venerdì, luglio 03, 2009
Noto con una certa commozione, da cattolica, come all' interno della Chiesa, alcuni tra i suoi più autorevoli esponenti aderiscano toto corde alla più autentica regola dei loro ordini di appartenenza.

Leonardo sottolinea la mirabile (e coerente con lo spirito francescano) iniziativa di realizzare una cripta atta a contenere degnamente le sante spoglie di padre Pio. Padre Federico Lombardi, gesuita, si allinea alla perfetta esecuzione degli esercizi ignaziani. Agostino Marchetto (non certo un progressista: si deve a lui una controstoria del Concilio Vaticano II, in opposizione a quella redatta a cura del professor Alberto Melloni e del defunto professor Alberigo, due dossettiani, ohibò....) dichiara che le nuove norme introdotte dal pacchetto sicurezza "provocheranno dolore"? Arriva super-Lombardi a correggere il tiro, e a diffondere una vulgata non imbarazzante per la Santa Sede e gradita ai politici. Tanto che Gasparri chiosa soddisfatto: "Il Vaticano smaschera i bugiardi!!". Ma, un momento. Chi sarebbero i bugiardi? Monsignor Marchetto, che assolve semplicemente al suo compito di segretario del Pontificio Consiglio per la Pastorale dei Migranti,  o alcuni parlamentari dell' opposizione, o dell' ombra di essa, che fanno sommessamente notare al ministro Maroni come sia molto comodo, ma ideologicamente ipocrita citare l' autorità vaticana solo quando avalla le politiche governative? O i giornalisti, che raccolgono per mestiere le dichiarazioni dei prelati?

Il Vaticano, per bocca di monsignor Lombardi, si smarca prontamente.

Del resto, perché stupirsi? Ha preso alla lettera le parole di Sant' Ignazio di Loyola:



"Per essere sicuri di non sbagliare dobbiamo sempre regolarci in questo modo: quel che io vedo bianco, creda che sia nero, se la Chiesa gerarchica così stabilisce".



(E. E., 365, 1)
venerdì, luglio 03, 2009
Orwell was a fucking hopeless optimist. Really.
postato da: falecius alle ore 13:05 | Permalink | commenti (5)
categoria:1984, invasione delle tupaie naziste
mercoledì, luglio 01, 2009
1. Si scrive M-U-S-A-V-I. Le varianti "Mousavi" e "Musawi" sono sensate rispettivamente in francese ed in traslitterazione dall'arabo, solo che lui è persiano*.
Comunque, con una sola cazzo di s. Quella seconda S, semplicemente, non esiste da nessuna parte. Ripeto: Musavi si scrive con una s.

2. Non è un uomo nuovo né tantomeno il liberatore dell'Iran. Non è un coraggioso solitario outsider che si batte contro l'orrido regime teocratico.
E' un vecchio arnese dello stesso regime. E' stato primo ministro. Sotto l'Ayatollah Khomeyni in persona. Ha sulla coscienza un bel numero di esecuzioni ed espulsioni di oppositori politici. E' tra i responsabili della liquidazione violenta del partito comunista iraniano, che era un partito abbastanza grosso.
Con tutto il rispetto per i manifestanti (che credo siano in buonafede e non manipolati dalla CIA, e che credo anche abbiano le loro buone ragioni di lamentarsi) io non mi fiderei.


* E' possibile traslitterare il persiano, che si scrive con l'alfabeto arabo, secondo le stesse convenzioni usate per l'arabo. Il risultato sarà una trascrizione più distante dall'effettiva pronuncia, ma coerente e corretta. In questa traslitterazione si scriverà "Musawi". Ma si si pronuncerà sempre e comunque "Musavì" (l'accento corretto è sull'ultima).
mercoledì, luglio 01, 2009
Orwell was an optimist.
postato da: falecius alle ore 03:01 | Permalink | commenti (1)
categoria:cazzate, 1984, caffé lesso bollente
lunedì, giugno 22, 2009
Ieri sera ho visto una squadra di calcio che giocava. A calcio. Poi c'era della gente dalla maglia azzurra che girava per il campo. Non ho capito che stessero facendo lì. Avevano l'aspetto di una comitiva di turisti smarrita. 
postato da: falecius alle ore 14:34 | Permalink | commenti (11)
categoria:cazzate, satira, reductio ad absurdum
venerdì, giugno 19, 2009
Disclaimer: ho perso ogni mia buona staffa, e mi sono resa conto di essere ricorsa al turpiloquio pesante, in questo post. Me ne scuso coi lettori.



Non bastavano gli spot di una nota acqua minerale a imporre timori alle consumatrici, in maniera intimidatoria e facendo leva sui più vieti luoghi comuni sulla fisicità femminile e sulla invidia delle "amiche". Adesso il figal bleaching® è completo: ci pensa Lactacyd!!!! Mi sfugge la profonda verità implicata dal messaggio. Se la mia figa puzza di pesce marcio perché sono sporca, di sinistra, mezza lesbica e non mi lavo mai, allora non rischio lo stupro?

Eh sì, perché si sa che quelle brutte bestie di stupratori rom-eni hanno per preda quel quarantadue per cento di donne brave, belle, virtuose & pulite che usano Lactacyd  e invocano le ronde. Le altre, vadano a farsi fottere.

Tanto non si meritano altro. Non sono belle ragazze italiane, ma sono magari sozze islamiche portanti il velo anche d'estate, con una puzza di sudore che metà basta.

Bisogna emanciparle, perbacco!

Bisogna fargli capire che nel luminoso Occidente, c'è una grande e liberatoria sessuofobia, per cui il sesso è una cosa sporca. Bisogna imporre alle ragazze dalla pelle nera che, arrivate in Europa, sviluppano ogni allergia, che è molto meglio lavarsi con un prodotto pieno di tensioattivi e petrolati; tanto, è testato sugli animali, si può star tranquilli. Convincere i consumatori dell' aureo Occidente delle politiche trasparenti di Glaxo-Smithkline, che vende al 25% in più del loro prezzo effettivo il suo prodotto farmaceutico in ogni farmacia degli Stati Uniti.

Che ha avuto le mani pulite rispetto al sostegno politico  all' ex  presidente Bush.

Le donne, per Lactacyd, non sono altro che fottuti buchi con la carne intorno, da snettare perbenino qualora incappino in quel 75% di sfigati omertosi che piuttosto di andar dall' andrologo per porre fine ai problemi di eiaculatio praecox si fanno seccare il cazzo.

Sono buchi non pensanti, frivoli, leggeri, piagnini: il 50% questa settimana ha pianto, il 15% stasera farà l'amore, il 65% ha simulato l' orgasmo (sorrisino malizioso! Ma vaffanculo!!!!),  il 72% ha riciclato un regalo (ops...smorfietta!) e, udite!, ben il 50% cambia pettinatura quando l'amore finisce!!!

Quindi, è perfettamente logico che si lavino ben bene dopo, se la disepitelizzino ancor di più. Non ci vuole una laurea per capire che lavarsi dentro con detergenti aggressivi dopo l' amore, approfondisca l' area di microdisepitelizzazione dovuta al rapporto e depauperi la flora batterica, lasciando ancor di più a braghe calate contro infezioni topiche e MST. Specie se una prende già la pillola estroprogestinica (Cerazette, dove sei?) e ha già un assottigliamento delle mucose, un viraggio del ph verso l' alcalino e una -seppur minima- discesa delle difese immunitarie. Perché, non dimentichiamocelo. Siamo in Italia. Paese pecorescamente cattolico e conformista (non intendo in senso di fede: questo conformismo malsano ha poco o nulla a che vedere con la fede autentica delle persone, per solito più emancipate e convintamente praticanti della media dei consumatori, resa inerte da anni di campagne pubblicitarie più o meno subdole) : il mezzo contraccettivo più diffuso è la pillola estroprogestinica, il sistema più impegnativo per la donna, che ricade unicamente su di essa e sulla sua salute, dandole un' illusoria sensazione di autonomia e gestione interamente femminile della pratica contraccettiva. Faccio sommessamente notare che anche il diaframma e la pillola senza estrogeni, la Cerazette, fatta di soli progestinici e assumibile anche dalle donne che allattano, e da tutte le altre con minori rischi per la salute, sono difficili se non impossibili da trovare in commercio. E si gestiscono in autonomia, tanto come la Yasminelle, o le altre pillole dal nome paraculamente leggiadro e dagli effetti pesanti. E che alle povere ragazze costrette a vendersi in strada nessuno, tranne qualche associazione benemerita, fornisce di che proteggersi.

