giovedì, maggio 31, 2007

Allora. Anzitutto, lo ripeto: lo scopo della mia candidatura è quello di non essere eletto. Mi fa piacere che qualcuno pensi che io sarei un buon redattore. Io non lo so, ma di sicuro sarei un redattore "che non fa un cazzo", nel senso che non avrei tempo di farlo. Mi sono candidato non per essere votato, ma per far candidare altri.
Mi aspetto la candidatura di Dacia. Probabilmente la voterei, perché è una persona che stimo e rispetto molto, anche se non sempre condivido quello che lei dice. In particolare, non condivido la sua visione del valore palingenetico della violenza (se ho ben capito come la pensa). Non sono un pacifista gandhiano, e se Kilombo richiedesse di aderire al valore della non violenza assoluta, dovrei, per coerenza, uscirne. Ma questo, non mi pare sia scritto in nessuna parte della Carta.
Io penso che un popolo, oppresso dalla violenza di un potere arbitrario, abbia il diritto di difendersi anche con le armi, come ultima risorsa. E difendo il diritto dei popoli che lo fanno. Ma non attribuisco alla violenza politica nessun valore morale, nessuna positività intrinseca. Da qui ad appoggiare quattro esaltati che fanno un agguato ad un funzionario di un ministero pensando di rappresentare l'avanguardia di una proletariato che sta a quello di Marx come la Confagricoltura sta ai i servi della gleba nella Russia di Elisabetta I, mi pare ce ne passi.


Comunque sia, non penso che i post di Dacia all'origine della disputa fossero da cancellare o contravvenissero alla Carta. Quello su Faurisson mi è sembrato una chiara difesa del diritto di Faurisson a dire le sue idee, non delle idee stesse. Si potrebbero dire molte cose contro Dacia, ma sono certo che non è una negazionista.
Quanto a quel bellissimo post che è Redde rationem, non trovo che contenga apologia di terrorismo. Tuttavia, la redazione democraticamente eletta dal collettivo lo ha fatto, con una maggioranza dei cinque sesti, e ha preso una decisone legittima, che io non condivido, ma che non mi sembra affatto motivata da un odio preconcetto nei confronti di Dacia.
Ero ad esempio più perplesso sul post di Cloro sui Protocolli dei Savi di Sion. E' o non è uno scritto antisemita? (domanda vera. Se fossi stato redattore, non saprei deciderlo. E avrei chiesto un chiarimento a Cloro, perché non riterrei accettabile un post dichiaratamente razzista su Kilombo).


Credo che sia normale che esistano discussione, anche dura, e divergenza, in uno spazio democratico costituzionalmente aperto a posizioni politiche estremamente diverse, che vanno da quelle antimperialiste di Miguel , al moderatismo centrista di VP, dal comunismo anticlericale di Tisbe al mio anarco-socialismo "spiritualista" passando per tutte le aree della sinistra di governo e non. Insomma, dentro, a sinistra, sopra e sotto l'arco costituzionale. Nazionalisti e internazionalisti, cattolici e laici, credenti ed atei, moderati, riformisti e rivoluzionari. Io credo che lo spirito di Kilombo dovrebbe quello di affrontare le divergenze con rispetto reciproco; il che presuppone di riconoscere la legittimità della posizione altrui. Anche quando la si ritiene completamente sbagliata. Cosa che credo sia capitata una volta almeno ad ogni kilombista.
Esistono dei limiti, limiti definiti dalla Carta di Kilombo. E dal buonsenso, si spera.
E' tipico della sinistra litigare e frammentarsi al suo interno. Creare un'infinità di schieramenti e sottoschieramenti e frazioni.


Eliminare un post dall'aggregatore è qualcosa che può fare solo per motivi molto gravi, davanti ad una palese e seria violazione della Carta. Un post in cui si sostenesse seriamente l'inferiorità di un gruppo razziale, ad esempio, non potrebbe rientrare in Kilombo. Di fatto però, le sfumature possono essere sottili, lo sappiamo.


Io credo che Lucio abbia sbagliato nei toni. Ha usato un linguaggio ed un atteggiamento che non condivido, offensivi, sessisti, e secondo me arroganti. Se dovessi, in tutta tranquillità, dargli un consiglio, sarebbe quello di dimettersi dalla redazione, per il semplice motivo che non ha senso che ci resti in queste condizioni: come fai a lavorare serenamente dopo aver pesantemente offeso i colleghi? 

Credo inoltre ( a differenza di Lucio, di Dacia e di Miguel, persone queste ultime due che stimo moltissimo e leggo spesso) che la questione che ha portato l'aggregatore, su richiesta di alcuni blogger, a indire una votazione per espellerlo, non sia una questione politica. Non si tratta di sapere se Kilombo ha spazio per la radicalità o per il moderatismo, con l'aggressione o con la resistenza.

Si tratta molto banalmente di sapere a quanti Kilombisti stia sui coglioni Lucio, o meglio quello che Lucio che scrive. Una questione personale, in un certo senso.

Il punto politico non ce lo vedo, scusate. Quindi, trovo sbagliato espellere Lucio dall'aggregatore. Voterò perché rimanga, ed invito tutti a fare altrettanto, anche se sono in grave disaccordo con alcuni suoi comportamenti e specialmente con le pesanti osservazioni sessiste che ha fatto.

L'espulsione è una misura grave, irreparabile. Se un'antipatia, una scivolata verbale, un insulto di troppo possono scatenare un procedimento di espulsione, se si fissa un precedente di questo tipo, Kilombo rischierà di diventare “di sinistra” nel senso dell'Unione Sovietica di Brezhnev. E penso non sia questo che vogliamo.


