleggia una alternativa estetica al modello occidentale, e perché evoca stranezza, lontananza, “il mondo fatato delle Mille e una Notte” e si accompagna bene a deserto, cammelli, tende e un sacco di altre cose marginali nelle reali società arabo-islamiche ma centrali nell’immaginario popolare europeo su di loro. Esotismo, appunto.

* In alcuni casi gli harem dei sultani o dei visir erano il teatro di intrighi e scontri politici. E’ ben nota l’influenza di mogli e regine madri su alcuni sultani ottomani. Ma non ne so molto e comunque vale quello che dico per il velo.
mercoledì, agosto 29, 2007
Mi dicono che è nata una nuova agenzia di stampa che segue notizie sul Medio Oriente e la stampa araba.
postato da: falecius alle ore 16:49 | Permalink | commenti
categoria:medio oriente, informazione
mercoledì, agosto 29, 2007

Nel Corano sono contenuti un serie di precetti, alcuni dei quali sono di natura legislativa, definiscono cioè le pene per certi crimini, o il modo di gestire determinati conflitti, o ancora vietano certi comportamenti (come il prestito ad interesse ed il consumo di bevande fermentate) o ne permettono altri. Non si tratta, nell’insieme, di qualcosa che possa regolare da solo e per intero la vita sociale e politica di una grande comunità urbana, e rurale, nemmeno nel settimo secolo.

Naturalmente, c’erano dei rimedi: dove il Corano taceva, o non diceva abbastanza, si poteva ricorrere alla tradizioni consuetudinarie locali, ad istituti giuridici diversi, e naturalmente alla Sunna, cioè alla tradizione dei detti e delle azioni del Profeta e dei suoi compagni, che rappresentavano un modello di comportamento autorevole, e quindi una fonte d’imitazione.

Ma soprattutto, si ricorreva all’elaborazione, partendo dai precetti coranici, di un corpus complessivo, attraverso uno sforzo interpretativo (ijtihad) che aveva due metodi fondamentali: l’analogia (ad esempio, il Corano vieta il consumo di alcolici fermentati: partendo dall’assunto che il problema risieda nell’alcol, e non nel processo di fermentazione, il divieto è stato esteso da quasi tutte le scuole anche agli alcolici distillati, benché mi pare di ricordare che esistano gruppi che li ammettono) e il consenso della comunità, intesa perlopiù come studiosi in grado di dare un parere competente. Inoltre sono ammessi, ma non da tutte le scuole, metodi sussidiari: il principio di “bene comune”,  il ricorso alla consuetudine e l’opinione personale delle persone qualificate.

Comunque sia, l’Ijtihad, condotto da migliaia di studiosi per svariate generazioni, non ha condotto alla stesura del “Manuale del musulmano e dello Stato Islamico” o a un “Corpus Iuris” sorretto dal consenso generale di una maggioranza di studiosi autorevoli. Ha prodotto una quantità di testi ritenuti autorevoli, più o meno a seconda delle scuole, e, nel mondo sunnita, quattro diverse tradizioni giuridiche (madhhab, letteralmente “direzione”, di solito reso con “scuola giuridica” o, impropriamente, “rito”) tutte ritenute valide ed ortodosse. Oggi la distinzione tra i madhhab tradizionali, sembra stare sfumando di fronte all’emergere di nuove correnti di pensiero come il salafismo e il cosiddetto riformismo islamico, entrambi fenomeni abbastanza variegati, ma questi non sono riconosciute come scuole canoniche. Tutto questo prodotto si chiama Shari’a (letteralmente, “strada”, “via”).

Va comunque sottolineato il fatto che il sistema giuridico islamico tradizionale, in quanto tale, esiste forse ancora in Arabia Saudita ( e non ne sono sicuro ): in tutti gli altri paesi è stato sostituito da forme basate su quelle degli Stati nazionali europei (codici di leggi organizzati in articoli, tribunali, in alcuni paesi giurie) anche se i contenuti dei codici civili possono essere quelli della Shari’a per una parte più o meno grande.

 

Tra le questioni che suscitarono l’interesse dei giuristi musulmani c’erano ovviamente quelle fiscali.

Essi definirono intanto che il Tesoro statale apparteneva il linea di principio alla comunità; il potere esecutivo ne era l’amministratore ed in teoria era chiamato a renderne conto, a Dio e agli uomini: di fatto però un organismo rappresentativo dei musulmani che esercitasse il controllo sull’esecutivo e su come impiegasse il denaro pubblico non è esistito in nessuno stato musulmano pre-moderno di mia conoscenza. Questo ruolo poteva in qualche caso essere esercitato dai dottori della Legge, gli ulama’ che elaboravano il diritto e tra cui lo Stato nominava i qadi; costoro fungevano in qualche maniera da coscienza morale del governo, ma questa funzione non fu mai istituzionalizzata, e rifiutando un ruolo politico vero e proprio, rinunciarono alla possibilità di istituire un embrione di parlamento che controllasse la monarchia.

 

La shari’a stabiliva anche i tipi di tassazione permessi; nell’Islam, la proprietà privata è ammessa e tutelata e l’idea di fondo è che non si può privare qualcuno arbitrariamente dei suoi averi. In generale, c’erano un tributo pro capite versato dai non musulmani residenti (per la cronaca, a quanto ne so non esiste più da nessuna parte da vari decenni, e non sono al corrente di proposte serie di reintrodurlo in nessun paese), una decima fondiaria, un’imposta per scopi religiosi e di assistenza sociale che poteva variare a seconda delle disponibilità del contribuente (la zakat, uno dei principali obblighi religiosi di ogni musulmano, che era una vera e propria tassa, ma a volte era gestita direttamente dagli ulama’, che così disponevano di una certa autonomia economica dallo stato) e una tassa di un quinto sui bottini di guerre e razzie, (e quindi anche sui riscatti per i prigionieri, che altrimenti diventavano schiavi). Almeno, mi pare fossero queste, ma non ho modo di controllare. Non si trova mai un manuale di diritto musulmano a portata di mano, quando ne hai bisogno.

 

All’epoca delle conquiste la maggior parte della popolazione dell’Impero Arabo era non musulmana, e le imposte che pagava erano la fonte maggiore di gettito; ma con l’islamizzazione (che fu rapida anche perché presentava vantaggi fiscali, e fu per questo scoraggiata dai primi califfi, creando un sistema di disuguaglianza giuridica tra neo-convertiti e musulmani arabi conquistatori, non fondata dal punto di vista religioso e in seguito scomparsa) le cose cambiarono. Gli stati musulmani cominciarono a imporre tasse non previste dalla legge religiosa, emanando direttive amministrative in tal senso (la shari’a non contempla aspetti come i regolamenti amministrativi, che rimasero sempre di competenza dei poteri esecutivi).

Un po’ come in Italia, dove la Costituzione dice che la legge è uguale per tutti e non ci sono discriminazioni basate su sesso razza ecc. ecc. e poi arriva un ministro qualsiasi e fa una stupida circolare applicativa dell’articolo due milioni e seicentoquarantovemilasettecentoventuno quater della legge 5362829023 del 311 avanti Cristo, ed ecco che all’improvviso non c’è nessun problema se un cittadino italiano di origine negra (non staremo mica a sottilizzare su quale sia la sua tribù di bingo-bongo, neh?)  è rapito e torturato dalla CIA (che sarebbe, noto, il servizio segreto di un alleato) senza che la nostra ambasciata si degni di informarsi se per caso è ancora vivo.

A questo punto uno si domanda, se gli alleati sono così, cosa cazzo ci faranno i nemici (chiunque essi siano. Ah, sì, i Turki). C’è da preoccuparsi.

mercoledì, agosto 29, 2007
La differenza tra una religione e un’ideologia religiosa potrebbe essere espressa così: una religione, in linea di massima, tende a tutelare dall’oppressione, se non altro perché chiede agli oppressori un comportamento morale; un’ideologia religiosa generalmente legittima un potere, o una richiesta di potere. E naturalmente un’ideologia religiosa ha necessariamente una dimensione pubblica, che in alcuni casi la religione in senso stretto non ha. In altre parole, se alcune religioni esprimono una coesione di gruppo, altre, possono essere completamente private. Un’ideologia religiosa deve operare nello spazio pubblico.*
La distinzione presenta una quantità di sfumature, dato che esistono ideologie religiose d’opposizione, di cui la più conosciuta ed importante oggi è il fondamentalismo islamico sunnita.
Comunque, mi sembra una ipotesi di lavoro accettabile.
Per fare un esempio, potrei richiamare la differenza tra lo sciismo minoritario, messianico, e spesso socialmente rivoluzionario nei primi secoli dell’Islam, e quello, maggioritario, quietista, socialmente conservatore e legato ad un’identità nazionale e statale, nel periodo safavide (lo sciismo attuale, con l’entrata in scena del khomeinismo, combina aspetti dell’uno e dell’altro; è indubbiamente l’ideologia religiosa del regime iraniano e di alcuni importanti movimenti in Iraq e Libano; ma è piuttosto progressivo dal punto di vista sociale, specie in Libano).
Ideologia religiosa è dunque la religione antica (olimpica), instrumentum regni secondo Machiavelli, ma anche, in un contesto completamente diverso, il culto della personalità di Stalin.
Detto questo, andiamo a vedere cosa succede all’Islam.
Il fatto che Gesù abbia detto “Date a Cesare quel che è di Cesare” (chissà perché, ma non si cita mai la seconda parte della frase, probabilmente più importante: “e a Dio quel che è di Dio”) può essere un punto di partenza per capire una distinzione importante tra il Cristianesimo, religione del Sacramento e della Chiesa, e l’Islam, religione della Parola e della Legge.
Ma non basta, e in effetti le cose sono enormemente più complesse: basti notare che la Chiesa ha avanzato a lungo pretese teocratiche (la dottrina del Sole e della Luna), cosa non mi risulta mai avvenuta in modo netto nel mondo musulmano prima di Khomeyni.
Dunque nell’Islam centrale pre-moderno abbiamo un potere politico che è:
Essenzialmente un potere esecutivo  e militare il cui problema principale è riscuotere le tasse
Un potere limitato da vincoli religiosi in campo legislativo e giudiziario
Un potere separato da quello religioso
Un potere legittimato da quello religioso finché ne rispetta i vincoli
Nella stragrande maggioranza dei casi, questo potere era detenuto da un individuo (normalmente chiamato sultan, termine che in origine indicava in astratto l’autorità politica esecutiva, o amir, “colui che dà gli ordini”) attorniato da un corte di consiglieri, ministri, generali e funzionari che si occupavano dell’amministrazione, il cui potere reale variava, ma con i quali il sultano era invitato a consultarsi dalla consuetudine e dalla religione stessa.
Di questo apparato di potere facevano parte anche degli uomini di religione, in particolare quelli che venivano nominati giudici (qadi); ma a parte il conferimento della carica, solitamente l’esecutivo non aveva il controllo sul giudiziario, ed i qadi disponevano normalmente di una discreta autonomia.
Tuttavia, i dottori della Legge in genere, che come corpo collettivo disponevano, in un certo senso, del potere legislativo, diffidavano della Corte e ne vivevano al di fuori; alcuni dei più celebri sapienti furono lodati per aver rifiutato la carica di qadi.
Oggi consideriamo che uno Stato abbia tra i suoi compiti principali quello di fare le leggi ed applicarle: ma nel passato islamico non era così, perché le leggi in teoria erano già nel Corano e nella Sunna, e la loro applicazione spettava sì allo Stato ma specialmente alla comunità. Il compito principale della macchina statale, era ad assicurare la difesa e procurarsi le risorse per farlo, rispettando la Legge divina, o meglio, il sistema legale elaborato da generazioni di dotti, attraverso i commentari, le fatwe (pareri; il termine nell’italiano giornalistico attuale ha assunto una spiacevole connotazione negativa, ma si tratta semplicemente di una specie di sentenza personale, o parere autorevole, che un giurista emette su una questione specifica) e la giurisprudenza (cioè le sentenze dei Qadi, mai vincolanti per casi diversi). Questo sistema legale si chiama Shari’a, e dato che le opinioni di dotto autorevoli sono diverse e la pluralità in materia è stata spesso accettata, non rappresenta un corpus completamente coerente ed unitario comune a tutto l’Islam, come sono ad esempio i codici di diritto romano.
In teoria era ammesso ribellarsi ad un potere esecutivo che violasse la Shari’a, ma dato che la ribellione poteva produrre la fitna, cioè l’anarchia e la discordia nella comunità, in generale si preferiva un cattivo governo a nessun tipo di governo.
Questo era ovviamente il punto di vista dei dotti, che appartenevano alla classe alta urbana ed in parte dipendevano per il proprio sostentamento dal governo (cioè dal meccanismo di redistribuzione delle tasse pagate sui raccolti ed il commercio), cui fornivano quindi, in cambio, l’ideologia religiosa di legittimazione.