Chissà se la ragazza rumena stuprata a Milano ce l'aveva pulita, quando i nostri bravi finanzieri l' hanno umiliata. Ah...ecco....l' hanno costretta a succhiare il cazzo a uno di loro. Probabilmente, perché ce l' aveva sporca. E non usava Lactacyd. Né invocava le ronde. A lei, bastava che i militari la lasciassero in pace. Anche senza proteggerla.

Qui il meritorio controspot delle amiche dell' Onda Anomala di Venezia.

Grazie ragazze.
mercoledì, giugno 17, 2009
Mi chiedo se i finanzieri che qualche notte fa hanno violentato una prostituta saranno prosciolti, in quanto utilizzatori finali del corpo della donna.......
lunedì, giugno 15, 2009
Sto tinteggiando casa. Ho quindi almeno una esperienza in comune con Adolf Hitler, e devo confessare che lo capisco molto di più, adesso.
Però non aveva nessuna ragione di prendersela con gli ebrei. Infatti, io, adesso, odio i muri.

 
postato da: falecius alle ore 23:49 | Permalink | commenti (3)
categoria:cazzate, satira, invasione delle tupaie naziste, reductio ad absurdum
lunedì, giugno 15, 2009

Nelle università, dopo gli scritti e gli insegnamenti degli umanisti, si erano abbondantemente rotti le palle  della Scolastica, in particolare dato che i preti avevano fatto il santo favore di levarsi di culo dalle università  per andare a studiare nei seminari istituiti dal Concilio di Trento.  Per secoli la filosofia e la teologia era andate di pari passo: la prima  provvedeva a fondare la base razionale per l' accettazione della Rivelazione, la seconda forniva la necessaria moderazione delle divagazioni eterodosse del pensiero umano. Il principio della centralità della capacità di giudizio individuale, proclamato dai primi riformatori e ricevuto con tanto entusiasmo da parte loro seguaci, ha come conseguenza logica un ampliamento e una netta presa di posizione nei confronti  dei poteri della mente umana, a scapito delle autorità ecclesiale, con il corollario che che lo scetticismo, l'ateismo e il  materialismo  trovano favore nei circoli più culturalmente avanzati dell’ epoca.


Tuttavia, di fronte a prove evidenti dei limiti della mente umana, si registra una reazione, sia da parte di studiosi cattolici che di quelli protestanti, contro la presunta infallibilità della ragione. I filosofi cattolici sono inclini a diffidare assolutamente della  ragione, e a fare affidamento esclusivamente sull’ autorità divina come garanzia di verità. In altre parole, accettano il Tradizionalismo, mentre i protestanti, altrettanto sospetti nei confronti della  ragione, proclamano che nel giudicare il valore della  Rivelazione, il sentimento e la volontà umana debbano essere ascoltati come pure l'intelligenza, vale a dire che accettano quello che è chiamato, nei paesi di lingua anglosassone e che non trova un corrispettivo in una traduzione decente italiana,  Sentimentalism.

Il tentativo di sostituire la tradizione scolastica da parte di alcuni nuovi sistemi filosofici ha dato luogo a varie scuole di pensiero, la maggior parte delle quali può essere fatta risalire,  in ultima analisi, a Bacone e Descartes, il primo  alfiere del metodo induttivo, l’ altro del metodo deduttivo. René Descartes (1596-1649) nasce  in Turenna e riceve la sua prima educazione dei Gesuiti. Seguendo il  suo desiderio di vedere il mondo, sian  stati i troppi libri o il suo provincialismo,  prende servizio come soldato nell’  esercito del principe Maurizio di Nassau, e successivamente in quella del principe elettore di Baviera. Si ritira dalla vita attiva per dedicarsi allo studio della matematica e della filosofia. In un primo momento trova un tranquillo rifugio in Olanda; da lì migra a Stoccolma su invito della regina Cristina. In Svezia, dopo qualche mese di residenza, muore di una malattia polmonare. La signorina Wasa pretende che Cartesio le faccia lezione di buon mattino, costringendolo ad improvvide uscite ad orari antelucani, nel bel mezzo di un gelido inverno svedese. Descartes ci lascia le penne. Per tutta la sua vita , Cartesio rimane un sincero e devoto praticante cattolico, nonostante non si sia peritato di sbudellare gente per conto terzi.  Mettendo da parte la Rivelazione, la quale egli dichiara di non volere affrontare, Descartes, dall’ applicazione del suo principio del dubbio metodico, perviene alla conclusione che il fondamento di ogni certezza risieda nella proposizione Cogito ergo sum  . Da un esame delle proprie idee su un essere più perfetto, arriva alla conclusione che Dio esiste, e  all' esistenza di un Essere Supremo buono e saggio che ha dato la ragione agli uomini, la coscienza e la capacità percettiva al fine di acquisire conoscenza ; egli sostiene che queste facoltà non possano condurre gli uomini in errore, e che, di conseguenza,  la veridicità di Dio è il fondamento ultimo di ogni certezza.

Le teorie di Cartesio sono condotte alla loro logica conclusione dai suoi successori. Blaise Pascal (1623-1662) è influenzato ampiamente dal misticismo del Medioevo. Pascal pone in secondo piano la ragione, verso la quale si mostra diffidente, ed esalta al contrario la fede , come unico mezzo per risolvere le difficoltà che il puro intellettualismo non può risolvere. Arnold Geulincx (1625-1669) prima cattolico,  poi divenuto calvinista, argomentando a partire  dall’ antitesi supposta da Cartesio tra  mente e materia, sostiene che la materia, essendo  inerte non possa produrre le sensazioni e le volizioni esperite dagli esseri umani , e che, pertanto, queste debbano essere causate da Dio. In altre parole propone la teoria dell’ Occasionalismo. Questa dottrina occasionalistica come dispensante una spiegazione delle sensazioni è stato ampliata e approfondita da Nicolas Malebranche (1638-1715), uno allievo della Sorbona, al fine di spiegare l'origine delle idee umane. Questi ha sostenuto che non possano provenire da fuori, perché non vi può essere alcun contatto tra mente e materia, che non possano  venire dalla mente stessa, perché la creazione è un attributo unicamente dell’ Essere Infinito e che, pertanto, esse debbano  venire da Dio. Quindi, secondo Malebranche, è in Dio o nell’Essenza Divina che noi vediamo tutte le cose. (Una chiara proposizione di ontologismo).  Se tutte le attività e tutte le conoscenze provengono direttamente da Dio, è naturale concludere, come fa Baruch Spinoza (1632-77), che esista solo una sostanza dotata dei due attributi di pensiero e di estensione. Ciò conduce ad elaborare una teoria avvicinabile al Monismo, e, lato sensu, al Panteismo.

Da questi lunghi pipponi  si evince che il rifiuto del sistema scolastico e il divorzio tra teologia e la filosofia conduce al caos dogmatico e, in definitiva, al rifiuto della Rivelazione divina. Con i suoi attacchi contro le vecchie prove dell’ esistenza di Dio e contro i motivi della loro credibilità, coi quali ha posto l'accento sul dubbio metodico come l' unica strada sicura per la certezza, e con i sospetti sollevati da lui contro l'affidabilità assoluta e indubitabile  della ragione umana, Descartes involontariamente apre la strada allo scetticismo e all' ateismo. Anche se il suo sistema è condannato da Roma e vietato più di una volta da Luigi XIV,  è  ripreso in Francia  dagli Oratoriani e dalla maggior parte dei più importanti studiosi.

