lunedì, aprile 30, 2007
Sabato sono stato a Verona. Ad un'inziativa pittosto carina, VRBAN (facile gioco di parole: in latino si leggerebbe URBAN, ma VR è la sigla della provincia di Verona). Una situazione un sacco cciovane in cui suonavano tutti i gruppi cciovani della Bassa Veronese e dintorni, si proiettavano film impegnati dei e per i cciovani, degli artisti cciovani dipingevano, ballavano, graffitavano o rappavano,  e dei cciovani scrittori, tra cui il sottoscritto, leggevano i loro lavori.
Ho tenuto due reading di Bruttastoria insieme a Loris.

Ma volevo parlarvi di come ci sono arrivato, a Verona. In macchina. A4, Milano-Venezia, l'autostrada che ho percorso di più in vita mia. Lungo quella strada si allineano Padova, Vicenza e Verona.
Il paesaggio attorno alla A4 è piatto, fatto di campi intensamente coltivati intervallati da zone industriali più o meno estese. O di zone industriali (o ex-industriali, a seconda del caso) intervallate da campi intensamente coltivati, se preferite.
La Ford Focus di DoubleG corre, con "War on Errorism" dei NOFX a palla, quel dolce casino infernale che mi riporta a me stesso.
Per alcuni la meditazione si accompagna a Beethoven o Debussy; per me, ai Dillinger Escape Plan, agli Iron Maiden, ai NOFX (per chi, come, forse, la signora D.S., non li avesse mai sentiti nominare, sono rispettivamente, una band di casinisti che danno fuoco al palco durante i concerti, un gruppo metal ed un gruppo punk molto noto, più o meno).
Mentre attraversiamo il Wasteland padanoveneto, sulle cascine, frammiste a centri commerciali e fabbriche dall'aria inquietante e passatista, leggo scritte minacciose: "Veneto stato" o "paroni a casa nostra".
Tra due giganteschi graffiti di questo tipo, in vernice bianca (le lettere devono essere alte almeno un paio di metri), si trova un Cristo benedicente, in bronzo, con attorno dei fiori.
Credo che sia già chiaro che, per quanto mi riguarda, Cristo si relaziona alla Padania o qualsiasi altro ideale nazionalistico e/o esclusivista (su base etnica, religiosa, sociale, sessuale o razziale) solamente in termini di bestemmia.
Attraversare questo territorio che proclama le sue tensioni, a grandi lettere, verso chi lo attraversa in autostrada, mi deprime.
Mi deprime anche la diffidenza dei veronesi. Per arrivare a VRBAN, devo chiedere indicazioni. Eppure, per quanto io non abbia la pelle scura e parli un italiano migliore e "normativamente" più corretto del loro, mi evitano. Appena faccio per avvicinarmi, si allontanano con aria affrettata.
Il Veneto, ma probabilmente l'intero Nord, è diventato terra di paura; intenta a costruire ghetti, che ancora non ci sono, ma arriveranno, di questo passo; diviso tra un sogno separatista, minoritario ma radicato (si sta coltivando un nuovo Paese Basco?) ed uno global-capitalista... Ho scelto una strana terra per vivere...

(mentre scrivo la connessione ad internet è improvvisamente impazzita; cercherò di ripristinarla almeno per pubblicare questo post). Ecco, ce l'ho fatta.
venerdì, aprile 27, 2007
Khadi, a te spetta menzione speciale a parte. Se non ci fossero pochi, piccoli dettagli quali la religione, la distanza e la differenza d'età... :)
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categoria:affetti
venerdì, aprile 27, 2007
Rosa. Dacia. Miguel. Paniscus. Monica. Anna. Max. Cris. Mari. Juli. Tisbe. Riu. Gala. Elena. Casalin.

Vve  volgio massa ben.