Per il resto quoto quasi tutto quello che scrive a questo riguardo Korvo Rosso.

 

P.S. Anche in caso di divergenza politica, ovviamente non appoggerei l'espulsione. A meno che uno non si ponga al di fuori di quei principi chiari e generalissimi che sono nella Carta, ad esempio dichiarandosi nazista o proponendo di ridurre in schiavitù gli Ostrogoti, insomma.

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categoria:politica, kilombo
mercoledì, maggio 30, 2007
Premetto che: non ho assolutamente tempo né competenza per farlo, e la mia azima mu'allima al-kabira ne è informata.
Però, esistono momenti nella vita di un uomo in cui occorre prendersi le proprie responsabilità e magari anche qualcuna degli altri, e non posso assistere inerte alla presente situazione.

In sostanza, intendo candidarmi alla redazione di Kilombo. Il motivo per cui lo faccio non è essere eletto. Spero vivamente di non esserlo, perché sarei un pessimo redattore. Dico sul serio, devo scrivere una tesi di laurea e ricevo già una media di venti mail al giorno senza bisogno di aggiungerne altre. Non riesco neanche a seguire decentemente i progetti già avviati, figuriamoci se ci mettessi dell'altro.

Il motivo per cui lo faccio è quello di scuotere le coscienze. Cioè, di dare l'esempio. Cioè di incoraggiare gente che crede davvero di poter fare un buon lavoro in redazione (minchia ce ne sarà qualcuno, no?) a candidarsi e fare effettivamente un buon lavoro in redazione. Mi sembra che la situazione in cui versa l'aggregatore lo richieda. Non voglio altre perdite come quella di Tisbe. Se raggiungerò questo scopo, ritirerò la candidatura, onde evitare che qualche mio acerrimo nemico che ignoravo di avere mi voti.

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categoria:kilombo
mercoledì, maggio 30, 2007
Tanto per cominciare, oggi compio 24 anni. A sentire Ladytux mi resterebbero quindi solo pochi mesi da rivoluzionario anarcosocialista prima di, presumo, diventare simile a Francesco Costa (che spero non se la prenda, perché non ce l'ho con lui).
Non fate caso al fatto che secondo il mio profilo ho compiuto 24 anni l'altroieri. E' un fake che nelle intenzioni doveva servire a depistare la NSA, nel caso volessero risalire a me. Il tentativo è assolutamente velleitario, perché la NSA dispone di mezzi per monitorare dal satellite la crescita di ogni singolo capello che ho in testa e anche i peli della barba, e quindi sarebbe sciocco tentare di ingannarla con una data di nascita fasulla. Per chi non lo sapesse, la NSA è il controspionaggio americano, quelli di Echelon, per capirci. Col SISMI forse potrebbe funzionare, ma non è il SISMI che mi preoccupa.

Mi preoccupa il Mossad. Non perché potrebbero venire ad arrestarmi. Ma perché sono in ritardo.

Sarebbe interessante cercare di capire cosa ci faccio, sveglio davanti ad un computer, ad un'ora della mattina che, ci fosse solo un po' di giustizia a questo mondo, non dovrebbe nememno esistere, almeno per quel mi riguarda.
Essenzialmente, non riesco a dormire. In più, sto aspettando. Il Mossad.
Il che vuol dire che il tempo, essendo trascorso in attesa, in base al principio della relatività generale, colonnello e anche sergente, passa molto più lentamente. Anzi, ad essere precisi, non passa più.
Tra un paio d'ore, le agenti del Mossad che dovevo incontrare ieri si sveglieranno, berranno il caffé, leggeranno questo post e vi scorgeranno un messaggio in codice. Il messaggio in codice è che sto cercando di farle sentire vagamente in colpa (come tutti gli agenti del Mossad che si rispettino, sono bellissime ragazze) benché io sappia benissimo che il nostro mancato incontro di ieri è dovuto ad una cospirazione di circostanze sfigatissime e del tutto indipendenti dalla loro volontà (certo, un agente israeliano della vecchia avrebbe piegato le circostanze alla sua volontà grazie alla sua inossidabile determinazione sionista; ma non ci sono più gli agenti israeliani di una volta :)).
A questo punto auspicherei che le agenti del Mossad reperiscano un telefono funzionante, che al momento non hanno, per farmi sapere se dovrò aspettarmi di incontrarle oggi, o se invece il mio tempo soggettivo può ricominciare a scorrere col ritmo normale.
Ovviamente io preferirei incontrarle oggi, ma non dipende da me. E in effetti, neanche da loro. Dipende da Tyche, e quando ci si mette il cieco destino, i servizi segreti nulla possono.

La ragione recondita per cui sto scrivendo questo post, in realtà, non è quella di far sentire in colpa il Mossad. So benissimo che non è colpa loro. La ragione recondita è che mi annoio, è un ora pazzesca,  non ho nient'altro da fare e nessuna ragionevole possibilità di veder accadere una cosa qualsiasi per due ore o giù di lì. Era ed è dunque mia intenzione comunicarvi, anche se non ve ne frega niente, il fatto che aspettando qualcuno o qualcosa il tempo non passa mai.