Lo spirito del diciottesimo secolo è nettamente sfavorevole agli ordini religiosi. I razionalisti, i frammassoni, e i sostenitori dell’ Assolutismo illuminato fanno fronte comune nella lotta contro la fondazione di nuove congregazioni e per garantire la soppressione delle confraternite religiose che erano già state fondate. In Austria, a Napoli, in Spagna, in Francia si conduce un’ assidua campagna per lo scioglimento di ordini e congregazioni , o, spesso, più realisticamente, per modificare le loro regole, al fine di rescindere il legame con Roma e di assoggettare i religiosi all’ autorità dei governanti secolari. Durante la campagna molte case religiose  sono soppresse in Austria e in altri territori dell' Impero, ma la vittoria di gran lunga più importante dei sostenitori di questa campagna, è senza dubbio la soppressione della Compagnia di Gesù.


Eppure, a dispetto di ogni intenzione secolarizzatrice , gli ordini religiosi mantengono terreno, lgli uomini di chiesa continuano nel loro apostolato, gettando le basi di nuovi organismi, che sono  destinati a prendere parte ad un deciso revival religioso nel XIX secolo. Uno dei più notevoli tra questi uomini di chiesa  è Sant'Alfonso Maria de 'Liguori (1696-1787). Nato vicino a Napoli, dapprima si dedica alla professione di avvocato, ma ben presto l’ abbandona per donarsi  totalmente a Dio, coerentemente all’ ispirazione un po’ melensa dei suoi scritti. E’ ordinato sacerdote nel 1726. Nel 1732 getta le basi di una nuova società religiosa, la Congregazione del Santissimo Redentore, che è approvata da Benedetto XIV nel 1749. Dopo aver rifiutato vari onori fu costretto ad accettare il Vescovado di sant' Agata dei Goti  nel 1762,  da cui si ritirò nel 1775 per dedicarsi alla preghiera e alla composizione trattati spirituali che gli riservano un posto importante non solo, semplicemente,  come teologo morale,  ma come  maestro di vita ascetica. Nel 1744  pubblica le sue  Note sulla Teologia Morale di Busenbaum, che costituisce la base della sua Theologia Moralis pubblicata nel 1753-55, e che vede nove edizioni nel corso della vita dell’ autore. E’ dichiarato Venerabile nel 1796 da Pio VI, canonizzato nel 1839 da Gregorio XVI, infine,  riconosciuto come Dottore della Chiesa da Pio IX nel 1871, significativamente all’ indomani della presa di Roma.

La Congregazione del Santissimo Redentore (Redentoristi) è stata fondata da  Alfonso Maria de’ Liguori  a Scala, vicino Amalfi, nel regno di Napoli (1732), ed è stata approvata nel 1749. L' obiettivo dei suoi membri è quello di imitare le virtù e l' esempio di Gesù Cristo, Redentore dell’ umanità , nella consacrazione particolare delle loro vite alla predicazione della parola di Dio ai poveri. L'opposizione del primo ministro  del Regno di Napoli, Bernardo  Tanucci, rappresenta una fonte di grande difficoltà per il fondatore. Dopo la caduta del Tanucci,  Alfonso Maria de’ Liguori  pensa che gli si offra una buona occasione per assicurare ai Redentoristi l'approvazione del governo, ma è  indotto da alcuni amici che lo vogliono fregare , mettendolo da parte, ad accettare una modifica della Costituzione dell’ ordine, il Regolamento (1779-80), che porta ad un separazione tra le case Redentoriste del Regno di  Napoli e quelle situate negli  Stati Pontifici. La controversia è , tuttavia, risolta nel 1793. La Società si diffonde rapidamente in Italia, in Germania, dove i suoi interessi sono salvaguardati da Padre Hofbauer, e durante il diciannovesimo secolo, sono istituite case  in ogni paese in Europa, in America e in Australia.

I Passionisti (La Congregazione dei Chierici Scalzi della Santissima Croce e Passione di Nostro Signore Gesù Cristo: un nome lungo lungo che manco la Wertmüller) sono stati fondati da san Paolo della Croce (1694-1775). Questi  nasce a Ovada, vicino a Genova, è ordinato da Benedetto XIII nel 1727, che allo stesso tempo concede la sua approvazione delle regole elaborate per la nuova società.  Fonda la sua prima casa ad Argentaro e, quindi, procede alla fondazione della Congregazione dei Passionisti. La nuova società ha ricevuto la sanzione formale e l'approvazione di Clemente XIV nel 1769 e di Pio VI (1775). Prima della morte del fondatore, diverse case sono istituite in Italia, rimpiazzando quelle abolite durante le soppressioni seguite il propagarsi dell’ onda lunga della Rivoluzione Francese nella penisola . La congregazione è, tuttavia, ricostituita da Pio VII (1814), e si diffonde rapidamente in Europa, negli Stati Uniti, in Sud America. La prima casa dei Passionisti in Inghilterra è istituita dal  celebre Padre Domenico a Aston Hall nello  Staffordshire (1842), e la prima casa in Irlanda è stato aperta presso Mount Argus nel 1856.

lunedì, giugno 15, 2009

Un altro oratoriano francese del periodo, Bernard Lamy (1640-1715), tratta il tema dell’ introduzione alle Scritture nei suoi due libri Apparatus ad Biblia Sacra (1687)   e Apparatus Biblicus (1696) . Come professore di filosofia Lamy aveva già suscitato una forte opposizione, a causa del suo evidente orientamento verso il cartesianismo, né incontrarono migliore accoglienza i suoi studi sulle Scritture. Egli contesta il carattere storico delle narrazioni contenute nei libri di Tobia e di Giuditta, sostenendo che , nonostante i decreti del Concilio di Trento vadano in direzione contraria, debba essere attribuita  meno autorità ai libri biblici di tradizione  deuterocanonica, rispetto a quelli di tradizione protocanonica. Tra i principali commentatori  delle Sacre Scritture dell’ epoca figurano Le Maistre de Saci († 1684), un giansenista, che  pubblica la traduzione del Vecchio e Nuovo Testamento.  La sua traduzione dei Vangeli sarà poi messa all’ Indice; Piconio (Henri de Picquigny , 1633-1709 ) , un cappuccino la cui Triplex Exposito Sacrosancta DN Jesu Christi Evangelia (1726), è considerata insuperata anche ai nostri giorni; Louis de Carrières (1622-1717) : la sua Sainte Bible en Francais avec un commentaire litteral fondata sul precedente lavoro di traduzione del  De Saci,   è riconosciuta come uno dei migliori e più semplici commenti  delle  Scritture; Charles Francois Houbigant (1686-1783), anche lui un oratoriano, che ha pubblicato una edizione della Bibbia ebraica e il testo greco dei libri deuterocanonici insieme a dei Prolegomena, e Dom Calmet (1672-1757), benedettino, appartenente all' ordine con più tempo da perdere della storia della Chiesa, che pubblica in ventitré volumi un commento dell’ Antico e Nuovo Testamento, accompagnato da una introduzione ai vari libri (1707-1716).