P. S.
Dacia, ho una cosa per te quando torni. Come premio per l'infestatio onirica fastidiorum. Basia mille.
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categoria:affetti
mercoledì, aprile 25, 2007
Ma secondo voi questo è un blog-canaglia?
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categoria:politica, cazzate, il senso della vita, kilombo
martedì, aprile 24, 2007
Oggi è il giorno della memoria di Metz Yeghern, il genocidio degli armeni del 1915-16. Se ne parla ad esempio qui.
Ricordare, meditare; quante volte il "mondo civile" ha giurato "mai più"? Lo giurò alla morte di Leopoldo del Congo, mostruoso carnefice in Africa, civilissimo re del Belgio in Europa, nel 1909. Lo giurò nel 1919, a processi di Istanbul contro i responsabile di Metz Yeghern. Lo giurò a tutta forza nel 1945, dopo che i sovietichi furono entrati ad Auschwitz e gli Americani a Bergen Belsen. Il giuramento fu ripetuto nel 1956 al XX congresso del partito Comunista dell'Unione Sovietica, mentre l'Armata Rossa invadeva l'Ungheria.
Non ci si prese nemmeno la briga di fare promesse quando, nel 1979, vennero alla luce gli orrori della Cambogia di Pol Pot e Suharto fece annientare due terzi della popolazione di Timor Est.
Né qualcuno ripeté il giuramento quando i generali conclusero la loro campagna di sterminio contro gli indios del Guatemala.
Ci fu bisogno di giurare ancora nel luglio del 1994, mentre i  machete degli Interahamwe si posavano in Ruanda. Ripetere il giuramento appena un anno dopo, davanti alle fosse comune di Srebrenica, e sbandierarlo, invano e in malafede, nel Kosovo del 1999 (pare che a Raçak le vittime del "massacro" fossero ribelli dell'UCK uccisi in combattimento), mentre si lasciavano tre milioni di congolesi a morire in stragi insensate nell'Ituri.
Mai più... quando?

                       
giovedì, aprile 19, 2007
Vi giuro che non ho mangiato peperoni a cena:

Sono a casa dei miei nonni, c'è una cena di famiglia. Pasqua, credo. Mia zia mi porta una lettera.
E' in persiano. Mittente, Ayatollah Ruhollah Khomeyni, Qom, Iran. Indirizzata a me. Saluti, auguri di buona pasqua, incoraggiamenti a proseguire gli studi islamici.
Mia zia mi racconta dell'ospitalità a casa di Khomeyni, una persona, dice, gentile, squisita, dolce, ed ospitale.
La seconda lettera me la consegna l'Ayatollah di persona. Khomeyni, nel sogno, assomiglia stranamente al mio relatore di tesi. Sono nel cortile della sua casa a Qom, o forse a Khomeyn, con alcuni miei amici. Beviamo tè alla menta. La seconda lettera, come la prima, è in persiano, ed è contenuta in una busta con la scritta "Poste Italiane". Contiene un appello che devo trasmettere ai capi dell'Occidente, per farli desistere dall'aggressione all'Iran, auguri per il Papa e spiegazioni di
tafsir e ta'wil (esegesi coranica) per me.
La terza mi arriva durante la cena di Natale, sempre dai miei nonni. L'Ayatollah è stato invitato a casa nostra ed arriva accompagnato da altri due iraniani; uno sembra lo hojatoleslam Khatami, l'altro non lo riconosco, ma sospetto sia l'Ayatollah Montazeri. Parlano con mio nonno, in francese, con mia madre, Khatami regala canditi (o sono pistacchi?) ai miei cugini.
La terza lettera di Khomeyni contiene, lo so, la Risposta alle questioni del rapporto tra Islam ed Occidente, una soluzione semplice, chiara ed ovvia... Mi brucia nella tasca. Devo darla a qualcuno, probabilmente il Papa.
Rileggo le tre lettere di Khomeyni. Parlo col compagno di mia zia.
Tutti mi dicono cose sul tipo che ho un'importante missione perché godo della fiducia di Khomeyni in Occidente, o qualcosa di simile.
Mi versano del prosecco.
Mi siedo sul comò di mia nonna e lo uso come scrivania. C'è una panetta di hashish lì sopra.

Mi sveglio.
Adesso mi faccio la doccia e poi vado a cercare uno psichiatra.
Finché si tratta di Dacia, passi. Ma tutta la dirigenza iraniana degli ultimi trent'anni, accidenti?
venerdì, aprile 13, 2007

Il libro di Atwood parte sicuramente dall’impressione suscitata dalla Rivoluzione Iraniana. Questo è accennato alla fine del romanzo, ed è ribadito dall’analisi che ne fa Selene.

La storia è quella di una rivoluzione (o meglio, di un colpo di Stato, sorretto da un blocco sociale e religioso) negli Stati Uniti, che instaura un regime totalitario di genere (la Repubblica di Galaad), a carattere essenzialmente religioso e secondariamente razzista, anche come reazione ad un catastrofe ambientale (tema questo, ricorrente nella fantascienza degli anni Ottanta e Novanta, e che sostituisce in parte il vecchio spauracchio della guerra atomica).

La tirannia di genere si iscrive sui corpi femminili, considerati come ricettacoli del seme maschile, come contenitori, finché sono fertili, e come forza lavoro servile o strumento di piacere in bordelli segreti, quando non lo sono più.