* La cosa è significativa in alcune società, perché può comportare una religiosità divisa per generi: ho notato spesso come nelle donne il sentimento religioso sia vissuto in una dimensione più privata e personale, ma anche più intensa.
lunedì, agosto 27, 2007
Se avessi saputo prima, che basta essere linkati tra i blogger canaglia o tra i Pericoli per l'Occidente di Miguel, per avere un pied-à-terre gratis a Tunisi... ;)
Stavolta ve lo dico subito: le mie prossime  mete, in cui tenere adunate sediziose e terroriste, potrebbero essere: Algeria, Armenia, Iran, Libano, Siria e Turchia. Cosi' Hasnaa Malik della IADL si organizza :)))

Intanto ringrazio Metoikos per la splendida serata e Saidatun per l'esilarante videoconferenza.

E mi raccomando, voialtri divertitevi, finché avete tempo. Sto per tornare in Italia, e ho intenzione di radere al suolo e saccheggiare un paio di città secondo l'uso dei beduini hilaliani mussulmani ed arabbi dell'undicesimo secolo. Da solo, e a mani nude.


Nota per poliziotti, magistrati ed agenti della CIA: non vi ritengo stupidi, ma a scanso d'equivoci, ho creato la tag "satira".

 
lunedì, agosto 27, 2007

Le teocrazie sono in generale dei fenomeni abbastanza rari, negli ultimi tremila anni o giù di lì. La maggior parte dei regimi politici pre-moderni cercava, e normalmente aveva, una legittimazione religiosa, in base a principi variabili. Poteva trattarsi dell’idea europea della monarchia di diritto divino, sviluppata in ambienti luterani ma rapidamente adottata anche dai cattolici, di quella cinese del Mandato Celeste o di quella musulmana sunnita, secondo cui il governante era legittimo in quanto esecutore della Legge Divina e difensore dei suoi credenti. Per gli sciiti la legittimità era basata sull’ascendenza da Ali, ma nel corso del tempo la faccenda si complica parecchio, soprattutto a causa delle scissioni interne allo sciismo. Per gli sciiti detti “imamiti” l’ultimo governante legittimo è scomparso nel nono secolo, e quindi noi vivremmo in una specie di interregno in cui qualsiasi potere politico è un’usurpazione; i dotti ed i sapienti della Legge avrebbero il compito di guidare i credenti all’obbedienza della Legge anche in assenza di un’autorità a cui si possa obbedire, il che ha portato alla recente elaborazione da parte dell’ayatollah Khomeyni del Velayat-e Faqih, su cui si fonda l’attuale regime politico dell’Iran. Semplificando, l’idea è che, essendo comunque il potere politico necessario, sono coloro che conoscono la legge sacra a doverlo detenere, o meglio custodire, al meglio delle loro capacità, fino al ritorno del suo detentore legittimo, l’Imam (che sarebbe occultato, probabilmente in una dimensione ultraterrena). Il sistema permette un discreto grado di partecipazione popolare alla gestione del potere (i votanti iraniani, a differenza di quelli di quasi tutti i paesi arabi o del Pakistan, dispongono di una scelta reale tra i candidati, che se eletti esercitano un potere reale, anche se con grossi limiti) ma in sostanza legittima qualcosa che altrimenti la tradizione musulmana, e specialmente quella sciita, ha normalmente evitato: la gestione diretta del potere da parte dei religiosi.

Naturalmente, Khomeyni, nel proporre le sue idee, si è fondato su una tradizione pre-esistente; ha cioè interpretato testi precedenti impiegandone le potenzialità in quella direzione, che prima non era stata esplorata. E’ importante notare che, fin quando lo sciismo imamita fu ovunque una minoranza, esso rifiutò il più possibile ogni collusione col potere; ma nel Cinquecento una dinastia sciita, i Safavidi, prese il potere in Iran e lo trasformò in una terra a maggioranza sciita il che obbligava a vedere la questione in un’altra maniera, e il potere safavide fu ritenuto accettabile (ottenne una sanzione religiosa) in assenza dell’Imam, a condizione che rispettasse la shari’a, garantisse la sicurezza e proteggesse i sudditi.

 

Ho scritto, non a caso “rispettasse” e non “facesse rispettare”; nell’Islam, il concetto di un sovrano assoluto, ed in particolare legibus solutus, come in Europa non è mai esistito, alla faccia delle teorie sciocche sul “dispotismo orientale”. Alcuni sovrani, come l’Aghlabide Ibrahim II qui in Tunisia, che completò la conquista araba della Sicilia, tentarono di affermare tale potere assoluto; incontrarono una resistenza insormontabile e fallirono, come hanno fallito i partiti unici moderni.

 

Lo Stato antico e medievale era in genere una macchina che aveva in input l’esattore delle tasse ed in output il soldato, assorbendo una parte del gettito per quelle che potremmo chiamare “spese di gestione”: il lubrificante, ovvero legge, ordine e ideologia, e ovviamente la centralina di comando e controllo, ovvero la classe dirigente, che andava mantenuta, e anche bene.

All’interno di questo schema estremamente ampio, esistono naturalmente innumerevoli varianti, ed anche delle eccezioni: l’esercito poteva essere professionale o di leva, il regime repubblicano o monarchico, le tasse sul commercio o sul raccolto, il meccanismo distributivo poteva avere priorità diverse; ma come tendenza di massima tendeva a togliere ai poveri per dare ai ricchi ( più esattamente, per rendere ricca la classe dirigente), a togliere alle campagne per dare alle città, a togliere alle periferie e dare al centro (normalmente la capitale). Le tasse potevano essere tributi pagati da Stati vassalli, dazi doganali, imposte fondiarie, percentuali su certe transazioni in denaro o in natura, pedaggi, imposte sulle più svariate cose, tipo i matrimoni (il famigerato ius primae noctis era una tassa sul matrimonio; veniva pagata in natura, ma normalmente non tramite prestazioni sessuali, anche se immagino che qualche signorotto ne abbia approfittato) o puro e semplice bottino. In effetti, lo Stato in un certo senso non produceva l’esercito se non per mantenere ed estendere la sua capacità di riscuotere imposte dai sudditi o razziare i nemici, e tutto l’affare finiva col mordersi la coda.

Ad esempio Roma funzionava sfruttando (vale a dire, rapinando) sistematicamente le province a vantaggio dapprima della sola Roma, poi di tutta l’Italia; durante la tarda repubblica le province non erano altro che territori occupati che le legioni sottoponevano ad ogni sorta di estorsione ed angheria, da cui proconsoli e propretori tornavano immensamente arricchiti.

Lo stesso accadde con la Compagnia delle Indie all’inizio del suo dominio sul Bengala, che nacque come concessione dell’appalto per la riscossione delle tasse: il sistema, che lasciava la responsabilità dell’esercizio del potere al sovrano locale sottraendogliene i mezzi, venne definito da qualcuno il peggior regime politico mai esistito: in effetti, si trattava di una rapina legalizzata su vasta scala, condotta con metodi brutali. Vale la pena di ricordare che nel 1756 il Bengala era una delle regioni più prospere dell’India e sul punto di far decollare un proprio sviluppo industriale basato sul tessile, come l’Inghilterra; adesso il Bangladesh è uno dei paesi più poveri del mondo.

 

Naturalmente uno Stato era avvantaggiato se non aveva bisogno di compiere, come la Roma repubblicana e l’Assiria in certe fasi, razzie annuali ai danni dei vicini per mantenersi, perché una campagna militare, anche solo per riscuotere un tributo, costa; e quindi se i suoi sudditi erano disposti a pagare le imposte, in cambio evidentemente di qualcosa, tanto meglio.

Questo qualcosa era in genere la sicurezza, espressa dal fatto che una volta pagata una certa quota all’esattore statale, si poteva essere ragionevolmente certi di fruire del resto; in altri termini, i sudditi tassabili pagavano il pizzo, e gli Stati, prima della socialdemocrazia e dell’imposta progressiva sul reddito, possono essere  visti come organizzazioni criminali del racket particolarmente riuscite. Se non era la sicurezza, poteva essere la possibilità di far bottino a spese altrui, come nel caso di Roma e del devshirme ottomano, e l’imposta era pagata col servizio militare. Se non vuoi pagare il pizzo puoi sempre fare il picciotto, ma in definitiva il re era il capo di della cosca criminale più grossa e meglio organizzata delle altre.

Poi dite che uno diventa anarchico.

 

Uno Stato saggio inoltre, se aveva delle eccedenze, cercava di far sì che i suoi sudditi producessero di più e quindi stessero meglio, aumentando la loro solvibilità e riducendo il loro malcontento: quindi, investiva in “ricerca e sviluppo” come un’impresa, e i risultati degli investimenti sono le opere pubbliche tipo strade, ponti, porti e canali per l’irrigazione o la navigazione; questi investimenti erano fatti in vista di un ritorno in termini di gettito fiscale investito, naturalmente.

Comunque una certa, come dire, ritrosia al pagamento delle imposte c’era sempre e c’è ancora: non è che i commercianti a Napoli siano felici di pagare il pizzo, di solito (per non parlare delle tasse, visto che nel caso specifico lo Stato non offre la sicurezza). Per risolvere il problema, lo stato disponeva di un terzo apparato lubrificante della macchina: l’ideologia, il meccanismo di coesione di gruppo.