In nessun ambito della scienza teologica si registrano maggiori progressi nel corso dei  secoli XVII e XVIII che in quello della storia ecclesiastica e della teologia storica . Ciò è dovuto in gran parte al lavoro e all'esempio dei Benedettini di Saint Maur. Uomini come Luc d'Achery (1609-1685), Stephen Baluze (1630-1718), Jean Mabillon (1632-1704), Edmond Martène (1654-1739), Théodore Ruinart (1657-1709), Ludovico Antonio Muratori (1672-1750), Dom Martin Bouquet (1685-1754), il gesuita  Jean Hardouin,  (1646-1729), Domenico Mansi (1692-1769), e gli orientalisti Giuseppe Simeone Assemani (1687-1768) e il fratello Luigi Giuseppe (1710-82) gettano le basi della moderna ricerca storica, per la loro corretta pubblicazione di edizioni di scrittori tardoantichi e altomedievali e dei decreti dei vari concili generali, nazionali  e provinciali, così come risulta esemplare l’ uso delle fonti storiche impiegate  per le loro dissertazioni accademiche . Oltre alla pubblicazione di raccolte di fonti originali, opere come la Gallia Christiana, iniziata nel 1715 dai Benedettini di Saint Maur e continuata da loro fino alla Rivoluzione Francese, la España Sagrada ,  iniziata  dall’  agostiniano Enrique Florez nel 1747, e l’ Italia Sacra (1643-1662) di Ferdinando Ughelli costituiscono una vera miniera di informazioni per le successive generazioni di storici della Chiesa. Tra i più valenti scrittori storici di questo periodo si hanno Sebastien Louis Le Nain de Tillemont (1637 - 1689), l'autore della Histoire des Empereurs pendant les six premiers Siecles and Memoires pour servir a l'histoire eccl. des six premiers siecles (1693); Claude Fleury (1640-1725) la cui grande opera, la  Histoire Ecclesiastique (che tratta il periodo compreso tra l' Ascensione fino al Concilio di Costanza nel 1414) , si segnala principalmente per le tendenze gallicane del suo autore, e Natalis Alexander (Noel Alexandre, 1639-1724), un domenicano francese, che pubblica un prezioso contributo alla  storia della Chiesa sotto  il titolo Selecta Historiae Eccl. Capita, ecc, ma che è stato condannato da Innocenzo XI nel 1684,  a causa della marcata pregiudiziale sul gallicanesimo del suo autore.


Alcune delle figure più note e autorevoli nell’ ambito del diritto canonico nel corso del XVII e XVIII secolo sono Benedetto XIV, (1675-1758) - molti suoi trattati sono considerati imprescindibili punti di riferimento anche dai canonisti a noi contemporanei; Ernricus (sì, si scrive così) Pirhing (1606-1679), gesuita, professore a Dillingen e Ingolstadt, ben noto come teologo e canonista; Johann Georg Reiffenstuel (1641-1703), francescano bavarese, per qualche tempo professore a Freising, autore di numerose opere teologiche e ineguagliabile canonista ai suoi tempi; Zeger Bernhard van Espen (1649-1728) professore all'Università di Lovanio, forte sostenitore del gallicanesimo  e del  giansenismo, la cui grande opera Jus Canonicum Universum è segnata dalle inclinazioni filogallicane dell’ autore; Francis Xavier Schmalzgrueber (1663-1735), un gesuita bavarese, professore di Diritto Canonico a Ingolstadt e a Dillingen, che oltre a trattati su temi quali i processi canonici , la disciplina del sacramento del matrimonio e del  clero secolare e regolare, pubblica un lavoro che copre ogni argomento del diritto canonico, lo Jus Eccl. Universum (un altro, questo patre pavarese,  con del gran tempo da perdere) ; infine, ultimo ma non meno importante,  l'italiano Lucio Ferraris († 1763), il cui Prompta Bibliotheca Canonica gode di grandissima fortuna editoriale dopo la morte dell’ autore: l’ ultima edizione di questa opera sarà addirittura stampata nel 1899.


Nell’ ambito della predicazione, la palma è indubbiamente detenuta dalla chiesa francese . Jacques-Bénigne Bossuet (1627 - 1704), a buon titolo il più grande dei predicatori francesi, è figlio di un avvocato di  Digione. Fin dalla sua prima giovinezza si mette in luce per la sua  notevole padronanza del testo sacro  e degli  autori classici. Studia all’ università di Parigi, e dopo essere rimasto due anni sotto la guida spirituale di san Vincenzo de’ Paoli, è ordinato sacerdote nel 1662. Fa ritorno a Metz, nella cui cattedrale aveva precedentemente detenuto un canonicato, e dove la sua abilità come predicatore e polemista attira presto l'attenzione. E’ nominato precettore del Delfino di Francia, ufficio che ricopre dal 1670 al 1681, quando è consacrato vescovo di Meaux. Come vescovo partecipa  alla Assemblea del Clero francese negli anni 1681-82; nonostante non sia come molti suoi contemporanei uno strenuo difensore delle teorie gallicane, è generalmente accreditato come l’ autore della famosa Dichiarazione del Clero, nota per essere  la raccolta degli articoli fondativi della chiesa gallicana. Su invito di Luigi  XIV compone un trattato in difesa di questi articoli, la Defensio Declarationis , pubblicata dopo la sua morte (1730). Bossuet è un oratore molto più avanzato  rispetto ai predicatori del suo tempo e, come scrittore e polemista ha  pochi eguali. La sua instancabile energia e le sue  capacità di polemista  sono attestate per il numero di opere uscite, in un breve giro d’ anni, dalla sua penna.   Di queste,  le  più istruttive e note sono il Discours sur l'histoire Universelle (1681), e la  Histoire des Variations des Eglises Protestantes (1688-89). La sua volontà di fermezza , tuttavia, nelle relazioni intrattenute con la corte che lo conduce a mostrare simpatia verso tendenze gallicane a cui non ha mai aderito toto corde, la sua incapacità di muovere una paglia per arginare il flagello del giansenismo, la sua personale aspirazione allo zelo nella cura spirituale della sua diocesi, in contrasto evidente con l’ energia dispiegata cercando di  far tacere quel santerellino di Fénelon e altri avversari meno noti,  ma altrettanto rompiballe e agguerriti , non possono essere taciuti da chiunque voglia pervenire ad una valutazione storica imparziale del carattere di Bossuet. Che era con ogni probabilità un grandissimo stronzo e un arrivista, disposto a mangiarsi giganteschi piattoni di merda pur di mantenere una posizione di prestigio a corte.


Fénelon (1651-1715), il grande contemporaneo e rivale di Bossuet, è inviato da giovane a formarsi nelle università di Cahors e di Parigi. In seguito, fa ritorno al seminario di Saint Sulpice, all’ epoca presieduto da M. Tronson, ai  cui consigli saggi e prudenti  il futuro arcivescovo di Cambrai sarà sempre profondamente debitore. Dopo la revoca dell'Editto di Nantes è inviato a predicare agli ugonotti, sui quali la gentilezza  di Fénelon  esercita una impressione molto più duratura e favorevole che non  il ricorso alla violenza da parte di alcuni dei funzionari inviati da Luigi XIV. Successivamente è nominato precettore del Duca di Borgogna, nipote di Luigi  XIV,  per la cui istruzione ha composto le Fables, il Telemaque,  e, a coronamento della sua opera di guida spirituale,  è nominato Arcivescovo di Cambrai (1695). Non fa in tempo a godersi questo onore che   è coinvolto in una controversia sul Quietismo, controversia che gli costa l'amicizia di Bossuet e il patrocinio di Luigi XIV, dal quale è bandito dalla corte francese. Ma Fénelon trova a Cambrai molti motivi di consolazione per ciò che ha dovuto lasciare a Parigi. E’ un modello di vescovo nel senso letterale del termine: si degna di muovere il culo e di visitare regolarmente le  parrocchie, predica nella cattedrale e in tutta la diocesi, registrando sempre un' ottima audience, è affabile e sempre disponibile nei confronti di chi lo avvicina, indipendentemente dagli omaggi che gli rende o dalle regalìe che ne può ricevere. A differenza di Bossuet , non si è mai cagato in mano al pensiero di  parlare  apertis verbis contro il giansenismo e il gallicanesimo. Come predicatore e maestro di stile per la storia della letteratura francese è inferiore a Bossuet, ma come uomo e come vescovo, è, a mio avviso, incomparabilmente superiore. In aggiunta ai suoi lavori su questioni politiche e letterarie,  Fénelon  scrive diffusamente  di teologia, di filosofia e sulla vita spirituale.

postato da: roseau alle ore 19:22 | Permalink | commenti
categoria:citazioni, cultura, politica, letteratura, religione, società, fisolofia
lunedì, giugno 15, 2009

Il grande rilancio teologico  iniziato col Concilio di Trento, e che si è fatto sentire nei paesi cattolici, si  spegne molto gradualmente, seguito nel XVIII secolo da un periodo di declino. Studiosi come Bellarmino, De Lugo, e Suarez scompaiono  senza lasciare dietro di loro nessuno all’ altezza della loro raffinata cultura teologica.  Fatta eccezione per il settore della storia ecclesiastica e di tutta la teologia storica la tendenza è quella  di un generale recesso della teologia, a favore della filologia biblica e della critica testuale.