Alle donne è imposto il velo, una rigida separazione fisica dagli uomini, addirittura i paraocchi, come ai cavalli. E’ proibito alle donne possedere beni e, generalmente anche uscire di casa, se non per funzioni “religiose”, (separate da quelle per gli uomini) tra cui esecuzioni pubbliche ed addirittura linciaggi organizzati, o per poche attività necessarie.

Nessuna donna, in Galaad, può lavorare.

Questa situazione corrisponde relativamente poco (a parte il dato del velo, che è però strutturalmente diverso nelle due società) a quella dell’Iran rivoluzionario, dove le donne continuarono e continuano a lavorare, ad uscire e a disporre dei propri beni (e sì, assistono alle esecuzioni pubbliche: ma non sono costrette). E’ invece simile in tutto questo a quella dell’Afghanistan sotto i talebani (lapidazioni negli stadi incluse). Il regime Talebano sorge dieci anni dopo l’uscita del “Racconto dell’Ancella”.

Il totalitarismo di Galaad è basato su un atteggiamento verso le Scritture del Vecchio Testamento che esiste in diverse comunità religiose americane (ad esempio, nel movimento dispensazionista, negli evangelici pentecostali, ed in alcuni gruppi battisti, e negli ebrei ultraortodossi sionisti vicini al Gush Emunim).

Come molti cristiani dell’estrema destra americana, però, e come le autorità russe dei primi del Novecento, il regime di Galaad è sionista in quanto antisemita. Gli ebrei vengono spediti senza tanti complimenti in Israele, con quali conseguenze sulla situazione medio-orientale il libro non lo dice, ma sappiamo cosa successe quando in Israele migrarono gli ebrei russi dopo il 1991.

I cattolici sono perseguitati, così come i quaccheri ed i battisti, presumibilmente anche i testimoni di Geova (si tratta dei alcuni dei gruppi religiosi cristiani che maggiormente si opposero alla guerra all’Iraq nel 2003... ma guarda caso...). Degli altri gruppi all’interno del frammentario universo di sette e chiese degli Stati Uniti non si parla; in effetti, contrariamente all’Iran ed in modo simile al califfato abbaside, in Galaad non è la Chiesa ad impossessarsi dello Stato, ma lo Stato a piegare i comandamenti religiosi ai suoi fini, assoggettando le varie Chiese (e, parrebbe di intuire, fondendole poi in un’unica Chiesa di Stato).

Insomma, credo si tratti della distopia del nostro tempo.

giovedì, aprile 12, 2007

Devo ringraziare Selene di avermi fatto conoscere Margaret Atwood.

Ma cominciamo dall’inizio.

Ero andato a presentare Pornoromantica alla libreria Mondadori. E’ stata una bella serata, ci siamo divertiti, Carolina è simpatica. Ma non voglio raccontarvi di questo.

Arrivo in libreria un po’ in anticipo e mi faccio un giretto. Punto subito allo smunto scaffalino Fantasy e Fantascienza, dominato dalle interminabili saghe di Brooks, Zimmer Bradley,  Hickman, Weis e Troisi. (niente in contrario, ci mancherebbe, solo che non posso permettermele). Cerco col lanternino la zona “Fantascienza”, un ghetto nel ghetto. Molto Bradbury (che a me, tranne Fahrenheit 451, non piace), un po’ di Sterling e di Dick (tutta roba che ho già) un sacco di Evangelisti (che apprezzo ma non intendo comprare) qualche Dan Simmons (finalmente, ma ho già tutto quello che mi interessa) e Frank Herbert (non il coraggio di iniziare la saga di Dune, adesso).

In mezzo, di interessante c’è poco. Mi tenta un romanzo di Octavia Butler.

Poi però vedo “Il racconto dell’Ancella” (The Handmaid's Tale) di Margaret Atwood, edizioni Ponte alle Grazie. So da Selene qual è l’argomento, non avevo mai sentito parlare di una traduzione italiana. Ci penso su un attimo. Ok, lo prendo.

 

Il libro è del 1985, quindi la Atwood dovrebbe averlo iniziato a scrivere nel 1984. Non è un caso. Zamjatin, Orwell e Huxley (gli autori delle tre grandi distopie totalitarie della prima metà del Novecento) immaginavano dei totalitarismi basati sulle società che conoscevano: dittature di classe, tecnocrazie, oppressione collettivistica ed industriale.

“Il mondo nuovo” di Huxley (1937) è un totalitarismo fordista.