P.S. Alle agenti del Mossad: vi voglio bene anche io. Tranquille, ragazze, e a dopo.
domenica, maggio 27, 2007
E basta. A volte ci si stufa di parlare di politica, di filologia coranica o biblica (brrr...) di letteratura e di Venezia.
E di leggere i posti complessissimi ed interessanti dei Kilombisti (e non) che riflettono su diritti, valore della differenza, limiti alla libertà di espressione, e valenza politica del pisciare seduti (è una questione di rispetto: se non riuscite a gestire il getto, fatelo, anche se avete il coso in mezzo alle gambe).

Mi sono solennemente stufato (per oggi) di impregnarmi di informazioni storico-socio-politiche sul Libano del Sud, il khomeinismo e la lotta di classe.

Allora uno si dice: che fare? Se lo chiedeva anche Chernyshevskij, e andò a finire che si fece la Rivoluzione d'Ottobre. (Voi direte: ma "Che fare?" era di Lenin, 'gnurant! Lo so benissimo, però Lenin citava Chernyshevskij :D).
Intanto mi accorgo che sto cominciando ad usare le faccine sul blog. Probabilmente, è colpa dell'eccessiva cyber-frequentazione con la dolce Ely. A proposito di Ely. Mi piacerebbe che fosse qui. Sicuramente non mi annoierei come adesso e rideremmo un sacco.

Invece, non c'è niente da ridere, le notizie dal mondo fanno a gara per deprimermi e e in questo sgabuzzino non si riesce nemmeno a lavorare in pace perché mia madre deve fare delle cose. Per carità, mi va benissimo che faccia le cose mentre io scrivo, anzi, avrebbe tutto il diritto di lamentarsi e dirmi di smetterla di scrivere cazzate in rete e andare a preparare la cena, solo, che, ecco, in realtà vorrei stare da solo ad aspettare che qualcuno si accorga della mia carenza d'affetto e venga a farmi le coccole, ma non naturalmente non c'è nessuno qui che possa farlo. A parte mia madre, che però adesso sta pensando all'orlo dei miei pantaloni. E comunque non è delle sue coccole che ho carenza. Lei me ne ha fatte a dovere, quando era il momento, cioè quindici anni fa.

Ogni volta che mi siedo a fare qualcosa al computer, tutto il resto della mia famiglia si accorge di colpo di avere:
a) qualcosa da fare, spostare, prendere o rimettere nello sgabuzzino del computer
b) un lavoro urgente da fare al computer
c) un'insopprimibile esigenza di giocare a FIFA 2006

Il tutto simultaneamente. Forse sto diventando insofferente.
In effetti mi sto annoiando e lamentando perché vorrei non pensare.
Sono stanco di pensare, ma naturalmente non riesco ad evitarlo. E se per caso smetto di pensare, mi viene voglia di coccole.
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categoria:scazzi, affetti, fatevi prendere dal panico, essere studente oggi
sabato, maggio 26, 2007
Abbandono la serie sull'identità ebraica, malgrado il successo di critica e di pubblico, :) per parlarvi dell'ultimo libro che ho letto. Lo faccio sia perché volevo riprendere (con Rut) la vecchia serie di post sulle figure femminili nella letteratura, sia perché credo questa riflessione in questo momento sia molto utile per Kilombo.
Il libro è di Lisa Tuttle e George R. Martin, autore che già conoscevo bene per "le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco", una stupenda saga fantasy. S'intitola "il pianeta dei venti" e si colloca nella zona grigia tra fantasy e fantascienza. Cioè, su una base fantascientifica, crea un'ambientazione che ha molto più il sapore di fantasy, ma non ricorre mai all'impossibile.
Carlo Pagetti, nell'introduzione, lo accosta con ottime ragioni ai lavori di Ursula K. LeGuin (quella del romanzo "I reietti di Anarres", che consiglio a chiunque di leggere prima di dire sciocchezze sull'anarchia).

La protagonista  si chiama Maris di Amberly: il libro è in gran parte la storia della sua vita. Maris è una rivoluzionaria: il suo più grande desiderio è volare. Sul pianeta Windhaven, una piccola casta ereditaria di volatori si trasmettono le ali, frutto di una tecnologia perduta e non più riproducibili, per linea di primogenitura. Maris viene adottata da un volatore e addestrata da lui, impara ad usare le ali, ma in seguito, al suo padre adottivo nasce un figlio del suo sangue. La ragazza sarebbe costretta a cedergli le ali... solo che lei è un'ottima volatrice, mentre il frtallestro ha terrore dell'aria e non vuole saperne. Però, la tradizione è la tradizione. Per ottenere il suo diritto a portare le ali Maris dovrà chiedere un intero consiglio che la modifichi ed apra a tutti la possibilità di accedere alla casta dei volatori tramite competizioni annuali (in cui gli eredi delle famiglie di casta sono comunque, ovviamente, avvantaggiati).
Ne sorge piano piano un conflitto, prima tra volatori vecchi e parvenus, poi tra volatori e non, visto che agli occhi di questi ultimi gli alati, non più di estrazione aristocratica, perdono prestigio. E' in questi conflitti che la dote più importante della (ex) rivoluzionaria, quella di cui voglio parlarvi, si manifesta: la pacatezza, il buonsenso, la volontà di ascoltare tutti e cercare un compromesso, la soluzione che emerga, alla fine, evidentemente come la più giusta e accettaile per tutti. Soprattutto, il fatto di circoscrivere il conflitto e riportarlo nei suoi termini. Senza provocare, senza sollevare i toni quando si è nel giusto.
Armata quasi solo del rispetto che riesce a guadagnarsi in questo modo, Maris riuscirà a trasformare il suo mondo.
I conflitti esistono, sempre, anche per ragioni banali.  Io credo che la pacatezza ed una certa disponibilità dialettica siano spesso le uniche cose che occorrono per risolverli.
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categoria:cultura, donne, letteratura, il senso della vita, fantascienza, kilombo
mercoledì, maggio 23, 2007

La storia di Rut è una fiaba. Una fiaba a lieto fine. Credo che volendo ci si potrebbero trovare alcune delle principali funzioni di Propp. Rut è una specie di Cenerentola, ma invece della matrigna cattiva c’è la suocera amata.