Le cause principali che hanno spianato la strada a questo recesso della teologia dogmatica, o, meglio, normativa,  sono state la diffusione del Giansenismo, delle dottrine gallicane, che hanno implicato un enorme impiego di energie nella controversistica, il ritiro di molti studiosi ecclesiastici, divenuti monaci o abbraccianti  le professioni liberali nel secolo, la soppressione della Compagnia di Gesù e, prima ancora, il rifiuto della Scolastica a favore del sistema filosofico Cartesiano o di quello della scuola tedesca di Leibniz-Wolf .


All’ affermazione  della scuola razionalista in Francia, minacciante  gli stessi fondamenti del cattolicesimo, risponde   l'attività di un nuovo gruppo di apologeti, che  fanno  per il cattolicesimo del XVIII secolo quello che era stato fatto, in epoca tardoantica, da uomini come Giustino Martire e Lattanzio contro i filosofi pagani. Anche se  non sono mancati lavori di grande erudizione, pochi di essi hanno il fascino letterario e l’ interesse delle opere dei nuovi “nemici della religione”, limitandosi ad essere pipponi pletorici che nemmeno questi post. I principali apologeti in Francia in questo periodo sono Huet († 1721), Sommier († 1737), l'oratoriano Houteville († 1742), il gesuita  Baltius, († 1743), Bullet, professore presso l'Università di Besançon († 1775), Bergier, uno dei più illustri allievi di Bullet, († 1790), Guenée († 1803), l'avversario in grado di  tenere testa  ad uno stronzo schiavista come Voltaire, e Feller, un altro gesuita  († 1802), i cui Catechismo filosofico  e Dizionario Storico hanno  goduto di una diffusa popolarità a lungo, dopo la scomparsa dell’ autore.

Nella teologia dogmatica i principali rappresentanti della scuola tomista sono senza dubbio Vincenzo Ludovico  Gotti (1664-1742) e Charles René Billuart (1685-1757). Il primo di questi è nato a Bologna, è entrato nel noviziato dei Domenicani in tenera età, è stato l'autore di numerose opere polemiche dirette contro i luterani e i calvinisti . E'  creato cardinale nel 1728 da Benedetto XIII. In considerazione della sua cultura, della sua  prudenza, e della sua condotta di vita esemplare  esercita una  notevole  influenza  all'interno del suo ordine sia in Francia che nel resto d’ Europa, tanto che nel conclave del 1740 (che vede l’ elezione al soglio pontificio di un altro bolognese, Prospero Lambertini, come Benedetto XIV)  la sua elezione al papato è favorita da un nutrito gruppo di   colleghi ed è  trombato per pochissimi voti. L’ opera principale del card. Gotti è il commento a  San Tommaso, intitolato Scholastico-Theologia Dogmatica iuxta mentem D. Thomae (1727 - 1735).


Billuart è nato nelle Ardenne,  in Belgio, e il completamento dei  suoi  studi classici si compie nel  noviziato del convento domenicano di  Lille. Negli anni  durante i quali ricopre diverse posizioni di prestigio culturale nelle case domenicane belghe,  le sue abilità di scrittore, professore e predicatore,  attirano così tanto l'attenzione che, su richiesta dei colleghi di Billuart a Douai, il generale dell’ ordine decide di impegnarlo nella preparazione di un commento esaustivo e autorevole sulla Summa di San Tommaso. Dopo cinque anni di smonamento  sulla Scolastica, completa  l'edizione,  pubblicata a Liegi in diciannove volumi , dal 1746 al 1751. Se ne stampa un compendio nel 1754.

Il più noto e abile  esponente  del  sistema teologico di Duns Scotus è  Claude Frassen  (1621-1711). Nato a Peronne,  entra nei Francescani ed  è  inviato a Parigi, dove insegna teologia per diversi anni anni. La sua grande opera è lo  Scoto academicus, (Scoto for dummies) un commento o una spiegazione teologica del sistema di Duns Scotus. Sia per merito  dell’ esposizione fedele del pensiero di Scoto che dell' ottimo metodo e dello stile leggibile in cui è composto,  questo lavoro ha  goduto e gode di una notevole reputazione. Tanto che persino i preti post-Vat II e non bene a prova di latino riescono a leggerlo.
Tra i teologi della scuola agostiniana i due più noti sono Lorenzo Berti (1696 - 1766) il cui De theologiae disciplinis (1739-45) lo conduce  ad una imputazione per  giansenismo, da cui l' autore è prosciolto  dal verdetto di Benedetto XIV  e il cardinale Norris (1631-1704), per  lungo tempo professore di storia ecclesiastica  presso l' Università di Padova. Contro  la sua opera, la  Historia Pelagiana e Vindiciae Augustanae, è stato,  per qualche tempo, in vigore  un divieto   emanato  dalla Inquisizione spagnola, poi  cassato  in appello a Benedetto XIV.

Le infinite polemiche a cui ha dato luogo la diffusione del giansenismo avevano appannato  la reputazione della Sorbona. Il più grande rappresentante di questo centro di formazione teologica del  periodo è Honoré Tournely,  saldo avversario del giansenismo , la cui opera intitolata Praelectiones Theologicae (1738-40) è  considerata come una delle opere più importanti del tempo. In difesa della Santa Sede contro gli attacchi di Febronius , le opere più importanti ci arrivano da  Zaccaria (1714-95) che scrive diffusamente  sulla teologia, sulla storia ecclesiastica e sul diritto canonico; da Alfonso Muzzarelli (1749-1813), domenicano, dal cardinale Orsi (1693 - 1761), e dal  cardinale Gerdil (1718-1802), alla cui elezione al papato dopo la  morte di Pio VI,  è  posto il veto dall' Imperatore. La Theologia Wirceburgenis , pubblicata dai Gesuiti di Würzburg  tra il 1766 e il 1771, fornisce  una completa e sapiente sintesi di tutto il dibattito  teologico dell’ epoca.