L’Oceania di Orwell in “1984” (1948) è una dittatura di una burocrazia di partito che si maschera dietro un dominio di classe, modellato chiaramente sull’URSS staliniana.

Il mondo di “Noi” di Evgenij Zamjatin (1921) è una prefigurazione di una società totalitaria dominata dalla tecnologia e da una specie di ossessione per la purezza e l’asetticità, in cui privacy e individualità sono bandite. Un totalitarismo tecnico e collettivistico che anticipa alcuni elementi portanti di ciò che la Russia avrebbe cercato di diventare qualche anno dopo, corsa missilistica allo spazio inclusa.

 

Margaret Atwood è nordamericana e vive in un’epoca successiva. Un’epoca in cui grandi conflitti di classe e di “razza” del mondo occidentale si sono più o meno chiusi e la potenza del richiamo socialista si è fortemente affievolita. Appaiono nuove linee di frattura. Il conflitto di genere esplode davvero in Occidente (ma anche, in modo diverso, nel mondo arabo ed in India, mentre il problema non si pone nemmeno nei paesi del socialismo reale) solo negli anni Sessanta, benché abbia radici più profonde. Le identità religiose che l’orizzonte tecnico-scientifico della prima parte del secolo aveva tentato di porre sullo sfondo riemergono con violenza, a partire dalle partizioni dell’India e della Palestina britanniche, e poi soprattutto con la crisi pakistana iniziata nel 1972 e la crisi petrolifera del 1973, che trasforma la parte culturalmente più povera ed i poteri più conservatori e integralisti del mondo arabo (e forse dell’intero mondo musulmano) in potenze economiche. Negli Stati Uniti, il 1972 segna la “svolta a destra”, fortemente caratterizzata in senso religioso, con l’elezione di Nixon ed il “ritorno all’ordine” in reazione all’ubriacatura sessantottina.  Il 1972 è anche considerato da alcuni l’inizio della fine dell’equilibrio bipolare, cioè il momento da cui l’Unione Sovietica non è più in grado di tenere la parità con gli USA.

Questa situazione nuova giunge a maturazione nel 1979. Anno della rivoluzione iraniana, dell’invasione sovietica dell’Afghanistan, dell’invasione vietnamita della Cambogia, dei più gravi massacri a Timor Est, del tracollo di Carter che assicura alla destra religiosa un potere senza precedenti nella società e nella cultura americana. Negli stessi anni, dal 77 al 79, matura la “svolta a destra” anche nella società e nella politica israeliane: nel sionismo la componente laica e socialista smette di essere quella politicamente dominante. Allo stesso modo, prima in Libano e poi in Palestina, l’opposizione al sionismo diventerà, da nazionalista laica, a base religiosa.

Anwar al-Sadat pagherà con la vita l’essere sceso a patti con l’esistenza di Israele, per mano di una integralista religioso. Tuttavia, il fondamentalismo islamico appariva in quegli anni un fenomeno marginale. Assai più significativo, per l’opinione occidentale, era il ricordo delle azioni di Settembre Nero, come quelle di Monaco ed Entebbe. Gli americani erano molto più preoccupati dai sandinisti nicaraguesi (che avevano una forte componente cattolica) e da Cuba, che da Gheddafi o da Khomeyni.

Ma la Atwood è profetica. In molte cose. Quali, lo saprete nel prossimo post, che ora ho lezione.

postato da: falecius alle ore 13:34 | Permalink | commenti (6)
categoria:cultura, letteratura, religione, fantascienza, società, guerra allerrore
giovedì, aprile 12, 2007


























giovedì, aprile 12, 2007





























domenica, aprile 08, 2007
Regalo di compleanno al blog: un nuovo template.
Alcune cose ancora non vanno come dovrebbero, anche perché io ed HTML siamo molto lontani. Però adesso il tutto dovrebbe risultare più leggibile.
Non abituatevi a questa sistemazionegrafica, potrei cambiarla a breve.

Sono molto soddisfatto di quello che è successo in questo anno di blog. Settemilseicento visite forse non sono molte se paragonate a quelle di Carolina o Miguel. Però a qualcosa sto coso è servito. E' servito a me per riflettere ad alta voce, per condividere con altri le mie idee e forse, a volte, sentirmi meno solo; per confrontarmi e per conoscere persone, a volte fantastiche come Khadi e Milady.
E' servito all'università Ca' Foscari per lanciare un piccolo appello per salvare l'insegnamento di armeno... e pare che non sia caduto nel vuoto :).
Soprattutto, pare che qualcuno dei miei lettori abbia effettivamente imparato qualcosa, e questo era il mio scopo principale.
Insomma, sono molto soddisfatto.