Questo non occorreva, di solito, per le spoliazioni di province o i tributi dei nemici sconfitti, né per accaparrarsi il frutto del lavoro schiavile: in quei casi, il potere persuasivo della forza bruta in genere bastava. Ma se si voleva ottenere qualcosa dall’interno, normalmente si cercava di dargli un giustificazione un po’ meno rozza di “se non consegni un terzo del raccolto, ti faccio un c**o così”, ricorrendo ad argomenti religiosi, o diffondendo l’ostilità contro qualcun altro da saccheggiare. Accadeva quindi che si chiedesse quindi un contributo (in uomini, materie prime o denaro, a seconda delle circostanze) per combattere il nemico (e, solitamente, appropriarsi del bottino). La cosa avveniva in regime di reciprocità, il rendeva l’operazione più semplice: se non pagavi 10 al tuo re per tenere lontani i Sarkazziani, sapevi che rischiavi di farti estorcere 50 dall’esercito Sarkazziano. Naturalmente tu preferivi dare 10 per fare la stessa cosa ai Sarkazziani.

 

E’ probabile che esistano italiani convinti che se non pagano le tasse per tenere le nostre truppe a fare nonsisabeneché in Afghanistan, probabilmente gli Afghani o qualche altro popolo Turko e MuSSulmano verrà a pisciare nelle nostre chiese e stuprare le nostre donne,  e rubarci la nostra ricchezza e libertà; e di sicuro Bush ha espresso diverse volte dei concetti di questo tipo per giustificare… bhè, comunque si chiami qualsiasi diamine di cosa stiano a fare le truppe americane in Iraq (occupazione? D’accordo, ma l’occupazione di solito implica il controllo del territorio, e comunque un esercito occupante serio dovrebbe almeno di degnarsi di mantenere la sicurezza nella zona occupata; se non altro perché il taglieggio delle province conquistate è più semplice quando non ci sono gruppi di “briganti” concorrenti).

 

Altro esempio, così vi ritiro fuori l’amico Annibale: la repubblica romana riscuoteva tributi dalle province; invece di pagare le tasse, i cittadini e gli Italici fornivano la propria vita nelle legioni, persuasi da una forza ideologica complessa che conteneva elementi religiosi, civici e di prestigio, uniti a una certa dose di “identità italica” in formazione e nel caso degli Italici, di costrizione. Questa forza funzionava bene solamente finché le guerre erano vinte, e quindi la coesione garantiva vantaggi materiali: il bottino e la sicurezza che gli “altri”, Galli, Greci o Cartaginesi, non avrebbero tentato di “riscuotere” razziando l’Italia. Il meccanismo entrò in crisi dopo Canne, ma se gli Italici in parte si ribellarono, i cittadini romani, uniti dall’ideologia religiosa di Giove Capitolino e dal concetto laico di onore, continuarono ad arruolarsi nelle legioni.

Alla fine, il problema di Annibale fu che gli Italici che si unirono a lui lo fecero per non pagare il “tributo di sangue” cioè il servizio di leva, a Roma, e ora non erano disposti a pagarlo per lui; quindi Roma poteva rimpiazzare le perdite a lungo termine mentre Annibale restava isolato: e quando fu costretto a razziare l’Italia per mantenere il suo esercito, l’esito della guerra fu deciso.

 

Tutta questa digressione mi serve a chiarire che lo Stato è essenzialmente un grosso parassita che si nutre delle tasse dei sudditi e le impiega per averne di più, cosa questa che può anche andare a beneficio dei sudditi, ma non necessariamente.

venerdì, agosto 24, 2007

Rileggendo l’ultimo capito del libro di storia medievale della Tunisia che ho preso qui (in francese) rifletto su un punto interessante: il rapporto particolare che si era instaurato a quel tempo tra il potere politico e quello religioso. Dato che la questione è, o almeno appare, come un punto chiave nella crisi del mondo musulmano centrale, vorrei dedicarle qualche considerazione.

Anzitutto, vorrei chiarire una cosa. Questo blog ha tra i suoi scopi quello di aiutare la comprensione di certe cose che stanno succedendo, fornendo quello che è semplicemente il mio punto di vista, basato sulle mie conoscenze e sulle mie opinioni, che naturalmente possono cambiare, e soprattutto, sono parziali, non solo nel senso che, da cristiano europeo che parla dell’Islam, ne parlo in modo diverso per esempio da un musulmano credente o da un ateo razionalista, e che lo faccio in base alle mie convinzioni politiche e sociali. Sono un anarco-socialista antimperialista "di sinistra", qualunque cosa ciò voglia dire attualmente, e naturalmente le posizioni un cattolico di destra, un marxista, un neo-fascista o chi vi volete voi, sul tema "Islam" saranno diverse dalle mie in base alle rispettive idee, e soprattutto alle conoscenze in materia (ad esempio, io sono lontanissimo dalle idee politiche del professor Franco Cardini; tuttavia, lui conosce bene l’Islam, sicuramente anche meglio di me, e ne ha una visione che è più vicina alla mia che a quella della maggior parte della destra cattolica italiana).

Ma a parte questa banalità,volevo dire che io non so tutto. In particolare, sto per parlarvi di qualcosa che conosco meglio della grande maggioranza degli occidentali, ma comunque, mi baso su fonti e conoscenze piuttosto limitate. Tanto per dirne una, so pochissimo del rapporto politica-religione nell’Islam centro-asiatico o nella tradizione indonesiana, e praticamente zero dell’Impero del Mali o delle città-stato swahili (quello che so, in più dell’occidentale medio, è che è esistito un Impero del Mali, che non è l’impero del Male benché fosse musulmano, negro e vi si praticasse anche la schiavitù).

Del resto, il Mali e la Tanzania attuali non mi risultano attraversati in modo virulento da questi problemi: il Mali vive una conflittualità che è essenzialmente di tipo nomadi-sedentari; della Tanzania posso dirvi poco più che il nome della capitale.

Parlo quindi soltanto degli Stati a maggioranza musulmana in un’area che chiamerò "Islam Centrale" con l’avvertenza che la sua centralità è più che altro storica: attualmente la maggioranza dei musulmani vive al di fuori di essa.

L’Islam Centrale si estende dal Marocco al Pakistan, ed è storicamente e culturalmente dominato da tre grandi tradizioni scritte, l’araba, la persiana e la turca, a cui si sono aggiunte più tardi dapprima la urdu e poi la kurda, (ce ne sono anche altre, specialmente quella berbera e quella pashtun, ma nel quadro generale sono del tutto secondarie).

Coincide grosso modo con l’estensione del califfato Abbaside verso il 760 d.C., più l’Asia Minore. Da questa zona escluderò i paesi ex-sovietici che meriterebbero un discorso a parte.

Adesso, quando noi pensiamo a quella cosa complicata ed indistinta che chiamiamo "fondamentalismo islamico", o, parola equivoca, "islamismo", in generale direi che lo si associa a cose come il fatto che le donne iraniane portino il chador e che un libro come "Lolita" sia difficile da trovare a Teheran (almeno legalmente, immagino), la continenza sessuale sia imposta dalla forza della legge (il che accade in effetti in pochissimi Paesi) o che non ci siano più bar nelle strade del Cairo per farsi una birra (a Tunisi ce ne sono, ma non posso dire che facciano gran mostra di sé). Cose sicuramente significative, ma complessivamente di facciata. Di conseguenza, si trova incomprensibile che un numero importante di persone, perlopiù molto lontane dai metodi e dalle idee di al-Qa’ida, sposi un’ideologia di questo tipo; il che favorisce, in Occidente, l’ottica secondo non si tratterebbe di un ideologia ma del centro stesso della religione.

Ovviamente è un’assurdità: per quanto il Papa e la CEI insistano spropositatamente sull’importanza della "famiglia" affidando l’alta rappresentanza politica dei suoi Valori Eterni a personaggi di provata integrità come Cosimo Mele, chiunque abbia fatto religione cattolica alle elementari dovrebbe sapere che il centro della religione è Gesù Cristo, il mistero della sua Natura umana e divina, della sua Passione, Morte e Resurrezione, e la Buona Novella che Egli è venuto ad annunciare a tutti gli uomini, un messaggio di fede, speranza, carità, pace, perdono ed tante altre cose alte, belle, e difficilissime. Molto più difficili che i Valori Eterni della Famiglia Tradizionale, che in effetti è, come dice la chiesa, "naturale": qualcosa di pienamente alla portata di un’australopitecide qualsiasi, e ricca della relativa brutalità (io Tarzan, tu Jane. Io bere birra con amici di jungla, tu fornelli, bucato e gravidanze, e non accoglierai altro seme all’infuori del mio).

L’Occidente moderno, che è una società dell’immagine, tendente a vivere nell’immediato, accoglie per benino questa facciata e fa finta si tratti di Valori; ed il fondamentalismo moderno, che malgrado se stesso nasce dal contatto con l’Occidente, è piuttosto bravo nello sfruttare le questioni di facciata, che fanno più audience. Tuttavia, ho notato soprattutto qui a Tunisi (ma avevo già visto in Algeria, e in Libano, anche da parte dei cristiani) che di qua del Mediterraneo rimane vivo un senso autentico della religiosità, profondamente radicato anche in chi non è osservante, che in Occidente è piuttosto raro.

Una chiara idea che si porta il velo, volontariamente (qui in Tunisia non è obbligatorio, anzi credo che per certi tipi di lavoro che comportano una divisa non si possa proprio mettere) non per qualche facciata, o rappresentazione, ma per obbedire al Dio che si ama, in cui si crede e si spera. E’ cioè, non un valore in sé, ma l’esteriorizzazione di un qualcosa di reale e profondo. A differenza della retorica nostrana sulle "radici cristiane" e tutta la fuffa che ne consegue, il fenomeno islamista politico costruisce su queste fondamenta.

 

Temino per casa: riflettere su quanto detto sopra ed esprimere un parere sulla legittimità democratica della legge francese e turca in materia di velo.
giovedì, agosto 23, 2007

Abito con una famiglia, a Tunisi.

Hanno due figli, di ventotto e diciassette anni. Insieme a un'amica e ad Imed, sono le mie guide dentro questa società complessa e paradossale (ma quale società non è complessa e paradossale, di questi tempi?) ed insieme ne sono due rappresentanti.

Immaginate un paese che ha uno sviluppo economico notevole, che almeno nella capitale ha creato una vasta società di servizi e possiede istituzioni scolastiche ed universitarie di buon livello, ed in cui al tempo stesso non esistano praticamente libertà politiche. La popolazione sta sperimentando da pochi anni un discreto benessere. Al tempo stesso stiamo parlando di un posto in cui le possibilità per il futuro appaiono magre, la crescita non è in grado di assorbire nemmeno tutti i lavoratori qualificati, tanto che è difficile trovare un impiego senza una laurea triennale, e un laurea triennale è un problema per molte famiglie anche in Italia, figuriamoci qui.

Aggiungete una radicata tradizione storica ed una potente cultura religiosa che si percepisce in accordo, e non in contrasto, con la scienza e la filosofia, ma che si vede anche minacciata da una certa cialtroneria molto mondana, quella, grosso modo, del “chissenefrega che tanto c’ho la macchina ed il cellulare”. Mondana nel senso che prescinde da qualsiasi questione sul cosa, sul perché e sul percome, per concentrarsi sul di chi.

Un governo che essenzialmente ha messo le radici sulle poltrone incoraggia questo tipo di atteggiamento, e quindi in linea di massima non dà alla tradizione religiosa che un sostegno solo di facciata, puntando a svuotarla di senso per via della "minaccia islamista".