Sebbene Billuart , come  molti dei suoi contemporanei, seguendo le orme di san Tommaso, si  occupi   sia di teologia dogmatica  che di teologia  morale, si afferma la tendenza a considerare quest' ultima come un servizio distinto e a dedicare   attenzione a ciò che può essere definito il lato “casuistico-morale”  della teologia. In una certa misura, almeno nei manuali destinati ad uso  del clero, tale metodo è  reso necessario dalla maggiore  frequenza e dalla maggiore accuratezza delle confessioni.  Ciò fornisce tuttavia una possibile spiegazione alla diffusione rapida, a livello della élite, del Giansenismo, che considera questo metodo un degrado della teologia, implicante uno iato tra religione e casuistica e il “ritorno” ad un farisaico cavillare. Strettamente connessa  all' opposizione al nuovo metodo adottato dai teologi morali è stata la polemica sul Probabilismo, che divide le scuole durante la maggior parte dei secoli XVII e XVIII. Nella soluzione pratica di dubbi di coscienza,  la soluzione  offerta dal Probabilismo era stata  applicata per secoli, ma è  solo verso la fine del sedicesimo secolo che il principio è formulato definitivamente dal domenicano  De Medina. E ' immediatamente accolto dalla quasi totalità  dei gesuiti (figurarsi...!),  così come da quasi tutti gli  autori   di teologia morale. I giansenisti, tuttavia, nel loro desiderio di nuocere alla reputazione dei loro avversari  gesuiti , li accusano di aver introdotto questo nuovo sistema di lassismo  morale, con l' obiettivo di offrire comode assoluzione anche alle porcate più arrapanti -per il confessore, che si autocompiaceva nel sentirsele narrare-  della loro clientela devozionale. Questa accusa ha fatto breccia nell’ immaginario collettivo popolare: tanto che, per definire atteggiamenti di lassismo e doppiezza morale si parla ancora di “gesuitismo”, e ha contribuito a creare, per un certo periodo di tempo, specie in seguito, nel corso del XVIII sec.,  una percezione diffusa  nettamente sfavorevole alla Compagnia di Gesù. La condanna del Probabilismo da parte dell’ Università di Lovanio nel 1655 e il clamore sollevato contro la casuistica da parte dei bacchettoni della  fazione rigorista  porta la maggior parte degli ordini religiosi e il clero di abbandonare le pratiche più “relativiste”, dal punto di vista morale. Due episodi che hanno avuto luogo poco dopo contribuiscono a rafforzare il partito antiprobabilista. Uno di questi è  la condanna da parte della Santa Sede di alcuni principi molto lassisti avanzati da alcuni teologi che si erano definiti, nel 1679, come probabilisti;  l'altro è  la decisione presa da Innocenzo XI nel caso della difesa del Probabilismo, scritta  da Thyrsus Gonzalez (1624-1705) in seguito  generale dei Gesuiti. I suoi superiori gli aveva rifiutato l'autorizzazione a pubblicare il suo lavoro; mediante il ricorso al Papa tale divieto, nel 1680, decade. E non c'è da meravigliarsi: quel sant' uomo dell' Odescalchi era sanamente pragmatico. Pur di metterla nel culo a Luigi XIV, qualche anno dopo, mentre da una parte spedirà  le sue truppe a Vienna a combattere contro il Turco, dall' altra finanzierà di nascosto le imprese militari del principe protestante Guglielmo d' Orange. Qualcuno in Vaticano, probabilmente non ha gradito. E ha reso ricca una bella ragazza dai capelli rossi di Pedaso, e il di lei consorte, un tipo buffo con gli occhialetti alla Camillo Benso. Questa però è un' altra storia.


Ma se il Papa ha certamente favorito il Probabilismonon è chiaro se la  sua decisione determini un avallo concreto di questa dottrina.  La condanna emessa da Alessandro VIII nel 1690 infligge un duro colpo al rigorismo. Infine, nel secolo successivo, gli scritti di sant’ Alfonso de’ Liguori (presente? Quel  core napulitano autore di quell' assalto  iperglicemico chiamato Tu scendi dalle stelle... ) , pongono fine agli estremismi in entrambe le dottrine.

Tra i grandi teologi del tempo vi sono i Gesuiti Lacroix (1652-1714), Paul Antoine Gabriel (1679-1743) professore presso il Collegio dei Gesuiti di Pont-à-Mousson, Billuart (1685-1757), Eusebio Amort (1692-1775), e il  Salmanticenses, il gesuita autore della serie sulla teologia morale iniziata a Salamanca nel 1665 . Ma l’ autore di teologia morale  di gran lunga più notevole nel corso del diciottesimo secolo è s. Alfonso de ' Liguori (1697-1787), fondatore dei Redentoristi. Un sant’ uomo, uno studioso, un pragmatico e un missionario, con una lunga e variegata esperienza nella cura delle anime, egli comprende meglio della maggior parte dei suoi contemporanei come tenere una posizione equilibrata fra rigorismo e lassismo. Anche se il suo punto di vista è stato criticato  severamente (in particolare, la sua predilezione verso gli eccessi devozionali ricchi di effusione emotiva, ma poveri di sostanza teologica e dottrinale) i suoi scritti teologici a suo tempo hanno trovato il favore della grande maggioranza dei teologi e la loro approvazione da parte della Chiesa ha contribuito a porre fine alla corrente rigorista, che è rimasta attiva, sebbene carsicamente,  anche dopo che  l’ origine giansenista delle posizioni più estreme era stata dimenticata.

La diffusione di teorie razionaliste o indifferentiste non mancano di indebolire la reverenza  per la Bibbia che era stata inculcata dai primi riformatori come unica fonte della rivelazione di Dio agli uomini. Prendendo le mosse dal  principio luterano del libero esame, altri riformatori, indipendentemente dalla loro ispirazione e infallibilità, rivendicano di sottoporre le Scritture all'autorità della ragione umana. Fausto Socini (1539 - 1604), uno dei fondatori della setta sociniana, (ma va' ?!) , insiste sul fatto che tutto ciò che nelle Scritture che sembra contrario alla ragione non avrebbe potuto venire da Dio, e dovrebbe essere eliminato. Per un po ' di tempo, mentre il fervore religioso è al suo apice, sia i  luterani che i calvinisti si attengono saldamente ai  loro formulari religiosi e rifiutano di accettare le opinioni  dei Socini sulle Scritture. Ma una volta che la religione dogmatica  è assaltata da parte della nuova scuola  filosofico-razionalista  in Inghilterra,  Germania,  Francia la strada è spianata per l' accettazione di opinioni più liberali. Da un lato, molti eterodossi si appuntano a sottolineare gli errori e le incongruenze della Bibbia, come prova che non avrebbero potuto venire da Dio, mentre, dall'altro, molti studiosi protestanti, pur attenendosi ancora  alla teoria della rivelazione divina, cercarono di eliminare da essa il soprannaturale senza rifiutare apertamente l'autorità delle Scritture.

È con questo disegno che Jacob Semler (1725-91) ha formulato la Teoria  dell’ adattamento, in base alla quale Cristo e gli Apostoli hanno adattato le  loro azioni e la loro lingua ai concetti erronei prevalente tra gli ebrei del loro tempo, e per questo motivo  tutto ciò che, nel testo biblico,  si spinge ai margini del misterioso e dell’ incongruità, dovrebbe essere affrontato con una semplice rinuncia alla  superstizione, sorpassata perché risalente ai tempi della predicazione di Cristo . Un altro metodo per arrivare a una conclusione simile a quella di Semler, è adottato da Kant, che sosteneva che la Bibbia è stata scritta solo per inculcare la morale e per rafforzare il senso morale nell’ umanità, e che tutto ciò che viene registrato in essa deve essere interpretato dalla ragione alla luce dell'oggetto che i suoi autori avevano in vista.

Con  teorie liberali così bene argomentate sull’ autorità e sull’ ispirazione delle Scritture nell’ aria, è quasi impossibile che gli  esegeti cattolici possano  sfuggire a  queste influenze. Uno degli esegeti cattolici più capaci dell’ epoca, l’ oratoriano francese  Richard Simon (1638-1712), è accusato dai suoi contemporanei  di avere un approccio troppo razionalista nelle sue teorie di interpretazione scritturale. E’ un uomo che ha studiato a fondo le lingue bibliche ed è perfettamente in grado di ponderare le difficoltà storiche e letterarie  che potrebbero essere sollevate, come obiezione contro l' ispirazione e la infallibilità dell' Antico Testamento. Egli sostiene  che la Bibbia è una produzione letteraria, e che, come tale, deve essere interpretata sulla base  delle idee e dei  metodi di composizione prevalenti nel paese o nel momento in cui i vari libri sono stati scritti. Le sue opinioni sono contenute nella sua Histoire Critique de Vieux Testament (1678) e nella sua Histoire Critique de Texte du Nouveau Testament (1689), entrambe le  quali, anche se senza dubbio sono tra i lavori che hanno notevolmente influenzato lo studio delle Scritture da parte cattolica, rivoluzionandoli, a partire dal momento della loro pubblicazione in Olanda, sono  severamente criticate , e sono  condannate dalla Congregazione dell’ Indice.

postato da: roseau alle ore 19:09 | Permalink | commenti
categoria:citazioni, cultura, politica, letteratura, religione, società, fisolofia
sabato, giugno 13, 2009

Grazie Gasparri. Sei più comico tu di un qualsiasi Marcoré che ti possa imitare.