Aggiornamenti. Martedì 10 aprile con Radiosc@rico e Radio Faina presentiamo il libro di Carolina Cutolo, per conto della Fazi Editore, alla libreria Mondadori a San Marco, Venezia. Ci sarò anche io. Ah, non è che noi vogliamo farci belli attaccandoci come remore alle case editrici: sono proprio gli editori che fanno a rissa per averci ai loro eventi, cercando di strapparci ai nostri impegni istituzionali con il comune di Venezia e IndustriAlien.

Quanto a me, continuo a scrivere, a tentare di imparare l'arabo, e a leggermi Khomeyni, letture che trovo, senza offesa, noiosissima.

Felice Pasqua del Signore a tutti voi.

 
martedì, aprile 03, 2007
Quando ho parlato della connessione tra Jihad e Rivoluzione Permanente, credevo di fare di una affermazione abbastanaza originale. Mi sbagliavo.
Facendo delle ricerche nella biblioteca di facoltà, ho trovato un breve testo, tradotto in italiano,  di 'Ali Sharia'ati, che esprime da un punto di vista piuttosto diverso (quello di un musulmano iraniano, grande conoscitore delle scienze europee ma ansioso di trasformarle in una conoscenza liberatrice ed islamica) concetti molto simili ai miei. L'articolo s'intitola "Egtehad e rivoluzione permanente", dove egtehad è la traslitterazione persiana dell'arabo ijtihad (la g va pronunciata, in questa traslitterazione, affricata palatale come nell'italiano giro, e non come nell'inglese give). Ijtihad è una forma derivata della stessa radice da cui viene il termine jihad. Questa forma derivata può avere diversi sigificati, ma spesso si traduce in modo indentico alla forma base (rappresentata dalle consonanti jhd, a cui nel derivato si aggiunge la T infissa; dando quindi  jthd); nel caso la radice indica genericamente "impegno, sforzo" di solito con l'implicazione religiosa: "impegno verso Dio". Ijtihad  ha lo stesso senso generale, ma si specifica come lo sforzo interpretativo ed ermeneutico del dotto rispetto al Testo Sacro. Tale sforzo è obbligato nell'islam sciita, dove i fedeli, a seguito di un complesso e conflittuale sviluppo interno allo sciismo, sono tenuti a fare riferimento ai dettami comportamentali di un maestro vivente, che si qualifica come fonte d'imitazione (marja' al-Taqlid) in base alla sua competenza nell'ijtihad.
Nella tradizione sunnita, la "porta dell'ijtihad" fu invece chiusa verso o poco dopo il Mille dell'era cristiana, il che, peraltro, non vuol dire che i dotti sunniti non abbiano applicato risorse interpretative verso i il Corano e i testi autorevoli della tradizione tramessa (come gli Hadith) anche in epoche successive, seppure in forme sfumate. Agli inizi del Novecento, il grande pensatore musulmano egiziano Rashid Ridà, certo del sostegno di gran parte degli intellettuali suoi colleghi e compagni, chiese di "riaprire la porta dell'ijtihad" ovvero di recuperare lo sforzo interpretativo sui testi, anche con degli strumenti scientifici e filologici di origine occidentale, per  "adeguarli" alla modernità , così come gli studiosi del nono e decimo secolo svilupparono un'interpretazione adatta alla società urbana dell'Islam califfale dell'epoca.
La riapertura fu parziale, ma direi che tramite questa filtrò la parte più avanzata dell'islamismo integralista dei Fratelli Musulmani, del pensiero dell'ideologo fondamentalista pakistano Mawdudi, e dei loro epigoni meno idioti. Khomeini, essendo sciita e quindi inserendosi in una tradizione di Ijtihad initerrotto e dal Settecento in poi obbligatorio, ha un'altra storia.

Shari'ati beniteso, non teorizza l'anarchia ma lo Stato Islamico; ma per come lo teorizza lui, in continuo progresso e rivoluzione permanente (in parziale opposizione all'utopia khomeinista) non è così lontano dalla mia idea anarco-spiritualista-evangelico-jihadista-gandhiana. ;)

P.S. Mentre scrivo questo posto sto ascoltanto i Dillinger Escape  Plan ad un volume quasi blasfemo; perciò attribuite a loro la responsabilità per qualsiasi offesa o cazzata possa aver scritto. E se non li conoscete, trovateli e sparateveli negli auricolari; farete le scorregge più soddisfacenti che esistano, e potreste scoprire cose che neanche immaginavate sulla resistenza dei vostri timpani.