Metteteci che la principale potenza mondiale è attualmente impegnata in una guerra violentissima contro alcuni di questi popoli, e il mondo in generale la guarda con sospetto e disapprovazione a causa delle malefatte di pochi fanatici, i quali seguono un’ideologia politica che afferma di essere un rielaborazione della tradizione religiosa, e che è anche l’unica che offra un’idea di riscatto a questa gente.

Adesso, la domanda non dovrebbe essere “perché ci odiano”, bensì “perché non ci sparano?” Perché un miliardo di musulmani se ne stanno fondamentalmente tranquilli e buoni, a parte qualche esagitato, quando una buona percentuale della stampa occidentale li addita come il principale problema del secolo?

Intanto, sono tendenzialmente impegnati a sopravvivere. In secondo luogo, sanno benissimo che il fondamentalismo islamico non è l’Islam.

Una volta Miguel, parlando dei Naturei Karta, poneva più o meno questa questione:

immaginiamo che domani il Papa dichiari che la Chiesa intende restaurare il duo potere temporale ed il Sacro Romano Impero e che tutto il resto, tipo Gesù Cristo, Dio, il Vangelo ed un paio di altre cosucce, sono bazzecole rispetto a questo scopo. I veri cattolici si ribellerebbero ad una simile idea con tutte le loro forze, a costo di una scisma, e probabilmente scoprirebbero di essere una minoranza. Ecco, il sionismo ha fatto un’operazione del genere all’ebraismo, ed i Naturei Karta, scriveva all'incirca Miguel, sono l’equivalente di quei veri credenti.

Rigiro la questione (anche a Miguel, se passa di qua ed ha voglia). Immaginiamo che ad un certo punto arrivi un gruppo che, affermando di parlare a nome di tutti i musulmani, dichiari che l’obiettivo dell’Islam è restaurare il califfato e che il Jihad militare è il sesto pilastro della fede, in nome del quale è lecito perfino derogare alla legge di guerra coranica che protegge i non combattenti.

I veri credenti musulmani si opporrebbero a quest’idea, no? Per fortuna dell’Islam, e anche dell’Occidente, lo stanno facendo, visto che questo gruppo esiste e sembrerebbe essere al-Qa’ida. Non è tutto il fondamentalismo, e nemmeno la maggior parte. Tuttavia, gran parte dei musulmani, pur avendo intenzione di vivere secondo la loro fede, non aderiscono all’idea che lo scopo della loro religione sia l’instaurazione dello Stato Islamico, (concetto a sua volta generico e variabile) ossia la tesi di fondo, grosso modo, dei fondamentalisti.

Il paragone è grossolano (il cattolicesimo non ha una legge religiosa rivelata da Dio, tanto per dirne una) ma credo che getti una luce interessante sulla questione.

 

Una cosa che già sapevo, ma che mi ha molto colpito qui, è invece la forza del concordismo, un’idea che io ritengo pericolosissima per qualsiasi religione. Mi è stato doviziosamente spiegata la ragione scientifica di varie prescrizioni islamiche; i ragazzi hanno ben chiaro in testa che il Corano “è” scienza, e credo che il mio tentativo di spiegare che la religione, la filosofia e la scienza sono ambiti di conoscenza che si muovono su livelli diversi ed autonomi, non sia servito a granché.

 

Il problema del concordismo è che la Religione è Verità assoluta, ma la scienza ha solo verità relative e smentibili. Io non so se, come mi hanno riferito qui, esperimenti scientifici abbiano dimostrato che in effetti la saliva del cane contenga una tossina; può darsi. Ma è possibile che altri studi dimostrino che non si tratta di una tossina, che i campioni erano contaminati, o che diavolo ne so. La scienza oggi ritiene che il ferro abbia origine in fenomeni nucleari all’interno di certe stelle, il che si accorderebbe con non ricordo che passo del Corano; ma è possibile, anche se poco probabile, che quello che pensiamo di sapere sull’evoluzione stellare e l’origine degli elementi risulti sbagliato. In fondo, solo duecento anni fa si pensavano cose completamente diverse, riguardo agli elementi.

Visto che, secondo un articolo che ho letto, pare che dopo cinquant’anni di studi sul DNA si stia tornando a pensare che Lamarck e Lysenko avessero ragione e che determinati caratteri acquisti si trasmettano alla prole, non escludo niente*.

La scolastica era, a suo modo, concordista; aveva legato così strettamente la religione cristiana alla visione del mondo della scienza naturale di allora, che quando quella scienza fu messa in discussione, finì con l’esserlo anche la religione. E la scienza moderna (galileiana) sì sviluppata in contrapposizione alla fede.

Se Aristotele avesse avuto il telescopio, forse le cose sarebbero andate diversamente.

 

*Dato che qualche naturalista ogni tanto potrebbe passare di qua, vi assicuro che:

a) l’articolo era serio, su una rivista seria, anche se non specialistica.

b) non c’è ancora niente di certo, che io sappia.

c) la faccenda ha a che vedere con lo RNA, che sembrerebbe reagire a stimoli ambientali per “sovrascrivere” il DNA; naturalmente la selezione naturale agisce sui geni modificati in questo modo esattamente come sugli altri, e non è stata improvvisamente abolita: anzi, come osservava Dawkins, la stessa trasmissibilità dei caratteri acquisiti è un caratteristica prodotta par selezione naturale, e si troverebbe solo negli organismi complessi.

d) così è la scienza: si scoprono nuove cose, i paradigmi consolidati non funzionano più, e a volte bisogna rimettere in discussione tutto, ma proprio tutto. Pensate a Galileo, Lobachevskij, Planck, Einstein, Rutherford, e naturalmente allo stesso Darwin: quello che conta è il metodo, i modelli teorici sono sempre in discussione.

e) L’intelligent design non c’entra assolutamente niente. Trovo l’evoluzione finalistica  un’idea interessante, negli ambiti che le sono propri, cioè la filosofia e la religione. Ma non è scienza.

mercoledì, agosto 22, 2007

Un giorno, mentre cercavo disperatamente di trovare una bevanda non troppo zuccherata per accompagnare il mio pranzo (un panino con uova, patate ed olive, che qui si trova facilmente, costa poco ed è buono) entro in un caffè. Prendo una bottiglia di una cosa che si chiama Boga Light (Boga è la principale marca di bibite gassate della Tunisia) e che somiglia al Seven Up, e me ne vado per conto mio. Veramente cercavo una Schweppes, la bevanda analcolica fredda  meno dolciastra che conosca, ma qui è difficile trovarla, e mi sono rassegnato.

Mi ferma un tale sulla sessantina spiegandomi in francese che le bottiglie di vetro non sono da asporto, il che vuol dire che dovrò berla ad uno dei tavoli. Mi invita a sedermi con lui. Confesso immediatamente di essere italiano, e il tizio passa subito alla nostra lingua. Dopo qualche chiacchiera, in italiano e poi in arabo, in cui cerco di difendermi dall’infame accusa di essere un turista, il tale inizia a dirmi che devo assolutamente vedere la Medina oggi (mentre i miei piani per il pomeriggio sono completamente diversi) perché è l’ultimo giorno della Festa dei Berberi e si trovano tappeti e profumi a prezzi stracciati, tipo 30 dinari. Posso concedere che 30 dinari (meno di 20 euro) siano effettivamente un prezzo ammissibile da chiedere a un turista europeo per una confezione di essenza di gelsomino (questo paese è meritatamente celebre per il profumo di suoi gelsomini, che fanno parte della simbologia nazionale) prodotta artigianalmente, ma il punto è io ho in tasca meno di 10 dinari. Però in seguito, quando andrò nella Medina, di cui vi dirò, scoprirò che una confezione di essenza profumata costa 5 dinari. Suppongo che la presunta confezione da 30 dinari fosse o più grande, o una fregatura madornale.

Riesco ad evitare di farmi accompagnare nella Medina, e vado a farmi i fatti miei.

Il tizio se ne va, quando lo rivedo, giorni dopo, seduto a un altro bar, mi riconosce e mi saluta, ma io lo evito dicendogli che devo prendere l’autobus, cosa vera, anche se cinque minuti ce li avrei.

Qui si chiuderebbe la cosa, anche perché per quanto ne so io, la Festa dei Berberi è già finita.

Senonché, ancora qualche giorno dopo, sono pacificamente in giro per il centro, quando un tizio che mi cammina vicino mi fa la stessa scenetta –Français?- -Lè, Talièni- rispondo in tunisino, e di nuovo mi ripete la storia: devi andare assolutamente alla Medina,che è l’ultimo giorno della Festa dei Berberi. Siccome in teoria la Festa dei Berberi doveva essere già finita, ho ritenuto prudente declinare nel modo più cortese possibile, inventando senza ritegno un appuntamento (ne avevo in effetti uno, due ore dopo) e le nostre strade si sono divise.

Adesso che ho visto la Medina, sono certo che non vi si può tenere nessunissima festa di alcunché, i suq e le bancarelle occupano tutto lo spazio disponibile, (per non parlare del fatto che ho l’impressione che un’eventuale Festa dei Berberi a Tunisi avrebbe più meno lo stesso senso di una parata di Schuetzen a Catania) mi chiedo: ‘sta balla, è solo una bufala ad usum turistae o nasconde qualche senso recondito?

Cioè, se ci pensate è strano. Nessuno dei due ha insistito per accompagnarmi, dopo avermi mostrato un tratto di strada, ed il primo è tornato per i fatti suoi, come se non ci guadagnasse in modo diretto. E soprattutto, non mi hanno indirizzato verso un qualche punto preciso della Medina, che insomma non è enorme ma neanche così piccola, e in più è facile perdercisi. O c’è una organizzazione dei Suq che paga della gente per spargere la balla ad arte (ma allora perché gonfiare i prezzi? Non invogliano la gente ad andarci, così) ma mi sembra la tattica di marketing più idiota del mondo: chi è interessato alle cose prevalentemente farlocche della Medina sa già che deve cercarle lì, senza bisogno di contargli palle.

Insomma, questa è la leggenda della Festa dei Berberi.

 

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categoria:cultura, racconti, africa, società, tunisi
mercoledì, agosto 22, 2007

Per capire il mio atteggiamento verso la Medina, occorre sapere alcune cose di me.

Per prima cosa, abito a Venezia, cioè ci abito proprio, è la mia casa. Questo mi porta a vedere il turista come un turbamento dell’ordine cosmico, qualcosa di fondamentalmente estraneo ad una calle stretta, incapace di ambientarvisi e quindi molesto per chi vorrebbe usare la calle allo scopo per cui esiste: andare da un punto della città ad un altro. In sostanza, il turista è un mio nemico naturale. Quindi detesto essere messo nella condizione del turista ed essere trattato come tale.

Non sono un fottuto turista a Tunisi, dannazione.

Secondo: odio i luoghi affollati, in genere, e quelli in cui l’affollamento è tale da bloccare il movimento pedonale, in particolare. La situazione tipica di questo tipo è creata da un massa di turisti in un centro storico dai vicoli stretti, centro che non è mai stato concepito per accogliere tale flusso di incompetenti. Le situazioni di attesa affollata e immotivata mi generano uno stato di irascibilità, scontrosità, abbondante sudorazione e nervosismo, l’istinto potente a cercare una birra fresca, nonché il desiderio represso di assalire selvaggiamente chiunque abbia a tiro, di urlare e fare cose inconsulte. Tutto ciò si intensifica nelle giornate caldo-umide, come ieri. E’ una specie di claustrofobia, ma mi viene solo quando a chiudermi è una massa di miei simili; posso stare dentro qualsiasi loculo da solo (o in dolce compagnia) senza problemi.