 


sabato, giugno 13, 2009
Ed ecco un' invenzione che potrà candidarsi a buon titolo all' Ig Nobel. Dopo il pop corn da microonde, iattura maleodorante  di ogni multisala in cui difetti un' adeguata ventilazione, ecco la pasta precotta da cinema. Lo so che è demenziale solo l' idea. Un bel respiro. Ripeto. Pasta. Precotta. Da cinema. Servita in un festosissimo bicchierone  blu, che l' articolista si premura di descrivere grande "come i 250 cc della Coca".

Vorrei sapere dove stia l'innovazione in questo preparato, rispetto alla pasta surgelata precotta da preparare saltandola quattro volte in padella. E, soprattutto, a chi caspita pensano di fare concorrenza.

Al kebabbaro, contro cui il sindaco di Parma, come altri in Italia, sta conducendo una patetica e stupidissima crociata "per la tipicità" fuori tempo massimo? Chi va dal kebabbaro non ha né molti soldi da spendere nei ristoranti -a Parma pretenziosissimi- del centro, né molto tempo da dedicare alla preparazione di pietanze fatte in casa. Il cibo take away, storicamente, ha contribuito ad alleggerire molto la percezione della fatica del lavoro domestico alle donne dei paesi arabi, che dedicavano meno tempo a cucinare e maggior tempo a sé. Il marito portava loro le pietanze che qualsiasi cuoco fast food di qualsiasi mercato vendeva, destinandole all' asporto. Poi, questo tipo di pasta non salvaguarda certo la tipicità del piatto nazionale italiano, facendone invece una parodia. Non  spenderei troppe lacrime su questo punto (chi mi conosce bene sa quanto poco sia nazionalista anche in cucina) , non fosse altro che il piatto, per cuocere così alla svelta, debba essere pieno di additivi.

Ai venditori di pizza al taglio, al fritolin veneziano che ti serve lo scartosso de pesse nella apposita cartapaglia, ai panellari siciliani, venditori di frittelline di ceci e pani ca' meusa (milza di agnello appena appena salata, spruzzata di succo di limone e adagiata caldissima sulla vastedda aperta), ai venditori di arrosticini abruzzesi o ai trippajoli di San Lorenzo, a Firenze? Se c'era un motivo per cui, come giustamente mi faceva notare Marco, il panino o quello che con orrendo termine fighetto, si chiama oggi finger food, si è diffuso come cibo da passeggio, è stato quello economico, legato agli involucri. Un panino costa poco e non va imballato che in un tovagliolo. Lo scartosso de pesse o le olive ascolane possono essere serviti in un cono di cartapaglia. In una situazione di penuria di idrocarburi è semplicemente demenziale utilizzare plastica per le confezioni di questa pasta pronta in un minuto. Marco dice che devo ringraziare Darwin se questo prodotto , come prevediamo (e speriamo) non sfonderà, né occuperà segmenti di mercato significativi. L' idea cattiva non sopravvive alla selezione naturale.

A McDonald's, che, paradossalmente, appare essere più tipico di questa pasta innominabile? Il cliente medio di McDonald's -ammesso che esista un cliente medio- si aspetta, ragionevolmente, di mangiare lo stesso Big Mac uguale a sé stesso a tutte le latitudini del pianeta, rispettoso di uno standard pur sempre riconoscibile come cibo. Marco, per amore di verità e per poter criticare con cognizione di causa ciò, che fino ad oggi, gli sembrava il grado più basso dell' abiezione alimentare umana, una volta ha anche dato un morso ad un paninazzo di McDonald, rimanendone disgustato e trovando più saporito il PVC della cannuccia per suggere la bibita annessa, ma riconoscendo l' hamburger+pane comunque come cibo.

Questa roba non si sa bene cosa sia, ed è inquietante che nasca nella città dove ha sede l' agenzia EFSA, proposta da un' azienda che ha come slogan la casaling(U)ità del cibo, fatto come lo farebbero babbi e mamme amorevoli ai loro pargoli, ma che è in realtà la più grande multinazionale alimentare italiana.

Vi ricordate della pubblicità, in cui c'è un amorevole paparino che lavora per la Xxxxxxx come esperto d'aromi? Idilliaca, vero, l' orticello dei semplici in cui gioca ad indovinare gli aromi una leziosa bimbetta?? Bene, quando aprite il barattolo di pesto alla siciliana della Xxxxxxx, dimenticate tutto questo.

Il pesto è un comune sugo cremoso e rosso-aranciato, fatto di pomodori dalla spiccata acidità, di pochissimo olio d'oliva non extravergine , di un' ombra di basilico, di glutammato (!), formaggio tipo grana padano non bene a prova di D.O.P. al posto della ricotta di pecora e -udite- ANACARDI al posto dei tradizionali pinoli o mandorle.

Il sapore è simile a quello di una salsetta da snack Warner Village, il sale è moltissimo e va da sé che non abbia nulla a che spartire con la ricetta del vero pesto alla siciliana, che vi fornisco qui sotto.

Munitevi di un mortaio capiente e di pestello, meglio se di marmo entrambi.

Prendete, per 4 persone, 28 foglie medie di basilico,  50 grammi di pinoli e del pepe macinato fresco a piacere. Poneteli nel mortaio e aggiungete uno spicchio d' aglio rosso, sbucciato e piuttosto grande. Pestatele bene nel mortaio e, quando gli ingredienti saranno ridotti a poltiglia, aggiungete, a filo, l'equivalente di quattro cucchiai di olio extravergine d'oliva e continuate a pestare. Nel frattempo, avrete sbollentato e spellato quattro pomodori da sugo. Quelli comunemente detti ramati. Privateli dei semi e delle parti bianche filamentose e, intiepiditi, poneteli nel mortaio dove li amalgamerete, col pestello, al resto del sugo.

Quando il composto avrà assunto una consistenza cremosa, appena movimentata dai pezzetti di pinoli, aggiungete due cucchiai rasi di pecorino da grattugia e la ricotta di pecora, circa 150 grammi. Se siete fortunati e disponete della ricotta di bufala, usate pure quella. E' ottima e non così liscia come quella vaccina da supermercato (perfetta per i dolci) né così secca e grassa come quella tipo piacentina (abitualmente utilizzata per i tortelli d' erbetta parmigiani).

Mescolate e assaggiate la sapidità: aggiungete un pizzico di sale se troppo "dolce".

Pasta consigliata: tortiglioni, radiatori, farfalle, possibilmente di Gragnano. E' un errore usare la pasta lunga, tipo spaghetti o linguine che, come si dice in napoletano si "infaloppa" per il sugo troppo denso.  Se non volete spendere un miliardo per comprarvi la pasta di Gragnano, snobbate proditoriamente la pasta Xxxxxxx e comprate la pasta a marchio Coop. La fa un pastaio beneventano che usa trafila al bronzo e acqua di sorgente, e fa essiccare a freddo. Costa in media il 30% in meno della pasta Xxxxxxx ed è molto più buona, e la metà di quella di Gragnano, che è buona uguale.

Esiste anche un' affascinante variazione sul tema di questa ricetta, chiamata "pesto alla trapanese". La ricetta e la preparazione sono le stesse, ma con le mandorle d' Avola - sedici, che avrete sbollentate, spellate e fatte asciugare a circa 50° C nel forno per non più di 8'- al posto dei pinoli e SENZA la ricotta.
mercoledì, giugno 10, 2009

Vorrei tornare su Waltz With Bashir con una disamina più approfondita delle mie posizioni, anche a seguito di alcuni commenti particolarmente risentiti a riguardo.