Ora, la nostra iconografia di Cenerentola e di Rut le raffigura come belle, bionde e desiderabili. Tuttavia, non era questo che ci vuole dire l’anonimo autore del libro.

Rut era già vedova ed era stata sposata per dieci anni: per gli standard dell’epoca, se non proprio da buttare (essendo ancora in età fertile) comunque, non esattamente un gran partito. La nostra Cenerentola moabita aveva vari grossi handicap rispetto alle principesse azzurre di tradizione disneyana: era, per farla breve, di bellezza ordinaria, già “usata” e vedova, (il che, tra l’altro, ostacolava eventuali pretendenti: secondo la legge israelita, infatti, i parenti più prossimi del suo defunto marito avevano una specie di diritto di prelazione su di lei), con suocera a carico. E soprattutto, era moabita. Vale a dire immigrata.

 

Alla domanda “sposereste una donna moabita?” la maggior parte dei maschi bianchi europei, superato lo stupore, risponderebbe di sì senza troppi problemi. In fondo, avete un qualche motivo per odiare i moabiti? Cosa vi hanno mai fatto di male i moabiti?

Assolutamente nulla, di sicuro: non esistono più da circa duemilaseicento anni. (Se invece mi sbaglio e voi conoscete l’ultimo dei moabiti, voglio conoscervi e conoscerlo).

Inoltre, era comodo per l’autore di Rut parlare dei moabiti, che non esistevano più nemmeno in epoca sadocita, anziché dei Samaritani, che erano invece una presenza vicina e non particolarmente gradita per i Giudei del tempo a cui si rivolgeva.

 

Ma pensate che, in base ai testi biblici che costituivano il massimo riferimento culturale dei contemporanei dell’autore, i moabiti erano la Rappresentazione del Nemico. Erano, se non proprio la causa di tutte le disgrazie degli Ebrei, quantomeno i bastardi che si rallegravano di esse, stando a Isaia e Geremia.

In realtà, esistono episodi biblici di alleanza tra Moabiti ed Israeliti; in particolare Davide ebbe il loro aiuto contro Saul e sposò una loro principessa (ritornerò su questo punto) e in seguito ci furono alleanze contro gli Assiri, che minacciavano tutti i regni etnici della regione. Però, quando Sennacherib d’Assiria rase al suolo Samaria, probabilmente a Moab non si versò una lacrima, e le vecchie ruggini rimasero.

In generale, Moab era percepito e descritto dalla Bibbia come il Nemico cattivo che fa cose immonde e vuole distruggerci.

 

Ora torniamo alla domanda, riformulata così: sposereste un’immigrata africana musulmana povera, vedova, con la suocera a carico, se il vostro unico riferimento culturale riguardo ai musulmani fosse “la Rabbia e l’Orgoglio” della Fallaci?

Oppure, sposereste una donna ebrea, se la vostra conoscenza dei ebrei fosse basata sui “Protocolli dei Savi di Sion”?

 

(Chiedo scusa se sembro suggerire una qualsiasi affinità tra quei lividi libelli e testi come i libri dei Re, di Isaia e di Geremia: i quali, a differenza dell’ “opera” della Fallaci, non si esauriscono in proclami all’odio etnico. Ma serve a rendere l’idea).

 

Il problema, al tempo della redazione del libro (non all’epoca in cui è ambientato) era estremamente pressante: non riguardava ovviamente i Moabiti, ma i appunto Samaritani.

Probabilmente, se avete una cultura di base cristiana, pensate ai Samaritani come della gente simpatica che soccorre i poveracci mentre i farisei ci camminano sopra.

 

Ora, a parte il fatto che i farisei oggi siete voialtri cosiddetti cosiddetto popolo del Family Dei del piffero, i Samaritani storici erano una cosa molto diversa dal Buon Samaritano che avete in mente. Tanto per cominciare, non erano tipicamente buoni. Anzi, dal punto di vista dei giudei dell’epoca, erano pessimi.

Ezra e Neemia, con un atto praticamente unico nella storia delle civiltà e del diritto (prima della sentenza con cui il grande islamologo Nasr Hamid Abu Zayd fu obbligato, contro la volontà sua e di sua moglie, a divorziare, in quanto ritenuto apostata dall’Islam, emessa in Egitto nel 1996. Una follia giuridica che non ha fondamento in nessun sistema legale al mondo) dicevo, Ezra e Neemia obbligarono i Giudei rientrati dall’Esilio che volevano rimanere tali a ripudiare le mogli “straniere”; queste appartenevano alla popolazione che gli esuli trovarono stabilita in Palestina al loro ritorno, una popolazione mista di deportati (portati lì dagli Assiri da altre zone del loro impero), Israeliti e Cananei rimasti lì dopo le deportazioni, e praticavano un culto di JHWH diverso da quello sviluppato in Babilonia. Questi sarebbero diventati i Samaritani. Può darsi che le differenze tra i due gruppi precedessero la deportazioni, e fossero nate nel periodo dei due regni ebraici di Giuda ed Israele, dall’opposizione delle tribù del nord, storicamente molto radicata ed apparentemente antica, all’egemonia politica e culturale di Gerusalemme. Gente come Ezra diceva che bisognava mantenere la purezza genealogica, religiosa e rituale del Popolo Eletto, e quindi impedirono i matrimoni misti e obbligarono lo scioglimento di quelli già avvenuti. Credo che in quest’epoca sia stata fissata la matrilinearità dell’appartenenza al popolo ebraico, ma non ne sono sicuro.