Terzo, ci sono altre cose che mi rendono nervoso, scocciato ed impaziente, ed una di queste sono i luoghi di commercio in genere, ma specialmente le situazioni in cui degli umani di sesso femminile impiegano un tempo irragionevole a decidere su quale tra diverse cose che io considero tutte eminenti cazzate inutili sperperare il proprio denaro. In un suq, non ho neanche la speranza di poter ingannare questo tempo morto ammazzato guardando le altre bancarelle in pace: un po’ a causa della folla, un po’ perché se mostro interesse, anche in modo vago, per un oggetto, il negoziante si affretta a mostrare interesse per me. Insomma, un suq posticcio pieno di turisti è il posto al mondo meno adatto a me, dopo le cene ufficiali con le posate da pesce.

Il punto è che io speravo di vedere la Medina di Tunisi, ad esempio, la celebre madrasa della moschea Zaytuna antica di dodici secoli, le residenze dell’aristocrazia, e che mi venisse fornita qualche spiegazione in merito, tipo “qui è nato il giurista Asad ibn Farad” o “qui c’era il quartiere sciita sotto i Fatimidi” o, “questa casa è nello stile architettonico del sedicesimo secolo; notate l’influenza ottomana rappresentata dai fregi sullo stipite, mentre i colori bianco ed azzurro sono tipici della tradizione locale” roba così.

Questo è il mio concetto di cosa dovrebbe essere la visita guidata al centro storico di una capitale araba destinato ad un gruppo di studenti arabisti.

Abbiamo trascorso mezz’ora, è vero, in un palazzo di epoca ottomana in cui ha sede un piccolo museo sulla vita dell’aristocrazia sotto i Bey.

In sostanza, ho visto come si vestivano, e ho fatto la strabiliante scoperta che le loro donne avevano bracciali, collane ed orecchini (maddai! Non me lo sarei mai aspettato!)

Per il resto, ci è stato mostrato qualche tappeto, ma se non avessi imparato qualcosa in materia quand’ero in Algeria, l’unico commento che potrei fare è “sì, in Tunisia fanno dei bei tappeti”.

Invece posso dirvi che i principali motivi e alcune tradizioni figurative berbere si sono mantenuti anche nella produzione artigianale tunisina, il che è degno di nota. All’argomento dedicherò un post a parte.

E poi, i suq. Può essere interessante sapere come si fabbricano i cappelli di feltro e gli oli profumati, ma nel complesso l’idea era di venderceli. E le ragazze, per quanto riguarda i profumi, li hanno comprati. Tutto il diritto, per carità, ma vi pare un buon motivo per abbandonarmi in vicolo affollato di creature ostili, ad aspettare le loro cernite?

Il problema della Medina di Tunisi è identico a quello di Venezia: un branco di lupi affamati di esotismo finto, chiamati turisti, ne sta rapidamente distruggendo autenticità e vivibilità.

 

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categoria:cultura, racconti, scazzi, affetti, società, tunisi, fatevi prendere dal panico
mercoledì, agosto 22, 2007
Come molte città coloniali, Tunisi è molte città insieme.

C’è naturalmente la Medina, la vecchia città araba, fondata nel 698, i cui primi abitanti furono dei copti (cristiani monofisiti egiziani, per chi, come il correttore ortografico di Word, non sapesse cosa sono i copti) venuti dall’Egitto per costruire la flotta.

C’è il Bardo, sviluppato attorno al palazzo-giardino dei Bey ottomani (quindi “turchi”, non arabi, ma sospetto che il quartiere nel suo insieme sia post-ottomano). C’è la città francese, coloniale, con ampie avenues ortogonali, tra la Medina ed il Porto, che è l’attuale centro vivo della città e che come tutte le città coloniali francesi assomiglia molto a Marsiglia.

Bè, tutte le Medine arabo-islamiche del Mediterraneo, e tutte le città coloniali francesi del Mediterraneo, sono alla fin fine abbastanza simili e riconoscibili.

Infine, ci sono i quartieri nuovi, del periodo repubblicano, come Menzah, e le città satelliti, che fanno parte della Grande Tunisi: Ariana, al-Marsa, Cartagine, al-Karam, Sidi Bou Said, Halq al Wadi, ed Ain Zaghouan, dove abito io. Alcune nuove, altre, come Sidi Bou Said, antiche.

Nel complesso, la città è moderna. La Medina è piccola rispetto al resto, al di fuori di essa, le vie sono larghe, e molto trafficate. Il traffico a Tunisi è una minaccia costante alla vita e all’incolumità. Il codice della strada locale sembra basato sui principi del più rigido darwinismo sociale. Solo chi, mettendo a repentaglio la vita propria ed altrui, si mostra convinto, privo di scrupoli e pronto a pigiare su acceleratore e clacson, raggiungerà la sua meta.

L’anarchia sembra riguardare anche i pedoni, che, dato il comportamento irrazionale degli automobilisti, sembrano accettare il rischio senza prendere precauzioni. E fortuna che, perlopiù, la gente qui non beve alcolici.

O meglio, gli alcolici si trovano, basta saperli cercare, e anche nella famiglia che mi ospita, che pure è senza dubbio credente, ogni tanto si beve. Ma non fanno parte della vita normale del tunisino medio.

Ad ogni modo ho sentito dire che la Tunisia è il paese col più alto numero di incidenti stradali in rapporto alla popolazione.

Il mio istituto si trova nella città francese, vicino al centro, la zona in cui il traffico è più intenso, singhiozzante e minaccioso.

La strada è piena di fast-food economici, negozietti, e maqhà, caffè tipicamente coperti di piastrelle con un tizio di mezza età e uno o due ragazzi che lo assistono, qualche tavolino fuori, un frigo ed una macchina espresso; si tratta dell’equivalente locale del baretto veneziano, con il caffè o il tè alla menta al posto dell’ombra di vino bianco, e grosso modo ci si trova lo stesso tipo di persone: anziani che si ritrovano e ragazzi che si divertono. L’istituzione è probabilmente identica in tutto il mondo arabo, e si differenzia dai nostri bar essenzialmente per la mancanza di alcolici e generi alimentari e la presenza delle piastrelle.

I tunisini sono gentili ed ospitali, di solito. A parte qualche caso, non mi sono sentito “il turista da spremere”, anzi, un tassista, saputo che studiavo lì, mi ha detto che mi applicava la tariffa residenti, più bassa, anche se secondo me era comunque uno sproposito per quel tragitto.

I tassisti tunisini sono di tipologie molto varie. Con alcuni ho dovuto ricorrere varie volte alla mia cartina per fargli capire dove volevo andare, e ad Hammamet è anche successo che un paio di sono rifiutati di farci salire quando abbiamo detto “discoteca Oasis” (che dovrebbe essere una delle più importanti della città). Non stavamo andando in discoteca, naturalmente. Non metto piede in quei posti di mia spontanea volontà da qualche anno, e per il momento mi va benissimo così. Ma in teoria, quella discoteca doveva essere il punto di riferimento conosciuto per arrivare all’hotel. Quando abbiamo fatto il nome dell’albergo, invece, nessun problema e siamo arrivati alla destinazione giusta.

Abbiamo comunque speso una follia, naturalmente, perché all’andata il tassista non sapeva dov’era il posto che volevamo raggiungere e alla fine ci ha lasciati in un altro posto, che non era neanche più ad Hammamet.

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martedì, agosto 21, 2007

Questo post è dedicato a Tupaia.

Avevo segnalato a suo tempo il suo blog, che trovo davvero affascinante. E’ uno dei pochi a cui ho scelto di dedicare il poco tempo di connessione internet che ho qui.

Da piccolo, ero appassionato di scienza. Me ne interesso anche ora, sia chiaro, e un blog come il suo non fa che ravvivare la mia curiosità e darmi stimoli. Ma ho preso un’altra strada, e non ho molto tempo. In prima superiore, cominciai a trovare noiosa ed insopportabile la matematica, del che adesso mi pento, e capii che non sarei stato io a risolvere il problema della fusione fredda; e che ero invece assai più portato per le lettere e le lingue; in particolare, in quel periodo scoprii Baudelaire, che potevo già leggere in originale, e passai dal liceo scientifico al linguistico.

Non starò a spiegarvi qui perché sono laureato in arabo anziché in francese o nell’altra lingua che avrei amato, il russo; non sono sicuro di saperlo nemmeno io.

Comunque, nelle scienze naturali la matematica è pochina, e continuai ad interessarmene, e ad avere ottimi voti in scienze della terra e biologia. Inoltre, ero e sono appassionato di fantascienza… il che ha salvato almeno una parte della mia cultura scientifica. E’ grazie a Douglas Adams, l’autore di quel libro celeberrimo e meraviglioso che è la “Guida Galattica per Autostoppisti”, per esempio, che ho letto “l’orologiaio cieco” di Dawkins, e quindi posso seguire una discussione sull’evoluzionismo e l’Intelligent Design sapendo perlomeno di che cosa si sta parlando. Visto che l’orologiaio di Tupaia è miope, mi sembra giusto accennare alla cosa.

Questo, sia chiaro, non fa di me un esperto in materia. Le mie cognizioni naturalistiche sono raccolte più o meno come capita e hanno delle serie lacune; dico solo che cose come i post di Tupaia sugli animaletti (o animaloni, tipo il basilosauro) bizzarri e le la loro enorme, affascinante varietà riaccendono una vecchia scintilla.

Ho letto ieri il suo post sui tardigradi, esserini tanto diffusi quanto ignoti ai più, benché siano decisamente affascinanti, anche dal punto di vista della fantascienza.

A loro riguardo, ho un aneddoto personale. Non sono mai stato forte come un leone, né agile come una lince. Anzi, sono sempre stato fondamentalmente goffo, lento di riflessi e un po’ imbranato, e anche sanamente pigro; ballare è sempre stato, ed è ancora, qualcosa che difficilmente mi arrischio a fare prima del secondo cocktail. Negli sport sono sempre stato scarso, e la ginnastica artistica a cui andavo da bambino era una specie di tortura settimanale, perché la mia incapacità di fare alcunché di più complicato di una mediocre ruota rendeva vittima di compagni ed istruttore.

Insomma, quando avevo circa cinque o sei anni, in famiglia mi chiamavano affettuosamente “tardigrado”, nel senso etimologico di “lento a muoversi” identificando tuttavia la creatura in questione con qualcosa di completamente diverso dalle prodigiose bestiole acquatiche di Tupaia.

I miei parenti erano convinti che tardigrado fosse in zoologia, un mammifero arboricolo di medie dimensioni, e più precisamente quello un creatura che si trovava tra i miei pupazzetti di plastica e non si riusciva ad identificare altrimenti. Trattatavasi di un’entità dall’aspetto scimmiesco, quadrupede, ma con l’aria di essere in effetti pensato per la stazione eretta: con gambe e braccia sproporzionatamente lunghe, la schiena curva e senza coda, che pareva camminare sulle nocche. Quando imparai a leggere i vari “libro degli animali” e “grande libro degli animali” riccamente illustrati, decisi che il “tardigrado” dovesse essere in effetti un bradipo, benché il pupazzetto-modello gli somigliasse solo vagamente: e sospetto (ma naturalmente non posso controllarlo da qui) si tratti un vecchio nome di quest’ultimo.