Come rappresentazione della futilità della guerra e della confusione, del terrore e dell’ abbrutimento di coloro che vi prendono parte ,  Waltz With Bashir è un grande esempio di  genere. Ciò è dovuto in parte al racconto, in cui il protagonista fa un viaggio per recuperare i suoi inaccessibili ricordi di guerra.


L’ effetto è rafforzato anche dall'uso di un’  animazione sofisticata, allucinatoria, che contribuisce a fornire un ritratto fresco e assieme impressionante di ragazzi in guerra. (A titolo personale mi ha colpito per il fatto che molti dei soldati fossero, nel 1982, più giovani di me, e altrettanto giovani di una controparte terrorizzata).

Il film esplora la natura della memoria e come evitare la dissonanza cognitiva data dal reprimere e dal censurare psicologicamente azioni ed eventi che non sono in linea con il modo di vedere noi stessi. Così il nostro protagonista, stimolato da un ex-commilitone nell’  emersione della propria memoria in forma di incubi,  cerca di scoprire gli eventi che l’  hanno cancellata.


Fin qui tutto bene, e la questione un poco fumosa del modo in cui abbia intrapreso questa compositio memoriae,  approcciata  attraverso interviste, è ben compensata dai sogni presentati in  lunghe e suggestive sequenze di flashback.

Tuttavia, a causa di quella che sembra essere  una tenace aderenza alla sua esperienza personale, il regista Folman manca l'opportunità di imprimere una svolta al  film verso  qualcosa di più grande, di tracciare un parallelo tra il proprio atteggiamento evitante di una scomoda verità e quello del suo paese, Israele, che non riesce ad affrontare a livello politico e collettivo una verità altrettanto scottante:  chi un tempo era vittima si è trasformato in carnefice. Questo atteggiamento mentale si è consolidato, nel tempo, attorno ad un’ omissione ,  non è chiaro  se deliberata o inconscia : guardare ai fatti troppo da vicino  sarebbe stato davvero troppo da sopportare, anche per un regista che ha avuto il coraggio di affrontare un argomento che è stato finora una  macchia inesplorata  sulla coscienza nazionale. E le omissioni sono tante, nella sceneggiatura: concretamente quelle  riguardanti episodi che, se fossero stati inseriti attraverso una migliore mise en scène, avrebbero  facilmente fatto stabilire allo spettatore connessioni personali   senza esagerare nel ricorso all'allegoria.

Per esempio il famoso assedio di Beirut precedente il massacro è appena menzionato. Tre mesi di intensi bombardamenti israeliani che, secondo le Nazioni Unite, hanno ucciso settemila persone e ferite ottantamila, l'80% delle  quali erano civili. I numeri degli  uccisi nell’ assedio di Beirut sono circa due volte la più grande stima dell’ ammontare delle vittime  dell’ eccidio  di Sabra e Shatila, compiuto dai Falangisti, con l’ avallo di Tsahal. 


Di per sé,  sarebbe  un’  interessante domanda chiedersi  se le  uccisioni effettuate da parte dell’ esercito regolare di uno Stato siano meno odiose di quelli perpetrate da  una falange armata e accecata dall’ odio.  Purtroppo, allora  non vi è  stata  alcuna possibilità di porsela.

C’ è più di una mancata contestualizzazione degli eventi: al tempo dell’ uccisione di Bashir Gemayel,   l'OLP era già salpata da Beirut sotto la supervisione di una forza multinazionale, lasciando poca resistenza attiva in  a città (fatta eccezione rispetto a quella formata  da gruppi della sinistra libanese), e nessuna nei campi. Il film dà l'impressione che siano stati i Palestinesi ad uccidere Gemayel , una impossibilità logistica. (Mi risulta siano stati ambienti maroniti di sinistra, cioè... "nazional-socialisti", che in Libano figurano essere di sinistra per il fatto di opporsi alla falange. Così mi dice Falecius, che ringrazio).  L’ intento dei Falangisti non era la vendetta - senza dubbio sono stati alimentati e rinfocolati nel loro odio, oltre che da   droga e alcol, dalla morte di Gemayel -, ma il loro esasperato e inutile intento è stato sempre quello di ottenere un Libano ad egemonia maronita , ed ecco la  scomoda e taciuta la verità . Si è trattato di un intento di cui Israele era ben  consapevole e da cui  ha tratto  il massimo vantaggio. I Falangisti  pensavano di stare lottando per difendere la propria comunità minacciata dalla distruzione. Propaganda, ovviamente. Ma la sinistra libanese all' epoca agitava questo spettro in maniera piuttosto truculenta.  Avete presente Damour? E'  un interessante thread che il film evita di approfondire , e né Folman coglie l’ironia del fatto che  la  Falange  (alleata di Israele durante l'invasione) sia stata creata dal nonno di Bashir Gemayel  dopo una visita di ispirazione  nella Germania nazista. 

Poi c'è il massacro stesso. La ricerca di base rivela questi fatti: una riunione antecedente  il massacro tra il  comandante delle forze israeliane a Beirut e il capo delle forze falangiste  ha avuto luogo, a condizione che Israele fornisse le foto aeree dei campi e con la  decisione  di provvedere ad  un sostegno logistico, ignorando deliberatamente ciò che sapeva benissimo i  falangisti  fossero  in grado di fare. Anche se la sede del comando israeliano che sorvegliava il campo è stata citata nel film, il fatto che vi sia stato  stato un ufficiale di collegamento della Falange  è stato passato sotto silenzio. In contatto con la milizia nel campo, non ha lasciato  agli ufficiali dell’ intelligence israeliana  alcun dubbio su ciò che stava succedendo. Sotto gli ordini, i  soldati israeliani hanno ripetutamente ricondotto e sedato i civili nei campi , ignorando  le loro esortazioni e le loro suppliche sul fatto che li stessero massacrando e violentando.  (Dal punto di vista drammaturgico, esplicitare questo episodio   avrebbe fornito   un esempio molto più potente di colpevolezza individuale del protagonista rispetto al fatto di essere lì  mentre si stavano sparando i razzi, come mostrato nel film. Questo momento di rivelazione risulta  indebolito  a causa dell’ autobiografismo troppo spinto del regista.) Molti soldati di Tsahal hanno  riferito che cosa stava succedendo a loro superiori, a tutti è stato  detto di non preoccuparsi. Sebbene un episodio inerente a questo atteggiamento è stato mostrato nel film,   la cecità volontaria e collettiva del comando israeliano sul massacro è stato sottovalutata. Infine, e cosa forse più importante, il fatto che sia l’esercito  israeliano che i servizi  di  intelligence controllassero (e fossero presenti all’ interno di esso)  lo stadio in cui camion carichi di residenti del campo siano stati condotti per essere processati, è stato  inoltre deliberatamente  lasciato fuori dalla narrazione filmica.

Tutte queste omissioni servono  ad annacquare la percezione del  ruolo di Israele nella vicenda, e il risultato è un cattivo servizio reso allo spettatore da  Folman, che ha lasciato troppe cose non dette.

Dopo aver detto  che Waltz with Bashir è comunque  un film importante e di straordinaria potenza evocativa, per  una serie di ragioni, di cui certo non è la meno importante il concedere alle vittime un certo riconoscimento  , ma anche perché, si ammette, sebbene implicitamente e peritosamente, che ci siano state certe persone nel comando israeliano  che hanno fatto accadere fatti gravissimi.


C’è sempre l’opzione che un israeliano si fermi un attimo a riflettere e si chieda 'Che cosa stavamo facendo, allora?' Nessun altro può farlo per loro.


Si deve rendere merito a Folman di aver compiuto il passo coraggioso, necessario ma non ancora sufficiente, di mettersi davanti allo specchio delle proprie responsabilità. Ciò che Folman non ha fatto fino in fondo, è stato avere la forza e l’onestà di sostenerne a lungo la vista, e di esaminarcisi molto profondamente.

mercoledì, giugno 10, 2009
Pare che la metropolitana di Milano, più che vagoni, faccia viaggiare cazzate.