L’autore di Rut invece aveva un assunto completamente diverso: il Popolo di Dio è chi crede in Lui, chi è scegli di aderire alla Sua Alleanza. Anche se è moabita, o Samaritano.  E alla fine Booz, un israelita benestante, sposerà l’”impura” Rut.

 

martedì, maggio 22, 2007

L’origine degli Ebrei dai Khabiru aiuterebbe a spiegare alcune antiche mitzvot: quelle cioè, cioè che istituiscono una, se pur rudimentale, rete di protezione socio-politica per i poveri, al di fuori delle strutture familiari e gentilizie: il divieto per i mietitori di raccogliere le spighe cadute, per consentire la spigolatura (un’attività comunque faticosissima, che spezzava la schiena), l’istituto del giubileo con cui tutti i debiti fondiari venivano cancellati e chi aveva dovuto vendere o ipotecare la sua terra ne rientrava in possesso, le limitazioni sulla schiavitù di altri ebrei e il divieto di prestare a interesse a compatrioti.

 

Su questo apro una piccola parentesi. Proprio a causa delle sua etnogenesi in opposizione ai sistemi aristocratici del tempio e del palazzo, che usavano l’indebitamento per asservire la popolazione (bastava una cattiva annata per avviare la spirale di indebitamento di un intero territorio, la cui popolazione finiva schiava della propria aristocrazia burocratico-militare), il popolo ebraico fu uno dei primi a produrre legislazioni di perequazione agraria e soprattutto a proibire l’usura. Il divieto biblico si applica ai compatrioti, ma non agli stranieri: era dunque un modo per impedire l’asservimento del popolo alla sua classe dirigente. Paradossalmente, la Diaspora pagò invece un alto prezzo di morti proprio per l’accusa di praticare l’usura, quando questa, sulla base della stessa legislazione biblica, era proibita a Cristiani (tra loro: potevano prestare a interesse ai musulmani, e ad esempio gli Armeni ed i Greci in Turchia lo facevano) e Musulmani. In effetti, gli Ebrei svolgevano una funzione essenziale nell’economia proto-borghese dell’Europa, che i Cristiani non potevano svolgere, ma di cui avevano bisogno; vennero ripagati con i massacri di Bohdan Hmel’nickij.

E’ di una certa importanza per lo sviluppo dell’Europa capitalistica moderna la rimozione dei divieti ai Cristiani sul prestito ad interesse a partire dal Cinquecento (ma alcuni anche prima).

 

Insomma, c’è ragione di credere che queste disposizioni siano tra le più antiche della Torà. Tra queste, quella che ci interessa per Rut è la spigolatura. La spigolatura era il welfare dell’antico Israele: il mezzo di sostentamento della vedova e dell’orfano (Noemi e Rut sono vedove e non hanno parenti prossimi che possano occuparsi di loro). Il diritto di poter accedere ai campi di chiunque per prendere le spighe cadute, può sembrare una sciocchezza, per noi: all’epoca era una grande conquista sociale.

lunedì, maggio 21, 2007
Cerco nell'aria
profumo di cedri;
solo risponde l'odore
di sangue e di spari.



lunedì, maggio 21, 2007
Il libro di Rut è stato composto probabilmente nel periodo "sadocita" della storia giudaica, quando cioè la vita politica e religiosa della nazione era nelle mani dei sacerdoti detti, appunto, sadociti, i quali esautarorono i re della dinastia di Davide e stabilirono una repubblica teocratica all'interno dell'Impero persiano prima e di quello macedone ed egiziano poi. Questo gruppo era prevalentemente seguace delle idee di purezza ed esclusivismo etnico sostenute da Ezra e Neemia, che condussero al ripudio forzato delle donne straniere da parte dei Giudei, alla frattura culturale, sociale e religiosa con i Samaritani (gli Ebrei rimasti in Palestina durante l'esilio), all'affermazione dell'osservanza delle mitzvot (precetti legali religiosi) e della kasherut (norme di purità) come elementi centrali dell'ebraismo.

A questo periodo si può in effetti far risalire la stesura grosso modo attuale di molti testi biblici, compresi i libri detti "storici", (tra i quali Rut è inserito ) la Torah (benché, almeno parti di essa sono  più antiche) e alcuni testi sapienziali.

Parecchi di questi testi sono ambientati in epoche molto più antiche di quelle della loro elaborazione, ed attribuiti a figure fondanti arcaiche come Mosé e Salomone. Rut, ad esempio, è ambientato nel periodo dei Giudici, un epoca fondante e semi-mitica nella ricostruzione storica dell'epoca sadocita. L'epoca dei Giudici è quella che precede la costituzione del regno israelita sotto Saul e Davide, in cui, s'immaginava, le tribù ebraiche vivevano in uno stato di libertà, soggette soltanto alla Legge e ai Giudici (condottieri, circa) che Dio suscitava per proteggerle. Questa retroproiezione era funzionale all'ideologia dell'élite sadocita, che aveva stabilito un regime repubblicano, ma storicamente è piuttosto problematica da applicare a quello che sappiamo della Palestina nella primissima Età del Ferro.