In linea di massima, fino a ieri, ho creduto che i bradipi si potessero chiamare anche tardigradi.

Dato che più tardi sono stato associato al bradipo come animale-totem, (e non ridete, perché io ne vado fiero) la cosa ha per me una certa rilevanza. Scoprire che i tardigradi sono non solo tutt’altra cosa, ma qualcosa che meriterebbe l’attenzione della fantascienza, è per me una rivelazione significativo.

 

Tutte queste riflessioni sono state suscitate in me da una cosa che mi è successa ieri, dopo aver letto il post di Tupaia.

Pioveva, a Tunisi, cosa di per sé eccezionale in questo mese, mentre tornavo a casa. Il mio istituto è in centro, ma io abito a 15 km e sceso dall’autobus devo rischiare la vita attraversando una superstrada, dopo averla seguita per un tratto. C’è un semaforo, ma è bene non contarci troppo. Finora comunque ne sono uscito incolume.

E mentre cammino con le macchine che sfrecciano su sei corsie, ecco che spunta una ranocchia. Un piccola rana gialla. La guardo. Lei salta, sul ciglio della strada, poi in mezzo. Sta ferma a guardare l’universo… “Ciao strada, ciao asfalto” sembra dire, come nella barzelletta “Io sono la rana dalla bocca larga, e tu chi sei?” E in quel momento passa un taxi e io mi preparo ad assistere al peggio. Il semaforo rosso ed un salto tempestivo sull’altra corsia salvano l’anfibio.

Guardo i suoi salti temerari che sfiorano i copertoni delle macchine. Una donna velata con due bambini, sul taxi, guarda me con aria interrogativa. Cioè, sto fermo, assorto a guardare verso di loro dal ciglio di una superstrada senza fare niente, non è normalissimo. Le sorrido, lei mi fa un cenno di saluto, forse rassicurata.

Come faccio a dirgli attraverso l’altra corsia piena di macchine, che sto ponderando se partire in un folle soccorso dell’intrepida ranetta?

Lo scatto del verde risponde per me: attraversare due corsie di auto in moto per salvare l’esserino sarebbe suicida. Per me. Mi limito ad osservare la sua traversata, facendo mentalmente il tifo per la creatura vivente e così fragile che sfida gomme e asfalto e acciaio. Ad un certo punto si ferma, arriva una macchina; le passa sopra, di nuovo mi aspetto la catastrofe; ma passata la macchina, la rana è ancora lì, viva e vegeta, e con due ultimi salti raggiunge la salvezza dello spartitraffico ornato di oleandri. Le gomme l’hanno mancata per un soffio. Esulto, mentre mi riavvio verso casa.

 

Concludo rispondendo ad un commento al post dei tardigradi: è vero, la fantascienza non ha una gran ricchezza di buone storie basate sulla biologia, e in particolare su cose come la zoologia e la botanica (molto di più sulla genetica, ma di solito è quella umana). Un po’ perché, diciamolo: grosso modo, la chimica la conosciamo bene, le basi della fisica sono ben definite da un bel po’ (per ora, almeno: lo pensavano anche ai tempi della fisica newtoniana) e anche quelle dell’astronomia, insomma, grosso modo un’idea chiara ce l’abbiamo.

Quanto alle scienze biologiche, stanno facendo in questi anni progressi straordinari, ma per quanto sono aggiornato io, e anche in base a cosa scrive Tupaia, sembra che ci sia ancora molta più roba da scoprire e capire di quella che si sia scoperta e capita. Ne riparlerò in un post che sto pensando su darwinismo e lamarckismo, (eh, si farò un’incursione in un campo assolutamente non mio, ma in realtà ero partito da una riflessione sul concordismo tra scienza e religione nell’Islam). Quindi forse di gran materiale per scrivere della fantascienza che duri non ce n’è. Questo però non spiega tutto.

I principi generali delle scienze geologiche sono piuttosto chiari da decenni, ma queste hanno attirato l’attenzione degli scrittori di Sci-Fi anche meno della biologia. (mi vengono in mente pochi esempi: un racconto di U.K. LeGuin ispirato all’idea di deriva dei continenti. C’è n’è anche uno di Doris Lessing sul grande terremoto previsto in California, ma si concentra sugli aspetti sociologici. Li potete trovare entrambi nella antologia “Catastrofi!” a cura di Asimov e Greenberg, Mondatori. Un terzo, degli anni Novanta, si occupa in modo divertente della geologia di Venere, ma autore e titolo mi sfuggono).

Non conosco nessuna opera che affronti, che so, l’idea di “intelligenza minerale”. O che per esempio parli di un pianeta la cui geologia si basi sull’isostasia di Pratt anziché sulla tettonica a placche.

Il campo della biologia è relativamente più arato dagli scrittori: basti pensare alla geniale anticipazione di Aldous Huxley, nel “Mondo Nuovo”, del concetto di clonazione. Ci sono parecchi racconti, tra i più belli mi vengono in mente “Scritto nel Sangue” di C. Lawson, che avevo già citato, ed è stato l’unico testo dopo i “fratelli Karamazov” a farmi salire le lacrime; però tratta di genetica umana. E “L’evoluzione non dorme mai” che invece affronta un animaletto che non ci aspetterebbe interessante per la Sci-Fi: il chipmunk, un piccolo roditore comune in Nordamerica e reso celebre dal cartone animato di Alvin. Poi c’è un bel racconto della LeGuin su degli alieni migratori, un lavoro molto toccante di Alfred Bester intitolato, mi pare, “il Re del Formicaio”, che si collocano tra l’approccio biologico e quello della social science fiction. Altri due titoli, non ricordo gli autori: “Il dedalo di Lysenko” degli anni Cinquanta e “Il caso della lampada mendeliana” degli anni Novanta, entrambi centrati sulle questioni dell’evoluzione (dal “il dedalo di Lysenko” credo si sia ispirato il bel cartone animato “Bisby e il segreto di Nim”).

Tra i romanzi, mi vengono in mente “Fase IV” di B. Malzberg, che però non mi sembra gran cosa, ovviamente “Jurassic Park” di Crichton, che è carino, ma non un capolavoro, e “La Fine di un’Era” che si occupa tanto di molte questioni biologiche quanto dei paradossi del viaggio nel tempo, combinazione rara, e la soluzione è decisamente originale.

L’”Isola del Dottor Moreau” di H.G. Wells, dopo oltre un secolo, non ha perso niente in forza ed attualità. Chi ne sa di più, è invitato a segnalare.

 

In definitiva la fantascienza si è concentrata sulle potenzialità di speculazioni fisiche ed astronomiche, e soprattutto dagli anni Cinquanta, alle questioni, in senso ampio, “sociologiche”.

La minaccia nucleare prima, quella ecologica poi ne hanno attratto le energie, portando ad esplorare i modi di reazione delle società umane a questi fenomeni; lo spazio di frontiera della mente, con P.K. Dick, ha sostituito quelli di stelle e pianeti, (rimasti tuttavia ben frequentati, anche dallo stesso Dick, se pur come pretesti). Si inventavano sì alieni bizzarri, ma alla loro biologia ed evoluzione, così come in genere alle specie terrestri (fa eccezione la serie di Uplift, che conosco poco, ma ha tra i suoi protagonisti dei delfini) in genere, si è dato poco spazio. L’oceano di Solaris e il Glimmung Dickiano sono entità biologiche, ma vengono trattati in senso psicologico.

E questo nonostante molti scrittori, tra cui lo stesso Asimov, avessero una solida formazione in materia.

Un fattore che potrebbe aver influito su questo, ma non ne sono affatto sicuro, potrebbe essere il fatto che la Sci-Fi come genere, nonostante i pionieri europei e la ricca produzione est-europea e francese, è in buona misura americano; ed è in America  che il creazionismo e l’anti-evoluzionismo in genere hanno i loro centri e focolari maggiori, ed una buona parte del pubblico rigetta l’idea stessa di evoluzione. Ma non credo si tratti del tipo di pubblico che comunque leggerebbe Sci-Fi, quindi non so quanto la cosa possa aver davvero pesato.
lunedì, agosto 20, 2007

Chi mi conosce da un po' dovrebbe sapere che Falecio, studente di arabo a Venezia, è solo una copertura per le mie attività notturne volte a distruggere l'Occidente.

Sapete già, ad esempio, dei messaggi di Khomeyni che ho portato nottetempo al Papa e a mia nonna, e delle mie arcane conversazioni in somalo con una certa ex-parlamentare. Siete al corrente delle mie attività di miliziano in Libano e Palestina, e vi ho già detto che il mio sport preferito è tirare sassi ai Merkava.

E soprattutto sapete che sono il Führer indiscusso del terribile esercito delle tupaie naziste che si appresta a seminare morte e distruzione da Kuala Lumpur a Cinisello Balsamo.

Stanotte ho sognato di essere un terrorista. Non un dilettante tipo al-Qa'ida, di quelli che lanciano bombe nel mucchio. Non, io ero un killer. Uccidevo solo le vittime designate della mia organizzazione, un incrocio tra Spectre, la Carboneria, gli ismailiti di Alamut e la misteriosa organizzazione anarchica descritta da Chesterton ne "l'Uomo che fu Giovedi'", che aveva la sua sede segreta nelle isole Lipari e da là estendeva i suoi tentacoli contro Roma. Lo scopo era la liberazione dell'Italia dal dominio dell'Impero Austro-Ungarico (giuro!) ma si trattava di un'Italia che, ducato di Parma e regno delle Due  Sicilie a parte, presentava diverse stranezze, come ad esempio la moschea di San Pietro presidata dalle Guardie Svizzere, ed il fatto di essere un paese multirazziale, a maggioranza musulmana con tratti asiatici e di lingua francese.

Il mondo in cui è ambientato il sogno sembra simile a quello del romanzo fantastorico di Kim Stanley Robinson, "Gli Anni del Riso e del Sale" in cui la civiltà europea è cancellata dalla peste nera e la guida del pianeta è presa da India, Cina, Irochesi e mondo musulmano, con la differenza che nel sogno i turco-mongoli della Russia sono distinti dagli altri musulmani, di origine africana.

La mia organizzazione è anarchica nei fini, gerarchica nei contenuti. Alla sua guida ci sono i Qadà (niente a che fare con al-Qa'ida, viene da un'altra radice) che fanno fumare lo Stromboli pedalando dell cyclettes magiche sulle pendici del vulcano.

E mandano me ad assassinare a malicuore i nemici dell'umanità, gli oppressori, in quel di Piazza Navona a Roma, anche se non ce l'abbiamo, in teoria, con lo Stato Pontificio. Ma, da buon musulmano, devo convertire il nemico prima di finirlo. (L'Austria dev'essere sunnita e noi no, sospetto, ma è una ricostruzione).

Insomma, io vi ho avvisato. Torno in Italia tra due settimane. cominciate a preoccuparvi.