Un tratto dell'identità ebraica che apprezzo (tra tanti) e che risale alle origini di questo popolo, è lo spirito "di opposizione". Posso spiegare cosa intendo in due modi, uno noioso ed uno divertente.

Prima quello divertente ( al-Jahiz diceva di inframmezzare serio e faceto, per istruire il lettore divertendolo), una barzelletta yiddish:

Un ebreo naufraga su un'isola deserta e rimane lì da solo per parecchi anni.
Alla fine arrivano i soccorsi. Nel frattempo il nostro si è dato da fare, si è costruito tutto lo shtetl, una casa, un viale, una piazza con la fontana. I soccorritori osservano ammirati, finché arrivano alla piazza. Sui due lati ci sono due sinagoghe.
- Ma senti- dice allora uno dei soccorritori - sei stato davvero bravo, complimenti, però una cosa me la devi spiegare: perché hai costruito due sinagoghe? Cosa te ne fai?
- Ah, sì - fa il naufrago in tono sprezzante - ma io in quella là non ci vado MAI.

Se non vi ha fatto ridere, cavoli vostri. Adesso il discorso serio.
Per la parola "ebreo" sono state proposte diverse etimologie, ma la più probabile ( e quella che preferisco) è che venga dal babilonese "khabiru" o "khapiru" (si consideri la leggenda fondante di Abramo, proveniente dalla Mesopotamia, e il fatto che il babilonese fu per molti secoli la lingua scritta e di cultura dei Cananei).
Il termine indicava i "fuggiaschi" ovvero quei contandini impoveriti dagli oppressivi apparati statali aristocratici della tarda età del Bronzo, che scappavano dal peso delle corvée e dallo spettro della servitù per debiti. Esiste tutta una documentazione che riguarda veri e propri trattati di estradizione di queste persone tra i vari re. Le alture della Cisgiordania, fuori dal controllo diretto dei piccoli re Cananei vassalli dell'Egitto si prestavano bene a rifugio. Questi khabiru erano visti dal potere centrale (egiziano e cananeo) come banditi che si sottraevano ai lavori richiesti. Il loro numero doveva essere alto, quanto esose le pretese dei palazzi. Finché, in modo quasi improvviso, verso 1190 a.C., il sistema di stati del tardo Bronzo crollò con la distruzione quasi contemporanea, di Troia, Micene, dell'Impero hittita, mentre una grave crisi interna paralizzava i potenziali approfittatori, cioè gli Assiri. Il sistema crollò perché Egitto, Hittiti e probabilmente anche la confederazione achea, per mantenere un'aristocrazia fondiaria e militare sempre più ingorda ed esosa, avevano spremuto allo stremo le "risorse umane". Le invasioni dei Popoli del Mare (i cui nomi suggeriscono un'origine occidentale, forse italica) e di altri gruppi come i Frigi e gli Aramei, fu solo il colpo finale che abbattè un sistema che si era scavato da solo dall'interno.
I khabiru, che prima erano solo gruppi di ribelli per bande, si ritrovarono di colpo liberi dal giogo egiziano. Alcune città cananee furono distrutte, altre occupate dai Filistei, uno dei Popoli del Mare. E con l'arrivo degli Aramei e dei popoli imparentati con loro, i Khabiru ebbero a disposizione ed adottarono un modello sociale alternativo al palazzo reale e alla società per caste che imponeva e che li aveva oppressi: il sistema tribale-genealogico.
Nelle origini e nel nome stesso del popolo ebraico c'è dunque una richiesta di giustizia ed una opposizione radicale al sistema.
Nel corso della storia ebraica questo ad esempio si manifesterà nei dibattiti rabbinici, col loro continuo rimettere in discussione, nella tenacissima, ostinata, alla fine vincente opposizione alle strutture imperiali oppressive (con la rilevante eccezione della Persia, esempio di tolleranza e liberalità che lasciava agli Ebrei tutta l'autonomia). Nell'ostinato rifiuto della diaspora di assimilarsi e rinunciare alla propria identità.

Vi chiederete cosa c'entra tutto ciò col libro di Rut? Semplicemente a fissare un po' di contesto, poi mi son fatto prendere la mano. Però il post s'intitola "divagazioni", quindi perdonatemi :).

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categoria:cultura, racconti, religione, medio oriente, ebraismo, eretz yisrael
domenica, maggio 20, 2007