N.B. Ieri pomeriggio ho letto un capitolo sulla dinastia ismailita fatimide del Maghreb; c'entrasse mai qualcosa?

lunedì, agosto 20, 2007

Il Mediterraneo si spezzò definitivamente in due nell’anno del Signore 698 dopo Cristo. Prima, esso aveva costituito uno spazio culturale comune, la cui creazione si deve ai Fenici, lo sviluppo ai Greci, l’unificazione ai Romani: le invasioni barbariche non ne ruppero del tutto unità, ed anzi i più ambiziosi tra i sovrani Visigoti, Ostrogoti e Vandali tentarono di fare dei rispettivi stati, e delle capitali Toledo, Ravenna e Cartagine, i centri di nuovi assetti del mondo mediterraneo. Le comunità germaniche entrate nel mondo mediterraneo si assimilarono rapidamente alle maggioranze romanizzate. La stessa percezione di unità avevano i Bizantini; sotto Giustiniano riuscirono brevemente a ricreare uno spazio mediterraneo politicamente unitario, ma a prezzo di sforzi che, alla fine, li esaurirono: questa è probabilmente una delle ragioni della loro incapacità di resistere all’avanzata araba.

Nel 698 dopo Cristo, Hasan bin al-Nu’man conquistò definitivamente la metropoli bizantina di Cartagine, ponendo fine alla sua storia millenaria: il conquistatore stabilì la sua sede nel vicino villaggio di Tynes, un antico insediamento berbero che aveva una storia come piccola città punica e poi romana; lì Hasan fondò una città araba, su una collina affacciata sulla laguna. La posizione era più riparata di quella di Cartagine, ma un canale artificiale collegava la laguna al mare aperto: al suo imbocco fu costruito l’avamporto di Halq-al-Wadi, la Goletta, mentre il nuovo porto di Tunisi si trovava all’interno della laguna: soluzione che presenta somiglianze con quella che negli stessi anni prendeva forma tra le isole della laguna di Venezia, che nel 697 ebbe, secondo la tradizione, il suo primo Doge.

La capitale dell’Africa araba sarebbe stata la nuova fondazione di Qayrawwan, nelle pianure a sud, al centro delle vaste terre di coltura del grano e dell’olivo, dove la cavalleria e le truppe cammellate arabe potevano sfruttare la propria superiorità: il Califfato delle origini era essenzialmente una potenza terrestre ed agricola più che marittima.

Tunisi fu fin dall’inizio un grande centro a causa della sua antica e celebre università, la Zaytuna (che vuol dire, non a caso, “oliva”, ed ancora oggi è considerata una delle più importanti del mondo musulmano sunnita, dopo al-Azhar in Egitto) ma solo nel tredicesimo secolo, sotto la dinastia Hafside, diventò la capitale del paese.

Dicendo che il Califfato era una potenza agricola dico qualcosa che va contro il mito radicato degli arabi come dei beduini nomadi, anarchici ed arretrati; mito che sedusse in parte anche uno dei loro più grandi intellettuali il Tunisino Ibn Khaldun, che nel quattordicesimo secolo sviluppò una filosofia della storia che ha delle somiglianze con quella del nostro Vico; di ibn Khaldun c’è una grande statua nella piazza principale di Tunisi, che, come tutte le piazze principali delle città di questo Stato, si chiama piazza 7 Novembre 1987; in quel giorno l’attuale presidente, Ben Ali, prese pacificamente il potere sostituendo il suo predecessore, il fondatore della Repubblica Habib Bourguiba, a cui in ogni città è intitolata la via principale.

Osservare i nomi delle vie è istruttivo. Le scelte che uno paese fa in questi ambiti sono un modo per rappresentarsi e rispondono a delle logiche interessanti. A volte i connotati sono chiaramente politici, e basta un rapido confronto tra le titolature in Emilia e quelle in Sicilia, per rendersene conto: da un lato via Togliatti, dall’altro, in un paese in provincia di Enna, se non ricordo male, via Mussolini.

Comunque, tornando ai nostri Arabi, è certamente vero che esistono arabi beduini nomadi allevatori nelle regioni aride: ne ho conosciuti alcuni, ho dormito nelle loro tende, bevuto il loro tè, condiviso il loro couscous (straordinariamente buoni entrambi). E’ anche vero che ‘arab in origine significava probabilmente uomo del deserto o della steppa.  

Per quanto ne so io, la notizia più antica dell’esistenza degli Arabi risale alla presenza di un contingente di loro truppe cammellate nella battaglia di Qarqar, nell’853 a.C. riferita da un iscrizione assira. Gli Assiri stavano cercando di imporre la loro egemonia ai regni di lingua aramaica della Siria, di cui le popolazioni arabe erano partner commerciali lungo la via carovaniera dell’incenso che collegava i regni di Mina e Saba, nello Yemen, alle città fenicie affacciate sul mediterraneo. Una coalizione di Aramei, Fenici, Arabi e Israeliti li affrontò in questa battaglia dall’esito incerto (solo un secolo dopo, con la schiacciante vittoria di Kishtan, l’Assiria riuscì ad imporre il suo dominio sulla regione). Altre iscrizioni assire successive ci informano di successivi scontri (anche a Kishtan c’erano truppe arabe) ed in particolare riferiscono che questi Arabi erano guidati in battaglia da donne, chiamate “Regine”, il cui ruolo non è molto chiaro.

Nel frattempo fanno la loro comparsa nel nord dell’Arabia Saudita brevi iscrizioni in una lingua che, anche se non è probabilmente l’antenata dell’arabo come lo conosciamo, gli è comunque più vicina dell’ebraico o dell’aramaico. La Bibbia riferisce di queste popolazioni (Amalek, Madian, Qedar), e sappiamo che l’ultimo re babilonese Nabonedo, per alcuni anni, stabilì la sua sede nella città araba di Tayma’, non lontana da Medina (nota ai babilonesi col nome di Yatripu, in arabo Yathrib), dopo averla conquistata ed aver fatto uccidere il re locale. Dunque, attorno al 550 a.C. quando questo accadde, esistevano popoli arabi dotati di una cultura scritta urbana, benché a livello di oasi, che partecipavano attivamente a relazioni commerciali ad ampio raggio ed erano in rapporto con la potente Babilonia. Sappiamo anche che alcuni di questi popoli fornirono, pochi anni dopo, al Re dei Re persiano, Cambise, i cammelli per invadere e conquistare l’Egitto. Erodoto ci parla di alcuni di questi popoli, e riferisce che adoravano una divinità di nome Alilat. Si tratta della prima parola in lingua araba che ci è giunta: Al è l’articolo determinativo arabo, Ilat è semplicemente il femminile di Ilah, che in arabo moderno significa “divinità” o “dio” (che con l’articolo, per contrazione, diventa Allah), in fenicio El (il dio del cielo e padre degli altri dei) in babilonese Ilu, in ebraico, al plurale, Elohim (la A lunga araba ed aramaica corrisponde spesso ad una O in fenicio ed ebraico: all’arabo ‘Alam corrisponde l’ebraico ‘Olam, “mondo”).

Ai tempi di Muhammad, una divinità chiamata Al-Lat era venerata alla Mecca.

E non venitemi a dire che Allah è un Dio diverso da Dio.

Sappiamo che un popolo arabo, i Nabatei, fondarono un potente regno a sud e ad est della Palestina, e stabilirono relazioni con Roma. Essi possedevano città, alcune delle quali sono archeologicamente note: la più celebre è la loro capitale, Petra in Giordania. Anche se le loro iscrizioni sono tutte in aramaico, è possibile che parlassero una forma di arabo, e di sicuro erano definiti come “arabi” da Greci e Romani.

I racconti su una spedizione romana in Arabia e le notizie geografiche di Tolomeo, attestano che al di là dei Nabatei, esistevano regni arabi le cui capitali erano delle città, prospere grazie al commercio; è certo che vi si praticasse l’agricoltura da oasi. Tra  queste, quelle che oggi conosciamo come Mecca e Medina. Tutto questo non escludeva il nomadismo, anzi, le città dipendevano dai nomadi per la sicurezza delle vie commerciali e per il bestiame, in particolare i cammelli.

Ma quando l’Islam si diffuse tra gli arabi, esisteva già da un millennio un’arabità sedentaria, dotata di una cultura scritta (la prima iscrizione in arabo propriamente detto è del 328 d.C.).

Lo Stato califfale islamico fu da subito una faccenda prevalentemente urbana e sedentaria; nei primi secoli dell’Islam furono fondate nuove città (Fustat e poi Il Cairo in Egitto, Kufa, Bassora, e poi Baghdad e Najaf in Iraq, Ramla in Palestina, Qayrawwan e Tunisi in Tunisia, Fes e poi Rabat e Marrakech in Marocco, Tilimsen, Orano, Ghardaya e poi Algeri in Algeria) e furono occupate quelle precedenti, come Damasco, Aleppo, Gerusalemme ed Alessandria. Lo Stato Califfale, ed tutti i grandi Stati islamici del Medio oriente che lo seguirono, si fondavano sull’agricoltura ed il commercio, non certo sull’allevamento nomade (benché fosse una voce importante in certi Stati dal territorio più arido). Dopo l’arabizzazione del Medio Oriente e del Nordafrica, la stragrande maggioranza degli Arabi visse di agricoltura in società urbanizzate. I beduini erano importanti, specialmente come forza militare (almeno finché non entrò nell’uso la polvere da sparo) ma marginali rispetto alla società nel complesso, ed anche come numero.

Dire che la cultura araba moderna è “beduina” è più o meno come dire che la cultura veneta moderna è “palafitticola”; ma forse i leghisti, che ricordano con nostalgico affetto l’epoca delle palafitte, non se ne rendono conto.

sabato, agosto 18, 2007

Oltre al corso principale di arabo, al pomeriggio seguo due corsi supplementari: arabo colloquiale tunisino e calligrafia.

Nessun altra cultura di mia conoscenza ha attribuito tanta importanza estetica alla Parola e alla sua forma scritta, che è appunto la calligrafia, quanto quella arabo-islamica. La calligrafia ha nella tradizione artistica musulmana arabo-persiana* un ruolo paragonabile a quello della pittura in Occidente. 

Esiste un gran numero di stili calligrafici (khutut), il professore ce ne ha mostrati almeno sette, ma fondamentalmente si possono ricondurre a due tipologie: il kufico ed il naskh. Il kufico è lo stile più antico, di origine epigrafica e monumentale, e è il più comune nelle iscrizioni (la forma squadrata delle lettere lo rende adatto all’incisione); oggi lo si trova spesso in cose come le insegne al neon. Il naskh è la forma più diffusa di “corsivo”, voglio dire, di scrittura con carta ed inchiostro.

I testi a stampa oggi di solito usano dei caratteri tipografici che si basano sulle forme naskhi.

Anticamente, ma anche oggi per usi calligrafici, si usava la penna. Nel senso di un oggetto appuntito (una penna d’oca appositamente tagliata, oppure una canna appuntita) la cui punta era intinta nell’inchiostro liquido di continuo e lasciava così una traccia. La parte appuntita delle penne d’uccello, in italiano, si chiama calamo, e il recipiente con l’inchiostro in cui la si intingeva è appunto il calamaio.

In arabo lo strumento per scrivere si chiama qalam, termine che indicava la canna con una punta obliqua, con cui si scrivono il naskh e gli altri stili calligrafici corsivi, ma che oggi si riferisce a qualsiasi tipo di penna. In tunisino colloquiale la penna (a sfera) si chiama stilu ovviamente dal francese, mentre qlam è rimasto per indicare solo la matita.