Quando nel popolo ebraico, al ritorno dall'esilio in Babilonia, (datato mi pare nel 515 a.C.) si definì per sempre il monoteismo jahvista, una delle questioni principali era di capire se JHWH, il Dio d'Israele, fosse anche il Dio degli altri.
La questione non è banale: tuttora molti cristiani occidentali sono convinti in buonafede che Allah sia un altro (falso) Dio diverso da quello del Cristianesimo, e non semplicemente la parola araba che significa Dio, per Cristiani e Musulmani (non so come chiamassero Dio gli Ebrei di lingua araba).
Il problema si intrecciava, dopo l'esilio, e nell'incontro, al momento del ritorno, con gli ebrei rimasti in Palestina, (quelli che sarebbero diventati i Samaritani) che avevano seguito un diverso percorso storico, religioso e culturale diverso: si trattava anche di definire chi fosse "ebreo".
Nella Bibbia, che è una collezione di testi e non un libro unico, le risposte a questa questione sono diverse. I libri di Ezra e Neemia esprimono il punto di vista esclusivista di chi insisteva sulla purezza genealogica e cultuale, di un piccolo "resto" fedele all'Alleanza con Dio, che doveva respingere i rapporti con gli stranieri (in cui erano inclusi i Samaritani) ed affidarsi alla guida del sacerdozio, garante del rispetto dell'Alleanza che avrebbe condotto il piccolo popolo ad un grande destino. Questa posizione era, naturalmente, tipica degli interessi di ambienti sacerdotali e di scribi.
Non mi interessa qui elencare tutte le proposte formulate all'epoca, alcune presenti nella Bibbia, altre (meno) note  da testi non entrati nel canone (la definizione dei testi biblici ed apocrifi avviene, anche nell'ebraismo, nel primo secolo, certamente sulla base di tradizioni assai più antiche).
Mi voglio soffermare su una posizione, grosso modo opposta a quella di Ezra.
Quella del libro di Rut. E' uno dei libri più belli (letterariamente e concettualmente) della Bibbia, secondo me, assieme a Giobbe, Giona, Cantico dei Cantici e Salmi. Non vi racconterò la storia: leggetelo, è brevissimo e ne vale la pena, a prescindere dalla vostra fede religiosa o dal fatto che ne abbiate una.

Rut è una donna Moabita.


Moab era una popolazione vicina ed ostile ad Israele, contro la quale, nei libri storici e profetici, la Bibbia esprime una grande ostilità, costellata di episodi truci.

Si dà il caso che un'iscrizione ci abbia trasmesso una versione moabita dei fatti: speculare a quella israelita, con torti e ragioni rovesciati; da essa viene confermata la storicità di un episodio biblico su un certo re Mesha. Prima delle conquiste assire e babilonesi, i moabiti praticavano la monolatria come gli Ebrei. Avevano cioè un'unica suprema divinità etnica, Kemosh. Tuttavia, riconoscevano la supremazia di JHWH sugli Israeliti, di Milkom sugli Ammoniti, di Melqart su Tiri. Per nessuno di questi popoli all’inizio, la monolatria era completa: sappiamo ad esempio, dalla Bibbia e dall’archeologia che tra gli Ebrei Baal ed Astarte erano oggetto di culto, anche da parte dei re. E non si trattava di culti d’importazione: si tratta di una coppia di divinità presenti da molto tempo in tutta l’area semitica occidentale.

 

Tutto questo però non riguarda la situazione delle tribù di Giuda e Beniamino rientrate dall’esilio in Babilonia: l’opera dei profeti, la riforma cultuale di re Giosia e il contatto col mondo babilonese, la reazione all’oppressione degli imperi mesopotamici, dai quali tuttavia Gerusalemme era abbastanza lontana per non esserne spazzata via completamente (come accadde invece alle culture siriane dell’Età del Ferro, triturate dal brutale melting pot assiro), avevano portato il “resto d’Israele” a stringersi senza riserve attorno al Dio Unico e Vero, JHWH: che aveva difeso il popolo dalla distruzione assira e facendolo ritornare dall’esilio babilonese: aveva mostrato il Suo potere non solo sul re di Giuda, ma sugli imperatori assiri e persiani, che talvolta osavano pretendersi divinità in terra.

 

Era dunque il Dio di tutti gli uomini ed unico Signore del Mondo, che aveva scelto Israele tra i suoi popoli?

 

Moab è maledetta nella Bibbia più di una volta, con toni che somigliano a quelli di Oriana Fallaci verso i Musulmani. E a giudicare dall’iscrizione che abbiamo, Moab rispondeva per le rime. Un Moabita che si trasferiva in Giudea (prima dell’esilio, perché i Moabiti non sopravvivranno all’invasione assira come entità strutturata), probabilmente era benvoluto come una carovana di zingari in Brianza.

 

Il libro di Rut è una storia di migranti.

Noemi, sua suocera, migra con la famiglia, da Israele in Moab, a seguito di una carestia. I suoi figli sposano donne di Moab: Rut ed Orpa. Poco tempo dopo, i maschi della famiglia muoiono uno dopo l’altro, e, essendo finita la carestia e non avendo di che vivere a Moab, Noemi decide di tornare a casa. Naturalmente, consiglia alle nuore, ancora giovani, di restare nella loro terra e risposarsi (cosa che lei non può fare).

Orpa torna dunque a casa della madre. Ma Rut, che evidentemente ha adottato la fede religiosa del marito, decide di seguire la suocera.

Ovviamente una donna giovane, in grado di lavorare, rappresenta una aiuto per una vedova non più fertile, in una società maschilista che aveva solo forme molto vaghe di “welfare state” (giubileo e spigolatura).

 

Tuttavia, Rut, abbandonando la sua patria d’origine, perde quasi tutte le possibilità di sposarsi. Per la posizione dominante all’epoca in cui il libro fu scritto ( anche se la vicenda è proiettata un remoto passato per ragioni che affronterò) sposare una donna non israelita era considerata impurità grave. Ezra aveva obbligato i Giudei che avevano sposato delle Samaritane a ripudiarle.

Quindi, migrando per amore di JHWH e della suocera in Giudea, non migliorava la sua condizione.

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categoria:cultura, donne, racconti, letteratura, religione, medio oriente, affetti, ebraismo, kilombo
sabato, maggio 19, 2007
Dedicata a Miriam, Ely, e le altre :)

L’anno prossimo, a Gerusalemme,
Le mani, purificate del sangue
Uniranno una danza di pace.