Che ci sia una connessione etimologica tra qalam e calamo è fuori di dubbio, anche se non so in che direzione sia stato, né quando sia avvenuto.

 

La tradizione musulmana è piuttosto concorde nell’indicare che i primi versetti del Corano che Dio rivelò a Muhammad, mentre questi si era ritirato a meditare su un monte presso la Mecca, fossero: “Leggi! Nel nome del Signore Tuo, il Sapiente, Colui che ha insegnato l’uso del calamo (qalam) che ha insegnato all’uomo ciò che non sapeva”. Piuttosto stupidamente non ho portato con me la mia copia del Corano, né in traduzione né in originale, quindi cito a memoria (dalla traduzione di Bausani) e forse in modo inesatto (potrei chiedere al mio padrone di casa di consultare la sua copia, ma preferisco non farlo. Il Corano è sacro anche in quanto oggetto fisico, e perfino nell’inchiostro che ne compone le lettere, per cui, essendo la copia di un altro, si potrebbero porre questioni di purità rituale).

Si potrebbe scrivere un intero libro per sviscerare questi versetti, e probabilmente è stato fatto, ma io mi limiterò a qualche nota sulle cose che ricordo bene. “Signore” in arabo è rabb, termine che in aramaico significa “maestro” (da cui “rabbino”). “Leggi” è la traduzione di un verbo (qara’a) che probabilmente è di origine aramaica, più precisamente siriaca, e che significava in origine anche “salmodiare” o “recitare (un testo, specialmente un testo sacro)”, anche se oggi nell’uso arabo corrente vuol dire normalmente “leggere”; in tunisino colloquiale significa “studiare”. Corano (Qur’an) viene dalla stessa radice, e quindi significherebbe qualcosa come “salmo” o “recitazione”.

Ancora oggi nell’Islam si attribuisce enorme importanza alla recitazione, salmodiata con regole di pronuncia particolari, del testo, sia a voce che su supporti. E questo malgrado il Corano sia stato fissato molto presto in un testo scritto con una tradizione estremamente affidabile (esistono alcuni problemi, e lezioni leggermente diverse soprattutto nella pronuncia di alcune vocali, ma la situazione, poniamo, dei manoscritti della Divina Commedia è molto più intricata e ricca di varianti).

Di Dio si mette in risalto la sapienza, che in arabo è espressa dalla radice 3LM (3 indica la ayn, un suono gutturale difficile da descrivere; dalla stessa radice viene 3alam, mondo, corrispondente all’ebraico olam) e la connessione con la parola scritta.

In arabo la radice KLM ha il significato generale di parlare. Kalima vuol dire “parola”, kalam “discorso” (specialmente dibattito filosofico o teologico, come termine tecnico).

Qalam vuol dire “penna”, si diceva. 3alim vuol dire “sapiente” (il plurale è ulama’, ovvero ulema, parola che ogni tanto trovate sui giornali; si tratta del participio presente del verbo 3alama, “sapere”).

Tre radici con un significato connesso, due lettere in comune, e la terza ha un suono simile (K, Q e sono in arabo due suoni distinti, ma abbastanza vicini; infatti nei prestiti più antichi da lingue occidentali, la nostra C o K è diventata una Q in arabo: musiqa, qasr -da castrum- Qaysar -Cesare-. Per quanto riguarda la ayn, è la spirante sonora corrispondente alla Q (che è un’occlusiva sorda come la K) quindi si discosta un po’ dalle altre, anche per il senso di 3LM rispetto a KLM e QLM, quindi forse c’entra, ma forse anche no).

Mi sembra strano che non siano in qualche modo connesse, magari QLM è rientrata in arabo dal latino o dal greco, in cui però calamus, o kalamos, è a sua volta prestito da una radice semitica legata all’idea di parola. Ovviamente non ho la minima prova di tutto ciò, sto solo facendo ipotesi suggestive.

Comunque, questo vi dà un’idea dell’importanza che ha qui la Parola scritta ed il suo strumento: il calamo, appunto.

Si parlava della sinagoga di Tunisi e delle scritte ebraiche sulla cupola. La scrittura ebraica attuale, il cosiddetto “ebraico quadrato”, deriva dall’alfabeto aramaico. Ma forse è utile raccontare la storia dall’inizio. I popoli semitici che vivevano in Palestina, Siria e Libano tremila e duecento anni fa parlavano la stessa lingua, il cananaico, ma normalmente  scrivevano in babilonese.

Tuttavia, in un luogo ancora sconosciuto ma probabilmente nel sud della Palestina, allora sotto dominio egiziano, venne ideato un modo di scrivere la parlata semitica locale usando alcuni geroglifici egizi. Il sistema di scrittura egizio era molto complesso, ma a noi basta sapere che alcuni segni potevano essere letti attribuendo loro il valore di una consonante.

I semiti eliminarono tutto il resto del sistema, per tenere solamente 22 geroglifici, attribuendo ad ognuno il suono consonantico iniziale della parola che rappresentava (letta nella lingua semitica, non in egizio), e scrivere con essi le parole della propria lingua (o meglio le loro ossature consonantiche, che nelle lingue semitiche rappresentano le radici e alcuni affissi). Ad esempio un geroglifico indicava una testa umana, in semitico resh, (tuttora la lettera ebraica corrispondente ha questo nome) e venne scelto per rappresentare la lettera r.

Le prime iscrizioni di questo tipo sono opera di quelli che, sotto l’autorità egizia, lavoravano nelle miniere di turchese del Sinai e prendono perciò il nome di iscrizioni proto-sinaitiche, anche se è probabile che i loro autori non fossero originari del paese (può essere interessante richiamare la permanenza di Mosè nell’area prima di assumere la guida del popolo ebraico, secondo la narrazione dell’Esodo). Il sistema si perfezionò diffuse specialmente dopo il crollo dell’autorità egizia nell’area nel 1190 a.C., per scrivere il cananaico, che nel frattempo si era diviso in diversi dialetti: uno di questi è la lingua ebraica, un altro il fenicio. Gran parte della regione venne contemporaneamente invasa da gruppi di seminomadi, che approfittarono del tracollo egizio ed hittita per occupare quasi tutta l’attuale Siria; la lingua che parlavano era affine al cananaico: l’aramaico.

I fenici diffusero il loro sistema di scrittura, l’alfabeto (così chiamato dai nomi delle prime due lettere, Alif e Bet, anch’essi mantenuti in ebraico) nel bacino mediterraneo, trasmettendolo ai Greci, mentre gli Aramei se ne appropriarono e lo diffusero verso est; durante il loro esilio in Mesopotamia, gli Ebrei adottarono la forma aramaica delle lettere ( e l’aramaico come lingua parlata), mentre solo i Samaritani (discendenti degli Ebrei rimasti in Palestina) conservarono e conservano quella più arcaica, simile al fenicio.

Direttamente dal proto-sinaitico una forma abbastanza diversa fu sviluppata nella penisola araba ed usata dai popoli dello Yemen, l’antico regno di Saba; da questa proviene l’attuale sistema di scrittura dell’Etiopia. Le diverse varianti della grafia aramaica soppiantarono quella fenicia man mano, man mano che i dialetti aramaici sostituivano quelli cananaici, e sopravvissero più a lungo proprio in Tunisia, prima di essere sostituiti dall’alfabeto latino (derivato dal greco) dopo la distruzione di Cartagine e la conquista romana. Oggi l’alfabeto cananaico-fenicio originario (benché modificatosi anch’esso col tempo) è usato solo dai Samaritani a scopi liturgici.

Gli alfabeti aramaici conservarono le stesse lettere del cananaico, dato che le due lingue erano molto affini, ed anche i nomi delle lettere cambiarono poco, mentre le forme si diversificarono tanto da diventare quasi irriconoscibili. Una di queste varianti fu la scrittura ebraica quadrata, un’altra, quella siriaca, diede origine, dalla sua forma corsiva, all’alfabeto arabo, di cui la prima variante grafica fu il kufico; entrambe venivano incise, scolpite o scritte col qalam su pergamena e poi su carta. All’epoca del Califfato, che va dal 632 al 1258 d.C., i territori musulmani erano anche i centri culturali più ricchi e fiorenti dell’Ebraismo: dapprima soprattutto l’Iraq, in seguito l’Egitto, dove visse Mosè Maimonide (la sua “guida dei perplessi”, il culmine della filosofia ebraica medievale, è scritta in arabo classico) il Nordafrica e in particolare, Sephorad: la Spagna, specialmente quella  musulmana in arabo al-Andalus, ma anche la il sud della Francia, allora nel pieno della fioritura culturale provenzale, ricca di influenze andaluse ed in genere arabo-islamiche. In Andalus/Sephorad fiorirono la tradizione cabalistica e quella filosofica, rappresentata ad esempio da Avicebrom. Che la forma della lettere ebraiche fosse influenzata dal kufico è quindi abbastanza comprensibile.

 

Un qalam tradizionale da calligrafia è una canna con una punta obliqua ad un’estremità. Il taglio obliquo della punta si appoggia interamente sul foglio, tracciando una linea spesso in senso orizzontale, ed una più sottile se ci si muove in verticale (a meno che non si inclini la mano, come accade per il naskh).

Il naskh, infatti, si basa su linee incurvate, (e tratti verticali dritti) sopra o sotto una riga portante della scrittura detta mahmal (dal verbo hamala, che vuol dire “portare” o “reggere” e dai cui si pensa derivi il genovese “camallo”). A causa della diversa angolazione della punta obliqua rispetto al mahmal, le curve risultano sottili alle estremità, se le si traccia con un movimento fermo senza ruotare la mano.

L’ebraico quadrato, invece, come dice il nome, ha uno stile ricco di linee rette orizzontali e verticali.

Questa origine spiega perché, in un moderno testo ebraico a stampa, di solito i tratti orizzontali siano più spessi e marcati di quelli verticali. Alla fine di ogni linea orizzontale, sia in ebraico che in naskh, un movimento della penna può dare un leggero incurvamento che chiude la linea, o in arabo, allargarsi in una curva. La somiglianza del movimento e la bellezza del risultato, in entrambe le lingue, sono affascinanti.

 

Mi sono reso conto subito, tracciando le prime linee d’esercizio, che i movimenti del qalam che tracciano punti e linee del naskh è identica, così come lo strumento per cui sono state pensate, a quella ebraica, solo stile con cui ordinati questi elementi a formare lettere e parole diverse crea la differenza tra due stili che hanno nel Medioevo islamico ed ebraico e nella reverenza di entrambi le tradizioni verso la Parola (si pensi alla mistica delle lettere dell’alfabeto nella Zohar, il celebre testo di Cabala in aramaico composto in Sephorad nel tredicesimo secolo)

 

* la calligrafia è stata ed è importante anche nei paesi musulmani esterni alla civiltà arabo-islamica, che include essenzialmente le culture islamiche urbane e sedentarie di lingua araba, persiana e, dopo il dodicesimo secolo, turca e kurda. Tuttavia negli imperi musulmani d’India, e credo anche in Indonesia ed Asia Centrale, ad esempio, le arti figurative continuarono ad avere uno statuto ben maggiore che nel mondo arabo.

Il fatto merita di essere sottolineato, dato che la maggior parte dei musulmani del mondo appartiene a tradizioni culturali diverse, benché naturalmente in relazione, da quella arabo-persiana islamica.