L’anno prossimo, a Gerusalemme,
Il Salmo che si innalzerà al Signore
Sarà cantato insieme dai Suoi popoli.

L’anno prossimo, a Gerusalemme
Saranno divelti i fili spinati,
I muri abbattuti dalle fondamenta.

 

L’anno prossimo, a Gerusalemme
Verrò a cercarti, Principessa, e voleremo
Insieme col vento del deserto.

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categoria:natura, politica, letteratura, religione, il senso della vita, affetti
sabato, maggio 19, 2007
L'espressione veneta smonamento rende perfettamente l'idea dello stato psicologico in cui mi trovo.

Il termine proviene dal ben noto mona, riduzione dell'antico madonna, ma che in veneto moderno indica essenzialmente la passera. La s privativa dà quindi s-monato, letteralmente, privo di passera (nel senso di s-figato, non nel senso di maschio).
Più estesamente, e meno volgarmente, lo smonamento è quindi lo stato di noia, uggia e fastidio derivante dall'assenza di un partner dell'altro sesso (o dello stesso, per chi preferisce) che allieti il passaggio in questa valle di lacrime.
Sì può essere smonati anche per motivi non direttamente connessi all'inattività sessuale.
Tipo, quando uno si aggira per casa in pigiama, senza voglia di studiare ma ben consapevole che dovrebbe farlo, emanando sospironi molesti, irrequieto e annoiato, con la faccia che dovevano avere Valdimiro ed Estragone nell'ultimo atto di "Aspettando Godot", allora molto probabilmente è smonato.
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giovedì, maggio 17, 2007
Volevo scrivere delle cose molto profonde sul libro di Rut, per riprendere la serie interrotta sull'ebraismo. Però devo studiare e scrivere, e quindi rimanderò.

Volevo anche parlarvi un po' delle basi morali dell'anarchismo, ma anche questo richiederebbe troppo tempo, per adesso.

Vi potrei parlare del senso di incertezza, crisi e disagio che si vive, quando sei vicino alla fine di un percorso e non sai quale prendere dopo. Ma sono cose che tutti conoscete. "Non annoiare il prossimo tuo" come dice saggiamente il Vangelo secondo San Falecio da Castello.

Mi limito quindi a segnalare questo blog di una mia compagna di corso ed amica, sulla Turchia.
mercoledì, maggio 16, 2007
Annunci per disoccupate con buona qualifica:

"Cercasi essere umano (specie homo sapiens sapiens) di sesso femminile, per lavoro part e/o full-time,  per un posto di affective & sexual partner. In caso di provata competenza, possibilità di promozione a cohabitating house manager, e addirittura a wife. 

Requisiti minimi:
  • Maggiore età e capacità di intendere e di volere
  • Eterosessualità
  • Conoscenza di almeno una lingua tra italiano, inglese e francese
  • Attitudine alla coccola e al bacio della buonanotte
  • Capacità gestionali e di sopportazione verso incubi, attacchi isterici e crisi di pianto
Requisiti preferenziali:
  • Madrelingua italiana o francese
  • Religione monoteista
  • Bella presenza
  • Capelli scuri
  • Occhi verdi
  • Curve generose
  • Conoscenza di lingue e culture del Medio Oriente
  • Domicilio in area adriatica centro-settentrionale
  • Attitudine ai viaggi
  • Età compresa tra i 20 e i 35 anni
  • Possibilità di ereditare somme consistenti
  • Uso della "pillola"
  • Attitudine a feste, festini e festicciole
  • Laurea in materie umanistiche

Contratto a tempo indeterminato dopo una notte di prova. Possibilità di licenziamento immotivato e senza preavviso. Stipendio € 0 all'ora + IVA. Le candidate sono pregate di presentarsi in qualsiasi momento ed ora del giorno e della notte per i colloqui preliminari, (cui seguirà prova orale) a casa mia o in qualsiasi altro posto. "


NB: Io non sono geloso, e al limite posso scendere a compromessi anche sulla poliandria. Però se siete single è MOLTO meglio
postato da: falecius alle ore 12:27 | Permalink | commenti (33)
categoria:cazzate, scazzi, malessere interiore
mercoledì, maggio 16, 2007
Mi faccio il solito giro di blog. Da Rosa, da Miguel, da Khadi, commenti e discussioni. Identità, Islam, terrorismo, immigrazione. Metz Yeghern, il dimenticato genocidio degli Armeni, ritirato fuori in chiave anti-islamica (per capirci, è circa come attribuire la Shoah al cristianesimo e dire che nazismo e cristianesimo siano la stessa cosa).
Dibattiti interessanti, se certi **** non ti costringessero sempre a ricominciare da capo, come Sisifo: "allora, Maometto è nato alla Mecca verso il 570 d.C. ..." e che mandano comunque a donne di facili costumi qualsiasi discorso serio, sparando boiate sul "totalitarismo verde" e confondendo Ataturk con bin Laden.
E dato che non hanno argomenti, usano la calunnia. Alla dolcissima e colta Khadija, che nemmeno porta il velo, qualcuno si è permesso di attribuire le idee e gli scopi delle madrase deobandi di Peshawar dove si addestravano i talebani ;  per non parlare delle ridicole  e tritissime  accuse  sul passato di  Miguel.

Sinceramente, ne ho le balle piene.
Quindi, attacco con un ritornello che non c'entra un cazzo ma che piace ai giovani. Nel prossimo post.